di Ilario Lombardo
La Stampa, 14 dicembre 2019
L'Unione europea che sgomita nel Mediterraneo affollato di turchi e russi per tornare centrale in Libia e la firma della riforma del fondo salva-Stati quando sarà. Giuseppe Conte si lascia alle spalle due giorni di Consiglio europeo con la sensazione di aver ottenuto quel che voleva.
Sul fronte libico, in quella che il premier definisce senza timore "una guerra per procura", chiede e ottiene un trilaterale con la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron, al quale avrebbe dovuto partecipare il premier inglese, se Boris Johnson non fosse impegnato a festeggiare a Londra.
Fonti italiane e francesi confermano quanto anticipato ieri dalla Stampa: che i quattro puntano a organizzare, dopo la Conferenza di pace di Berlino, un vertice in Libia anche per fissare platealmente sul terreno la presenza dell'Ue e frenare gli appetiti di Turchia e Russia. Il comunicato congiunto finale segna la trincea europea in nome di una soluzione che, Conte non si stanca di ripeterlo, può essere solo "politica".
Francia, Italia e Germania "esortano tutte le parti libiche e internazionali ad astenersi dall'intraprendere azioni militari, ad impegnarsi genuinamente per una cessazione complessiva e duratura delle ostilità e a riprendere con impegno un credibile negoziato sotto l'egida dell'Onu". L'obiettivo è il cessate il fuoco, il pieno sostegno all'inviato delle Nazioni Unite Ghassan Salamè e, in vista della Conferenza di pace di Berlino, il pieno coinvolgimento di Unione Africana e Lega Araba.
Senza mai citarli i tre leader sfidano Russia e Turchia nel giorno della telefonata tra i ministri degli Esteri dei due rispettivi Paesi intenzionati a "trovare un terreno comune" sulla Libia. Una saldatura che va "evitata a ogni costo" hanno convenuto i leader. E per farlo serve una posizione comunitaria unitaria e intransigente, che superi interessi geopolitici di parte. Sul dossier libico gravano le ambizioni del generale Haftar, a un passo da Tripoli, e pronto alla "battaglia decisiva".
Sul suo ruolo e sul sostegno mai del tutto negato da Parigi sono tornati a confrontarsi Conte e Macron nel colloquio avvenuto in mattinata, all'Hotel Amigo di Bruxelles. Secondo fonti di Palazzo Chigi, il francese sarebbe tornato sulla tesi della propria diplomazia che considera l'azione di Haftar potenzialmente stabilizzatrice per la Libia. Una prospettiva che non esiste, per Conte: "Se Haftar mette piede a Tripoli - è stato il ragionamento del premier - rischiamo di ritrovarci un'altra Somalia".
Una guerra combattuta strada per strada, tra milizie e tribù opposte, come è stata a Mogadiscio. E la "somalizzazione" della Libia è una delle più grandi preoccupazioni dei servizi italiani. Conte è convinto che per poter respingere le ingerenze di Russia e Turchia serve un presupposto politico di pace sul quale nessuno può più nutrire dubbi. E su questo sente di avere dalla sua parte Merkel, in difficoltà nell'organizzazione della Conferenza di Berlino (tra il 15 e il 25 gennaio).
Alla fine del colloquio, Conte però incassa altro da Macron e Merkel: la sponda per conquistare una modifica sostanziale nelle conclusioni del Consiglio Ue, nel capitolo Mes, il Meccanismo di stabilità sottoposto a riforma. Conte chiede e ottiene che il negoziato sugli aspetti tecnici "prosegua" e non "venga finalizzato" all'Eurogruppo di gennaio. Così l'Italia guadagna tempo e sposta in là, forse a giugno forse oltre, la firma dell'accordo.
gazzettabenevento.it, 14 dicembre 2019
È quanto stabilisce un protocollo d'intesa siglato alla presenza del presidente, Marilisa Rinaldi, tra il Tribunale beneventano, l'Ufficio di Esecuzione penale esterna, la Casa circondariale e la Croce Rossa Italiana. L'obiettivo, secondo quanto evidenziato dal presidente del Tribunale Rinaldi, è quello d'implementare e sostenere l'attività di collaborazione con i soggetti sottoscrittori per il sostegno delle attività e degli interventi a favore della popolazione detenuta e dei soggetti in misura alternativa alla detenzione.
Il protocollo è stato possibile grazie alla collaborazione della Croce Rossa Italiana, sezione di Benevento con il suo presidente Raffaele Tangredi, da sempre attiva nella realizzazione dei percorsi di volontariato, sia come esperienza di socialità a favore delle fasce deboli, sia come inserimento o reinserimento sociale sia come misura alternativa alla pena.
"La Cri - si legge nella nota inviata alla Stampa - ha pertanto reso possibile l'indispensabile supporto burocratico e assicurativo.
Il Tribunale, la direttrice dell'Ueep Marisa Bocchino, il direttore della Casa circondariale, Gianfranco Marcello e la Croce Rossa Italiana ritengono opportuno sviluppare forme di collaborazione e concorso a tutela dei soggetti in esecuzione penale, bisognevoli di interventi di sostegno sociale per educare la rispetto degli altri e dei loro diritti, valore imprescindibile di una civile convivenza regolata e disciplinata dalla legge.
