di Massimiliano Nespola
Il Dubbio, 19 dicembre 2019
Solo in Italia esiste il reato di associazione mafiosa: difficile interfacciarsi con gli altri stati membri e non far arenare le indagini. nei paesi dell'est il riciclo dei capitali. Le mafie in Europa esistono.
Alcune volte, i segnali della loro presenza sono stati evidenti, come quando la strage di Duisburg del 2007 portò allo spargimento di sangue tra cosche rivali della 'ndrangheta insediatesi in Germania. O come quando si parla di riciclaggio: le indagini effettuate spesso mostrano un legame tra la circolazione di consistenti capitali internazionali e attività illecite. Si pensi alle fatturazioni per operazioni inesistenti, cioè al transito di capitali che avviene per una supposta vendita di beni o di servizi, solo apparente, che serve a celare la reimmissione nel circuito legale di soldi ottenuti attraverso il compimento di reati.
Come avviene, più concretamente? In un incontro con il generale della Guardia di Finanza, Ciro De Lisi, se n'è avuta una spiegazione chiara: poniamo che un imprenditore si presti a compiere tale illecito, per favorire la circolazione di denaro che deve essere trasferito ad una banca. Si sa che spesso nei Paesi dell'Est europeo vengono costituite delle società cartiere, che emettono fatture per operazioni inesistenti, per occultare quindi una movimentazione di capitali. Se si ha un conto bancario estero sul quale depositare i soldi, questi ultimi possono essere resi disponibili per l'acquisto di beni, attraverso tale strumento.
Non si è svolta davvero una prestazione lavorativa, non si è realizzato nulla; ciò nonostante si è avuto uno scambio di denaro che in realtà potrebbe essere stato utilizzato per la compravendita di sostanze stupefacenti. Un processo del genere, in Europa, in questi ultimi anni ha trovato terreno fertile. Grazie all'ingresso di nuovi Paesi, dal 2004, le frontiere si sono ridotte. Ecco perché è molto importante disporre di informazioni sulla circolazione di beni, persone, merci e capitali.
L'Unione Europea, spesso, è stata ritenuta solo parzialmente in grado di rispondere a questo compito. Come ha affermato il prof. Antonio Nicaso, uno dei principali esperti al mondo di ' ndrangheta, docente presso la Scuola Italia del Middlebury College a Oakland, California, dove è anche direttore associate, alla Queen's University a Kingston, e alla St. Jerome University a Waterloo, in Canada: "Da molti anni, a parole, tutti si dicono favorevoli, poi nei fatti, manca la coerenza. Le proposte restano lettera morta".
Anche oggi si avverte tale carenza e le istituzioni europee, recentemente rinnovate dal voto di maggio, partiranno in questi giorni con i nuovi programmi pluriennali. Sembra si sia puntato molto sull'ambiente, che può essere un tema connesso anche a quello della lotta alle mafie, considerate le attività illecite svolte dalle organizzazioni criminali anche in tale ambito.
Da questo punto di vista, il principale problema che si pone è quello di un coordinamento che possa fornire le opportune informazioni e creare un contesto di cooperazione tra le autorità, pur tenendo conto di tradizioni giuridiche differenti. È questo il cuore del problema: per poter collaborare, servono gli strumenti. Bisogna per esempio considerare il fatto che il reato specifico di associazione mafiosa esista in Italia, ma non in altri Paesi.
Così un'inchiesta per reati simili che parta nel nostro Paese rischia di arenarsi nel momento in cui ci si interfaccia con altri Stati membri. C'è un grande lavoro da fare, sotto questo aspetto: basti ricordare che, fino al Trattato di Lisbona, l'Unione Europea è stata ideata secondo il principio dei tre "pilastri". Uno di essi, è stato proprio la costruzione di uno Spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia. E, considerati gli avvenimenti di questi ultimi anni, connessi anche all'escalation del terrorismo internazionale di matrice jihadista, c'è ancora molto da fare.
di Andrea Pegoraro
Il Giornale, 19 dicembre 2019
Per chi presenta una dichiarazione infedele si potranno applicare gli arresti domiciliari, il divieto di espatrio e altre misure coercitive. È quanto prevede la legge di conversione del decreto fiscale, approvata dal Senato. Arresti domiciliari, divieto di espatrio sono alcune delle misure punitive applicabili per chi presenta dichiarazioni dei redditi e dell'Iva infedeli.
