di Giulio Benedetti
Il Sole 24 Ore, 21 gennaio 2020
Corte di cassazione - Sezione VII - Ordinanza 20 dicembre 2020 n. 1185. Per provare l'appropriazione indebita dell'amministratore condominiale non è necessario accertare dove sono stati nascosti i beni sottratti. L'amministratore condominiale è il mandatario del condominio e al termine del suo incarico deve rendere il conto e restituire tutto ciò che ha ricevuto a causa del mandato. Vale a dire che il denaro ed i documenti sono di proprietà del condominio e l'amministratore non può trattenerli, magari vantando crediti verso il condominio.
Il reato di appropriazione indebita (articolo 646 del Codice penale) si avvera quando l'amministratore, oltre a omettere la restituzione compie atti su tali beni da cui emerge la sua volontà di considerarli come propri. In pratica esercita un'indebita signoria sugli stessi e ignora la richiesta di restituzione operata dai condòmini.
La giurisprudenza ha precisato che l'amministratore ha la detenzione non per conto proprio delle somme sulle quali opera effettuando prelievi e pagamenti in favore del condominio. Pertanto la sua attività è un ufficio di diritto privato assimilabile al mandato con rappresentanza con la conseguente applicabilità nei rapporti tra l 'amministratore e i condomini delle norme sul mandato.
L'obbligo di restituzione sorge quindi a seguito della conclusione dell'attività gestoria. Il fatto che alla scadenza del mandato l'amministratore sia tenuto alla restituzione di ciò che ha in cassa si deduce anche dalla considerazione che egli potrebbe avere avuto anche l'incarico di recuperare somme dovute da condòmini morosi e riguardanti anche la precedente gestione. Il reato è procedibile a seguito della presentazione della querela entro novanta giorni dal momento del passaggio delle consegne al nuovo amministratore e la Cassazione (sentenza 34196/2018) sostiene il reato si consuma all'atto della cessazione dalla carica di amministratore.
Ora la Corte di Cassazione (sentenza 1185/2020) afferma che l'accusa non deve provare dove siano stati allocati i fondi sottratti dall'amministratore condominiale. Nel ricorso, dichiarato inammissibile, l'amministratore ricorrente sosteneva l'ingiustizia della condanna perché i giudici di merito non avevano dimostrato dove erano stati collocati i fondi sottratti. La Cassazione respinge tale assunto in quanto sostiene che la sentenza di condanna è stata adeguatamente motivata poiché dimostrava l'indebita appropriazione delle somme conferite dai condòmini e non utilizzate a favore del condominio. La Corte di appello, tra l'altro, si basava anche sulla deposizione del nuovo amministratore che trovava riscontro nei documenti dal medesimo prodotti nel corso del dibattimento.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 21 gennaio 2020
Rosa Zagari rischia la paralisi, dopo una caduta che le ha provocato fratture. Se nel cittadino medio, soprattutto per reati mafiosi, prevale comprensibilmente l'istinto della giustizia retributiva, senza alcuna considerazione per l'articolo 27 della Costituzione Repubblicana che vieta l'esecuzione di pene contrarie al senso di umanità, ciò non dovrebbe valere per chi amministra la giustizia.
Eppure non si rimedia al dramma che coinvolge Rosa Zagari, ancora a rischio paralisi, condannata in primo grado a otto anni al processo denominato "Terramara Closed", compagna dell'ex latitante Ernesto Fazzalari di Taurianova - catturato nel 2016 - a considerato il ricercato più pericoloso dopo l'imprendibile Matteo Messina Denaro. Nei mesi scorsi, l'associazione Yairaiha Onlus ha più volte sollecitato interventi adeguati in merito alle condizioni di salute di Rosa Zagari, denunciando l'approssimatività delle cure che la stessa stava e starebbe tuttora ricevendo. La scorsa estate, grazie al sollecito dell'associazione e all'articolo pubblicato da Il Dubbio, Rosa Zagari è stata trasferita al centro clinico del carcere di Messina perché nel penitenziario precedente non veniva curata.
Cosa le era accaduto? Un anno fa, quando era al carcere di Reggio Calabria, è caduta nella doccia. Subito è stata trasportata all'ospedale, nel reparto di neurologia, e dalla tac è emersa una "duplice rima di frattura lineare in corrispondenza del processo trasverso di destra di L3 e rima di frattura a livello del processo trasverso di L2". Il primario ha quindi consigliato delle cure adeguate per evitarle peggioramenti.
Ma i familiari e il suo avvocato, Antonino Napoli, fanno sapere all'associazione Yairaiha che la situazione, a oggi, non è cambiata. Inoltre, lo scorso 16 gennaio, dopo un colloquio con la sorella, rientrando in sezione, ha perso l'equilibrio accasciandosi a terra.
Gli agenti in servizio hanno sollecitato l'intervento del medico e quest'ultimo avrebbe invitata la signora Zagari a "smetterla di fingere" disponendo che la stessa venisse messa in un ripostiglio per riposarsi. Solo l'intervento degli agenti e delle altre detenute ha impedito che ciò avvenisse facendosi letteralmente carico di riaccompagnarla in sezione prendendo la signora Zagari in braccio. Nel frattempo però si è aggiunta una vicenda dolorosissima.
Proprio sulle pagine de Il Dubbio è stata pubblicata l'accorata lettera della madre nella quale annunciava che si sarebbe lasciata morire: detto fatto, l'associazione Yairaiha fa sapere che la signora è venuta a mancare lo scorso 4 gennaio, dopo due mesi in coma, e la salma non è ancora stata tumulata in attesa che i figli detenuti vengano autorizzati all'estremo saluto.
