chietitoday.it, 11 dicembre 2019
Venerdì nel Villaggio della Speranza di Suor Vera i dieci detenuti che hanno partecipato al corso sosterranno gli esami finali per il certificato di "operatore alimentare". Si conclude il corso di formazione regionale dal titolo "Detenzione Creativa" per 10 ragazzi detenuti, promosso e sostenuto dalla Caritas Diocesana Chieti-Vasto grazie ai fondi Cei "Otto x mille 2018", con la supervisione del direttore Don Luca Corazzari e di Stefania Menna, coordinatrice diocesana dei progetti.
Il corso professionale per "Operatore Alimentare" è stato realizzato all'interno delle aule della casa circondariale di Chieti, sotto la direzione di Franco Pettinelli, Direttore della Casa Circondariale di Chieti e con il coordinamento del Responsabile dell'Area Educativa dell'Istituto Penitenziario, Stefania Basilisco. Il tirocinio formativo, propedeutico all'esame, è stato realizzato nelle cucine del Villaggio della Speranza, coordinato da suor Vera D'Agostino, responsabile della struttura.
Nella giornata di venerdì nel Villaggio della Speranza di Suor Vera i detenuti che hanno partecipato al corso sosterranno gli esami finali per conseguire la qualifica di livello regionale, spendibile nel mondo del lavoro. Inoltre i detenuti più meritevoli potranno essere assunti con contratti di tirocinio formativo nell'ambito della ristorazione, per un periodo massimo di un anno e, al termine dell'assunzione cosiddetta di prova, ci sarà la possibilità di inserimento a tempo indeterminato.
L'obiettivo del progetto di Caritas Diocesana Chieti Vasto è fornire ai detenuti una possibilità di reinserimento nella società, partendo dal recupero della loro dignità attraverso una formazione professionale spendibile nel mondo del lavoro e, per alcuni di loro, una possibilità di assunzione. Venerdì 13 dicembre alle ore 10,30, nella Curia di Chieti, ci sarà la conferenza stampa per pubblicizzare la fine e di conseguenza gli esami finali del corso e l'inizio dei tirocini formativi dei ragazzi più meritevoli.
Alla conferenza stampa interverranno l'arcivescovo Mons. Bruno Forte, don Luca Corazzari Direttore Caritas Chieti-Vasto, Franco Pettinelli Direttore della Casa Circondariale di Chieti, Suor Vera d'Agostino Responsabile del Villaggio della Speranza, Angela De Massis Direttore Tecnico della Food Service e Lina Zampacorta Responsabile della Focus (Agenzia di formazione).
La Repubblica, 11 dicembre 2019
Sperimentazione al via. Il primo passo sarà la creazione di un unico indirizzo di posta da cui si inoltreranno e su cui saranno convogliate tutte le mail dirette ai detenuti: "Ridurre la distanza con il mondo esterno". I detenuti della Casa Circondariale di Bari potranno presto utilizzare un indirizzo mail per inviare e ricevere messaggi. Il progetto della società cooperativa, Radici Future Produzioni, vuole concorrere a diminuire la distanza che nella vita quotidiana della persona reclusa influenza i rapporti col mondo "esterno", quali la famiglia, il proprio avvocato difensore e le istituzioni.
Il primo passo sarà dunque la creazione di un unico indirizzo di posta (mail) da cui si inoltreranno e su cui saranno convogliate tutte le mail dirette ai detenuti. Chiamato "Collegamail", il progetto nasce da una convenzione con il Prap di Puglia e Basilicata ed è patrocinato dall'ufficio del Garante dei detenuti.
L'iniziativa sarà presentata domani alle 11.00 presso la Presidenza della Regione. Ad intervenire saranno Leonardo Palmisano, Presidente di Radici Future Produzioni, Valeria Pirè -Direttore della casa circondariale di Bari, Guglielmo Starace - Presidente della Camera Penale, Pietro Rossi, Garante regionale dei Diritti persone sottoposte a misure restrittive della libertà e Giuseppe Martone, Provveditore regionale Amministrazione Penitenziaria.
di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 11 dicembre 2019
Sequestrato 4 anni fa in seguito a un'inchiesta della magistratura, il piano terra del carcere minorile Meucci di Firenze è ancora inagibile. Le stanze spettrali, l'umidità, la polvere sui mobili. Sarebbe il reparto della cucina e quello dei laboratori, ragion per cui il cibo e una parte dell'attività formativa dei 16 detenuti under 18 devono essere eseguite da ditte esterne.
