Il Riformista, 29 gennaio 2020
Anche se il procuratore di Gorizia non lo esclude, la morte del migrante georgiano Vakhtang Enukidze nel Cpr (Centro di permanenza per il rimpatrio) di Gradisca d'Isonzo non sarebbe stata causata dalle percosse. È quanto è stato rilevato dall'autopsia condotta nell'ospedale di Gorizia. "Si può escludere che ci siano state lesioni traumatiche importanti tali da poter essere messe in concausa con il decesso, c'erano lesioni superficiali di difficile datazione, forse anche pregresse, ma niente di così rilevante", ha detto il medico legale del Garante dei detenuti Lorenzo Cociani, intervistato dal TgR Friuli Venezia Giulia. "Da un'analisi macroscopica - ha aggiunto Cociani - non sembrano emergere dati evidenti che facciano pensare a una patologia" come causa del decesso. Per avere un quadro completo bisognerà attendere l'esito degli esami tossicologici e istologici.
"Non escludiamo al cento per cento cause di tipo violento": c'è una prima indicazione che arriva dall'autopsia, ma occorre "prudenza" ed è presto per dare "un'indicazione precisa e univoca", commenta il Procuratore di Gorizia Massimo Lia. Ad ogni modo Il Garante nazionale delle persone private della Libertà, Mauro Palma, fa sapere che "seguirà con molta attenzione i risultati degli esami tossicologici e sottolinea il dovere per chiunque fosse stato testimone, o abbia avuto contezza del verificarsi di episodi di comportamenti lesivi nei confronti del signor Vakhtang di informarne l'autorità giudiziaria". "Non deve esserci spazio - prosegue il Garante dei detenuti - per nessun sospetto di omertà o di impunità rispetto alla morte di un giovane uomo mentre era sotto la responsabilità dello Stato".
A fronte della ricostruzione della dinamica della morte del detenuto ancora in fase di accertamento, l'assessore regionale alla Sicurezza del Friuli Venezia Giulia, il leghista Pierpaolo Roberti, dichiara: "La morte di una persona è sempre un fatto tragico ma, alla luce degli esiti degli esami autoptici sulla vittima, credo siano doverose le scuse di chi negli ultimi giorni ha insinuato l'ipotesi di un pestaggio o che ci si trovasse di fronte ad un nuovo "caso Cucchi", arrivando addirittura ad avanzare accuse di insabbiamenti". Roberti parla di risultati "che non evidenziano lesioni traumatiche importanti" e sottolinea come la Regione ha da subito difeso le forze dell'ordine "dalle accuse infamanti che oggi sono state smontate dagli esami svolti, peraltro, alla presenza di un perito di parte". "Se ora la Polizia di Stato deciderà di difendere la propria immagine in sede giudiziaria - conclude Roberti - la Regione non potrà che valutare la propria costituzione parte civile in un eventuale processo".
"Il lavoro della Magistratura - commenta a sua volta l'ex presidente della Regione, Deborah Serracchiani in risposta alle asserzioni dell'assessore leghista - va rispettato dall'inizio alla fine e non va strattonato in un senso o nell'altro: tutti dovrebbero chiedere che si faccia luce rapidamente ma non che la verità confermi posizioni politiche o d'altra natura". "Se il Procuratore di Gorizia si mantiene prudente nel corso dello svolgimento di un'indagine delicata - prosegue la deputata del Partito democratico - l'istituzione Regione dovrebbe esserlo ancora di più. Lo stesso vale per chi ha subito evocato parallelismi con casi di violenza e depistaggio".
di Fabio Tonacci
La Repubblica, 29 gennaio 2020
Gradisca, dietro il caso del georgiano morto un'enclave ingovernabile ad alta tensione. Assistenza al minimo, scappano anche i medici. Si moltiplicano i casi di autolesionismo.
Così non può funzionare. Il Centro di permanenza per rimpatri di Gradisca d'Isonzo sembra nato apposta per essere una polveriera. E aperto da poco più di un mese e già c'è scappato il morto. Le rivolte sono quotidiane. Gli interventi degli agenti in assetto antisommossa, quasi all'ordine del giorno. Gli ospiti del Cpr - una sessantina, la maggior parte provenienti dal Nord Africa attendono l'espulsione in una sorta di enclave del nonsenso: non possono uscire, ma se fuggono non sono formalmente evasi perché la detenzione è di tipo amministrativo; è proibito avere il cellulare ma hanno diritto a telefonare; possono spaccare gli infissi delle finestre o scavare un tunnel sotterraneo (è accaduto già due volte) e non sono passibili di niente; non sono in prigione, eppure vivono in gabbie d'acciaio.
