di Vinicia Tesconi
lagazzettadimassaecarrara.it, 16 dicembre 2019
Un gesto d'amore che contempla anche le persone che stanno scontando la loro pena nelle carceri. È questa la molla che ha innescato l'iniziativa " L'altra cucina per un pranzo d'amore" ideata da Prison Fellowship Italia Onlus con la collaborazione di Rinnovamento nello Spirito Santo e Fondazione Alleanza del Rns che, quest'anno, è giunta alla sua quinta edizione.
L'idea è quella di regalare ai detenuti un pranzo di Natale cucinato da uno chef e servito da personaggi famosi insieme a volontari ai detenuti ed ai famigliari di quelli che vorranno partecipare all'evento. Tredici carceri da nord a sud dell'Italia, per un totale di circa duemila persone che il 18 dicembre condivideranno un momento di gioia nel più puro spirito natalizio e tra queste, per il secondo anno consecutivo ci sarà anche il carcere di Massa.
Duecentocinquanta saranno i commensali del penitenziario massese per i quali cucinerà lo chef del ristorante Le Palme di Marina di Carrara, Alessandro Bandoni che ha accolto con entusiasmo l'invito fatto da Don Leonardo Biancalani e che ha risposto ad alcune nostre domande:
Non è facile scegliere di fare un'esperienza come questa nel carcere: cosa l'ha spinta ad accettare?
"La prima volta che visitai il carcere fu quando avevo 17 anni con la consulta studenti. Poi l'ho visitato di nuovo quando ero presidente della commissione Pari opportunità. Quando Don Biancalani mi ha prospettato questa possibilità non ci ho pensato due volte: ho detto subito sì. Anzi...all'inizio pensavo che fosse uno scherzo e non fosse vero. Ne sono stato felice perché avendo visto come può essere la vita nel carcere ho pensato che con la cucina potevo portare un sorriso a quelle persone."
Come ha formulato il menù?
"Ho richiesto una riunione in carcere per sapere quanti erano gli islamici, quanti gli allergici, quanti gli intolleranti. Il mio scopo era fare un menù che potesse essere mangiato da tutti e credo di esserci riuscito al 95 per cento. Il ragù che farò sarà solo di vitella e manzo, senza maiale, per rispetto degli islamici, per chi non può mangiare il pomodoro farò un sugo in bianco e per chi non può mangiare il grano farò qualcosa di adatto ai celiaci. Poi ho voluto anche fare una cosa tipica apuana: il sugo stordellato, che di solito nella nostra tradizione si fa per il pranzo dell'Epifania accompagnando la " bianca lasagna".
Ovviamente non posso impastare per 250 persone anche perché non saprei dove mettere la pasta, per cui ho optato per i rigatoni con il ragù stordellato. Come secondo farò la polenta con la fonduta valtellinese e una ricetta della madre del mio socio e cioè un crostone di pane passato nel latte e nella farina e poi fritto, con spinaci e carne saltati nel burro. La ricetta avrebbe anche una fetta di prosciutto sulla carne ma per rispetto degli islamici ho scelto di non metterla. Infine, il classico pandoro con la crema inglese come dolce."
Il pranzo avrà anche l'accompagnamento musicale del trio composto da Paolo Biancalani, Roberto Duma e Maurizio Marchini: armonica, voce e violino. Essendo così elevato il numero dei commensali, una parte di questi pranzerà nella mensa del carcere, oppure all'interno della propria cella, secondo la scelta di ciascuno, e una parte parteciperà al pranzo che verrà allestito nella parrocchia di Don Biancalani.
di Eraldo Affinati
Il Riformista, 16 dicembre 2019
Quando scriviamo giustizia dobbiamo usare la maiuscola o la minuscola? Questa domanda, antica e moderna, resta sempre cruciale: la maschera giuridica viene di volta in volta usata come grimaldello per distruggere l'avversario di turno o quale trama tesa a ricostruire le vicende della storia contemporanea. Ma non ci vuole un filosofo del diritto per scindere il lavoro che si svolge nei tribunali da quello che avviene all'interno della coscienza di ognuno. Senza nemmeno aprire, perché ci porterebbe troppo lontano, il libro sacro delle devozioni.
Cosa rappresentano le carte processuali, al di là della loro possibile strumentalizzazione? In ultima analisi e nel migliore dei casi indicano la buona intenzione umana tesa al superamento dei conflitti. A ben riflettere: un modo commovente di sistemare le cose. Chi cerchi la verità, credendo sia possibile lasciarsi alle spalle la mediazione e il compromesso, forse dovrebbe dirigersi verso l'altro mondo a cui lo spinge la saggezza popolare.
