di Gian Domenico Caiazza*
Il Riformista, 14 dicembre 2019
Nientedimeno, il Ministro Bonafede si dovrebbe dimettere per essere inciampato sul tentativo di spiegare in modo semplificato perché i reati colposi sono meno gravi dei dolosi, e per conseguenza i termini di prescrizione più brevi.
Mi permetto di ricordare che alcune tra le peggiori riforme del diritto e del processo penale degli ultimi decenni recano la firma di Ministri che avrebbero avuto titolo e capacità di scrivere dotte monografie sul dolo e sulla colpa. E che sono stati altresì Ministri dì Giustizia ingegneri, periti industriali ed altri personaggi all'oscuro di ogni cognizione basilare del diritto, senza che nessuno ne chiedesse perciò le dimissioni (e che magari hanno fatto anche meglio dei colleghi giuristi).
Il Ministro Bonafede troverà sempre sulla sua strada i penalisti italiani impegnati con tutte le forze ad impedire, per quanto possibile, che prenda piede la svolta populista e giustizialista che egli intende imprimere - e purtroppo sta imprimendo - al Paese.
Siamo stati - da ultimo - una settimana in piazza, con la nostra maratona oratoria per la verità sulla prescrizione, a gridarlo in ogni modo; non ci occupiamo di correggere le bozze dei suoi monologhi. Piuttosto, invece che di insorgere guardando la pagliuzza, cerchiamo di non perdere di vista la trave che abbiamo non nei nostri occhi, ma davanti ai nostri occhi certamente. Lo scandalo è la informazione, è il giornalismo di questo Paese quando si occupa di giustizia penale. La vulgata populista e giustizialista gode, non certo da pochi anni e con rarissime e virtuose eccezioni, di una protezione totale, di un ossequio supino e servile, di una presunzione di infallibilità pressoché fideistica: l'intervista di Vespa a Bonafede si iscrive in questo percorso consolidato dei nostri talk show di informazione.
Da Giovanni Floris a Lilli Gruber, da Corrado Formigli a Bruno Vespa, la parola d'ordine sembra essere una sola: di prescrizione ed in generale di giustizia penale parlano solo alcuni magistrati, i giornalisti del Fatto Quotidiano o di Repubblica e il Ministro di Giustizia, tutti e sempre rigorosamente senza contraddittorio. La voce del dottor Davigo è la voce della verità: ciò che egli racconta su come funzioni il processo penale, di quali siano le ragioni del suo collasso, di come funzioni la prescrizione nel nostro ed in altri Paesi, è oro colato.
Guai anche solo ad immaginare che possa essergli opposta una opinione contraria, guai a chiedergli conto di numeri e statistiche ufficiali che possano mettere in dubbio la ineccepibilità della sua narrazione. È strabiliante la pervicacia con la quale Floris e Formigli chiamino lui e solo lui a parlare di giustizia penale, di recente soprattutto di prescrizione, più e più volte, e sempre in ascolto devoto, senza una sola obiezione, ma anzi solo tributando continui applausi di consenso e di entusiasmo.
È stupefacente la incrollabile fiducia che la Gruber nutre nelle opinioni di Marco Travaglio sul processo penale, al punto da non avere mai, dico mai il riflesso di opporgli qualcuno che non la pensi come lui, fosse anche solo per curiosità. Recentemente quest'ultima ha invitato tre persone nella stessa trasmissione a parlare di prescrizione: Travaglio, Carofiglio e Giannini di Repubblica.
Tutti d'accordo a sostegno della riforma Bonafede, erano così annoiati dopo esserselo detto tre volte che poco è mancato cominciassero a parlare di calcio o di cucina, per disperazione.
Ecco, occupiamoci della professionalità di costoro, della loro attitudine a studiare essi per i primi i problemi della giustizia penale, i numeri, le statistiche, le principali e divergenti opinioni; occupiamoci di questa inconcepibile, deliberata scelta di affidare ad una sola voce - quella del più becero ed ossessivo populismo giustizialista - l'informazione della pubblica opinione, piuttosto che fare le pulci su come il Ministro Bonafede parli del dolo o della colpa.
Dobbiamo immaginare e realizzare iniziative mirate a rendere il più possibile evidente questo scandalo della voce unica, della narrazione unica, della deliberata e scientifica manipolazione della informazione televisiva volta ad alimentare e fortificare sentimenti di indignazione indispensabili per cementare il consenso verso questa ossessione populista e giustizialista che da anni avvelena il nostro Paese e la nostra democrazia.
La Maratona Oratoria è stata un primo, fondamentale passo in questa direzione. Questa deve essere la strada del nostro impegno civile, l'obbiettivo verso il quale convogliare ogni nostra energia: non facciamoci distrarre dal folklore.
*Presidente Unione camere penali italiane
di Marina Caneva*
gnewsonline.it, 14 dicembre 2019
La comunità penitenziaria, da sempre animata da grande spirito di solidarietà nei confronti delle fasce più deboli della collettività, durante i giorni che precedono le festività natalizie dà fondo a tutte le proprie energie per realizzare numerose iniziative di beneficenza. Molte quelle promosse in questi giorni dalle Direzioni degli istituti penitenziari del Triveneto.
