cuneocronaca.it, 30 gennaio 2020
Si svolgerà sabato 8 febbraio, dalle 9 alle 13, presso la Sala San Giovani di via Roma 4 a Cuneo, l'incontro-dibattito dal titolo "Quale giustizia per quale società: giustizia riparativa, inclusione e percorsi di riconciliazione", con gli interventi di Luciano Violante, presidente emerito della Camera dei Deputati, e Claudio Sarzotti, professore ordinario di Sociologia del diritto all'Università di Torino.
L'incontro è organizzato dal progetto Comuni-care: diversi enti pubblici (Uiepe Torino, Uepe Cuneo, Città e Provincia di Cuneo, Comune di Torino, e Garante diritti persone private della libertà della città di Torino), insieme a un raggruppamento di soggetti del Terzo settore (coordinato dalla Cooperativa Animazione Valdocco e tra cui figurano la Cooperativa Sociale Emmanuele di Cuneo e la Compagnia Iniziative sociali di Alba), stanno realizzando percorsi di giustizia riparativa che prevedono attività di riflessione critica e di restituzione (volontariato e lavori di pubblica utilità) da parte degli autori di reato. Comuni-care, in quanto progetto di giustizia di comunità, guarda anche all'orizzonte della riconciliazione che può dirsi pienamente compiuta solamente se sappiamo creare, nelle nostre comunità, luoghi di incontro e mediazione tra autori di reato e società tutta.
L'incontro intende dunque stimolare una riflessione sul ruolo della società civile e dei cittadini nel superare le visioni stereotipate e le stigmatizzazioni degli autori di reato, in genere separati dalla società, e sul capitale relazionale della comunità, risorsa cruciale per la realizzazione di veri percorsi di inclusione sociale. Per informazioni:
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 30 gennaio 2020
Dopo gli istituti penitenziari di Milano Opera, Sondrio, Cremona e il minorile Beccaria, il Percorso dei 5 sensi, progetto promosso da Regione Lombardia, ha raggiunto mercoledì 29 la Casa circondariale di Bergamo. L'iniziativa, finanziata con le risorse del Fondo Sociale Europeo e realizzata di concerto con il Provveditorato Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria e il Centro per la Giustizia Minorile di Milano, intende far conoscere alla cittadinanza e alle amministrazioni locali il mondo delle carceri, mostrando alcune tra le più rilevanti attività organizzate da enti pubblici e del terzo settore.
Un itinerario esperienziale che illustra le varie attività associandole ai cinque sensi. Così la "vista" è collegata al percorso artistico-teatrale, l'"udito" a esperienze musicali, il "gusto" alle iniziative gastronomiche, di panificazione e pasticceria, il "tatto" ai lavori manuali, l'"olfatto" alle attività vivaistiche.
In programma mercoledì, nella cCsa circondariale di Bergamo, proiezione del documentario realizzato da ABCittà e Formattart "Un assaggio di prossimità: territorio tra il dentro e il fuori" e animazione teatrale a cura dell'Associazione il Piroscafo.
Intervengono Adriana Lorenzi, direttrice editoriale di Spazio Diario Aperto dalla prigione, Ivo Lizzola, docente di Pedagogia sociale e della marginalità all'Università di Bergamo, Silvia Piani, assessore regionale alle Politiche per la Famiglia, Genitorialità e Pari Opportunità di Regione Lombardia. Prossima e ultima tappa del Percorso 5 sensi il 4 febbraio nella casa circondariale di Vigevano.
csvlombardia.it, 30 gennaio 2020
Csv Bergamo e la Casa Circondariale di Bergamo, in collaborazione con l'Associazione Carcere-Territorio, con la Diocesi di Bergamo e con la supervisione dell'Università degli Studi di Bergamo, organizzano una serata di presentazione del percorso di formazione per volontari in carcere, in programma per giovedì 30 gennaio 2020 alle 17.30 nella sede di Csv Bergamo, in via Longuelo 83.
Il percorso di formazione, in partenza a marzo 2020 e della durata di 8 incontri, si rivolge alle persone desiderose di intraprendere un'esperienza di volontariato in carcere, oltre che ai volontari già impegnati nelle attività della Casa Circondariale di Bergamo. Gli incontri introdurranno i partecipanti all'esperienza dell'esecuzione penale, permettendo loro di conoscere questo mondo, le persone in esso coinvolte, i ruoli e le funzioni, il disegno delle normative e delle pratiche trattamentali e le recenti riflessioni sulla giustizia.
Il corso alternerà momenti di conoscenza, incontro e visita con le realtà dell'esecuzione penale (carceraria e non solo) a momenti di riflessione ed approfondimento. Ai partecipanti saranno forniti materiali, documentazioni e indicazioni in merito a incontri di approfondimento e confronto sul territorio lombardo.
