Il Riformista, 11 dicembre 2019
La Banca dati nazionale per le Disposizioni Anticipate di Trattamento (Dat) adesso c'è e ora è finalmente operativa la legge sul Biotestamento. Il ministro della Salute Roberto Speranza ne ha firmato l'atteso decreto attuativo ed "ora la legge è operativa". Una notizia accolta con favore dall'Associazione Luca Coscioni, che proprio per questo decreto aveva prima diffidato il ministero e poi fatto ricorso al Tar Lazio.
"Ho appena firmato il decreto sulla Banca dati nazionale per le Dat. Con questo atto la legge sul Biotestamento approvata dal Parlamento - ha affermato Speranza - è pienamente operativa e ciascuno di noi ha una libertà di scelta in più". La legge del 2017 sul Biotestamento regolamenta infatti le scelte sul fine vita, stabilendo che in previsione di un'eventuale futura incapacità di autodeterminarsi ci sia la possibilità per ogni persona di esprimere le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto su accertamenti diagnostici, scelte terapeutiche e singoli trattamenti sanitari, inclusi l'alimentazione e l'idratazione artificiali.
Fondamentale è però l'istituzione della Banca dati destinata alla registrazione delle DAT, prevista per legge: il decreto firmato oggi da Speranza definisce appunto i contenuti informativi della Banca dati, i soggetti che concorrono alla sua alimentazione, le modalità di registrazione e di messa a disposizione delle DAT, le garanzie e le misure di sicurezza da adottare nel trattamento dei dati personali, le modalità e i livelli diversificati di accesso. Il provvedimento ha concluso il previsto iter amministrativo che ha visto, tra l'altro, l'acquisizione del parere del Garante per la protezione dei dati personale, l'intesa in Conferenza Stato-Regioni e il previsto parere del Consiglio di Stato.
La Banca dati verrà alimentata con le DAT raccolte dagli ufficiali di stato civile dei comuni di residenza dei disponenti, dai notai e dalle Regioni che abbiano, con proprio atto, regolamentato la raccolta di copia delle DAT. Anche i cittadini italiani residenti all'estero potranno far pervenire la propria DAT alla banca dati nazionale attraverso le rappresentanze diplomatiche o consolari italiane all'estero. Alla Banca dati potranno accedere i medici che hanno in cura il paziente in situazione di incapacità di autodeterminarsi, il fiduciario (indicato dal medesimo disponente) ed il disponente stesso, tramite identificazione con il Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID) che garantisce la sicurezza dell'accesso.
Le DAT precedentemente depositate presso Comuni, notai e rappresentanze diplomatiche o consolari italiane all'estero saranno acquisite nella banca dati nazionale entro sei mesi dall'attivazione della stessa. L'intero sistema, dunque, dovrebbe diventare operativo a breve, fatti salvi i tempi tecnici necessari. Proprio per la realizzazione della Banca dati, la Legge di bilancio 2018 aveva stanziato 2 milioni di euro. Le Dat sono rinnovabili, modificabili e revocabili: "Le DAT depositate presso Comuni o notai - spiega il segretario dell'Associazione Coscioni Filomena Gallo - saranno finalmente immediatamente consultabili dai medici in caso di bisogno, in qualsiasi struttura sanitaria del territorio nazionale". Per completare l'applicazione della legge 219/2017 sul Biotestamento, conclude, "occorre però ora una grande campagna informativa a favore dei cittadini".
cuneocronaca.it, 11 dicembre 2019
La direzione artistica di "Destini incrociati" comunica che "a causa della mancata autorizzazione da parte della Magistratura, le donne detenute della Compagnia Oltremura del carcere Pagliarelli di Palermo non potranno essere presenti al teatro Milanollo di Savigliano per portare in scena, venerdì 13 dicembre, lo spettacolo "In stato di grazia", in cartellone nella rassegna nazionale di teatro in carcere".
"Dispiaciuti per questa assenza significativa che avrebbe dato voce diretta al mondo carcerario femminile - proseguono gli organizzatori - abbiamo deciso di dedicare ugualmente la serata alla realtà della reclusione femminile mediante la proiezione del video dello stesso spettacolo, alla presenza della regista Claudia Calcagnile. Nel corso della serata avrà anche luogo la presentazione di altre due realtà teatrali al femminile che coinvolgono detenute nella casa di reclusione Rebibbia a Roma e della Giudecca a Venezia, oltre all'esperienza nella sezione femminile del carcere di Sollicciano a Firenze".
