di Michele Faggi
indie-eye.it , 28 gennaio 2020
Guarda "Lettere dal Fronte" #1 image "Musica contro le sbarre: Jail Time Records" è il primo numero di "Lettere Dal Fronte. Storie di Cittadinanza Attiva", format audiovisivo scritto e realizzato da Michele Faggi, strumento "vivo" di conoscenza politica, tra Musica, Cinema e arti visuali.
Ospite del primo episodio, Dione Roach, artista visuale, pittrice e videomaker che ci racconta l'esperienza di Jail Time Records, primo studio di registrazione permanente nato all'interno di un carcere africano e adesso label di musica Rap e Hip Hop che impiega carcerati ed ex carcerati in un impegno costante.
Esempio virtuoso e alternativo di "certezza del recupero", Jail Time Records ha bisogno anche del tuo aiuto. Guarda il video e sostieni il progetto insieme a "Lettere dal Fronte": https://www.youtube.com/watch?v=cMyyq8Uyy6A&feature=emb_logo
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera , 28 gennaio 2020
A soli 36 anni è morta Lina Ben Mhenni, una delle voci più conosciute della "Primavera araba", nota a tutto il mondo per il suo blog A Tunisian Girl. La sua lotta in nome della libertà di espressione e per il rispetto dei diritti umani le era valsa la candidatura al Nobel per la pace nel 2011. L'attivista soffriva da tempo di una malattia autoimmune che l'aveva costretta ad un trapianto di rene.
Quando nel 2010 il tunisino Mohamed Bouazizi si diede fuoco a Sidi Bouzid per protestare contro le condizioni economiche della Tunisia, un gesto che accese la rivolta nel Paese, Lina fu la prima a recarsi sul posto e a raccontare la "rivoluzione" sul suo blog. Nel 2011 ha pubblicato Tunisian Girl, blogueuse pour un printemps arabe, in cui racconta la sua storia di blogger indipendente e di manifestante, prima e dopo la rivoluzione. In questi anni ha ricevuto numerosi riconoscimenti tra i quali il Premio Roma per la Pace e l'Azione Umanitaria, quello di migliore reporter internazionale del quotidiano El Pais nel 2011, il Premio Sean MacBride per la Pace, il Premio Minerva per l'azione politica, il Premio Ischia Internazionale di Giornalismo nel 2014.
Nonostante la malattia, l'attivista era impegnata per i diritti dei detenuti e aveva avviato una raccolta di libri per le carceri. Inoltre, si era unita al movimento EnaZeda versione tunisina del MeToo che negli ultimi mesi ha denunciato molestie sessuali e discriminazioni contro le donne.
"Da ieri sono su una nuvola, una nuvola di buon umore" scriveva in uno dei suoi ultimi post sul blog raccontando di una sorpresa organizzata per lei dai suoi amici nella sede dell'Associazione tunisina delle donne democratiche. "Un pensiero alla nostra rivoluzione che si batte ancora, malgrado i tradimenti. Come lei, mi batterò per uscire da questa situazione difficile, grazie al vostro amore" sono le parole lasciate il 19 gennaio
La vita di Lina non era facile. A causa della sua battaglia in difesa dei più deboli, viveva sotto scorta da quando, negli anni della caduta del presidente tunisino Ben Ali, aveva ricevuto minacce di morte. A scuoterla era soprattutto il fatto che in Tunisia poco fosse cambiato con la rivoluzione: "Dopo sei anni dalla cacciata del dittatore Ben Ali, nulla è realmente mutato per i giovani tunisini che sono scesi in piazza e hanno affrontato di petto i prepotenti e i gas lacrimogeni, con il sogno di vedere le loro vite cambiare in meglio. Nessun governo ha mostrato una reale volontà di dialogare con i giovani e di affrontare i loro problemi, che potrebbero essere sintetizzati nel principale slogan intonato durante la rivoluzione: occupazione, libertà, dignità e giustizia sociale" diceva in un'intervista rilasciata nel 2017.
di Antonio Carlo Scacco
Il Sole 24 Ore, 27 gennaio 2020
L'Ispettorato Nazionale del Lavoro ritiene pienamente ammissibile, entro certi limiti, il lavoro carcerario a domicilio: è il contenuto della nota n. 596 del 23 gennaio resa a fronte di uno specifico quesito avanzato dalla direzione territoriale di Padova.
