di Giovanni Altoprati
Il Riformista, 30 gennaio 2020
Perché la Procura generale della Cassazione e il ministero della Giustizia non rispondono alle denunce di Otello Lupachini, l'ormai ex procuratore generale di Catanzaro? Si tinge di giallo il procedimento disciplinare che ha portato il Csm a disporre il trasferimento di Lupacchini alla Procura di Torino dopo averlo "degradato" a semplice sostituto.
L'accusa formulata nei confronti di Lupacchini è quella di aver violato, criticando in una intervista l'operato del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, il dovere di imparzialità, correttezza e riserbo che deve contraddistinguere il magistrato. Lupacchini aveva dichiarato, in occasione della maxi-retata anti 'ndrangheta di dicembre organizzata da Gratteri, di averne avuto conoscenza solo attraverso i giornali e di avere perplessità sulla tenuta in giudizio di molte delle accuse contestate agli indagati.
Lupacchini, come riferito dal suo difensore, l'avvocato Ivano Iai, negli ultimi anni aveva ripetutamente segnalato al ministro della Giustizia e al procuratore generale diverse "disfunzioni" all'interno della Procura di Catanzaro. In particolar modo l'assenza, o quasi, del coordinamento info-operativo fra uffici a cui il pg è preposto per legge. L'avvocato Iai aveva chiesto di conoscere quali fossero stati i provvedimenti presi, ricevendo però, sia dalla Procura generale della Cassazione che dal ministero della Giustizia, un secco no. Come mai?
Cosa si nasconde dietro questo silenzio? Il "mutismo" di piazza Cavour e di via Arenula lascia spazio alle più disparate interpretazioni. Ad esempio che non sia criticabile, in questo momento storico, un certo modo di contrastare i fenomeni criminali di stampo associativo da parte della magistratura. Ma non solo. Se la Procura generale della Cassazione e il ministero della Giustizia "non rispondono" a un procuratore generale che ha denunciato criticità negli uffici alle proprie dipendenze, figuriamoci quale esito potranno avere le segnalazioni di mala giustizia di un semplice cittadino.
La severità del Csm verso Lupacchini ha poi pochi precedenti. Non si contano, infatti, i procuratori che esternano a ruota libera su tutto. E mai nessuno che abbia avuto alcuna contestazione. Un pg arrivò addirittura a definire "eversive" le indagini di un procuratore e venne scagionato dalla disciplinare del Csm.
Il trasferimento a mille chilometri da Catanzaro e la degradazione rappresentano un'onta per Lupacchini al termine di una carriera brillante. A luglio il magistrato romano dovrà lasciare la toga per raggiunti limiti di età. Uno smacco che rende dunque ancor più indigesto il provvedimento disciplinare. Il tempismo della decisione del Csm, che è arrivata nella serata di lunedì scorso, ha invece una risposta. Molto concreta. Fra 72 ore si terrà l'inaugurazione dell'anno giudiziario.
Dopo la cerimonia in Cassazione alla presenza del capo dello Stato si svolgeranno analoghe manifestazioni nei vari distretti di Corte d'Appello. Lupacchini, in qualità di procuratore generale, avrebbe dovuto prendere la parola per un intervento sullo stato della giustizia a Catanzaro. Con il rischio dell'incidente diplomatico con Gratteri.
Lo scorso anno Lupacchini tenne un intervento durissimo che fece storcere la bocca ai molti magistrati presenti. Evidenziò, dati alla mano, che Catanzaro era il distretto con il più alto numero di risarcimenti per ingiusta detenzione. Chissà cosa dirà invece chi lo sostituirà quest'anno.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 30 gennaio 2020
Processo ter. Autorizzata la registrazione integrale da parte di Radio Radicale. Nel giorno in cui entra nel vivo il processo Cucchi ter, con la testimonianza del capo della Squadra mobile di Roma Luigi Silipo che ha svolto le indagini sul depistaggio e sui falsi confezionati secondo l'accusa a vario titolo dagli otto carabinieri imputati, la giudice monocratica Giulia Cavallone ritorna sulla sua decisione di vietare ogni ripresa audio e video delle udienze e concede alla sola Radio Radicale l'autorizzazione alla registrazione integrale del dibattimento. Un processo che si presenta fin da subito imponente - con più di cento testi chiamati a deporre -, un'attenzione mediatica rilevante (dovuta anche all'imputazione del generale di brigata Alessandro Casarsa), e altrettanta pressione per metterlo in sordina.
