di Leo Lancari
Il Manifesto, 24 gennaio 2020
L'ong: "Almeno 140 bambini gravemente malati rischiano di morire sulle isole". E chiede il trasferimento delle persone affette da malattie croniche. "Vediamo molti bambini colpiti da malattie, come gravi problemi di cuore, diabete o asma, costretti a vivere in rifugi di fortuna, in condizioni orribili e antigieniche, senza accesso alle cure mediche specialistiche e ai farmaci di cui hanno bisogno".
A lanciare l'ennesimo allarme sulle condizioni sempre più disperate nelle quali vivono i migranti chiusi nei centri che si trovano sulle isole greche è Medici senza frontiere che denuncia come in almeno uno dei campi in questione, quello di Moria sull'isola di Lesbo, il governo greco stia seriamente mettendo a rischio la vita di oltre cento minori. Le autorità di Atene, denuncia infatti l'ong, "stanno deliberatamente negando ad almeno 140 bambini con malattie croniche, complesse a potenzialmente mortali la possibilità di ricevere cure mediche adeguate", spiega Vittoria Zingariello, responsabile del team degli infermieri di Msf a Lesbo. L'ong sta trattando con il governo per ottenere il trasferimento sul continente almeno dei bambini, tra i quali alcuni neonati, senza però aver ottenuto risultati, almeno finora. "La riluttanza del governo - avverte Msf - non è solo vergognosa, ma rischia anche di determinare danni irreparabili ai loro stati di salute, se non di condurli addirittura alla morte".
I campi di rifugiati che si trovano a Lesbo, Samos e Chios sono da anni al centro dell'attenzione delle organizzazioni umanitarie per le condizioni di estremo sovraffollamento nelle quali i migranti sono costretti a vivere. Soltanto a Moria si contano 19 mila persone, quando potrebbero entrarcene solo tremila, e per di più praticamente senza servizi igienici e con forti problemi di sicurezza. In un video diffuso dall'ong una donna originaria della Somalia chiede aiuto per i suo bambino. Abdul, 7 anni, è paralizzato ed epilettico. "Mi hanno detto che non ci sono specialisti e che va trasportato in un ospedale più grande", spiega nel filmato. "A oggi non ho trovato una sola persona che mi abbia aiutato con il mio bambino. Ho lasciato altri tre figli a casa per poter aiutare mio figlio". Storie drammatiche, come drammatico è il racconto di un uomo proveniente dall'Afghanistan: "Mia figlia di 6 anni, Zahra, soffre di autismo e viviamo in uno spazio minuscolo, praticamente senza elettricità - spiega. Spesso nel cuore della notte ha convulsioni e non c'è nessuno che ci aiuti".
Atene sta di fatto abbandonando i rifugiati al loro destino, cercando solo di rimandarli indietro in Turchia. "Da giugno dell'anno scorso il governo ha revocato l'accesso all'assistenza sanitaria pubblica ai richiedenti asilo e alle persone senza documenti che arrivano nel Paese, lasciando 55 mila uomini, donne e bambini senza possibilità di cura", denuncia Msf.
A peggiorare le cose ci sono poi le proteste della popolazione delle isole contraria alla presenza dei migranti. Mercoledì scorso i governatori regionali e sindaci hanno organizzato una giornata di sciopero nella quale cittadini e imprenditori hanno chiesto al governo di intervenire allontanando i rifugiati, come se il problema del sovraffollamento dipendesse da loro e non ne fossero invece vittime. La risposta alla protesta del ministro dell'Immigrazione Notis Mitarachi è stata di voler decongestionare i centri favorendo i ritorni verso la Turchia.
di Giulio Cavalli
Il Riformista, 24 gennaio 2020
Quattro anni senza Giulio Regeni. Quattro anni di mancate risposte da parte del capo del governo egiziano Al Sisi e quattro anni di insabbiamenti e depistaggi. I genitori di Regeni qualche giorno fa ospiti nella trasmissione di Fazio hanno parlato di fuffa per descrivere l'atteggiamento delle autorità egiziane e sono (fortunatamente) in molti a chiedere giustizia: ad oggi sappiamo che le forze di polizia egiziane hanno torturato Giulio fino a ucciderlo tentando (e non riuscendo) poi goffamente di fare passare tutto per un incidente.