È uno dei principali problemi dell'istituto Meucci, che si trova nell'antico complesso monumentale di San Martino alla Scala, in via degli Orti Oricellari, dove ieri mattina hanno effettuato una visita i membri dell'associazione Progetto Firenze, tra cui Massimo Lensi. Insieme a lui, tra gli altri, Sandra Gesualdi (Fondazione Don Lorenzo Milani) e i consiglieri comunali della sinistra Antonella Bundu e Dmitrij Palagi. "La ristrutturazione interna degli edifici è ferma ormai da 4 anni - commenta Lensi.
Ecco perché è doveroso rivolgere un appello agli enti locali e alla Regione affinché, insieme al Dipartimento di Giustizia Minorile, siano recuperate le risorse economiche necessarie alla conclusione dei lavori". Ma ci sono anche le buone notizie. "La rete territoriale del volontariato sembra funzionare bene", però "non altrettanto si può dire dei programmi di reinserimento: credo che sarebbe opportuno aprire una riflessione finalizzata alla conversione della struttura minorile in sintonia con la riforma dell'ordinamento penale del 2018".
di Alessandro Orsini
Il Messaggero, 11 dicembre 2019
In Libia si è creata una situazione terribile perché la pace non è più possibile. Il generale Haftar è giunto alla conclusione che la Libia sia unificabile soltanto con la forza e non intende dialogare per nessun motivo.
Dal momento che Haftar è debolissimo, molti si domandano chi gli fornisca la forza con cui cinge d'assedio Tripoli e che gli ha consentito di rifiutare tutti gli inviti al dialogo dell'Italia. Haftar riceve armi e soldi da Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Tuttavia, è la Russia il Paese che sta spostando gli equilibri in suo favore. Putin sta utilizzando in Libia una strategia simile a quella già impiegata in Ucraina dell'est.
Non potendo inviare soldati in uniforme, lascia che il lavoro venga svolto dai "mercenari" russi. Siccome nessun russo potrebbe mai combattere dove a Putin non piaccia, è chiara la ragione per cui il debole Haftar è diventato forte: i suoi protettori sono troppo potenti. In questa situazione, l'Italia non può niente. La diplomazia è l'unica arma del governo Conte, ma gli inviti a sedersi intorno a un tavolo sono inutili con chi vuole rovesciarlo.
Quanto all'Europa, è un gigante senza testa. Non è mai esistita una strategia dell'Unione Europea in Libia e non nascerà di certo a Natale. Gli Stati Uniti potrebbero porre fine alla guerra di Haftar, ma Trump non ha alcuna intenzione di intervenire, sia perché ha sempre affermato che la Libia non è importante per gli interessi americani, sia perché si è già impegnato a sostenere l'avanzata di Haftar dietro richiesta del presidente dell'Egitto e del re dell'Arabia Saudita, suoi grandi amici, oltre che partner strategici contro l'Iran.
L'idea che Trump cambi linea, perché una nuova conferenza internazionale gli fa sapere che la situazione a Tripoli è tragica, non tiene conto di ciò che è appena accaduto nel nord della Siria: Trump ha abbandonato i curdi, i quali avevano combattuto al fianco degli americani contro l'Isis. Figuriamoci se possa sostenere i combattenti di Tripoli, dai quali non ha ricevuto niente. Contro Haftar resta soltanto la Turchia, l'unico Stato che stia fornendo al governo di Tripoli le armi per non capitolare.
La domanda che tutti si pongono è: che cosa accadrà? La risposta è semplice. In Libia possono accadere soltanto tre cose. La prima è che la guerra di Haftar finisca per esaurimento delle risorse. Molte guerre terminano, oppure si "afflosciano", perché non ci sono più stipendi, benzina e munizioni. Ma questo non può accadere in Libia giacché Haftar riceve risorse in abbondanza. La seconda è che qualcuno s'impegni in un grande sforzo diplomatico, come sta facendo l'inviato speciale dell'Onu, Ghassan Salamé, il quale annuncia una nuova conferenza a Berlino. Anche in questo caso, gli sforzi sarebbero vani.
Gli inviti a deporre le armi sono inutili con chi ama la guerra e pensa pure che gli convenga. La terza cosa che può accadere è che Haftar si fermi perché Tripoli gli infligge molte perdite, ma questo richiederebbe il riconoscimento del ruolo della Turchia e un'escalation del conflitto, a cui nessun Paese europeo è pronto.
A parlar chiaro si fa prima: la situazione in Libia non è più una situazione da conferenze internazionali, ma da rapporti di forza sul campo. O Haftar sarà respinto oppure prenderà Tripoli. Una volta chiarito che in Libia è in corso una guerra che non terminerà fino a quando Haftar non avrà vinto, occorre che l'Italia prenda una decisione.
Se Haftar non può essere scacciato, allora l'Italia deve ritirare l'appoggio al governo di Tripoli e trattare con Haftar le condizioni della sua vittoria. In teoria, la guerra finirebbe più velocemente, risparmiando molte vite; in pratica, potrebbe diventare più cruenta. La Turchia, che è in pessimi rapporti con l'Egitto, non accetterebbe una capitolazione improvvisa e, senza contropartita, valuterebbe un maggiore coinvolgimento nel conflitto.