Gli avvocati difensori hanno subito chiesto di distanziare maggiormente le udienze, lamentando un ritmo troppo serrato, ma la giudice ha tenuto duro: "Non posso trascinare il processo per anni". D'altronde, c'è voluto già quasi un decennio perché un pm - Giovanni Musarò - aprisse le indagini sulla coltre di silenzio che aveva seppellito la verità sulla morte del giovane geometra romano pestato da due dei militari che lo avevano arrestato il 15 ottobre 2009, condannati in primo grado nel novembre scorso per omicidio preterintenzionale.
Alla base degli insabbiamenti, secondo quanto riferito ieri in aula da Silipo, c'era fondamentalmente la preoccupazione di non infangare ulteriormente con il caso Cucchi "l'immagine dell'Arma, già sporcata dalla storia della tentata estorsione ai danni dell'allora governatore del Lazio". "Il ragazzo infatti - ha ricordato il capo della Squadra mobile citando tra l'altro varie conversazioni intercettate o registrate attraverso la radio di servizio - morì il 22 ottobre 2009 e il giorno dopo quattro carabinieri della Compagnia Roma Trionfale vennero arrestati per la vicenda Marrazzo". E naturalmente da parte dei militari coinvolti c'era il bisogno di proteggere se stessi, il proprio operato, l'immagine della caserma o del gruppo d'appartenenza.
Ecco perché, dopo la morte di Stefano, ai piantoni Gianluca Colicchio e Francesco Di Sano che erano di turno nella caserma di Tor Sapienza, dove Cucchi aveva passato la notte dolorante per le violenze subite, venne ordinato di correggere le annotazioni di servizio in modo da nascondere il reale stato di salute del giovane arrestato. Riferisce Silipo che durante alcune conversazioni registrate nel 2018 il luogotenente Colombo Labriola, all'epoca dei fatti comandante della stazione di Tor Sapienza, parlò a suo fratello di quelle correzioni definendole "sostanziali e non di forma".
E, ricordando che le modifiche vennero ordinate tramite mail dall'allora vice comandante del Gruppo Roma Francesco Cavallo, racconta di aver girato perfino un video per immortalare quelle mail. Materiale che poi spontaneamente consegnò ai poliziotti della Squadra mobile durante una perquisizione. Quelle mail, e quei video, confidò a suo fratello, "sono il mio salvavita".
di Carmelo Musumeci
agoravox.it, 30 gennaio 2020
"L'articolo 27 della Costituzione parla di pena, non di carcere. Noi abbiamo una tradizione centrata sul carcere, ma la Costituzione lascia un campo molto aperto e non è detto che il carcere sia sempre la pena più adeguata" (Presidente della Corte Costituzionale).
Suicidi, assistenza sanitaria disastrata, morti per cause non chiare, overdose, pestaggi, abusi, soprusi, sovraffollamento. Eppure nessuno ne parla, (o quasi, ma lo fanno in pochi) nessuno affronta il problema delle molte Guantanamo che ci sono in Italia. Non starebbe a me dire certe cose, io non ho la moralità e l'intelligenza dei nostri governati, politici, intellettuali e uomini di chiesa. Io sono un avanzo di galera, un delinquente, e per giunta pure ergastolano in liberazione condizionale, eppure sento il dovere di farlo lo stesso.