Fin dalla riforma dell'ordinamento penitenziario attuata con legge 354/1975, il lavoro carcerario ha perso il carattere originario meramente sanzionatorio (pur rimanendo obbligatorio) per divenire elemento fondamentale della rieducazione e reinserimento sociale del detenuto secondo i principi contenuti nell'articolo 27 della Costituzione, in base al quale le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
Il decreto legislativo 124/2018, nel riformare le norme sull'ordinamento penitenziario contenute nella legge del 1975, ha ulteriormente valorizzato tale prospettiva stabilendo, ad esempio, che nelle strutture detentive debbano essere favorite in ogni modo la destinazione dei detenuti al lavoro e a corsi di formazione professionale ed il lavoro debba essere regolarmente remunerato (un tempo si chiamava "mercede"), sia pure in misura corrispondente a 2/3 di quella prevista normalmente dai contratti collettivi.
Nella nota in commento, l'Inl sottolinea come il lavoro dei detenuti possa essere già svolto, sulla base di apposite convenzioni, anche presso imprese pubbliche e private, particolarmente imprese cooperative sociali, in locali concessi in comodato dalle Direzioni (articolo 47 del D.P.R. 230/2000, recante norme sull'ordinamento penitenziario e sulle misure privative e limitative della libertà) che diventano pertanto dei locali dell'azienda (fatta ovviamente salva la possibilità del libero accesso da parte della Direzione per motivi inerenti la sicurezza).
Allo stesso modo non vi sono preclusioni circa la ammissibilità del lavoro a domicilio considerato anche che tale peculiare tipologia di lavoro risulta espressamente richiamata dal predetto Dpr 230/2000.
Il lavoro carcerario a domicilio, in particolare, è una tipologia lavorativa introdotta come novità assoluta dalla L. 56/1987, sebbene l'art. 19, comma. 6 e 7 non forniscano alcuna definizione di tale tipo di lavoro inframurario, limitandosi a richiamare l'applicabilità delle norme sull'ordinamento penitenziario, in materia di lavoro artigianale, intellettuale e artistico.
Secondo l'Ispettorato è tuttavia necessario che le prestazioni lavorative siano compatibili con le caratteristiche peculiari del lavoro a domicilio (si pensi alle concrete modalità di svolgimento dell'attività lavorativa, la individuazione dei locali in cui svolgere il lavoro, l'uso degli strumenti necessari, il rimborso delle spese sostenute dall'amministrazione, l'invio all'esterno dei beni prodotti in considerazione del luogo dove la prestazione si svolge e la privazione della libertà personale cui è soggetto il detenuto).
Ulteriore aspetto sottolineato dalla nota è rappresentato dalla remunerazione corrisposta al detenuto che, come accennato, è stabilita, in relazione alla quantità e qualità del lavoro prestato, in misura pari ai due terzi del trattamento economico previsto dai contratti collettivi.
di Giovanni Terzi
Libero, 27 gennaio 2020
Intervista allo storico direttore penitenziario, oggi consulente: "Le monetine a Craxi, la pagina più buia della storia recente". Quarant'anni passati accanto a chi ha compiuto atti contro la nostra società, una vita passata a cercare di ottemperare quel famoso articolo 27 della Costituzione che sancisce come ogni detenuto deve essere recuperato alla società vivendo in condizioni umane; ma anche una vita vissuta all'interno della nostra società che spesso dimentica il principio costituzionale.
di Pierpaolo Scavuzzo
agi.it, 27 gennaio 2020
Per le toghe la proposta del Ministro pentastellato è "un rischio per la tutela dei diritti dei cittadini". E dicono no anche ai tempi strozzati per i processi. Un "rischio per la tutela dei diritti dei cittadini". Cosi' l'Associazione nazionale magistrati (Anm) bolla la proposta del Guardasigilli Alfonso Bonafede di programmare i tempi - 4 o 5 anni al massimo - dei processi penali, con l'ipotesi di sanzioni disciplinari per le toghe in caso di sforamenti.
