di Ahmed Rabbani*
La Repubblica, 23 gennaio 2020
La testimonianza sconcertante raccolta da Reprieve, organismo formato da avvocati, che fornisce supporto legale e investigativo ai reclusi nel centro di detenzione Usa. A proposito di Guantánamo, c'è una testimonianza sconcertante sul sito dell'organizzazione umanitaria Reprieve, organismo formato da avvocati, difensori dei diritti umani, fondato nel 1999 da un giurista britannico, Clive Stafford Smith, che fornisce supporto legale e investigativo gratuito ad alcune delle persone più vulnerabili del mondo: quelle che si trovano ad affrontare una detenzione da 18 anni, senza essere mai stati accusati di nulla, vittime delle politiche abusive contro il terrorismo degli Stati Uniti. L'azione di questi avvocati e investigatori sono supportati da una comunità di persone di tutto il mondo.
----
Non conoscevo i nomi di Bruce Jessen e James Mitchell quando è iniziato questo capitolo della vita. Ma ora, penso a loro spesso. E voglio assicurarmi che anche tu lo faccia. (James Mitchell è uno psicologo statunitense, ex membro dell'Aeronautica degli Stati Uniti, che fondò assieme a Bruce Jessen una società che fra il 2002 e il 2009 ricevette dalla CIA un contratto da 81 milioni di dollari per ideare e sperimentare "forme legalizzate di tortura", per "interrogatori avanzati" n.d.r).
Ero un tassista a Karachi. Mi chiamo Ahmed Rabbani. Sono una delle sette persone rinchiuse in Guantánamo e collaboro con gli investigatori, gli avvocati e gli attivisti di Reprieve. Davvero, non avrei bisogno del loro aiuto, perché non dovrei essere qui. Non ero nessuno, ero solo un tassista di Karachi. Vorrei essere ancora quel tassista. Vorrei conoscere mio figlio, che è nato poco prima di essere rapito. Vorrei non aver mai sentito parlare di Jessen e Mitchell. Invece, sono un "prigioniero per sempre" quaggiù a Guantánamo. Sono qui da 17 anni. Non sono mai stato accusato di un crimine. Ma ancora: eccomi qui.
La tortura progettata. Scrivo perché Jessen e Mitchell stanno testimoniando questa settimana nelle commissioni militari di Guantánamo sul loro progetto di tortura. Beh, non lo chiamano il loro "progetto di tortura", ovviamente, ma io lo faccio. Sono i due psicologi responsabili dell'elaborazione delle "tecniche di interrogatorio potenziate", utilizzate durante la cosiddetta "guerra al terrorismo". I metodi che sono stati usati su di me e sui miei colleghi qui a Guantánamo, molti dei quali non sono mai stati accusati di un crimine.
Torturatori nel XXI secolo. Il fatto è che Jessen e Mitchell hanno portato torture nel ventunesimo secolo. Hanno formato una società che è stata pagata 81 milioni di dollari per quel lavoro. Bella somma, lo so. E forse è per questo che rimangono non dispiaciuti per il loro ruolo nella storia. Forse no. Il loro avvocato, James T. Smith, afferma che i suoi clienti erano "dipendenti pubblici le cui azioni... erano autorizzate dal governo degli Stati Uniti, legali e compiute nel tentativo di proteggere vite innocenti".
Ma io sono - e lo sono sempre stato - anche innocente. Chi è stato salvato torturandomi? Nessuno. Stavo pensando ai miei affari a Karachi quando sono stato rapito e venduto agli Stati Uniti per una generosità da parte delle autorità pakistane, che erano convinte che fossi un uomo di nome Hassan Ghul. Gli Stati Uniti in seguito hanno catturato il vero Ghul.
Sottoposto a 540 giorni di tortura. Sono stato ancora sottoposto alle "tecniche" di Jessen e Mitchell per 540 giorni. Queste tecniche includevano la sospensione del mio corpo, appeso per i polsi e poi calato in un buco in modo che i miei piedi potessero a malapena toccare il terreno. Sono stato lasciato nell'oscurità totale per giorni, forse una settimana. Senza cibo. In punta di piedi nei miei escrementi. Più tardi ho appreso che questo era qualcosa che Jessen e Mitchell avevano raccolto dall'Inquisizione spagnola, lo "strappado" lo chiamavano. Il dolore era lancinante.