Tutti sanno che in Italia il carcere quando va bene è una fabbrica di stupidità umana e quando va male è una fabbrica di ingiustizia. È come se chi andasse all'ospedale morisse, invece di guarire. Il carcere così com'è produce carcere, si nutre di male per produrre altro male e nuovi detenuti. La privazione della libertà non dovrebbe essere considerata l'unica forma di pena, non lo dico io ma lo afferma l'attuale Presidente della Corte Costituzionale. Sì, è vero, il carcere, per qualsiasi classe politica e per qualsiasi governo, porta consensi e voti elettorali, ma sono consensi e voti che grondano sangue, morti e odio. Questa, a mio parere, non è più giustizia, è solo vendetta sociale, di uno Stato ingiusto che guadagna sulla sofferenza, sia delle vittime sia degli autori dei reati. Nei miei 29 anni di carcere ho capito che spesso i "buoni" fanno i criminali per nascondere di non essere buoni mentre i veri criminali fanno i forcaioli per continuare ad essere criminali.
Con il decreto di sicurezza bis si è andati a gettare benzina in fondo all'inferno. Ma proprio in fondo, nel girone più basso. Sembra che la società italiana davvero non voglia conoscere la verità sulle sue prigioni. Ai politici italiani non interessa sapere che le carceri scoppiano in tutta Italia, che i detenuti muoiono, che alcuni si tolgono la vita e che altri crepano psicologicamente. I politici, nella stragrande maggioranza, hanno dimenticato che anche i prigionieri sono uomini, e mai una parola o una riga sui 60.000 detenuti abbandonati a se stessi che vivono accatastati uno sopra l'altro. Vivere in questo modo toglie ogni rimorso per quello che si è fatto fuori.
I "muri" sono abbastanza alti da permettere di poter far finta di non vedere e udire la disperazione e le grida d'aiuto che vengono da dentro. Sembra che a nessuno importi sapere che nelle carceri italiane non c'è più spazio per vivere; che vivere uno sopra l'altro è una condanna aggiuntiva, una condanna moltiplicata dal punto di vista fisico, psichico, morale e sanitario; che il carcere in Italia non è solo il luogo dove vanno i delinquenti, (non tutti, quelli veri stanno fuori) ma è soprattutto la discarica sociale per gli emarginati, i diseredati, gli emigrati, i tossicodipendenti, i figli di un Dio minore, i ribelli. Basti pensare a Nicoletta Dosio, l'attivista No Tav di 73 anni, condannata a un anno di carcere dal tribunale di Torino, perché accusata insieme ad altri attivisti di aver aperto le sbarre di un casello autostradale durante una manifestazione di protesta.
di Nicolatta Dosio
Il Dubbio, 30 gennaio 2020
Ecco la lettera che Nicoletta Dosio ha inviato a "Potere al Popolo". La militante 74enne No Tav è in carcere dalla fine di dicembre del 2019 dopo la condanna a un anno, accusata insieme a altri attivisti di aver aperto le sbarre dei un casello autostradale durante una manifestazione di protesta.
"Carissime compagne e compagni, Eccomi a voi per un saluto, sia pure da lontano, dal mondo capovolto che da venti giorni mi tiene carcerata. "Carcerata", si, non "detenuta": "detenuta" è un eufemismo che non rende bene la realtà; lo stridere ferrigno delle chiavi che chiudono a doppia mandata il cancello della cella; i colpi di spranga della "battitura" alle inferriate, nelle ore più disparate del giorno e della notte, a prevenire evasioni impossibili; la convivenza forzata, a due a due, in cubicoli di due metri per quattro, il cui fine non è certo favorire la socialità, ma privarci di momenti indispensabili di solitudine, del silenzio buono che rigenera, che ti permette di riordinare i pensieri e i ricordi. Qui siamo come uccellini chiusi in gabbia, in una gabbia troppo stretta.
In questi luoghi, più che la violenza cieca dello stato che ci reprime (che pure esiste) colpisce la violenza subdola dei divieti immotivati, delle regole ad arbitrio, pesa la perdita della dimensione spazio- temporale e soprattutto, per chi come me è ancora nella sezione delle "nuove aggiunte" in stato di "media osservazione", la chiusura delle celle diciotto ore su ventiquattro. Eppure, nonostante tutto, la solidarietà tra recluse, magari un po' "petrosa", ma salda e immancabile, riesce a vincere anche la disumanizzazione del carcere: per tutte da parte di tutte, nei momenti bui, c'è la mano tesa, la parola che riesce a sdrammatizzare, il cibo offerto da cella a cella.
