gonews.it, 25 gennaio 2020
Ciclicamente torniamo a denunciare la grave condizione che vivono gli Istituti penitenziari ed in questo la situazione in Toscana non fa eccezione rispetto al contesto generale nazionale. Nella nostra regione insistono 16 Istituti di pena, afferenti ai diversi livelli di sicurezza, ma quasi tutti in gravi difficoltà per vari motivi: dalle carenze strutturali degli edifici, alla situazione di sovraffollamento di detenuti, alla grave carenza di Personale.
Vogliamo però far conoscere in particolare quale sia la situazione numerica che probabilmente i Cittadini in Toscana neanche immaginano, una situazione vicina a loro, con penitenziari allocati nelle diverse città e di cui la Società spesso dimentica l'importanza strategica nel sistema sicurezza. Tutti acclamano a blitz e/o maxi retate che tolgono la criminalità dalle strade delle città, dal territorio, ma poi nessuno pensa che queste persone non spariscono ed anzi vanno gestite, vanno seguite nei loro percorsi giudiziari, di assistenza sanitaria, di relazioni sociali con le famiglie che sul territorio e con tutti i Cittadini continuano a costituire il tessuto sociale nel quale viviamo.
A causa dei mancati interventi di riforma della giustizia e di contrasto al degrado sociale nel nostro Paese la situazione di sovraffollamento è nuovamente ai livelli precedenti in cui i Governi furono costretti a misure straordinarie quali indulti e/o amnistie. In Italia gli Istituti Penitenziari sono circa 190 per una capienza regolamentare di 50.688 posti letto.
I detenuti presenti sono invece 63.432 di cui 2.663 donne (tutti i dati sono fonte ufficiale del Ministero della Giustizia al 31/12/2019). La presenza di detenuti stranieri si attesta intorno al 30% del totale dei reclusi. In Toscana, nei 16 penitenziari presenti, la situazione è la seguente: a fronte di 3.136 posti regolamentari sono presenti 3.661 detenuti (105 sono donne) e quindi 525 detenuti in più di quanto gli Istituti dovrebbero occuparsi.
Di questi 1.739 sono stranieri, quindi una percentuale ben superiore alla media nazionale che rende più difficile il compito del Personale di Polizia Penitenziaria, che deve gestire una vasta generalità di esigenze diverse: da quelle culturali, religiose, socio politiche etc. che tante diverse provenienze geografiche che obbligano ad un lavoro molto più complicato.
Su questi numeri si deve anche pensare riguardo alla situazione giudiziaria degli stessi detenuti; ci riferiamo al fatto che ben 448 sono in attesa di giudizio, quindi ad oggi neanche condannati in 1° grado, altri 437 sono in attesa di processo d'appello e quindi 2.668 sono i condannati definitivi (ben al di sotto dei posti che avremmo disponibili se i processi fossero celeri e certi). Altro problema riguarda la presenza di bambini sotto i 3 anni che - affidati alle madri detenute - vivono in carcere. Sono 48 in Italia e di questi sono 5 in Toscana, a Firenze.
Un Decreto Ministeriale del 2017, redatto sulla base di algoritmi incomprensibili, aveva stabilito che il Toscana dovessero operare 2.413 unità, mentre ne risultano effettivamente amministrate 2.270 (serve chiarire che tra le unità amministrate ci sono anche quelle che non operano nei servizi degli Istituti penitenziari toscani, ma anche quelli che devono assicurare le traduzioni di detenuti tra carceri, nei processi presso le aule di giustizia, nei luoghi esterni di cura per visite e ricoveri ospedalieri, oltre a coloro che sono temporaneamente distaccati a fare servizio in altre regioni e/o servizi diversi).
Dopo mesi di confronto tra Sindacati e Amministrazione Centrale (D.A.P.) grazie allo studio di un Gruppo di lavoro appositamente costituito su indirizzo del Ministro della Giustizia, è stato accertato che quel Decreto Ministeriale era sbagliato (avevamo ragione a denunciarlo da anni) e quindi il Personale di polizia penitenziaria che necessiterebbe in Toscana è superiore alle 2600 unità.
Per questo auspichiamo che anche il nuovo Provveditore dell'Amministrazione Penitenziaria giunto a Firenze alla fine del 2019 - il dott. Gianfranco De Gesu - potrà far valere le ragioni di quello che tutto il movimento sindacale e che gran parte delle Direzioni penitenziarie toscane rivendicano al Dipartimento: l'adeguamento degli organici del Personale. Solo per completare l'informazione vogliamo fornire alcuni dati nel dettaglio di singoli Istituti penitenziari della Toscana, tutti da fonte ufficiale del Ministero al 31.12.2019.