L'impunita totale per Jessen e Mitchell. Jessen e Mitchell non hanno subito conseguenze per il loro impatto sulla mia vita e sulla vita di centinaia di altre persone. Nel frattempo, semplicemente per essere nel posto sbagliato e nel momento sbagliato, vittima di un'identità errata, sono stato torturato, imprigionato e separato da mio figlio Jawad. Ha 17 anni ormai, e non l'ho mai incontrato, figuriamoci toccarlo. Il passato non può essere annullato.
Ma possiamo provare a costruire un futuro migliore. Come inizio, vorrei che Jessen e Mitchell si fermassero vicino al mio cellulare questa settimana e dicessero quella semplice parola "scusa". Sarò qui ad aspettare. Dopotutto, non mi è permesso andarmene.
*Pakistano, ex tassista, detenuto di Guantánamo
di Lucia Capuzzi
Avvenire, 23 gennaio 2020
Grazie a Caritas italiana, i 49 ragazzini reclusi nell'unico carcere minorile dell'isola hanno accesso a quanto non avevano mai visto prima. E ora si sono messi all'opera per creare una banda musicale
Canto e capoeira. Disposti uno a fianco all'altro, i ragazzini fissano il pentagramma disegnato sulla lavagna. A un cenno dei maestri, Valentin e Semiro, le loro bocche si dischiudono. E, in coro, intonano "Fratelli d'Italia", in perfetto italiano. Mentre cantano, si fa fatica a ricordarsi di essere all'interno del "Centre de reeducation des mineurs en conflit avec la loi" di Port-au-Prince, unico carcere per minori di Haiti. Nel resto del Paese, gli adolescenti vengono rinchiusi negli stessi penitenziari degli adulti, sebbene in sezioni separate.
Almeno in teoria. Con oltre 10.500 detenuti - i tre quarti in attesa di giudizio - il Paese più povero d'Occidente è anche il secondo al mondo - dopo le Filippine - per sovraffollamento carcerario: 454 per cento, secondo l'Institute for criminal policy research dell'Università di Londra. Ammassati in cento in celle fatte per venti persone, uomini e donne attendono anni prima di andare in tribunale.
L'attuale recessione economia ha peggiorato ulteriormente la situazione: il cibo, già scarso, arriva ormai con il contagocce, le medicine sono introvabili. Le morti per malnutrizione, malattie banali o risse non si contano: sono state 86 vittime solo negli ultimi nove mesi.
I 49 baby reclusi del "centre" della capitale, almeno, hanno una struttura tutta per loro. Alcune delle sei maxi celle hanno perfino delle brandine. Soprattutto, grazie all'impegno delle Organizzazioni non governative e delle Chiese, gli adolescenti reclusi hanno a disposizione attività a cui "fuori", nelle baraccopoli in cui sono nati e cresciuti, non hanno mai avuto accesso. Come i corsi di musica e capoeira, realizzati con il sostegno di Caritas italiana. Due volte alla settimana, i ragazzi si ritrovano nella sala centrale del "centre" per le lezioni.
Stavolta sono più eccitati del solito. È il momento di mostrare quanto appreso finora ai visitatori, tra cui il responsabile di Caritas italiana ad Haiti, Alessandro Cadorin. Con indosso le uniformi verde acceso, tre adolescenti si avvicinano alla lavagna e, uno dopo l'altro, leggono spediti le note sul pentagramma. Un risultato non da poco: oltre un terzo di loro non è mai andato a scuola e non sa scrivere. Poi è la volta della capoeira.
Guidati dall'insegnante, Michel, simulano l'antica lotta degli schiavi brasiliani a passo di danza. Il gran finale è il canto, accompagnati dal flauto suonato da uno dei ragazzi. "L'obiettivo è creare una banda del centro - spiega padre Jean Robert, responsabile della pastorale carceraria dell'arcidiocesi di Port-au-Prince.
