di Eraldo Affinati
Il Riformista, 27 gennaio 2020
In questo momento storico, quando i protagonisti della Shoah stanno per dirci addio, le ultime parole di ognuno di loro andrebbero ascoltate e conservate come doni preziosi. I ricordi dei deportati sopravvissuti, vegliardi segnati dal trauma, bambini o adolescenti negli anni terribili del Terzo Reich, dovrebbero essere incisi con l'inchiostro rosso nei registri novecenteschi per frantumare qualsiasi illusione che potremmo ancora nutrire sulla natura umana.
I nostri simili, purtroppo dobbiamo ammetterlo, sono pericolosi: ciò che accadde nel cuore di tenebra dell'Europa nella prima metà del secolo scorso non possiede uguali per ferocia e dimensione tecnologica e potrebbe riproporsi, in forma nuova e diversa, anche oggi.
È la ragione per cui la triste recente vicenda legata alla senatrice Liliana Segre, costretta ad avere la scorta per difendersi dalle minacce antisemite, rappresenta una pagina nera. Quando non ci saranno più quelli come lei, dovranno essere le generazioni venute dopo ad assumersi la responsabilità di rivolgersi ai più giovani. Con una differenza decisiva: mentre i testimoni diretti avevano la naturale legittimità per farlo, noi dovremo conquistare tale condizione. Come? In due modi, entrambi ineludibili: trasformando i luoghi del terrore hitleriano e fascista in musei a cielo aperto e studiando le fonti.
In tale prospettiva dobbiamo interpretare il testamento spirituale che Ginette Kolinka, nata a Parigi nel 1925 e deportata ad Auschwitz a diciannove anni insieme al padre, al fratello e al nipote, ha consegnato a Marion Ruggieri, scrittrice sensibile e pronta a raccoglierlo con taglio stilistico avvincente e personale. Il titolo dell'opera, Ritorno a Birkenau. 78699 (Ponte alle Grazie, traduzione di Francesco Bruno, pp. 89, 12 euro), riprende il numero tatuato sul braccio della giovane donna pochi momenti dopo il suo arrivo sulla famigerata banchina dove gli sventurati venivano divisi fra donne e uomini, bambini e adulti, sani e malati. Chi saliva sul camion andava direttamente al gas e poi nei forni crematori: migliaia e migliaia di esecuzioni a ritmo forsennato.
Gli altri venivano condotti nelle baracche dove potevano almeno sperare di continuare a respirare, anche se le famigerate e periodiche "selezioni" incombevano giornalmente: bastava una ferita non guarita o una semplice malattia per essere eliminati. Ginette, partita dal campo di Drancy come tanti ebrei, deve la vita a una serie di fortuite circostanze, fra le quali il fatto di essere stata deportata nella primavera del 1944, solo un anno prima della fine del conflitto.
Il suo resoconto possiede un'intensità a volte quasi insostenibile; anche chi, come il sottoscritto, è abituato a leggere questi documenti, resta colpito dal ritmo incandescente del dettato: le condizioni spaventose della reclusione coatta, le attività inutili a cui le povere donne venivano sottoposte, la crudeltà spesso arbitraria delle Kapò, le angherie e soprattutto la fame che divorava le viscere, l'egoismo impietoso delle persone trasformate in bestie ma anche, verso la fine, quando Ginette rievoca il suo trasferimento in una fabbrica, la generosità inaudita di certi operai pronti a lasciare pezzi di pane nascosti nei macchinari industriali a beneficio delle lavoratrici.
Ginette ha molto atteso prima di aprire bocca. A convincerla sono stati i ragazzi che ormai da tempo accompagna ad Auschwitz. La stessa cosa accadde a Ruth Kluger, di sei anni più giovane, l'autrice di Vivere ancora (Einaudi), una delle più potenti riflessioni sullo sterminio nazista. Entrambe queste donne hanno avuto la forza di attraversare la retorica, scansandola d'istinto, insieme agli alibi interiori in agguato per tutti noi: "Io sono diverso, io sono migliore". Nessuno può dirlo. Solo Ginette ha il diritto di indignarsi, come quando nei paraggi del campo di Birkenau, qualche anno fa, vide una ragazza fare jogging proprio lì. "Correva, tranquillamente. Mi è mancato il respiro. Ho avuto voglia di urlare, di gridarle: "Ma sei matta?". Salvo andare a capo e chiedersi: "O la matta ero io?".