Questi sono solo a fini esemplificativi ed anche le altre Strutture che non citiamo vivono difficoltà analoghe. Si aggiunga che molte Strutture sono oggetto di lavori di ristrutturazione e che alcune hanno dovuto organizzare sezioni per detenuti con disagi psichici dopo la chiusura degli Opg. Invieremo questa nostra lettera a Istituzioni Centrali e Locali, alla Politica ed agli Organi d'Informazione.
Ed è anche a quest'ultimi che chiediamo di aiutarci a far conoscere la situazione del sistema penitenziario in Toscana, affinché finalmente arrivino risposte ed interventi concreti per consentire a Lavoratori e Lavoratrici della Polizia penitenziaria di poter conciliare i bisogni di un servizio così difficile e rischioso con i loro diritti del lavoro.
di Luca De Vito
La Repubblica, 25 gennaio 2020
Grazie all'applicazione della messa in prova e dei servizi di pubblica assistenza novecento condannati aiutano il no profit e si sono evitati quasi 2.600 processi.
Le alternative al processo e al carcere esistono. E funzionano. Hanno due nomi che alle persone normali dicono poco: "esecuzione delle condanne ai lavori di pubblica utilità" e "sospensioni del procedimento per messa alla prova". Tradotti, significano ore di volontariato da svolgere in sostituzione della pena nel primo caso e al posto del processo nel secondo.
Di fatto, sono due istituti giuridici che rappresentano la chance di non sentirsi un criminale, offerta a chi commette perla prima volta piccoli reati (con pene fino ai 4 anni): dalla guida in stato di ebrezza all'imbrattamento, dalle false dichiarazioni ai furti di pagnotte al supermercato.
L'ultimo dato raccolto sul territorio di Milano parla di 2.593 processi evitati grazie alla messe alla prova degli imputati, su un totale nazionale di 13.481, mentre durante tutto l'anno sono stati registrati circa 900 casi di condanne tramutate in lavori di pubblica utilità, a fronte degli 8.401 in tutta Italia.
Il tribunale di Milano è stato il primo ad attivare un protocollo da quando, nel 2011, i lavori di pubblica utilità sono diventati una strada percorribile. Un ruolo da precursore, a livello italiano, che si è ripetuto anche nel 2014 quando è entrata in vigore la legge in materia di messa alla prova. A oggi si contano 145 enti convenzionati sul territorio che si sono dichiarati disposti ad arruolare tra le file dei loro volontari persone che hanno avuto problemi con la giustizia.
Nell'elenco degli enti convenzionati ci sono 53 Comuni, ma anche 60 tra associazioni e onlus. Si va dalle più celebri come Casa della Carità, Exodus e City Angels, a realtà più piccole come ad esempio Miagolandia, associazione attiva su Mediglia che si occupa della cura e della sterilizzazione di gattini randagi.
"Un progetto che per il tribunale di Milano è motivo d'orgoglio - spiegano Monica Amicone e Chiara Valori, le giudici che si sono occupate del programma su richiesta del presidente del tribunale Roberto Bichi - principalmente perché funziona: tutti gli enti convenzionati hanno espresso soddisfazione per il lavoro svolto. E non sono state segnalate criticità". Un successo secondo tutti, dagli avvocati ai giudici, fino agli imputati che in queste categorie di reati hanno un'estrazione sociale molto variegata: si va dal professore universitario ubriaco al 18enne che ha lasciato gli studi.
"Nel caso delle messe alla prova, ad esempio, è anche una questione di dignità personale - aggiungono Valori e Amicone - sono persone che vivono il processo in sé come una condanna e la possibilità di evitarlo per loro è importante". Fondamentale anche per gli extracomunitari, ad esempio, perché il reato, al termine del programma, viene estinto.
"Molti di loro non possono rischiare di prendersi una condanna - spiega Valentina Alberta, avvocato e membro della Camera penale di Milano - altrimenti perderebbero il permesso di soggiorno. L'utilità di questi istituti sta poi anche nella possibilità di evitare il carcere per reati minori, che aumenterebbe invece il rischio di recidiva soprattutto nelle fasce sociali più deboli. Sono dell'idea che potrebbero essere inclusi pure reati con pene che arrivano fino ai cinque anni".