Per chiarire l'asprezza dei rapporti, basti sapere che Erdogan appartiene alla Fratellanza Musulmana, la quale è ritenuta un'organizzazione terroristica dai protettori di Haftar e cioè Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. La questione è complessa.
Prima di abbracciare Haftar, l'Italia dovrebbe accordarsi con la Turchia, la cui importanza a Tripoli potrebbe essere ignorata soltanto da una mente priva di senno. Quale statista europeo lascerebbe cadere la Libia nelle mani di chi lo reputa un terrorista? Né Conte, né Macron. Perché si pretende che Erdogan sia diverso?
Il Mattino, 11 dicembre 2019
"Vogliamo essere interlocutori di una campagna di sensibilizzazione che veda protagonista ciascun detenuto del carcere di Fuorni per poter indicare ad ognuno i percorsi da intraprendere oltre che capire quelle che sono le condizioni di vita carceraria.
Questo progetto, portato avanti con l'intera Giunta e con la fattiva collaborazione del sostituto procuratore Guglielmo Valenti, ha entusiasmato e coinvolto positivamente anche la presidente del tribunale della Sorveglianza, Monica Almirante".
Il presidente dell'Anm, Piero Indinnimeo, parla con entusiasmo del nuovo progetto certo che, già agli inizi del prossimo anno, tutto ciò che in questi giorni stanno mettendo su carta, possa diventare realtà. Il programma è quello non solo di "educare" i detenuti alla legalità ma anche di spiegare loro come poter trasformare questa loro "esperienza" in qualcosa di positivo. Innanzitutto facendo luce su quelli che sono gli strumenti giuridici cui loro possono fare riferimento per dare una sterzata anche alla condizione carceraria, magari usufruendo di misure alternative.
Insomma, l'obiettivo è quello di fornire informazioni e al tempo stesso "formare" le coscienze entrando in carcere e cercando di comprendere anche le singole esigenze. Un progetto che vedrà impegnati non soltanto i magistrati di dibattimento, e un special modo quelli dell'ufficio Gip-Gup, ma anche quelli inquirenti in servizio in procura.
"Abbiamo tante iniziative in campo per il prossimo anno", aggiunge Indinnimeo spiegando come "stanno arrivando dalle scuole diverse richieste per partecipare al processo simulato che vedrà gli studenti in un'aula di tribunale ad assistere ad un dibattimento. Iniziativa che lo scorso anno è piaciuta molto, ai ragazzi ed anche ai docenti".
Con la collaborazione degli avvocati la giunta dell'Associazione n azionale magistrati sta già redigendo un calendario di udienze che prenderanno il via la prossima primavera. I processi saranno quindi incentrati su argomenti "utili" ai ragazzi come il cyberbullismo, l'adescamento dei minori attraverso i canali internet, anche quelli di giochi, dedicati ai ragazzi.
di Orazio La Rocca
Panorama, 11 dicembre 2019
L'autore del libro "Parole di vita nuova" racconta la storia di 13 detenuti che hanno usato il carcere come momento di crescita. Soffermandosi su Gennaro Barnoffi, che si è laureato in Sociologia con una tesi sul Napoli Calcio. La cultura può fare miracoli? Il sapere è in grado di indicare la direzione che porta alla retta via? La conoscenza è un volano di trasformazione?
Interrogativi a cui nessun è mai sfuggito nel corso della vita. Senza tuttavia riuscire a rispondere con parole in grado di sciogliere il minimo dubbio. Ma c'è un luogo dove, in modo del tutto particolare, simili domande possono trovare quasi immediate risposte. Questo luogo è il carcere, parola bruttissima che evoca strutture di espiazioni di ieri e di oggi, a volte senza speranze, ambiti dove chi sbaglia - specialmente nell'immaginario collettivo degli anni passati - è condannato a pagare il suo debito con la giustizia dentro quattro mura, trattato come un corpo estraneo dalla società cosiddetta civile.
Eppure, questi posti di detenzione possono diventare luoghi di riscatto, di cambiamento, di trasformazione personale per chi, per cause più disparate (uno sbaglio, un momento di debolezza, un periodo di crisi...), dopo un regolare processo vi è costretto a trascorrere periodi più o meno lunghi. Una prova in tal senso la può fornire il libro da me scritto, intitolato non a caso "Parole di vita nuova".
Dedicato ai lavori intellettuali (tesi di laurea, poesie, racconti, disegni) di 13 detenuti, è stato presentato a Roma, nella Sala Nassiriya al Senato il 10 dicembre. Il testo - introdotto dalla prefazione di don Luigi Ciotti, presidente di Libero e fondatore del Gruppo Abele - è stato pubblicato da Marcianum Press. La casa editrice appartiene al gruppo Edizioni Studium, fondato il 19 giugno 1927 dal giovanissimo monsignore Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI.