Sarà una serata ricca di interventi e contenuti, una preziosa occasione per conoscere i tanti artisti ed operatori del settore impegnati nelle carceri femminili del nostro Paese, un importante momento di riflessione su un panorama così vasto e ricco che, purtroppo, molte volte passa inosservato, unitamente alla possibilità di poter conoscere più da vicino il Coordinamento Nazionale del Teatro in Carcere. L'ingresso alla serata è gratuito. "Scusandoci per il disagio - conclude la direzione - invitiamo tutti caldamente a partecipare alla serata per sostenere il progetto e fare in modo che il gruppo palermitano possa ricevere tutto il nostro affetto e il desiderio di condivisione".
di Umberto De Giovannangeli
Il Riformista, 11 dicembre 2019
Non dimentichiamo la testimonianza di Piero Terracina. Senza memoria non c'è futuro. E non c'è cosa peggiore dell'oblio. Il tempo scorre inesorabilmente e un giorno verrà che non vi saranno più testimoni diretti della più grande tragedia della storia dell'umanità.
Custode della memoria. Con una capacità straordinaria di saper parlare ai giovani, alle centinaia di scolaresche che nel corso della sua lunga vita ha accompagnato nelle visite in quei campi di sterminio che lui aveva conosciuto direttamente, dove aveva perso parenti e amici. Era uno degli ultimi sopravvissuti al campo di sterminio di Auschwitz, Piero Terracina, morto domenica all'età di 91 anni a Roma, la città in cui era nato, la città che ha sempre amato.
Chi scrive ha avuto l'onore di conoscerlo di persona, e di accompagnarlo in una delle visite ad Auschwitz organizzate per gli studenti dal Comune di Roma. In quel silenzio irreale, carico di dolore e di ferite che il tempo non lenisce, Piero Terracina sapeva trovare le parole giuste, la narrazione più adatta per comunicare a ragazze e ragazzi spesso poco più che adolescenti.
Sapeva toccare le corde dei sentimenti ma anche far crescere interesse, voglia di saperne di più. La conoscenza è il miglior antidoto alla demonizzazione dell'altro da sé, conoscere perché certe tragedie non abbiano a ripetersi. L'antisemitismo non è un male del passato, ma un cancro che può riprodursi e devastare la società, ipotecarne il futuro: c'era questa convinzione alla base dell'impegno del "sor Piero". Lui che nell'autunno del 1938, a causa dell'emanazione delle leggi razziali in Italia, fu espulso dalla scuola pubblica.
"Perché sei ebreo, mi disse la mia insegnante tutto questo è accaduto qui da noi, in Italia - ebbe a ricordare in uno dei tanti incontri con gli studenti Terracina - la Germania su questo non c'entra niente: è stata una persecuzione che il Governo italiano ha voluto attuare verso i suoi cittadini: è stata una cosa ignobile. Dovetti andare in una scuola ebraica dove i miei amici mi protessero, mi accolsero nelle loro case. Senza la loro solidarietà non ce l'avrei fatta: li ho incontrati nuovamente anche una volta uscito dal lager. Devo molto al loro appoggio".
Terracina proseguì gli studi nelle scuole ebraiche fino a che, dopo essere sfuggito al rastrellamento del 16 ottobre 1943, venne arrestato a Roma, il 7 aprile 1944, su segnalazione di un delatore, con tutta la famiglia: i genitori, la sorella Anna, i fratelli Cesare e Leo, lo zio Amedeo, il nonno Leone David. Detenuti per qualche giorno nel carcere di Roma di Regina Coeli, dopo una breve permanenza nel campo di Fossoli, il 17 maggio del '44 furono avviati alla deportazione. Degli otto componenti della sua famiglia Piero Terracina è stato l'unico a fare ritorno in Italia. Al consolatorio "italiani brava gente", non aveva mia creduto.
Ciò che lo preoccupava maggiormente, mi confessò una volta, non era il becero antisemitismo di una minoranza neofascista, imbevuta del vecchio armamentario ideologico del ventennio, ma l'antisemitismo "inconsapevole" quello dell'"ebreo avido", degli stereotipi che diventano quasi senso comune.
Come pure l'antisemitismo che si maschera dietro l'antisionismo, per cui Israele non è criticato per ciò che fa ma per quel che è: il focolaio nazionale ebraico. "Oggi vi racconto l'inferno: non quello che vi ha raccontato Dante, né quello delle religioni. Io all'inferno ci sono stato e sono qui per raccontarvelo. L'inferno che ho vissuto io si chiama Auschwitz-Birkenau".