La partecipazione al corso è gratuita e le sedi del percorso saranno la Casa Circondariale di Bergamo, il Csv Bergamo e i luoghi dell'esecuzione penale esterna. Per partecipare è richiesta una lettera di motivazione da inviare entro il 21 febbraio 2020 e i partecipanti ammessi saranno al massimo 35. Per informazioni e candidature scrivere a
di Fabrizio Moscato
Left, 30 gennaio 2020
La democrazia si fonda sul principio di uguaglianza, cioè sul riconoscimento a ognuno di uguali diritti e doveri. Tuttavia questa enunciazione formale non determina una reale parità fra cittadini per l'intervento di altri elementi ostativi, come il diverso ceto di provenienza. È evidente infatti come a fronte di un diritto uguale per tutti, possano intervenire fattori esterni capaci di condizionarne il godimento: così laddove è riconosciuto formalmente a tutti il diritto allo studio, sussistono differenze nelle reali possibilità di goderne in uguale misura tra chi ha un reddito o un patrimonio tale da poter impegnare tempo e risorse nella propria formazione e chi invece questa possibilità non ce l'ha, stretto dalla necessità di percepire un reddito o alleggerire il peso del proprio sostentamento sulle spalle della famiglia di provenienza.
Si tratta di una condizione che era ben presente ai membri dell'Assemblea costituente, che dopo aver enunciato il principio di uguaglianza quale cardine su cui si fondava la nuova Repubblica, avevano previsto anche un impegno pratico, un compito concreto cui lo Stato era chiamato, nella seconda parte dell'art. 3: "È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese".
Eppure in Europa e negli Stati Uniti il mito della crescita infinita e della mobilità sociale aveva illuso molti, nel trentennio successivo al secondo dopoguerra, definito "glorioso" dall'economista francese Thomas Piketty, che tali discrepanze sarebbero state gradualmente diminuite, fino ad essere assorbite dalla progressiva crescita sociale dei ceti più deboli, con i figli destinati a guadagnare una qualità della vita migliore di quella dei propri genitori. In Italia in particolare, con il boom economico, molti pensarono che il conflitto fra classi sociali sarebbe stato sedato dal progressivo miglioramento delle condizioni di vita delle classi lavoratrici.
Un mito, quello della crescita infinita, che si scontra con le ripetute crisi finanziarie globali: difficile ipotizzare che sia un caso che i "gloriosi trent'anni" di cui parla Piketty terminino quasi in perfetta coincidenza con la crisi inflazionistica del 1974, dovuta all'aumento del prezzo del petrolio.
D'altronde anche un rapporto Unicef del 2014 dimostrava come la crisi economica del 2008 avesse determinato nei cosiddetti "Paesi ricchi", una diminuzione del benessere dei bambini rispetto a quelli della generazione precedente. I numeri dunque restituiscono l'immagine di un sistema non solo incapace di creare ricchezza continua, ma anche inefficiente quando si tratta di distribuire la stessa all'interno dei singoli sistemi-Paese.
I dati raccolti da Istat e Ocse circa la mobilità sociale in Italia non sono confortanti: l'elasticità di guadagno intergenerazionale, cioè la possibilità che i figli guadagnino quanto i propri genitori, risulta molto elevata, tanto che passare da una fascia di reddito bassa ad una media potrebbe rendere necessario l'impiego di cinque generazioni nel corso di cento anni. Uno studio degli economisti Guglielmo Barone e Sauro Moccetti, pubblicato sul sito della Banca d'Italia, descrive una situazione ancora più cristallizzata: prendendo in esame i dati disponibili per la città di Firenze sin dal 1427, i patrimoni familiari sarebbero pressoché invariati da addirittura seicento anni, circa venti generazioni, con una certa tendenza di avvocati, banchieri, medici, farmacisti e orafi ad avere discendenti che praticano il loro stesso mestiere, l'accesso al quale è invece più difficile per discendenti di famiglie collocate in un ceto sociale più basso.
Questa scarsa mobilità sociale incide negativamente non solo sulla democrazia reale, impedendo di fatto che tutti godano effettivamente dei diritti garantiti dalle costituzioni democratiche, ma anche sul sistema economico, limitando fortemente la possibilità di elementi validi ma di estrazione sociale medio bassa, di ricoprire ruoli nei quali sarebbe maggiore l'apporto garantito al progresso collettivo: un fenomeno che finisce per frenare lo sviluppo quasi in ogni campo e che si pone in totale opposizione a quel "pieno sviluppo della persona umana " cui ogni sistema dovrebbe tendere.