Potrà essere disposta anche la custodia cautelare in carcere per l'omessa dichiarazione. È quanto prevede la legge di conversione del decreto fiscale, approvata ieri in via definitiva dal Senato. Il testo sarà quindi votato da Montecitorio lunedì 23 dicembre.
Diventerà quindi operativo il nuovo regime penale tributario che avrà l'effetto di aumentare le pene e sarà caratterizzato da nuove regole procedurali. In futuro, infatti, gli indagati del reato di dichiarazione infedele potranno scontare una pena da due anni a quattro anni e sei mesi di reclusione, e non più come in precedenza da un anno a tre anni. Le misure coercitive per questo tipo di reato potranno prevedere il divieto di espatrio, l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, gli arresti domiciliari e le altre misure coercitive differenti dalla custodia cautelare in carcere. Il pubblico ministero avrà dunque la possibilità di richiedere al giudice per le indagini preliminari una di queste misure repressive.
Inoltre, per la dichiarazione infedele sono state abbassate anche le soglie di punibilità. Come riporta Norme e Tributi del Sole 24 Ore, il rilievo penale della condotta viene quindi esteso, comprendendo illeciti che finora erano considerati solo violazioni amministrative. Il reato scatterà quando l'imposta evasa supererà la soglia di 100 mila euro e non più di 150 mila euro. Bisogna precisare che il limite si intende per ciascuna imposta e per ciascun periodo di imposta. Lo stesso reato scatterà anche quando gli elementi attivi sottratti a imposizione saranno superiori a due milioni di euro, e non più tre milioni di euro come prima.
In base all'articolo 266 del codice penale, le intercettazioni di conversazioni telefoniche sono consentite nei procedimenti per delitti non colposi per i quali è prevista la pena dell'ergastolo o della reclusione superiore nel massimo a cinque anni. Così vale anche per i delitti di omessa e infedele dichiarazione. In sede di conversione in legge, la reclusione massima è stata ridotta rispetto alla previsione iniziale ed è stata fissata in 5 anni per l'omessa dichiarazione e in 4 anni e 6 mesi per l'infedele dichiarazione.
Restano gli stessi del passato i delitti per i quali si potranno svolgere intercettazioni telefoniche. Si tratta in particolare della dichiarazione fraudolenta con documenti per operazioni inesistenti e mediante altri artifici, dell'emissione di false fatture, dell'occultamento e distruzione di scritture contabili, della sottrazione fraudolenta del pagamento delle imposte nella forma aggravata e dell'indebita compensazione con crediti inesistenti.
di Francesco Barra Caracciolo
Il Mattino, 19 dicembre 2019
Le Sezioni Unite si sono pronunciate con una recentissima sentenza, la numero 19681/2019, sul tema del diritto all'oblio e dei controversi rapporti con la cronaca e la storiografia. Sul tema vi è ampia giurisprudenza sia Italiana che delle Corti Europee e Statunitense. Ma il dibattito è lungi dall'essere sopito. Infatti si è dovuto ricorrere alle Sezioni Unite della Cassazione per dirimere un contrasto tra sezioni della medesima Corte. La sentenza ha statuito vari principi.
Il primo è che: "L'attività storiografica non può godere della stessa garanzia costituzionale che è prevista per il diritto di cronaca...omissis". Molto discutibile è l'affermazione che la tutela costituzionale della storiografia sarebbe affievolita rispetto a quella del diritto di cronaca: entrambi, a mio avviso, sono parimenti tutelati dall'art. 21 Costituzione. Per le Sezioni Unite tale tutela "limitata" si rende necessaria ancorché l'attività storiografica (cioè la rievocazione dei fatti ed eventi che hanno segnato la vita di una collettività) fa parte della storia di un popolo e ne rappresenta l'anima, ed è attività "preziosa".