La storia del 38enne georgiano Vakthang Enukidze, trovato privo di conoscenza nella sua cella e poi deceduto (la procura di Gorizia ha aperto un'inchiesta per omicidio volontario), dice molto su cosa siano, e su come vengano gestiti, i Cpr. I nuovi "non luogo" d'Italia. Ibridi, metà carcere e metà campi di accoglienza, ingovernabili. Partiamo da una domanda: perché Vakthang Enukidze era qui?
Il georgiano è entrato il 19 dicembre, tre giorni dopo l'inaugurazione, insieme al gruppo di 35 rivoltosi che avevano appena devastato un intero padiglione del Cpr di Bari. Con una mossa assai infelice il Viminale li ha trasferiti tutti a Gradisca invece di separarli e smistarli in varie strutture. Enukidze doveva essere rimpatriato perché senza permesso di soggiorno e già autore di alcuni reati contro il patrimonio, compreso un tentativo di rapina a Roma.
Il suo passato, da queste parti, non lo ha reso certo una mosca bianca: quasi il 90 per cento degli ospiti proviene dal fine pena. Hanno scontato reati e sono in attesa che il loro Paese conceda il nulla osta al rimpatrio. Alcuni hanno disturbi psichiatrici. In altre parole, non sono soggetti semplici da trattare. A maggior ragione se affidati, come a Gradisca, alla custodia di una cooperativa con risorse economiche ridotte all'osso dalla diabolica eredità lasciata dall'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini.
L'ente gestore è la padovana Edeco Onlus, un nome già noto alle cronache: la coop è stata amministratrice del problematico Centro di prima accoglienza di Cona (fino a 1.400 migranti accolti, nel 2017 vi morì una venticinquenne ivoriana) ed è finita in un paio di indagini che ipotizzano, a vario titolo, la turbativa d'asta, la frode in pubbliche forniture, l'abuso d'ufficio, la corruzione. I suoi dirigenti sono attualmente sotto processo a Padova. Ciò non ha impedito alla Edeco di partecipare e vincere il bando di gara della Prefettura di Gorizia.
La vecchia caserma militare Ugo Polonio, riadattata prima a Cie (Centro di identificazione ed espulsione) e ora a Cpr, ha 150 posti, ma solo in teoria: un'ala e la mensa sono vuote perché l'impianto di riscaldamento è rotto. Ci sono undici postazioni telefoniche fisse che funzionano con la scheda magnetica della Telecom, praticamente introvabile. A mandare avanti il centro la Edeco ha messo sei operatori, tutti stranieri, che di notte si riducono a due.
È attivo un presidio sanitario, in cui però la presenza del medico libero professionista è garantita solo per cinque ore al giorno. Tanto è complicato lavorare in queste condizioni che la prima dottoressa chiamata dalla coop ha lasciato dopo un paio di settimane. Agenti di scorta al personale "Chi è li dentro sa di essere all'ultima spiaggia: arrivano a tagliarsi la pelle o a bere lo shampoo, pur di farsi portare al pronto soccorso e tentare la fuga", racconta Gianni Cavallini, ex direttore del Dipartimento prevenzione della asl Bassa Friulana-Isontina.
All'ospedale di Gorizia hanno già registrato una cinquantina di accessi di migranti per atti di autolesionismo. "Dal punto di vista sanitario la Edeco non ha ancora trovato una stabilità. Le gabbie hanno un impatto psicologico terribile. Quando l'ho visitato ho avvertito un grande disagio, si sentivano urla disperate, quasi come fosse un luogo di torture".
La Questura è stata costretta ad aumentare il numero di agenti incaricati della vigilanza e dell'ordine pubblico interno: non è raro vedere poliziotti scortare operatori della coop mentre servono i pasti. L'eredità di Salvini E qui si arriva al peccato originale di queste strutture, volute dall'allora ministro Minniti nel 2017 e geneticamente modificate dal suo successore. Salvini, durante il suo mandato al Viminale, ha infatti tagliato i capitolati d'appalto per l'accoglienza, che prima in media erano di 35 euro a migrante al giorno, ora sono di 25 euro.
Di conseguenza sono diminuiti servizi essenziali e il personale è meno qualificato. Non è un caso che le prime quattro classificate nella gara pubblica (Badia Grande, Freedom Onlus, Ospita srl, Consondo Matrix) siano state escluse dalla prefettura di Gorizia: intendevano pagare i dipendenti con stipendi inferiori ai minimi salariali.