Anche nel campo della cultura e della creatività c'è chi lancia l'allarme: Tiziano Bonini, autore radiofonico, scrittore e ricercatore in Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso il dipartimento di Scienze sociali, politiche e cognitive dell'Università di Siena, ha denunciato la presenza di "una classe che continua a produrre simboli, rappresentazioni del mondo, opinioni, narrazioni e una classe che le consuma, senza avere accesso ai mezzi di produzione".
E quale sarebbe l'elemento distintivo fra queste due categorie? Ancora una volta la provenienza da famiglie che vivono in zone urbane, colte e con maggiore disponibilità economica, che permette ai più ricchi di formarsi, fare esperienze all'estero, partecipare a stage non retribuiti presso industrie culturali (case editrici, giornali, radio, tv) e rende la cosiddetta "gavetta" non più solo un dovere, ma un vero privilegio che, come tale, è riservato a pochi.
Questo aspetto non dovrebbe essere sottovalutato dalle forze progressiste che dichiarano di volersi far carico dell'elevazione morale e materiale della "working class", contrapponendo al privilegio la meritocrazia, invocata quale panacea di tutti i mali. È evidente infatti come, sebbene la meritocrazia rappresenti un valore irrinunciabile, essa si riveli un grande inganno se chi misura l'ordine di arrivo non ha vigilato che le condizioni di partenza siano state le stesse per tutti.
Se studiare è più facile per chi proviene dai ceti più abbienti, è facilmente prevedibile chi sarà ad ottenere i risultati migliori, in minor tempo, presso istituti di maggior prestigio. In Italia fu proprio il primo segretario del neonato Partito democratico, Walter Veltroni, a denunciare in apertura di un congresso la "rottura dell'ascensore sociale": peccato che poi le scelte politiche dei i governi sostenuti dal Pd non abbiano mai dato in merito segni di sostanziale discontinuità rispetto alla destra, con la suddivisione fra chi ha maggiori possibilità di successo e chi non le ha che non è stata nemmeno scalfita.
Un aspetto che sembra permeare la vita di ognuno sin dai primissimi passi, come dimostra l'episodio che ha visto la scuola elementare IC di Via Trionfale a Roma presentare il proprio istituto dividendo in distinte classi sociali i bambini che frequentano le diverse sezioni, descrivendo quali siano quelle frequentate da professionisti e quali quelle con una maggiore presenza di bambini appartenenti a famiglie immigrate.
Tutto ciò contribuisce a costruire una visione della società, dei modelli economici e della convivenza, imperniata sull'assunto che il successo rappresenti di per sé un elemento meritocratico, senza alcun riguardo verso le difficoltà che le classi svantaggiate devono affrontare per arrivare allo stesso punto sul traguardo, con una distorsione della realtà che arriva ad imputare l'insuccesso come una responsabilità di chi non ce la fa, non è competitivo, è incapace di adeguarsi agli standard richiesti o non ha voluto investire su sé stesso, anche quando, semplicemente, non era nelle condizioni di poterlo fare.
Ripartire dal riconoscimento delle diverse condizioni di partenza e impegnarsi nella rimozione degli ostacoli reali che incontra chi non proviene da una famiglia agiata, colta, in grado di sostenere ogni legittima aspirazione di miglioramento, è il dovere principale di chiunque oggi voglia rappresentare le istanze progressiste: per essere di sinistra non basta richiamarsi a valori come tolleranza e accoglienza, se non si comprende che sono figlie di questa visione anche le aberrazioni che spingono a vedere nella povertà una colpa, producendo ordinanze che vietano l'accattonaggio o multano chi rovista nei cassonetti, come se chi è costretto a farlo fosse nelle condizioni di poter pagare la propria indigenza.
Non mettere questo aspetto al centro della propria azione politica sarebbe invece funzionale soltanto a chi trae vantaggio dalle disuguaglianze, per speculazioni economiche o politiche, fondate sulla stigmatizzazione di chi rimane indietro che, nel migliore dei casi approdano a soluzioni assistenzialistiche che poco si discostano concettualmente dall'elemosina del ricco verso il povero, mentre nel peggiore finiscono con la demonizzazione di chi non ha nulla, vissuto come una minaccia per chi invece ha una posizione privilegiata, fosse anche di pochissimo.
Rinunciare al contributo di quanti, per origini o vissuto, a parità di talento sarebbero in grado di garantire un approccio meno conforme alle cose e portare una sensibilità arricchita da un'esperienza diversa, sarebbe una responsabilità gravissima per chiunque creda ancora nell'idea di progresso collettivo e democrazia. Una responsabilità che, al netto di ogni valutazione legata al concetto stesso di giustizia sociale, non possiamo più evitare di assumerci.
di Arturo di Corinto
Il Manifesto, 30 gennaio 2020
Offrire in pasto a sistemi di intelligenza artificiale i dati che produciamo ci espone a un potere incontrollabile. Le istituzioni però possono guidare lo sviluppo di politiche efficaci per impedirlo senza bloccare l'innovazione tecnologica. La privacy è l'altra faccia della cybersecurity. Però mentre la privacy è un diritto fondamentale dell'Unione Europea, la cybersecurity è ancora sottovalutata.