Tale visione amara e sconsolata guidò la poetica di Friedrich Dürrenmatt, scomparso a Neuchâtel nel 1990. In particolare "La promessa", riedito da Adelphi in una nuova traduzione di Donata Berra (pp.162, 15 euro) esprime, come meglio non si potrebbe, lo scetticismo e il disincanto del grande scrittore svizzero che, non senza malizia, sottotitolò questo libro, pubblicato nel 1958, Requiem per il romanzo poliziesco.
Il nucleo tematico prende lo spunto da uno dei più brillanti investigatori di Zurigo, Matthäi. Personaggio indimenticabile di caparbia volontà propositiva. Chi, come lui, non si arrende all'evidenza e vuole scoprire i segreti più reconditi, è destinato a fare una brutta fine. L'esperto poliziotto aveva capito che non era stato l'ambulante von Gunten a uccidere la piccola Gritli Moser, bensì un uomo rimasto sconosciuto: la bambina lo aveva persino disegnato sul quaderno. Tuttavia, soprattutto quando l'accusato si era impiccato, nessuno aveva creduto alle fantasie di Matthäi.
Gli stessi suoi colleghi lo avevano messo da parte alla maniera di un arnese inservibile. Il vecchio commissario, per mantenere la promessa fatta ai genitori della povera vittima, secondo cui prima o poi sarebbe riuscito ad arrestare il responsabile, aveva continuato le indagini da solo, arrivando al punto di comprare una stazione di benzina, stabilirsi lì e fingere di essere un semplice pensionato.
Il tempo trascorse. Nel tentativo di attirare l'omicida nella trappola, il cocciuto agente non si fece scrupolo di usare come esca un'altra bambina. Il suo progetto si stava realizzando ma un incidente stradale causò la morte del vero colpevole e tutto restò nell'ombra. L'immagine finale di Matthäi farneticante, in preda al delirio senile, chiude il magnifico film che nel 2001 Sean Penn ricavò da quest'opera. È stata l'ultima straordinaria interpretazione di Jack Nicholson.
In realtà le pagine conclusive del romanzo rivelano l'identità dell'assassino seriale, un mentecatto protetto dall'anziana moglie, finita anche lei all'ospizio. È come se lo scrittore, narrando l'estrema quasi inconsapevole confessione dell'anziana svanita, ci consegnasse lo scrutinio fallimentare di ogni tentativo di fare luce e chiarezza nel fondo oscuro dell'animo umano. Con tutta la nostra buona volontà, non arriveremo mai a chiudere la pratica. Resterà sempre un assurdo col quale fare i conti, una ferita da accettare, l'enigma irrisolvibile. Sembra quasi che Friedrich Dürrenmatt inizi a ragionare là dove Luigi Pirandello aveva terminato.
Ancora oggi, rileggendo questo testo di stringata efficacia, si apprezza la magnifica resa degli ambienti provinciali elvetici, chiusi nella difesa della loro presunta autonomia: in questo senso la figura dell'anziano detective, la cui perspicacia non serve più a nulla, illustra con splendida persuasione stilistica l'inganno a cui sarebbero destinati tutti coloro che volessero ricavare dai propri sistemi logici un'interpretazione plausibile di ciò che accade: "La nostra ragione getta una luce insufficiente sul mondo".
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 16 dicembre 2019
Il nuovo saggio dei coniugi premio Nobel Esther Duflo e Abhijit Banerjee invita a cercare di capire gli interlocutori per arrivare almeno a un "ragionato disaccordo". Il Mes? Una tenzone tra "servi di Berlino" e "agenti di Putin". I migranti? Tutti da accogliere o tutti da rispedire in Libia. L'Ilva? Futuro parco giochi o eterna distilleria di veleni... Ma quanto sappiamo davvero del meccanismo europeo di stabilità? Chi conosce il tasso di criminalità e l'apporto alla previdenza sociale determinati dalla presenza degli stranieri in Italia? Qual è il livello di produzione e di occupazione entro il quale la grande acciaieria di Taranto è sostenibile? Bisognerebbe parlarne. Magari senza strillare, in modo da ascoltare (anche) le ragioni degli altri: perché non è detto siano peggiori delle nostre.
C'è un libro che, in questi tempi di reciproche scomuniche, dovrebbe stare sul comodino di ogni politico. Si chiama "Good economics for hard times" (Public Affairs 2019, in uscita da Laterza). Possiamo tradurlo con "buona economia per tempi duri", ma potremmo chiamarlo, più semplicemente, Manuale di democrazia. L'hanno scritto i due coniugi premi Nobel Esther Duflo e Abhijit Banerjee, lei francese, lui indiano, entrambi docenti al Mit di Boston. Affronta, soprattutto in premessa, la decadenza della nostra vita pubblica. Meglio, l'eclissi di quell'elemento che di ogni democrazia è il sale: il dialogo.