Nella Casa Circondariale di Udine, per onorare la memoria del giovane figlio di due colleghi della Polizia Penitenziaria, vengono organizzati annualmente un pranzo e una lotteria il cui ricavato viene devoluto in beneficenza. Quest'anno è stato utilizzato per allestire la sala giochi del reparto pediatrico dell'Ospedale di Latisana. Ieri alcuni agenti, con un'autovettura di servizio scortata da 4 motociclisti del gruppo Motor day di Udine travestiti da Babbo Natale, hanno trasportato e consegnato ai responsabili della struttura ospedaliera i giocattoli acquistati grazie alle sottoscrizioni. Un gesto che ha fatto felici i piccoli pazienti e i loro genitori che, in segno di gratitudine, hanno voluto posare con gli agenti per le foto ricordo.
Sono stati inoltre acquistati un divano a sette posti, un frigorifero e una lavatrice per una casa famiglia che ospita donne e bambini maltrattati e una canoa per la scuola di canottaggio di San Giorgio di Nogaro. Il "battesimo" della nuova attrezzatura è avvenuto l'8 dicembre scorso durante una festa organizzata dalla struttura.
Presso la Casa di Reclusione femminile di Venezia alcune copertine, realizzate a mano da un gruppo di detenuti della Casa di Reclusione di Padova, sono state donate ai bambini ospiti del reparto di custodia attenuata per detenute madri. Due detenute in permesso premio parteciperanno inoltre, il 18 dicembre prossimo, al concerto presso il Teatro La Fenice e il giorno seguente il pranzo di Natale verrà offerto a tutte le detenute grazie al contributo delle associazioni del privato sociale e delle cooperative che collaborano alla realizzazione delle attività trattamentali.
La Casa Circondariale di Trieste vede il personale di Polizia Penitenziaria ormai da diversi anni protagonista dell'iniziativa S. Nicolò si mette in moto, a favore dei bambini assistiti dai centri di accoglienza cittadini; inoltre, la Direzione ha aderito a un progetto che, con l'Associazione Nati per Leggere, promuove letture a favore dei figli dei detenuti durante l'attesa per i colloqui e la donazione di libri. L'istituto triestino organizza la raccolta sia di fondi, da donare ai detenuti indigenti, che di capi di abbigliamento per la popolazione ristretta maschile e femminile. Il pranzo di Natale con le detenute della sezione femminile viene realizzato con la collaborazione della Comunità di S. Egidio.
Anche la Casa Circondariale di Padova ha avviato un'iniziativa di solidarietà, a favore dei bambini ricoverati presso il Centro oncologico pediatrico dell'Ospedale di Padova, tramite un'associazione già attiva nel settore.
*Marina Caneva è la referente per la comunicazione del Provveditorato del Triveneto
di Pierfrancesco De Robertis
Il Giorno, 14 dicembre 2019
Dopo anni di scontri, le toghe allargano sempre di più la loro sfera d'influenza. Due inchieste aperte nel giro di qualche settimana contro la Lega di Matteo Salvini, quella sulla renziana fondazione Open.
Tutte con ipotesi di reato ampiamente da verificare, almeno da quanto è dato conoscere, visto che le polemiche sugli incroci pericolosi tra voli di stato e impegni elettorali sono comuni ai politici di ogni epoca ma l'inchiesta è scattata solo stavolta, visto che la seconda indagine sulla Lega è per la storia dei 49 milioni che credevamo in qualche modo conclusa, visto che sulla fondazione Open niente è emerso oltre che finanziamenti effettuati per bonifico e regolarmente denunciati.
Dall'unica tra le fondazioni politiche che, peraltro, presenta i bilanci, al contrario di quasi tutte le altre che nascondono nei cassetti la propria contabilità. Non un soldo in nero, non un'intercettazione imbarazzante, niente. E senza voler cedere alla tentazione di un retroscenismo d'antan, non è possibile non cogliere in tutto questo un rinnovato acutizzarsi dello scontro tra una parte della classe politica e una parte della magistratura.
Più che altro non è possibile non cogliere un accrescimento anomalo del potere che la magistratura inquirente ha raggiunto. L'entrata in vigore a gennaio di una riforma della prescrizione che consegnerà le nostre esistenze all'eterno ricatto dei tribunali, o alle loro inefficienze, chiude il cerchio aperto con la codifica nel 2012 di un altro reato graditissimo ai magistrati, quello di traffico d'influenze, varato guarda caso durante il governo dei tecnici. Senza contare le continue violazioni del segreto d'ufficio, queste sì che nessuno persegue, che vanno immancabilmente a colpire gli indagati o chi sta per esserlo.
Tipo le notizie riservate sul prestito della casa di Renzi, in possesso a pochissimi e nel cassetto da almeno un anno, venute alla ribalta proprio in concomitanza della notizia dell'inchiesta Open, o la somministrazione anche in questo caso chirurgica delle carte delle ultime inchieste: poco dopo che giovedì mattina Matteo Renzi aveva terminato il suo intervento al Senato su politica e giustizia, ecco che filtravano ad alcuni giornali le carte del decreto di sequestro per Open.
Niente di particolare quanto a contenuti, ma sufficienti a coprire mediaticamente l'evento romano. In tutto questo la politica è sostanzialmente silente. Una parte è ovviamente complice. Cosciente della propria debolezza, si affida alla forza dei pm. I grillini sanno di essere deboli, ma facendosi alfieri della repubblica delle procure recuperano un loro spazio di manovra. Innanzitutto non sono toccati dalle inchieste, se non per qualche vicenda minore e tutto sommato prontamente passata agli archivi (vedi Roma), poi restano al centro della scena, loro e gli alfieri mediatici che li rappresentano.