Le Sezioni Unite ritengono che vi sia differenza ontologica e di livello di tutela tra il diritto di cronaca e diritto di rievocazione storiografica, per soggetti che non hanno rivestito o rivestono tuttora un ruolo pubblico. Ovvero per i fatti che per il loro stesso concreto svolgersi non implichino il richiamo necessario al nome dei protagonisti. In questi casi la ricostruzione deve svolgersi in forma anonima, non ravvisandosi particolare utilità, per chi fruisce di quell'informazione, dalla circostanza che siano individuati in modo preciso coloro i quali tali atti hanno compiuto. Di qui l'obbligo di anonimato a tutela della persona "una volta che il tempo sia trascorso e i fatti, anche se gravi, si siano sbiaditi nella memoria collettiva".
Nutro forti dubbi anche su tali affermazioni. Invero sia il "tempo trascorso" che "i fatti sbiaditi nella memoria" sono concetti molto evanescenti. Numerosi dubbi sulla "bontà" di tale sentenza sorgono poi in relazione alla difficoltà d'applicazione ai casi concreti. Invero alla luce della sentenza lo storico di epoche "vicine" non può indicare nominativamente le persone che spesso sono le fonti! Con ciò violando un principio base della storiografia.
Altri dubbi sorgono in relazione alla rievocazione di efferati crimini come avviene oggi, sempre più frequentemente (e con ogni mezzo: televisivi, librari, teatrali, cinematografici, giornalistici). Vi sono vicende tragiche che producono un grave impatto sull'opinione pubblica che le ricorda solo con il nome del protagonista. Emblematico per tutti è il caso di "Erika", da giorni all'attenzione dell'opinione pubblica per il ruolo, eccezionale, svolto dal padre nel percorso riabilitativo della ragazza. Ma v'è di più.
Dall'obbligo di anonimato discende, quale logico corollario (non esplicitato ma inevitabile), che se è vietato l'uso del nome è anche vietata l'identificabilità della persona. Ora l'identificabilità si determina con il ricostruire il contesto sociale, economico, etc., che è un'opera necessaria per lo storico. Né è condivisibile la pretesa di fissare una linea netta di demarcazione tra cronaca e attività storiografica, linea che è molto labile. Pardolesi (in Foro It., ottobre 2019) ricorda giustamente Benedetto Croce che in "Teoria e storia della storiografia" affermò che la storia è destinata a divenire cronaca quando non è più pensata, il che implica che "deve sempre rigorosamente giudicare e deve essere soggettiva" (Bari 1966, 10 s.145).
E ricorda il passo crociano: "la cronaca, arida e smorta, a fronte della storiografia vivida ed appassionata". Concludo chiedendomi (con Pardolesi): "Qual è il limite temporale che separa cronaca e storia?". Quale criterio adottare? Soggettivo o oggettivo? E quale sarebbe quello "oggettivo"? "Ciò che è fuori dalla memoria dell'osservatore, col rischio per chi è avanti negli anni di vivere una cronaca, che per altri è già storia. Due anni e mezzo bastano a scavare il solco?".
di Simone Pitossi
toscanaoggi.it, 19 dicembre 2019
Il nuovo ebook Cesvot "Messa alla prova e Lavoro di pubblica utilità. Vademecum per la collaborazione tra Uepe ed enti del terzo settore", frutto della collaborazione con l'Ufficio Interdistrettuale Esecuzione Penale Esterna Toscana e Umbria (Uiepe), è una preziosa guida per conoscere le misure alternative al carcere, in particolare le sanzioni e misure di giustizia di comunità. La pubblicazione, curata da Filippo Daidone, Elisabetta Dani e Susanna Rollino, nasce all'interno del percorso di orientamento e formazione promosso da Cesvot nell'ambito di un protocollo triennale con Uiepe.
Tramite la messa alla prova le persone sono vincolate ad un programma di trattamento che prevede, tra le attività obbligatorie, lo svolgimento di un lavoro di pubblica utilità, che consiste nella prestazione di un'attività non retribuita a favore della collettività da svolgere presso istituzioni o enti del terzo settore. L'ebook pubblicato da Cesvot offre agli enti del terzo settore informazioni utili su modalità di accesso e buone pratiche sulla messa alla prova e il lavoro di pubblica utilità: attivazione di un programma di trattamento, convenzione con il tribunale, compiti dell'associazione ospitante (assicurazione, tutor, relazioni periodiche), soggetti che si possono accogliere.