L'impronta di Salvini si avverte anche nella permanenza massima degli ospiti, portata da tre a sei mesi dal suo Decreto Sicurezza e, secondo gli operatori, alimentatrice di tensioni. Manca poi un regolamento ad hoc per i Cpr, il ministero dell'Interno non l'ha ancora emanato. Si va avanti con le norme che venivano applicate per i Cie. A certificare, una volta di più, la natura meticcia dei Centri di permanenza per rimpatri. Non sono carceri. Eppure lo sono.
estense.com, 29 gennaio 2020
Giornata di studio con i detenuti-attori. Czertok: "Ponte straordinario tra il carcere e la società civile". Parte da Ferrara e da Teatro Nucleo il nuovo partenariato strategico Erasmus+ "Attuando vite nuove", dedicato a creare un ponte tra il carcere e la città attraverso il teatro. Ferrara diventa così centro di attività e riflessioni sull'educazione con il teatro in carcere, con la presenza di Teatro del Norte (Spagna), della Compagnia tedesca Z3 (Berlino) e degli ungheresi Ures Ter di Pecs, coinvolti in una settimana di convegni condotta da Teatro Nucleo.
In particolare, giovedì 30 gennaio presso la casa circondariale G. Satta di Ferrara - dove Teatro Nucleo opera dal 2005 - si terrà una giornata di studio con la partecipazione dei detenuti-attori impegnati nella produzione di "Album di famiglia", spettacolo ispirato all'Amleto di Shakespeare, una cui prima versione è stata presentata nell'ambito del Festival di Internazionale nello scorso ottobre.
"Il teatro è un catalizzatore efficacissimo per l'alfabetizzazione e l'acquisizione di nuove competenze per il reinserimento dei detenuti, rappresentando un ponte straordinario tra il carcere e la società civile a fine pena, quando è necessario trovare casa e lavoro, superando lo stigma", racconta Horacio Czertok co-fondatore di Teatro Nucleo, attivo da più di quindici anni all'Arginone con progetti di teatro carcere che rappresentano ormai un'eccellenza riconosciuta a livello internazionale e che gli hanno valso la nomina a ambasciatore per la Regione Emilia Romagna della piattaforma Epale- Electronic Platform for Adult Learning in Europe.
Con questa nomina e con il progetto Attuando vite nuove, Ferrara vede riconosciuta l'esperienza più longeva dell'Emilia Romagna, quella di Teatro Nucleo, che ha suscitato la nascita del coordinamento regionale dei teatri-carcere dando vita ad una rete regionale e ha quindi generato progetti attraverso i quali la rete regionale agisce in parallelo con quella internazionale, che risulta dai vari progetti sviluppatisi negli anni in Francia, Belgio, Germania, Spagna, Portogallo, Cipro, Grecia, Ungheria, Lituania, Russia, Svezia, Danimarca, Malta, Inghilterra, Paesi Bassi, Argentina, Cile, Colombia, Messico.
"In questo modo, i risultati delle esperienze hanno modo di confrontarsi e interagire, assunto estremamente rilevante in quanto non esistono istituti nei quali si possa acquisire la formazione necessaria al teatro in carcere".
latinaoggi.eu, 29 gennaio 2020
Il consigliere regionale del Lazio Eleonora Mattia ha annunciato l'avvio di un dialogo con l'ateneo di Roma Tre. Non solo istruzione superiore, ma anche una prospettiva universitaria. È questa la novità che riguarda il carcere di Velletri, appresa grazie a un annuncio effettuato dal consigliere regionale del Lazio, Eleonora Mattia, che ieri mattina ha visitato il penitenziario di Lazzaria in occasione della cerimonia di consegna di tre diplomi di maturità ad altrettanti detenuti che hanno conseguito il titolo di studio all'interno dell'istituto di pena.
L'evento è stato inquadrato nel corso dell'iniziativa "Agricoltura sociale - Istruzione come forma di riscatto": hanno preso parte, oltre all'esponente del Pd alla Pisana, anche il sindaco di Velletri, Orlando Pocci; l'asssessora regionale all'Agricoltura, Enrica Onorati; il consigliere regionale Salvatore La Penna; la direttrice della casa circondariale, Maria Donata Iannantuono; il dirigente scolastico dell'Istituto "Cesare Battisti" Eugenio Dibennardo; il referente scolastico presso il carcere, professor Antonino Marrari.
In qualità di presidente della IX commissione della Regione Lazio che si occupa di Istruzione, Lavoro e Diritto allo studio, la Mattia ha spiegato: "Abbiamo visitato le serre, la fungaia e i luoghi dove vengono prodotti olio e vino, toccando con mano l'entusiasmo con cui i detenuti si impegnano in queste attività, consapevoli che istruzione e cultura siano gli unici veri stimoli per crescere e riscattarsi, una sorta di ascensori sociali di cui non possiamo fare a meno. Non è un caso che nel carcere ci siano anche 10 iscritti all'università, motivo per cui, insieme alla direttrice, abbiamo lanciato la sfida per attivare nel prossimo anno, oltre all'Istituto alberghiero (già previsto) anche il corso Its di Enologia e, in tempi brevi, un percorso distaccato con l'università Roma Tre". Una novità interessante, dunque, che consentirà ai detenuti altre possibilità di reinserimento sociale e di arricchimento del proprio bagaglio personale di esperienze.