In un anno e mezzo al governo, il Movimento Cinque Stelle ha fatto retromarcia in pratica su tutto, dalla Tav, al Tap al Mes, e solo sulla prescrizione ha minacciato la crisi. Bonafede inanella gaffes su gaffes, ma nessuno lo mette seriamente in discussione. Il Partito democratico balbetta, ogni tanto ha qualche sussulto garantista, ma sostanzialmente si allinea ai grillini. Più che altro è tutta la politica a non mostrare un segno di reazione, anche quando tutti comprendono le coordinate dell'attacco in corso.
Nel momento in cui si mette in dubbio la legalità di ogni forma di finanziamento tanto che si perquisisce all'alba chi ha regolarmente sovvenzionato una fondazione, tutti i partiti dovrebbero in qualche modo preoccuparsi. Invece niente, tutti zitti, dietro alla convenienza del momento, che è quella di indebolire un avversario politico, o alla paura di qualche rappresaglia. Nonostante che di dieci politici che incontri, dieci ti dicano che sulla storia di Open Renzi ha ragione, poi in Senato in pochi hanno assistito al dibattito, e in ancor meno hanno preso la parola per difendere il collega-avversario. Il Pd è rimasto muto.
La politica può in sostanza solo piangere sé stessa. Il potere non è stato strappato dai giudici con la violenza, è sempre stato ceduto dai politici. Accadde nel '93, quando a furor di popolo fu abolita l'immunità parlamentare, il primo dei tanti cedimenti alla repubblica dei pm a quel tempo rappresentata dal pool Mani pulite.
I cui componenti, ricordiamolo per inciso, una volta smessa la toga hanno fatto carriera nelle file della sinistra: Tonino Di Pietro fu candidato dai Ds al Senato nel Mugello, Gerardo D'Ambrosio divenne senatore dei Ds, Gherardo Colombo fu nominato nel cda della Rai da associazioni d'area Pd, Elena Paciotti presidente dell'Anm in quegli anni cruciali fu poi. europarlamentare Pds.
È accaduto anche in seguito, quando le toghe hanno occupato spazi non propri: quando hanno creduto di poter decidere la strategia industriale del Paese era perché la politica non ne aveva elaborata una, quando hanno preso spazio sul fine vita è perché non esisteva una legge, quando adesso i pm vogliono intervenire sul finanziamento è perché la normativa sui partiti e sui loro finanziamenti è ancora una volta lacunosa. Un circuito vizioso da cui a questo punto è difficile uscire.
di Giuseppe Crimaldi
Il Mattino, 14 dicembre 2019
A Poggioreale con gli agenti penitenziari: "De Magistris non sa fare il sindaco, ricorreremo contro la nomina di Ioia". "Pronti a cancellare il reato di tortura". "Cancellare dal codice penale il reato di tortura, "che sta diventando - scandisce Matteo Salvini - un'arma in mano ai delinquenti e un cappio intorno al collo dei poliziotti".
Il segretario della Lega torna a Napoli, e lo fa stavolta da leader di un'opposizione che d'ora in poi promette di non fare sconti a nessuno. Un ritorno all'indomani della scelta del sindaco di nominare Pietro Ioia, un pregiudicato, garante per i detenuti. "Una decisione - dice Salvini - che grida vendetta davanti agli uomini e a Dio".
Il segretario della Lega torna a Napoli, e lo fa stavolta da leader di un'opposizione che d'ora in poi promette di non fare sconti a nessuno. Salvini decide di tornare nel capoluogo campano all'indomani della scelta del sindaco Luigi de Magistris di nominare Pietro Ioia, un pregiudicato che ha peraltro scontato i suoi debiti con la giustizia, garante per i detenuti.
"Noi - afferma al termine della visita nel carcere di Poggioreale - proporremo la cancellazione del cosiddetto reato di tortura che sta diventando un'arma in mano ai delinquenti e un cappio intorno al collo dei poliziotti". Salvini varca i cancelli del carcere più sovraffollato d'Europa alle 11 in punto.
Il suo unico impegno, in questa visita lampo a Napoli, si concentrerà sull'incontro con il personale amministrativo della casa circondariale, ma soprattutto con gli uomini della Polizia Penitenziaria "dai quali - spiega - ho raccolto una richiesta di riconoscimento della dignità per ciò che tra mille difficoltà riescono a fare ogni giorno".
All'interno della casa circondariale il leader leghista parla, ma soprattutto ascolta le ragioni degli agenti, e il loro stato d'animo che trasuda frustrazione e senso d'impotenza di fronte alle carenze di organico che li costringe a turni massacranti. La sovraesposizione della stragrande maggioranza dei baschi blu è rappresentata plasticamente dalla foto che alcuni agenti della Polpen mostrano all'ex ministro dell'Interno: un'istantanea scattata in ospedale - ad Avellino - dopo l'ennesima aggressione subìta dalle divise ad opera di alcuni reclusi che li ha aggrediti addirittura a colpi di macchinetta per il caffè: in quella foto si vede una delle vittime mentre gli vengono applicati dieci punti di sutura al cranio.