Secondo la banca dati Cesvot, in Toscana le associazioni attive nel cosiddetto "volontariato di giustizia" sono 148 (94 organizzazioni di volontariato, 54 promozione sociale) ma qualunque ente del terzo settore può attivare una misura di comunità. Ad oggi, infatti, gli enti toscani che hanno convenzioni per l'inserimento di soggetti in lavori di pubblica utilità sono 454, la gran parte dei quali enti del terzo settore (dati Uepe Toscana). Complessivamente le persone sottoposte a sanzioni di comunità sono 4.672, a misure alternative 2.737, alla messa alla prova 1.693.
In Italia le persone in carico agli Uffici per l'esecuzione penale esterna sono 102.326, di cui 25.939 in messa alla prova e lavoro di pubblica utilità, 29.200 in misure alternative alla detenzione e 42.992 per indagine e consulenze ai tribunali - ordinari e di sorveglianza - e agli istituti penitenziari (dati Ministero della Giustizia).
Negli anni si è registrato un notevole aumento della messa alla prova: secondo l'ultimo rapporto dell'Osservatorio Antigone si è passati da 804 nel 2015 a 14.980 misure nel 2018. Il 71% delle persone impegnate in lavori di pubblica utilità ha svolto la propria attività presso strutture o servizi socio-assistenziali alla persona, il 20% nella manutenzione del verde pubblico, il 6% nel segretariato sociale e il 3% nell'ambito della protezione civile. I reati maggiormente rappresentati sono quelli contro il Codice della strada.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 19 dicembre 2019
Approvata la norma che "punisce" i familiari dei condannati. Niente casa popolare per i parenti di chi ha e chi ha in prima persona una condanna penale alle spalle. La norma a prima firma del governatore leghista Maurizio Fugatti è stata approvata definitivamente dal consiglio provinciale di Trento, senza alcuna modifica - nonostante la dura opposizione delle minoranze che hanno fatto ostruzionismo in aula e anche di una parte della maggioranza - al disegno di legge provinciale 36/ 2019, che prevede "l'assenza da parte del richiedente e dei componenti del nucleo familiare, nei dieci anni precedenti la data di presentazione della domanda, di condanne definitive per i delitti non colposi per i quali la legge prevede la pena della reclusione non inferiore a cinque anni, nonché per i reati previsti dall'articolo 380, comma 2, del codice di procedura penale".
Il che comporta l'impossibilità di chiedere un alloggio popolare per chi è stato condannato per reati con pena edittale di almeno 5 anni, oltre che per reati come il furto aggravato, la rapina, tutti i reati che riguardano sostanze stupefacenti. Non solo, la stessa esclusione pesa anche su chi, da richiedente, ha un membro della famiglia condannato per uno di questi reati nei dieci anni precedenti alla domanda. Infine, la sopravvenienza di una condanna all'assegnatario o a uno dei suoi familiari provoca la revoca della casa popolare o, nel caso, il mancato rinnovo dell'assegnazione.
L'unica correzione accettata ha riguardato l'eliminazione dal novero dei reati quello di maltrattamenti in famiglia: le inquiline Itea vittime di violenza non perderanno più la casa (come da previsione iniziale) se denunciano il coniuge e questo viene condannato. La previsione normativa aveva immediatamente sollevato polemiche, soprattutto in merito alla sua potenziale incostituzionalità rispetto all'articolo 27 della Costituzione, sia in base al principio della personalità della responsabilità penale (l'articolo farebbe ricadere su genitori, figli o coniugi gli effetti negativi di una condanna penale), che in base al terzo comma, che prevede la funzione riabilitativa della pena (che verrebbe meno nel caso in cui, a condanna scontata, i suoi effetti continuassero a prodursi indirettamente sul cittadino che ha esaurito il suo debito con lo Stato, incidendo un diritto come quello alla casa).