Ad ascoltarlo, quel giorno nell'Auditorium di Parma strapieno, c'erano tantissimi giovani. Sfoglio oggi gli appunti: a chi gli domanda qual è stato il momento peggiore, lui risponde: "Difficile scegliere. Ho pianto in una sola occasione: quanto i miei fratelli mi raggiunsero la sera dopo il lavoro e mi dissero che mio zio, entrato con noi al campo, era stato selezionato per andare a morire nelle camere a gas. Mi riferirono che aveva detto di non essere tristi per lui, perché le sue sofferenze sarebbero finite presto".
Si ferma qui, il racconto dell'inferno di Terracina. "Non credo di poter andare oltre - ammette - ho cercato di evitare di entrare nei particolari dell'orrore: potrebbe creare raccapriccio e quasi certamente il conseguente rifiuto. Perché gli esecutori dell'immane delitto erano uomini come noi, come tutti".
È riuscito a perdonare? È una domanda che si è sentito rivolgere innumerevoli volte. "No, non posso perdonare - è la sua risposta - ci sono colpe che non possono essere perdonate. Il perdono è sempre individuale: nessuno mi autorizza a perdonare per i milioni di persone che sono state assassinate. Io non posso perdonare per la mia famiglia. Nessuno mi ha lasciato la delega per il perdono, e io non perdono". Una lezione di vita. Il lascito più grande di un grande uomo.
di Giulio Meotti
Il Foglio, 11 dicembre 2019
Erdogan contro il Nobel a Handke e al "terrorista Pamuk". Intanto impedisce ad Ahmet Altan di ritirare il Premio Scholl. Non si placano le polemiche sul Nobel per la Letteratura allo scrittore austriaco Peter Handke. Il portavoce della presidenza turca, Ibrahim Kalin, ha chiesto di togliere il premio all'autore della "Infelicità senza desideri", colpevole di essersi schierato con i serbi durante la guerra balcanica: "Il Nobel a Handke è una vergognosa decisione che deve essere annullata. @nobelpriz: Come può premiare qualcuno che non ha coscienza?".
La Turchia si è messa alla testa di una serie di paesi musulmani che hanno protestato per Handke. L'ambasciatore turco in Svezia, Hakki Emre Yunt, ha detto all'emittente turca Hurriyet che non avrebbe partecipato alla cerimonia, mentre il presidente Recep Tayyip Erdogan ha detto che l'Accademia svedese aveva già dato il Nobel a un "terrorista turco", in riferimento allo scrittore Orhan Pamuk (l'unico altro Nobel turco, il biochimico Aziz Sancar, non è noto per essere un critico del governo). È la stessa Turchia che, nelle stesse ore, impediva a uno dei suoi più famosi scrittori, Ahmet Altan, di volare a Monaco di Baviera per ritirare il premio Geschwister-Scholl, che porta il nome dei capi della Rosa Bianca.
Nel settembre 2016, Altan, fondatore dell'ormai vietato quotidiano Taraf, venne arrestato con l'accusa di aver preso parte al tentativo di colpo di stato contro Erdogan. Il 16 febbraio 2018, lo scrittore era stato condannato all'ergastolo per "diffusione di un messaggio subliminale" durante un programma televisivo il giorno prima del colpo di stato.
"Puoi imprigionarmi ma non puoi tenermi qui. Perché, come tutti gli scrittori, posso attraversare le tue mura con facilità", ha scritto Altan in "I Will Never See the World Again", il libro realizzato dalla sua cella nella prigione di massima sicurezza di Silivri.
Lo scorso 4 novembre, Altan era stato rilasciato a condizione che riferisse regolarmente alla polizia. Pochi giorni fa, un nuovo arresto. Lo scrittore turco e premio Nobel Orhan Pamuk, che nel 2005 era stato processato a Istanbul e attaccato ieri pubblicamente da Erdogan, ha detto alla Süddeutsche Zeitung: "Fino a quando le ingiustizie sistematiche contro Altan continueranno e rimarremo in silenzio, sarà vergognoso per noi e la nostra umanità".
Per il suo libro, Altan ha vinto il premio letterario Geschwister-Scholl assegnato dal 1980 in onore di Sophie e Hans Scholl, i fratelli che si opposero a Hitler e ai nazisti attraverso proteste non violente e che furono giustiziati (fra i passati vincitori del Premio, la scrittrice cinese Liao Yiwu e la giornalista russa Anna Politkovskaja).