Politicamente parlando, la venuta a Poggioreale di Salvini ha un obiettivo ben preciso. La Lega farà ricorso "in ogni sede possibile e immaginabile" alla nomina di Pietro Ioia a garante dei detenuti da parte del Comune di Napoli. E in conferenza stampa, al termine della visita al carcere, arriva l'affondo: "A Poggioreale - sono parole del leader leghista - c'è una situazione che va al di là del drammatico: ad oggi ci sono 500 detenuti in più e 150 agenti in meno, a causa dei pensionamenti.
La decisione di nominare Ioia a Garante dei detenuti grida vendetta davanti agli uomini e a Dio: perché non si può dare tale incarico a un signore che è stato spacciatore di morte, e che ogni giorno spara a zero contro gli uomini e le donne che vestono una divisa e che in carcere devono fronteggiare mille difficoltà, anche a rischio della propria pelle. Ioia, a giudizio di Salvini, "non può essere al di sopra delle parti. La Lega farà ricorso in ogni sede possibile e immaginabile.
Capiamo la confusione di De Magistris, ma ci auguriamo che abbia finito di fare danni a Napoli ed in Campania. Tra lui e il sindaco di Roma Virginia Raggi non si capisce chi ha fatto peggio".
A stretto giro giunge la replica di de Magistris: "Non capisco tutto questo astio nei confronti della nomina di Ioia. Facciamolo lavorare. Lo valuterò da come si comporterà e trovo vergognoso che un ex ministro si rechi in carcere a fare un comizio giudicando e valutando la nomina di una persona che deve garantire i diritti dei detenuti".
Sul caso fa sentire la propria voce anche il presidente della Camera, Roberto Fico, che dichiara: "Se una persona ha fatto il suo percorso scontando la sua pena, è giusto poi dargli le stesse opportunità di tutti, perché la pena è ai fini rieducativi lo dice la nostra Costituzione". Salvini promette: "Tornerò a Napoli, al Vasto, dove mi risulta che i controlli delle forze dell'ordine si siano allentati da quando ho lasciato il Viminale.
Verrò per incontrare la gente, le mamme, il parroco e le persone perbene. Oggi stesso telefonerò al prefetto chiedendo di rinforzare i presìdi, perché non si può allentare la presa su un quartiere in difficoltà". Intanto ieri il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese ha annunciato che lunedì sarà a Napoli, in Prefettura, per presiedere il comitato dell'ordine pubblico.
di Simona Brandolini
Corriere del Mezzogiorno, 14 dicembre 2019
Da una parte Matteo Salvini, dall'altra l'arci-avversario Roberto Fico. Che lo rintuzza pure sul Garante dei detenuti, Pietro Ioia, nominato dal sindaco metropolitano Luigi de Magistris. "Se una persona ha fatto il suo percorso negli istituti penitenziari, scontando la sua pena, è giusto poi dargli le stesse opportunità di tutti, perché la pena è ai fini rieducativi lo dice la nostra Costituzione".
Poi il presidente della Camera aggiunge: "So che Ioia è tornato riabilitato nella società così come dice la nostra Costituzione. Per il resto non commento le visite nelle carceri da parte di parlamentari. La Costituzione dice che la pena è sempre rieducativa, quindi quando si è pagato il proprio conto con la giustizia sei una persona libera di poter ricostruire la propria vita".
Scelta e nomina che rivendica de Magistris: "Non avevo dubbi sulla nomina di Pietro Ioia e, dopo la levata di scudi di Salvini, credo di aver fatto una cosa molto buona e quindi lo ringrazio: grazie Salvini". Il leader nazionale della Lega ha annunciato anche che il suo partito "si opporrà in tutte le sedi a tale nomina", il sindaco commenta: "Non so a quali sedi si riferisca Salvini visto che si tratta di una nomina che spetta al sindaco che può nominare chi ritiene. La critica di Salvini può essere legittima, può non essere d'accordo visto che siamo in democrazia".
C'è poi il tema dell'addio ai 5 Stelle dei due senatori campani Ugo Grassi e Francesco Urraro. Entrambi entrati ufficialmente nella Lega, cosa che ha mandato su tutte le furie il capo politico pentastellato Luigi Di Maio. "Non commento i passaggi di parlamentari ad altri schieramenti - dice Fico. Posso solo dire che se si pongono dei problemi vanno risolti e si possono risolvere in altri modi, non mi sembra il modo adatto. Ma è un'opinione personale".
Ora, ogni volta che c'è un passaggio il Movimento 5 Stelle invoca le dimissioni e il vincolo di mandato. Incostituzionale. Tant'è che arriva la frenata del presidente della Camera: "Ho sempre detto che non metterei mano alla Costituzione ma piuttosto ai regolamenti di Camera e Senato, per cercare di sfavorire un certo tipo di comportamento".
di Roberta Rampini
Il Giorno, 14 dicembre 2019
Ago, filo, creatività e voglia di riscatto: in mostra a Milano gli abiti realizzati nel laboratorio del carcere di Bollate. In Ecuador, suo Paese d'origine, collaborava con diversi teatri per la realizzazione dei costumi di scena. Detenuto nel carcere di Bollate da alcuni anni, Cristian ha deciso di mettere a disposizione la sua vena artistica coinvolgendo altri detenuti in un laboratorio sartoriale dietro le sbarre. Ago, filo, creatività, passione e voglia di riscatto.
