di Rosalba Emiliozzi
Il Messaggero, 18 dicembre 2019
"Le donne solitamente non sono in carcere perché sono delle criminali, spesso dietro i reati commessi c'è un uomo. Sono finite dentro per difendere un uomo o per difendersi da un uomo, o ancora per difendere i figli da un uomo. Altre volte sono in galera per coprire un uomo, si accollano reati che non hanno commesso, lo fanno per amore o solo per una debolezza culturale, una sorta di sudditanza psicologica che resiste ancora quando si proviene da famiglie che non hanno saputo o voluto fare crescere la donna sotto il profilo culturale e sociale, quando mancano un titolo di studio e un lavoro che danno autonomia". Cioè quando l'uomo è tutto e in quel tutto c'è anche la condivisione di un futuro, qualunque esso sia.
A parlare è Marcella Reni, 60 anni, notaio calabrese e al vertice dell'Ordine dei notai di Palmi, ma soprattutto è presidente da 10 anni dell'associazione Prison Fellowship Italia onlus e organizza il pranzo di Natale tra i detenuti e le detenute in 12 carceri italiane. "Abbiamo iniziato con Rebibbia femminile e con gli anni il progetto è cresciuto. È una speranza per chi vive nelle carceri. Ho conosciuto gli ultimi, i peggiori - racconta Reni - e ho sempre ricercato la dignità, dalle loro esperienze mi sono resa conto che il male non si vince con il male ma con il bene, solo il bene porta un cambiamento". E questo è visibile nelle donne detenute che spesso, come succede a Rebibbia, hanno i figli accanto. "Quando le si aiuta, si percepisce il cambiamento - aggiunge Reni - e un aiuto può venire anche in carcere, con il "Pranzo d'amore" ma anche con un corso di cucina che insegna loro un mestiere che può diventare un lavoro".
Perché la "filiera" dell'iniziativa "L'Altra cucina... per un Pranzo d'amore" in dodici carceri italiane è lunghissima e mette in campo la solidarietà di grandi chef stellati, 12 per l'appunto, uno per ogni carcere che domani (mercoledì 18 dicembre) per una giornata lasciano le loro cucine e preparano i piatti per i detenuti e le detenute di Rebibbia femminile (Roma), Milano Opera, Le Vallette di Torino, Pagliarelli di Palermo e le carceri di Massa Carrara, Salerno, Siracusa, Trani, Aversa, Eboli, Castelfranco Emilia e Ivrea. Per un giorno la prigione è il passato.
Vere tavole di Natale, apparecchiate con addobbi e il senso di famiglia, vengono allestite nelle sale teatro del carcere o lungo i corridoi dove i duemila detenuti e detenute, coinvolti nel progetto, di solito mangiano. Seicento i volontari serviranno il pranzo, tra loro anche personaggi famosi e vip come l'attrice Maria Grazia Cucinotta, la cantante Teresa De Sio e la chef Marianna Vitale presenti in conferenza stampa.
"A Rebibbia femminile domani ci sarà lo chef Francesco Apreda e per i bambini sono previsti spettacoli e giocolieri fin dalla 10,30 del mattino - aggiunge Reni - a Opera al pranzo di Natale verranno le famiglie dei detenuti e a servire saranno le vittime di reato coinvolte attraverso il progetto Sicomoro. A Torino e Ivrea a servire a tavola saranno gli agenti di polizia penitenziaria perché spesso si intrecciano anche rapporti di amicizia".
di Corinna Opara
Vita Nuova, 18 dicembre 2019
Libertà e resistenza individuale. Da cinque storie personali a una riflessione universale. Resilienza, resistenza identitaria e tolleranza, ma anche capacità di convivenza e libertà: sono i temi affrontati nell'interessante e vivace dibattito suscitato tra i presenti nell'area trattamentale della Casa Circondariale di Trieste dalla presentazione del libro "Casa Azul" della fotografa e artista visiva Giulia Iacolutti nella mattinata di sabato 19 ottobre. A dialogare con lei, l'avvocato Patrizia Fiore.