Il discorso pubblico, scrivono i due professori, è "sempre più polarizzato", tra sinistra e destra è sempre più "un match di insulti" con "pochissimo spazio per una marcia indietro". Non vi sembra di vedere scene da talk show nostrano? Non ritrovate la trincea dei famosi valori non negoziabili? Beh, se in Italia ci si picchia a Montecitorio sotto gli occhi delle scolaresche in visita, in America il 61% dei democratici vede i repubblicani come razzisti, sessisti o bigotti e il 54% dei repubblicani chiama i democratici "maligni".
Un terzo degli americani sarebbe deluso se un membro stretto della famiglia sposasse un sostenitore dell'altro partito. Ciò che ci interessa delle grandi questioni è riaffermare "specifici valori personali" ("Io sono a favore dell'immigrazione perché sono generoso", "Io sono contro l'immigrazione perché i migranti minacciano la nostra identità"). E per supporto ricorriamo a numeri fasulli e letture semplicistiche dei fatti.
La sinistra "illuminata" parla in termini "millenaristici" dell'ascesa mondiale della nuova destra, la quale ricambia i pregiudizi. I punti di vista sono "tribalizzati", non solo sulla politica ma anche sui problemi sociali, tutte questioni che richiederebbero qualcosa più di un tweet. Scrivono Duflo e Banerjee: "La democrazia può vivere con il dissenso finché c'è rispetto da entrambe le parti".
Infatti, il virus discende aggressivo dai politici ai loro supporter. Lo scrittore Gery Palazzotto ha di recente tracciato per Il Foglio una fenomenologia dell'hater nostrano, l'odiatore da social, riportando i verbali di interrogatorio di una nonna (nonna!) di 68 anni, appartenente alla pattuglia che vomitò oscenità web contro Sergio Mattarella quando il capo dello Stato, nel maggio 2018, fermò la nomina del professor Savona a ministro dell'Economia.
La signora, che aveva tirato in ballo il fratello del presidente assassinato dalla mafia, si è detta assai pentita, spiegando che era un "periodo surriscaldato da parlamentari Cinque Stelle" per i quali simpatizzava, con Grillo che strillava di qua, Di Battista di là, invocando la piazza... "Non dormo più la notte da quando mi sono resa conto di quello che ho fatto", ha concluso, svelando un vero sdoppiamento di personalità.
La chiave forse sta lì. Nello sdoppiamento, sul quale, al di là della strampalata chiamata di correità, dovrebbero riflettere i primi Mister Hyde della catena, coloro che hanno un ruolo pubblico. Per stare a un caso famoso, fuori da questa forsennata tammurriata collettiva, sarebbe assai improbabile che un dentista bergamasco (Roberto Calderoli) desse dell'orango a una dottoressa di origine congolese (Cécile Kyenge). Ecco, i politici sono i primi chiamati in causa perché il loro sdoppiamento ha un effetto esponenziale, produce legioni di odiatori che, specie in un Paese segnato dall'analfabetismo funzionale quale è il nostro, odiano senza sapere bene perché.
La risposta, ci dicono con molto pragmatismo i due Nobel, sta nello spacchettare quel perché. Scoprendo così che dentro, quasi sempre, non c'è nulla. Da scienziati sociali, Duflo e Banerjee si propongono insomma di offrirci fatti empirici di mediazione, che "aiutino ciascuna parte a capire ciò che l'altra parte sta dicendo e quindi arrivi a qualche ragionato disaccordo se non al consenso".
Un'ottica, per tornare ai nostri casi, in cui potrebbe stonare una chiusura irridente alla pur inopinata proposta di dialogo di Matteo Salvini su un tavolo di "salvezza nazionale" per regole condivise. Sarà anche tattica, per sfuggire a un certo isolamento.
Suonerà persino bizzarra, venendo da chi ieri si appellava alla Madonna di Medjugorje contro il premier Conte e ancora oggi tiene due profeti dell'Italexit a capo delle commissioni economiche del Parlamento. Ma pure se servisse solo a svelenire il clima, mostrando innanzitutto agli odiatori di ciascuna fazione che esiste una strada diversa, sedersi a quel tavolo non sarebbe inutile.
di Angelo Panebianco
Corriere della Sera, 16 dicembre 2019
Prima la sicurezza dell'Europa era delegata agli Stati Uniti, ma il mondo è radicalmente cambiato. Tuttavia a giudicare da certi summit europei sembra che leader e opinioni pubbliche non se ne siano accorti. Se non credessimo che la storia pregressa condizioni il presente, potremmo dire "finalmente, meglio tardi che mai" di fronte all'incontro di pochi giorni fa tra Conte, Merkel e Macron sulla situazione libica.