A fine dicembre Rosa Zagari è stata visitata da un neurologo di fiducia, il dottor Burzomati, il quale ha richiesto alcuni esami strumentali specifici, ed una visita fisiatrica presso una struttura anche non carceraria per stabilire le effettive condizioni fisiche e motorie attuali, eventuali altre lesioni ed eventuali danni irreversibili. A oggi, nonostante il sollecito dell'avvocato Napoli del 3 gennaio sulle richieste mediche, tutto tace. "È questa la giustizia? È questo il rispetto della Costituzione?", chiede a gran voce l'associazione Yairaiha alle autorità competenti, compreso il ministero della Giustizia.
cagliaripad.it, 21 gennaio 2020
"È iniziato all'insegna dei vecchi problemi il nuovo anno nelle carceri della Sardegna. La conferma arriva dai dati del Ministero della Giustizia che presentano un quadro significativo sulla presenza oltre il limite regolamentare in tre istituti. La situazione più pesante a Oristano-Massama dove, a fronte di 265 posti, sono ristrette 280 persone (+105,6%). Quasi tutti ergastolani in regime di AS3 con circa 150 Agenti di Polizia Penitenziaria". Lo sostiene Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme".
"A Badu e Carros - sottolinea - sono indicati 381 posti e 282 detenuti. In realtà una sezione di circa 90 posti è chiusa per lavori ne consegue che i ristretti hanno a disposizione circa 290 posti. Anche Nuoro, che ospita peraltro alcuni esponenti legati al terrorismo islamico, è quindi ormai prossimo alla saturazione come Lanusei (28 presenza per 33 posti) e Alghero (156 su 156). Va meglio a Tempio con 153 presenze per 168 posti".
"Sono oltre il limite regolamentare, benché in misura minore, anche Cagliari-Uta (565 presenze per 561 posti, con una sezione di circa 30 detenuti in regime AS) e Sassari-Bancali (460 su 454 con una novantina al 41bis). Frattanto - aggiunge Caligaris - sono ripresi i lavori, la cui conclusione è prevista per il 26 agosto prossimo, nel Padiglione destinato al regime di massima sicurezza a Cagliari-Uta. È quindi previsto, entro l'anno, l'arrivo di una novantina di personaggi di spicco della criminalità organizzata. Ciò comporterà il trasferimento degli attuali nelle strutture di Tempio, Massama e Nuoro".
"Dobbiamo segnalare ancora una volta, purtroppo, che le Colonie Penali con 692 posti sono occupate solo per poco più della metà - denuncia - Ci sono infatti complessivamente 364 detenuti prevalentemente stranieri. Nella Casa di Reclusione di Arbus su 100 ristretti 82 sono stranieri; a Mamone sono 139 su 175 mentre a Isili sono 44 su 89. Insomma il più volte annunciato rilancio delle Colonie ancora non si è verificato.
Sono infatti un ricordo gli anni in cui le produzioni agricole e lattiero-casearie erano un vero fiore all'occhiello dell'amministrazione penitenziaria". "Con il nuovo anno non è cambiato neppure il numero dei Direttori - conclude - La Sardegna si distingue per la gravissima carenza (4 su 10 istituti) a cui si aggiunge quella degli Agenti, degli amministrativi e dei funzionari giuridico-pedagogici".
di Roberto Ciccarelli
Il Manifesto, 21 gennaio 2020
Il lavoro di cura non pagato è il motore del capitalismo. Alla vigilia di Davos, Oxfam pubblica il rapporto "Time to care". Le vite dei super-ricchi oggi dipendono dallo sfruttamento delle donne ridotte all'invisibilità. La ricchezza di 2.153 miliardari è oggi pari a quella del 60% di tutta la popolazione.
Quando guarderemo indietro al 2020 ricorderemo il mondo organizzato come una piramide. Alla base c'erano 3,8 miliardi di persone poverissime, il cui reddito non superava l'1% della ricchezza planetaria. Il vertice era stato occupato da un commando di 2.153 super-miliardari che detenevano la stessa ricchezza detenuta da 4,6 miliardi di persone, circa il 60% della popolazione mondiale. Era il tempo in cui il 46% di persone viveva con meno di 5,50 dollari al giorno, mentre chi continuava a lavorare nei paesi del capitalismo occidentale diventava sempre più povero. C'è un'immagine della miniera inferno scattata da Sebastião Salgado a Serra Pelada in Amazzonia che può dare un'idea più precisa. Migliaia di minatori lottano contro il fango per risalire il cratere della miseria in cui sono sprofondate. Una moltitudine di miserabili che cercano di risalire dal fango arrampicando scale di fortuna, mentre la vetta si allontana sempre di più. Ricordiamo questa immagine: è il capitalismo del XXI secolo.
È questo il mondo rappresentato in "Time to care - Aver cura di noi", il nuovo rapporto sulle diseguaglianze sociali ed economiche pubblicato ieri da Oxfam alla vigilia del Forum economico mondiale di Davos. È il mondo che sfrutta i molti e mette ricchezze eccessive nelle tasche di pochi ricchi. È il mondo dove il potere economico è detenuto dagli uomini, la cui ricchezza cresce indipendentemente dal fatto che il valore che aggiungono alla società corrisponde alla ricchezza che accumulano.