Accanto alle persone della sezione maschile e femminile del penitenziario, anche un nutrito e variegato pubblico "esterno". "Caza Azul" non è solo un libro da sfogliare, è un progetto a più "piani di lettura" dove ogni singolo dettaglio è stato profondamente meditato e non è mai casuale, a partire dalla scelta dei colori: rosa e azzurro.
Tutto nasce dall'incontro della giovane fotografa italiana con la sociologa francese Chloé Constant, che nel 2015 stava ultimando il suo post-dottorato sui processi di transizione da identità maschile a identità femminile all'interno degli istituti di pena maschili della capitale sudamericana di Città del Messico.
"Poiché nel carcere maschile le persone sono obbligate a portare dei vestiti "blu" - ha spiegato Giulia, le detenute trans usano soprannominarlo "Casa Azul" (Casa Blu), in contrapposizione al loro essere donna" (quindi "rosa"). Il libro, in particolare, racconta le storie di cinque persone, della loro vita fuori e dentro il penitenziario, prima e dopo la loro scelta di vita, di come all'interno del carcere gli oggetti considerati "femminili" (e quindi vietati negli istituti maschili) diventino allo stesso tempo "uno strumento identitario" (visto che si trovano circondate da uomini), ma anche "di ricatto in cambio di prestazioni sessuali da parte del personale dell'istituto", che all'occasione li sequestrano per ottenere "qualcosa".
Ecco allora che la storia di America, Frida, Martina, Gabj e Alejandra, estrapolata dal loro contesto, può in realtà diventare un'occasione per tutti per riflette su come ciascuno di noi, a modo suo e all'occorrenza, sia capace di trovare dentro di sé le risorse necessarie a riaffermarsi come persona con una propria identità all'interno di contesti ostili o a noi sfavorevoli.
Ma anche un'occasione per riflettere come i nostri percorsi di crescita personale - intellettuale o fisica che sia - si trovino per forza a dover affrontare e superare diversi tipi di ostacoli che ognuno può identificare in qualcosa di diverso: il carcere, allora, non è solo quello "tradizionale" con le sbarre, ma lo può essere il nostro corpo che non sempre siamo capaci di accettare, così come pure la società con i suoi vincoli e i suoi pregiudizi. A tal punto da far sentire delle persone più libere nelle celle di una prigione perché lì non rischia di essere aggredito per il suo modo di essere.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 18 dicembre 2019
Nessun supporto per chi aveva un permesso umanitario e ora deve lasciare i Centri. La situazione descritta nel terzo lavoro di monitoraggio dell'Osservatorio dell'associazione Naga, che garantisce assistenza a cittadini stranieri.
L'impatto maggiore del decreto Salvini sulla sicurezza varato dallo scorso governo legastellato è quello dell'aumento dei senza fissa dimora. Sì, perché attraverso il taglio dei fondi ai progetti dei centri di accoglienza, ovvero passando dai tanto famigerati 35 euro a un massimo di 19- 26 euro, si risparmia tantissimo sugli alloggi. Nessun supporto è previsto per coloro che sono costretti a lasciare i centri, ad esempio le persone che avevano un permesso umanitario e che da un giorno all'altro si ritrovano senza più diritto all'accoglienza e quindi per strada.
Questo meccanismo è fortemente patogeno: ritrovarsi per strada comporta i rischi e il degrado psico-fisico che ben si conoscono dagli studi sui senza fissa dimora, riscontrati anche tra i migranti nelle stesse condizioni. In generale, le persone che chiedono asilo arrivano in buona salute, fatte salve le conseguenze delle torture e delle privazioni subite durante i vari episodi di prigionia e lavoro forzato a cui sono stati sottoposti lungo il viaggio per arrivare in Italia.
Ciò è conosciuto come il cosiddetto "healthy migrant effect": partono le persone più sane, con più probabilità di farcela. Una volta arrivate si scontrano con quello che la ex primo ministro britannica Theresa May chiamò nel 2012 "hostile enviromnent", cioè condizioni che scoraggiano l'integrazione di una data popolazione in un determinato ambiente.