Ce la stiamo mettendo tutta e nei prossimi mesi speriamo di poterla La musica implica disciplina, lavoro di squadra, passione e impegno. Per questi ragazzini, è una preziosa scuola di vita". Anderson annuisce: "Qui stiamo imparando cose che non abbiamo mai avuto la possibilità di conoscere. Forse, anche io posso avere un posto nella società".
di Stefano Di Scanno
linchiestaquotidiano.it, 22 gennaio 2020
Non è stato solo un prezioso confronto tra addetti ai lavori in materia di diritto costituzionale e procedura penale. L'affollatissimo convegno dal titolo "Verso il superamento dell'ergastolo ostativo?" ieri mattina ha fatto varcare i cancelli del carcere San Domenico di Cassino ad una folla di docenti universitari, magistrati, avvocati e operatori del settore penitenziario, tra cui il Garante dei diritti dei detenuti Stefano Anastasia, oltre a tutti i vertici delle forze dell'ordine, del tribunale e della procura di Cassino, il Vescovo Mons. Antonazzo, il presidente del consiglio regionale Buschini, il consigliere regionale Ciacciarelli e il presidente del consiglio comunale Di Rollo.
L'evento ha permesso alla foltissima platea di ascoltare le puntualizzazioni in merito alla recente sentenza della Corte Costituzionale. Con la presenza, al tavolo dei relatori, dello stesso estensore del pronunciamento, ossia il Giudice Nicolò Zanon. Ad aprire i lavori, dopo il saluto del direttore della Casa Circondariale, Francesco Cocco, l'avvocato Sarah Grieco, che con l'Università di Cassino e del Lazio meridionale e in qualità di delegato del rettore per il polo universitario penitenziario, all'interno del carcere si è fatta promotrice dell'apertura dello Sportello dei diritti del detenuto e di ulteriori attività di servizio cui collaborano gli studenti.
A queste attività si uniranno a breve, grazie alla convenzione siglata ieri dal Rettore Giovanni Betta con l'Associazione Nazionale Magistrati, sottosezione di Cassino presieduta dal giudice Salvatore Scalera e Ordine degli avvocati presieduto da Gianluca Giannichedda, ulteriori attività formative, in nome di un diritto allo studio che è principio di garanzia dell'azione rieducativa del carcere. Non sono pochi, infatti, i detenuti di Cassino prossimi alla laurea.
Una formazione a tutto campo, dunque, che - come hanno ricordato sia Scalera che Grieco - vede operativi i magistrati e gli avvocati, insieme al corpo docente Unicas. "Qui a Cassino - ha aggiunto il rettore Betta - siamo anche andati oltre il diritto allo studio - aprendo al recupero e alla costruzione di un futuro che va oltre la detenzione".
Sul tema specifico, ossia la sentenza sull'ergastolo ostativo è entrato Andrea Pugiotto, professore di diritto costituzionale all'Università di Ferrara. Pugiotto ha parlato diffusamente della sentenza n.253/2019 emessa dalla Corte Costituzionale e fatta oggetto, come lui stesso ha dichiarato "di una contraerea giornalistica, tanto da arrivare a criticarla senza prima conoscerla. Tante le differenze tra chi ha commesso stragi o conflitti a fuoco, chi dirige una cosca, chi rinnega i familiari collaboranti. Il reo non collaborante che ottiene un permesso dovrà rigare dritto, altrimenti tornerà alla condizione pregressa".
A più riprese, dunque, è stato sottolineato che qui non si tratta di "regalare" permessi né "creare allarmismo, perché questa sentenza non smantella il meccanismo premiale e non scalfisce il regime del 41bis. Anzi, è proprio la possibilità "di assaggiare la libertà" che potrebbe spingere il detenuto a collaborare". Dunque, non c'è nessuna deriva preoccupante - si è sottolineato - dopo la sentenza che giudica incostituzionale negare permessi premio ai mafiosi, anche se non collaborano. L'importante è che non abbiano più legami con l'associazione criminale e che abbiano scontato almeno una parte della pena in modo proficuo.
A Pugiotto ha fatto seguito l'intervento del professore di procedura penale all'Unicas, Giuseppe Della Monica, che ha sollevato più di qualche quesito tecnico e specifico all'indirizzo del giudice Zanon, che tuttavia al momento di intervenire ha sottolineato di essere in una posizione delicata, che gli impediva di replicare. Come su quel "qual è il senso, sul piano della coerenza, di reati non considerati ostativi?" avanzato da Della Monica.