Questo capitalismo è "sessista e sfruttatore" si legge nel rapporto. Il dominio di classe e quello patriarcale sono fondati sullo sfruttamento del lavoro di cura non retribuito delle donne alle quali il rapporto Oxfam dedica un significativo approfondimento. Questo lavoro consiste nel prendersi cura dei bambini, dei malati e degli anziani, svolgere la maggior parte del lavoro domestico, lavorare precariamente ed essere tra l'altro soggette alla violenza sociale e a quella in famiglia. Le donne lavorano ogni giorno 12,5 miliardi e mezzo di ore senza retribuzione o riconoscimento, e dedicano innumerevoli ore in più a un lavoro di assistenza professionale sottopagato. Oxfam ha provato anche a ipotizzare un valore possibile di queste ore: almeno 10,8 trilioni di dollari all'anno, tre volte le dimensioni dell'industria tecnologica mondiale. Sono approssimazioni, utili per dare l'idea dell'eccesso e della sproporzione del potere attuale. La situazione può essere descritta in termini marxiani, oggi diffusi anche nelle analisi del lavoro di cura: il lavoro di cura è essenziale alla creazione del valore, ma la forza lavoro che lo produce è invisibile. Inoltre le vite e gli stili di vita dei super-ricchi dipendono dalla sua attività. "Questo lavoro non permette di liberare tempo, energie e risorse per poter accedere ad un lavoro retribuito, incide sul tasso di frequenza scolastica delle donne e delle giovani ragazze", sostiene Misha Maslennikov, policy advisor di Oxfam. Il rapporto si concentra sul continente africano, soprattutto l'Africa subsahariana, ma è chiaro che si sta parlando di un rapporto di potere costitutivo del capitalismo oggi.
Il rapporto formula una critica del "predominio dell'economia neoliberale" fondata sulla deregolamentazione e sulla riduzione della spesa pubblica, mentre assiste complice e impotente alla creazione di monopoli sempre più grandi nei settori del cibo, della farmaceutica, dei media, finanza e tecnologia. La scelta di campo è netta: "Questi monopoli, e i ricchi azionisti che li sostengono, sono responsabili dell'accelerazione della disuguaglianza economica - si legge - Permettono a queste società, e agli azionisti, di estrarre profitti dal mercato e di condividerli tra loro. Questo alimenta direttamente l'accumulo di ricchezza per pochi, a spese dei cittadini comuni, rendendo ancora più difficile la riduzione della povertà". Circa un terzo della ricchezza miliardaria proviene dall'eredità. Alcuni individui come il presidente Usa Trump ereditano miliardi di dollari.
La ricchezza ereditaria ha creato una nuova aristocrazia che rafforza un potere tramandato da generazioni. I super-ricchi usano il patrimonio anche per pagare meno tasse, impiegando eserciti di consulenti specializzati nell'elusione e nell'evasione fiscale.
"Un miliardario è un fallimento politico". Costruire una società più giusta, libera dalla povertà estrema, richiede la fine della ricchezza estrema, precisa Oxfam. Dal punto di vista di una critica dell'economia politica, il fallimento per una società coincide con il successo del Capitale. Restiamo nell'esigente attesa del tempo in cui "la parte di redentrice delle generazioni future", di cui parlava Walter Benjamin nelle sue tesi sulla filosofia della storia, sarà di nuovo interpretata dagli sfruttati e dagli oppressi. E sarà più facile immaginare la fine del capitalismo, e non quella del pianeta.
di Stefano Lorenzetto
L'Arena, 21 gennaio 2020
Giuseppe Ongaro sta per aprire nella casa circondariale di Verona persino una cantina. Segregato nel castello d'If, sullo scoglio di fronte a Marsiglia, l'abate Faria riuscì a fabbricarsi scalpello, coltello e leva per scavare i 50 piedi di galleria che, anziché verso la libertà, lo condussero per sbaglio nella cella 34 dov'era rinchiuso Edmond Dantès, e così nacque Il Conte di Montecristo.
Ma quello che Giuseppe Ongaro è riuscito a fare dentro il carcere di Verona avrebbe superato di gran lunga la fervida immaginazione di Alexandre Dumas: rastrelliere per biciclette, scale metalliche, parapetti, inferriate, cancelli, gazebo, box per cavalli, parti meccaniche, schede elettriche, filtri per i forni delle autocarrozzerie, magliette serigrafate, gadget pubblicitari, articoli promozionali per aziende ed eventi, mattonelle a mosaico con tesserine in pietra o in vetro, bat box (le casette-rifugio per i pipistrelli che danno la caccia alle zanzare). E ora si accinge addirittura a imbottigliare ed etichettare vino.
Ongaro, 63 anni, nato nel rione di San Zeno, sposato due volte, due figli dal primo matrimonio, non è un detenuto, bensì un ex tagliatore di teste che ha passato buona parte della sua vita a licenziare e che dal 2005 ha deciso di assumere. Non dipendenti qualsiasi, però: solo carcerati. Lo fa con Lavoro & futuro srl, sede al numero 30 di lungadige Galtarossa, fondata insieme a Edgardo Somma, da cui sono nate Labor in jail srl e Segni onlus, cooperativa per il lavoro esterno, realtà nelle quali ai primi soci dipendenti oggi sono subentrati i figli, perché il futuro delle famiglie è ciò che più sta a cuore a Ongaro.
Per capire la professione che svolgeva nella sua vita precedente, tocca per forza riferirsi alla figura di Ryan Bingham, il professionista interpretato da George Clooney nel film "Tra le nuvole", che vola da un capo all'altro degli Stati Uniti per mandare a casa il personale di aziende travolte dalla crisi. Anche Ongaro per 15 anni ha disboscato piante organiche e per farlo usava il machete. "Il ricordo peggiore riguarda un'industria elettronica del Friuli: 480 licenziati in un colpo solo. Perciò non mi descriva come un santo, non lo sono mai stato". In realtà, a riprova di come spesso gli uomini siano migliori di quanto appaiono a prima vista, subito dopo collaborò con i sindacati per 18 mesi al fine di ricollocare negli altri stabilimenti della regione il personale in esubero.
Non era nato come tagliatore di teste, Ongaro. Fin dall'adolescenza ha dovuto provare sulla propria pelle quanto sia difficile procurarsi un lavoro. Suo padre Luciano, grande invalido di guerra reduce dai lager nazisti, morì a soli 56 anni. "A 12 io già ero nei campi a tirar giù mele, pere e uva", racconta. "A 16 scaricavo all'alba i sacchi di farina nei panifici e poi correvo al liceo scientifico". Dopo essersi diplomato all'Isef e laureato in Statistica all'Università di Padova, è stato responsabile vendite della Digitronica. "Chiuso con l'informatica, sono diventato consulente".