Da qui le condizioni di alloggio spesso proibitive, i lavori precari, saltuari e senza forme di protezione, la salute che via via si deteriora. Senza contare l'impatto psicologico dato dall'isolamento e dalla mancanza dei legami familiari, le conseguenze fisiche ancora attuali e lo stress delle torture subite e l'incertezza per le lungaggini nell'ottenere un permesso di soggiorno pur non definitivo.
Allo stato attuale, se un migrante è senza alloggio è un "senza fissa dimora" e dunque non può avere una residenza. Senza certificato di residenza non può trovare un lavoro regolare. Senza un lavoro regolare non può pensare di poter affittare regolarmente una casa, o nemmeno una stanza. È in una situazione senza vie d'uscita descritta dal terzo lavoro di monitoraggio e analisi compiuto dall'Osservatorio del Naga, un'associazione composta da numerosi volontari che garantiscono assistenza sanitaria, legale e sociale gratuita a cittadini stranieri irregolari e non, a rom, sinti, richiedenti asilo, rifugiati e vittime della tortura, oltre a portare avanti attività di formazione, documentazione e lobbying sulle Istituzioni.
Tale lavoro ha come obiettivo di comprendere i cambiamenti nel sistema di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati con particolare attenzione all'area di Milano in cui il Naga opera dal 1987. E, infatti, proprio a Milano sarebbero almeno 2.608 i senza fissa dimora. I volontari e le volontarie del Naga hanno visitato nel corso della ricerca diverse tipologie di insediamenti informali (strutture coperte abbandonate, spazi all'aperto, palazzine abbandonate e giardini pubblici) per fornire un identikit delle persone fuori dal sistema di accoglienza e restituire una fotografia di queste marginalità.
Le persone incontrate hanno provenienze diverse e status giuridici eterogenei: da stranieri in attesa o nell'iter di formalizzazione della richiesta di protezione internazionale, a titolari di protezione, a stranieri con permesso di soggiorno in corso di validità, a cittadini italiani.
Il minimo comune denominatore sembra essere l'instabilità abitativa, la precarietà occupazionale e salariale e la quasi totale assenza di tutele. Per quanto riguarda chi si trova al di fuori dell'accoglienza, il report descrive anche le risposte istituzionali, che si concretizzano prevalentemente in interventi numericamente insufficienti a favore dei senza fissa dimora e nella pratica costante degli sgomberi senza soluzioni alternative e giustificati dalla retorica della sicurezza e del decoro.
askanews.it, 18 dicembre 2019
La ministra delle Politiche agricole alimentari e forestali Teresa Bellanova ha incontrato i ragazzi del carcere minorile di Casal del Marmo a Roma nell'ambito dell'iniziativa realizzata da Assoittica Italia "Un natale di armonia e salute insieme a tavola", in collaborazione con l'Ispettorato Generale dei Cappellani delle Carceri Italiane ed il supporto della Rete degli Istituti Alberghieri. Un incontro che ha commosso la ministra Bellanova che ha auspicato un futuro di rilancio per i giovani che stanno scontando la loro pena: "Spero di incontrarvi fuori da queste mura", ha detto la ministra ricordando l'importanza di individuare percorsi formativi di recupero che possano inserire in maniera positiva i giovani nel tessuto sociale ed economico.
Bellanova ha sottolineato alle amministrazioni presenti la necessità di un impegno sempre maggiore nell'individuazione di percorsi che vedano il coinvolgimento della filiera ittica per fornire occasioni lavorative ai ragazzi ed ha invitato i giovani ospiti dell'istituto ad impegnarsi per il percorso riabilitativo, in cui sono impegnati, "perché fuori dal carcere potranno esserci percorsi di legalità in grado di fornire gratificazioni professionali e perché no economiche".
L'evento, che ha coinvolto 13 dei 17 carceri minorili italiani, ha visto la collaborazione degli Istituti alberghieri "Tor Carbone" e "Domizia Lucilla" che per la giornata hanno organizzato il "pranzo di Natale" per i ragazzi. Presenti all'iniziativa Giuseppe Palma, segretario generale di Assoittica Italia e don Raffaele Grimaldi Ispettore Generale dei Cappellani d'Italia.