Eppure, in un mondo in cui ogni comportamento viene datificato diventando un dato digitale, proteggere quei dati che rimandano ai comportamenti quotidiani è cruciale proprio per la loro capacità di spiegare i comportamenti passati e di predire quelli futuri. Se non riusciamo a proteggere i dati che ci definiscono come cittadini, elettori, lavoratori, e vicini di casa, potremmo essere esposti a un potere incontrollabile, quello della sorveglianza di massa, della manipolazione politica e della persuasione commerciale.
Privacy e cybersecurity sono la precondizione per esercitare il diritto alla libertà d'opinione, d'associazione, di movimento e altri diritti altrettanto importanti.
Perciò pensare alla sicurezza informatica dei nostri dati come a un diritto umano fondamentale non dovrebbe sembrare eccessivo. In fondo è questo il ragionamento che fanno gli studiosi che in questi giorni hanno criticato l'Unione Europea per come sta gestendo i fondi per l'intelligenza artificiale.
Due ricercatori, Daniel Leufer e Fieke Jansen, citano l'esempio iBorderCtrl, un progetto finanziato dal programma europeo Horizon 2020 e che mira a creare un sistema automatizzato di sicurezza delle frontiere basato sulla tecnologia di riconoscimento facciale e sulla misurazione delle micro-espressioni per rilevare falsi e bugie. L'Ue ha speso 4,5 milioni di euro per un progetto che "rileva" se chi entra in Europa sta mentendo o meno ponendo loro 13 domande davanti a una webcam.
Nella comunità scientifica non c'è però nessuna certezza che le emozioni umane possano essere dedotte in modo affidabile dall'analisi biometrica. Un altro esempio di AI discutibile finanziata da Horizon 2020 è il progetto SEWA. Ha ricevuto 3,6 milioni di euro per sviluppare una tecnologia in grado di leggere le profondità dei sentimenti umani per commercializzare in modo efficace i prodotti da vendere ai consumatori utilizzando un "motore di annunci" basato sulla raccomandazione, cioè su dettagliati profili relativi a emozioni e comportamenti d'acquisto.
È accettabile sviluppare una tecnologia che sfrutti gli stati emotivi delle persone per fini commerciali? Nel white paper europeo sulla regolamentazione dell'IA trapelato due settimane fa, ci sono piani per investire ulteriormente in "servizi di intelligenza artificiale basati su cloud mirati", "offrire programmi leader a livello mondiale nell'intelligenza artificiale" e garantire "l'accesso finanziario agli innovatori dell'intelligenza artificiale". Queste intenzioni fanno a pugni con la protezione promessa ai cittadini europei di fronte all'invasività delle tecniche di intelligenza artificiale.
La Commissione è attualmente incerta se introdurre o meno un divieto di 3-5 anni sul riconoscimento facciale: da un lato, tale divieto introduce un principio di precauzione, per evitare futuri abusi, ma dall'altro teme che un divieto "potrebbe ostacolarne lo sviluppo e l'adozione".
Una risposta a questi dilemmi potrebbe essere data dall'impegno dichiarato della Commissione nei confronti dell'IA affidabile o "trustworthy AI", attraverso le Linee guida etiche per l'IA e il famoso "Regolamento AI" promesso per i 100 giorni della neonata Commissione. Gli appalti pubblici hanno infatti un enorme potenziale per promuovere lo sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale "affidabili" che rispettino i diritti umani, aderiscano alle linee guida etiche e promuovano lo sviluppo umano. Basta volerlo.
di Mons. Vincenzo Paglia
Il Riformista, 30 gennaio 2020
L'orizzonte che abbiamo davanti è quello di un cambiamento d'epoca, come ama dire papa Francesco, al cui interno assistiamo a una rivoluzione tecnica permanente. Non mancano studi che continuano ad avvertirci, preoccupati per il futuro della società. Non ci troviamo di fronte a un nuovo capitalismo? Il "capitalismo della sorveglianza"? I capitalisti della sorveglianza sanno tutto di noi, mentre per noi è impossibile sapere quello che fanno. Come si può intuire è urgente comprendere quanto sta avvenendo già sotto i nostri occhi: dobbiamo aprirli meglio, non rassegnarci all'inevitabile, al contrario intervenire perché la stella polare resti sempre la centralità della persona e della intera famiglia umana. Non dobbiamo dimenticare che - senza un'adeguata attenzione - le disuguaglianze che si produrrebbero sarebbero ben più gravi e drammatiche di quelle prodotte da una globalizzazione selvaggia del mercato.