Secondo la normativa vigente in materia, i detenuti e i soggetti in misura alternativa possono, infatti, essere assegnati a prestare la propria attività a titolo gratuito e volontario nell'esecuzione di progetti pubblica utilità in favore della collettività da svolgersi nelle pubbliche amministrazioni, enti e organizzazioni di assistenza sociale e volontariato".
La Repubblica, 14 dicembre 2019
Il ritorno alla legalità dopo l'emendamento alla manovra voluto dai Cinque Stelle. Un negozio su due ha già chiuso e altri si preparano a smobilitare le vetrine. Adesso che la cannabis light è tornata "legale", dopo l'emendamento dei Cinque Stelle approvato in legge di Bilancio, il mercato della canapa fa i conti con la campagna di sequestri e inchieste dell'ultimo anno.
Soprattutto a partire dalla complicata sentenza della Cassazione del 30 maggio 2019 che aveva di fatto vietato la vendita della cannabis light. Un colpo che aveva messo in ginocchio l'intera filiera, a partire dalla coltivazione della canapa, circa duemila aziende agricole, diventate oggi meno di mille. "E su oltre duemila "growshop", oggi ne restano il 40 per cento in meno, ma di certo un altro 10 per cento chiuderà entro la fine dell'anno", ammette Luca Marola, fondatore di "Easyjoint", azienda che gestisce cento punti vendita di cannabis light.
"I sequestri a tappeto, che non hanno mai rilevato illeciti se non amministrativi, la campagna di demonizzazione lanciata da Salvini, hanno creato il deserto dentro i nostri negozi. Proprio perché la nostra clientela dice Marola - è fatta di persone tranquille e adulte che non volevano certo essere coinvolte in situazioni a rischio".
Insomma uno sboom. Figlio anche di una crescita tumultuosa di botteghe con la foglia di marijuana disegnata fuori. E dell'altrettanto veloce espansione delle aziende agricole di coltivazione di canapa, duemila soltanto quelle nate tra il 2017 e il 2018. "L'importanza di questo emendamento. aggiunge Marola è non solo aver fissato con chiarezza il livello di tetraidrocannabinolo al di sotto del quale la cannabis è legale, ma anche di aver cambiato il testo unico sulle droghe. Sul quale dovrà essere precisato che con quella concentrazione di Thc, la cannabis non si può ritenere uno stupefacente".
Adesso, come è probabile, il business ripartirà, la domanda c'è, cresce. Perché la canapa in tutte le sue varianti, nel 2018, prima dello stop seguito alle campagne di sequestri e alla sentenza della Cassazione, aveva fatto muovere un mercato stimato in 150 milioni di euro, con circa diecimila persone impiegate nel settore. Non solo. Proprio la coltivazione della canapa ha fatto riaccendere l'interesse verso la terra e l'agricoltura da parte di gruppi di giovani, che hanno fondato aziende e cooperative. "Nessun negozio è stato chiuso perché le forze dell'ordine hanno trovato cannabis diversa da quella legale.
A Parma - racconta Luca Marola - gestisco da 18 anni un negozio che vende canapa, un negozio dichiaratamente antiproibizionista. E a ogni nuovo addetto che assumo spiego che noi dobbiamo essere perfetti, dentro la legalità, proprio perché ciò che facciamo ha un valore non soltanto commerciale ma anche sociale".
E soprattutto che esistono sostanze e sostanze. Infatti, dice Marola, "è stata la legge Fini-Giovanardi, che ha fatto saltare la distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti, a portarci al disastro attuale del policonsumo di droghe da parte dei giovanissimi".
di Franco Insardà
Il Dubbio, 14 dicembre 2019
"Un'azalea in via Fani", di Angelo Picariello, un viaggio nella riconciliazione tra gli ex terroristi e i parenti di chi, come moro, è morto negli anni della lotta armata. "Il merito di questo libro è di aver avuto il coraggio di alzare il velo sui conflitti della nostra storia. Un'operazione che finora hanno fatto solo l'autore e la vedova Calabresi.
In tanti anni dalla morte di mio padre molti si sono interessati alla vicenda, alla sua vita, un po' troppo alla sua morte, spesso in modo sguaiato, però nessuno si è interessato del dolore che rimane da una parte e dall'altra, quando si chiude un conflitto. Si tratta di una ferita che nessuno ha mai curato. Mi chiedo: perché non curiamo il nostro passato?".
Lo dice Agnese Moro presentando, insieme con Marco Follini, "Un'azalea in Via Fani. Da Piazza Fontana a oggi: terrorismo, vittime, riscatto e riconciliazione" (San Paolo edizioni, 344 pagg. 25 euro), il libro di Angelo Picariello, quirinalista di Avvenire.
La figlia di Aldo Moro sottolinea: "Questo libro è costato anni di lavoro, riflessione, ripensamenti, scrupoli, prudenze e delicatezze. Facendo, soprattutto attenzione che l'esigenza di raccontare non creasse altro dolore. Restituisce i sentimenti e il clima di tutte le persone che partecipano a questo gruppo di dialogo (da cui è nato "Il libro dell'incontro" ndr) tra ex appartenenti alla lotta armata, familiari delle vittime, giovani e altri che ci hanno aiutato. Il merito, però, è di chi ci è venuto a cercare, perché le nostre sono state vite molto solitarie, molto isolate. È stato sorprendente che qualcuno venisse a interessarsi al mio dolore.