Come mai ha deciso di assumere proprio i carcerati?
Una volta rinchiusi, a loro nessuno pensa più, la galera diventa una pattumiera. Dal punto di vista egoistico la scommessa era molto interessante.
È stato difficile entrare?
Quattordici mesi di scartoffie. Siamo controllati da tre ministeri e quattro sindacati.
Quanti dipendenti ha nella casa circondariale di Montorio?
In 15 anni ne abbiamo assunti 984. Due mesi fa erano 114. Ora sono scesi a 94 a seguito delle nuove norme. Prima potevamo far lavorare anche i detenuti in attesa di giudizio, oggi solo i condannati in via definitiva. Inoltre uscire di prigione è diventato più facile.
Avevo questo sospetto, considerata l'escalation di furti.
Prima le celle di Montorio erano sovraffollate. Oggi no: 540 reclusi contro i 950 di 10 anni fa. Nel Veneto quelli che stanno dentro sono circa 2.400, mentre 3.600 scontano pene alternative all'esterno, in affidamento o ai domiciliari.
In che cosa vi siete specializzati?
Siamo i secondi produttori al mondo di interruttori elettrici e i secondi in Europa di profumatori per la casa, deodoranti per auto, antitarme. Sono nostre le rastrelliere portabiciclette che vede in molti centri storici, da Verona a Catania, nate da un'idea di Tommaso Lentini, progettista di Colognola ai Colli che le ha brevettate. Il municipio di Bologna ce ne ha appena ordinate 300. Ho trasformato la galera in un'azienda. Il nostro gioiello è l'officina meccanica, che occupa 4.000 metri quadrati e ha comportato una spesa di 1,6 milioni di euro, interamente a nostro carico. La dirige Alberto Boggian, figlio di un carpentiere che ne possedeva una, storica, in Basso Acquar. È persino autorizzato a restaurare opere d'arte ferrose. Considerate tutte le tipologie di prodotti, ogni anno escono dal carcere 54 milioni di pezzi. Abbiamo costruito attorno al colonnato una cella frigorifera che ci consente di confezionare, per conto di un'azienda francese con sede a Vallese, cipolle, scalogno, patate e aglio destinati ai supermercati. A breve avvieremo la produzione biologica e la riparazione delle idropulitrici. Ma il progetto di cui andiamo più orgogliosi è Vinoincella.
Ricorda il Valpolicella.
È partito nel 2018 in collaborazione con l'azienda agricola La Pedrotta di Montorio. Mariagrazia Bregoli, la direttrice della casa circondariale, con molto coraggio ha autorizzato 12 detenuti a lavorare all'esterno, fidando nel fatto che la sera sarebbero rientrati in cella. Quest'anno sono andati a vendemmiare un terreno di 24 ettari. Dal 2021 avremo una cantina dentro il carcere e potremo imbottigliare il vino ed etichettarlo.
Come ha fatto a trasformare i reclusi in agricoltori?
Grazie alla sensibilità della Coldiretti, della Cantina sociale della Valpantena e a un vigneto didattico di 4.000 metri quadrati, creato all'interno della prigione in collaborazione con la sezione biotecnologie di San Floriano dell'Università di Verona. Stiamo trattando con la Compagnia delle opere, legata a Comunione e liberazione, per far sì che gli hotel regalino una bottiglia di Vinoincella a tutti i loro clienti.
I prodotti che escono dal carcere non scontano un pregiudizio di fondo, ideologico o igienico?
Ideologico non so. Igienico no, perché siamo in regola con le normative Iso e Haccp. Sono le stesse aziende a farci le certificazioni in quanto terzisti.
Come la chiamano i detenuti?
Giuseppe. Beppì i meridionali. Boss i cinesi. Capo gli africani e i rumeni.
È amico di alcuni di loro?
No, perché sarebbe un modo per far torto a qualcuno e gratificare qualcun altro.
Impiega anche ergastolani?
Tre o quattro, condannati per omicidio.
Ma si fida a lasciargli in mano utensili pericolosi?
Teniamo gli elenchi degli attrezzi. Alla sera li restituiscono e finiscono sotto chiave. Parliamoci chiaro: il personale del carcere dovrebbe vederci più come una spina nel fianco che come una risorsa, soprattutto per la sicurezza. E invece mi stupisce il fantastico rapporto umano creatosi fra guardie e reclusi. Merito della direttrice Bregoli, della comandante della polizia penitenziaria, Lara Boco, della sua vice, Gabriella Caputo, e di tutti gli agenti.
Non temete una rivolta?
No. Gli psichiatri hanno notato che chi lavora, soprattutto all'aperto, cambia in meglio.
Come vengono scelti i reclusi da assumere?
Decide una commissione formata dalla direttrice, dagli educatori, dalla polizia penitenziaria e da me.
Quanto guadagnano?
Dai 300 agli 800 euro netti al mese per 6 ore di lavoro. Però in base alla legge Smuraglia hanno diritto ai contributi previdenziali pieni, per cui ci sono lavoratori con molti figli a carico che magari percepiscono solo 400 euro ma altri 1.200 di assegni familiari.
Dove glieli versa?
Bonifichiamo l'importo complessivo delle retribuzioni alla direzione del carcere, che provvede a suddividerli sui libretti personali di ognuno.
E possono spenderli?
Certo, per l'acquisto di prodotti personali allo spaccio. Molti li fanno spedire a casa, e questo è un aspetto meraviglioso, perché vedo legami coniugali che riprendono, rifioriscono, si rinsaldano. Quando esci, se non trovi una famiglia ad aspettarti, è dura.