Il Procuratore Nazionale Antimafia, Federico Cafiero De Raho, non poteva non ricordare che l'art. 4 bis, per contrastare le mafie e tenere i mafiosi a regime detentivo senza alcun beneficio, è stato introdotto da Giovanni Falcone e poi modificato, con l'introduzione dei benefici in caso di collaborazione con la giustizia. Con potere di veto delle procure antimafia. "Chi è mafioso resta mafioso, non dobbiamo alimentare dubbi, così come non dobbiamo negare Cosa Nostra e 'Ndrangheta. Ora, serve ed infatti siamo in attesa, di una legge successiva alla sentenza che dia indicazioni conformi ai dettami della Corte Costituzionale, affinché si possa continuare a dare serietà al contrasto all'apparato delle mafie".
Un intervento molto apprezzato dal giudice Zanon, che nel prendere la parola ha ricordato quella "legge, la 306/93 citata da De Raho, una legge molto sofferta, successiva alla strage di Capaci, che contiene un compromesso e imposta i problemi di oggi: l'esigenza di una politica criminale e la costruzione di trattamenti penitenziari individualizzati.
È giusto premiare chi collabora, quello che non si può fare è l'aggravamento della pena per chi "non" collabora. Perché non poter accedere è già una maggiore afflizione". Un tema, dunque, che ha appassionato la platea, interessando in modo particolare i numerosi studenti di Giurisprudenza presenti all'importante appuntamento formativo.
"È stato un incontro a cui capita poche volte di poter assistere e questo grazie allo straordinario spessore dei relatori, che generosamente si sono prestati ad un confronto onesto, su un tema scomodo". È questo il commento a caldo dell'avvocato Sarah Grieco, che si è spesa oltremodo per la realizzazione dell'evento.
"Come Università - ha aggiunto la docente - credo che stiamo svolgendo il ruolo istituzionale che ci compete: da un lato, mettere in connessione istituzioni diverse; dall'altro offrire formazione, e quindi speranza, anche in realtà come quelle carcerarie".
di Chiara Nardinocchi
La Repubblica, 22 gennaio 2020
A Viterbo e Biella violenze sui detenuti. Piedi bruciati, squadre di guardie penitenziarie addette a punire i carcerati. Sono solo alcune delle violazioni indicate nel rapporto del Comitato per la prevenzione della tortura. Capriccioli (Radicali): "Ho chiesto formalmente al ministro Bonafede un incontro in cui poter riferire quanto avevo visto e ascoltato, senza tuttavia ricevere alcuna risposta".
di Stefano Anastasia
Il Riformista, 22 gennaio 2020
Intraprendere una seria riflessione sulla realtà del 41bis, abolire l'isolamento diurno e assumere tutte le misure necessarie per prevenire e accertare abusi e maltrattamenti in danno dei detenuti. Queste le raccomandazioni più rilevanti del Rapporto reso pubblico ieri dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt) a seguito della visita ispettiva svoltasi nel marzo scorso, che aveva come focus proprio le misure e le condizioni di isolamento nel nostro sistema penitenziario.
di Valentina Tatti Tonni
articolo21.org, 22 gennaio 2020
"La decisione che ha preso la Corte Europea è una decisione rispettabilissima e, certamente, umanamente e giuridicamente, apprezzabilissima, tuttavia devo dire che a mio sommesso parere è una decisione che va vista per quello che è, cioè un'indicazione ideale, cogente nel nostro sistema entro i limiti che sappiamo, ma non tiene conto delle specificità del Paese nel quale va ad incidere", a parlare è il Procuratore Generale della Repubblica di Perugia Fausto Cardella in merito alla decisione della Corte di Strasburgo sull'ergastolo ostativo.
di Valentina Stella
Left, 22 gennaio 2020
Un rapporto pubblicato il 21 gennaio dal Comitato del Consiglio d'Europa per la prevenzione della tortura (Cpt) fotografa una situazione molto critica delle nostre carceri sotto diversi punti di vista. Innanzitutto da quello del sovraffollamento: "La popolazione carceraria italiana totale ha continuato ad aumentare in modo progressivo. Il Comitato invita nel suo rapporto le autorità italiane a garantire che ogni detenuto disponga di almeno 4 mq di spazio personale vitale nelle celle collettive e ad adoperarsi per promuovere maggiormente il ricorso a misure alternative alla detenzione".