di Lorenzo Rosoli
Avvenire, 29 gennaio 2020
Il direttore Gualzetti: "Ma è solo la punta dell'iceberg di un problema devastante". I giocatori patologici? Più spesso uomini che donne, fra i 50 e i 70 anni d'età. "Questi dati mostrano solo la punta dell'iceberg. Ma bastano a far capire quanto gravi possano essere le conseguenze dell'azzardo patologico per i giocatori e le loro famiglie. A partire dalla riduzione in povertà di chi, magari, povero non era". Così Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana, commenta gli esiti della ricerca sul "Gioco d'azzardo problematico" realizzata sui dati del biennio 2017-2018 raccolti in 115 dei 390 centri d'ascolto presenti in diocesi di Milano.
L'"emerso" - Ebbene: 46 centri d'ascolto - sui 115 che hanno risposto al questionario inviato dalla Caritas - "hanno complessivamente incontrato 162 persone che nel corso dei colloqui hanno esplicitato di avere problemi legati al gioco d'azzardo, proprio o di altri, anche se questi non rappresentavano la richiesta principale per la quale si erano presentati al centro", si legge nella ricerca svolta dall'Area dipendenze di Caritas Ambrosiana con l'Area Centri d'ascolto e l'Osservatorio diocesano delle povertà e delle risorse. Le loro caratteristiche? Più spesso uomini che donne, fra i 50 e i 70 anni d'età o, in seconda battuta, fra i 30 e i 49. A segnalare il problema è più spesso il coniuge che il giocatore stesso. E il maggior numero di casi si è riscontrato nella Zona pastorale di Milano.
Problemi e risposte - I problemi più spesso segnalati dai centri d'ascolto in relazione al "gioco problematico"? Quelli economici, fino all'indebitamento. Ma anche le difficoltà nelle relazioni e i problemi legali, fino ad arrivare alla dipendenza da alcol o droghe. Le risposte date dagli stessi centri? In primo luogo: la fornitura di generi di prima necessità. Quindi: l'invito ai servizi sociali, ai servizi specifici per le dipendenze, a quelli per l'indebitamento, ai gruppi di auto-aiuto. E in alcuni casi allo sportello diocesano per familiari di giocatori "problematici" che Caritas gestisce dal 2015.
Un numero per ripartire - "Lo sportello - che nel tempo ha ricevuto finanziamenti nell'ambito dei progetti regionali sulla prevenzione e contrasto al gioco d'azzardo patologico, l'ultimo dei quali negli scorsi mesi - offre ai familiari ascolto e supporto educativo, psicologico, legale, economico-finanziario ed è realizzato con la Fondazione San Bernardino e l'Ordine degli Avvocati di Milano - ricorda un comunicato Caritas -. L'accesso è gratuito. Il primo colloquio va fissato chiamando l'Area dipendenze allo 02.76037261".
Il "sommerso" - La ricerca, inoltre, ha stimato in circa 200 le persone che si sono rivolte ai centri d'ascolto per chiedere aiuto, senza che dai colloqui emergesse esplicitamente il problema dell'azzardo - magari nascosto per vergogna o imbarazzo - ma che operatori e volontari hanno percepito essere fra le cause delle difficoltà personali o familiari. Una circostanza segnalata da 80 centri su 115.
L'impatto dell'online - Ad aprire la via alla sempre maggiore diffusione del gioco patologico "non è stata solo la moltiplicazione esponenziale dell'offerta di luoghi in cui giocare, alla quale abbiamo assistito negli ultimi vent'anni, ma anche l'introduzione dell'azzardo online che consente di scommettere a tutte le ore, ovunque, in modo solitario", sottolinea Laura Rancilio, responsabile dell'Area dipendenze di Caritas Ambrosiana. Si apre così la via ai "comportamenti compulsivi". Di persone a forte rischio di indebitamento. E di usura.
Prima che sia troppo tardi - L'azzardopatia azzera patrimoni e risparmi, fa perdere il lavoro, manda in frantumi matrimoni e famiglie. "E spinge alla disperazione - conclude Gualzetti. Che oltre 300 famiglie, senza storie di grave povertà alle spalle, abbiano dovuto chiedere aiuto ai centri d'ascolto, dimostra quanto sia devastante l'impatto dell'azzardo sulla vita delle persone. Un prezzo troppo alto da pagare, su cui da anni chiediamo una seria riflessione pubblica. Occorre moltiplicare gli sforzi per far emergere il fenomeno, "intercettare" le vittime prima che la situazione sia troppo compromessa, e avviare percorsi di prevenzione, accompagnamento e cura".
di Luca Imperatore
gnewsonline.it, 29 gennaio 2020
Si è svolta questa mattina nell'aula bunker del carcere di Trani l'ultima udienza del processo "Pandora" che vede coinvolti quasi novanta imputati, presunti appartenenti alla mafia barese. Tutte le udienze si sono svolte ricorrendo al servizio di multivideoconferenza che ha permesso a 88 detenuti di alta sicurezza di essere contemporaneamente video-collegati dai rispettivi penitenziari. Si è trattato di un percorso senza precedenti per il sistema di videoconferenze fortemente voluto dal ministro della giustizia Alfonso Bonafede e dal capo del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria Francesco Basentini.