I magistrati definiscono "irricevibile" e "brutale" questa previsione - contenuta nella bozza del ddl delega messa a punto dagli uffici di via Arenula e circolata nei giorni scorsi tra le forze politiche di maggioranza - e si dicono pronte a dare battaglia.
Il ministro, allo stato, non ha replicato alle critiche, ma mercoledì prossimo incontrerà i vertici del sindacato delle toghe e quella sarà la sede per chiarimenti e approfondimenti sulla riforma: il tema sarà certo affrontato dai magistrati anche in occasione delle cerimonie per l'apertura dell'anno giudiziario che si svolgeranno venerdì in Cassazione e sabato prossimo in tutti i distretti di Corte d'appello italiani.
Nel testo del ddl delega, "sembra esserci una sorta di messa in mora", ha osservato il segretario dell'Anm Giuliano Caputo, il quale ha ricordato che la posizione dell'Anm sulla prescrizione - favorevole allo stop dalla sentenza di condanna in primo grado, come previsto con il 'Iodo'proposto dal premier Giuseppe Conte - espressa fin dal novembre 2018, "non è corporativa" e, dunque, "no a contropartite con tempi strozzati e sanzioni: è inaccettabile ragionare in questi termini, davanti al ministro siamo pronti a una risposta incisiva".
L'Anm, infatti, con il presidente Luca Poniz, ribadisce il suo "essere fuori da qualunque logica di contrapposizione politica: le nostre posizioni non possono essere tirate per la giacchetta, a favore di una parte politica o di un'altra". Secondo Poniz, inoltre, "non è ricevibile l'idea che se la prescrizione non ci sarà più, si può restare imputati per sempre, come se il giudice decida le sorti di un imputato solo in base al meccanismo burocratico del calcolo della prescrizione". È un'idea che dobbiamo contrastare".
di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 27 gennaio 2020
I dati del Dap. Nelle carceri svantaggiati i non cattolici. Quasi 8 mila i detenuti aderenti al culto islamico. Nelle carceri italiane, tra i 60.889 detenuti, secondo i dati diffusi dal Dap -Dipartimento amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia, la comunità religiosa più numerosa è ancora quella cattolica con 36.608 aderenti seguita dall'islamica con 7.940 aderenti e dall'ortodossa con 2.467 fedeli.
Gli altri culti si attestano tutti intorno alle centinaia e anche meno a cominciare dai 339 cristiani evangelici delle varie chiese, il rispettivo centinaio di hindu e buddisti per arrivare a 66 testimoni di Geova, 56 ebrei e 30 anglicani.
Il principio della libertà religiosa, sancito all'art. 19 della nostra Costituzione, non dovrebbe valere meno nei nostri istituti di pena visto che all'articolo 26 dell'ordinamento penitenziario si prevede che detenuti e gli internati abbiano libertà di professare la propria fede religiosa approfondendola e praticandola.
Eppure, dall'ultimo rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione risulta che nel 22% delle carceri visitate mancano spazi dedicati alla preghiera dei non cattolici. Per quanto concerne la religione cattolica, in ogni istituto è prevista la presenza di almeno un cappellano e la celebrazione dei riti di culto mentre gli appartenenti a religione diversa dalla cattolica hanno diritto di ricevere, su richiesta, l'assistenza dei ministri del proprio culto e di celebrarne i riti.