Italia, gennaio 2020: al Centro rimpatri di Gradisca Vakhtang Enukidze, 39enne georgiano, il 18 gennaio muore dopo essere stato portato d'urgenza in ospedale. Vakhtang Enukidze era rientrato nella struttura il 17 gennaio, dopo essere stato per un giorno e mezzo nel carcere di Gorizia: non riusciva già a parlare, camminava a fatica e la sera precedente aveva perso conoscenza, i suoi compagni di stanza hanno dovuto adagiarlo sul letto. Le zone d'ombra riguardano ciò che è successo a partire dal 14 gennaio: alcuni parlano di un coinvolgimento dell'uomo nella rissa ma altri testimoni raccontano di uno scontro con un altro migrante e di un successivo pestaggio di una decina di agenti di polizia intervenuti per sedare la lite.
Riccardo Magi, deputato di +Europa, ha visitato la struttura il 18 e il 19 gennaio e racconta: "Appena sceso dalla macchina, ho sentito urla provenire dall'interno. Ho avvertito un'impressione di tensione palpabile, un poliziotto ha detto ad un collega che c'era tanto sangue in giro. Mi è stato spiegato che quella sera c'era stata una "bonifica", erano stati sequestrati i telefonini a tutti gli ospiti della zona verde, il settore dove fino al giorno prima si trovava il georgiano".
La "rissa" invocata dagli operatori del Cpr non ci sarebbe mai stata. Racconta Magi: "Le persone che ho ascoltato, ospiti, operatori e un poliziotto negano che ci sia stata una rissa. Parlano di una colluttazione tra Vakhtang e un cittadino nordafricano. Ma da questo scontro non sarebbero potute derivare lesioni gravi, né tantomeno mortali". Quindi le ferite di Vakhtang Enukidze potrebbero essere dovute al fatto che il giovane - racconta sempre Magi - "sarebbe stato picchiato ripetutamente da circa 10 agenti nel Cpr di Gradisca d'Isonzo (Gorizia), anche con un colpo d'avambraccio dietro la nuca ed una ginocchiata nella schiena, trascinato per i piedi come un cane. Morto dopo essere stato riportato nel Centro, al termine di una notte d'agonia".
Finita qui? No. I testimoni che hanno assistito alla rissa che non era rissa e al pestaggio dei poliziotti che forse è stato davvero un pestaggio sono stati rimpatriati in fretta e furia. Il procuratore di Gorizia Massimo Lai assicura: "Abbiamo sentito quattro testimoni diretti prima del rimpatrio, solo un quinto era già stato espulso. Indaghiamo su tutte le fasi della vicenda, compresa la permanenza in carcere".
Eppure sfugge il motivo per cui i testimoni proprio nel pieno delle indagini siano stati rispediti di fretta a casa quando potrebbero essere utili alla raccolta di informazioni. Il deputato Magi parla del rischio che si ripeta un altro caso Cucchi e i sindacati si preparano subito alle barricate parlando di "solite incaute accuse all'operato degli agenti di Polizia" (del resto furono considerate incaute anche le accuse della sorella di Stefano Cucchi, ricordate?) E puntano il dito sulla struttura che "a poco più di un mese dalla sua apertura ha già fatto registrare numerosi incidenti".
L'assessore regionale leghista Pierpaolo Roberti invece sembra non avere dubbi sull'innocenza dei poliziotti e anzi annuncia una visita nel Cpr di Gradisca "non, come fanno altri, per valutare la situazione degli ospiti - ha affermato - ma per accertarmi che i nostri ragazzi in divisa siano in condizione di svolgere al meglio il proprio lavoro" aggiungendo che "chi oggi fa vergognose illazioni non merita menzione piuttosto è utile ricordare lo sforzo di chi contiene una situazione difficile, dove decine e decine di persone, in gran parte già segnate da trascorsi con la giustizia, vivono con l'unico obiettivo di evadere per vivere in clandestinità e condurre una vita di espedienti". Insomma siamo alle solite: se è successo qualcosa significa che se l'è cercata.