I conflitti della nostra storia diventano favolette che poi passano alla storia: nella Resistenza ci sono stati i buoni e i cattivi, anche durante il terrorismo c'era una società buona e dei gruppetti di cattivi, usciti dal nulla, che a un certo punto hanno deciso di prendere le armi, con lo Stato incapace di fronteggiarli. Però in un guizzo di democrazia alla fine abbiamo sconfitto il terrorismo. Questa è la favoletta che passerà alla storia.
Si tratta, sottolineo, di una favoletta, perché le persone che hanno scelto la lotta armata, come documenta molto bene questo saggio, facevano parte integrante della società e c'erano fior fior di intellettuali che hanno predicato la bontà della scelta di prendere le armi". E Agnese Moro continua: "Nei miei incontri in giro per l'Italia ci sono tante persone che vengono non solo per capire come mai io, Giovanni Ricci e altri familiari delle vittime siamo insieme agli ex terroristi, ma tanti anche per curare la loro memoria, feriti per aver tifato per la morte di mio padre e lo raccontano vergognandosi di sé stessi, altri che erano bambini e hanno vissuto quel periodo avendo paura. È stato sorprendente che dopo tanti anni qualcuno venisse a interessarsi del mio dolore".
E Giovanni Ricci, figlio di uno dei poliziotti assassinati a via Fani, che insieme ad Agnese Moro ha stabilito un rapporto con gli ex terroristi confida: "Si portano addosso una croce più grande della mia, per il peso di ciò che hanno fatto" e "nulla attenuerà mai questo". Quello di Angelo Picariello è un viaggio nelle pagine più nere del terrorismo italiano: dalla strage di Piazza Fontana alla morte del commissario Calabresi, dalla storia di Prima Linea e delle Brigate Rosse fino al rapimento di Aldo Moro.
Un percorso difficile, fatto di testimonianze, racconti ed esperienze personali che traccia il quadro di un periodo complicato della nostra democrazia, nel quale una generazione percorsa e dilaniata da un forte malessere in alcuni casi ha trovato uno sbocco nella lotta armata. Il lavoro del giornalista di Avvenire, pur mantenendo una rigorosa ricostruzione storica, si focalizza sui protagonisti senza distinzioni preconcette tra vittime e terroristi e, grazie alla formazione professionale, politica e religiosa dell'autore, ne restituisce la loro umanità e i loro sentimenti.
La figura di Aldo Moro è il filo conduttore di "Un'azalea in via Fani". Una delle lezioni del presidente della Dc è testimoniata da Nicodemo Oliverio, suo allievo alla cattedra di diritto e procedura penale alla Sapienza proprio nell'anno accademico del rapimento: "Aveva incredibile attenzione umana per la persona che traspariva dalla passione con cui spiegava il ruolo emendativo della pena". Oliverio, alla presentazione del libro, ha ricordato che "l'ultima lezione, il 15 marzo 1978, fu proprio sulla rieducazione dei detenuti. Senza dimenticare i suoi dubbi sull'ergastolo, una posizione che restituisce appieno la contemporaneità del pensiero di Moro. E non sfugge a nessuno come l'articolo 27 della Costituzione sia stato ispirato proprio da lui".
Picariello ricorda anche la figura di padre Adolfo Bachelet, fratello di Vittorio ucciso il 12 febbraio 1980 alla Sapienza, che ha avuto un ruolo fondamentale nelle scelte e nei pentimenti di tanti ex terroristi sia di destra che di sinistra, come Maurice Bignami, ex capo di Prima Linea. Storica, a proposito di questa formazione armata, la conversione "laica" al congresso Radicale del 1987 di Sergio D'Elia, diventato poi animato dell'associazione "Nessuno tocchi Caino".
Storie che hanno un comune denominatore: quella umanità emersa in molti di coloro che hanno scontato la loro pena, maturando anche un sincero pentimento, come l'ex brigatista Franco Bonisoli che ha ispirato il titolo del libro. Sì perché è proprio Bonisoli, con il quale Picariello ha da anni un rapporto di amicizia, che nel 2013 arriva a Roma, e chiama il giornalista. Si danno appuntamento in via Fani, dove lui 35 anni prima nel 1978 aveva partecipato al commando che rapì Moro.
"Quando arrivai in zona- scrive Picariello - scoprii che c'era appena stato, aveva preferito, alla fine, andarci da solo. Era da poco passato mezzogiorno. Gli chiesi però di tornarci un attimo insieme. Imboccammo così a piedi la strada e subito scorsi a terra, sul marciapiede un vasetto con una piantina, davanti alla lapide in ricordo delle vittime dell'agguato, all'incrocio con via Stresa. "Franco" gli dissi, "è bello che qualcuno ancora si ricordi, dopo tanto tempo". "Veramente" fu la risposta bruciante, "l'ho appena messa io".