Al 15 gennaio 2019, sono quasi 50 mila i detenuti che hanno dichiarato di professare una fede religiosa. In 11.631 casi, per la statistica del Dap, la religione d'appartenenza figura come "non rilevata" e ci sono 961 detenuti non appartenenti ad alcuna religione. L'assistenza è assicurata per tutti i culti: per i cattolici è presente un cappellano in ogni istituto penitenziario, per i culti diversi dalla religione cattolica, ad oggi i 1.505 i ministri di culto entrano in carcere attraverso due differenti modalità.
Per le confessioni religiose che hanno stipulato un'intesa con lo Stato Italiano, i relativi ministri possono entrare "senza particolare autorizzazione", secondo le rispettive leggi d'intesa e ai sensi dell'art. 58 del regolamento di esecuzione della legge 354/75. In questi casi, le suddette confessioni trasmettono ogni anno al Dap e ai provveditorati regionali gli elenchi dei ministri destinati a prestare assistenza spirituale negli istituti penitenziari.
Allo stato attuale, le confessioni che hanno stipulato un'intesa con lo Stato italiano, sono la Tavola Valdese, le Assemblee di Dio in Italia, la Chiesa Evangelica Luterana, l'Unione delle Comunità Ebraiche, la Chiesa Cristiana Avventista, la Sacra Arcidiocesi Ortodossa d'Italia, la Chiesa Apostolica, la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, l'Unione Buddhista Italiana e l'Istituto Buddista Italiano "Soka Gakkai".
Invece, per i ministri di culto che appartengono a religioni che non hanno stipulato alcuna intesa con lo Stato, la domanda presentata dal singolo o dalla congregazione per accedere in uno o più istituti è trasmessa dalla Direzione generale detenuti e trattamento del Dap all'Ufficio culti del ministero dell'interno che svolge gli accertamenti di rito e rilascia un nulla osta. Per la religione islamica, mancando una struttura unitaria rappresentativa dell'islam, si segue la stessa procedura utilizzata per i ministri di culto che appartengono a confessioni religiose senza un'intesa con lo Stato italiano.
Ad oggi sono 43 gli imam che hanno ottenuto il nulla osta del Viminale: alcuni accedono alle strutture penitenziarie periodicamente, altri solo in occasione del Ramadan. Nel 2015 è stato siglata un'intesa tra il Dap e l'Unione delle comunità ed organizzazioni Islamiche in Italia grazie alla quale 13 imam indicati dall'Ucoii hanno ottenuto il nulla osta e sono stati inseriti nell'elenco dei ministri di culto già autorizzati all'accesso negli istituti.
Con riferimento ad altre fedi, ci sono 24 ministri di culto ortodossi autorizzati ad accedere negli istituti penitenziari a seguito di rilascio del nulla osta del ministero dell'interno. La legge 126/2012 ha inoltre regolarizzato i rapporti tra lo Stato Italiano e la Sacra Arcidiocesi Ortodossa d'Italia autorizzando 32 sacerdoti.
Per i buddisti, nel 2015, con una prima intesa dell'Unione Buddista Italiana con lo Stato, sono entrati nelle carceri 17 monaci e una seconda del 2016 con l'Istituto Buddista Italiano "Soka Gakkai" di Firenze, ha permesso a 73 ministri di culto buddisti di accedere agli istituti penitenziari.
di Gianni Bazzoni
La Nuova Sardegna, 27 gennaio 2020
Potrebbe arrivare domani - con un provvedimento urgente del ministero della Giustizia - il nuovo direttore del carcere di Bancali. La procedura, attesa ormai da tempo, avrebbe avuto una brusca accelerazione dopo i gravi fatti che si sono verificati negli ultimi giorni nella struttura carceraria.
In particolare dopo le tensioni e le aggressioni agli agenti da parte di detenuti della sezione di massima sicurezza del 41bis che hanno fatto salire notevolmente il livello di attenzione. Anche perché c'è da capire che cosa sta succedendo nel carcere dove le organizzazioni sindacali - ormai da tempo - hanno segnalato una lunga lista di problemi e carenze.