"Parole di vita nuova" è frutto di queste radici montiniane, alle quali idealmente con forza e passione sono stati "ancorati" 13 autori molto particolari, essendo persone ospitate forzatamente in altrettanti istituti di pena distribuiti in varie carceri italiane. Uomini come tanti, italiani e stranieri, che hanno avuto l'intelligenza di trasformare il loro periodo detentivo in momenti di evoluzione e di crescita, ma soprattutto di cambiamento, attraverso la cultura e lo studio, conseguendo titoli accademici, riconoscimenti e attestati.
Un bagaglio intellettuale portato alla luce grazie alla loro costanza, unitamente alla sensibilità dei direttori responsabili dei vari istituti e a quanti li hanno affiancati nei loro studi: docenti, volontari, assistenti sociali... I 13 elaborati realizzati dai detenuti hanno partecipato al premio "Sulle ali della libertà", indetto dall'associazione "L'Isola Solidale".
Dei 13 partecipanti, uno solo ha vinto, Francesco Argentieri, con la tesi di laurea in Sociologia "La sfera pubblica: il carcere come progetto sociale". Tutti gli altri 12 lavori sono risultati secondi a pari merito, anche se parlare di classifica in questo caso è riduttivo, perché tutti idealmente hanno vinto, come attesta la Medaglia con cui il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto insignire il premio. Uno dei lavori più interessanti è quello realizzato da Gennaro Barnoffi, un detenuto che si è laureato in Sociologia con una tesi sulla Società Sportiva Calcio Napoli. Ecco che cosa ha scoperto Gennaro Barnoffi sulla squadra del suo cuore.
Calcio, ma non solo. È la chiave di lettura della tesi di laurea in Sociologia di Gennaro Barnoffi dedicata alla storia del Napoli, la squadra di calcio della città dove è nato il 29 settembre 1972. Detenuto della Casa circondariale di Rossano (Cosenza), Gennaro Barnoffi si è laureato, matricola 141043, all'Università della Calabria, con la tesi "Una squadra, una città: breve storia della Società Sportiva Calcio Napoli", guidato dalla professoressa Tiziana Noce, docente tutor e relatrice, arricchendo la sua ricerca con un'interessante storia della nascita della disciplina calcistica con un respiro rievocativo nazionale e internazionale.
Lunga e travagliata è stata, comunque, la strada che ha portato Barnoffi a laurearsi in sociologia, e a intraprendere corsi per una seconda laurea in Scienze politiche, dopo aver conseguito tutti i precedenti titoli di studio sempre in carcere, a partire dalla licenza elementare. "Il detenuto" scrive la dottoressa Caterina Maletta, funzionario G.P. del carcere di Rossano, "allocato nel circuito "Alta Sicurezza", ha fatto ingresso in questo istituto il 29 dicembre 2004, proveniente dal Carcere Circondariale Secondigliano di Napoli. In posizione giuridica di definitivo (condanna emessa dopo tutti i gradi di giudizio, ndr), sconta l'attuale detenzione in esecuzione a diverse sentenze di condanna per reati di associazione a delinquere di stampo mafioso, concorso in omicidio, violazione della Legge sulla detenzione delle armi ed altro; la scadenza attuale della pena è fissata al 25 dicembre 2113, avendo egli beneficiato di complessivi 1800 giorni di liberazione anticipata e dell'indulto...".
I primi tempi trascorsi in carcere sono stati turbolenti. "Anni" continua Maletta, "segnati da cattiva voglia di adeguarsi alle regole e di assumere atteggiamenti comportamentali più in linea col vivere civile. Tutto cambia con l'incontro con lo studio e la cultura, che Barnoffi intraprende in carcere da analfabeta totale.
Ma ecco come il diretto interessato lo racconta nella lettera inviata all'associazione "L'Isola Solidale" per partecipare al premio "Sulle Ali della Libertà": "Egregi signori... ho deciso di partecipare al vostro Concorso non tanto per vincere il premio, ma per mettere in evidenza quanto è importante la cultura. Sono nato in un quartiere degradato di Napoli, dove la maggior parte delle persone sono abbandonate a sé stesse, vivendo a stretto contatto con una linea che demarca l'illegalità e dove, quindi, è facile trovarsi su una strada sbagliata come successe a me, che, oltre ad essere analfabeta non sapevo di essere dislessico, infatti ciò mi ha fatto trovare in carcere fin dalla giovane età.