Un gesto che testimonia in modo netto la sua lontananza da quella violenza che aveva caratterizzata la prima parte della sua vita.
Una violenza che ha accompagnato l'Italia per oltre un decennio, quella che Sergio Zavoli ha battezzato come "La notte della Repubblica", e che Angelo Picariello fa iniziare il 19 novembre 1969, quando a Milano fu ucciso l'agente di Polizia Antonio Annarumma, originario di Monteforte Irpino (in provincia di Avellino).
Il giornalista di Avvenire ricorda anche i funerali di Annarumma in cui era stato proprio il commissario di polizia Luigi Calabresi, assassinato il 17 maggio 1972, "a intervenire, ingaggiando un corpo a corpo drammatico, in questura, per sottrarre Mario Capanna al linciaggio degli agenti, furiosi per la sua presenza alle esequie".
Per tanti, in quel pomeriggio l'Italia perse la sua "innocenza", si legge nel saggio storico, frutto di una lunga ricerca curata dall'Istituto di Studi Politici "S. Pio V" di Roma, con la prefazione di Agostino Giovagnoli, storico della "Cattolica'", e i contributi dell'ex presidente della Camera, Luciano Violante e dell'ex capo dell'antiterrorismo, ed ex sottosegretario all'Interno, Carlo De Stefano che ha collaborato alla ricerca.
Un lavoro che parte da Giorgio Semeria, tra i fondatori delle Brigate Rosse, che "si avvicinò alla lotta armata frequentando proprio sia il Movimento di Cl che il Pontificio istituto missioni estere a Milano, prendendo anche parte con padre Pedro Melesi a un'esperienza missionaria in Brasile".
Semeria, uscito di prigione, "si è sposato in chiesa e ha devoluto i doni di nozze alla missione che da ragazzo visitò con quel religioso che suo malgrado lo avvicinò alle ingiustizie, facendo in qualche modo pace con sé stesso e potendosi impegnare ora per quegli stessi ideali giovanili in una maniera che non prevede la violenza". E poi ancora Renato Curcio, Alberto Franceschini e tanti altri fino alla colonna avellinese delle Br.
Sì, perché Angelo Picariello va a fondo su quello che è un pezzo di storia del terrorismo che ha vissuto da vicino. Lui, militante di Comunione e Liberazione, studente prima e poi giovane consigliere comunale, vive nell'Avellino della metà degli anni Settanta, inebriata dai successi sportivi della squadra di calcio e dall'ascesa politica di Ciriaco De Mita e della Dc di Base. Una città, come si intitola il capitolo dedicato alla sua Avellino, "fra evasione pallonara ed eversione politica".
Dove Maurizio Montesi, un calciatore sui generis arrivato da Roma e tra i protagonisti della promozione in serie A, che Picariello descrive come "legato alla sinistra estrema, tanto regolare in campo quanto sregolato nella vita privata", alla vigilia di Natale 1978 in un'intervista a Lotta Continua dichiara: "Il tifoso è uno stronzo. Fa il gioco del sistema. Fa il tifo per undici persone con le quali non ha nulla a che spartire".
Un mese prima, l'8 novembre 1978, la borghesia avellinese era stata scossa dall'assassinio a Patrica, in provincia di Frosinone, del procuratore della Repubblica di Frosinone, Fedele Calvosa. La rivendicazione è delle "Formazioni comuniste combattenti" e gli autori sono tre giovani studenti avellinesi: Nicola Valentino, Maria Rosaria Biondi e il suo fidanzato Roberto Capone. Quest'ultimo rimarrà sul campo, ucciso dal "fuoco amico".
Un'altra ragazza irpina, Maria Teresa Romeo compagna all'epoca di Nicola Valentino, sarà tra gli autori, il 19 maggio 1980, dell'assassinio dell'assessore regionale Pino Amato. Ma oltre a loro tre altri irpini hanno conosciuto la lotta armata. Alfredo Buonavita, operaio emigrato a Torino vicino a Renato Curcio sin dall'inizio e fondatore delle Br nel capoluogo piemontese.
Gianni Mallardo, coetaneo e compagno di scuola di Picariello, tra i primi a dissociarsi, reclutato dall'altro avellinese Antonio Chiocchi, figura di spicco delle Br campane e braccio destro di Giovanni Senzani, tra i protagonisti del rapimento di Ciro Cirillo e dell'omicidio del commissario Antonio Ammaturo, che ha avviato un percorso di dissociazione nel carcere di Nuoro nel 1983.
Ma a mezzo secolo dall'esplosione di Piazza Fontana, che voleva far precipitare il Paese nello scontro e portare, attraverso la strategia della tensione, a una svolta autoritaria, ecco affermarsi, alla fine di un percorso lungo e drammatico, un vasto movimento di riconciliazione fra vittime, ex protagonisti della lotta armata e uomini delle istituzioni.
Ed è ancora Franco Bonisoli il protagonista del viaggio di Angelo Picariello. L'occasione è quella della presentazione all'Istituto Sturzo de "Il libro dell'incontro", nel luglio del 2016, sull'esperienza del gesuita padre Guido Bertagna. Franco Bonisoli è vicino a Giovanni Ricci, figlio di Domenico morto in via Fani. Con loro ci sono anche Agnese Moro e Alexandra Rosati, figlia di Adriana Faranda, la "postina" delle Br.