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 27 gennaio 2020
Prima che a Mosca o a Berlino, dove si sapeva che le conferenze di tregua sarebbero fallite, i tripolini avevano già capito che in Libia sarebbe finita come sempre. Ma come sarà il Day Haftar? Prima che a Mosca o a Berlino, dove si sapeva che le conferenze di tregua sarebbero fallite, i tripolini avevano già capito che in Libia sarebbe finita come sempre.
Con la solita guerra di posizione. Con le solite posizioni in guerra fra loro. Domani, sulle montagne di Bani Walid, a riunirsi e a parlare di pace ci provano i capi delle tribù: è solo un po' d'orgoglio della volontà - il futuro della Libia si decide qui, non a casa di Putin o della Merkel! - accompagnato a un ragionevole pessimismo.
La verità è che la soluzione politica non c'è più. E in questa fase, le sole analisi possibili sono quelle militari. Precisi come un chirurgo, ieri i razzi del feldmaresciallo Haftar hanno colpito il posteggio dell'aeroporto di Mitiga: dopo l'altolà ai voli civili, è il segnale che si punta al progressivo isolamento della capitale. In dieci mesi, l'attacco a Tripoli s'è esteso da un piccolo fronte di cinque chilometri a una stretta tenaglia di ventidue.
Vai in periferia e sei subito in prima linea. L'esercito di Serraj ha perso quasi tremila dei cinquemila uomini che gli servono e può contare sempre meno sulle milizie misuratine, a loro volta messe in affanno dall'avanzata di Haftar: da Misurata hanno richiamato i soldati in tutta fretta, basta difendere la capitale, ora c'è da riprendere Sirte e impedire che i cirenaici replichino l'assedio. Per evitare la disfatta, così, Serraj ha avuto bisogno di rimpiazzare rapidamente le perdite: ecco il perché della richiesta urgente a Erdogan d'inviare i tremila mercenari siriani.
Quando arriverà il Day Haftar? Dipende. Dalla capacità dell'aspirante Gheddafi di rompere l'asse militare Tripoli-Misurata e di scegliere bene: se far cadere la capitale oppure la città che la protegge. Il maresciallissimo ha fretta, prima che gli strateghi turchi prendano il controllo delle operazioni a Tripoli. Anche i tripolini scalpitano, però: come vittime sacrificali, spaventati da una guerra che può diventare eterna, molti pensano che la toppa turca sia peggio dello strappo di Haftar. E che una fine con orrore sia meglio d'un orrore senza fine.
facebook.com, 26 gennaio 2020
Perché così sostenete anche la nostra Rassegna Stampa quotidiana. Un servizio giornaliero gratuito on line, nato nel 2001 nella Casa di Reclusione di Padova da alcuni pionieri appassionati (Francesco e Ornella). Per qualche tempo la pubblicazione è stata irregolare, le pagine venivano portate fuori dal carcere su DVD e poi caricate nel sito.
Il Dubbio, 26 gennaio 2020
L'intervento della presidente della Corte costituzionale. Le carceri sono sovraffollate, ne servono di più? "L'articolo 27 della Costituzione parla di pena, non di carcere. Noi abbiamo una tradizione centrata sul carcere, ma la Costituzione lascia un campo molto aperto e non è detto che il carcere sia sempre la pena più adeguata".
di Gian Domenico Caiazza*
Gazzetta del Mezzogiorno, 26 gennaio 2020
È il destino più infame, quello degli innocenti. Si chiamano così perché sono stati, un tempo e per lungo tempo, presunti colpevoli. La storia dell'innocente è dunque una storia di dolore, e assai raramente di completo riscatto.