E ora anche una mostra. Fino al 5 gennaio a Palazzo Morando a Milano, nell'ambito della rassegna d'arte "Leonardo prigioniero del volo", si possono ammirare dieci abiti realizzati dai detenuti del carcere di Bollate, accanto agli abiti realizzati dagli allievi "liberi" dell'istituto Teatro della Moda. Vere e proprie "sculture di tessuto" ispirate al genio di Leonardo, pezzi unici, la cui realizzazione sposa la finalità artistica e sociale.
Tutti gli abiti esposti (trenta) saranno infatti messi all'asta a sostegno della Casa Sollievo Bimbi, il primo hospice pediatrico in Lombardia per l'accoglienza di minori gravemente malati e il sostegno alle loro famiglie: la struttura è stata aperta ad aprile 2019 da Vidas, associazione che offre gratuitamente cure e assistenza ai malati inguaribili.
"Abbiamo iniziato a lavorare a questo progetto dalla scorsa primavera: l'idea era quella di avvicinarci a Leonardo, raccontandone, attraverso stoffe e tessuti, l'ardire del sogno del volo", spiega Simona Gallo, funzionario giuridico pedagogico del carcere di Bollate.
I detenuti coinvolti nel progetto sono quelli del settimo reparto, "sex offenders", ed ex appartenenti alle forze dell'ordine. Il laboratorio sartoriale ha mosso i primi passi nel maggio 2018, i detenuti spronati da Cristian hanno iniziato producendo manufatti con pasta di sale e biancheria per la casa. Poi l'idea di organizzare un mercatino per la vendita dei loro prodotti artigianali e la decisione di devolvere gli incassi all'associazione "Doppia Difesa" fondata da Michelle Hunziker e dall'avvocato Giulia Bongiorno con lo scopo di aiutare le donne maltrattate.
È solo l'inizio. L'anno dopo il ricavato del mercatino viene donato all'associazione "L'altra metà del cielo", ben 8.000 euro che serviranno per costruire nuovi spazi per donne con figli vittime di violenza e abusi. E poi arriva il 500esimo anniversario della morte di Leonardo. È stata proprio di Cristian l'idea di realizzare degli abiti ispirati alle opere del grande Genio per celebrare la creatività leonardesca in ogni suo aspetto.
La direttrice Cosima Buccoliero ha approvato l'idea, da quel momento in poi Cristian e gli altri detenuti fanno il resto coinvolgendo la Manifattura Ratti di Luino che ha donato il tessuto per realizzare gli abiti. Oltre ai detenuti, Cristian ha coinvolto anche il direttore del Teatro della Moda, Alessandro D'Ambra, che partecipa alla mostra con gli abiti degli allievi e altri artisti stranieri.
"Per alcuni detenuti l'approccio con la macchina da cucire è stato facile, per altri meno, ma il laboratorio che resta aperto fino a sera è un momento di socializzazione, si ricama, si taglia e si parla - racconta Cristian - ora il mio sogno è quello di riuscire a creare un know-how della sartoria. Per ora è tutto amatoriale e da autodidatti, ma sarebbe bello se qualcuno con le competenze professionali potesse dare lezioni di sartoria per formare i detenuti impiegati nel laboratorio".
Oltre a creare abiti, tra cui ricami con tanto di tombolo, i 35 detenuti impegnati nel progetto realizzano anche stampe con serigrafia. Un lavoro di squadra, la voglia di cambiare, tanto che Cristian ha creato l'associazione "Catena in movimento" per promuovere e sostenere progetti sociali.
di Francesco Colagreco
chietitoday.it, 14 dicembre 2019
Illustrato qieri mattina nella sede della Curia diocesana a Chieti, il progetto "Detenzione creativa" che ha visto protagonisti alcuni detenuti del carcere di Chieti. Il progetto è il frutto del lavoro della Caritas Diocesana di Chieti-Vasto che dispiega in due parti: la prima a Chieti e vede coinvolti i detenuti della Casa Circondariale di Chieti attraverso corsi formativi nell'ambito della ristorazione, la seconda a Vasto in cui sono coinvolti ex detenuti della Comunità Papa Giovanni XIII di Vasto gestiti dalla Cooperativa sociale "Recinto di Michea" sempre di Vasto, nell'ambito della produzione di prodotti agricoli biologici.
Il progetto realizzato a Chieti grazie ai Fondi Cei dell'otto per mille, è stato chiamato "Detenzione Creativa" per "sottolineare il desiderio e l'auspicio - direttore della Caritas Chieti-Vasto, Don Luca Corazzari - che quest'opera segno possa essere una occasione per i detenuti, che sono i protagonisti, a non lasciarsi vincere dalla loro condizione ma a saper reagire secondo quello spirito di intelligenza e di originalità".
Il progetto ha avuto il suo inizio nel mese di settembre: dieci detenuti (6 uomini e 4 donne) di 32-33 anni hanno seguito un corso di formazione regionale nell'ambito della ristorazione. La parte teorica del corso è stata realizzata all'interno delle aule della Casa Circondariale di Chieti, mentre la parte pratica nei locali del Villaggio della Speranza coordinata da Suor Vera.