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 22 gennaio 2020
Bonafede porta al vertice un piano per sveltire i processi ma restano le distanze con gli alleati. Era stato troppo ottimista, Giuseppe Conte, ieri mattina: "Confido che si possa trovare la piena condivisione. Ho riletto il progetto che metterà sul tavolo il ministro Bonafede, e mi sembra molto persuasivo".
Nel pomeriggio, quando con il Guardasigilli hanno incontrato a Palazzo Chigi gli esperti di giustizia dei partiti di maggioranza, ha capito che la condivisione non c'era. E continua a non esserci: sulla prescrizione abolita dopo la prima sentenza per volontà grillina e sui rimedi immaginati per renderla più digeribile agli alleati.
"Un processo senza fine è la fine della giustizia - dichiarava Matteo Renzi alla radio mentre i delegati di Italia viva discutevano con premier e ministro. Il lodo Conte non è una soluzione, inserire una distinzione tra assolti e condannati in primo grado viola i principi costituzionali". Negli stessi momenti, il segretario democratico Nicola Zingaretti aggiungeva in tv, rivolto ai Cinque Stelle: "Un grande Paese non si governa con le bandierine. Se non saremo soddisfatti nel punto di caduta noi faremo approvare la nostra proposta (che reintroduce la vecchia prescrizione, ndr), ma andremo fino in fondo per costruire una soluzione. Se sfasciamo l'attuale maggioranza ognuno se ne prenderà la responsabilità".
La maggioranza per ora non si sfascia, Conte invita a evitare strappi e al termine del vertice Pietro Grasso spiega, a nome di Leu: "La riunione è andata bene, ma il cantiere di lavoro è ancora aperto". Il ministro Bonafede gli fa eco: "Numerose sono le convergenze sulle misure per abbreviare i tempi. Rimangono alcune distanze sulla prescrizione; la distinzione fra assolti e condannati non è la mia proposta di partenza, ma ricordo che è stata già introdotta nella scorsa legislatura da qualcuno che adesso solleva profili di incostituzionalità".
Della riforma del processo penale presentata dal Guardasigilli (nella quale è inserito il "lodo Conte" che blocca la prescrizione in appello e Cassazione solo per i condannati) si continuerà dunque a discutere, e pure il pd Walter Verini sottolinea i passi avanti.
In effetti, a parte tempi più stretti e prefissati per le indagini e le varie fasi dei giudizi (al massimo cinque anni complessivi), ci sono novità procedurali studiate per accelerare i provvedimenti: dalla cancellazione dell'obbligo di ripetere alcuni atti quando cambia un giudice a processo in corso all'introduzione del giudice monocratico anche in secondo grado, passando per meccanismi che dovrebbero deflazionare le corti d'appello. I magistrati responsabili del mancato rispetto delle scadenze saranno passibili di procedimento disciplinare.
Resta però il nodo delle garanzie per gli imputati in caso di tempi sforati, che la deterrenza di ipotetiche sanzioni disciplinari non scioglie: un problema che contribuisce ad alimentare le divisioni sulla prescrizione. A parte Iv, anche Pd e Leu chiedono delle contromisure per i condannati (ma anche per le vittime dei reati) esposti al rischio "fine processo mai". L'ultima versione partorita dai tecnici del ministero della Giustizia prevede che se entro due anni dall'inizio dell'appello o uno dal ricorso in Cassazione non arrivano le sentenze, "le parti o i loro difensori possano presentare istanza di immediata definizione del processo".
A quel punto entro sei mesi deve arrivare un verdetto, ma tutti questi termini "possono essere definiti in misura diversa dal Consiglio superiore della magistratura in relazione a ciascun ufficio, con cadenza biennale, tenuto conto delle sopravvenienze e dei dati risultanti dai programmi di gestione". Vuol dire che la durata prefissata dei processi potrà avere un termine diverso da una città all'altra, a seconda del carico di lavoro e dell'organizzazione degli uffici giudiziari; una situazione che suscita perplessità nel Pd e in altre forze della maggioranza.