di Vincenzo Bisbiglia
Il Fatto Quotidiano, 26 gennaio 2020
Cresce l'allarme sul Centro di detenzione in cui è spirato il georgiano Enukidze. Il Siulp: "In un mese 40 tra incendi e atti vandalici, non dovrebbe gestirlo la polizia". Quaranta atti vandalici gravi. Materassi bruciati, porte sfondate, strutture danneggiate. Tre tentativi di fuga, di cui due riusciti, solo a gennaio. E poi risse quotidiane e atti di autolesionismo. Il tutto a poco più di un mese dall'inaugurazione.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 26 gennaio 2020
La vicenda di Gradisca solleva interrogativi ai quali solo le indagini potranno dare risposta. A partire dall'autopsia in programma domani. Questa è la scena. Un giovane straniero, dalla finestra di una stanza comune, all'interno del Centro di permanenza per il rimpatrio di Gradisca (Gorizia), osserva quanto avviene nel cortile antistante.
di Pietro Mancini
Libero, 26 gennaio 2020
Sono migliaia gli innocenti in cella. Dal 1992 ben 27.200 casi di ingiusta detenzione. Indennizzi per quasi 740 milioni. La figlia di Enzo Tortora, Gaia, giornalista de "La7", ha chiesto ad Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia, di spiegare la frase pronunciata nel programma "Otto e mezzo": "Gli innocenti non finiscono in carcere".
di Giuseppe Pignatone
La Stampa, 26 gennaio 2020
"L'equilibrio (perduto) dei poteri" è il titolo di un recente articolo di Angelo Panebianco sul rapporto tra politica e magistratura. Rapporto che - argomenta Panebianco - sarebbe cambiato una trentina di anni fa con il passaggio dalla Prima Repubblica, la Repubblica dei partiti, in cui "semplicemente l'ordine giudiziario era subordinato al potere politico", all'attuale Repubblica "giudiziaria" che vedrebbe la situazione capovolta.
Questa analisi, ormai ampiamente diffusa, costituisce anche la base per le frequenti accuse mosse alla magistratura nel suo insieme - in particolare a Procure e singoli magistrati - di avere ampliato a dismisura il proprio campo di azione e di abusare del potere conferitole sia per acquisire vantaggi personali e di categoria sia, ipotesi ben più grave, per condizionare aspetti fondamentali della vita del Paese.
Va detto subito, con onestà, che di abusi ce ne sono. E sono proprio le cronache giudiziarie a darne conferma (il che indica, comunque, lo sforzo della stessa magistratura per fare pulizia al suo interno). Credo, però, che ricondurre a banali smanie di protagonismo o, peggio, a un raffinato disegno strategico protratto per decenni, un fenomeno rilevante come l'eccesso di intervento dei magistrati nella vita politica, economica e sociale del Paese, sia un eccesso di semplificazione dettato da esigenze polemiche.
E, quel che più importa, una tesi errata nella sostanza. Un fenomeno diffuso Innanzitutto il fenomeno non è solo italiano, ma caratterizza il mondo occidentale nel suo complesso. L'espressione "democrazia giurisdizionale" fu coniata dal ministro francese della Giustizia Robert Badinter già nel 1981 e tutti ricordiamo esempi clamorosi come l'esito delle elezioni presidenziali americane del 2000, decise dalla Corte Suprema, o la recentissima sentenza con cui la magistratura inglese ha annullato la sospensione dei lavori del Parlamento di Westminster deciso dalla Regina su richiesta del premier Boris Johnson.
In realtà, le cause profonde della dilatazione dell'intervento giurisdizionale sono comuni a tutte le democrazie avanzate perché le risorse disponibili non sono sufficienti a far fronte alla richiesta crescente per il soddisfacimento di esigenze, individuali e collettive, percepite ormai come diritti che giustificano il ricorso al giudice.
Nella stessa direzione spinge la diminuzione del senso di appartenenza a una comunità in cui ai diritti degli uni corrispondono i diritti degli altri, che li limitano creando dei doveri. In queste condizioni la politica, spesso molto debole per un insieme di ragioni, non riesce più a dettare regole chiare, ma si limita a dare indicazioni di massima, non di rado incerte e tra loro contraddittorie, per non scontentare nessuno degli attori e degli interessi in gioco.