E quel valore emendativo della pena che Aldo Moro aveva voluto nella Costituzione conforta oggi Agnese nel vedere i carcerieri di suo padre cambiati: "Sono stati una sorpresa perché nella mia mente loro sono dei mostri senza cuore, senza pietà. E lo sono anche stati". Ma poi ha scoperto in loro "un dolore infinitamente peggiore del mio che li fa essere totalmente disarmati nei nostri confronti. Ho imparato da loro che se tu vuoi ascoltare qualcuno e poi parlare ti devi disarmare da pregiudizi e rabbia. Incontrare chi ha fatto del male è un atto di amore verso sé stessi, perché trovarsi faccia a faccia con chi ha compiuti atti tremendi di violenza è l'unico modo possibile per uscirne: perché quella è la realtà.
Guardi in faccia dei vecchietti come me, cadenti o meno, ognuno ha sul viso la storia di quello che gli è successo e sono storie terribili. Perché quando hai pensato di salvare il mondo, ma alla fine scopri che hai ucciso solo delle brave persone che non possono tornare indietro, e quella giustizia che volevi l'hai solo tradita è davvero terribile.
Ecco perché è importante fare un percorso insieme". E Agnese Moro ribadisce che suo padre avrebbe approvato questo cammino di riconciliazione e il fatto che "queste due realtà "ex giovani" feritesi reciprocamente, possano oggi incontrarsi e sanare qualcuna di quelle ferite io sono certa che per lui sia motivo di contentezza".
di Francesco Monini
ferraraitalia.it, 14 dicembre 2019
Nel carcere di Ferrara Teresa De Sio doveva arrivare quindici giorni fa. Una brutta influenza l'ha costretta ad annullare il concerto a favore dei detenuti. Ma ci teneva davvero: sembra abbia avuto lo scrupolo di giustificarsi, inviando tanto di certificato medico alla Casa Circondariale Costantino Satta. Una promessa è una promessa, e ieri pomeriggio (12 dicembre) la grande interprete napoletana ha varcato porte e cancelli del carcere di via Arginone.
Ad assistere all'incontro-concerto e ad applaudirla, gli agenti, gli educatori, e naturalmente i detenuti; questi ultimi godevano in via eccezionale di tre ore d'aria (e di musica). Finalmente fuori dalle celle.
Prima del concerto per pianoforte e voce, la proiezione di "Crai!", un bellissimo docu-film, tratto da uno spettacolo ideato una decina di anni fa dalla stessa De Sio insieme al cantautore, scrittore e attivista politico Giovanni Lindo Ferretti, che mette in scena e racconta gli ultimi rappresentanti della tradizione popolare dei Cantori di Puglia. Poi Teresa De Sio incomincia a cantare, accompagnata alle tastiere dal pianista Francesco Santalucia. Canta alcune delle sue canzoni più conosciute: la famosissima "Voglia 'e turnà" (entusiasmo fra il pubblico) e "Chi tene 'o mare", un omaggio all'amico scomparso Pino Daniele. Conclude con una canzone nuova, tratta dall'ultimo album "Puro desiderio" che da febbraio porterà in giro per l'Italia. Non è una canzone scelta a caso. Sembra proprio una dedica affettuosa a tutti i carcerati. Si intitola "Mia libertà".
Alla fine (e appena prima degli abbracci e delle foto ricordo), la nuova direttrice del Casa di Detenzione Maria Nicoletta Toscani - arrivata a Ferrara all'inizio di quest'anno - sottolinea come sia importante portare l'arte e la cultura dentro il carcere. E promette: "Questo è solo il primo di un lungo ciclo: abbiamo in programma trentacinque incontri pubblici con tanti docenti dell'Università di Ferrara, titolo della rassegna: Cultura e Libertà".
Il Mattino, 14 dicembre 2019
Oggi, dalle 9 alle 17, presso la Galleria Umberto I, si terrà la IX° edizione della mostra-mercato "ArtigiaNato in Carcere". Per il Provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria, Antonio Fullone: "La manifestazione propone l'esposizione dei manufatti e prodotti artigianali realizzati negli istituti penitenziari della Regione.
Obiettivo principale è sensibilizzare l'opinione pubblica dando visibilità alle tante attività laboratoriali che i detenuti svolgono all'interno degli istituti". Previsti momenti d'intrattenimento e di richiamo per il pubblico e uno spazio per gli interventi istituzionali: dalle ore 9.30 è programmato l'arrivo delle autorità e l'esibizione del Coro dell'I.C. "28 Giovanni XXIII-Aliotta" e del coro scolastico dell'I.C. Statale "Don Milani Aliperti" di Marigliano.
Alle ore 11, l'intervento del Garante campano dei detenuti, Samuele Ciambriello e l'esibizione della cantante Monica Sarnelli, precederà la Banda musicale della Brigata Meccanizzata "Aosta" e la Fanfara del 10° Reggimento Carabinieri che suoneranno brani celebri. Alle ore 12 l'intervento del sindaco, Luigi de Magistris, sarà accompagnato dall'aperitivo offerto dall'Associazione "Scugnizzi" e dai ragazzi di Nisida.