di Mons. Vincenzo Paglia
Il Riformista, 24 gennaio 2020
L'inferno è lasciare le persone al freddo nel Mediterraneo o abbandonate a loro stesse nei centri di accoglienza, alla mercé della disperazione, della noia, della mancanza di prospettive, delle procedure burocratiche infinite, degli altri immigrati o, peggio, di abusi da parte di chi dovrebbe tutelare e proteggere. Le condizioni inumane che a volte si verificano nei Cpr (Centri di Permanenza per il Rimpatrio) non rispettano spesso la dignità della persona. Un paese europeo dalla lunga tradizione civile, giuridica e cristiana può e deve garantire uno standard di trattamento degno del valore di ogni singolo individuo.
La dimensione umana di accoglienza dei più deboli è un principio fondante dell'umanità. Se manca, è una tragedia per tutti. La presenza dei migranti crea problemi da affrontare per cui cercare soluzioni condivise tra tutte le forze politiche italiane ed europee. Siamo tutti europei e l'intero continente non potrà esimersi dal sentire la presenza dei migranti anche come una opportunità, non solo come un problema. È ovvio che non c'è alcuna emergenza, non c'è una invasione, se si ha l'onestà di guardare ai dati effettivi. C'è un allarme sociale creato ad arte, amplificato per fini specifici, che sta trasformando l'Italia e gli italiani in un paese inospitale, un paese che dimentica le radici umane e la grande tradizione umanistica. E dimentica di essere stato a sua volta un popolo di migranti.
Serve chiarezza: come essere umano, come vescovo, come credente, sottolineo che l'emigrazione è un fenomeno universale. Gesù e la sua famiglia sono stati emigranti, gli ebrei erano una popolazione nomade, l'Europa del Medioevo è stata fondata dalle popolazione provenienti dalle steppe asiatiche. Le migrazioni, gli spostamenti dei popoli, sono alla base della civiltà umana, della presenza dell'uomo e della donna sul pianeta.
La politica ha una responsabilità nel costruire e garantire modalità di convivenza uguali per tutti, opportunità per tutti. Un salto in avanti sarebbe avere la legge sullo ius culturae. Nelle vicende come il centro di Gradisca, prima di dire che non devono accadere, dobbiamo essere sicuri che la legalità, il rispetto delle persone, la capacità di accogliere, vengano scolpiti come princìpi indelebili negli operatori e in tutti i cittadini. La sfida portata dalle migrazioni ci fa capire che il mondo è complesso e non si risponde con i muri, con le barriere, con i Cpr ma con rapide procedure di identificazione, inserimento, prospettiva lavorativa e integrazione, rispondendo così alle facili scorciatoie del razzismo, del massimalismo, dell'indifferenza.
Un episodio doloroso come questo di Gradisca deve diventare occasione per riflettere sull'Italia che vogliamo costruire. Siamo un paese nominalmente ancora cattolico, dove tuttavia misericordia e pietà vengono meno. Quando Papa Francesco esorta ad accogliere gli altri, dice che prima di tutto dobbiamo aprire la nostra mentalità, dobbiamo renderci disponibili verso gli altri: non solo i migranti ma tutte le persone vicine a ognuno di noi che con uno sguardo cercano aiuto. La politica dal canto suo ha una forte responsabilità: una vera rivoluzione culturale sarebbe poter realizzare una vera unità su alcuni princìpi - né di destra né di sinistra - ma semplicemente umani: accogliere, prendersi cura, guardarsi negli occhi, ascoltarsi. Nessuno è venuto a "rubare" la mia casa, il mio lavoro, il mio denaro. E i Centri vanno superati: con l'integrazione, con procedure rapide, efficienti, sicure, si sconfigge la povertà umana ed economica, si danno risposte, si chiude la bocca ai tentativi di sfruttare e strumentalizzare complesse e difficili situazioni. Siamo un grande paese civile. Dobbiamo impegnarci per continuare ad esserlo. Papa Francesco lo ricorda e a noi tocca interrogarci ed impegnarci.