"Un'esperienza che accompagnai detenuti in un processo di riabilitazione - ha detto l'arcivescovo di Chieti-Vasto, Bruno Forte - e che è fonte di rispetto e dignità umana". Dello stesso avviso il neo direttore della casa circondariale di Chieti, Franco Pettinelli che si è detto "colpito positivamente della tanta disponibilità di questo territorio e - ha aggiunto Pettinelli - spero che qualcuno dei nostri detenuti riuscirà a rientrare nel mondo del lavoro". Nel pomeriggio di oggi (alle 14), nella Casa Circondariale di Chieti i detenuti che hanno frequentato il corso sosterranno gli esami finali, e conseguiranno così una qualifica a livello regionale che permetterà loro di avere maggiori possibilità di reinserimento nel mondo del lavoro.
Inoltre, i detenuti più meritevoli, saranno assunti con dei contratti di tirocini formativi nelle aziende che operano nell'ambito della ristorazione (tra cui una è la "Food Service" oggi rappresentata dal direttore tecnico, Angela De Massis), per un periodo massimo di un anno. I tirocini saranno retribuiti dalla Caritas diocesana per mezzo dei Fondi Cei dell'otto per mille.
Il Fatto Quotidiano, 14 dicembre 2019
Non è soltanto un'opera buona, cioè un atto di generosità e solidarietà, quella che ha deciso di compiere Rai Cinema nei confronti dei detenuti. È anche un atto educativo e rieducativo che può contribuire al reinserimento del condannato nella società, secondo lo spirito e la lettera della Costituzione.
Mentre la politica si accapiglia sulla riforma della prescrizione, cercando di conciliarla con la ragionevole durata del processo, la consociata del servizio pubblico dona 700 film alla Casa circondariale di Bologna per aprire una videoteca all'interno del carcere, d'accordo con la direttrice Claudia Clemente.
Un piccolo gesto concreto, di grande valore morale, che può costituire un esempio da replicare magari in altri istituti di pena. Se ne occupa l'associazione "Cinevasioni" e il calembour del nome esprime bene l'idea di "far evadere" metaforicamente i detenuti con la fantasia e il divertimento, per rendere più umana la loro permanenza in cella.
L'auspicio è che con l'aiuto di Fantozzi & C. possano tornare a vivere nella società, una volta scontata la pena, con una disposizione d'animo più civile e corretta. Ed è proprio ciò che corrisponde all'interesse della collettività, per evitare che escano dal carcere più delinquenti di quando sono entrati. Con questa iniziativa, la società cinematografica guidata da Paolo Del Brocco ottempera a quel ruolo di servizio pubblico che spesso la Rai tradisce e rinnega. E conferma una volta di più che anche l'intrattenimento, oltre all'informazione e alla cultura, può essere istruttivo e pedagogico.
La forza della comunicazione, varcando i cancelli delle carceri, è in grado di rompere temporaneamente l'isolamento del detenuto, per non relegarlo nell'emarginazione e per favorirne la reintegrazione. Naturalmente, non basta una videoteca per raggiungere questo obiettivo. Occorre innanzitutto ridurre il sovraffollamento nei penitenziari e assicurare condizioni di vita più dignitose per i detenuti.
E sarebbe opportuno che anche in Italia, come avviene in tanti altri Paesi europei, fossero previsti tempi e spazi per la loro affettività: finora il diritto alla sessualità viene applicato attraverso i permessi-premio per chi ha già scontato un terzo della pena e ha dimostrato una buona condotta, ma riguarda una piccola percentuale della popolazione carceraria.
Sono 31 su 47 gli Stati che fanno parte del Consiglio d'Europa, l'organizzazione internazionale per i diritti umani, in cui sono autorizzate con procedure particolari le visite in carcere di mogli, mariti, compagne e compagni: dalla Francia all'Olanda, dall'Austria alla Svizzera, dalla Finlandia alla Norvegia, fino alla Russia. E anche nella cattolicissima Spagna è consentito il sesso in cella con il partner che frequenta regolarmente i colloqui settimanali.
Nel Parlamento italiano, giacciono due progetti di legge che prevedono la realizzazione, all'interno dei penitenziari, di spazi riservati all'intimità familiare e coniugale. La proposta è stata rilanciata dagli Stati Generali sull'Esecuzione Penale, una commissione di esperti insediata dall'ex ministro della Giustizia, Andrea Orlando, che ha terminato i lavori nel 2016.
Ma finora è rimasta lettera morta. Non si tratta, evidentemente, di introdurre il lassismo nelle carceri. Né tantomeno di allentare il rigore e la severità del regime carcerario. Al contrario, si tratta di renderlo più umano ed efficace nella prospettiva della rieducazione contemplata dalla Carta costituzionale.
di Roberta Barbi
vaticannews.va, 14 dicembre 2019
L'incontro tra i vertici del Dicastero per la Comunicazione e i detenuti del carcere di Rebibbia che partecipano agli appuntamenti con "Il Vangelo dentro" in questo periodo d'Avvento. Ai reclusi è stata consegnata la Lettera Apostolica di Papa Francesco sul presepe, "Admirabile signum".