In definitiva, il potere legislativo lascia l'interpretazione e l'applicazione concreta al giudice. Il quale, peraltro, si trova ormai prigioniero "nel labirinto" delle leggi - come lo ha definito il giurista Vittorio Manes - perché alle norme statali si aggiungono e sovrappongono, non sempre coerentemente, quelle locali, quelle europee e quelle che derivano da convenzioni internazionali.
La vicenda dell'Ilva di Taranto, nella sua drammaticità, è emblematica di questo "labirinto", così come lo sono le questioni relative ai cosiddetti nuovi diritti in materia di bioetica. In questo contesto, la certezza e la prevedibilità delle decisioni diventa un mito e diventa facile - ma anche ingiusto e mistificante - riversare sempre e per ogni caso la colpa sui magistrati.
Sulla dilatazione del ruolo del giudice incide poi la convinzione che attraverso la sanzione penale, che dovrebbe essere l'extrema ratio, si possano risolvere i problemi sociali, evitando alla politica di assumere decisioni scomode, con il conseguente rischio di perdere consensi. Il legislatore, spesso inseguendo o addirittura favorendo l'emotività sociale, aumenta le pene e moltiplica le figure di reato, creando così ulteriori spazi di intervento della magistratura.
Ma nemmeno questo è un fenomeno recente né solo italiano, tanto che "la missione di limitare e contenere tali tendenze" è stata indicata come fondamentale da Papa Francesco già nel 2014, nel discorso al congresso mondiale degli studiosi di diritto penale. In questo quadro, si inseriscono le peculiarità della situazione italiana, con particolare riferimento alla giustizia penale.
Non si può, infatti, dimenticare il ruolo che la magistratura - investita da questa sorta di delega implicita - ha svolto nel combattere i grandi fenomeni criminali del Paese, che sono spesso anche fenomeni sociali, a cominciare dal terrorismo (contro il quale però, almeno da un certo punto, si sono impegnate in modo decisivo anche le forze politiche e sociali). Ma la questione che ritengo decisiva è quella del contrasto a mafia e corruzione.
La fase cruciale, cui evidentemente fa riferimento lo stesso Panebianco, inizia nella seconda metà degli anni Ottanta, con il maxiprocesso di Palermo, e il momento decisivo è il 1992, l'anno di Mani pulite, ma anche delle stragi. Il passo indietro Nel contrasto a mafia e corruzione, la delega è stata, io credo, più ampia. E forte la sensazione che la classe politica restasse un passo indietro. Fino al verificarsi di una perversa illusione ottica che ha indotto una parte (non disinteressata) della stessa classe politica e una quota dell'opinione pubblica a ritenere che il magistrato potesse essere un'autorità morale, che non si limitasse a decidere sui reati, ma anche su ciò che è giusto o ingiusto.
E così che in questi decenni abbiamo visto crescere - anche per volontà della politica, che in nome del popolo fa le leggi e fissa regole e compiti - una magistratura forte e indipendente che ha conseguito notevoli successi nel contrasto ai fenomeni criminali, anche pagando prezzi altissimi, come testimonia il lungo elenco di magistrati uccisi nell'adempimento del dovere. Naturalmente, aver delegato alla magistratura compiti così importanti, ma insieme così difficili e insidiosi (non solo per l'incolumità, ma anche per le lusinghe e le liaison dangereuses di cui corrotti e mafiosi sono maestri), ha inevitabilmente provocato episodi di degenerazione e persino una "questione morale", com'è stata definita dalla stessa Associazione Magistrati, sulle cui dimensioni si confrontano, ovviamente, opinioni differenti.
Questa forza, quest'indipendenza, quest'ampiezza di compiti e la dotazione dei penetranti strumenti per soddisfarli, ha finito per provocare un'opposizione crescente di settori sempre più ampi della società. Non solo perché la decisione del magistrato scontenta sempre almeno una delle parti in causa, ma soprattutto perché egli deve oggi intervenire in materie che vedono in gioco interessi enormi e, come detto, non regolamentate in modo chiaro e specifico.