Certo, non sono questi i momenti delle grandi lotte per i diritti nelle carceri, eppure non riesce a prevalere la ' guerra tra poveri' su cui il sistema fonda da sempre il proprio dominio. Per questo, care compagne e compagni, sono serena e sperimento di persona, alla scuola del carcere, quanto da sempre andiamo teorizzando: che il carcere non è se non luogo di controllo sociale, di repressione contro gli ultimi, chi non ha voce e chi, individualmente e collettivamente si ribella; dunque da abolire.
Quest'esperienza conferma che le nostre ragioni sono giuste e che la guerra infinita contro gli errori umani e contro la natura non può portare se non alla catastrofe sociale e ambientale. Contro un sistema irriformabile non serve aspettare dalla delega la salvezza che non verrà: serve allargare il conflitto, senza farsi spaventare da un potere che, più che mai, è un gigante dai piedi d'argilla.
Mentre vi scrivo, si fa sera. La mia finestrella è in ombra, ma fuori i cortili sono inondati dal sole al tramonto. Anche il cemento, gli alberi polverosi addossati ai muri sembrano accarezzati da una precoce primavera. I passeri vanno e vengono dal davanzale oltre sbarre e reti, becchettano le briciole che riesco a spargere per loro.
Mi fanno compagnia i miei libri più cari, che sono riuscita a portare con me, e le centinaia di lettere che mi giungono ogni giorno: le guardo e sono felice perché vi sento tutte e tutti qui vicini, voi, la mia grande famiglia di lotta. E sento la profonda, emozionante verità che Rosa ci lascia in una sua lettera dal carcere di Wronke '... Rimanere umani significa gettare con gioia la propria vita nella grande bilancia del destino, quando è necessario farlo, ma nel contempo gioire di ogni giorno di sole e di ogni bella nuvola'. Questo il mio messaggio di saluto, con tenerezza.
di Rosaria Brancato
tempostretto.it, 30 gennaio 2020
Carmelo Marchese era stato trasferito nei giorni scorsi dal Paglierelli di Palermo al Madia. Le sue condizioni di salute non erano compatibili con il regime carcerario, ma in attesa che si svolgesse l'incidente probatorio richiesto dal suo difensore, è stato trovato morto nella sua cella nel carcere di Barcellona. Il cadavere di Carmelo Marchese è stato trovato lunedì poco dopo mezzogiorno, nel letto della sua cella e sarà l'autopsia a chiarire la causa della morte. Il detenuto messinese infatti soffriva di una serie di patologie, anche al cuore, aveva difficoltà respiratorie e assumeva farmaci.
Precarie condizioni di salute - Marchese era stato trasferito nei giorni scorsi da una comunità al carcere Pagliarelli di Palermo. Dopo la visita d'ingresso i medici avevano stabilito che viste le sue condizioni di salute sarebbe stato necessario il trasferimento in un carcere dotato di struttura sanitaria. Marchese quindi è stato portato a Barcellona. Nel frattempo il suo difensore, l'avvocato Giovanni Villari, aveva richiesto dapprima il ricovero in struttura adeguata e successivamente al rigetto dell'istanza aveva presentato richiesta di incidente probatorio (che avrebbe dovuto svolgersi la prossima settimana).
Ipotesi: omicidio colposo - Le condizioni di Marchese però evidentemente sono peggiorate e lunedì in tarda mattinata è stato trovato il suo corpo. La procura di Barcellona ha aperto un'inchiesta con l'ipotesi di omicidio colposo a carico di ignoti. La famiglia Marchese ha dato mandato all'avvocato Villari per la difesa. L'autopsia sarà eseguita dal medico legale Elvira Ventura Spagnolo mentre il perito per la difesa è il dottor Fabrizio Perri. Resta da accertare cosa sia accaduto e quando e quali siano le cause che hanno portato alla morte del deceduto.
di Emanuele Minca
Il Gazzettino, 30 gennaio 2020
Ancora bloccato il cantiere del nuovo istituto penitenziario da 300 posti del Friuli Occidentale, la cui costruzione è prevista a San Vito al Tagliamento: si attende il pronunciamento dei giudici del Consiglio di Stato. Un progetto che doveva essere ormai a buon punto nella sua realizzazione, ma che oggi è ancora fermo al palo.