Il provveditore regionale delle carceri Maurizio Veneziano dovrebbe essere a Bancali nei primi giorni della prossima settimana per rendersi conto di persona della situazione e per portare la solidarietà all'agente ferito nel corso dell'ultima drammatica aggressione.
Il poliziotto ha avuto 20 giorni di cure dopo essere stato colpito al viso con una penna da Filippo Griner, 38 anni, uno dei reclusi della sezione 41bis. Nei giorni precedenti, Leoluca Bagarella, invece, si era reso protagonista di una protesta plateale, con un tentativo di aggressione agli agenti che lo stavano accompagnando dalla cella alla sala della videoconferenza dalla quale doveva partecipare al processo sulla trattativa Stato-mafia in corso di svolgimento alla Corte d'assise d'appello a Palermo.
Il boss era stato prontamente bloccato e riaccompagnato in cella. In quella occasione nessuno degli agenti aveva riportato conseguenze. La situazione di Bancali continua a essere complicata. Anche perché oltre al direttore titolare (che ora sarebbe in arrivo) manca ancora il comandante della polizia penitenziaria, una figura fondamentale in una struttura così complessa, e le responsabilità continuano a gravare su una figura intermedia come quella dell'ispettore.
Dei problemi del carcere di Bancali si doveva parlare nel corso di una riunione tra le organizzazioni sindacali e il provveditore regionale Veneziano prevista a metà gennaio, ma la riunione era poi saltata e c'era stato un rinvio ai primi di febbraio.
Ora è stata aggiornata per i primi giorni di febbraio, una conferma - questa dell'incontro - dell'esistenza dei "problemi nella casa circondariale di Sassari" (questo il tema della riunione). La data della riunione tra il provveditore regionale della carceri e i rappresentanti sindacali dovrebbe essere fissata proprio in occasione della visita di Veneziano a Bancali.
di Vittorio Sgarbi
Il Giornale, 27 gennaio 2020
Mi era sembrata sveglia e intelligente la giornalista di Repubblica contrapposta da Lilli Gruber allo pseudoministro della giustizia Alfonso Bonafede, disperato difensore di principi e valori che non ha mai avuto. Annalisa Cuzzocrea gli chiede, con grande equilibrio, "se ogni tanto pensa agli innocenti che finiscono in carcere? Perché sono tantissimi".
"Ma cosa c'entra? Gli innocenti non finiscono in carcere", è l'insensata risposta di Bonafede, che subito la Cuzzocrea smentisce: "No, scusi, dal 1992 al 2018 27mila persone sono state risarcite dallo Stato perché erano finite in carcere da innocenti. Quindi gli innocenti finiscono in carcere".
Siccome le considerazioni erano logiche e inappuntabili (dal 1992 ad oggi lo Stato italiano ha speso 700 milioni di euro per ingiusta detenzione. Ogni anno circa 15 milioni di euro), il bilioso Travaglio, per cui un cittadino innocente e libero è un'anomalia, perché l'uomo è sempre colpevole, corre subito in soccorso del criptoministro e scarica le sue metaforiche randellate sulla brava Cuzzocrea: "Una giornalista di Repubblica, ignara di vent'anni di battaglie del suo giornale per bloccare la prescrizione, contestava la legge che blocca la prescrizione: "Lei non pensa agli innocenti che finiscono in carcere?".
Argomento demenziale visto che la blocca-prescrizione non cambia di una virgola la sorte degli eventuali innocenti in carcere, i quali non possono essere detenuti che espiano la pena, ossia i condannati in via definitiva, per definizione colpevoli.
Ma i detenuti in custodia cautelare (arrestati prima della sentenza in base a "gravi indizi di colpevolezza" per evitare che fuggano o inquinino le prove o reiterino il reato): che però, per la nostra Costituzione, sono già "presunti innocenti". Quindi non c'è nulla di scandaloso se un presunto innocente è in carcere: è la legge che lo prevede. Solo la sentenza definitiva dirà se è colpevole o innocente".