La tecnologia oggi - Quali sono le caratteristiche della tecnologia, oggi? Nel suo cammino l'umanità ha visto molti profondi cambiamenti che hanno modificato sia le sue conoscenze sull'universo, sia la propria posizione nel mondo. L'uomo si è trovato sospinto sempre più verso regioni periferiche: con Copernico il nostro pianeta ha perso la sua posizione centrale nel sistema solare; con Darwin la specie umana è stata inscritta nella concatenazione evolutiva delle altre specie animali; con Freud l'Io ha scoperto che quel controllo totale che credeva di avere sulle proprie facoltà era illusorio, si trova in realtà sottomesso a spinte inconsce che influiscono su decisioni e comportamenti. Ognuno di questi passaggi ha comportato non solo trasformazioni sul modo di comprendere la realtà fisica, biologica o psichica, ma anche una nuova comprensione di se stesso o, come dicono i filosofi, una nuova auto-comprensione. Anche la storia della tecnica ha conosciuto vere e proprie rivoluzioni. Pensiamo al campo dell'energia: con la macchina a vapore e poi con l'elettricità si sono prodotti profondi cambiamenti nel modo di vivere e di lavorare dell'intera umanità.
Ognuna di queste rivoluzioni ci ha sollecitato a ripensare il concetto stesso di unicità dell'essere umano con nuove categorie. Le tecnologie dell'informazione (ICT), inoltre, non sono solo strumenti; esse trasformano il nostro modo stesso di vivere. Se poi si lascia spazio alle cosiddette "tecnologie emergenti e convergenti" (nanotecnologie, biotecnologie, scienze cognitive...), si comprende ancor più la forza della tecnica nella trasformazione del vissuto umano. La comprensione di noi stessi che va affermandosi pone l'accento sulla centralità dell'informazione: la persona umana è un "organismo informazionale" (inforg), reciprocamente connesso con altri organismi simili ed è parte di un ambiente informazionale (l'infosfera), che condividiamo con altri agenti, naturali e artificiali, che processano informazioni in modo logico e autonomo. Nella realtà "iperconnessa" nella quale siamo immersi non ha più neanche senso porre la domanda se si è online o offline, perché attraverso la molteplicità di dispositivi con cui interagiamo e che interagiscono tra loro, spesso a nostra insaputa, sarebbe più corretto dire che siamo onlife: un neologismo che alcuni pensatori usano per dire l'inestricabile intreccio tra vita umana e universo digitale.
Quale etica? - All'interno di questo scenario, quale etica dobbiamo sviluppare per avere un impatto reale sulla tecnologia? È una domanda che richiede anzitutto una chiarezza di linguaggio. A partire dalla cosiddetta "Intelligenza artificiale". Dobbiamo stare attenti alla terminologia. Papa Francesco nel discorso tenuto all'ultima Assemblea generale della Pontificia Accademia per la Vita sulla roboetica (2019) diceva a tale proposito: "La denominazione "intelligenza artificiale", pur certamente di effetto, può rischiare di essere fuorviante. I termini occultano il fatto che - a dispetto dell'utile assolvimento di compiti servili (è il significato originario del termine "robot") -, gli automatismi funzionali rimangono qualitativamente distanti dalle prerogative umane del sapere e dell'agire.
E pertanto possono diventare socialmente pericolosi. È del resto già reale il rischio che l'uomo venga tecnologizzato, invece che la tecnica umanizzata: a cosiddette "macchine intelligenti" vengono frettolosamente attribuite capacità che sono propriamente umane. Dobbiamo comprendere meglio che cosa significano, in questo contesto, l'intelligenza, la coscienza, l'emotività, l'intenzionalità affettiva e l'autonomia dell'agire morale. I dispositivi artificiali che simulano capacità umane, in realtà, sono privi di qualità umana. Occorre tenerne conto per orientare la regolamentazione del loro impiego, e la ricerca stessa, verso una interazione costruttiva ed equa tra gli esseri umani e le più recenti versioni di macchine".