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 24 gennaio 2020
"Il governo Conte bis non solo non ha abrogato il primo decreto Sicurezza, voluto dall'allora ministro dell'Interno Matteo Salvini, ma lo sta applicando nella sua forma restrittiva e addirittura in modo retroattivo" è l'accusa che arriva dagli attivisti dell'Ex Canapificio che gestiscono il progetto Siproimi (ex Sprar) di Caserta.
"Un anno fa - spiegano - lo Stato diceva a 56 persone accolte nel nostro Sprar: "Costruisci qui il tuo futuro, studia, impara un lavoro, contribuisci alla crescita del territorio. Oggi lo Stato caccia queste stesse persone cui aveva chiesto di entrare nel nostro tessuto sociale. Lo Stato dice ai migranti che stanno aspettando risposta alla loro richiesta di protezione internazionale e a chi è in fase di ricorso: mentre si decide che fare del tuo permesso di soggiorno ti sposto come un pacco in un Centro di accoglienza straordinario senza più scuola, formazione professionale, inclusione sociale".
Il ministero dell'Interno, infatti, ha inviato una circolare lo scorso 19 dicembre che prevede l'espulsione di questa fetta di migranti verso i Cas predisposti dalle prefetture e, intanto, impone lo stop ai servizi: "Dal primo gennaio - si legge nel testo - nei confronti dei richiedenti asilo temporaneamente accolti nel Siproimi, nella more della conclusione dell'iter dei trasferimenti, non dovranno essere erogati e, quindi, rendiconti i servizi per l'integrazione".
Salvini ha abbandonato il governo da agosto eppure il decreto Sicurezza continua a produrre effetti e, come racconta il report I sommersi dell'accoglienza curato da Marco Omizzolo per Amnesty International Italia, sta generando ghettizzazione e povertà, con il conseguente aumento delle vittime dello sfruttamento lavorativo e delle attività criminali. I 56 migranti presenti a Caserta che il ministero trasferirà nei Cas erano arrivati nello Sprar prima del 5 ottobre 2018, cioè prima che la norma salviniana entrasse in vigore. Spiegano gli attivisti: "Questo significa che il Viminale continua ad applicare il decreto in modo retroattivo, malgrado la sentenza della Cassazione, a sezioni unite, del 24 settembre scorso che condanna l'applicazione retroattiva del decreto".
La maggior parte dei migranti che usciranno dal progetto di integrazione gestito dall'Ex Canapifico vengono dal Ghana e dalla Costa d'Avorio, età media 25 anni. Ci sono persone vulnerabili e irrimpatriabili come Hamed, 39 anni, che è cieco: "La sua richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno per motivi umanitari è stata rigettata - raccontano. Per questo dovrà lasciare lo Sprar e fare a meno dell'assistenza degli operatori. A noi ha detto "Mi sento impotente e sperduto. Finirò in mezzo a una strada e non vedendo nulla. Ho paura".
Sanogo Abdulahi viene dalla Costa d'Avorio: a causa della guerra civile è finito per tre anni in carcere, ha perso la famiglia e ha anche subito una menomazione a un orecchio. "Anche a lui è stata bocciata la richiesta di asilo anche se a noi sembra un caso chiaro di irrimpatriabilità - spiega Virginia Crovella. Eppure Sanogo è integrato nella comunità: è custode di una villetta, accompagna gli alunni a scuola attraverso il nostro progetto Pedibus. Quando la prefettura ci invierà le lettere di uscita, ai primi di febbraio, saremo costretti a lasciarli andare al loro destino".
nessunotocchicaino.it, 24 gennaio 2020
I tribunali indiani hanno emesso 102 condanne a morte nel 2019, oltre il 60% in meno rispetto alle 162 condanne a morte del 2018. I tribunali hanno in particolare sanzionato gli omicidi con violenza sessuale - la percentuale di condanne a morte emesse nel 2019 per omicidi che coinvolgono reati sessuali è stata del 52,94% (54 su 102 condanne capitali), la più alta degli ultimi quattro anni.