Andrà rivista insieme al resto della riforma, nella quale Bonafede ha introdotto anche un nuovo sistema elettorale del Csm (maggioritario a doppio turno) e il divieto di tornare nei ruoli della giurisdizione per i magistrati entrati in politica. "Un fritto misto indigesto", commenta Enrico Costa di Forza Italia, il quale aspetta di vedere quel che faranno i renziani la prossima settimana, a Montecitorio, quando si voterà il suo disegno di legge che ripristina la prescrizione prima della modifica varata un anno fa da Lega e Cinque Stelle. Che fu un errore anche secondo il vicepresidente del Csm David Ermini: "Anticipare la riforma senza una revisione di sistema è stato un punto di partenza sbagliato".
di Liana Milella
La Repubblica, 22 gennaio 2020
Un processo penale intero in soli 4 anni, e, entro due anni quando la riforma andrà a regime, addirittura in 3 anni. Per ora un anno in primo grado, due in appello e uno in Cassazione. E poi, tra due anni, un solo anno per ogni grado di giudizio. Quindi 3 anni. È questa la proposta che il Guardasigilli Alfonso Bonafede presenterà oggi al tavolo sulla giustizia iniziato a palazzo Chigi nel tardo pomeriggio. Una vera rivoluzione dei tempi che dovrebbe spegnere le polemiche sull'entrata in vigore della, prescrizione dopo il primo grado, ma solo per chi viene assolto.
Trenta pagine. Ultimate dal Guardasigilli in mattinata. Inviate ai partner della maggioranza poco dopo l'ora di pranzo. Prima del vertice sulla giustizia in programma per le 17. Contengono la nuova riforma del processo penale. Ecco i punti cardine.
Tempi del processo. Un anno in primo grado (ma c'è più tempo per i reati più gravi e nessun limite per quelli di mafia e terrorismo), due in appello, uno in cassazione. Ma il Csm, valutata la situazione di ogni ufficio in base al numero dei processi pendenti e sopraggiunti, potrà modificare la previsione. Regola che vale anche per gli illeciti disciplinari per punire i giudici "lumaca". Lì si potrà mettere sotto inchiesta disciplinare, ma anche in questo caso tenendo conto dell'ufficio in cui lavorano e del peso dei processi.
Prescrizione. Sarà bloccata dopo il primo grado ma solo in caso di condanna, con possibilità di riprenderne il corso se l'imputato è assolto successivamente. La prescrizione resta bloccata per due anni quando viene impugnata la sentenza di proscioglimento. Ma con possibilità di proroga di atri due anni.
Le notizie di reato. Saranno le procure a selezionarle seguendo il criterio di scegliere quelle più rilevanti e che hanno quindi diritto a una corsia preferenziale.
Stretta sull'appello. L'avvocato potrà presentarlo solo se dispone di uno specifico mandato del suo cliente rilasciato dopo la sentenza di condanna.
Cambio di un componente del collegio. Il processo va avanti e non è più obbligatorio riascoltare i testimoni già sentiti.
Appello. Se non viene fatto entro due anni il difensore ha diritto di chiedere che venga fissato subito.
Nuovo sistema di elezione del Csm. Il futuro Csm sarà composto da 30 componenti, 20 togati rispetto ai 16 attuali e 10 laici rispetto agli attuali 8. Bonafede abbandona il sorteggio. Il voto dei togati avverrà in 19 collegi che saranno definiti tre mesi prima dal ministero della Giustizia. Avverrà in due fasi. L'elettore avrà a disposizione tre preferenze. Sarà eletto al primo turno chi avrà ottenuto la maggioranza assoluta dei voti validi espressi. Se nessuno viene eletto si procederà con il ballottaggio tra i due che hanno ottenuto più voti al primo turno.