La trovano?
Al loro paese, ma non a Montorio. La liberazione è il momento peggiore. Un pomeriggio, all'improvviso, gli agenti di custodia ti dicono: "Te ne vai". Fuori dal carcere non c'è nessuno ad attenderti. D'inverno alle 17 fa già buio. Ti ritrovi da solo al freddo, sotto la pioggia, nella nebbia e non sai dove andare. Con l'associazione Recupero dignità umana, mi sono sentito in dovere di consegnare un kit a questa gente: pochi euro per mangiare, una scheda per telefonare dall'ultima cabina sopravvissuta vicino alla casa circondariale, gli indirizzi degli ostelli dove passare la notte, i biglietti per l'autobus. Ma può capitare di peggio.
Cioè?
In galera funziona, invisibile, la banca della delinquenza. Chi non ha i soldi per comprarsi la schiuma da barba o altri generi di prima necessità deve chiederli in prestito, e così nel corso degli anni accumula debiti mostruosi. All'uscita trova un esattore che gli dice: "Paga". E come può riuscirci un ex galeotto privo di soldi? Gli tocca ricominciare con l'unico mestiere che conosce: il malvivente. Dando lavoro in carcere, io rovino gli affari della malavita. Sa quante volte mi sono trovato l'auto con la carrozzeria rigata o le gomme bucate al momento di rincasare la sera?
I suoi lavoratori hanno diritto alle ferie?
Devo dargli il corrispettivo in busta paga, ovviamente. Se hanno bisogno di un giorno di riposo, non hanno che da dirmelo. Se rifiutano di presentarsi al lavoro, perdono il posto.
Ne ha mai licenziati?
Una ventina in 15 anni, o perché erano svogliati o perché rubacchiavano durante la produzione. Una saponetta o uno shampoo hanno su di loro lo stesso effetto delle caramelle sui bambini.
Quando sente dire: "Bisognerebbe rinchiuderli e buttare via la chiave", come reagisce?
In alcuni casi sono d'accordo. Un po' di semente, una vanga e lasciarli su un'isola deserta. Non sono per la redenzione a tutti i costi.
Quante ore passa dietro le sbarre?
Nove. Devo aver commesso qualcosa di grave.
Anche il sabato e la domenica?
Il sabato se c'è bisogno: nel 2019 è accaduto otto volte. La domenica se è in programma qualche manifestazione.
Ricorda il suo primo contatto con la prigione?
Avevo 16 anni. Nel mio quartiere gli ex galeotti non mancavano. Uno di loro mi disse che un suo compagno di cella era un fenomeno a pitturare con l'aerografo. Così un pomeriggio d'estate mi presentai al cancello del Campone, la tetra caserma fatta costruire nel 1847 dal feldmaresciallo Radetzky e poi adibita a casa di pena. Mostrai al piantone la mia bicicletta e gli chiesi se fosse possibile farla dipingere di azzurro metallizzato dal recluso. Anziché mandarmi al diavolo, andò a chiamare l'ispettore, che fu comprensivo: "Lasciala qui". Tornai a riprendermela dopo 20 giorni. Stupenda, di un colore mai visto prima. Pagai 1.500 lire.
Se un giorno dovesse finire in galera con un ordine di arresto, per lei cambierebbe poco.
(Risata). Un grande vantaggio per i miei soci: sarei già pronto per il lavoro alle 7 di mattina.
Perché non va in pensione?
Non ho l'età, come Gigliola Cinquetti. Per fortuna. I nostri genitori li hanno tirati su bene, quelli della mia generazione. Non smetteremo mai. Sarebbe un dramma.
Chi è il suo dipendente migliore?
Laurentin, un rumeno. Un asso nelle saldature.
Perché è dentro?
Non lo so, non gliel'ho mai chiesto. A me i delitti non interessano. Bado solo alle persone.
Quando uscirà?
Fra due o tre anni. Sto cercando di trovargli un posto all'esterno. Come lei avrà capito, il mio unico scopo, in carcere, è di restare presto senza lavoro.
Gazzetta del Mezzogiorno, 21 gennaio 2020
Quattro appuntamenti all'interno della Casa Circondariale del capoluogo pugliese. L'Università si "sposta" all'interno del carcere di Bari. Prende il via oggi il primo ciclo di seminari penitenziari, destinati a studenti del dipartimento For.Psi.Com e ai detenuti. Una sperimentazione che vede studenti e detenuti insieme, per confrontarsi, discutere, studiare, consultare testi.
L'iniziativa, che si inquadra in un programma di ampia collaborazione tra Università di Bari e Istituzioni Penitenziarie, ed a cui sono sollecitati a partecipare anche altri docenti ed altre strutture penitenziarie oltre quella della città di Bari, vede inizialmente la partecipazione di circa 70 studenti, che avranno la concreta possibilità di conoscere da dentro una realtà complessa come quella di un istituto penitenziario: un modo per sfrondare le proprie idee da pregiudizi e luoghi comuni, stando fianco a fianco con persone che hanno avuto un'esperienza di vita completamente diversa.
I docenti dovranno mantenere un sottile equilibrio tra un corso che sia soddisfacente dal punto di vista universitario, ma anche di stimolo per chi vive dentro al carcere.
L'obiettivo finale, oltre l'iter usuale della lezione universitaria con tutti i crismi, è portare qualcosa di prezioso dentro alle mura del carcere, riflettendo, insieme, studenti, docenti e detenuti, su aspetti e questioni aperte ed importanti:
Lo studio, la cultura, la ricerca danno un senso della pena? Lo studio in carcere deve essere uno spazio, per quanto limitato, di libertà e offre strumenti che cambiano la percezione che la persona ha di sé e del mondo. Si tratta, e non solo per i detenuti, di riflettere e riscattarsi da un passato per diventare persone migliori e sapere che ciò è possibile. Un progetto per prendere coscienza di come sia facile far prevalere la parte più buia di sé, ma allo stesso tempo prendere coscienza sulle questioni della legalità, educando alla cittadinanza, alla responsabilità, alla legalità, alla tolleranza. La speranza è che così si riesca a raccontare e ascoltare con mitezza, anche per dire "il mai detto" e ascoltare "il mai sentito".