Meraviglioso: viviamo tutti in presunto stato di colpevolezza, ed è veramente eccezionale che siamo liberi. Per Travaglio "non c'è nulla di scandaloso se un "presunto innocente" è in carcere", naturalmente.
C'è tutto di scandaloso invece, in particolare l'indifferenza con cui la "Bestia del Fatto" travolge diritti e dignità. Cosa importa che 27mila innocenti siano stati in carcere? Un piccolo errore: la giustizia non deve essere giusta, deve essere minacciosa, violenta, umiliante.
Travaglio ricorda Don Fernando Nino De Guevara, il Cardinale spagnolo inquisitore generale di cui conosciamo il volto segaligno dal ritratto di El Greco. Il grande inquisitore nominava i suoi esecutori con lo spirito di Travaglio: "Noi, per misericordia divina inquisitore generale, fidando nelle vostre cognizioni e nella vostra retta coscienza, vi nominiamo, costituiamo, creiamo e deputiamo inquisitori apostolici contro la depravazione eretica e l'apostasia nell'inquisizione di (qui veniva inserito di volta in volta il nome del luogo dove l'inquisitore veniva mandato) e vi diamo potere e facoltà di indagare su ogni persona, uomo o donna, viva o morta, assente o presente, di qualsiasi stato e condizione che risultasse colpevole, sospetta o accusata del crimine di apostasia e di eresia, e su tutti i fautori, difensori e favoreggiatori delle medesime".
A confortare questi confronti ci sono, incredibilmente, i dati che riguardano il più grande dei grandi inquisitori, Thomas De Torquemada, responsabile della morte sul rogo di 10.280 persone, della punizione con infamia e confisca dei beni di altri 27.021. Si tratta di azioni violente, relative non a reati ma a presunzione di reati secondo lo schema di Travaglio.
Mi sono trovato a parlarne in televisione con una sottospecie di Travaglio, il sinistro Barbacetto, e mi è subito arrivato un messaggio eloquente che mi ha ricordato anni lontani di inaudita violenza, quando iniziarono le persecuzioni che non sono finite: "La vedo in diretta su Rete 4 e mi farebbe piacere ricordasse in quel contesto anche mio padre Franco Quattrone (Dc) arrestato nel 1992, accusato inizialmente come mandante dell'omicidio Ligato assieme ai deputati Battaglia (Dc) e Palamara (Psi) e poi a seguire di tutto di più, a catena, 13 mesi di detenzione, 17 processi e, dopo oltre 20 anni complessivi di sofferenza, assolto o addirittura con sentenza di non luogo a procedere.
Mio padre è morto nel 2012 anche per la sofferenza subita. Sua e di tutti noi. Ho realizzato un documentario che presenterò a fine marzo per raccontare anche questa storia. La ringrazio sempre anche per il suo supporto mai mancato. Non dimenticherò mai Sgarbi quotidiani su di lui. Grazie. Maria Francesca Quattrone". Ma gli inquisitori non si vergognano neanche davanti ai morti.
di Giorgia Baroncini
Il Giornale, 27 gennaio 2020
La giornalista di La7, Gaia Tortora, contro il direttore del Fatto Quotidiano per le parole sugli innocenti in carcere: "Sono stata una signora, Ora basta. Travaglio... Mavaffanculo". Si è sfogata così su Twitter Gaia Tortora, giornalista del Tg de La7 e figlia di Enzo.
La polemica dopo le parole del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede sembrava essersi attenuata. L'uscita del Guardasigilli "Gli innocenti non vanno in carcere..." durante una puntata di Otto e Mezzo su La7 aveva creato non pochi malumori.
"Ministro le chiedo di spiegare la sua frase ad Otto e Mezzo 'Gli innocenti non finiscono in carcere'. Grazie", aveva scritto su Twitter Gaia Tortora. Poco dopo, Bonafede aveva cercato di chiarire la sua posizione, ma senza mettere del tutto fine alle polemiche.