La Libia pone un problema urgente e grave di sicurezza per l'Europa. Parrebbero buone notizie sia la fine delle rivalità che fino a ieri hanno diviso Italia e Francia sia la decisione di Italia, Francia e Germania (a cui presto dovrebbe aggiungersi la Gran Bretagna) di coordinare gli sforzi per favorire una soluzione negoziata che pacifichi e mantenga unito il Paese africano. Ma le apparenze ingannano, la storia passata pesa e spazio per l'ottimismo ce n'è poco.
Né per ciò che riguarda il futuro della Libia né per ciò che riguarda (anche al di là del caso libico) la capacità dei governi europei di coordinarsi efficacemente per fronteggiare le crescenti minacce alla sicurezza del vecchio continente. L'incontro fra le principali (im)potenze europee è il segno della loro debolezza. Russi e turchi ci stanno "scippando" la Libia: non solo a noi europei ma anche agli americani, primi responsabili, a causa della loro latitanza strategica, di quanto è già avvenuto in Siria e di quanto si sta replicando in Libia. Ciascuno è schierato dietro il proprio cliente locale (il signore della guerra, generale Haftar, è sostenuto dai russi, e il capo di governo di Tripoli, al-Sarraj è appoggiato dai turchi).
Ammesso che sia improbabile, come sostengono gli esperti, che Haftar conquisti Tripoli e il resto del Paese con le armi, restano solo due possibilità: o la guerra civile continuerà ancora a lungo, magari per anni, oppure russi e turchi troveranno un accordo anche sulla Libia (come già sulla Siria) favorendo una soluzione negoziata che metta termine alla guerra civile e che possa soddisfare gli interessi degli uni e degli altri (magari anche con qualche vantaggio per altri Paesi coinvolti, dall'Egitto al Qatar).
Nell'uno come nell'altro caso saranno guai per l'Europa. Nella prima eventualità la Libia resterà una porta spalancata a disposizione di trafficanti di esseri umani e di terroristi decisi a colpire i Paesi europei. In caso di soluzione negoziata fra turchi e russi, il controllo su cruciali risorse energetiche nonché il potere di usare i rischi di destabilizzazione dei Paesi europei per ricattarli saranno nelle mani di potenze ostili all'Europa. Non è tale solo la Russia. Lo è anche la Turchia nonostante l'ipocrita tentativo occidentale di fingere che sia ancora un Paese membro della Nato uguale a tutti gli altri.
Proprio perché la storia passata pesa, quando si parla di Europa l'attenzione si concentra sempre sui problemi della governance economico-finanziaria e sulle questioni commerciali. Cose importantissime, certamente, sulle quali, peraltro, le divisioni sono oggi in Europa assai forti.
Gioca però anche un riflesso antico. C'è stato un tempo in cui l'Europa poteva essere solo "Europa economica" (gli aspetti politici e di sicurezza erano delegati agli Stati Uniti). Il mondo è radicalmente cambiato ma a giudicare da certi summit europei sembra che leader e opinioni pubbliche non se ne siano accorti.
Le questioni della sicurezza dovrebbero essere ora il principale assillo dell'Europa, il primo punto all'ordine del giorno in tutti gli incontri nelle sedi europee. Ma gli europei non sono riusciti a trovare una posizione comune nemmeno sulla questione dei foreign fighters (i combattenti islamici di ritorno, molti dei quali pronti a fare scorrere il sangue in Europa). Anche la vicenda Brexit non dovrebbe essere considerata solo per le sue conseguenze economico-finanziarie e commerciali.
Il fatto che la prima potenza militare europea (insieme alla Francia) se ne vada dall'Unione certo non le impedirà di collaborare con gli altri europei in materia di sicurezza. Però rende evidente la futilità, non dico di allestire, ma ormai anche solo di ipotizzare, piani per una futura difesa europea. Piani che erano comunque deboli già prima di Brexit: le opinioni pubbliche erano e sono indisponibili a pagare il tanto che dovrebbero pagare per tutelarsi contro le minacce. Brexit ha solo chiuso il discorso.