In carcere sono stato "fortunato", può suonare strano per molte persone questo aggettivo, ma è proprio così perché ho incontrato nel sistema (carcerario, ndr) un'area Educativa che autorizzava dei volontari a invogliare e aiutare i detenuti, e a dar modo a loro di approcciarsi alla cultura. Grazie a ciò posso dirvi che ho titoli di studio che vanno dalle elementari fino alla laurea in Sociologia. Passando per una ampia serie di attività di volontariato che lo hanno portato ad intraprendere programmi di recitazioni, corsi teatrali, lezioni artistiche, corsi di formazione permanenti, attività lavorative".
La laurea in Sociologia ufficializza il riscatto sociale di Gennaro Barnoffi. Ed è significativo che la tesi inizi con una dedica ("A mio padre e a mia madre") e con le citazioni di due tra i più importanti intellettuali del nostro tempo: "Un sociologo è colui che va alla partita di calcio per guardare gli spettatori" di Gesualdo Bufalino e "Ogni volta che un ragazzo prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio" di Jorge Luis Borges.
"Ho deciso di affrontare la stesura della mia tesi per due motivi" si legge nell'introduzione. "Un primo motivo è legato all'esperienza di studio che sta cambiando la mia vita e che mi ha consentito di capire che spesso lo sport può aiutare a veicolare valori positivi come il senso della legalità e l'annullamento delle disuguaglianze sociali (...) Il secondo motivo è dato dal fatto che vorrei approfondire uno degli aspetti positivi di Napoli, la mia città, riscattandola dalle tante caratterizzazioni negative che spesso le vengono attribuite".
Il calcio nasce e si sviluppa in Gran Bretagna, scrive Barnoffi, nella seconda metà dell'Ottocento. Il nuovo sport in breve tempo si diffonde in quasi tutta Europa. Con la Seconda rivoluzione industriale e con lo sviluppo della nuova tecnologia si aprono nuove frontiere a livello commerciale e comunicativo. In Italia, nei porti commerciali di Genova, Palermo, Messina, Livorno e Napoli, molto frequentati dagli inglesi per la presenza delle ditte di import-export e degli uffici delle linee di navigazione e dei grandi magazzini. La presenza delle navi garantisce un contatto non solo commerciale, ma anche culturale con i Paesi europei dove il gioco del calcio è già comparso. In poco tempo anche in Italia si afferma una certa "moda di Londra", prosegue Barnoffi, con gruppi di marinai e scaricatori di porto che si divertono a rincorrersi, tirando calci a un pallone.
La prima squadra di calcio italiana è il Genoa, fondata nel 1893 negli uffici del Consolato inglese. Al Genoa calcio viene dato un nome inglese: "Genoa Cricket and Atletic Club". Un nome inglese viene scelto anche da altre squadre che nascono in quel periodo, caratterizzato da forte mutamento sociale e culturale. La Federazione Italiana Football nasce a Torino nel 1896 e dal 1909 si chiama Federazione Italiana Giuoco Calcio. Da allora in Italia il football prende il nome italiano di "calcio".
A Napoli il gioco del calcio comincia quando i marinai delle navi britanniche ingaggiano ardenti partite sul molo e trova un ambiente abbastanza favorevole. Nel 1904 nasce il "Naples Cricket and Football Club", su iniziativa di appassionati calciatori, tra cui Carlo e Nino Bruschini, e di un funzionario della Cunard Linia, Jemes Pottes.
Per i napoletani il calcio non è un amore a prima vista: inizialmente le partite si svolgono solo nei circoli privati, a cui possono accedere solo i soci. Ma è il primo presidente della società, l'ingegner Amedeo Salsi Amedeo Salsi, ad aprire il gioco alla città.
Inizia così la lunga maratona calcistica napoletana, ricostruita da Gennaro Barnoffi nella sua tesi, culminata con i due scudetti patrocinati dall'avvento di Diego Armando Maradona. Per non parlare delle prestazioni di calciatori che hanno conquistato un posto nella storia sportiva oltre i confini napoletani, da Omar Sivori a José Altafini.
Corriere della Sera, 11 dicembre 2019
La scintilla quando insieme hanno intonato Va Pensiero sul palco del teatro: le finalità saranno benefiche a favore di "Programma Qubì - Un sorriso per i bambini". Trentotto coristi della Scala e un coro di detenuti di San Vittore insieme sul palco dell'Auditorium di Milano Fondazione Cariplo per un concerto di Natale a scopo benefico: accadrà alle 21 di martedi 17 dicembre, e almeno in queste dimensioni è un evento senza precedenti. O meglio: il precedente, che poi è stata la scintilla da cui nell'animo dei coristi scaligeri è scaturita questa idea, si era verificato l'8 aprile scorso quando avevano cantato insieme "Va' pensiero" sul palco della Scala.