Le messe alla prova andate male si contano sulle dita della mano, tuttavia mancano dei dati sulla recidiva, ovvero quanti sono comunque tornati a delinquere anche dopo il programma: "Numeri che sarebbe importante conoscere" aggiungono Valori e Amicone. Fermo restando che l'esperienza nella stragrande maggioranza dei casi è positiva: "spesso le persone rimangono a fare volontariato in quelle associazioni anche dopo la fine dell'obbligo".
Un sistema che sta entrando a regime, quindi. Anche se le differenze con quello del tribunale dei Minorenni - rodato da tempo - sono evidenti. La principale riguarda le risorse: i soldi destinati all'Uepe, l'ufficio che si occupa di proporre all'autorità giudiziaria il programma di trattamento da applicare a chi chiede la messa alla prova, sono inferiori rispetto ai fondi stanziati per i minorenni: "meno risorse significa relazioni più stringate e programmi più standardizzati, quindi minori informazioni nelle mani del giudice" spiega Chiara Valori.
Il futuro C'è poi la criticità delle lunghe attese: i numeri di posti disponibili sono insufficienti rispetto al fabbisogno e sempre più spesso i tempi per arrivare a svolgere le ore di volontariato accordate dal giudice si allungano. Per questo in tribunale stanno studiando un modo per far crescere il numero delle convenzioni e anche per raccontare alla cittadinanza il progetto: ovvero come, a volte, la giustizia costruisce e ripara, invece di limitarsi a punire.
di Daniela De Crescenzo
Il Mattino, 25 gennaio 2020
"Quello che lascia sgomenti è il fatto che sempre più spesso i ragazzi agiscono in maniera violenta per emulare quello che magari sentono nel quartiere o, peggio, nella famiglia".
Gemma Tuccillo, capo del dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, spiega cosa accade nel mondo di quei giovani che si battono contro la polizia per difendere un "focarazzo", come è successo al Borgo Sant'Antonio Abate.
Quali sono i miti che spingono alla violenza?
"Io credo che le suggestioni del mondo giovanile non arrivino solo dai film e dai videogiochi. Magari nel quartiere sentono ripetere "La polizia è infame" e quindi anche se il poliziotto si avvicina per proteggerli, loro si fanno un punto d'onore di respingerlo. E a volte lo fanno non solo per emulare quello che vedono sullo schermo, ma anche perché in fondo replicano un cliché che è diffuso nel loro quartiere se non addirittura del loro ambito familiare".
Quale? "Quello di un'acritica contrapposizione allo Stato".
Quindi che fare?
"Nel momento in cui questi ragazzi arrivano all'attenzione della magistratura è importante la risposta sanzionatoria, ma anzitutto, trattandosi di personalità in evoluzione, ci deve essere una presa in carico consapevole che una corretta educazione alla legalità passa anche attraverso una corretta visione dello Stato. Bisogna spiegare a questi giovani che le forze dell'ordine tutelano il cittadino e non gli vanno contro. Per loro troppo spesso polizia e carabinieri, che dovrebbe essere una cifra di sicurezza, diventano un nemico da combattere".
Colpa dei quartieri a rischio?
"Non solo. Il clima che si respira nelle strade o in famiglia può certamente essere uno degli elementi che rafforza questo sentire errato. Ma questo modo di ragionare non si trova solo in certi contesti, perché generalmente tra i minori il contrapporsi alla polizia viene ritenuta una prova di coraggio, una manifestazione di audacia che li accredita nel gruppo dei pari".
Ma la violenza non è solo contro le forze dell'ordine. Ieri è stato trovato un sedicenne con una pistola con il colpo in canna. Per arginare anche questo tipo di delinquenza sarebbe utile abbassare la cosiddetta età imputabile?
"Assolutamente no. Non serve mandare in carcere ragazzini con meno di quattordici anni. Il vero problema è prevenire la delinquenza attraverso una presa in carico precoce da parte dei servizi sociali. Quando questi episodi si verificano è importante ragionare sulle risposte da dare, ed è importantissimo che queste siano corrette ed efficaci. Ma dobbiamo essere consapevoli che siamo già nella fase patologica. Invece bisognerebbe intervenire molto prima".
Perché questo non accade?