Che fare allora? Gli europei, grazie alla lunga pace di cui godono dal 1945, sembrano pensare che questa sia una condizione naturale, non revocabile, della vita sociale e politica. Immemori della storia pensano che pace e sicurezza - da cui dipendono la libertà, la democrazia, il benessere economico - siano beni acquisiti per sempre. Questa mancanza di realismo contribuisce a spiegare perché gli europei non possano fare a meno dell'Alleanza atlantica. Se saranno gli americani a sancirne definitivamente l'irrilevanza, gli europei si troveranno nudi, inermi.
Nel frattempo, i vecchi tic politici sono duri a morire. Il presidente francese Macron dichiara la "morte celebrale" della Nato non solo per scuotere dal torpore americani ed europei ma anche per richiamare implicitamente, a beneficio dell'opinione pubblica francese, l'antica polemica gollista contro l'Alleanza atlantica. Dimenticando che in età bipolare, dominata dalle due superpotenze, il generale de Gaulle potè permettersi il lusso di recitare la parte dell'eretico all'interno del sistema occidentale solo perché quel sistema era forte e vitale, non in coma come oggi. Il neo-gollismo non ha più senso.
Chi non ha la forza né la volontà di decidere il proprio destino diventa preda degli appetiti altrui. Già oggi si può constatare, e verosimilmente sarà ancora di più così in futuro, quanto siano disponibili vari Paesi europei a impegnarsi, separatamente, in giri di valzer con i russi o con i cinesi. Facendo finta di non sapere che i prezzi che si pagano nello stabilire rapporti privilegiati con potenze autoritarie diventano, nel lungo periodo, assai alti.
Russi e turchi si prendono la Libia, minacce terroriste incombono, predatori affamati circondano la debole Europa. Gli europei più consapevoli dei pericoli si chiedono se i cittadini americani, nelle prossime elezioni presidenziali, premieranno chi pensa che il legame con l'Europa sia nell'interesse degli Stati uniti oppure chi ritiene che sia tempo di abbandonare il vecchio continente al suo destino. In ogni caso, plausibilmente, le decisioni che più contano non le prenderanno gli europei.
di Enrico Cisnetto
Il Messaggero, 15 dicembre 2019
"Causa che pende, causa che rende", recita un vecchio proverbio su cui forse può sorridere qualche avvocato, ma non certo l'economia italiana paralizzata dalla giustizia lumaca. Il governo ha licenziato un disegno di legge delega di riforma del processo civile - con il passaggio da tre riti a uno, sanzioni a chi intraprende "cause temerarie" e una generale riduzione dei tempi - ma purtroppo, oltre ad essere lo strumento della delega per sua natura piuttosto lento, dopo dieci giorni sembra già finito nel dimenticatoio.
di Lorenzo Giarelli
Il Fatto Quotidiano, 15 dicembre 2019
Per il senatore del Pd "l'etichetta" favorirebbe l'accusa. Da Mani pulite a Mafia capitale. "Vetro nero", "Onda blu", "Ombre". A scorrerne i nomi, per restare alle meno celebri, si potrebbe pensare ai finalisti dello Strega o alle uscite natalizie in sala.
di Davide Parozzi
Avvenire, 15 dicembre 2019
Il responsabile dell'Agenzia nazionale di Milano, Giarola: adesso c'è prima l'assegnazione poi il progetto. L'iter va capovolto e noi siamo pronti ad aiutare piccoli Comuni e terzo settore a trovare anche i fondi.
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 15 dicembre 2019
La Cassazione e il caso di un uomo che sparò al ladro in fuga: ci sarà un nuovo processo grazie al "grave turbamento". Giovanni Capozzo, di Napoli, ha ucciso un ladro che aveva tentato di entrare in casa sua. Condannato in appello per omicidio colposo per eccesso di legittima difesa, ora potrebbe essere assolto.
La Cassazione ha infatti annullato la condanna con rinvio a un altro collegio della Corte d'Assise di Appello di Napoli: deve riesaminare il caso alla luce della nuova legge sulla legittima difesa, approvata ad aprile, con l'ex maggioranza giallo-verde.
Al centro della decisione della Cassazione, che ha depositato le motivazioni in questi giorni, c'è il concetto del "grave turbamento" attorno al quale ruota la legge voluta dalla Lega e votata anche da M5s. Per comprendere la decisione della Suprema Corte riassumiamo in breve i fatti che hanno portato a questa sentenza, la prima dopo l'approvazione della nuova legge. Una notte d'estate, un ladro prova ad entrare in casa Capozzo dal balcone della stanza dove dormono i figli. Capozzo sente i movimenti, si insospettisce, fa rumore.