Il processo, che vedeva coinvolti i presunti affiliati ai clan Diomede-Mercante e Capriati di Bari, accusati di associazione mafiosa pluriaggravata, tentato omicidio, rapina, furto, lesioni personali, sequestro di persona e violazioni della sorveglianza speciale, è iniziato il 20 maggio 2019 con rito abbreviato nel Tribunale del capoluogo pugliese. Il nome, "Pandora", scelto dagli inquirenti della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari, intende far riferimento al nome del mitologico vaso greco in cui sarebbero racchiusi tutti i mali.
Visto l'alto numero di imputati è stato deciso di affidarsi alla tecnologia della videoconferenza e spostare le udienze nell'aula bunker del carcere di Trani predisposto per questo tipo di dibattimento. Il grande lavoro di squadra, durato circa tre settimane, che ha visto coinvolti gli istituti penitenziari, la Dgsia e l'ufficio multivideoconferenze del Dap coordinato dall'Ispettore Superiore Luigi Chiani, ha permesso di seguire simultaneamente su 20 monitor gli 88 detenuti, collegati da 27 siti diversi. Numeri mai raggiunti in precedenza. L'udienza camerale (senza pubblico) si è svolta questa mattina a porte chiuse con la presenza solo di giudici e avvocati.
Grazie a questa strategia organizzativa, è stato possibile elevare i livelli di sicurezza nella gestione del processo e conseguire un risparmio importante sotto il profilo dell'impiego di unità di personale del Corpo di Polizia Penitenziaria oltre che dei mezzi di trasporto per il trasferimento dei detenuti.
di Gad Lerner
La Repubblica, 29 gennaio 2020
Pochi lo ricordano, ma il primo ad allestire la messinscena di una spedizione punitiva sotto la residenza di una persona indicata come meritevole di pubblica persecuzione fu Matteo Salvini, nel maggio 2014. Si trattava di Elsa Fornero. "Meno male che non è in casa perché mi prudono le mani", dichiarò minaccioso, a favore di telecamera, il futuro ministro dell'Interno.
Che due anni dopo replicò l'appostamento dei suoi seguaci sotto il domicilio dell'ex ministra. La pratica dell'intimidazione squadristica -sappiamo dove abiti, d'ora in poi non vivrai più tranquillo - trova i suoi cattivi maestri nel presente, non solo nel passato. Non possono fingere stupore se ora assistiamo al passaggio dalla violenza verbale, sparsa nei social e in tv, all'assedio fisico rivendicato come espressione di collera popolare.
La svastica abbinata alla scritta "troia negra" dietro la vetrina in frantumi nel bar di una cittadina italiana di origine marocchina, a Rezzago; la stella di Davide usata come marchio identificativo sulla porta di una ex deportata nel lager di Ravensbruck, a Mondovì; il "crepa sporca ebrea" scritto sul muro di un'abitazione di Torino: sono i richiami storici, i feticci di un'aggressività latente cui si è concessa licenza di parola; e quindi ne approfitta puntando al salto di qualità.
Prendono i simboli del Male e li brandiscono in sintonia con l'auspicio diffuso della cattiveria al potere, sulla scia del plauso che riscuotono nella pubblica arena gli spacciatori del verbo trucido, presentato come voce del popolo. Non a caso, in questi giorni, anche gli asiatici vengono fatti oggetto di sputi, minacce e offese in diverse città italiane.
Trattati come untori, colpevoli di impestarci con il coronavirus che l'ignoranza e la xenofobia descrivono annidato perfino nelle cucine dei ristoranti cinesi. C'è una componente sadica nella parodia di caccia all'uomo orchestrata intorno alla Giornata della Memoria. Confida nel piacere che può suscitare nell'animo degli incarogniti. Li lusinga con l'umiliazione dei malcapitati presi a bersaglio, vivi o morti che siano.
Le imprese di questa nuova forma di squadrismo assecondano una tendenza diffusa nella società dell'incertezza, se è vero che ormai anche le fiction di maggior successo, non solo i talk show, prediligono nel ruolo di protagonisti i rough Nero, che più sono infami più ci piacciono. Perché allora Hitler e i nazisti non dovrebbero ritrovare il posto che si meritano in questa allegoria di guerra sociale, etnica e culturale, per il momento (ma fino a quando?) ancora incruenta?