Finalità benefiche - Ora, a dieci giorni esatti dal successo di Tosca nella "prima" di Sant'Ambrogio, il coro lirico più famoso del mondo e i detenuti del carcere di San Vittore tornano a riunirsi: ma questa volta per un intero concerto-spettacolo in collaborazione con un gruppo di attori - quelli del Macrò Maudit Teàter - impegnati a leggere testi scritti dai detenuti stessi. Il titolo del concerto è "Voci fuori dal coro".
La formazione complessiva sarà composta da oltre ottanta tra artisti del Coro della Scala, detenuti del Coro della Nave di San Vittore, ma anche ex detenuti (e l'impegno che prosegue all'esterno del carcere è una preziosa novità) del Coro Amici della Nave.
La finalità è benefica, a sostegno del Programma Qubì "Un sorriso per i bambini" volto a finanziare le cure dentali per i figli di famiglie che a Milano non se le possono permettere. Il concerto avrà luogo alle 21 del 17 dicembre all'Auditorium di Milano Fondazione Cariplo, in Largo Mahler, e funziona come un racconto i cui testi - scritti dai detenuti del reparto La Nave, nato per la cura e il trattamento avanzato delle dipendenze - saranno letti dagli attori del Macrò Maudit Teàter.
Una piccola donazione . Il programma QuBì nel suo insieme ("Quanto basta") parte dal dato statistico per cui "a Milano 1 minore su 10 vive in povertà" ed è promosso da Fondazione Cariplo con diverse altre realtà. In collaborazione con la Fondazione il concerto che sostiene il programma è organizzato dall'associazione Amici della Nave.
L'impegno dei coristi della Scala e del loro Maestro Bruno Casoni - che a titolo totalmente volontario hanno dedicato ore a provare in carcere, pur in un periodo per loro delicatissimo come quello della "prima" di Sant'Ambrogio - ha rappresentato per i pazienti del reparto La Nave una esperienza di condivisione con pochi paragoni. Per assistere al concerto basta una piccola donazione a partire da 10 euro, su www.forfunding.intesasanpaolo.com.
di Luca Imperatore
gnewsonline.it, 11 dicembre 2019
Non solo detenute ma anche madri, figlie e mogli lontane dagli affetti, con ferite nascoste dai tatuaggi e dagli sguardi freddi. Queste le storie raccontate nel nuovo libro di Annalisa Graziano "Solo Mia" presentato nell'Istituto penitenziario di Foggia. Dopo "Colpevoli", che affrontava in forma di reportage le vicende dei detenuti, l'autrice e giornalista torna nei luoghi di detenzione attraverso un romanzo affrontando un tema molto delicato dell'universo femminile: la violenza. Vengono raccontate ai detenuti le storie descritte nel libro, fatte di violenza subita e a volte taciuta, attese tradite, affetti soffocati e speranze. Storie di dolore ma anche di svolte e di rinascita, che affrontano temi delicati come la maternità, il rapporto con i familiari, la detenzione, l'abuso, il femminicidio.
"Quello detentivo - spiegano dal Centro di Servizio al Volontariato di Foggia - è un contesto interessante in cui intraprendere un percorso informativo finalizzato alla prevenzione del fenomeno della violenza. Una problematica che tocca la società in modo trasversale, passando attraverso diverse classi sociali, economiche e culturali. Si è ritenuto così di organizzare un momento di riflessione e confronto anche in previsione della vita oltre al carcere, cioè al termine del percorso detentivo".
Oltre all'autrice, giornalista e assistente volontario delle Case Circondariali di Foggia e Lucera, presenti il vice commissario della Squadra Mobile di Foggia - Sezione "Reati contro la persona e in pregiudizio dei minori" - Antonio D'Amore, Anna Latino e Laura Spinelli dell'associazione "Vìola Dauna" e Franca Dente dell'associazione "Impegno Donna". "Ringrazio della grande disponibilità e sensibilità sul tema - sottolinea la scrittrice - il direttore del carcere, Giulia Magliulo, la responsabile dell'Area Trattamentale, Giovanna Valentini e il Commissario Luca Di Mola e tutto il corpo di Polizia Penitenziaria. Sono molto felice di presentare "Solo Mia" nel carcere di Foggia, dove è ambientata una parte importante del libro. Un ringraziamento particolare va anche alla coordinatrice e alle agenti della sezione femminile che, per mesi, mi hanno supportato durante gli incontri con le detenute, nella sala colloqui".
Il Riformista, 11 dicembre 2019
"Siamo qui per parlare di amore e non di odio. Lasciamo l'odio agli anonimi della tastiera. Basta odio, stasera non c'è indifferenza, ma c'è un'atmosfera di festa": Liliana Segre parla dal palco di piazza della Scala tra gli applausi, poi tutta la piazza si ferma per un minuto di silenzio, prima che il presidente di Anci consegni alla senatrice a vita una fascia tricolore e tutti cantino l'Inno d'italia.