Dopo l'approvazione, tuttavia, lo stesso Fugatti ha annunciato che sono previste "una serie di deroghe" caso per caso, "di più, rinviamo a un regolamento di Giunta, che indicherà altre eccezioni alla regola". Proprio questa iniziativa ha fatto andare su tutte le furie il centrosinistra: "Il presidente vuole pure arrogarsi il diritto di derogare caso per caso alla cacciata dei parenti del reo, autoassegnandosi non solo il potere di graziare i colpevoli, come il presidente della Repubblica, ma anche il potere di assolvere, come i giudici", ha tuonato il consigliere Paolo Ghezzi.
Insomma, dopo la tempesta mediatica per l'approvazione di una norma con la ratio conclamata di "privilegiare i cittadini onesti" (penalizzando chi ha già, però, scontato la condanna e i suoi familiari), la Giunta potrebbe tentare di rimediare in sordina alle previsioni più evidentemente controverse. Al netto dell'idoneità della questione a finire davanti a un giudice nel momento in cui venisse applicata, la legge provinciale è stata avversata anche dai sindaci di alcuni Comuni della Provincia, pronti a opporsi e a non recepire le nuove regole.
Del resto, dubbi di opportunità erano stati sollevati anche in seno alla stessa maggioranza con il consigliere Claudio Cia che aveva presentato un emendamento che puntava a superare le ricadute sui familiari innocenti attraverso l'introduzione del principio di connivenza o complicità della famiglia: "Si deve consentire ai conviventi stessi di fornire una prova liberatoria, nel senso di dimostrare di non aver agevolato né partecipato, neppure omissivamente, alla realizzazione di condotte antisociali", aveva spiegato Cia. La Lega, però, ha tirato dritto (mentre Cia si è astenuto sul voto finale). Ora la norma è legge della Provincia: tutte da verificarsi, invece, sono le conseguenze reali e giuridiche per gli inquilini delle case popolari.
borderline24.com, 19 dicembre 2019
Il carcere di Taranto "ha raggiunto quota 640 detenuti a fronte di 310 posti regolamentari e per questo ci sarebbero difficoltà anche a reperire letti e materassi, per cui il carcere di Taranto il più affollato della nazione, non può più ospitare detenuti, se non facendoli dormire per terra". Lo rende noto la segreteria regionale del Sappe, sindacato autonomo di polizia penitenziaria. In tutta la Puglia la situazione è di sovraffollamento tanto che continua "a macinare record negativi di sovraffollamento dei detenuti, quasi il 70% a fronte di una media nazionale di circa il 20%".
Il Sappe ne chiede le ragioni al Dap e mette a confronto i dati di Calabria e Puglia. Nel primo caso, Cosenza 232 detenuti a fronte di 218 posti; Paola 229 a fronte di 182; Rossano 296 a fronte di 263; Catanzaro 682 a fronte di 633; Reggio 302 a fronte di 337; Vibo 319 a fronte di 407 posti. In Puglia, invece, Bari 461 detenuti per 299 posti; Trani 364 per 227 posti; Foggia 623 per 365 posti; Lecce 1099 per 610 posti e Taranto con circa 640 detenuti con 310 posti.
"Pure altre regioni limitrofe come la Campania e l'Abruzzo - sostiene il Sappe - potrebbero tranquillamente accogliere detenuti provenienti dalla nostra regione poiché rientrano nella media nazionale.
Questi non sono numeri al lotto ma dati curati dal dipartimento dell'amministrazione penitenziaria al 30 novembre 2019". Per il sindacato ciò dipende dal criterio della territorialità della pena (i detenuti devono scontare la pena in carceri prossime alla residenza dei familiari) ma così "la Puglia può scoppiare, violare tutte le leggi e le sentenze della Corte di Giustizia europea mentre nelle altre regioni limitrofe si potrebbero, secondo questo principio, chiudere le carceri per mancanza di detenuti".
Corriere Fiorentino, 19 dicembre 2019
Il direttore del carcere Fabio Prestopino ha precisato che il riscaldamento "è normalmente funzionante". Il comunicato risale all'anno scorso, quando il fatto è davvero accaduto.