Altan non è l'unico scrittore turco a essere finito in galera. Tiene banco da 1.250 giorni la carcerazione del giornalista e poeta Nedim Türfent, reo di aver scritto di violazioni dei diritti umani nel Kurdistan. Un'altra celebre romanziera, Asli Erdogan, era in carcere quando in Germania le hanno assegnato il Premio per la pace che porta il nome di Erich Maria Remarque nella città tedesca di Osnabrück.
In carcere è finito il critico letterario Turhan Günay, settantatrenne direttore del supplemento letterario del quotidiano Cumhuriyet, mentre allo scrittore Sevan Nisanyan è stata inflitta una condanna a tredici mesi per aver ironizzato sul profeta Maometto. E su richiesta di Erdogan, l'Interpol ha arrestato un altro scrittore turco in vacanza in Spagna, Dogan Akhanli, colpevole di aver ambientato il suo romanzo "Kiyamet Gunu Yargiclari" ("I giudici del Giudizio universale") durante il genocidio armeno.
Adesso la Turchia vorrebbe che a Peter Handke fosse tolto il premio Nobel per la Letteratura. Qualcuno dovrebbe spiegare a Erdogan che il confine prima di tutto morale e culturale fra l'Europa e la Turchia, nella loro diversa concezione della libertà di espressione e di pensiero, è ancora sul Bosforo.
di Marco Conti
Il Messaggero, 11 dicembre 2019
L'invito dell'Italia resta quello del cessate il fuoco, non allenta il pressing su Bruxelles - al punto che potrebbe chiedere di discutere di Libia nel consiglio europeo di venerdì - ma l'invio della fregata della Marina Militare Federico Martinengo nell'Egeo è il segnale che anche l'Italia potrebbe cambiare qualcosa nella gestione della crisi libica.
L'operazione militare era in agenda, ma nell'ambito della diplomazia navale una fregata nel porto di Larnaca diventa anche una sorta di altolà rivolto non solo ai turchi ma anche a chi, come al Serraj, pensa di potersi meglio difendere dalle milizie di Haftar cedendo confini. L'avviso del presidente turco Recep Tayyip Erdogan di gettarsi nella mischia del conflitto libico, rappresenta una sorta di sveglia per la diplomazia italiana iniziata a suonare quando Tripoli ed Ankara hanno siglato un accordo sui confini marittimi che punta a ridisegnare la mappa delle influenze nel Mediterraneo.
Un'escalation che preoccupa il governo anche perché coinvolge Paesi, come la Gracia e Cipro, sinora rimasti ai margini del tormentato scenario libico. A palazzo Chigi il presidente del Consiglio ha riunito ieri i ministri degli Esteri Di Maio, della Difesa Guerini e degli Interni Lamorgese per discutere della mossa turca e valutare i rischi di un pesante conflitto che potrebbe esplodere qualora Haftar decidesse di entrare a Tripoli. Il generale Haftar da settimane assedia Tripoli e il governo riconosciuto dall'Onu di al Serraj anche grazie a mercenari russi.
L'argomento non sarebbe stato affrontato da Di Maio nel suo recente incontro con il collega russo Sergei Lavrov anche se gli americani danno per certo che siano stati i russi ad abbattere un loro drone. Nel tentativo di non azzardare e di non esporsi, l'Italia perde però terreno e la possibilità che Erdogan mandi soldati a difendere Tripoli viene letta anche come un avviso rivolto al governo di Roma a muoversi anche militarmente.
Preso da decine di altre questioni, il governo italiano non intende però prendere in considerazione l'opzione militare e continua a confidare nella conferenza di Berlino che però non è stata ancora fissata mentre i tedeschi conducono complicatissime trattative con i molti protagonisti.
L'offensiva turca in Siria, e l'accordo tra Tripoli ed Ankara, rischiano però di cambiare gli equilibri geopolitici nel Mediterraneo e nel golfo Persico a danno dell'Italia. Trasformare la Libia in una nuova Siria, come avverte Erdogan se i russi non cesseranno di sostenere Haftar, rischia di provocare una nuova e pesantissima emergenza umanitaria pronta ad abbattersi sulle coste italiane con migliaia di profughi in fuga.