Il ladro, a sua volta, si allarma e si rifugia in giardino. Capozzo lo scorge egli spara addosso 5 colpi, uccidendolo. Butta pure il corpo in un fiume. Quando viene scoperto, confessa l'accaduto. Per i giudici di primo grado è omicidio doloso.
Il 27 novembre del 2018,1a Corte d'Assise d'Appello di Napoli conferma la condanna ma derubrica il reato in omicidio colposo per eccesso di legittima difesa. Condannato, anche in Cassazione, per occultamento di cadavere.
Nel ricorso, gli avvocati Ercole Di Baia e Luigi Iannettone, tra l'altro, appellandosi al principio del favor rei, chiedono che i fatti ora siano valutati alla luce della nuova legge sulla legittima difesa. Proprio su questo punto ottengono una parziale vittoria: annullamento con rinvio. La terza sezione penale della Cassazione nelle motivazioni prima di tutto ribadisce che non si può sparare a un ladro che entra in una proprietà privata se non sta mettendo in pericolo le persone o non sta tenendo un comportamento tale da richiedere una reazione preventiva.
E a questo proposito, ricorda la giurisprudenza della Cedu a Strasburgo: "Le circostanze in cui la privazione della vita può trovare giustificazione devono essere interpretate in modo stretto". Quindi, anche con la nuova legge non sempre c'è legittima difesa. La Cassazione chiarisce che vige ancora il principio risalente al codice Rocco della doverosa proporzione tra offesa e difesa ma la legge di aprile rafforza il principio di autodifesa che già si era fatto largo in una prima modifica del 2006. Secondo la nuova legge c'è "sempre" legittima difesa quando si spara (o si usa un altro mezzo) per difendere se stessi o altre persone o "i beni propri e altrui quando non vi è desistenza evi è pericolo di aggressione".
Cioè se il ladro non fugge e vi è il rischio di una violenza. Fin qui l'interpretazione sarebbe dettata da fatti solo pressoché oggettivi. Ma con la nuova normativa, il lavoro dei giudici diventa scivoloso, si potrà assistere a sentenze di tipo opposto per fatti simili perché, nel caso di eccesso colposo nella legittima difesa, non è più punibile, come ha preso atto la Cassazione, se chi ha ucciso un ladro è mosso "da stato di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto", solo per la paura dell'aggressione personale odi chi gli è vicino.
Non per i beni. Ecco perché si spiega la decisione della Cassazione, di annullo con rinvio. Sulla base della nuova legge, i giudici di Napoli dovranno stabilire se l'imputato "pur eccedendo i limiti imposti dalla necessità" abbia ucciso "per la salvaguardia della propria o altrui incolumità, piuttosto che soltanto dei beni, poiché la nuova causa di non punibilità opera soltanto nel primo caso". E se sì, "se abbia agito in stato di minorata difesa ovvero di grave turbamento derivante dalla situazione di pericolo in atto".
Le due condizioni per essere assolti. La Cassazione ricorda che i giudici di merito hanno "rimproverato all'imputato di aver aperto il fuoco contro l'uomo che si era allontanato dal balcone (ma non dal domicilio), piuttosto che limitare l'uso dell'arma a scopo dissuasivo, esplodendo soltanto colpi in aria". Ma allo stesso tempo, nota ancora la Cassazione, i giudici che hanno condannato l'imputato, scrivono che agì "in stato di turbamento per difendersi... nella concitazione indotta dall'imminenza dell'indesiderata intrusione in casa, specificamente dove dormivano i figli minori".
Quindi, anche nella vecchia legge aveva un peso il concetto di azione mossa da "grave turbamento" ma adesso, nelle condizioni appena spiegate, non c'è la punibilità. Un concetto fluido, "un elemento psicologico", come lo definisce la Cassazione, con il quale i giudici devono avere a che fare e che potrà essere come una fisarmonica: si può allargare o si può stringere. Dipende dall'interpretazione.
Redattore Sociale, 15 dicembre 2019
Realizzato dalla regista Cristina Mantis e prodotto dal gruppo Gesco, un docu-film racconta la storia dello spazio collettivo di attività socio-riabilitative interno al carcere e rivolto alle persone detenute e con problemi di tossicodipendenza. Sarà presentato in anteprima nazionale nel carcere di Poggioreale lunedì 16 dicembre 2019 alle ore 9,30 il docu-film realizzato dalla regista Cristina Mantis e prodotto dal gruppo Gesco, che racconta la storia del Progetto IV Piano rivolto alle persone detenute e con problemi di tossicodipendenza.