Il primo ciclo di seminari è stato reso possibile grazie alla collaborazione tra la Direzione del Dipartimento di Scienze della Formazione, Psicologia, Prof. Giuseppe Elia, il Provveditorato della Amministrazione Penitenziaria Regioni Puglia e Basilicata, dott. Giuseppe Martone e la Direzione della Casa Circondariale di Bari, dott.ssa Valeria Pirè.
Il programma è così articolato:
20 Gennaio 2020. Prof. Luigi Cazzato, dott.ssa Marilù Mastrogiovanni "Cultura, giornalismo e discriminazione: noi e gli altri".
21 Gennaio 2020. Prof.ssa Rosita Maglie "Letture, visioni e testimonianze dentro e fuori il Carcere"
27 Gennaio 2020. Prof. Armando Saponaro. " Elementi di Vittimologia e Giustizia Riparativa"
4 Febbraio 2020. Prof. Ignazio Grattagliano " La Vendetta, aspetti criminologici e psicologici-psichiatrico forensi".
di Eleonora Biral
Corriere Veneto, 21 gennaio 2020
Sono le undici del mattino. Il viavai nel piazzale antistante il tribunale dei minori di Venezia è continuo. Avvocati che entrano ed escono dal palazzo per le udienze insieme ai loro clienti, residenti che passeggiano sotto la scalinata. Entra una donna. Chiede di acquisire dei fascicoli in segreteria e di poter incontrare il magistrato che ha seguito il caso dell'affidamento di sua figlia a una comunità.
Deve aspettare, ci vuole tempo, ma lei di pazienza non ne ha. Esce dal tribunale e torna quasi un'ora dopo. In una mano ha un cartello, lo pianta sull'aiuola all'ingresso. Nell'altra ha una tanica di benzina, se la getta addosso: "Mi do fuoco", dice. Chi è lì vicino grida aiuto, le guardie giurate cercano di fermarla ma lei aziona l'accendino e tempo pochi attimi si trasforma in una torcia umana. Si inginocchia, poi crolla a terra.
Gli addetti alla sicurezza non perdono tempo. Prendono gli estintori e spengono il fuoco. La donna, 49enne di origini marocchine, è priva di sensi, viene caricata in ambulanza e portata all'ospedale dell'Angelo, dal quale poi viene trasferita al Centro Grandi Ustionati di Padova, dove si trova tutt'ora ricoverata. Le sue condizioni sono gravissime.
Nell'attesa di sapere se si risveglierà, la polizia ha avviato un'indagine sulla vicenda, che risale a ieri mattina. Gli agenti della scientifica hanno sequestrato il cartello che la donna ha lasciato all'ingresso del palazzo di giustizia che ritraeva la figlia, di otto anni, e il papà della piccola. Sotto, una scritta: una sorta di pubblica denuncia nei confronti dell'uomo. "A. è il padre di mia figlia - si leggeva nel cartello.
È un tipo di padre che ha violentato l'infanzia della sua bambina e ha fatto il più possibile per allontanare la piccola in una comunità". Per comprendere l'origine di questo gesto estremo è necessario fare un salto indietro. I due si conoscono quando la donna comincia a lavorare come colf a casa di A. Nasce una relazione che non viene ufficializzata perché lui è sposato. Poi, la donna rimane incinta. L'uomo prende una casa per lei e per la piccola, a Mestre, e per anni consegna alla donna un assegno mensile. Conduce una doppia vita all'insaputa della sua famiglia. Gli equilibri cominciano a vacillare quando la 49enne chiede di più.
Non solo soldi, ma che lui riconosca la figlia. Lo perseguita, lo minaccia, tanto che lui la denuncia. "La situazione è seguita da tempo da questo tribunale e dai servizi sociali con vari interventi di supporto alla genitorialità e da ultimo per una verifica delle capacità dei genitori di dare alla figlia le cure di cui ha bisogno per la sua crescita e per tutelare quest'ultima da una madre con disturbo di personalità, seguita da uno psichiatra e di cui la bambina ha paura", ha spiegato la presidente del tribunale dei minori di Venezia, Maria Teresa Rossi.
Vista la situazione, il giudice affida la bambina a una comunità. Il padre nel frattempo la riconosce, ma preferisce non tenerla con lui perché teme altre persecuzioni. La madre lotta per riaverla con sé ma secondo il giudice non ci sono le condizioni. Di recente, parte la procedura di adottabilità della piccola. La madre non ci sta e ieri, come aveva già fatto altre volte prima, raggiunge il tribunale. "È venuta in cancelleria chiedendo di parlare con il giudice, ha chiesto copia degli atti e, senza attendere che le venisse consegnato quanto richiesto, è uscita dal palazzo e 50 minuti dopo è tornata e si è data fuoco", ha raccontato Rossi. I primi a intervenire sono stati i vigilanti, ma non sono riusciti a fermarla.
Il Centro, 21 gennaio 2020
Il Pd in visita al San Donato, annunciate interrogazioni a Roma e alla Regione Blasioli e Giampietro: il malessere è causa di aggressioni, risse e autolesionismo. Il Partito democratico porta il caso San Donato in Parlamento e in Regione. Ieri mattina il consigliere regionale Antonio Blasioli è stato nel carcere di Pescara insieme al consigliere comunale Piero Giampietro: "Daremo seguito alla visita", assicura Blasioli, "incontreremo i sindacati degli agenti penitenziari e articoleremo tutte le funzioni ispettive sia in Regione sia in parlamento".