Oltre a ciò, se davvero le milizie turche dovessero entrare in Libia per respingere le milizie di Haftar, per l'Italia sarebbe la certificazione dell'inconsistenza e a poco servirebbe continuare ad appellarsi all'Europa che ieri ha bacchettato Erdogan senza però esagerare. D'altra parte è grazie al presidente turco che la rotta balcanica dell'immigrazione è stata bloccata.
di Giuseppe Sarcina
Corriere della Sera, 11 dicembre 2019
In duemila pagine pubblicate dal Washington Post le strategie fallimentari di tre amministrazioni in 18 anni di conflitto "I talebani trasformati in nemico mortale". È la "storia segreta" della guerra in Afghanistan. Diciotto anni di proclami frettolosi, errori di valutazione, senza riuscire a identificare i nemici e a trovare una via d'uscita.
Dopo tre anni di battaglia legale il Washington Post ha ottenuto il rilascio degli "Afghanistan Papers", i documenti riservati custoditi dal governo: oltre 2 mila pagine di appunti, messaggi, interviste confidenziali con alti ufficiali, generali compresi, diplomatici, funzionari coinvolti nel conflitto cominciato nel settembre del 2001 dopo l'attacco alle Torri Gemelle. Dal 2001 gli Stati Uniti hanno schierato circa 775 mila militari in Afghanistan e hanno dovuto contare 2.400 vittime e oltre 23 mila feriti.
L'illusione di Bush - Quando George W.Bush decise di attaccare Kabul l'obiettivo era chiaro: distruggere Al Qaeda, evitare che si ricreassero le condizioni per un altro attentato come quello del 11 settembre. Ma quella lucidità strategica durò solo pochi mesi. È questo il dato di fondo che emerge dalla lettura dei documenti: il presidente e i ministri, in particolare quello della Difesa, Donald Rumsfeld, smarrirono quasi subito il senso originario della missione. Distrutta Al Qaeda si iniziò a combattere con i talebani. Gli americani si fecero come risucchiare in un conflitto non pianificato, con nemici quasi invisibili, radicati sul territorio. Jeffrey Eggers, un ufficiale dei Navy Seal, all'epoca consigliere prima di Bush e poi di Barack Obama, rivela in una delle interviste raccolte dai funzionari dell'amministrazione: "Che cosa ha trasformato i talebani nei nostri nemici, quando eravamo stati colpiti da Al Qaeda? Il nostro sistema, nel suo complesso, era incapace di fare un passo indietro".
Proclami e realtà - Nel 2003 gli americani, appoggiati dagli alleati e dalla Nato, controllavano a mala pena poche aree del Paese. Ma per Bush la questione era già archiviata. La sua attenzione si era spostata sull'Iraq. Richard Haas, il coordinatore per l'Afghanistan, mise sull'avviso il presidente: "Suggerii di aumentare il numero dei soldati, portandoli da 8 mila a circa 20-25 mila. Ma non riuscii a vendere l'idea. Non c'era entusiasmo. C'era un senso profondo di impotenza". Eppure il primo maggio del 2003 Bush dichiarava la vittoria in Iraq; quello stesso giorno Rumsfeld annunciava la fine "dei massicci combattimenti" in Afghanistan.
In quel periodo si compiono scelte importanti, ancora oggi in discussione. Bush, Obama e l'allora Segretario di Stato Hillary Clinton rifiutarono ogni tipo di trattativa con i talebani. I due presidenti tollerarono il doppio gioco del Pakistan. Ashfaq Kayani, capo dei servizi segreti pakistani, confidava all'ambasciatore americano Ryan Crocker: "Certo che noi puntiamo su diversi tavoli. Un giorno voi ve ne andrete e noi non vogliamo ritrovarci con un nuovo nemico mortale: i talebani".
La contraddizione di Obama - Il 1 dicembre 2009 Obama lancia il piano "surge": invio di altri 30 mila militari in Afghanistan in aggiunta ai 70 mila già presenti e agli altri 50 mila dislocati dalla Nato e dagli alleati. Il generale David Petraeus, all'epoca al capo del "Central Command", annota in un colloquio riservato: "Due giorni prima di quel discorso fummo tutti convocati nello Studio Ovale. Nessuno di noi (generali, consiglieri ndr) aveva mai sentito parlare di quel progetto. Ci fu un giro di opinioni, ma il tono era: prendere o lasciare".
Dopo quella riunione, però, Obama aggiunse un particolare fondamentale: gli americani avrebbero cominciato a ritirarsi dopo 18 mesi. Commento di Barnett Rubin, esperto di Afghanistan al Dipartimento di Stato: "Restammo tutti stupefatti. C'era una contraddizione insanabile in quella strategia. Se metti una scadenza ai rinforzi, è inutile inviarli". I talebani dovevano semplicemente tenere un basso profilo per un anno e mezzo.