"Perché, specialmente in alcuni contesti deprivati, non esiste un'adeguata rete di accoglienza e di accompagnamento che incanali le energie e gli entusiasmi dei più giovani inculcando, loro, tra l'altro, il rispetto dello Stato e degli altri. Se la violenza e la contrapposizione diventano gli strumenti per l'affermazione della propria personalità, vuol dire che prima sono mancate le possibilità e le occasioni che rendono un giovane capace di manifestare il proprio carattere attraverso i talenti positivi".
C'è un legame tra i ragazzi che assaltano le forze dell'ordine e quelli che organizzano le stese?
"Io credo di no. Non penso si possano sovrapporre questi ultimi episodi che hanno un carattere di occasionalità, ai raid della criminalità organizzata. Nelle azioni dei ragazzi del Borgo Sant'Antonio, ad esempio, ad un'analisi superficiale dell'evento, non si percepisce una programmazione che è invece tipica delle organizzazioni più strutturate come la camorra. Per questo lo ripeto: per arginare i fenomeni di delinquenza giovanile bisogna innanzitutto prevenire".
studio93.it, 25 gennaio 2020
Ieri, presso la Casa circondariale di Velletri, nel corso dell'iniziativa "Agricoltura sociale - Istruzione come forma di riscatto" è stato consegnato a 3 detenuti il diploma di maturità dell'Istituto agrario "Cesare Battisti" di Velletri. Alla presenza del sindaco di Velletri, Orlando Pocci, dell'assessora regionale all'agricoltura, Enrica Onorati e del consigliere regionale Salvatore La Penna, e al fianco della direttrice della casa circondariale, Maria Donata Iannantuono, del dirigente scolastico Eugenio Dibennardo e del referente scolastico presso il carcere, professor Antonino Marrari, è intervenuta anche Eleonora Mattia (Pd), presidente della IX Commissione della Regione Lazio istruzione, lavoro e diritto allo studio.
"Abbiamo visitato le serre, la fungaia e i luoghi dove vengono prodotti olio e vino - spiega la Mattia - toccando con mano l'entusiasmo con cui i detenuti si impegnano in queste attività, consapevoli che istruzione e cultura siano gli unici veri stimoli per crescere e riscattarsi, una sorta di ascensori sociali di cui non possiamo fare a meno.
Non è un caso che nel carcere ci siano anche 10 iscritti all'università, motivo per cui, insieme alla direttrice, abbiamo lanciato la sfida per attivare nel prossimo anno, oltre all'istituto alberghiero (già previsto) anche il corso Its di Enologia e, in tempi brevi, un percorso distaccato con l'Università Roma Tre".
"Va detto - conclude la Mattia - che già quest'anno c'è stata la novità, importante, di aver aperto ai detenuti protetti l'istruzione secondaria. Senza contare che la Regione Lazio ha appena stanziato, con la L.R.7/2007, 500 mila euro per le carceri del Lazio destinati, in parte, ad un protocollo d'intesa con cui le università di Roma Tre e Tor Vergata si fanno carico del tutoraggio dei detenuti in specifici corsi di studio e, in parte, in corsi di teatro. Un lavoro attento sulla persona, affinché il percorso in carcere sia realmente di recupero e di riscatto, per tornare ad approcciarsi in modo nuovo alla società esterna".
Gazzetta di Livorno, 25 gennaio 2020
L'amministrazione comunale: "Il futuro raddoppio della capacità di accoglienza delle Sughere impone interventi urgenti". "Indispensabili azioni di recupero delle aree abbandonate da anni all'interno della struttura". Di questo, rende noto il Comune di Livorno, si è parlato ieri alla Casa Circondariale Le Sughere, con il provveditore dell'amministrazione penitenziaria a livello regionale Gianfranco De Gesu, il garante regionale per i detenuti Franco Corleone, il direttore del carcere Carlo Mazzerbo, l'assessore comunale Andrea Raspanti, il garante dei detenuti di Livorno Giovanni De Peppo e, in rappresentanza del Dap, Gabriella Pedota.
"È stata l'occasione - scrive il Comune in una nota- per fare il punto ed anche una riflessione sulle maggiori criticità del carcere già evidenziate dall'Amministrazione Comunale ai massimi vertici del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. Il futuro raddoppio della capacità di accoglienza delle Sughere, che da 250 dovrebbe passare ad oltre 500 detenuti, impone infatti interventi urgenti senza la realizzazione dei quali potrebbe aggravarsi una situazione già complessa".