Il nuovo sistema penitenziario minorile prevede che l'esecuzione della pena favorisca percorsi di giustizia riparativa e di mediazione delle vittime di reato oltre a favorire la responsabilizzazione, educazione, pieno sviluppo psico-fisico del minorenne, preparazione alla vita libera ed inclusione sociale. Una delle modalità attraverso cui si favorisce lo sviluppo psico-fisico del minorenne è l'attenzione riservata all'alimentazione in termini qualitativi e quantitativi nonché quei percorsi di preparazione alla vita libera eventualmente attraverso acquisizione di specifiche professionalità.
Assoittica Italia con il supporto del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità del Ministero della Giustizia e della Direzione Pesca Marittima ed Acquacoltura del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, ha organizzato questa giornata presso gli Istituti Penitenziari Minorili d'Italia mediante utilizzo dei prodotti ittici offerti dalle aziende aderenti all'associazione. L'obiettivo è stato quello di far trascorrere non soltanto una giornata diversa e costruttiva ai ragazzi ma anche focalizzare l'attenzione su una equilibrata e consapevole alimentazione tanto importante per le ragazze ed i ragazzi che si trovano in un importate periodo di crescita in termini psicologico e fisiologico.
di Enzo Scandurra
Il Manifesto, 18 dicembre 2019
Sono troppi i consigli che da più parti si vogliono indirizzare alle sardine. Spesso, dotati di presunta saggezza contro i rischi che sicuramente (si prevede) incontreranno nel loro cammino ("le bassezze della disperazione", così li ha chiamati Barbara Spinelli). Oppure consigli dettati dal timore che consumati uomini politici, saggisti, politologi e tutti i protagonisti del circo mediatico conoscono bene per avere sempre fallito. E tuttavia non sanno cosa fare fuori dalla nomenclatura dei partiti, se non ripercorrere le stesse strade che conducono verso gli stessi fallimenti. Ognuno avanza qualche suggerimento sia pure precisando che lo fa per aiutarli a capire; talora in punta di piedi, sommessamente, ma lo fa.
A me viene in mente il titolo di un vecchio libro di Gregory Bateson, l'ultimo che non ha mai portato a termine per la morte sopraggiunta in fase di scrittura. Quel titolo era, "Dove gli angeli esitano" (originale del 1979, per Adelphi 1989 e terminato dalla figlia Mary Catherine). Il titolo esprimeva la sua esitazione davanti a interrogativi che egli sentiva essere nuovi e che richiedevano una saggezza diversa e un diverso coraggio.
Nella fattispecie Bateson aveva capito di essere ormai prossimo a quella dimensione integrale dell'esperienza cui dava il nome di sacro. Ma non è il concetto di sacro che qui interessa quanto invece il carattere inedito di una rivolta silenziosa che, nello spazio di qualche settimana, ha mandato a pezzi il vocabolario e i modi urlanti e comunicativi della classe politica, in primis la Lega. E che richiederebbe silenzio e ascolto, se non rispetto, prima di pronunciare parola.
Forse il loro messaggio è proprio questo: noi siamo le generazioni future, quelle tradite dalle promesse della modernità, quelle post-ideologiche, quelle dell'eterno presente che non passa mai; dovete ascoltarci senza ricordarci le vostre sconfitte, gli errori che voi pensate di risolvere con quegli stessi strumenti che vi hanno portato a commetterli.
A cominciare dal linguaggio che si è fatto volgare, rozzo, intriso d'odio e disprezzo per gli altri. Alberto Leiss (Il Manifesto, 17 dicembre) afferma provocatoriamente richiama quanto "oggi la politica sembra ridotta alla spasmodica ricerca del consenso, funzionale al potere, e ricercato grazie ai linguaggi più rozzi e semplificati. Se invece del "modello potere" si provasse a seguire un "modello piacere"? Nel senso più alto del termine?".
C'è qualcosa di nuovo nel movimento delle sardine, abissalmente diverso dai movimenti che fin qui abbiamo conosciuto: un nuovo linguaggio, un'Ecumene che non significa che siamo tutti uguali, un'imprecisione politica che non significa non stare da una parte, che vuol dire piuttosto ripartiamo dalle nostre esistenze, per approdare, esitanti, a un terreno sconosciuto dove ogni consiglio che viene da fuori è estraneo e astratto, perché non è il nostro.