Alle 15 l'Unità Cinofila della Polizia penitenziaria effettuerà una dimostrazione pratica con i cani antidroga. Alle 16 la corale "Libentia Cantus" di Ercolano chiuderà la manifestazione, augurando buone feste con medley di canti natalizi.
Corriere del Mezzogiorno, 14 dicembre 2019
Spesso sono giovani e alla loro prima volta in carcere. I detenuti con diversi problemi di dipendenza che si trovano nel carcere di Poggioreale costituiscono circa il 30% della popolazione reclusa nella casa circondariale di Napoli e sono tra quelli più a rischio per tendenze all'autolesionismo perché più fragili.
A loro si rivolge "IV Piano", più che un progetto sociale, una piccola comunità all'interno del carcere, frutto di un lavoro di integrazione tra il Dipartimento Dipendenze della Asl Napoli 1 Centro con la Direzione della Casa Circondariale di Poggioreale e Gesco. Ideato dalla psicologa Marinella Scala, responsabile del centro diurno Palomar, "IV Piano" si trova al quarto piano del padiglione Roma: qui vengono accolti detenuti prevalentemente tossicodipendenti insieme con persone affette da Hiv, sex offender e persone transessuali.
Il padiglione è anche la sede del SerD, il Servizio Dipendenze della Asl Napoli 1 Centro: Poggioreale è uno dei pochi modelli di grande carcere dove c'è un SerD esclusivamente dedicato. Grazie a IV Piano, circa 250 detenuti seguono attività di teatro, scrittura, sport, musica, giardinaggio, apprendimento della lingua (per i migranti), mentre il progetto gestisce anche uno sportello per l'implementazione delle misure alternative alla detenzione.
È un progetto di riabilitazione sociale all'avanguardia, ora raccontato anche in un docu-film prodotto da Gesco e firmato dalla regista Cristina Mantis, che sarà presentato lunedì mattina (alle 9,30) all'interno del carcere, con la partecipazione, tra gli altri, del provveditore regionale penitenziaria Antonio Fullone, del direttore dell'Asl Na 1 Ciro Verdoliva, oltre che del direttore di Poggioreale Maria Luisa Palma e dal presidente di Gesco Sergio D'Angelo.
di Graziella Melina
Il Messaggero, 14 dicembre 2019
I medici: "L'abuso di cannabinoidi è tra le cause dei disturbi mentali". Il nodo dei mancati controlli sulla vendita ai minori. Se gli effetti della cannabis sulla salute degli adulti non sono ancora scientificamente provati, di certo se ad assumerla sono gli adolescenti i rischi per la salute mentale possono essere davvero gravi.
"La cannabis, anche a basso livello di thc, ha comunque un contenuto che può essere dannoso, specialmente per gli adolescenti, che hanno un sistema nervoso centrale non completamente sviluppato - spiega Sabina Strano Rossi, tossicologa forense dell'università Cattolica di Roma - Si tratta di una sostanza psicotropa che ha attività al livello del sistema nervoso centrale, anche se la percentuale di principio attivo è bassa".
Il Consiglio superiore di sanità aveva già lanciato l'allarme. "Gli esperti - ricorda la tossicologa - hanno sottolineato che non si può escludere la pericolosità di questa sostanza, e che non ci sono sufficienti studi su classi particolarmente a rischio, quali i giovani, le donne incinte o le mamme che stanno allattando".
Con il recente emendamento, prosegue Strano Rossi, "di fatto si cambia la tabella di appartenenza, il principio attivo della cannabis passa dalla prima alla seconda tabella, ma senza il parere di esperti scientifici".
Resta, inoltre, la confusione tra possibilità di vendita e consumo. "In teoria, l'emendamento parla di possibilità di vendita. Poi, però, nessuno va a controllare l'utilizzo che ne fa chi l'acquista. Ed è significativo che non ci sia una regolamentazione per la vendita della cannabis light ai minori, come invece avviene per l'alcool".
A preoccupare i medici sono soprattutto i più giovani. "C'è una bella differenza se parliamo di uso di cannabis da parte di adulti o di minori - ribadisce Stefano Vicari, responsabile dell'unità operativa complessa di neuropsichiatria infantile al Bambino Gesù - Il cervello dei minori è in forte crescita, raggiunge la sua massima maturazione intorno ai 25 anni.
Gli adolescenti hanno quindi un cervello ancora non del tutto pronto a gestire impulsi e stimoli impegnativi dal punto di vista comportamentale". Gli effetti di una sostanza psicotropa sono dunque devastanti. "Molti studi documentano che l'abuso di cannabinoidi è una delle cause principali della comparsa del disturbo mentale.
Anzi - rimarca Vicari - si ritiene che la grande esplosione di disturbi mentali, cui assistiamo oggi, sia legata proprio a un abuso di cannabinoidi, con una serie di altri motivi. La cannabis, tra l'altro, rappresenta il primo fattore di rischio per schizofrenie in adolescenza. E questa patologia non sempre è reversibile". Dunque, la "distinzione tra droghe leggere e pesanti in adolescenza non ha senso, perché sono tutte sostanze dannose".