"C'è tanta omertà in giro, sembra quasi che sia colpa mia se mi hanno distrutto il bar", ha detto sconsolata Madiha, colpevole di non essere una bresciana autoctona. Mentre la torinese Maria per ora ha deciso di non cancellare la scritta antisemita per ricordarci che "la storia antica a volte ritorna". Ci ha messo una settimana Facebook per decidersi a rimuovere il video della citofonate bolognese di Salvini, contornato da giornalisti sorridenti che lo scambiavano forse per un genio della comunicazione anziché incalzarlo come propagandista dell'odio.
Il guaio è che i partiti dell'estrema destra hanno imparato a usare l'espediente retorico di fare sfoggio dei principi liberali per rivendicare il diritto di schernire e minacciare i loro capri espiatori. Non a caso si sono battuti per l'abrogazione della legge Mancino che punisce l'incitamento all'odio razziale. Troppe volte ignorata per timore di ledere la libertà d'espressione. Col risultato che stiamo passando dalle parole ai fatti.
livornopress.it, 29 gennaio 2020
Il Garante dei Detenuti del Comune di Livorno Giovanni De Peppo ha accompagnato un gruppo di detenuti della Casa Circondariale in visita alla mostra "Modigliani e l'avventura di Montparnasse". "Abbiamo visto l'emozione che solo un dipinto di Modigliani riesce a dare nei volti di sei detenuti della Casa Circondariale delle Sughere che oggi hanno visitato la mostra che sta raggiungendo ragguardevoli risultati di visitatori. Sei detenuti che, grazie ad un lavoro di squadra tra la Direzione dell'Istituto gli Assessorati al Sociale e alla Cultura e il Magistrato di Sorveglianza, hanno potuto avere il privilegio, al pari di tanti cittadini di ammirare la mostra.
La visita ideata dalla psicologa del Carcere dott.ssa Michela Salvetti è stata preparata in Istituto dalla professoressa Nadia Marchioni curatrice d'arte. Accompagnati dalla sapiente guida della dott.ssa Annalisa Castagnoli dello Staff del Museo di Livorno con la collaborazione della Responsabile dott.ssa Laura Dinelli si è realizzato il sogno di persone che stanno costruendo un percorso di riabilitazione dove la presenza della bellezza e dell'arte rappresenta un fondamentale stimolo al cambiamento e alla crescita personale. Le spiegazioni e le riflessioni sul percorso artistico di Modigliani e dei suoi contemporanei hanno acceso curiosità e interesse nei detenuti su un artista che rappresenta un fenomeno unico in una realtà ricca di cultura artistica come gli anni del primo novecento.
La visita ha rappresentato per i detenuti anche un'occasione per affacciarsi sulla particolare e ricca di storia struttura del quartiere Venezia e la dott.ssa Castagnoli non ha tralasciato di raccontare della particolare e straordinaria crescita della nostra città grazie alle Leggi Livornine che hanno dato opportunità di tolleranza e armonia tra comunità e nazioni diverse in una città capace di rispetto dei diritti di tutti. I detenuti alla fine della loro visita, accompagnati dalla volontaria della Caritas Rita Romboli e dal Garante dei detenuti Giovanni De Peppo sono stati riaccompagnati in Carcere grazie alla disponibilità di un mezzo messo a disposizione dalla SVS di Livorno".
di Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 29 gennaio 2020
Il timore di un'ondata di partenze era stato evidenziato nelle scorse settimane, durante i giorni di altissima tensione in Libia. E si è concretizzato nelle ultime ore. Perché gli oltre 400 migranti che sbarcheranno oggi a Taranto dalla Ocean Viking e gli altri 300 che sono stati soccorsi dalla Alan Kurdi - in viaggio verso Malta - e dalla Open Arms, potrebbero essere presto raggiunti da migliaia di altre persone in fuga dal conflitto libico. Ma anche dalla Tunisia. Un flusso che rischia di intensificarsi con la bella stagione. E che potrebbe creare problemi per quanto riguarda l'accoglienza.
Dopo la scelta dell'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini di ridurre drasticamente gli stanziamenti per i centri che si occupano dei richiedenti asilo, gli ultimi bandi di gara sono andati deserti. E dunque si dovranno cercare strade alternative, tornando a chiedere all'Europa il rispetto delle intese. Se è vero che al momento la distribuzione continua a funzionare, è pur vero che ci sono state tensioni con Malta. E non è escluso - qualora il numero degli arrivi dovesse aumentare - che anche altri Paesi europei decidano di tirarsi indietro. E Salvini va all'attacco del governo "che ha impiegato quattro giorni per concedere un porto sicuro". "È sequestro di persona solo quando sono coinvolto io? E allora ci vediamo in tribunale. A metà febbraio il Senato deciderà se devo andare a processo, invito Conte e Lamorgese con me".