Dobbiamo cercare noi la nostra strada e gli "errori" faranno parte di questo percorso, di questa storia. Nessuna "verità" è data per sempre e noi dobbiamo ricercare la nostra, ma neppure partiamo dal nulla, la Costituzione è eredità del passato che dobbiamo custodire perché patrimonio collettivo che dobbiamo e vogliamo fare nostro. Così come i decreti sicurezza non fanno parte della nostra cultura e del nostro linguaggio.
Una nuova saggezza politica dove anche gli angeli esitano? Il silenzio è d'obbligo, ogni suggerimento, pur dotato di presunta saggezza, è inutile perché l'approdo è sconosciuto ma proprio per questo carico di opportunità inedite, non escluso il ritorno all'oblio nell'indifferenza totale, nelle attese riposte in chi dice che bisogna cambiare ma continua a suonare la stessa vecchia musica. Strade e sentieri ben noti hanno fallito con nostro grande stupore e delusione.
Lasciamo dunque che siano loro, le "sardine", a suggerire altri sentieri, chissà che non li si incontri, prima o poi, quando entrambi parleremo lo stesso linguaggio, quello della Politica con la P maiuscola. Come nell'aforisma dei giganti e dei nani: i nani guardano oltre perché situati sulle spalle dei giganti che a loro volta non saprebbero cosa fare senza assolvere questo ruolo di silenzioso supporto.
Corriere del Trentino, 18 dicembre 2019
"Voi ci provocate a uscire dal carcere fatto di superficialità, banalità, frenetica routine. La Luce del Natale prende dimora ai margini della storia". Le parole dell'arcivescovo Lauro Tisi sono echeggiate ieri pomeriggio nel carcere di Spini di Gardolo dove ha officiato due messe.
In piedi davanti all'altare un folto gruppo di detenuti e il personale della casa circondariale hanno ascoltato attenti l'omelia di Tisi. L'arcivescovo ha voluto ricordare il vero significato del Natale che assume un valore, se possibile, ancora più profondo in un luogo di chiusura e sofferenza come il carcere.
"La Luce del Natale - ha detto don Lauro, accanto al cappellano del carcere don Mauro Angeli - prende dimora ai margini della storia. Il suo habitat è con gli ultimi, i senza nome, i dimenticati. Dai margini viene la vita". Monsignor Tisi si è poi rivolto con tono paterno ai presenti: "Fratelli e sorelle che siete in carcere, presso di voi dimora il Verbo della vita, qui siamo sicuri di poterlo incontrare. Ne sono conferma i gesti di solidarietà che vi scambiate, pur nella prova della detenzione.
L'arcivescovo ha voluto regalare una nuova speranza ai detenuti, ma anche ricordare il coraggio di chi lotta, nonostante le difficoltà, verso il ridagli errori del passato. Una strada difficile, spesso costellata di ostacoli, ma è nel coraggio degli uomini e delle donne che non si arrendono, che continuano a combattere per un nuovo futuro e una nuova vita, la chiave per uscire da quel luogo anonimo, freddo e "fatto - ha ricordato ancora don Lauro - di superficialità".
"Stando tra voi - ha quindi concluso l'arcivescovo Tisi - veniamo provocati a uscire da quel carcere fatto di superficialità, banalità, frenetica routine che ci sta togliendo la vera libertà, la gioia di vivere, e spegne le domande con tragiche semplificazioni. Buon Natale, fratelli e sorelle carcerati, e grazie per la lezione di vita che ci offrite".
di Lorenzo Rosoli e Giovanna Sciacchitano
Avvenire, 18 dicembre 2019
Il segretario di Stato è stato prima nell'istituto di pena di Opera, poi ha inaugurato il borgo solidale a Quarto Oggiaro. Il carcere di Opera, al margine meridionale di Milano, con le 1.300 persone che vi sono detenute, più gli agenti, gli educatori, i volontari. La Corte di Quarto, all'estrema periferia nord, dove Fondazione Arché ha avviato un'esperienza di "vicinato solidale" che mette in rete nuclei mamma-bambino "fragili" con alcune coppie e singoli e una piccola fraternità formata da religiosi e laici. Infine la redazione di Avvenire, dov'è stata celebrata la Messa per il Natale (si veda l'articolo che apre questa pagina). Ecco i tre volti di Milano - tre modi, diversi, di promuovere bene comune - che oggi si sono fatti incontro al cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, nella giornata trascorsa a Milano.