In effetti questi dispositivi computazionali sono privi di corpo; sono fondamentalmente delle macchine calcolatrici che si limitano a elaborare flussi informativi astratti. E anche nel caso in cui siano munite di sensori, lavorano riducendo certi aspetti del reale a codici binari, escludendo un'infinità di dimensioni che invece la nostra sensibilità coglie e che sfuggono ai principi di una modellizzazione matematica. Quindi questo linguaggio amputa e distorce ciò che è presupposto al processo dell'intelligenza, il quale è inseparabile dalla sua tensione all'apprendimento multisensoriale e non sistematizzabile dell'ambiente esterno: "per dirla semplicemente: cervello e corpo sono nella stessa barca e insieme rendono possibile la mente" (A. Damasio, Lo strano ordine delle cose, Milano 2018, p.274).
di Grazia Longo
La Stampa, 30 gennaio 2020
L'ipotesi del pagamento di una cifra forfettaria. In Italia si stimano 700 mila irregolari. Il pressing dei vescovi. Via libera a una sanatoria per gli immigrati clandestini che hanno un'occupazione regolare. L'apertura arriva dalla ministra dell'Interno Luciana Lamorgese: "Il governo si è impegnato con un ordine del giorno a valutare un provvedimento che consenta la regolarizzazione degli stranieri con un contratto di lavoro dietro il pagamento di una cifra forfettaria".
Sul provvedimento straordinario annunciato dalla titolare del Viminale interviene Riccardo Magi, esponente dei Radicali e deputato di +Europa che pur esprimendo soddisfazione per la sanatoria si augura un intervento più strutturato e duraturo. Si riferisce alla proposta di legge d'iniziativa popolare "Ero straniero", di cui è relatore, in discussione in Commissione affari costituzionali alla Camera.
"Le sanatorie sono importanti - precisa Magi - e nel nostro Paese ce ne sono già state altre, anche a firma di un governo di centrodestra, tanto che tra il 2002 e il 2012, dal governo Berlusconi a quello Monti, è stato messo in regola quasi 1 milione di clandestini". Ma l'auspicio, più a lungo termine, è quello di una riforma strutturale, organica e definitiva. "La nuova legge ruota intorno ai due perni - precisa Magi. Il primo è una riforma della Bossi-Fini in modo che possano essere consentiti ingressi di immigrati in base al fabbisogno lavoro del nostro Paese. Si punta, in altre parole, a un permesso di soggiorno temporaneo per poter cercare un'occupazione. Il secondo obiettivo riguarda invece la possibilità di regolarizzare chi già vive e lavora in Italia".
Nel complesso sono circa 700 mila gli extracomunitari irregolari, molti dei quali hanno già un lavoro. "L'emersione di questi lavoratori risponderebbe alle esigenze del sistema produttivo italiano e porterebbe notevoli risorse in termini di gettito fiscale e contributivo. Nessuno Stato democratico può consentirsi di avere nel proprio Paese così tante persone che sono dei fantasmi e degli irregolari, e che, magari, hanno un datore di lavoro pronto ad assumerli domani.
I benefici per la collettività quindi sarebbero molteplici, anche in termini di maggiore sicurezza per tutti". I segnali Del resto anche dal mondo produttivo arrivano segnali positivi in questa direzione. "Due esempi chiarificatori sono rappresentati dall'Assindatcolf, l'associazione sindacale dei datori di lavoro domestici e Number one logistica, azienda leader nel trasporto merci: entrambi contano molto sulla prestazione professionale degli immigrati".
Dai dati Assindatcolf, tanto per capirci meglio, emerge che tra il 2020 e il 2025 in Italia avremo bisogno di 60 mila nuovi ingressi di lavoratori extracomunitari nel settore domestico. Mentre oggi si registra che questi ultimi sono il 67,7 per cento del totale della forza lavoro straniera impiegata, che a sua volta pesa per il 70 per cento sul totale degli addetti. L'iter affinché la proposta di legge "Ero straniero" diventi realtà è però ancora lungo, perché deve essere terminato il ciclo di audizioni, poi ci sarà la fase del testo base ma soprattutto occorre la volontà politica.
Intanto anche il presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, insiste sull'importanza dell'integrazione: "Gli immigrati che non sanno dove andare e cosa fare, diventando facile preda dello sfruttamento e della criminalità. E, purtroppo, gli ultimi interventi legislativi non sembrano sufficienti a ridurre tale cifra. Non basta quindi accoglierli ma occorre integrarli realmente".
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 30 gennaio 2020
7Il medico di Lampedusa eletto all'europarlamento nelle liste del Partito democratico contro l'accordo con Tripoli. "Sui corpi delle persone fuggite da quel paese ho visto i segni di sofferenze immani". Tra 72 ore il memorandum tra Roma e Tripoli sul contenimento dei flussi migratori sarà prorogato per altri tre anni. Finora senza alcuna modifica, nonostante le promesse dei mesi precedenti.