Lo sbarco concordato - Sono 403 i migranti che arriveranno oggi a Taranto. Tra loro anche 12 donne incinte. Il via libera all'approdo è arrivato dopo l'accordo con altri Stati - tra cui Francia e Germania - per l'accoglienza, ma poi si dovrà vedere quale sarà davvero la destinazione finale. Ieri Malta ha accettato di far arrivare la Alan Kurdi con 77 naufraghi, ma poi ha escluso di poter accettare la Open Arms che ne ha soccorsi 237 e rimane in attesa del permesso di sbarco. E nei prossimi giorni altre imbarcazioni potrebbero far rotta verso l'Italia. Proprio ieri Alarm Phone, il servizio per chi è in difficoltà nel Mediterraneo, ha confermato che "negli ultimi 5 giorni sono arrivate segnalazioni su 9 imbarcazioni con un totale di circa 650 persone a bordo". Dati che confermano una tendenza: al 27 gennaio sono giunti nel nostro Paese 1.300 migranti contro i 155 dello scorso anno.
I 7.000 in attesa - Ieri la ministra Luciana Lamorgese ha assicurato che "il lavoro sul memorandum Italia-Libia è terminato e adesso attendiamo il via libera della Farnesina", ma si tratta comunque di un'intesa che difficilmente potrà essere operativa visto che il conflitto tra il presidente Al Sarraj e il generale Khalifa Haftar è tuttora in corso.
Secondo le ultime analisi ci sono almeno 7.000 stranieri determinati a lasciare la Libia e, come accaduto anche in passato, le partenze potrebbero essere utilizzate dalle due parti anche come strumento di pressione nei confronti dell'Europa. A questo si aggiunge l'allentamento dei controlli da parte della Tunisia che ha determinato la partenza di numerose imbarcazioni - gommoni o pescherecci - e l'arrivo di piccoli gruppi di migranti sulle spiagge o comunque lontano dai porti. I cosidetti "sbarchi fantasma" che risulta abbiano preso nuovamente vigore.
La carenza di posti - Al momento il Viminale sta facendo fronte all'accoglienza utilizzando tutte le strutture disponibili, ma se la situazione dovesse peggiorare bisognerà trovare soluzioni alternative. I decreti sicurezza approvati dal governo formato da Lega e M5S hanno infatti ridotto, in alcuni casi dimezzato, il rimborso per le associazioni e le società che si occupano dei richiedenti asilo in attesa di risposta provvedendo alla loro sistemazione, oltre al vitto e all'alloggio.
Nella maggior parte dei centri non possono più esserci quei servizi per favorire l'integrazione come gli insegnanti di italiano, i consulenti legali e i mediatori e molte organizzazioni preferiscono non partecipare alle gare per aggiudicarsi le commesse. Ecco perché all'interno del governo c'è chi sollecita una revisione delle norme, auspicata dal presidente Sergio Mattarella, proprio per non trovarsi impreparati se il contesto dovesse peggiorare.
di Michele Marsonet*
Il Dubbio, 29 gennaio 2020
Battere le fake news ricercando la verità assoluta? Un errore. Molti sono convinti che libertà e verità siano intimamente connesse e che non si possa essere liberi senza il possesso della verità. Non è così. Si può essere liberi solo costruendo un concetto limitato e parziale di verità.
Oggi si afferma spesso che l'inscindibilità di osservazione e teoria conduce alla relativizzazione di ogni discorso intorno al mondo circostante, e ciò significa che non è lecito affermare che il mondo rappresenta il criterio ultimo per distinguere il vero dal falso. In altre parole, risulta impossibile - pena la caduta nel ragionamento circolare - separare il mondo dalle teorie da noi costruite e utilizzate per parlarne; per far questo avremmo bisogno di un punto di vista superiore e neutrale, vale a dire di quella che Hilary Putnam definisce "visione dell'occhio di Dio".
Il risultato, in ultima istanza, è che ogni discorso sul mondo è relativo alle teorie di cui attualmente disponiamo. La principale caratteristica degli esseri umani, che è poi quella che li distingue da tutti gli altri prodotti dell'evoluzione naturale, è la loro capacità di idealizzare e di vedere le cose non solo come sono attualmente, ma anche come potrebbero o dovrebbero essere. Questo spiega perché, ad esempio, la nostra evoluzione non è soltanto naturale e biologica, ma pure culturale e normativa. Ciò di cui disponiamo, in ogni particolare epoca storica, è un genere limitato di conoscenza, dove l'aggettivo "limitato" si riferisce a tutte le condizioni particolari storiche, culturali, sociali, politiche, tecnologiche, etc. - che sono in grado di determinare gli obiettivi della nostra ricerca.