Prima ancora che cominci il vertice, da Firenze, dice il premier Conte: "Ho riletto il progetto che metterà sul tavolo il ministro Bonafede: mi sembra molto persuasivo e che tutte le misure proposte per accelerare i tempi della giustizia possano, nel complesso, garantire tempi più ridotti e quindi un servizio più efficiente a favore dei cittadini. Confido che si possa trovare finalmente la piena condivisione". A questo punto tutto dipenderà non solo dal Pd, ma soprattutto dai renziani di Italia viva che sembrano sempre di più fare sponda con Forza Italia e il responsabile Giustizia Enrico Costa, che ha appena presentato altri due emendamenti al decreto Mille Proroghe nel tentativo di bloccare la prescrizione "corta" di Bonafede (stop al suo corso dopo la sentenza di primo grado). Nel primo si chiede che la norma slitti di un anno e sei mesi rispetto alla sua entrata in vigore; nel secondo si chiede che il governo si impegni a presentare in tempi rapidi la riforma del processo penale. Anche Italia viva, sempre nel Mille Proroghe, chiede che la prescrizione slitti. E dopo quattro voti dei renziani sulla prescrizione (due astensioni e due voti contro il governo), in dissenso con il resto della maggioranza e d'accordo con Costa, c'è il rischio di un serio e definitivo incidente parlamentare che potrebbe avere conseguenze serie sulla stabilità del Conte Due.
L'occasione potrebbe già essere quella del voto sulla proposta di legge Costa - via la prescrizione di Bonafede - che cadrà la prossima settimana in aula alla Camera tra il 27 (discussione generale) e il 28 gennaio (voto in aula). Dove c'è il precedente dei renziani che già in commissione, una settimana fa, hanno votato a favore della Costa spaccando la maggioranza.
Il Pd, questa volta, guarda positivamente al vertice ed è intenzionato a chiudere la partita della giustizia. Dice Walter Verini, responsabile della materia per i Democratici: "L'ex ministro Giulia Bongiorno aveva definito la prescrizione di Bonafede "una bomba sul processo penale in assenza di tempi certi del processo". Ebbene, se questi tempi certi vengono ottenuti, e stiamo parlando di un processo che dovrebbe durare non più di 5 anni, avremmo raggiunto davvero un obiettivo epocale, e soprattutto la bomba atomica non esisterebbe più".
Certo, resta ancora il problema di quando far entrare in vigore la differenza tra condannati e assolti per la prescrizione, cioè il cosiddetto "lodo Conte". Considerato che la prescrizione riguarda soltanto i reati commessi dopo l'entrata in vigore della legge gli effetti si vedranno non prima di 3-4 anni. Ma, come dice lo stesso Verini, "conta anche il segnale politico". Quindi la soluzione, che però va verificata tecnicamente, potrebbe essere quella, ipotizzata dallo stesso Pd, di inserire la modifica della prescrizione per assolti e condannati subito nel decreto Mille Proroghe. Ma va verificata, cosa che sarà fatta nel vertice di oggi, la compatibilità tecnica della soluzione. Certo è che, anche in vista del voto in aula sulla legge Costa, far passare la differenza del meccanismo potrebbe risolvere i dubbi dei renziani ed evitare un problema alla maggioranza.
comune.modena.it, 22 gennaio 2020
Si avvia a conclusione il secondo premio letterario per i penitenziari italiani promosso da Comune, Ministero della Giustizia, Giunti, Bper Banca. Premiazioni il 20 febbraio. Prosegue, con la scrittrice Viola Ardone al carcere Sant'Anna venerdì 24 gennaio, il percorso della seconda edizione del premio letterario nazionale per le carceri "Sognalib(e)ro".
Diretto in collaborazione col Comune da Bruno Ventavoli, giornalista responsabile dell'inserto Tuttolibri del quotidiano La Stampa, il Premio è promosso dal Comune di Modena con Direzione generale del ministero della Giustizia - Dipartimento amministrazione penitenziaria, Giunti editore, e con il sostegno anche per la seconda edizione di BPER Banca.
La finalità esplicita di "Sognalib(e)ro è promuovere lettura e scrittura nelle carceri come strumento di riabilitazione, dando espressione compiuta all'articolo 27 della Costituzione della Repubblica Italiana. Di particolare rilievo umano, culturale e sociale, il progetto consiste in un concorso letterario che prevede l'assegnazione di due premi, uno a un'opera letteraria valutata e votata dai detenuti, l'altro a un elaborato prodotto dai detenuti stessi, che potrà, essere pubblicato da Giunti editore.