La visita è stata decisa dopo gli ultimi episodi, "che dimostrano il malessere", sottolineano i due esponenti del Pd, "che si vive nella struttura, e che accomuna detenuti e agenti penitenziari".
L'istituto di pena dovrebbe accogliere duecento detenuti ma ce ne sono almeno il doppio. La pianta organica prevede 170 agenti, ma tra quelli in malattia o in distacco sono in realtà un centinaio. Inoltre negli ultimi anni sono andati in pensione circa cinquanta agenti, quasi trenta dei quali nel biennio appena trascorso.
Secondo gli esponenti del Pd, sovraffollamento e carenze di personale a parte, ci sono anche casi che potrebbero essere affrontati e risolti nell'immediato. "Uno su tutti riguarda l'ospedale di Pescara che, all'ottavo piano, ha un reparto dedicato ai detenuti", spiegano, "capita però che questo non venga utilizzato per carenza di infermieri, e così si verificano due distorsioni: ogni detenuto deve avere una scorta di due agenti, che sui 4 turni quotidiani richiede la presenza di 8 agenti.
Se i detenuti fossero tutti ricoverati nel reparto riservato, basterebbero 8 persone per tutti. Ciò non avviene, e così dal 14 gennaio per i due detenuti ricoverati in reparti diversi ci sono 16 agenti al giorno impegnati. Se il reparto per detenuti è stato messo su, è indispensabile che funzioni: è una condizione che porremo all'assessore regionale alla Sanità Nicoletta Verì.
A oggi, i detenuti sono nelle stesse stanze degli altri malati, e così capita che questi e i loro familiari siano costretti a imbattersi con agenti armati nei reparti". Su quest'ultima questione, il Partito democratico è invece intenzionato a presentare un'interpellanza parlamentare. Altro problema che causato dall'esiguità del personale è "che solo in pochi possono partecipare alle attività formative come scuola di formazione lavorativa, e la noia è spesso causa di scontri, sia tra detenuti e agenti sia tra detenuti stessi".
C'è poi la questione dei pazienti psichiatrici: "A fronte dei sette posti assegnati per detenuti psichiatrici", ricordano Blasioli e Giampietro, che insistono inoltre sulla mancanza di una camera di isolamento: "Spesso si utilizza la parte riservata ai collaboratori di giustizia, ma se questa è occupata non se ne può fare utilizzo".
"Insomma gli episodi di autolesionismo, i materassi bruciati e i detenuti scappati sul tetto sono degli allarmi che non possono restare inascoltati", continuano i due esponenti del Pd, "e la sensazione è che spesso i problemi del carcere siano oggetto di poca attenzione da tutte le istituzioni.
Per quel che riguarda il sovraffollamento, le sezioni diventano polveriere, in quanto oltre ai pochi spazi a disposizione dei detenuti, diventa difficile per l'operatore far fronte alla richieste quotidiane e pressanti degli stessi: da qui il malcontento", concludono Blasioli e Giampietro, "che può sfociare in aggressioni, risse, tumulti, autolesionismo e proteste in generale".
di Alessandra Coppola
Corriere della Sera, 21 gennaio 2020
Viaggio nella cooperativa che da dieci anni lavora per l'integrazione. Il coordinatore Glauco Iermano è l'unico italiano ad aver vinto il premio "Child 10". E gli ex utenti rimangono per fare i mediatori.
Dal Gambia al caos di piazza Garibaldi, il flusso delle auto aggrovigliato, la tettoia della nuova metropolitana, arrivi, partenze, un intreccio indecifrabile di nazionalità, lingue, commerci; cinque euro in tasca che in una rara cabina telefonica bastano appena a dire "pronto".
"Ma sono stato fortunato", racconta adesso Sulayman. Perché tra i vicoli possibili a Napoli ha imboccato quello che porta al Centro Nanà, Cooperativa sociale Dedalus, "sono come un loro figlio". Venuto su bene, elegante, sorridente, ex minore non accompagnato che oggi, 21 anni da compiere a giorni, lavora a sua volta con i ragazzini migranti: "Tutto l'affetto che volevo l'ho trovato qui"
Da utente a operatore. È una delle specialità del centro, che è valsa al coordinatore Glauco Iermano il prestigioso premio internazionale "Child 10" (unico italiano) "per aver sostenuto negli ultimi dieci anni più di 4000 minori non accompagnati. Sotto la sua guida i ragazzi sono condotti verso un cammino di legalità, inclusione e opportunità, e in questo modo protetti dal rischio di sfruttamento. Concentrandosi sull'integrazione dei giovani migranti Glauco costruisce una società dove gli "stranieri" sono considerati una risorsa e non una minaccia". Dilal, dal Bangladesh a Napoli, lo spiega con parole sue e in italiano perfetto: "Diamo il cento per cento, se troviamo qualcuno con un grande cuore".
Però non basta recuperare dalla strada o dalla piazza della stazione un adolescente perso, spiega Iermano a Buone Notizie. La sfida è dotarlo di tutti gli strumenti. E il più velocemente possibile, perché le tutele che ha da minore si perdono in un giorno, al compimento dei 18 anni. Quindi trovare il modo (bandi del Comune, finanziamenti europei e ogni altra possibile fonte) di farsi carico anche dei neo-maggiorenni, abbandonati dalla burocrazia in un momento particolarmente fragile e rischioso.