Le ultime novità sul fronte giudiziario - perché è in tribunale che da mesi si sta decidendo il futuro del nuovo carcere - risalgono a metà novembre quando a Roma, al Consiglio di Stato, c'è stata l'udienza per il carcere sanvitese. Da allora non ci sono novità conferma il sindaco Antonio Di Bisceglie. Da quel pronunciamento si attende lo sblocco dell'iter per il ritorno delle ruspe nell'ex caserma Dall'Armi.
Decisione particolarmente attesa in municipio a San Vito, che fa riferimento al ricorso per ottemperanza promosso da Kostruttiva, impresa che aveva vinto la gara d'appalto indetta dal Provveditorato interregionale per le opere pubbliche del Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia. Il ricorso contro la sentenza del Consiglio di Stato, rovesciando il pronunciamento del Tar, aveva accolto la richiesta dell'impresa Pizzarotti, la quale aveva partecipato alla gara posizionandosi al secondo posto.
Il Consiglio di Stato ha deciso che l'opera andasse assegnata alla Pizzarotti: Kostruttiva ha quindi stoppato il cantiere che si era ormai insediato e aveva mosso i primi passi con l'operazione di bonifica dell'ex sito militare e aveva presentato il ricorso in ottemperanza per ottenere chiarezza in merito al pagamento dei lavori che ha eseguito prima del subentro. Al contempo, il Comune si era costituito in giudizio per far valere le proprie ragioni.
Il pronunciamento è molto atteso - spiega il sindaco - perché chiarirà il costo delle opere già realizzate dopo la posa della prima pietra e l'apertura del cantiere. Attendiamo la decisione dei giudici con l'auspicio che ripartano quanto prima i lavori di costruzione della struttura. L'iter della casa circondariale di San Vito era stato avviato il 18 dicembre 2013.
La spesa prevista è 25 milioni di euro circa, per un carcere innovativo da 300 posti. Anche il mondo della giustizia ha fatto sentire la propria voce affinché il carcere sanvitese venga costruito quanto prima. In particolare lo scorso settembre il procuratore Raffaele Tito, assieme al pm Federico Facchin, ha evidenziato al sindaco Antonio Di Bisceglie, in un incontro specifico che si è tenuto in tribunale, la necessità di una rapida realizzazione del nuovo carcere.
radiosienatv.it, 30 gennaio 2020
L'ha presentata la senatrice della Lega, Tiziana Nisini: "Da febbraio 2020 ulteriore peggioramento". "Ho rivolto al Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede un'interrogazione urgente per sapere come intenda rimediare agli evidenti problemi che ad oggi sono presenti presso la casa circondariale di Santo Spirito a Siena e all'evidente carenza di risorse umane in servizio", dichiara la senatrice della Lega e commissario provinciale di Siena, Tiziana Nisini.
"Poco tempo fa durante una visita presso la casa circondariale sono stata messa al corrente di questa angosciante situazione. Infatti, anche le organizzazioni sindacali della polizia penitenziaria senese hanno più volte manifestato sulla situazione di grave carenza di organico, dove l'ambiente lavorativo sta diventando incontrollabile, sia per il sovraccarico di lavoro a cui sono sottoposti gli agenti, sia per la carenza di organico in rapporto alla qualità e alla quantità dei servizi di polizia richiesti", continua Nisini.
"La cosa ancora più grave è che a partire dal mese di febbraio 2020 ci sarà un ulteriore peggioramento, in quanto le 3 unità inviate come supporto dal carcere di San Gimignano torneranno in sede. Negli ultimi due anni si sono perse 8 unità di personale di Polizia penitenziaria (erano 45 nel 2017 e sono 37 nel 2020) a causa di un mancato completamento del turnover. Ad oggi - evidenzia la senatrice - mancherebbero ancora un commissario, 4 ispettori, 3 sovrintendenti e 5 agenti assistenti e l'età media degli operatori di Polizia penitenziaria nel carcere di Siena va progressivamente aumentando.