Sono scesi in piazza in seicento i sindaci e i loro rappresentanti, tutti con la fascia tricolore, ma senza simboli di partito, in prima fila i sindaci Beppe Sala, Leoluca Orlando, Giorgio Gori, Antonio Decaro. E tanta gente comune, a formare quella "scorta civile" per la senatrice a vita Liliana Segre e per dire che "l'odio non ha futuro". Così la marcia dei sindaci, organizzata dal Comune di Milano,con l'Associazione Nazionale Comuni Italiani (Anci), Autonomie Locali Italiane (ALI) e Unione Province Italiane (UPI), per testimoniare la vicinanza di piccoli, medi e grandi comuni alla senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta al campo di sterminio nazista di Auschwitz, oggi sotto scorta a causa di ripetute minacce antisemite.
"Tutti i sindaci indipendentemente dal colore politico sono arrivati da tutta Italia per dimostrare l'affetto nei confronti di Liliana Segre. Con la fascia tricolore che tiene insieme le nostre comunità ma anche il Paese", ha detto il presidente di Anci e sindaco di Bari, Antonio Decaro. Il sindaco pugliese ha spiegato che sono state circa 1000 le adesioni e che a Milano sono arrivati circa 600 sindaci.
"Vogliamo dire con forza a tutti che non accettiamo nessun tipo di fanatismo, l'unico fanatismo che i sindaci accettano in questo Paese è quello per la libertà, la democrazia e il rispetto degli altri - ha aggiunto - Per questo oggi con le nostre fasce tricolori vogliamo fare da scorta civica a Liliana Segre. Oggi siamo tanti di tutti gli schieramenti politici". "Ci sono questioni sulle quali non ci si può dividere e i sindaci su questi temi non si dividono mai. Noi siamo qui oggi per condannare le parole di violenza che sono arrivate a Liliana Segre", ha concluso.
"Non siamo organizzatissimi in termini di ordine ma di idee sì, siamo tutti molto felici di essere qua e io spero che lo sarà soprattutto la Segre e il paese per questa nostra testimonianza di cui c'è bisogno": così il sindaco di Milano Beppe Sala alla partenza della marcia da piazza Mercanti, con qualche problema logistico per far partire il corteo tra la folla dello shopping di Natale. "Oggi è veramente la giornata per la Segre, della Segre, per l'Italia e infatti abbiamo deciso che nessuno dei sindaci parlerà dal palco, solo la senatrice - ha aggiunto - A noi il gesto, a lei le parole e le parole di Liliana sono sempre le parole giuste".
Il corteo ha attraversato la Galleria Vittorio Emanuele II e fermarsi in piazza della Scala, davanti a Palazzo Marino. Qui un solo intervento: quello della senatrice Segre, che si unisce alla marcia dall'Ottagono della Galleria. "È importante essere qui dal punto di vista istituzionale sia dei cittadini perché è evidente che va contrastato un clima anche lessicale di odio e di intolleranza". Lo ha detto il sindaco di Parma Federico Pizzarotti, in fascia tricolore in piazza Mercanti a Milano. "Il fatto di manifestare in prima persona è cercare di essere rappresentanti autorevoli, un modo diverso di fare politica e società civile. "Ha fatto benissimo Sala a non schierarsi dal punto di vista degli inviti politici, dobbiamo essere compatti".
Siamo qui "per dimostrare ancora una volta, al di là delle strumentalizzazioni politiche, che i sindaci della Lega sono contro ogni tipo di odio, di violenza e di razzismo e sono vicini alla senatrice Segre e tutte le persone che come lei hanno vissuto gli anni bui dello scorso secolo". Lo ha detto il sindaco di Chiuduno (Bergamo) Stefano Locatelli, responsabile enti locali della Lega, presente alla marcia.
Le adesioni arrivate sono, appunto, già più di seicento: la marcia lanciata da Beppe Sala e da Matteo Ricci, sindaco di Pesaro, ha poi raccolto l'adesione della sindaca di Roma, Virginia Raggi: "L'odio non ha futuro Roma aderisce alla manifestazione che si terrà a Milano in favore di Liliana Segre, dopo gli insulti e le minacce intollerabili che ha ricevuto. Tutti insieme contro odio e razzismo", ha scritto Raggi su Facebook.
Ci sono anche il sindaco di Bari e presidente di Anci Antonio Decaro e Chiara Appendino, sindaca di Torino Luigi De Magistris, sindaco di Napoli, Giorgio Gori da Bergamo, Dario Nardella da Firenze, Virginio Merola da Bologna, Valeria Mancinelli da Ancona.