Per la seconda edizione di Sognalib(e)ro sono stati individuati dal ministero della Giustizia 15 istituti, dove sono attivi laboratori di lettura o di scrittura creativi: la Casa Circondariale di Torino Lorusso e Cotugno, quella di Modena, la Casa di Reclusione di Milano Opera, quelle di Pisa, Brindisi, Verona, Saluzzo, Pescara, Firenze Sollicciano, Napoli Poggioreale, Sassari, Paola, Ravenna; quelle femminili di Roma Rebibbia e Pozzuoli.
Come già nell'edizione 2018, il Premio Sognalib(e)ro si articola in due sezioni. Nella Sezione Narrativa italiana (che comprende anche il Premio speciale Bper Banca), una giuria popolare composta dagli aderenti ai gruppi di lettura degli Istituti attribuisce il premio valutando il migliore di una rosa di tre romanzi: "La straniera", di Claudia Durastanti (La nave di Teseo, 2019); "Fedeltà" di Marco Missiroli (Einaudi, 2019); "Le assaggiatrici" di Rosella Postorino (Feltrinelli, 2018). La Giuria è composta da gruppi di detenuti in ogni istituto.
Ogni componente dovrà esprimere la preferenza attribuendo 3 punti al libro migliore, 2 al secondo e 1 punto al terzo. Ogni gruppo è seguito da un operatore incaricato, che raccolti i voti della giuria interna (sono stati complessivamente oltre 100 i lettori votanti) li trasmette al Comune di Modena.
Tutti i voti trasmessi riferiti alla medesima opera, sommati determinano il vincitore. Il premio consiste nell'invio di titoli scelti dall'autore a tutti gli Istituti partecipanti, accrescendo così il loro patrimonio librario. Lo scrittore vincitore, inoltre, potrà presentare il proprio libro nelle carceri partecipanti.
Nella sezione Inedito, invece, una giuria di esperti presieduta da Bruno Ventavoli e composta dal disegnatore satirico Makkox, con gli scrittori Barbara Baraldi e Paolo di Paolo affiancati da Antonio Franchini, editor Giunti, attribuirà il premio a un'opera inedita (romanzo, racconto, poesia) prodotta da detenuti o detenute sul tema "Ho fatto un sogno...".
La giuria sceglierà a maggioranza il miglior testo (tra i 62 presentati da 60 autori detenuti) esprimendo la valutazione con un giudizio sintetico. Il premio consiste nella donazione di libri alla biblioteca del carcere dove è recluso il vincitore, da parte della editrice Giunti.
Qualora i testi vincitori possiedano le caratteristiche necessarie, saranno pubblicati dalla medesima casa editrice in un'antologia tematica. Il Comune di Modena si riserva ulteriori iniziative di divulgazione dei testi in concorso, come pubblicarli con casa editrice civica digitale il "Dondolo", diretta da Beppe Cottafavi).
La partecipazione al Premio è stata aperta ai cittadini italiani e stranieri, comunitari ed extracomunitari, senza limiti di età, attualmente detenuti negli istituti penitenziari individuati dal Ministero della Giustizia. A ogni detenuto è stato consentito partecipare a una o a entrambe le sezioni.
La serata finale di Sognalib(e)ro con le premiazioni e la partecipazione dell'autore o dell'autrice vincitori si svolgerà a Modena il 20 febbraio al Teatro dei Segni in via San Giovanni Bosco 150, a cura di Bruno Ventavoli e del Teatro dei Venti.
In programma la lettura pubblica delle riflessioni e dei commenti dei detenuti che hanno votato le opere in concorso; la cerimonia di premiazione dei partecipanti alle due sezioni; la presentazione dello studio scenico sull'Odissea, realizzato dal Teatro dei Venti con alcuni degli attori detenuti della Casa Circondariale di Modena e della Casa di Reclusione di Castelfranco Emilia.
- Detenuti trattati come cavie: nel 2020 in Abruzzo rinasce Lombroso
- Torture al 41bis: dai pestaggi alle bruciature dei piedi
- Prescrizione, per la riforma Bonafede killer e ladro sono la stessa cosa
- Un giornalismo di qualità è elemento fondamentale di ogni democrazia
- Nascita di un processo mediatico di Valentina Stella