"Sul tavolo - riferisce l'amministrazione comunale- la necessità di una totale ristrutturazione delle aree di carattere trattamentale abbandonate da anni come la sala polivalente, ma anche dell'edificio (caserma della Polizia Penitenziaria) abbandonato da anni, prezioso per l'accoglienza degli agenti e per finalità correlate all'istituto.
Tra gli interventi da realizzare la chiusura della sezione transito, grazie all'avvio dei nuovi padiglioni, e l'immediata ristrutturazione della stessa. Necessaria anche una riflessione sulla restituzione della sezione "verde" a sezione per la detenzione femminile ed un opportuno reperimento di risorse per la bonifica e la ristrutturazione della attuale cucina centrale. La cucina sarà presto sostituita da una nuovissima e attrezzata cucina delle sezioni dell'Alta Sicurezza ormai prossima all'attivazione".
"L'amministrazione comunale - si legge nella nota- dovrebbe invece provvedere ad interventi di natura infrastrutturale quali l'ampliamento del parcheggio antistante l'Istituto e la riattivazione della fermata Ctt davanti alla Casa circondariale per facilitare le visite dei tanti familiari dei detenuti".
"Il carcere è a tutti gli effetti parte della nostra città ed è un servizio pubblico molto importante - ha affermato l'assessore al sociale e diritti Andrea Raspanti - Un carcere che funziona bene e rispetta la dignità delle persone detenute offre garanzie alla comunità nel suo complesso, perché riduce il rischio che, una volta scontata una pena e tornate libere, queste commettano nuovi reati. Diversamente, un carcere che non funziona produce recidiva e rende più insicura la società. Lo dicono i dati ufficiali.
Perché il carcere funzioni deve offrire ai detenuti opportunità di crescita e risocializzazione, e per farlo ha bisogno di ambienti di detenzione adeguati. Abbiamo pertanto richiesto che vengano recuperate le aree destinate alle attività trattamentali e che, nei padiglioni di prossima costruzione, ne siano previste di nuove. Abbiamo inoltre sollecitato il Dap affinché si risanino le sezioni di media sicurezza, oggi degradate e degradati sia per chi ci vive sia per chi ci lavora. Il confronto avviato è molto positivo e ci aspettiamo che, da questa collaborazione, arrivino risposte concrete ai tanti problemi dell'istituto".
"È stato un incontro importante proprio per definire quelle che sono le urgenti azioni di recupero da fare - conclude il Comune-. Interventi che sono stati presentati al nuovo provveditore regionale De Gesu, alla presenza del garante Corleone, ormai prossimo alla fine del proprio mandato, ma che proprio in vista di questa scadenza, come lui stesso ha affermato in una recente intervista, vuole lasciare un cantiere di prospettive per i carceri toscani, compreso appunto Le Sughere di Livorno".
Il Fatto Quotidiano, 25 gennaio 2020
Il 31enne tunisino, Arafet Arfaoui, è morto il 16 febbraio 2019 durante un fermo della polizia di Empoli. Ma per la Procura di Firenze, il caso doveva essere archiviato dopo quattro mesi, senza nessun indagato. Una tesi respinta dal gip Gianluca Mancuso che ha imposto al pm Christine von Borries l'iscrizione nel registro degli indagati di sette persone: i cinque agenti di Empoli che quella sera arrestarono il giovane tunisino, ma anche il medico e l'infermiere del 118 che provarono a rianimarlo per quasi un'ora.
L'uomo era andato in un money transfer per spedire 40 euro alla famiglia, ma il titolare gli aveva contestato la falsità di una banconota. A quel punto Arfaoui aveva dato in escandescenza prima di avere un arresto cardiaco dopo il fermo dei carabinieri che lo avevano sdraiato a terra con le manette ai polsi e le gambe immobilizzate con una corda.