Le voci dei detenuti che passano ogni domenica mattina in radio finalmente diventano volti in cui è disegnata la sofferenza, ma anche occhi in cui brilla la speranza nutrita dalla fede. Diventano anche mani, da stringere forte, e corpi da abbracciare, come fratelli. È questa l'esperienza che hanno fatto nel carcere romano di Rebibbia il Prefetto del Dicastero per la Comunicazione Paolo Ruffini e il Direttore editoriale Andrea Tornielli che per la prima volta hanno varcato la soglia della casa di reclusione e incontrato gli ospiti che partecipano all'edizione natalizia de "Il Vangelo dentro". Un desiderio fortissimo, quello di conoscersi, da entrambe le parti, che finalmente è divenuto realtà.
"La misericordia è per tutti" - Visitare un carcere è un'esperienza che smuove qualcosa nel profondo di noi stessi, suscita domande a cui non sempre si può dare una risposta, se non con la fede. Il motivo, secondo il Prefetto Ruffini, è che "tutti facciamo esperienza del male, ma anche la misericordia di Dio è per tutti, come ci ricorda Papa Francesco".
E la frase "La misericordia di Dio è infinita" è anche impressa sulla parete della cappella dedicata a Santa Maria del Cammino. Al Prefetto non è sfuggita: "Solo grazie alla misericordia del Signore e all'incontro con Lui nella fede si può ricominciare: questa è la testimonianza che ci danno i reclusi, ci ricordano i limiti umani, che sono poi il motivo per cui Dio si è incarnato nel Bambino Gesù". Ruffini invita, poi, i detenuti, a ricordare il Natale di quando erano piccoli, per recuperare la purezza che è solo dei bambini, e assieme a loro rievoca i propri ricordi, in particolare quello di suo padre che gli spiegava il significato del Natale con le parole di don Primo Mazzolari.
"Perché loro sì e io no?" - Perché loro sì e io no? Riprendendo le parole del Papa, questa è, invece, la domanda che si fa il Direttore Tornielli ogni volta che entra in un carcere. Ai reclusi di Rebibbia racconta la sua esperienza nel carcere di Padova e il racconto di un detenuto che lo colpì molto, ricordandogli la pagina evangelica del Figliol Prodigo: questi, infatti, dopo aver fatto tanto male a suo padre, continuava a meravigliarsi di come lui lo abbracciasse ogni volta che tornava a casa in permesso premio. "In carcere più che mai certe pagine del Vangelo si percepiscono vive", è la sua testimonianza.
"Qui il Vangelo risuona più forte" - Gli fa eco padre Matias Yunes, il sacerdote che ha guidato in questo periodo di Avvento le riflessioni dei detenuti partecipanti al progetto "Il Vangelo dentro" e che costituiscono una vera e propria redazione: "Tra queste mura è come se le parole del Vangelo risuonassero più vere". Anche lui è alla prima esperienza con i reclusi di Rebibbia e il suo bilancio è positivo: "Condividere il Vangelo è sempre qualcosa di bello, ma in carcere diventa un'esperienza unica ascoltare come vada a toccare le corde più profonde del cuore di questi uomini".
Il Vangelo "libera il cervello" - E anche per gli ospiti di Rebibbia che hanno partecipato per la prima volta a quest'iniziativa di evangelizzazione è stata un'esperienza importante: "Il Vangelo mi libera il cervello dai pensieri tristi della mia famiglia lontana e che vedo raramente", racconta Vincenzo, che sottolinea quanto leggere la Parola del Signore sia come una medicina per l'anima che lo fa "stare tranquillo".
E al Vangelo, come alla sua fede, si sta aggrappando anche Sossio, che un mese fa ha vissuto la terribile esperienza della morte improvvisa della figlia Michela. Un'esperienza resa ancora più straziante dall'impossibilità di stare accanto alla propria famiglia in un momento come questo. La sua testimonianza lascia tutti in silenzio e con le lacrime agli occhi: "Sono dolori che non si possono spiegare - dice - l'unica spiegazione che mi sono dato è che serviva al Signore lassù. Al Signore servono gli angeli". E a Michela tutta la redazione di Rebibbia de "Il Vangelo dentro" dedica l'edizione dell'Avvento in corso.
di Maria Luisa Gaspardo
ilpopolopordenone.it, 14 dicembre 2019
Testimoni raccontano ai ragazzi il "Castello". All'auditorium Concordia 1.500 studenti del Leo-Majo in Assemblea. Un'assemblea del tutto particolare quella del liceo Leopardi Majorana di venerdì 6 e sabato 7 dicembre presso l'auditorium Concordia a Pordenone. Ha coinvolto tutte le classi dei tre indirizzi per un totale di circa 1500 ragazzi. Il tema trattato: "La vita prima, durante, dopo il carcere".
Venerdì 6 dicembre ore 8.15: il Concordia è affollato di classi prime e seconde. Luigi Guerzi per tutti i rappresentanti dei ragazzi al Consiglio d'Istituto (gli altri sono Federico Magris, Elisabetta Testa e Teresa Zanetti) spiega che d'ora in poi prima dell'assemblea si farà un sondaggio per scegliere il tema da trattare. Ringrazia i presenti e in particolare per la collaborazione Giovanna De Maio volontaria dell'Associazione "Carcere e Comunità" nata nel 1991 in ambito Caritas diocesi di Concordia Pordenone.