Ci aspettiamo - in conclusione - che il Ministro possa rispondere nel più breve tempo possibile e dica come intenda rimediare all'evidente carenza di risorse umane e se ritenga urgente l'incremento del personale organico dell'istituto. Situazioni come questa sono analoghe nella maggior parte delle case circondariali italiane, il Ministro Bonafede non continui a fingere di non esserne a conoscenza".
superando.it, 30 gennaio 2020
Nato da una collaborazione tra la Fondazione Istituto Sacra Famiglia e l'Associazione In Opera della Casa di Reclusione di Milano-Opera, il bel progetto denominato "Legàmi in Opera", nel corso del quale le fragilità di ciascuno sono diventate occasioni di esperienza e vita comune, ha visto sette uomini con difficoltà cognitive medio-lievi realizzare alcuni strumenti musicali insieme a quindici detenuti, italiani e stranieri. L'iniziativa si ripeterà nella primavera prossima.
È nato da una collaborazione tra la Fondazione Istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone (Milano) e l'Associazione In Opera della Casa di Reclusione di Milano-Opera, il bel progetto denominato Legàmi in Opera, che ha visto sette uomini tra i 55 e i 70 anni, con difficoltà cognitive medio-lievi e un vissuto decennale in Sacra Famiglia, realizzare alcuni strumenti musicali insieme a quindici detenuti, italiani e stranieri, il più giovane dei quali di 23 anni, il più anziano di 65.
Durato tre mesi, il percorso si è strutturato attraverso una serie di incontri a cadenza settimanale e gli strumenti sono stati poi utilizzati durante il Recital di Natale della Fondazione Istituto Sacra Famiglia. Visto poi il grande successo ottenuto, il progetto si ripeterà nella primavera prossima.
"Siamo molto orgogliosi di avere partecipato a questo progetto - ha dichiarato alla rivista "Vita" Barbara Migliavacca, responsabile dell'iniziativa - nel corso del quale le fragilità di ciascuno sono diventate occasioni di esperienza e vita comune, l'iniziale "lontananza" tra persone con disabilità e carcerati è sparita, per fare spazio a canzoni, lavoro insieme e nuove amicizie. E così, mentre i detenuti hanno vissuto l'esperienza in maniera positiva, gli ospiti con disabilità sono riusciti, grazie all'aiuto di questi nuovi amici, a creare uno strumento musicale bello e vivo. Ne è nata un'esperienza unica e toccante e di questo non possiamo che ringraziare l'Associazione In Opera e il direttore della Casa di Reclusione Silvio Di Gregorio, per averci aiutato a realizzarla. Ogni barriera o prigione fisica, psichica e sociale può essere superata insieme nella solidarietà di un progetto comune".
Come leggiamo ancora nella rivista "Vita", "i detenuti, a seguito di questa esperienza hanno scritto diverse lettere, di cui uno stralcio recita: "Lo sguardo buono e il sorriso sincero di questi nuovi amici mi ha spiazzato. Prima di conoscerli avevo l'idea che fossero gravemente malati e che questo fatto costituisse un peso schiacciante. Con le mie parole "di prima" avrei detto che, senza nemmeno un processo, erano stati messi "all'ergastolo". E da un ergastolano ti aspetti volto cupo e pensieri oscuri. Invece...".
Gazzetta del Mezzogiorno, 30 gennaio 2020
In Sala Nervi, in Vaticano i partecipanti al progetto diocesano "Senza sbarre". I taralli andriesi, realizzati dai detenuti, direttamente nelle mani di Papa Francesco. Una delegazione con alcuni detenuti pugliesi accompagnati da don Riccardo Agresti ha fatto visita al pontefice nell'Aula Paolo VI, per l'udienza generale. Poi l'incontro in Sala Nervi. Il gruppo ha portato con sé taralli e pasta, i prodotti che realizzano artigianalmente con le loro mani nella masseria ad Andria, nell'ambito di "Senza sbarre": un progetto diocesano che è molto più di un reinserimento sociale di chi ha commesso un reato.