"Tutto questo è inaccettabile e disumano", dice Pietro Bartolo, medico di Lampedusa dal 1992 al 2019, eletto all'europarlamento nelle liste del Pd come candidato più votato nella circoscrizione insulare. Il memorandum d'intesa fu siglato a febbraio 2017 dall'allora premier Paolo Gentiloni e dal primo ministro del governo di riconciliazione nazionale libico al-Serraj. Ministro dell'Interno era Marco Minniti. Gli accordi garantiscono sostegno economico, tecnologico, formativo e di mezzi alla cosiddetta Guardia costiera libica, al centro di inchieste giornalistiche e segnalazioni da parte di istituzioni internazionali per le collusioni con i trafficanti. Per chiederne la sospensione, i Radicali Italiani saranno in piazza Montecitorio domenica.
La ministra Lamorgese e il Pd avevano assicurato modifiche per tutelare i diritti umani. Ora si parla di difficoltà a interloquire con Tripoli. L'accordo comunque andrà avanti. Che ne pensa?
A maggior ragione perché non si può interloquire con un paese in guerra questo memorandum non si deve rinnovare. È sbagliato fin dall'inizio e lo è ancora di più oggi, con la situazione di conflitto militare e l'accertamento da parte dell'Onu che anche nei centri governativi ci sono violenze e torture. Qualcuno sostiene che grazie a esso i flussi migratori siano diminuiti, ma non è così. A causa di questo accordo ci sono stati più morti nel Mediterraneo. Per non parlare di tutti quelli che vengono fermati e riportati nei lager. Tutto questo è inaccettabile e disumano. Bisogna strappare i decreti sicurezza e fare un passo indietro rispetto ad accordi che servono solo a finanziare la guardia costiera libica e i campi di concentramento.
Secondo lei è migliorabile un accordo con le attuali autorità libiche?
Non credo ci siano le condizioni. In Libia non c'è un governo con cui fare accordi accettabili, che rispettino i diritti umani. Né da una parte, né dall'altra. L'Italia e l'Europa devono fare in modo che le persone prigioniere nei campi arrivino attraverso i canali legali dei corridoi umanitari, evitando il mare. Possiamo mettere tutte le navi di questo mondo, ma il mare appena sbagli ti punisce. In questi anni il mare nostrum è diventato una fossa comune. Non è accettabile. Oggi al parlamento europeo si è parlato di Shoah, Liliana Segre ha fatto commuovere i deputati dicendo cose straordinarie. E poi noi ci comportiamo in questo modo, ci giriamo dall'altra parte e non riusciamo a trovare una soluzione affinché queste persone non perdano la vita, non vengano sfruttate o stuprate. Affinché siano considerate esseri umani.
Il Pd accusa le destre di razzismo, violazione dei diritti dei migranti, mancanza di rispetto del Giorno della memoria, ma poi continua a finanziare i centri libici. È un atteggiamento credibile questo?
Io non sono d'accordo né con i finanziamenti ai libici, né con il memorandum. Bisogna che partito e governo prendano la posizione giusta, anche se questi accordi sono stati fatti precedentemente e ora è più difficoltoso cancellarli. La posizione giusta è non fare accordi con la Libia. Anche perché al momento la Libia non esiste. Ma con chi parliamo? Con chi tortura e rinchiude le persone? Non possiamo fare lo stesso lavoro di chi ci ha preceduto. Dobbiamo dare un senso di discontinuità ma soprattutto di umanità, che appartiene al mondo della sinistra. Non è quello che stiamo facendo.
In questi anni lei ha curato migliaia di persone che arrivavano dal paese nordafricano. Quali segni dei centri di detenzione portavano addosso?
Ho visitato circa 350mila persone. Dai centri di detenzione ho visto arrivare sofferenze immani. Persone denutrite. Adulti di 30 kg. Bambini violentati. Donne stuprate. Ragazzi scuoiati vivi. Ferite inferte da torture inenarrabili. Non parlo per sentito dire, ma perché ho visto queste persone, le ho curate, le ho ascoltate. E ovviamente queste cose non le dico solo io, ma anche chi ha visitato i campi. In alcuni non può entrare nessuno, ma anche in quelli governativi, che dovrebbero essere i migliori, ci sono violenze e torture. Chi ha fatto gli accordi sa bene quali sono le condizioni là dentro.
di Filippo Miraglia
Il Manifesto, 30 gennaio 2020
Bisogna ribaltare la logica dei Decreti Sicurezza e cancellare subito il Memorandum con la Libia, che altrimenti il prossimo 2 febbraio verrà automaticamente rinnovato senza modifiche. In Libia la guerra continua e tutti abbiamo potuto vedere in questi anni gli orrori che lì vengono perpetrati contro i migranti, con il vergognoso sostegno, i mezzi e le risorse dell'Italia e dell'Ue. Se Salvini avesse vinto anche in Emilia Romagna la cultura xenofoba e razzista ne sarebbe uscita indubbiamente rafforzata.