L'indagine, sempre a carico di ignoti, aveva portato alla richiesta di archiviazione: secondo la pm, il comportamento di agenti e soccorritori era stato corretto e la morte del giovane causata da un'alterazione provocata dall'assunzione di cocaina e dallo stress del fermo. Una tesi rifiutata dal gip che ha dato ragione all'avvocato della moglie, Giovanni Conticelli, ordinando nuove indagini "entro sei mesi".
lavocediasti.it, 25 gennaio 2020
Il sindaco Rasero e l'assessore Cotto, dichiarandosi molto preoccupati, hanno espresso l'intenzione di chiedere chiarimenti al ministero competente. Nell'ambito del 4° Dossier delle criticità strutturali e logistiche relative alle carceri piemontesi, presentato il 30 dicembre scorso da Bruno Mellano, Garante Regionale dei Detenuti, con riferimento al carcere di Asti figura - oltre ad altre specifiche esigenze quali "adeguamento, ampliamento e rifunzionalizzazione dei servizi di accoglienza dei parenti, in particolare per quanto riguarda i colloqui con i figli minori che ora si svolgono in condizioni del tutto inadeguate" e "costruzione di spazi per i progetti e le attività trattamentali, formative e scolastiche" - anche il progetto di realizzazione di un nuovo padiglione detentivo, da ricavare utilizzando una parte dello spazio attualmente occupato dalle aree verdi.
Stando ad informazioni ufficiose, si tratterebbe di un padiglione di 3 piani in grado di ospitare circa 200 detenuti "a custodia attenuata", ovvero detenuti a bassa pericolosità sociale prossimi al fine pena per i quali sono previsti laboratori per attività varie come avviene nella Casa di Reclusione di Fossano (Cn)? O come nel caso del progetto Arcobaleno della Casa Circondariale "Le Vallette" di Torino?
Il sindaco, Maurizio Rasero e l'assessore Mariangela Cotto, dichiarandosi molto preoccupati, affermano: "Chiederemo spiegazioni al Ministero competente anche per il tramite dei parlamentari astigiani, in considerazione che un simile progetto dovrà trovare la collaborazione del Comune e dell'Asl ed avrà una ricaduta sui servizi sociali locali".
di Mario Morcone
Il Riformista, 25 gennaio 2020
Atto di buon governo o azione criminale? Con questo presunto dilemma il leader della Lega continua la sua incessante campagna elettorale, utilizzando una vicenda che ha un suo rilievo istituzionale, per fare schermo ai problemi che non si sono saputi o voluti affrontare. Questa ossessione propagandistica si coniuga con la promessa che in un eventuale cambio di governo i porti saranno blindati per la sicurezza del nostro Paese e dei suoi cittadini. In realtà, tutto questo nasconde due grandi debolezze della vita delle nostre istituzioni.
La prima, di non coagulare un progetto politico credibile e civile in materia di immigrazione costruendo, come sarebbe necessario, non solo in Parlamento ma anche a livello europeo, le necessarie alleanze per dare prospettiva e concretezza a un'iniziativa che continua a essere, a mio avviso, insufficiente e dilatoria. Le stesse dichiarazioni del Commissario Schinas, in visita a Roma, e riportate da un importante quotidiano di tiratura nazionale, francamente non sembrano né convincenti né determinanti.
L'idea dei "panieri" annunciata dal Commissario, sembra più una strada immaginata per contenere il dissenso in uno spazio comune che un elemento strategico di novità su un tema che segnerà comunque, assieme ad altri, certamente il destino della casa degli europei. Rimane ancora l'aspettativa nata dalle dichiarazioni della presidente Von der Leyen al suo insediamento che aveva fatto sperare, e noi ancora ci crediamo, in elementi di novità. Li stiamo percependo in materia ambientale, speriamo in un secondo passo sul tema delle persone migranti e della stabilità dei Paesi nordafricani.
La conferenza di Berlino dei giorni passati è stata un elemento di novità, ma per quanto riguarda il nostro Paese ha spostato sul piano multilaterale un tradizionale rapporto di amicizia con il popolo libico che si era consolidato negli anni. Nessuno dubita della necessità e dell'efficacia di un'intesa che coinvolga il più ampio ventaglio di Paesi attori o protagonisti in quel territorio, ma tuttavia ci rimane la preoccupazione per la perdita di centralità dell'Italia nel rapporto con la Libia. Vorrei solo ricordare, senza per questo apparire nostalgico, che era già stato costituito nel 2017 un formato che comprendeva oltre l'Italia anche Francia, Germania, Svizzera, Austria e Slovenia; una rete di rapporti quasi giornalieri con il Nord Africa che avevano i loro punti fermi nelle riunioni di Roma, di Tunisi e infine di Berna.