Guasto del riscaldamento a Sollicciano: 400 coperte inviate da Regione e Misericordie per alleviare il disagio dei detenuti. La notizia rimbalza sui media, peccato non sia vera. Una vera e propria fake news, che però ha fatto il giro del web e dei giornali. Un cortocircuito partito domenica scorsa, quando sul sito della Regione "Toscana Notizie" compare questa notizia sotto forma di comunicato stampa. Il comunicato risale però all'anno scorso, quando il fatto è davvero accaduto. La notizia è stata ripresa dal sito specializzato sul carcere "Ristretti".
Inoltre la Camera Penale ha fatto un comunicato stampa denunciando la gravità del riscaldamento guasto, facendo rimbalzare ulteriormente la notizia su molti media fiorentini e non solo. La stessa Camera penale in serata ha precisato che non corrisponde al vero, diversamente da una prima comunicazione, che oggi siano state consegnate coperte ai detenuti. Il direttore del carcere Fabio Prestopino ha precisato che il riscaldamento "è normalmente funzionante". A confermare che si tratta di fake news, anche il fatto che alla fine della notizia è scritto che "il presidente Rossi ha inoltre annunciato che sabato prossimo, 22 dicembre, farà visita al carcere fiorentino insieme al garante regionale per i diritti dei detenuti". Peccato che il prossimo 22 dicembre non caschi di sabato, come invece l'anno scorso.
parmatoday.it, 19 dicembre 2019
Bilancio di un anno di attività del progetto. A un anno dall'avvio del progetto della Regione Emilia-Romagna "La promozione della salute in carcere", l'Azienda USL fa un primo bilancio dell'attività svolta negli Istituti penitenziari di Parma, a partire dagli obiettivi raggiunti, per arrivare alle future iniziative. l lavoro di una trentina di persone del circuito alta sicurezza, alcune gravemente malate, su 3 temi: le emozioni; come avere un sistema sanitario più efficiente in carcere; quali strategie e risorse per una detenzione più attenta alle condizioni di salute.
Gli esiti del lavoro, gli spunti di riflessione scaturiti insieme a nuove progettualità, sono stati presentati nei giorni scorsi nel teatro degli Istituti Penitenziari di via Burla, alla presenza, tra altri, per l'Ausl di Elena Saccenti, direttore generale; Faissal Choroma, responsabile U.O. Salute negli Istituti Penitenziari, Catia Boni, referente del progetto e le promotrici della salute Anna Ceci, Gokce Hazal Karabas e Marisa Iannucci; per gli Istituti Penitenziari, di Tazio Bianchi, direttore e Domenico Gorla, comandante. Presente anche il Garante dei detenuti della Regione Emilia-Romagna Marcello Marighelli, mentre il Garante di Parma Roberto Cavalieri non ha potuto partecipare per impegni improrogabili. Tanti i percorsi di miglioramento portati all'attenzione dell'Azienda sanitaria e dell'Istituto di pena, alcuni dei quali hanno già avuto avvio.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 dicembre 2019
Domani e sabato nel carcere milanese si svolgerà il congresso dell'associazione. "Spes contra spem", in riferimento al passaggio dell'Apostolo Paolo di Tarso sull'incrollabile fede di Abramo che "ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli", è un motto che in questi anni Marco Pannella ripeteva con insistenza.
"Essere Speranza", cioè vivere come attore della speranza, essendo noi stessi prova e corpo del cambiamento, contro l'"Avere Speranza", ovvero le speranze semplicemente intese come qualcos'altro da noi, di cui si aspetta il verificarsi. E sono proprio i detenuti, soprattutto quelli condannati a fine pena mai, ad essere loro stessi speranza.
Oramai è una tradizione per l'associazione del Partito Radicale Nessuno tocchi Caino tenere il Congresso in un carcere, quest'anno nuovamente a quello milanese di Opera (venerdì e sabato), dove, nel dicembre 2015, si era svolto l'ultimo a cui ha partecipato Marco Pannella e da cui ha tratto ispirazione la campagna con il nome, appunto, di "Spes contra Spem" per il superamento dell'ergastolo ostativo ed il 41 bis.