Il Centro Nanà con le pareti colorate e un allettante calcetto appena all'ingresso, conta su una decina di operatori, assistenti sociali, esperti legali, insegnanti di lingua, volontari. In più gestisce quattro appartamenti, due per minori, altri due per neo-maggiorenni, nell'idea di avviare gli "ospiti" all'autonomia. "I ragazzi di oltre 18 anni che non riusciamo a prendere in carico - continua Iermano - cerchiamo comunque di renderli più forti, dal punto di vista della burocrazia ma anche della consapevolezza. Escono di qui con un codice fiscale, ma anche con una discreta padronanza dell'italiano e con alcune competenze che possono aiutarli a trovare un lavoro".
Laboratori, lezioni, computer. Tutto semplice ma lindo e colorato. Una partita di calcetto improvvisata. Un ragazzino del quartiere che s'affaccia e magari decide di partecipare. Al "Buvero", il vecchio Borgo Sant'Antonio Abate tra la Ferrovia e la lunga arteria di via Foria, è una presenza importante. Così come è significativo che la sede principale della Cooperativa Dedalus sia poco più in là, all'ex Lanificio di Porta Capuana: "ventre" napoletano di antica sofferenza dove nei decenni si è innestata un'immigrazione spesso irregolare che irradia dalla piazza della Stazione (Garibaldi) verso il Centro Storico o poi su in direzione della Sanità. In quest'area, in particolare al Vasto, si sono registrati scontri tra abitanti e nuovi arrivati, commistioni tra criminalità locale e africana, disagi che rischiano di accendere tensioni. La Cooperativa lavora anche su questo, aprendosi alle seconde generazioni, ai giovani migranti ma anche ai bambini del quartiere, dialogando e favorendo (con successo) la convivenza.
L'esperienza è di lunga data e molto radicata, Dedalus è dagli anni Ottanta punto di riferimento per l'indagine sul fenomeno migratorio, ben oltre Napoli. "Dagli anni Novanta - spiega la presidente Elena de Filippo - alla ricerca scientifica affianchiamo la "ricerca-azione". All'inizio per promuovere e sollecitare politiche pubbliche sull'immigrazione". Poi sono scesi sul campo, occupandosi concretamente di vittime di tratta, minori non accompagnati, violenza familiare, e così via.
La linea di coinvolgere come mediatori gli ex utenti è una costante. Dietro una scrivania del Centro Nanà può testimoniarlo Edlir, sbarcato in Italia dall'Albania nel 1991. "Avevo 16 anni e facevo il primo anno di liceo". Salì a bordo della nave come in una gita improvvisata: "Lasciai lo zaino a una compagna di classe" e partii. Si ritrovò in Salento senza mezzi né famiglia. "So che cosa significa dormire fuori, essere senza una rete di sostegno, sentire la solitudine e piangere. Se trovi le persone giuste, tutto diventa più facile". "Mi piace - dice Amadou, 22 anni - aiutare chi ha bisogno: a me i ragazzi raccontano storie che ad altri non raccontano, perché io posso capire". Perché ci è passato in prima persona. Partito pure lui adolescente dal Gambia, pescato nel Mediterraneo dalla Marina italiana attaccato a una bottiglia di plastica come boa, mentre attorno a lui la gente affogava bevendo acqua e benzina. Di Napoli conosceva solo la squadra di calcio, dice. E adesso eccolo qui, sul divano di pelle e lo sfondo verde, maturo e diplomato. L'orgoglio di Margherita, 34 anni, che insegna italiano per stranieri e che qualcuno addirittura riesce a portarlo con le scuole serali fino alla "maturità": "Due ragazzi si sono anche iscritti all'università!". Sorride: "È il lavoro più bello che esista, è come avere il mondo in classe".
Per Hawa, 54 anni, arrivata ragazzina dalla Somalia, è come avere "diecimila figli maschi", scherza, oltre alla figlia che ha mandato a studiare in Olanda. Babysitter, badante, "lavoravo giorno e notte", finché non ha risposto a un bando per un corso di mediatore culturale, e ha cambiato vita. "Voglio aiutare il prossimo ad avere quello che non ho avuto io, accogliere chi è venuto dopo di noi. Per i ragazzi sono come una mamma. È bello, ma ti fa male quando qualcuno non riesce a seguire il progetto, scappa, o siamo costretti a farlo uscire. In tanti casi, in compenso, è una grande soddisfazione".
toscanaeventinews.it, 21 gennaio 2020
Il Comune di Livorno e Lav - Lega Anti Vivisezione martedì 21 gennaio 2020 alle ore 11.00 presso Sala Postconsiliare "Vitiello" - Palazzo Comunale, firmeranno il Protocollo d'Intesa per la revisione delle attività di riabilitazione presso la Casa Circondariale dell'Isola di Gorgona, in chiave di sostenibilità economica ed ambientale e di valorizzazione del rapporto dei detenuti con gli animali presenti sull'isola, che verranno salvati dalla macellazione. Il Protocollo d'Intesa, risultato di una proficua collaborazione tra Ministero della Giustizia, Amministrazione locale, Università e Associazioni, verrà sottoscritto dal Comune di Livorno, dalla Direzione della Casa Circondariale di Livorno, dalla Lav e dal Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano, con gli auspici dell'Università degli Studi di Milano Bicocca - Dipartimento di Giurisprudenza.
La firma del Protocollo inaugura un iter di rilancio e di aggiornamento dei percorsi di riabilitazione dei detenuti, basato sull'attivazione di buone prassi di economia circolare, di sostenibilità e di valorizzazione ambientale e sul recupero e lo sviluppo delle passate virtuose esperienze nella relazione tra detenuti e animali, che non potrà più concludersi con la macellazione. Alla firma del Protocollo d'Intesa prenderanno parte: Luca Salvetti, sindaco del Comune di Livorno; Carlo Mazzerbo, direttore della Casa Circondariale di Livorno e Gorgona; Giovanni De Peppo, garante delle Persone Private delle Libertà Personali del Comune di Livorno; Gianluca Felicetti, presidente Lav.
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