Il Progetto IV Piano realizza da cinque anni un centro diurno socio-riabilitativo all'interno della Casa Circondariale di Poggioreale, ponendosi l'obiettivo generale di attuare la legge nazionale che garantisce ai detenuti le stesse prestazioni offerte ai cittadini liberi. È promosso dal Dipartimento Dipendenze della Asl Napoli 1 Centro con la sua Unità Operativa Semplice Dipartimentale Strutture Intermedie in collaborazione con la Uos Serd Area Penale e in stretta integrazione con la Direzione della Casa Circondariale di Poggioreale e con il gruppo Gesco.
Il Progetto IV Piano ha delineato uno spazio collettivo di attività socio-riabilitative diverse all'interno della Casa Circondariale che ha la funzione di contenere la sofferenza legata alla privazione della libertà riempiendo lo spazio vuoto della detenzione.
Da oltre cinque anni nel Padiglione Roma il Progetto realizza laboratori di animazione artistica di tipo socio-riabilitativo (teatro, scrittura, sport, musica, giardinaggio, apprendimento della lingua per i migranti) con i detenuti che presentano problematiche di dipendenza e gestisce uno sportello per l'implementazione delle misure alternative alla detenzione.
Il Progetto offre anche l'opportunità di rielaborare la propria esperienza e di progettare un programma in una comunità terapeutica esterna più adeguato ad affrontare le problematiche individuali, con l'obiettivo di modificare i comportamenti a rischio legati all'uso di droghe che hanno spinto a commettere il reato.
Il docu-film sottolinea bene l'attenzione particolare dedicata nell'ultimo anno del progetto IV Piano alle relazioni affettive implementando gli incontri tra i detenuti e i loro familiari in aree della Casa Circondariale rese più "umane", come quella denominata "il giardino di dentro", uno spazio antistante il Padiglione Roma che è stato attrezzato, con la collaborazione attiva della Polizia Penitenziaria, con grandi aiuole con la finalità di realizzare uno spazio verde dentro il carcere.
Il film di Cristina Mantis restituisce il racconto di una strategia complessa condivisa dalle istituzioni pubbliche napoletane, penitenziarie e sanitarie con il concorso delle risorse del terzo settore, che ha sperimentato, realizzando importanti risultati, un modo innovativo di lavorare nell'area della penalità rivolta alle dipendenze.
La presentazione sarà l'occasione per far conoscere la proposta di una nuova e più ampia riconfigurazione del Progetto IV Piano frutto del confronto tra il Provveditore dell'Amministrazione Penitenziaria, il Direttore della Casa Circondariale e il Dipartimento Dipendenze con la sua Uosd Strutture Intermedie.
Interverranno: Antonio Fullone, Provveditore Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria; Maria Luisa Palma, Direttore della Casa Circondariale di Poggioreale; Ciro Verdoliva, Direttore Generale della Asl Napoli 1 Centro; Riccardo De Facci, Presidente Nazionale del CNCA; Samuele Ciambriello, Garante Regionale dei Detenuti; Luigi Romano, Presidente Regionale dell'Associazione Antigone; Cristina Mantis, regista; Sergio D'Angelo, Presidente del gruppo di imprese sociali Gesco; Stefano Vecchio, Direttore del Dipartimento Dipendenze Asl Napoli 1 Centro.
Parteciperanno Marinella Scala, Responsabile Progetto IV Piano e Uosd Strutture Intermedie; Adriana Pangia, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Napoli; Giulia Leone, Direttore del Padiglione Roma; Caterina Butera, Responsabile Uos SerD Area Penale; rappresentanti di Amnesty international.
monzaindiretta.it, 15 dicembre 2019
Recupero dei carcerati: questo il tema affrontato al Golf Club nel Parco di Monza. Un incontro organizzato da Rotary Monza con la partecipazione della Dott.ssa Pitaniello, Direttrice della Casa circondariale di Monza, e della Dott.ssa Lucia Scarpa che ha portato la sua testimonianza sui risultati ottenuti con la partecipazione dei carcerati alla "Maratona di lettura dell'Odissea", iniziativa nata in collaborazione con il Liceo Zucchi. In questa occasione il Rotary Monza ha donato 5.000 Euro alla Casa circondariale del capoluogo brianzolo a sostegno delle attività di reintegrazione dei reclusi.
La Casa circondariale di Monza nasce nel 1992. Ad oggi ospita circa 650 detenuti di sesso maschile appartenenti al circuito di media sicurezza: tra questi vi sono collaboratori di giustizia, ma anche persone affette da dipendenze e numerosi detenuti stranieri, circa il 40%.