Lo scampato pericolo può rappresentare un'opportunità reale di cambiamento, per rilanciare le ragioni della sinistra e della democrazia.
La forte partecipazione al voto, il movimento delle sardine, la mobilitazione straordinaria delle piazze, la reazione delle grandi città (Bologna in testa) hanno giocato un ruolo determinante, motivando decine di migliaia di persone ad andare a votare per contrastare il rancore, la paura e l'odio. Inseguire la destra sul suo terreno, con ricette simili, senza proposte alternative, la rafforza, allontanando tante donne e uomini di sinistra dalla politica, perché le differenze non si percepiscono più.
È il momento di cambiare decisamente passo, sfruttando questa indubbia battuta d'arresto sia nei consensi che sul piano simbolico. E quale terreno migliore della questione immigrazione su cui l'ex ministro della propaganda ha costruito le sue fortune? Bisogna ribaltare la logica dei Decreti Sicurezza, passando dalla sottrazione dei diritti all'allargamento degli spazi di cittadinanza. Va reintrodotta una forma di protezione umanitaria che consenta di tenere conto della condizione personale di ciascun richiedente, come previsto dalla nostra Costituzione e come lo stesso Presidente Mattarella aveva raccomandato.
Va ripristinato il sistema pubblico e unitario d'accoglienza in capo ai comuni, lo Sprar, chiudendo definitivamente la stagione dell'emergenza e dei grandi centri, che rischiano di finire in mano a multinazionali e privati che li gestiscono senza alcuna competenza e senza scrupoli, come campi di contenimento. Va approvata la legge d'iniziativa popolare della campagna Ero Straniero, consentendo finalmente alle persone di rivolgersi allo Stato per attraversare le frontiere e di poter accedere a un titolo di soggiorno in qualsiasi momento, se le condizioni sul territorio italiano lo consentono.
Bisogna modificare finalmente la legge sulla cittadinanza, consentendo a chi nasce o cresce in Italia di diventare italiano prima della maggiore età, per poter vivere la propria infanzia e adolescenza con serenità, senza la spada di Damocle dell'irregolarità. Una riforma che deve sottrarre all'arbitrio della pubblica amministrazione l'accesso alla cittadinanza: la precarietà, nella quale crescono centinaia di migliaia di ragazzi e ragazze di origine straniera, scava un fossato, che va al più presto colmato, tra un pezzo importante di questo Paese e lo Stato.
Sul piano internazionale, poi, l'Italia svolga un ruolo positivo all'interno dell'Ue per cambiare rotta e imboccare una strada diversa: chiudere la stagione dell'esternalizzazione delle frontiere, slegare i fondi per la cooperazione dal ricatto dei rimpatri e dalla militarizzazione delle frontiere, riformare il regolamento Dublino, introdurre vie d'accesso sicure e legali sia per ricerca di lavoro che per richiesta di protezione, cancellare subito il Memorandum con la Libia, che altrimenti il prossimo 2 febbraio verrà automaticamente rinnovato senza modifiche. In Libia la guerra continua e tutti abbiamo potuto vedere in questi anni gli orrori che lì vengono perpetrati contro i migranti, con il vergognoso sostegno, i mezzi e le risorse dell'Italia e dell'Ue.
Infine una nota di metodo: se si vuole valorizzare davvero la società civile che si mobilita, i partiti, le istituzioni comincino ad ascoltare davvero le organizzazioni sociali, il terzo settore, i movimenti. Si promuova subito un tavolo di confronto che tenga conto delle proposte concrete e praticabili avanzate in questi mesi, tra cui ad esempio quelle della campagna Io Accolgo che riunisce oltre 50 sigle nazionali. Il tempo è una variabile decisiva: il momento per riconquistare uno spazio è adesso. Tra poche settimane ripartirà il dibattito sulle regionali, sui candidati, sulle liste e ci si troverà di nuovo di fronte al muro di chi non vuol capire che quello dei diritti è un tema sul quale andare all'attacco e non restare fermi a subire l'iniziativa della destra. Noi ci siamo.
agi.it, 29 gennaio 2020
Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede (M5S) ha sostenuto (min. 25.00) il 23 gennaio, intervistato su La7 a Otto e mezzo, che "gli innocenti non finiscono in carcere". Questo però, come vedremo, non è vero e, dopo la polemica che è nata dalle sue parole, lo stesso Bonafede è tornato sulla questione il 24 gennaio per specificare che lui si riferiva solo a "coloro che vengono assolti (la cui innocenza è, per l'appunto, "confermata" dallo Stato)". Vediamo allora in primo luogo perché non è vero che gli innocenti non vanno in carcere e quali sono i numeri del fenomeno negli ultimi due decenni.