Nel carcere di Opera, dove "nascono" le ostie - "Voi state collaborando col Signore, perché possa dare la vita a tante persone". Così ha detto il cardinale Parolin, benedicendo il laboratorio "Il senso del pane", nato nel carcere di Opera nel 2016, in vista del Giubileo della misericordia, e che da allora ha prodotto, grazie al lavoro dei detenuti, più di tre milioni di ostie destinate a parrocchie di tutto il mondo. Questo laboratorio è una delle esperienze più significative, fra le numerose ospitate nella casa di reclusione milanese.
Accolto dalla vicedirettrice dell'istituto, Mariantonietta Tucci, dal comandante del reparto di Polizia penitenziaria, Amerigo Fusco, e dal cappellano, don Francesco Palumbo, Parolin ha dialogato con i detenuti e visitato diversi laboratori, a partire da quello delle ostie, dove lo ha accompagnato Arnoldo Mosca Mondadori, presidente della Fondazione Casa dello spirito e delle arti. Nello stesso laboratorio ha incontrato il barnabita padre Giannicola Simone, che ha testimoniato il desiderio del suo istituto di aprire un'esperienza analoga nel carcere di Merida, nel Messico.
Quindi la tappa nella cappella. "Grazie per questa accoglienza così bella, semplice, fraterna - ha esordito Parolin - mi avete accolto come una persona importante. Ma io vi porto la vicinanza di una persona più importante di me. La più importante di tutte ovviamente è Gesù. E noi vogliamo essere trasparenza di Gesù, non schermo. E vi porto la vicinanza e i saluti di papa Francesco. Voi sapete quanto abbia a cuore la situazione dei carcerati. Vicinanza - ha aggiunto il porporato - è una parola che usa spesso. Quante volte l'ho sentito dire ai preti: siate vicini alla gente!
Questa vicinanza non è solo un atteggiamento umano ma, per i cristiani, un dovere, se siamo davvero discepoli di Gesù. Perché il mistero del Natale consiste in questo: in un Dio che si fa vicino a noi, si addossa le nostre sofferenze e i nostri errori, condivide tutto di noi per aprirci alla speranza di diventare persone nuove e di poter essere, a nostra volta, vicini agli altri". Infine: nel giorno del compleanno di Bergoglio, da Opera - primo carcere italiano a lanciare un'iniziativa simile, ricorda un comunicato di Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti - nasce la proposta di riunirsi in preghiera un giorno a settimana per il Papa.
Quarto Oggiaro, spazio al "vicinato solidale" - Il borgo solidale "La Corte di Quarto" - casa per mamme e bambini con fragilità costruita e aperta da Arché a Quarto Oggiaro - è stata la seconda tappa nell'itinerario milanese del cardinale Parolin. L'obiettivo di questo progetto: accompagnare per un anno o due le donne in fuga da violenze e dalle guerre, dopo il percorso di comunità.
"Questo non è solo un tetto ma è un luogo di condivisione e di relazioni, perché le relazioni curano e aiutano moltissimo queste mamme a recuperare la voglia di futuro", ha detto padre Giuseppe Bettoni, fondatore e presidente di Arché, cui si deve l'intuizione del progetto.
"Il Santo Padre sarà contento della vostra presenza in occasione dei 30 anni di attività. È importante che lo Spirito del Signore continui a suscitare uomini e donne che sanno intercettare i bisogni e dare risposte", ha detto il porporato intervenendo all'inaugurazione della Corte di Quarto, poco dopo mezzogiorno. "Insieme si può fare e si può rispondere alle necessità, questo è un messaggio importante alle porte del Natale".
E ai giornalisti ha spiegato: "Penso che questo progetto a Milano porti un messaggio di solidarietà. Di fronte all'esistenza di tanti problemi, difficoltà, disagio, bisogna essere sensibili e non chiudere gli occhi. È il tema della globalizzazione dell'indifferenza che il Papa continua a richiamare".