Attualmente la struttura è in fase di trasformazione. L'obiettivo è ospitare 200 detenuti appartenenti al circuito di alta sicurezza (condannati per reati di criminalità organizzata) e riaprire la sezione femminile per includere circa 90 donne. Sarà inoltre aperta una falegnameria e anche gli alloggi del personale penitenziario saranno soggetti a lavori di adeguamento.
Durante l'incontro, la Dott.ssa Pitaniello ha esordito affermando che l'opinione pubblica è poco informata riguardo la realtà penitenziaria italiana e l'emarginazione in cui versano i carcerati una volta rientrati a far parte della società civile. La Pitaniello ha quindi ricordato che l'articolo 27 della Costituzione non va dimenticato e che è essenziale per la nostra società riabilitare le persone recluse affinché una volta uscite di prigione possano integrarsi e svolgere un lavoro e una vita onesti. Per fare ciò, lo studio del corretto percorso riabilitativo è fondamentale. Deve essere ben strutturato, a partire dal reato commesso, condizione essenziale per far intendere al detenuto la gravità dello sbaglio compiuto e indirizzarlo quindi verso un'attività che possa dare nuovo senso alla sua vita sia dal punto di vista personale, sia lavorativo.
Spesso purtroppo il sovraffollamento delle strutture carcerarie non permette di adottare percorsi riabilitativi idonei a tutta la popolazione carceraria. Ciò che si propone di fare la Casa circondariale di Monza è di portare all'attenzione di tutti un nuovo e ambizioso progetto che punta all'inserimento lavorativo dei detenuti come occasione di recupero sociale.
Le attività messe in campo sono molteplici. La prima si basa sui rapporti di collaborazione con ditte esterne dove i carcerati possono recarsi per imparare nel concreto un nuovo mestiere. Diverse sono le professioni tra cui scegliere: dal servizio di lavanderia, all'attività di assemblaggio di componenti metallici, fino al lavoro in pasticceria, sartoria o anche pelletteria. Oltre alle convenzioni con le aziende, la Casa circondariale di Monza offre ai reclusi la possibilità di imparare un impiego direttamente da un gruppo di insegnanti specializzati in diversi campi.
Da non dimenticare l'importanza delle attività culturali che rappresentano un fattore determinante nell'ambito del progetto di reinserimento. La Dott.ssa Pitaniello ha sottolineato come la cultura sia capace di fornire gli strumenti necessari per comprendere meglio sé stessi e raggiungere così una maggiore consapevolezza, per riflettere sugli errori commessi, in vista di un futuro migliore.
Oggi circa il 60% dei detenuti del carcere di Monza partecipa a un progetto teatrale che permette loro di intraprendere un percorso di reale cambiamento interiore. L'obiettivo è migliorare i rapporti all'interno dello stesso sistema carcerario e allo stesso tempo creare un dialogo tra "interno" ed "esterno", grazie a momenti di incontro con la comunità.
L'intervento della Dott. Scarpa ha poi messo in luce la sinergia nata tra gli studenti del Liceo Zucchi, coinvolti nella Maratona di lettura dell'Odissea del 18 ottobre scorso, e i detenuti che hanno preso parte al progetto.
Commenta così l'impegno, il Presidente Rotary Monza Mario Fontana: "Continuiamo a sostenere iniziative di valore per il territorio e perseveriamo nel supportare le persone, tutte le persone, senza distinzioni. Le carceri vengono spesso dimenticate e i detenuti lasciati senza possibilità di riscatto. Non possiamo e non dobbiamo dimenticarci di loro."
Non è la prima volta che il Rotary Monza sostiene iniziative che coinvolgono il mondo delle carceri, dell'inclusione e della cultura. Lo scorso 25 ottobre, insieme ai distretti Rotary 2041 e 2042, è andato in scena al Teatro Manzoni di Monza un concert show realizzato dai detenuti della Casa di Reclusione Milano Opera e dall'associazione Eventi di Valore all'interno del "Laboratorio artistico del Musical". Uno show portatore di valori positivi espressi dai detenuti attraverso il loro percorso di cambiamento e di ravvedimento a favore del progetto di eradicazione della poliomielite End Polio Now.
Dichiara il Presidente Rotary Distretto 2042, Giuseppe Navarini: "Mi congratulo con il Rotary Monza per la splendida iniziativa che sta sostenendo. Quello delle carceri è un tema a cui prestiamo grande attenzione e che cerchiamo di supportare in ogni modo possibile. Sono certo che il contributo dato a questo nuovo progetto, in corso alla Casa circondariale di Monza, porterà a un sincero e positivo cambiamento per il territorio".
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