Al Papa lo ha fatto presente Matteo, un ragazzone che viene dal Senegal e che, per l'occasione, ha indossato il suo vestito migliore, il più elegante. Matteo parla anzitutto di "dignità" e "speranza". E lo fa in un italiano impeccabile, persino con qualche sfumatura in dialetto pugliese.
"Per Francesco - confida Matteo - ho preparato i taralli migliori e la pasta più buona! Ce l'ho messa tutta, e volete sapere perché? Il Papa ripete sempre ai potenti che nessuno deve essere scartato, sì, mai più una persona deve essere scartata". Matteo è il nome che il giovane senegalese ha scelto per sé al momento del battesimo in carcere, dove si è convertito.
Racconta che i suoi colleghi - "sono amici, anzitutto" - dopo una giornata di lavoro al pastificio "la sera rientrano in carcere o, comunque, a casa se sono agli arresti domiciliari". Non nasconde "la pesantezza" ma "non c'è da lamentarsi" ammette. Le parole "rassegnazione" e "scoraggiamento" non fanno parte del vocabolario dei protagonisti di "Senza sbarre", sostenuti dal vescovo di Andria, mons. Luigi Mansi. Con don Riccardo Agresti e don Vincenzo Giannelli c'è anche Giannicola Sinisi, magistrato della corte di appello di Bari. Ma soprattutto un agguerrito esercito di volontari.
Al gentile omaggio Papa Francesco ha risposto così: "Ragazzi che cosa non ho fatto per non stare nelle vostre condizioni. Mi raccomando non demordete, bisogna cambiare il mondo". Il progetto prevede la produzione di prodotti tipici pugliesi come pasta, taralli e olio che vengono interamente prodotti dai detenuti nella masseria San Vittore. "Un grazie speciale - racconta don Riccardo Agresti - va al tribunale di sorveglianza di Bari che ha permesso ai detenuti di fare quest'esperienza".
di Daniele Fiori
Il Fatto Quotidiano, 30 gennaio 2020
"Così l'arte abbatte i pregiudizi e dà una speranza". Il 10 febbraio il convegno/spettacolo in cui interverranno alcuni direttori di istituto, operatori e detenuti. Il deputato Raffaele Bruno racconta la sua esperienza e la mozione presentata per chiedere al governo di "istituzionalizzare" il teatro all'interno delle carceri.
Uno spettacolo di musica e teatro, un "rito di improvvisazione che abbatte distanze e pregiudizi". Ma anche una via per ribadire quanto scritto all'articolo 27 della Costituzione, dove si riconosce la funzione rieducativa del carcere. Questo è "Gli Ultimi saranno": musicisti e attori che si uniscono ai detenuti e tramite l'arte consentono loro di condividere storie di vita, speranze e difficoltà. Un'iniziativa diretta da Raffaele Bruno, deputato del M5s, con lo scopo di accendere un faro su tutte le associazioni e i laboratori teatrali che quotidianamente operano nelle carceri, affinché abbiano maggiori tutele e sostegno.
Dopo 20 eventi realizzati in 15 diverse strutture, il convegno/spettacolo è pronto il prossimo 10 febbraio a fare il suo esordio alla Camera, alle ore 16 nella Nuova Aula dei gruppi parlamentari. "Se una società è una comunità, bisogna stare dalla parte degli ultimi", spiega Bruno a ilfattoquotidiano.it. Tramite questo progetto, racconta, "ho voluto toccare con mano la realtà delle carceri in Italia, per 'sentirè quello che occorre fare", convinto della necessità di "un impegno delle istituzioni per dare una nuova prospettiva" ai detenuti.
Durante gli spettacoli "creiamo un'empatia, un ponte tra il dentro e il fuori che aiuta a sciogliere un po' della tensione che si crea in una realtà difficile come quella delle carceri", racconta uno degli artisti coinvolti, Maurizio Capone.