Ci sono - dopo le polemiche con Matteo Salvini - anche sindaci del centrodestra, come quello di Cagliari Paolo Truzzu, Claudio Scajola da Imperia o come il leghista Mario Conte, primo cittadino di Treviso, il responsabile degli enti locali del Carroccio Stefano Locatelli. E c'è anche Roberto Di Stefano, il sindaco di Sesto San Giovanni che ha rifiutato la cittadinanza onoraria a Liliana Segre, assieme all'assessore leghista Stefano Bolognini.
di Matteo Angioli
Il Dubbio, 11 dicembre 2019
La Giornata Mondiale dei Diritti Umani fu istituita nel 1950 dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite per celebrare la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Il 5 dicembre 1955 era un lunedì. Quella settimana di 64 anni fa, nella città statunitense di Montgomery in Alabama, non ebbe l'abituale inizio spossato e segregato. Quattro giorni prima, la spossatezza si era trasformata in saturazione e l'insopportabile segregazione in inarrestabile azione nonviolenta. Il 1° dicembre, una signora, Rosa Parks, non cedette il suo posto in autobus ad un uomo bianco. Fu arrestata per aver infranto una legge locale sulla segregazione razziale.
Quel 5 dicembre, il 90% degli abitanti della comunità afro- americana di Montgomery uscì di casa prima del solito. Anziché recarsi alla fermata dell'autobus, si incamminarono verso i luoghi di lavoro. Al ritorno, si recarono alla Chiesa battista di Holt Street dove un giovane reverendo ventiseienne, Martin Luther King jr, li incoraggiò. Li esortò, incluso sé stesso, a non mollare. Li convinse. Antepose il ruolo della democrazia all'obiettivo stesso del boicottaggio: "Siamo qui per il nostro amore per la democrazia, per la nostra profonda convinzione che la democrazia che si trasforma da un sottile foglio ad una densa azione è la migliore forma di governo sulla terra (...) Una dei cittadini migliori di Montgomery - non uno dei migliori cittadini negri, ma uno dei migliori cittadini - è stata arrestata perché si è rifiutata di cedere il suo posto sull'autobus ad un bianco".
Ebbe così inizio il boicottaggio degli autobus. Originariamente nata come una protesta di un giorno, divenne uno sciopero di un anno che terminò il 20 dicembre 1956, con la decisione della Corte Suprema sull'incostituzionalità della segregazione raziale sugli autobus.
Storiella vecchia e sdolcinata? No, attuale e profonda. Come l'innata aspirazione alla libertà di ogni essere umano. Lo vediamo in Venezuela, Cile, Bolivia, Libano, Iraq, Iran, Hong Kong. La differenza tra oggi e allora è nelle parole di M. L. King: "Questa è la gloria dell'America, con tutti i suoi difetti. Se fossimo confinati dietro la cortina di ferro di una nazione comunista non potremmo farlo. Se fossimo rinchiusi in un carcere di un regime totalitario non potremmo farlo. Ma la gloria della democrazia americana è il posto giusto per protestare". La Cina a partito unico non è il posto giusto dove protestare, e perciò è ammirevole la costanza con cui persone di ogni età e strato sociale manifestano da sei mesi avanzando cinque richieste specifiche (i "boicottatori" di Montgomery ne avevano tre).
Oggi gli Stati autoritari, come la Repubblica Popolare Cinese, promuovono il concetto di "Stato di Diritto" come strumento di legalità finalizzata al controllo della popolazione attraverso la rigorosa applicazione della legge. Niente a che vedere con la separazione dei poteri e la protezione delle minoranze. La segregazione in Alabama era legale. La schiavitù negli Stati confederati era legale. La deportazione degli ebrei era legale. Ma lo Stato di Diritto è l'applicazione giusta di leggi giuste, cioè rispettose dei diritti umani sanciti dai trattati internazionali.
Nel 2015, in una conferenza sull'universalità dei diritti umani, Marco Pannella disse: "Il diritto è una cosa, la legalità un'altra. Ne esiste una nella quale si legalizzano misure illudendosi che siano forme prudenti di difesa dell'ordine costituito (...) siamo qui per lottare contro forme di legalità che sono nemiche delle visioni liberali, delle visioni laiche nelle quali la libertà di pensiero viene sempre temuta piuttosto che coltivata". Nel Partito Radicale ci sono dei sognatori. Non solo perché il caso vuole che sia stato fondato l' 8 dicembre 1955, proprio nel giorno in cui il reverendo King presentò le tre richieste al governo locale, ma perché riteniamo indispensabile mobilitarci a sostegno della democrazia a Hong Kong e altrove, non su un "sottile foglio" ma nella "densa azione" quotidiana. Entro il 2047, anno in cui tornerà sotto la giurisdizione cinese, Hong Kong non solo sarà ancora democratica, ma avrà contagiato il regime anti-democratico pechinese.
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