In altri casi gli è richiesta la ricostruzione di fatti e vicende di estrema complessità, anche lontani nel tempo, ma quasi sempre con forti richiami a sensibilità attuali, accese, divisive. Le decisioni assunte presentano così, inevitabilmente, margini di discrezionalità e opinabilità che rendono più frequenti le discrepanze fra le diverse fasi previste dal processo e inevitabili le critiche, anche violente, al di fuori di esso.
La situazione è poi aggravata da un'opposizione sistematica all'azione della magistratura, un'avversità preconcetta che spesso prescinde dal merito, alimentata da uno schieramento che comprende partiti, organi di informazione e settori di opinione pubblica, mentre una tifoseria contrapposta, in modo altrettanto sbagliato, esalta comunque e in ogni caso l'operato dei magistrati, che viene quindi utilizzato - con o senza il loro consenso - nella lotta politica.
Il risultato è oggi davanti agli occhi di tutti: viene messa in dubbio l'imparzialità dei magistrati, dapprima dei pubblici ministeri ma ormai anche dei giudici, la cui credibilità è invece un bene prezioso per la democrazia. Tra le cause di queste perverse dinamiche, un ruolo decisivo ricopre il carattere sistemico di alcuni fenomeni criminali che affliggono l'Italia, senza riscontri di pari gravità negli altri Paesi europei e la cui sconfitta è per noi di vitale importanza, mentre rientrano solo a fasi alterne tra le priorità nazionali.
Al di là delle indispensabili riforme processuali, c'è quindi da sperare che si riduca progressivamente l'affidamento alla magistratura di compiti ulteriori e diversi da quelli suoi propri. E che, secondo l'auspicio formulato - quasi senza sperarci - da Angelo Panebianco, maturi anche in Italia "un pubblico democraticamente avvertito ed esigente, consapevole che qualunque potere, sia esso politico, giudiziale odi altro tipo, è pericoloso per la comunità se non è limitato".
di Francesca Paci
La Stampa, 26 gennaio 2020
La rotta dalla Turchia si è riaperta e ogni giorno sbarcano almeno cento persone. In pochi mesi la popolazione è decuplicata. Il campo di Moria è il più grande, ma due terzi del ventimila profughi ormai si trova ospitata all'esterno della struttura.
Gli ultimi 85 fantasmi sono emersi dal mare ieri tra Aspropotamos e Molivos, 10 km a nord del campo profughi di Moria dove poche ore dopo registravano la propria vita in cambio di abiti caldi, coperte e una tenda da piazzare all'estremità di questa distesa umana tra gli ulivi e l'Egeo.
Ha le spalle larghe Lesbo, la terza isola greca che con i suoi 90 mila abitanti ospita oltre 20 mila rifugiati, 19 mila solo a Moria, l'ex base militare riconvertita all'accoglienza nel 2013 e diventata famosa nel 2015 con il grande esodo dalla Siria.
Ha le spalle larghe ma sempre più curve. Dopo il rallentamento ottenuto da Bruxelles con l'appalto delle frontiere europee alla Turchia, distante meno di 6 miglia, gli sbarchi sono ripresi, 100 persone al giorno, un flusso che in pochi mesi ha duplicato la popolazione del campo distribuita ormai per oltre due terzi all'esterno della struttura originaria, alberi secolari ma anche fango, una doccia ogni 230 aspiranti, un riparo di tela addosso all'altro con reti sottili a proteggersi dall'onta della promiscuità.
"Vengo da Shizar, sono cristiano, sono scappato dall'Iran a dicembre perché il mio Paese è senza speranza e ora, con le proteste, c'è la possibilità di eludere i controlli", racconta il barbiere Eshfan rasando per pochi centesimi il coetaneo siriano Hussein, fuggito da una Raqqa in cui "alla caduta del Califfato è seguito il nulla".