Ora però - grazie alla perseveranza di questi anni c'è la prova che "essere speranza" dà i suoi frutti, visto la decisione della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo e poi della Corte Costituzionale sul tema dell'ergastolo ostativo. "Successi che abbiamo potuto cogliere - spiegano in un comunicato stampa i dirigenti dell'associazione, Sergio d'Elia segretario, Rita Bernardini, presidente ed Elisabetta Zamparutti, tesoriere - perché ha con- vinto Spes contra Spem, motto di una vita di Marco Pannella, che ci ha animato in questi anni e perché hanno convinto i detenuti di Opera protagonisti del docu-film di Ambrogio Crespi "Spes contra Spem - Liberi dentro" che contro ogni speranza sono stati speranza, determinando con il loro cambiamento anche l'orientamento dei giudici delle più alte giurisdizioni nazionali e sovranazionali".
Due le sessioni di dibattito: la prima dedicata al tema "Il Diritto alla Speranza: l'ergastolo ostativo alla luce delle sentenze della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo e della Corte Costituzionale"; la seconda dal titolo "Non un diritto penale migliore, ma qualcosa di meglio del diritto penale".
Nella mattinata del 20 dicembre, dopo i saluti di accoglienza del direttore di Opera Silvio Di Gregorio e del Provveditore dell'amministrazione penitenziaria della Lombardia Pietro Buffa, sono previsti quelli introduttivi di Giovanna Di Rosa, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano, Andrea Giorgis, sottosegretario ministero della Giustizia e Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà. Dopo le relazioni introduttive degli organi dirigenti, vi saranno gli interventi programmati di Maurizio Turco, segretario del Partito Radicale e di Stefano Castellino, sindaco di Palma di Montechiaro, città di origine di alcuni ergastolani detenuti ad Opera con testimonianze di detenuti condannati all'ergastolo.
Nella sessione di dibattito di venerdì 20 dicembre sulle sentenze contro l'ergastolo ostativo interverranno, tra gli altri: l'avvocato Antonella Mascia, che ha patrocinato il caso Viola vs Italia alla Cedu; il presidente emerito della Corte costituzionale Valerio Onida; i professori Pasquale Bronzo, Davide Galliani e Andrea Pugiotto; il presidente del Consiglio Nazionale Forense Andrea Mascherin e Riccardo De Vito, magistrato di Sorveglianza di Sassari e presidente di Magistratura Democratica. Infine, nella sessione di dibattito di sabato 21 dicembre interverranno tra gli altri il professor Luciano Eusebi, Gherardo Colombo e lo scrittore Gioacchino Criaco.
di Adriana Masotti
vaticannews.va, 19 dicembre 2019
Una giornata a Milano per il cardinale Pietro Parolin, trascorsa tra i detenuti del carcere di Opera, nella periferia della città, e poi a Quarto Oggiaro dove il segretario di Stato vaticano ha inaugurato una struttura che ospiterà alcuni nuclei di mamme con bambini fuggiti da guerre e violenze. Un messaggio di solidarietà che contrasta con la globalizzazione dell'indifferenza, ha sottolineato.
"Mi avete accolto come una persona importante, ma io vi porto la vicinanza di una persona più importante di me, di Gesù prima di tutto e poi di Papa Francesco". Lo ha detto il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin nella sua visita, ieri, al carcere di massima sicurezza di Opera, nella periferia di Milano, che conta 1300 detenuti. A riceverlo la vice direttrice dell'Istituto, Mariantonietta Tucci, il comandante del reparto della polizia penitenziaria, Amerigo Fusco e il cappellano, don Francesco Palumbo e poi i volontari e gli agenti.
"Il senso del pane": un'opportunità di riscatto - Il cardinale Parolin ha visitato i diversi laboratori sorti all'interno del carcere e parlato con i detenuti presenti, in particolare si è recato a vedere il laboratorio "Il senso del pane" che, allestito dalla Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti, dal 2016 produce ostie destinate alle parrocchie di tutto il mondo.
Benedicendo il laboratorio Parolin ha osservato che con questo lavoro, i detenuti collaborano con il Signore perché Lui possa dare la vita a tante persone. "Con questo lavoro - ha spiegato il presidente della Fondazione, Arnoldo Mosca Mondadori - vogliamo offrire un riscatto spirituale, umano e sociale a ragazzi che hanno compiuto reati, ma hanno intrapreso un percorso di cambiamento interiore".