Non esiste quindi la conoscenza "definitiva". Quest'ultimo tipo di conoscenza, d'altro canto, è connessa alla nozione idealizzata di scienza "perfetta". Il problema è che tanto l'ideale della scienza perfetta quanto quello della verità definitiva sono necessari al perseguimento pratico dell'impresa scientifica. Possiamo - e dobbiamo - comprendere il divario esistente tra "reale" e "ideale". Ma nello stesso tempo, utilizzando la succitata capacità di idealizzazione e costruendo "mondi possibili", riusciamo in qualche modo a colmare tale divario proiettandoci nelle circostanze ideali che renderebbero realizzabile una tale operazione.
Ed è pure opportuno rammentare che non vi sarebbe alcuna scienza senza la nostra abilità di idealizzare e di prevedere circostanze e stati di cose possibili. Ne risulta pertanto che è errato accusare il coerentismo per il fatto che non fornisce alcuna definizione di verità. In realtà, una simile definizione non rientra nei suoi obiettivi, né potrebbe fornirla senza contraddirsi.
Risulta allora difficile capire cos'altro potrebbe essere la verità se non coerenza ideale, dal momento che il fatto che una proposizione sia vera equivale al suo essere coerente rispetto a un insieme ideale di dati. Anche in questo caso è la presenza dell'idealizzazione a impedirci di ottenere - mediante la coerenza - la verità assoluta. Nella pratica il divario tra verità "presunta" e "accertata" continua infatti a manifestarsi, e soltanto delle circostanze ideali (ovviamente non conseguibili praticamente) potrebbero colmarlo.
E, anche nella ricerca scientifica, la separazione fra reale e ideale limita il nostro orizzonte cognitivo. È molto importante sottolineare che questa linea di ragionamento può essere applicata fruttuosamente nel campo dell'analisi politica e sociale. Lo capì molto bene Isaiah Berlin, che al tormentato rapporto tra verità e libertà ha dedicato alcune delle sue pagine più belle. Dalle precedenti considerazioni discende infatti una conseguenza che può risultare, in apparenza, paradossale.
Quando oggi si parla di fake news, si dimentica spesso di sottolineare che soltanto in un contesto caratterizzato dalla libertà di opinione può svilupparsi la battaglia a favore della verità. Se le autorità governative decidono in anticipo cosa è vero e cosa è falso, come accade per esempio in un regime monopartitico come quello cinese o anche in un sistema apparentemente democratico come Singapore, è inevitabile che il problema delle fake news neppure si ponga, poiché il confine tra verità e falsità è già stato stabilito in anticipo da chi detiene il potere.
Ne consegue che, rifacendoci alla storia del pensiero occidentale, non è detto che Platone avesse completamente ragione e i Sofisti del tutto torto. Se si ha in mente una concezione rigida della verità al fine di garantire la completa correttezza dell'informazione, si corre il rischio di perseguitare tutti coloro che non concordano con la concezione anzidetta.
Se, invece, ammettiamo che la verità abbia a che fare anche con la persuasione, e che a volte il suo uso strumentale possa giovare alla convivenza civile, allora si lascia il giusto spazio alla differenza d'opinione consentendo a più soggetti di partecipare al dibattito adottando punti di vista diversi. Molti sono convinti che libertà e verità siano intimamente connesse, e che non si possa essere liberi senza il possesso della verità. Tuttavia non è così.
Come dimostra l'esempio dei grandi sistemi totalitari e delle concezioni religiose monolitiche, che non attribuiscono alcun ruolo al dissenso, chi è convinto di possedere la "Verità" (con la V maiuscola), è per forza di cose portato a colpire - anche nel senso fisico del termine - tutti coloro che non concordano con i suoi schemi mentali e concettuali.
Questo significa che si può essere liberi soltanto costruendo un concetto limitato e parziale di verità, riconoscendo al contempo che chi è in disaccordo non dev'essere ipso facto condannato e bandito. Ogni pretesa di verità assoluta lede la libertà mia e quella altrui, mettendo così in pericolo il bene più prezioso che gli esseri umani possiedono.
*Ordinario di filosofia della scienza all'Università di Genova
- Migranti. La resa sul patto Italia-Libia: sarà prorogato senza modifiche
- Stati Uniti. Un anno della politica "Rimanete in Messico": costi umani spaventosi
- Giustizia, è scontro: i renziani contro la prescrizione. E preparano un attacco a Bonafede
- Detenuti anziani, il buio dopo la libertà. Servono nuove forme di accoglienza
- Orlando presenta il conto ai 5 Stelle: "Ora una norma diversa sulla prescrizione"