A scatenare di nuovo l'ira di Gaia Tortora e di tanti altri è stato un editoriale di Marco Travaglio. In un articolo intitolato "Bonafede e Malafede", il direttore del Fatto Quotidiano ha dichiarato che "la blocca-prescrizione non cambia di una virgola la sorte degli eventuali innocenti in carcere. I quali non possono essere i detenuti che espiano la pena, cioè i condannati in via definitiva, per definizione colpevoli.
Ma i detenuti in custodia cautelare (arrestati prima della sentenza in base a 'gravi indizi di colpevolezza' per evitare che fuggano o inquinino le prove o reiterino il reato): che però, per la nostra Costituzione, sono già presunti innocenti". Quindi, ha sostenuto Travaglio, "non c'è nulla di scandaloso se un presunto innocente è in carcere: è la legge che lo prevede".
Una frase che ha subito indignato la giornalista di La7 che è intervenuta con un Tweet. "Finora ho sopportato e sono stata una signora. Ora basta. Travaglio.. Mavaffanculo", ha scritto Gaia Tortora sul social.
Ma lo scontro tra il direttore del Fatto e la giornalista non è finito lì. Pochi minuti dopo, sul profilo della figlia di Enzo Tortora è apparso un altro forte messaggio: "Chiedo al Signor Marco Travaglio di ripetere in pubblico ciò che mi sta scrivendo via SMS e che custodirò gelosamente. Perché al peggio non c è mai fine".
di Marco Travaglio
Il Fatto Quotidiano, 27 gennaio 2020
Ieri ho scritto un'ovvietà, nota a chiunque abbia una vaga idea di diritto penale: "I detenuti in custodia cautelare (arrestati prima della sentenza in base a "gravi indizi di colpevolezza" per evitare che fuggano o inquinino le prove o reiterino il reato), per la nostra Costituzione, sono presunti innocenti. Quindi non c'è nulla di scandaloso se un presunto innocente è in carcere: è la legge che lo prevede. Solo la sentenza definitiva dirà se era colpevole o innocente".
L'informazione, essendo corretta, ha molto urtato Gaia Tortora. Infatti la vicedirettrice del Tg La7, anziché spiegare quale sarebbe il mio eventuale errore, ha soavemente twittato: "Finora ho sopportato e sono stata una signora. Ora basta. Travaglio... Mavaffanculo".
Le ho scritto via sms di informarsi e studiare prima di insultare. E, siccome la poveretta insisteva imperterrita, le ho brevemente spiegato la differenza fra carcere per custodia cautelare e per espiazione pena. Invano. Allora le ho preannunciato un corso di recupero per ciucci. Infatti subito dopo il circoletto dei giuristi per caso e dei garantisti alle vongole giù giù fino a Renzi ha iniziato a twittare compulsivamente contro di me, solidarizzando con l'insultatrice anziché con l'insultato. Casomai fossero interessati a qualche informazione vera, comunico che la custodia cautelare riguarda gli indagati e gli imputati a cui i giudici limitano la libertà prima della sentenza definitiva, in presenza di "gravi indizi di colpevolezza", per evitare che fuggano, o inquinino le prove, o reiterino il reato.
Quindi, per la Costituzione, sono tutti "presunti innocenti", anche se già si sa che sono sicuramente colpevoli: anche se sono stati colti in flagrante col coltello nella pancia del morto, se la vittima o un testimone li ha visti e denunciati, se hanno confessato, se sono stati filmati o fotografati o intercettati mentre commettevano il reato. Dunque tutti i detenuti in custodia cautelare sono "presunti innocenti". Non lo dico io, ma il Codice di procedura penale (artt. 272-315) e la Costituzione (art. 27 comma 1): ora, volendo, la Tortora e i suoi amichetti somari possono mandare affanculo pure quelli.
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