Dagli spettacoli infatti è nata una mozione che verrà discussa alla Camera, a partire da inizio marzo, per chiedere al Governo di "supportare le amministrazioni penitenziarie nell'organizzazione di progetti con finalità culturali, concentrandosi in particolare sui laboratori teatrali", con la prospettiva di definire un quadro normativo per gli operatori all'interno delle carceri e rendere il teatro "parte integrante delle strutture".
La mozione, di cui Bruno è primo firmatario, chiede infine "una mappatura dei diversi progetti" per verificare le correlazioni con il tasso di recidiva dei detenuti, nella convinzione che "l'arte ha un valore enorme" nel ridare speranza "a una persona che non è rinchiusa in un pozzo ma prima o poi uscirà dal carcere".
Il 10 febbraio a Montecitorio, oltre allo spettacolo, interverranno alcuni direttori di istituto, operatori e detenuti per raccontare "il senso di trasporto e condivisione che si vive durante i nostri eventi", racconta sempre Bruno. Il primo fu ad Aversa, a dicembre 2018. Tra gli artisti di "Gli Ultimi saranno" ci sono Federica Palo, Maurizio Capone, Luk (Enzo Colursi) e Blindur (Massimo De Vita).
I loro spettacoli nascono dalla collaborazione con i laboratori teatrali e ricreativi presenti nelle strutture carcerarie: sono "una scintilla", racconta Capone a ilfattoquotidiano.it, "coinvolgiamo i detenuti senza usare la retorica o la morale, ma con la creatività: così gli facciamo sentire esseri umani, con i loro nomi e cognomi". Non hanno lo scopo di fare uno spettacolo in carcere: "Siamo tutti sul palco, gli facciamo capire che siamo lì per stare insieme e interveniamo nelle loro performance per dargli sicurezza e tranquillità".
Capone sottolinea come tramite la musica e il teatro i detenuti "sentano di nuovo la fiducia e vedano uno spiraglio, una speranza verso una nuova prospettiva per la loro vita". In questo modo, aggiunge, " riusciamo ad avvicinarci molto di più a loro". Un aspetto sottolineato anche dal deputato Bruno che racconta come dalle esperienze nelle carceri siano nate anche altre due iniziative.
"A Salerno, ad esempio, un agente penitenziario ha raccontato il problema dei figli dei detenuti che non avevano la possibilità di giustificare le loro assenze a scuola per fare visita alla madre o al padre in carcere". Da quella denuncia è nata una circolare emanata dal Miur lo scorso ottobre proprio sulla deroga per le assenze dei figli di detenuti in visita ai genitori. Un'altra iniziativa - "Dona un libro" - è nata su proposta del presidente della Camera, Roberto Fico: una campagna di raccolta e distribuzione di libri con dedica destinati alle biblioteche carcerarie.
L'obiettivo finale, spiega Bruno, è far capire che "il carcere ci riguarda e i detenuti fanno parte della nostra comunità". Un concetto che Capone cerca di trasmettere anche tramite la sua arte: con il suo gruppo musicale, i Capone & BungtBangt, suona utilizzando solo strumenti fatti con materiali riciclati. Per spiegare che "niente e nessuno è un rifiuto", Capone porta sempre con sé nelle carceri l'esempio del suo"bidet", ovvero un bidone usato come djembe. Il "bidet" è perfino salito sul palco di Sanremo nel 2007, accompagnando Daniele Silvestri nella sua "La paranza".
"Un rifiuto che stava per essere buttato è finito in televisione, davanti a milioni di persone. Lo uso per raccontare che anche se si proviene dalla strada, si può arrivare in alto", racconta Capone. Che il 10 febbraio alla Camera porterà anche altri strumenti, frutto di anni di studio e ricerca "nati da una motivazione artistica, ma anche ambientale e sociale". Ci saranno la "scopa elettrica", i "bongattoli"(bonghetti fatti con i barattoli), la "Cuicattola" (una Cuica fatta con un barattolo di pomodoro e bacchette cinesi) che è "simbolo della bellezza del melting pot".
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