Ci sono iraniani di Meshaad e del Khozestan, iracheni, congolesi e senegalesi disposti a volare fino a Istanbul pur di evitare la Libia, siriani che, dice l'aleppino Ali "non godono più della simpatia di qualche anno fa". Ma l'80% degli abitanti di Moria viene dall'Afghanistan, Konduz, Vardak, giovani uomini dal volto antico come il contadino Nassim che ha venduto i campi per dimenticare i taleban e si è installato qui con la moglie, 5 figlie e le loro due bambole di pezza.
I veterani del campo, quelli che vivono nei container da 4 famiglie separate da coperte, sono approdati a Lesbo quasi due anni fa e mentre aspettano l'esito della domanda di asilo e il trasferimento sul continente aprono chioschi di verdura comprata, a detta dell'iracheno Mahmoud, "investendo" i 90 euro mensili assegnati dall'Unhcr o, meno nobilmente, vendono vecchie canadesi agli ultimi venuti per 50 euro.
Questo di giorno. Col buio Moria è terra di spiriti animali, guerra tra poveri. Due mamme sole originarie di Balkh mostrano un pacco di pannoloni accanto ai sacchi a pelo: non sono per i bambini ma per loro che, neppure morte, uscirebbero dalla tenda di notte per andare al bagno.
"La rotta balcanica è ripartita, a dicembre Belgrado ha riaperto il centro di Presevo, al confine con la Macedonia, chiuso dopo la fine dell'emergenza del 2016" conferma Riccardo Sansone dalla Serbia dove coordina per Oxfam la distribuzione del cibo nei 15 campi destinati a chi svicola dalla Grecia e punta al nord.
L'Ungheria, che dalla fine del 2019 denuncia 37 tentativi d'ingresso al giorno, ha raddoppiato i soldati al confine con la Romania, la Croazia e soprattutto con la Serbia. "Mio marito ha speso i risparmi di una vita da sarto per attraversare il confine afghano, raggiungeremo mio fratello in Germania dovessimo andarci a piedi".
Zahara ha 22 anni e ha portato la figlia di 6 mesi alla clinica pediatrica di Medici Senza Frontiere, di fronte al campo. Lo staff da un centinaio di persone è sotto pressione. "Non vedi la fine" ammette l'infermiera Vittoria Zingariello. Il freddo morde, i bisogni lievitano, si fanno 100 visite al giorno per curare ragazzini che torneranno nel gorgo dove hanno contratto laringiti, dermatiti, forme di depressione muta che dopo i 10 anni diventano tagli sulle braccia, alienazione.
Da giorni Msf chiede invano aiuto all'Europa per 140 casi di epilessia, diabete, bambini incurabili sull'isola da cui senza convocazione o corridoi umanitari non si evade. Lesbo è la Grecia, risentita per la centralità mediatica del Mediterraneo centrale mentre qui, nel 2019, gli sbarchi sono aumentati del 180%. Ma è soprattutto l'Europa. Non bastano i 65 milioni del programma Estia destinati da Bruxelles ad Atene per nuovi posti per i rifugiati.
C'è l'anima in ballo. Due testimoni di Geova stazionano all'ingresso del campo per "colmare il vuoto spirituale" ma pescano poco e niente. È l'idea d'Europa che cercano questi migranti, uomini persi, donne che stendono i panni sui rami, figli senza scuola. "Hallo, how are you?", ripetono i bambini a chi passa, li guarda e va via a capo chino.
Sono ovunque. Il 40% del popolo di Moria ha meno di 18 anni. All'interno della struttura c'è una "safe area" per i minori non accompagnati gestita dall'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni con camere riscaldate, armadi, giochi, lezioni di greco e d'inglese. Ma può accoglierne 66 e loro sono 1200. Ovunque.
Come l'afghano di 5 anni nascosto in una scatola e schiacciato da un camion a settembre. "Non siamo razzisti noi greci" insiste l'agricoltore Costa nel bar del villaggio di Moria, 1.100 anime a mezzora di cammino dal campo. E però "da mesi ci ammazzano le capre per venderle e ora siamo stufi". Poi a Mytilini una ong di ragazzi locali e migranti ha aperto il ristorante Naam e va benone. Ma l'aria è satura. E il mare non dà tregua.
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