Ma la lucentezza degli obiettivi reddito di cittadinanza e quota cento nel dibattito nazionale ha talmente appannato la percezione della necessità di proseguire su quella strada da consentire l'ingresso da protagonisti di altre potenze estranee agli interessi dell'Ue. La seconda debolezza, di cui mi scuso subito con i lettori e con le forze politiche, nasconde il mio percorso professionale. Voglio dire che sono fermamente convinto della rilevanza, in un sistema di sussidiarietà, del ruolo delle Regioni nel nostro Paese; la stessa approvazione di statuti risponde ampiamente a una previsione costituzionale. Quello che mi lascia perplesso è l'aver consentito, come fosse questo un fondamentale atto di autonomia, la decisione sganciata da ogni altra necessità, di fissare liberamente la data delle elezioni in ogni singola regione.
Gazzetta di Lucca, 25 gennaio 2020
Un pomeriggio di socialità per conoscersi e per parlare dei temi legati al carcere e al fine pena. È questa la finalità dell'iniziativa promossa dalla Caritas Diocesana e dal Gruppo Volontari Carcere insieme alla parrocchia di San Pietro a Vico, che si terrà il pomeriggio di domenica 26 gennaio a San Pietro a Vico, dove sorge la Casa San Francesco, struttura che ospita ex detenuti temporaneamente privi di abitazione e detenuti ammessi a godere di misure alternative alla detenzione.
Il programma prevede alle 15:30 un primo appuntamento alle strutture sportive dei Campini, dietro la chiesa del paese, dove è previsto un momento di socialità a cui sono invitati in particolare i giovani. Poi alle 17:30 una merenda alla casa San Francesco (in Via del Ponte, 406, vicino alla stazione) e un incontro con testimonianze e filmati per far conoscere la struttura e le sue finalità. Il pomeriggio si concluderà alle 19:30 con un aperitivo.
L'iniziativa fa parte dell'area sensibilizzazione del "Progetto nazionale carcere" sostenuto da Caritas Italiana e portato avanti sul territorio dagli operatori della Caritas diocesana in collaborazione con il cappellano della casa circondariale e i volontari della casa S. Francesco. L'intento è quello di diminuire la distanza tra il carcere, soprattutto chi lo abita, e le nostre comunità, innescando riflessioni sulla detenzione, l'essere umano, la corresponsabilità e il significato di essere comunità. Diversi incontri sono già stati fatti nelle parrocchie del territorio e alla casa San Francesco, coinvolgendo soprattutto i giovani.
di Ezio Mauro
La Repubblica, 25 gennaio 2020
La scritta in tedesco "Qui ci sono ebrei" sulla porta della casa di Mondovì dove vive il figlio di una partigiana deportata nei lager. Stiamo scendendo nell'abisso, senza sapere dove arriveremo, fino a quando cammineremo nel buio. Dobbiamo cominciare a domandarci dove porta e quando si fermerà questa mutazione in corso del nostro Paese, che dopo aver travolto il linguaggio e la coscienza civica sta attaccando lo spirito di convivenza fino ad alterare il carattere collettivo degli italiani, liberando forze sconosciute e inquietanti, in un'inversione morale della democrazia.
Chi ignorava gli allarmi di questi ultimi anni, i richiami striscianti al fascismo, la ferocia del linguaggio, la brutalità della politica, e banalizzava ogni regressione azzerandone il significato, oggi si trova davanti un'immagine iconica dell'oscurità in cui stiamo precipitando. Una stella di David e la scritta "Juden hier" (qui abita un ebreo) tracciate sulla porta di casa a Mondovì di Lidia Beccaria Rolfi, deportata a Ravensbriick perché staffetta partigiana, e nel campo testimone dell'Olocausto. Guardiamo fino in fondo quel gesto.
Qualcuno è uscito di casa nella notte come un ladro, con lo spray nero, con il proposito di imbrattare in anticipo il Giorno della Memoria, individuando come bersaglio una vittima del nazismo e scegliendo un rituale fascista, per replicarlo nel 2020, in un Paese democratico, nel cuore dell'Europa e in mezzo all'Occidente.
Qualcuno tra i minimizzatori dirà adesso che si tratta di un gesto isolato: e ci mancherebbe altro. Ma la verità è che il contesto italiano rende plausibile quell'atto, certamente estremo e tuttavia non incoerente con il clima sociale, politico e culturale, di cui segna anzi il tracciato, spingendosi fino al confine. Si tratta dunque di leggere con attenzione i segni evidenti di questa trasformazione in corso.