Inoltre, "la cannabis è liposolubile, cioè si accumula nel grasso. E il cervello è una palla di lardo. Noi infatti troviamo la presenza di effetti di cannabis anche a distanza di molte settimane". E purtroppo tra i ragazzi non è più così infrequente. "Al Bambino Gesù, all'emergenza psichiatrica, l'80% dei ragazzi ha una storia di uso di sostanze, in particolare di cannabinoidi".
di Ugo Intini
Il Dubbio, 14 dicembre 2019
Siamo un Paese invecchiato, poco istruito, a crescita zero. Dal 1990 abbiamo perso il t30% del reddito rispetto al resto della Ue. Ancora una volta, il rapporto Censis ha fotografato un'Italia stretta dal pessimismo e soprattutto dall'incertezza. Ma perché mai da decenni continua l'inverno del nostro scontento? Quando si è in mezzo alla foresta, non se ne vedono i contorni. Ci concentriamo pertanto sulle pagliuzze a portata d'occhio, sulle polemiche miserabili che riguardano (ad esempio in questi giorni) misure economiche del tutto ininfluenti.
Anche perché il contendere riguarda il 5 per cento di una manovra pari complessivamente a circa 30 miliardi, ovvero all' 1,7 per cento del prodotto nazionale lordo. Se si esce dalla foresta, fuori dal quotidiano e dal microcosmo rissoso della politica, si vede più lontano nello spazio e nel tempo. E la ragione dell'inverno perenne prima ricordato diventa improvvisamente chiarissima. Anzi, accecante. È una ragione che l'opinione pubblica forse intuisce, forse vagamente conosce, ma non nelle sue dimensioni reali. Guardiamo dunque, anziché le pagliuzze, le travi.
All'inizio degli anni 90, l'Italia e la Francia, pressoché con la stessa popolazione, avevano un reddito nazionale quasi uguale: adesso la Francia ci supera di oltre il 30 per cento. Nel 1989, la Germania aveva un reddito pro capite di poco superiore all'Italia: adesso, nonostante abbia assorbito i poveri della parte ex comunista, lo ha superiore del 32 per cento. Nel 1989, gli spagnoli avevano un reddito pari al 65 per cento del nostro: dal 2017, ci hanno superato. Abbiamo perciò perso quasi un terzo del terreno rispetto ai Paesi europei. Per non parlare dello spazio abissale perduto rispetto ai Paesi emergenti che ospitano i due miliardi di cittadini del mondo usciti dalla povertà grazie globalizzazione.
Tutti vanno avanti. Noi restiamo al palo. Siamo gli unici che ancora non sono tornati ai livelli precedenti la crisi economica del 2008. E non c'è da stupirsi, perché da tempo l'Italia cresce ogni anno un terzo dell'Europa (che già cresce poco). Quando, agli inizi degli anni 90, si festeggiava l'entusiasmante passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, i celebratori del "nuovo" non immaginavano che si stava aprendo per l'Italia il "trentennio perduto".
Mai i nostri nonni e padri avevano visto niente di simile. Avevano sofferto guerre e tragedie, ma erano sempre andati avanti. Consideravano il progresso (il domani meglio dell'oggi e di ieri) una ovvietà. E si può ben capire.
Leggete il libro dell'economista - Gianni Toniolo sui dati storici dello sviluppo italiano. Per un secolo (all'incirca dal 1890 al 1990) abbiamo avuto il periodo della "convergenza": una Italia arretrata è cresciuta più degli altri, è andata "convergendo" verso gli standard dei Paesi più avanzati e infine li ha raggiunti. Ricordate l'entusiasmo con il quale nel 1990- 91 si festeggiava lo status di super potenza economica mondiale con il sorpasso su Francia e Gran Bretagna (vero o calcolato con qualche forzatura)? Da quel momento in poi, è iniziato il periodo della "divergenza", che ancora continua in modo catastrofico: l'arretramento dell'Italia rispetto ai Paesi nostri vicini. Come all'indomani dell'unità nazionale, siamo ormai indietro e lontani rispetto al gruppo traente dell'Europa.
L'inverno del nostro scontento si alimenta di frustrazione e invidia: invidia dell'Italia nel suo complesso verso i vicini, ma anche degli italiani gli uni contro gli altri. Perché, mentre l'economia ristagna, si aggravano le disuguaglianze all'interno del Paese. Con i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri e il ceto medio schiacciato. Lo dice l'indice definito di Gini, che misura appunto le disuguaglianze: tra i principali Paesi dell'Europa continentale, siamo ormai quelli con le maggiori disparità di reddito. E anche questo non aiuta. Lo disse bene Roosevelt, riflettendo negli anni 30 sulle cause della depressione: "Sapevamo che la grande disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza ha grande rilevanza etica e sospettavamo che avesse altrettanta rilevanza economica: ora questo sospetto è divenuto certezza".