Sul palco del Concordia don Piergiorgio Rigolo, cappellano del carcere di Pordenone, Flavio B, ex detenuto, la psicologa Sara Mirone, le mamme Luciana e Ludovica, la volontaria Angela, Suor Giselda delle Elisabettine, Alessandro Castellari rappresentante di Oasi 1 e Giovanna De Maio. In altri incontri succedutosi sarà presente anche il direttore del carcere di Pordenone Alberto Claudio Quagliotto.
Flavio B. - La parola passa a Flavio B, ex detenuto della casa circondariale di Pordenone. È desideroso di poter lanciare un messaggio ai ragazzi: "Stare in carcere non è bello, c'è sovraffollamento, in una cella - poi si corregge - in una camera da sei si sta in otto. Alcuni finiscono in carcere per errori giudiziari. Molti sono stranieri scappati dalla propria patria perché non avevano di che sopravvivere". Parla di sofferenza: "Una persona che finisce in carcere può perdere tutto, lavoro, affetti. Io sono fortunato, la mia famiglia mi ha seguito, la mia mamma è qui. Ci sono persone con bambini piccoli che non vedranno più". Flavio invita i giovani "padroni dei social" a farsi portavoce della condizione di vita nelle carceri e di cosa succede a una persona che diventa carcerato. "Voi sarete i nuovi avvocati, i nuovi giudici teniamo aperto il dialogo". Spezza una lancia a favore degli assistenti (le guardie di polizia penitenziaria) al carcere, che non è un collegio né un "Castello" (come è usualmente chiamato per il suo antico ruolo). "Sono persone di cuore, pur mantenendo il proprio status di assistenti".
La psicologa - La psicologa Sara Mirone, che opera a Pordenone e in regione, è molto chiara. Invita i ragazzi a comportarsi in modo da tenersi lontano dal carcere: attenti all'uso dello smartphone. La famiglia e la scuola insegnano le regole che servono a darci il senso del rispetto degli altri. La propria libertà finisce dove inizia quella dell'altro. Tutti abbiamo delle responsabilità. Fino alla maggiore età la responsabilità ricade sui genitori, poi ciascuno sarà responsabile di sé stesso, di tutto quello che farà.
"Iniziate fin d'ora a rispettare le regole verso voi stessi e gli altri. Voi Vorreste infrangere, capire il senso del limite. Dovete saper aspettare che qualcosa che vorreste arrivasse oggi arrivi più in là. Non siate incapaci di aspettare, di coltivare un desiderio. Non cercate scorciatoie. Bisogna saper attendere. Quanto più aspetto tanto più grande sarà la gioia nell'ottenere ciò che desidero. Coltivate il dialogo e se i genitori non sono disponibili si può cercare aiuto altrove, al consultorio, da un religioso. Telefonate, dite che avete bisogno di parlare. Coltivate la musica, lo sport, ciò che di positivo offre il territorio, ognuno di voi dovrà trovare la sua strada. Non infrangete le regole. Il carcere è necessario in molti casi, se c'è infrazione della libertà altrui, ma voi cercate l'equilibrio, sappiate conoscervi a livello psichico e fisico, siate responsabili, i timonieri di voi stessi, non dipendete dai social".
Mamma Luciana - Luciana, mamma di un ragazzo che ha commesso un omicidio, fatica a parlare e preferisce leggere una lettera in cui ringrazia commossa i volontari. Poi invita ad evitare le scelte sbagliate con gli amici. Si pagano a caro prezzo.
Suor Giselda - Suor Giselda, delle Elisabettine, un "mito" positivo per tanti: "Mi commuove vedervi tutti qui. Ho iniziato il mio operato con i migliori ragazzi delle parrocchie, poi al Cedis con i tossici e poi il carcere, dove mi sento a casa. È importante mettersi di fronte alla persona, ascoltare il suo vissuto, il suo desiderio di vita. Si intravvede una luce, come un germoglio per andare verso una strada nuova. Non sono molto dolce, ma sono convinta che ogni persona deve trovare il gusto di una vita serena".
Sandro Castellari - Sandro Castellari: "26 anni fa ho iniziato corsi di giardinieri per carcerati. Non serve fare formazione - mi hanno detto i carcerati - perché nessuno ci assume. Mettiamoci insieme. È nata nel 1995 una cooperativa sociale. Il momento più difficile è quando esci dal carcere, senza famiglia, senza lavoro. Il 70% torna in carcere. In cooperativa sono passati in 200, quelli ritornati in carcere si contano sulle dita di una mano".
Giovanna De Maio - Dopo alcuni dati forniti sulle carceri regionali, sui reati per uso di sostanze e violenze di genere in forte aumento in questo momento, parla Giovanna De Maio che invita a riflettere sui detenuti, sull'uomo che non è la sua colpa, sul peccatore che non è il suo peccato. "Ognuno ha una luce dentro. Anche in cella c'è solidarietà, si divide il mantello. È importante la rieducazione, fornita dalle istituzioni e dai volontari. Vi auguro di non sbagliare mai. È giusto che una persona paghi, ma il carcere è duro".
- L'avanzata di Haftar preoccupa Conte: "In Libia rischiamo un'altra Somalia"
- Benevento. Avviata l'attività di volontariato dei detenuti della Casa circondariale
- Cannabis light, riparte il business. Ma la metà dei negozi ha già chiuso
- Quando la vittima dice al carnefice: tu stai peggio di me
- Ferrara. Teresa De Sio e le sue canzoni entrano in carcere