Il cittadino privato che s'incarica di regolare conti pubblici secondo lui rimasti in sospeso nella storia, agisce infatti nel momento in cui sente che sono saltati alcuni interdetti costruiti nel tempo dalla democrazia, dal costume occidentale, dalla civiltà giudaico-cristiana, dalla cultura giuridica. Avverte che si è rotta la storia, come patrimonio condiviso del Paese, come pedagogia della conoscenza e come istruzione per la libertà.
Soprattutto sente che è venuto meno il legame sociale, il vincolo civico che crea uno scambio implicito di responsabilità tra i cittadini, nella vicenda repubblicana comune. Si sente fuori da quel vincolo, e nello stesso tempo sciolto da ogni obbligo. Libero di varcare il limite, cioè autorizzato a farlo. C'è dunque un'esemplarità rivolta al pubblico, in quel gesto, qualcosa di rituale, quasi un appello pagano.
Come se la scritta dicesse: siamo fuori dalla storia e dalla società, siamo liberi non perché possiamo esprimere al meglio le nostre facoltà ma al contrario perché liberati da ogni dovere e da qualsiasi soggezione morale, da qualunque obbligazione democratica; possiamo dunque liberare con noi i nostri demoni, segnare con la vernice il nuovo punto che congiunge passato e futuro. È un passaggio cruciale, perché in esso la persona si spoglia della responsabilità sociale di cittadino per tornare individuo, e l'individuo rinuncia al codice della convivenza costruito dai suoi padri per ritornare in un territorio neutro, primordiale, dunque sgombro da ogni tabù democratico.
Qui - è il posto giusto - si recuperano gli stilemi fascisti. Ma il fascismo è soprattutto nell'azione che mettendosi in scena si propone come forma estrema della semplificazione antipolitica e populista della complessità contemporanea. A questo punto la teoria non è necessaria, basta l'evocazione simbolica della vernice: il gesto esemplare nella sua radicalità spiega se stesso mentre si compie.
C'è in più la privatizzazione della storia, la sua distorsione consapevole, nel rifiuto ostinato di ogni sua lezione perché da quella lezione tragica è nata la ripulsa del fascismo, della guerra, della dittatura, delle leggi razziali: e tutto questo va azzerato nel gesto che mentre replica le parole d'ordine dell'orrore che abbiamo vissuto, azzera la vicenda repubblicana, nella consapevolezza che la sua fonte di legittimità morale è proprio in quella Resistenza che ha combattuto il fascismo.
Una negazione della realtà, la scelta di una realtà parallela che scende in strada di notte nel silenzio di una città piemontese di provincia, stravolgendo nella radicalità dell'offesa una tranquilla tradizione di moderazione democristiana, a conferma della mutazione in corso. Poi c'è il bersaglio di questa violenza. Poiché il rifiuto della storia produce ignoranza, hanno individuato la casa di una deportata nei campi nazisti, e l'hanno automaticamente definita ebrea, mentre Lidia Beccaria Rolfi era stata internata come partigiana.
Ma l'errore è rivelatore dell'ossessione: dal vortice feroce del neo-razzismo italiano, dalla xenofobia coltivata nella paura, dall'etnocentrismo usato come arma politica, rispunta l'ossessione eterna dell'ebreo. Ancora oggi, e nuovamente, e nonostante tutto.
Anche se siamo colpevoli, oltre che consapevoli, non riusciamo a essere vaccinati, non possiamo dirci innocenti. È come se in questa riemersione a dispetto della storia l'ebreo fosse il punto supremo in cui sì raccolgono, si potenziano e si esaltano tutte le pulsioni contro lo straniero, contro l'immigrato, contro l'ospite abusivo, contro il clandestino.
Non importa che si tratti di italiani. L'identità ebraica è prevalente e il concetto di razza, sconfitto scientificamente, ritorna proprio sul piano identitario, culturale. Come il migrante, l'ebreo è l'emblema che il neo-razzismo trasforma in bersaglio: uno è oggetto di politiche discriminatorie, l'altro di marchiature simboliche.
La persona-simbolo che è stata oltraggiata a Mondovì aveva rivelato per prima, dopo la liberazione da Ravensbrùck, la tragedia delle donne nei campi di concentramento, in una testimonianza parallela a quella di Primo Levi. La strada dove abitava oggi porta il suo nome. I fascisti hanno scelto quel nome, e quell'indirizzo. Sono arrivati fin lì, hanno individuato la casa, e hanno creduto con la loro scritta di ribaltare la storia. Hanno invece segnalato l'orlo del precipizio, dietro la porta malferma del Paese.
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