Come avviene quando un disastro non è improvviso, bensì matura lentamente negli anni, neppure ce ne siamo accorti. Ma come è potuto accadere? Inevitabilmente, si dà la colpa ai politici. Ma sarebbe riduttivo. Certo, sono precipitati ai livelli che sono sotto gli occhi di tutti. Certo, hanno la responsabilità di promettere assurdità, di propagandare anziché fare, soprattutto di non dire la verità (che molti di loro forse neppure conoscono). Ma anche se fossero degli statisti la crisi non si risolverebbe. Perché le due cause principali (accanto alle tante altre che pure esistono, dall'evasione fiscale all'inaffidabilità della giustizia) sono troppo profonde, strutturali e ineliminabili in tempi brevi. Il padre fondatore del Censis Giuseppe De Rita, intervistato da Repubblica dopo la diffusione del rapporto annuale, alla domanda su quali fossero i problemi più gravi, ha risposto: la demografia e l'istruzione.
Come quasi sempre, ha ragione. Vogliamo essere più crudi e anzi provocatori? L'Italia è un Paese di vecchi. Avete mai visto che la vecchiaia sia un motore per lo sviluppo? Che la nostra popolazione sia tra le più anziane, è noto da tempo. Ma c'è qualcosa di meno noto, perché non è "politicamente corretto" sottolinearlo: i giovani sono non soltanto pochi, sono anche (a parte il terzo mondo) i meno istruiti. Lasciamo perdere la qualità dell'insegnamento, sulla quale ad esempio si diffonde in modo feroce Galli della Loggia nel suo ultimo libro "L'aula vuota".
La qualità è sempre opinabile. I numeri no. L'Italia (precedendo il solo Messico) è al penultimo posto tra i Paesi dell'Ocse per numero di laureati (per di più laureati troppo in scienze politiche e troppo poco in ingegneria). La quota di diplomati sul totale degli occupati è il 16 per cento, contro il 33 della media europea. Anche così si spiega che la produttività del lavoro, tra il 2001 e il 2017, sia salita da noi dello 0,4 per cento, contro il 18,5 della Germania, il 15 di Francia e Spagna. Si deve poi aggiungere (a completamento del quadro disastroso) che, a parte la qualità degli occupati, peggio ancora, il loro numero è tra i più bassi del mondo, con percentuali da Nord Africa per quanto riguarda le donne.
Cosa si deve dire di più? Un Paese di vecchi, con pochi giovani e per di più poco istruiti non va lontano (e lasciamo perdere che ad andare lontano, ovvero all'estero, sono spesso i giovani più preparati). I bambini, ammesso che nascano, non crescono nell'arco di una legislatura (né arrivano all'Università). Forse anche per questo, i politici preferiscono non occuparsi di iniziative che possono forse dare frutti nei decenni, ma delle polemiche quotidiane.
Se la classe dirigente non si vuole occupare dei problemi veri, come si fa? De Rita, nella prefazione al mio libro proprio sulla vecchiaia ("Lotta di classi tra giovani e vecchi?") ha gettato lì una teoria provocatoria (provocatoria anche, scherzosamente, verso di me che sono laico).
Si dovrebbe immaginare - ha osservato - una Italia "guelfa", guidata cioè, per dirla più alla buona, dai preti (che forse, in mezzo alla irresponsabilità generale, hanno ancora la testa sul collo). Ridotti come siamo, persino i più anticlericali potrebbero rassegnarsi. Ma neppure questo sembra possibile. Da tempo infatti la Chiesa, guidato da Papi stranieri, non se ne occupa. Anzi. Un famoso vaticanista mi diceva scoraggiato qualche giorno fa: "Questo Papa sta alla larga dalla politica italiana, come da una cosa infetta".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 14 dicembre 2019
Quello che venne chiamato l'accordo del secolo, firmato tra Serbia e Iraq nel 2008, sta facendo morti nelle piazze irachene a 11 anni di distanza. Una clamorosa inchiesta della Rete del giornalismo investigativo dei Balcani ha rivelato oggi che parte delle granate M01 e M99 (nella foto) contenenti gas lacrimogeno usate dalle forze di sicurezza irachene contro i manifestanti fanno parte delle forniture previste da quell'accordo ed effettivamente consegnate nel 2009. (altre, usate sempre contro le proteste, sono state fornite dall'Iran).
Almeno 20 degli oltre 430 manifestanti morti in Iraq da ottobre sono stati uccisi da quelle granate, di una potenza tale da forare il cranio delle persone colpite. Prodotte per uso militare, il loro peso e la loro velocità moltiplicano l'effetto dell'impatto. Invece di venire lanciate in aria per disperdere la folla, sono state esplose da distanza ravvicinata, puntando direttamente alla testa o al petto. Risulta così smentito il ministro della Difesa iracheno Minister Najah al-Shammari, il quale aveva recentemente dichiarato che quelle granate non erano state importate attraverso canali ufficiali iracheni e aveva anzi incolpato "una terza parte" che cercava di far cadere il governo e alimentare l'instabilità.
- Libia. Haftar sicuro: "È l'ora zero per Tripoli". Al-Sarraj: "Solo illusioni"
- Il pugno di ferro contro la droga è solo un autogol
- Vince l'uomo dei militari, l'Algeria scende in piazza
- Garante per i diritti dei detenuti sotto attacco: è "contro la Polizia penitenziaria"
- "La cultura conquista, non salva: solo il detenuto può salvare sé stesso"