Il 2019 ha visto anche il maggior numero di conferme da parte delle Alte Corti negli ultimi quattro anni; 17 delle 26 conferme (65,38%) riguardano reati di omicidio con violenza sessuale. La Corte Suprema, principalmente durante il mandato del precedente capo della magistratura indiana Ranjan Gogoi, ha ammesso e trattato 27 casi capitali, il numero più alto in un anno dal 2001.
Questi sono i dati principali contenuti nella quarta edizione di The Death Penalty in India: Annual Statistics, presentato dal Progetto 39A presso la National Law University (Nlu), Delhi. Il Progetto 39A è un'iniziativa di ricerca focalizzata sul sistema giudiziario penale e in particolare sulle questioni di assistenza legale, tortura, pena di morte e salute mentale nelle carceri. Il Rapporto contiene notizie di condanne a morte pronunciate da tribunali pubblicate online da testate giornalistiche in inglese e hindi e ha verificato questi numeri con quanto pubblicato su siti Web di alte corti e tribunali distrettuali.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 24 gennaio 2020
Tito Magoti è uno dei più noti avvocati per i diritti umani della Tanzania. Fa parte del Centro per i diritti umani e giuridici, una spina nel fianco di un governo negli ultimi quattro anni si è distinto per la costante persecuzione delle voci critiche. Magoti è stato arrestato il 20 dicembre 2019 nella capitale Dar es-Salaam da agenti in borghese e accusato, ai sensi della Legge sulla criminalità economica e organizzata, di una serie di reati per i quali - guarda caso - non è prevista la libertà su cauzione. Insieme a un programmatore informatico, Theodory Giyan, Magoti dovrà rispondere in un processo di "direzione di un'impresa criminale, possesso di un programma informatico creato per commettere reati e riciclaggio di denaro sporco".
Poco prima dell'arresto, Magoti aveva espresso appoggio tramite Twitter ad altre persone che avevano espresso critiche nei confronti del governo. La sua vicenda somiglia a quella del giornalista Erick Kabendera. Arrestato il 29 luglio 2019, è comparso di fronte a un giudice ben 12 volte solo per vedersi prorogata la detenzione per un asserito "proseguimento delle indagini".
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 23 gennaio 2020
È stato reso pubblico martedì dal Consiglio d'Europa il rapporto relativo all'ultima visita in Italia effettuata dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt), l'organismo deputato a monitorare le carceri del 47 Stati membri. Era venuto nel nostro Paese nel marzo dello scorso anno con una visita ad hoc, strumento che si aggiunge all'azione periodica di monitoraggio insita nel proprio mandato. La visita - che ha riguardato gli istituti di Biella, Milano Opera, Saluzzo e Viterbo - intendeva accertarsi delle condizioni dei detenuti sottoposti al cosiddetto regime di 41bis e a varie misure segregative, nonché degli internati sottoposti a misure di sicurezza.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 23 gennaio 2020
Nessuno Tocchi Caino e l'associazione Antigone auspicano un intervento sulle questioni evidenziate nel report. Il rapporto del Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt), a seguito della visita ispettiva svoltasi nel marzo scorso, ha provocato diverse reazioni soprattutto dalle associazioni che si occupano dei dritti delle persone private della libertà.
gnewsonline.it, 23 gennaio 2020
Il Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità ha diramato ai Servizi minorili dipendenti le linee d'indirizzo per una puntuale applicazione del Decreto legislativo n. 121 del 2 ottobre 2018, che disciplina l'esecuzione penale nei confronti dei condannati minorenni. Le innovazioni apportate dal Decreto legislativo hanno modificato le modalità di esecuzione delle pene nei confronti dei condannati minorenni, introducendo nuovi istituti che privilegiano il coinvolgimento della comunità esterna nel tentativo di recupero dei minorenni che commettono un reato e modificano il trattamento penitenziario dei minorenni reclusi negli istituti penali.
di Serenella Mattera
ansa.it, 23 gennaio 2020
Quella sul Lodo Conte sulla prescrizione è una “polemica pretestuosa”. Lo ha detto il presidente dell’Anm Luca Poniz intervistato da Radio Anch’io. “Distinguere la posizione del condannato e dell’assolto è saggissimo - ha aggiunto il presidente dell’Anm. Non capisco perché dovrebbe essere incostituzionale”.
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