Laboratori simili in diverse parti del mondo - Un'esperienza, quella milanese, che è già stata esportata in altre parti del mondo dove a produrre le ostie per la messa sono persone in condizione di marginalità: in Mozambico sono ex detenuti, in Spagna donne vittime della tratta; a Pompei persone con disabilità della Comunità Giovanni XXIII, in Sri Lanka giovani ragazze e prossimamente altri laboratori apriranno in Etiopia, con i bimbi di strada di Addis Abeba, in Ruanda e a Buenos Aires. Tra i presenti anche padre Giannicola Simone, barnabita, che ha confidato a Parolin l'intenzione di aprire un laboratorio analogo nel carcere di Merida in Messico, dove operano i suoi confratelli. Un gemellaggio eucaristico tra Opera e Merida, ha commentato il cardinale.
A Natale Cristo viene per ridarci la speranza - Prima di recarsi nel reparto del carcere che ospita i laboratori artistici delle persone in Alta Sicurezza, il cardinale Parolin, ha fatto tappa nella cappella per un momento di preghiera con i detenuti. Stringendo loro le mani, li ha ringraziati per l'accoglienza semplice e fraterna e ha portato a tutti i saluti di Papa Francesco che, ha ricordato, ha a cuore la situazione di quanti vivono nelle carceri.
Il segretario di Stato ha sottolineato che la vicinanza della Chiesa ai detenuti non è solo di un atteggiamento umano, ma un dovere se si vuol essere veri discepoli di Gesù. A Natale festeggiamo la nascita di Cristo, ha ricordato, e Gesù si è fatto vicino a noi, è venuto per condividere tutto di noi e per aprirci alla speranza.
Il mistero del Natale è proprio questo, ha proseguito, un Dio che si è fatto vicino a noi, che fa sue le nostre sofferenze per darci la speranza di diventare persone nuove. E proprio ad Opera è stata lanciata ieri la proposta, ed è il primo carcere in Italia a ideare una iniziativa simile, di ritrovarsi in preghiera un giorno a settimana per il Papa.
L'inaugurazione del progetto di Arché, luogo di relazioni - La giornata del cardinale Parolin a Milano ha visto un altro momento significativo. Al termine della visita all'istituto di pena, il segretario di Stato ha voluto inaugurare il borgo solidale "La Corte di Quarto", una casa per mamme e bambini con fragilità, aperta da Arché, Onlus nata nel 1991, a Quarto Oggiaro. Il progetto intende accompagnare per un periodo donne in fuga da violenze e dalle guerre.
Padre Giuseppe Bettoni, fondatore e presidente di Arché, ha presentato il progetto dicendo che "questo non è solo un tetto ma è un luogo di condivisione e di relazioni, perché le relazioni curano e aiutano moltissimo queste mamme a recuperare la voglia di futuro". Il cardinale Parolin ha sottolineato l'importanza che lo Spirito del Signore continui a suscitare uomini e donne che sanno intercettare i bisogni e dare risposte.
Tra gli ospiti donne e bambini con fragilità - La palazzina prevede 14 unità abitative per accogliere mamme con i loro bimbi, singoli o coppie che scelgono di vivere un'esperienza di vicinato solidale e una piccola fraternità di religiosi e laici. Allestito anche uno spazio aperto alla cittadinanza, dove sono previste varie iniziative tra cui un servizio di counseling per i genitori del territorio. Un messaggio di solidarietà per tutta Milano, ha detto il cardinale Parolin, perché testimonia che, di fronte a tante difficoltà e tanti disagi, non bisogna chiudere gli occhi.
- Ferrara. La Messa del Vescovo in carcere coi detenuti
- Roma. Successo dei mercatini di Natale di Economia carceraria
- Roma. Il presepe dei detenuti a Rebibbia, perché c'è sempre una capanna da aggiustare
- Venezia. Il patriarca ai carcerati: "La città conta anche su di voi"
- L'autoritarismo nel pregiudizio