La struttura prevede 14 nuove unità abitative per accogliere nuclei di madri con bambini avviati all'autonomia, singoli o coppie che scelgono di vivere un'esperienza di vicinato solidale e una piccola fraternità di religiosi e laici. Al piano terra c'è uno spazio polivalente aperto alla cittadinanza, dove, oltre ad iniziative culturali, è previsto un servizio di counseling per i genitori del territorio. Il progetto ha potuto contare sul contributo di oltre un milione di euro, grazie a tanti amici e sostenitori, primo fra tutti Unicredit.
cataniatoday.it, 18 dicembre 2019
Giovedì e venerdì, don Piero Galvano e Salvo Pappalardo, rispettivamente direttore e responsabile delle attività della Caritas Diocesana di Catania, incontreranno i detenuti della Casa Circondariale di Piazza Lanza. La visita della delegazione dell'organismo diocesano, un appuntamento ormai tradizionale nel corso delle feste, sarà dedicata a uno scambio di auguri, alla consegna del panettone, almeno un dolce per ogni camera detentiva, e del Calendario Caritas 2020 che quest'anno è stato intitolato "...ero in carcere e siete venuti a trovarmi".
Il calendario ospita i pensieri dei detenuti e ciò è stato possibile grazie alla collaborazione della Casa Circondariale di Piazza Lanza, nella persona della direttrice Elisabetta Zito, che ha concesso l'utilizzo degli scritti per la pubblicazione. Parole di speranza, ravvedimento e affetto per i propri cari emergono dai pensieri che i fratelli reclusi hanno voluto indirizzare alla Caritas Diocesana per il Calendario 2020.
Da questa raccolta, che accompagna i dodici mesi dell'anno, emergono aspirazioni e prospettive, e traspare anche il racconto dell'esperienza della detenzione e la volontà di una seconda occasione. L'edizione 2020 del Calendario vuole suggerire al lettore di andare oltre i consueti luoghi comuni sui detenuti, per offrire, tramite le loro stesse parole, uno sguardo su quanti hanno commesso degli errori e vorrebbero, col tempo e con consapevolezza, poter rimediare.
"Auspico vivamente - scrive monsignor Salvatore Gristina, Arcivescovo di Catania, in un estratto del suo intervento che è integralmente riportato nel Calendario - che anche attraverso questo strumento del Calendario 2020 possiamo abbattere quotidianamente il muro della diffidenza o indifferenza verso i fratelli reclusi, sforzandoci di promuovere nei loro riguardi atteggiamenti di concreta accoglienza e inclusione sociale".
Anche don Piero Galvano, direttore della Caritas Diocesana, ha voluto sottolineare come "non dobbiamo dimenticare che, anche chi sta "dentro", come ogni persona, ha un cuore che batte e una mente che pensa: come tutti noi piange e spera, sogna e lotta per perseguire i propri obiettivi, si preoccupa della propria famiglia e soprattutto dei figli, pensa al proprio futuro e lo vede incerto, piange ed ha paura della morte, si pone interrogativi e cerca la verità".
Un pensiero di condivisione e speranza arriva da Elisabetta Zito, direttrice C.C. Piazza Lanza, che ha voluto spiegare che "solo con la collaborazione, la sensibilità e l'empatia che tutti gli operatori penitenziari possono aprire spiragli di luce e di libertà".
lameziaoggi.it, 18 dicembre 2019
I detenuti della Casa circondariale di Paola saranno gli attori del dramma "Fallout" liberamente tratto dal libro di Salvatore Brusca "Fallout. Redenti e dannati nell'era dell'antropocene" (Santelli ed.) che sarà rappresentato presso la stessa Casa circondariale la mattina di venerdì 20 dicembre. L'iniziativa ha ottenuto il permesso del direttore della Casa circondariale, Giuseppe Carrà, il quale ha sempre dato la dovuta importanza all'attività teatrale per la sua funzione rieducativa e per come può facilitare il reinserimento sociale.
Prevista nell'ambito del progetto di Cittadinanza e Costituzione dell'Icsaic "Nella memoria la nostra identità", l'iniziativa, è scritto in una nota, "costituisce un importante traguardo per un percorso durato un anno e, attraverso il quale - ha detto la responsabile del progetto Francesca Rennis - mi sono interfacciata con un gruppo di detenuti in un percorso di rielaborazione critico-riflessivo che da situazioni storiche ci ha condotto a ripensare il nostro rapporto con l'ambiente e con le persone.
Non è un percorso concluso ma credo che questa sia una tappa significativa". Lo stesso libro era stato presentato e oggetto di approfondimento alcuni giorni fa con la presenza dello stesso autore. In quell'occasione aveva riscontrato l'interesse dei detenuti presenti, con i quali Brusca ha dialogato rispondendo alle loro domande e curiosità. La sceneggiatura è stata curata dalla stessa Rennis che ha collaborato anche nella regia con Roberto Pititto.
La vicenda rappresentata si snoda da un equivoco che condizionerà gli eventi dei protagonisti anche se il vero protagonista è la scelta etica che ciascuno di noi è chiamato a fare per poter garantire una sana convivenza civile. Di fondamentale importanza nella realizzazione della rappresentazione sono stati il sostegno dell'equipe degli educatori e la disponibilità della Polizia penitenziaria, la collaborazione con il Centro sociale "Piergiorgio Frassati", la partecipazione dell'associazione "Compagnia della rosa". Alla rappresentazione, seguiranno alcune canzoni e poesie di detenuti, i saluti delle autorità cittadine e del direttore dell'istituto, di alcuni rappresentanti di associazioni presenti, dell'autore del libro.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 18 dicembre 2019
La prima volta che ho partecipato ad una manifestazione politica, da liceale, era una manifestazione antifascista. Parlo della fine degli anni Sessanta. Gridavamo slogan contro Almirante e il Msi. L'Msi era un partito di estrema destra che non era mai stato al governo. La seconda volta invece era una manifestazione studentesca molto agguerrita, mi ricordo che sfilammo in via Cavour, a Roma, e gridavamo: "Siamo sempre più incazzati con governo e sindacati". I sindacati non sostenevano il governo, anzi, erano filo-Pci, in gran parte, e stavamo vivendo un periodo di fortissimo conflitto sociale. Più tardi, da giornalista - faccio un salto negli anni 90 e Duemila - ho seguito diverse manifestazioni contro Berlusconi, anche quando Berlusconi non era al governo. Negli anni 70 invece avevo seguito le manifestazioni contro il Pci, che era il partito cardine dell'opposizione.
Mi stupisce che un sociologo e politologo colto e serio come il professor Luca Ricolfi (ma non solo lui: tanti altri commentatori colti e seri) consideri un paradosso e una insensatezza e un fenomeno senza precedenti, il fatto che le Sardine sfilino contro un partito di opposizione, e cioè la Lega di Salvini, invece che contro il governo. La mia, intendiamoci, non è una obiezione filo-sardine. In questo momento non entro nella discussione sulla loro natura e sugli effetti positivi o negativi che potranno avere sulla società e sulla politica italiana.
Mi interessa semplicemente osservare come forse talvolta un pregiudizio politico possa far male non tanto alla politica, quanto alla politologia. Salvini in questo momento è quasi l'unico leader politico sulla scena. Comunque è il leader di una forza politica maggioritaria, nei sondaggi sicuramente, e ragionevolmente anche nell'opinione pubblica.
Salvini ha dato al suo partito una impronta ideologica e una identità molto nette e in contrasto apertissimo con il cattolicesimo bergogliano e con il pensiero liberale, socialdemocratico, laico e progressista. Cosa c'è di strano, o addirittura di scorretto, se compare una piazza che è contro di lui e che contesta le sue idee e il suo slang?
P.S. Il giovane leader delle Sardine, Mattia Santori, ha chiesto ai leader politici "di usare un linguaggio più complesso". Dio lo benedica! Erano anni che sentivo solo inviti a parlare più semplice. Tanto che alla fine la parola più usata nel dialogo politico era diventata vaffanculo. Viva la complessità. Almeno su questo: grazie Santori.
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