Lezioni attuali - I "papers" pongono questioni a tutt'oggi irrisolte: l'Afghanistan può essere pacificato? Si deve trattare con i talebani? Oppure vanno combattuti inviando altri militari? E per quanto tempo? Ci si può fidare del Pakistan? Ora tocca a Donald Trump che forse ha la possibilità di scrivere l'ultimo capitolo della guerra più lunga e meno compresa.
di Luigi Guelpa
Il Giornale, 11 dicembre 2019
C'è un numero ricorrente nella vita recente del premio Nobel Aung San Suu Kyi, è l'11. Lo scorso 11 novembre il Gambia, minuscolo paese africano, l'ha denunciata alla Corte di giustizia internazionale con l'accusa di genocidio. Oggi, 11 dicembre, dovrà rispondere al Tribunale dell'Aja di tali accuse e il suo intervento è previsto alle 11.
Nella cabala l'11 è il numero della "trasformazione", appropriato per la condizione dell'attuale consigliere di stato di Myanmar, che nello spazio di pochi anni è passata da paladina dei diritti a carnefice delle minoranze.
La storica attivista democratica, vincitrice del premio Nobel per la pace dopo aver sfidato la giunta militare, era giunta al potere a Myanmar (l'ex Birmania) dopo una travolgente vittoria elettorale 1'11 novembre 2015, inaugurando il primo governo civile del paese in mezzo secolo. Ma la sua reputazione è stata oscurata dalla risposta alla difficile situazione dei rohingya, la minoranza musulmana perseguitata che vive nello stato occidentale di Rakhine.
Il processo all'Aja non la vede formalmente sul banco degli imputati, ma la vicenda ha da tempo offuscato la sua immagine internazionale di eroina della democrazia. Il procuratore del Gambia che segue il caso, Abubacarr Marie Tambadou, ex ministro della Giustizia del suo paese, ha chiesto ieri mattina in aula che il Myanmar metta immediatamente fine alla persecuzione dei rohingya.
Suu Kyi prenderà oggi la parola sostenendo che i militari hanno agito nel rispetto della legge, ma l'intervento sarà preceduto dalla consegna di una memoria difensiva del team dei suoi avvocati. Nel documento i legali sostengono che nessun genocidio si sia verificato, che il massimo tribunale delle Nazioni Unite non ha giurisdizione per decidere su un caso che inoltre non soddisfa il requisito necessario dell'esistenza di una controversia tra Myanmar e Gambia.
In realtà le angheria da parte della maggioranza buddista del paese contro i musulmani rohingya continuano e sono ben documentate. Un milione di persone vive attualmente nello squallore nei campi profughi del confinante Bangladesh, mentre diverse centinaia di migliaia rimangono all'interno del Myanmar, segregati in campi e villaggi in condizioni simili all'apartheid.
Sul tavolo dei giudici è arrivato ieri mattina anche un dossier video e fotografico redatto da Nicholas Bequelin, direttore di Amnesty International per l'Asia. I filmati comprovano la costruzione di recinzioni intorno a un campo che ospita gli sfollati.
Le foto mostrano militari impegnati a sistemare le recinzioni di filo spinato intorno a un grande accampamento a Balukhali, nel distretto del confine sud-orientale. "Se Aung San Suu Kyi è seria quando dice di voler servire il popolo di Myanmar, allora deve stare al fianco delle vittime e dei sopravvissuti nel perseguimento della giustizia, della verità e della riparazione. Non dovrebbe proteggere coloro che sono sospettati di azioni criminali", ha dichiarato Bequelin ai cronisti. Dopo aver sentito le ragioni di entrambe le parti la Corte deciderà se avviare un processo, che potrebbe durare molti anni.
di Giorgio Spangher
Il Riformista, 10 dicembre 2019
Avvicinandosi l'entrata in vigore della (ennesima) riforma della prescrizione, il dibattito nella politica e negli operatori della giustizia si è fortemente acceso e polarizzato, anche grazie all'astensione dalle udienze degli avvocati, aderenti alle Camere penali (e non solo).
Si tratta di una contrapposizione culturale che coinvolge un tema centrale della giustizia penale nel quale si confrontano visioni diverse del diritto e del processo penale. Focalizzando l'attenzione sulla riforma dell'art. 159 del codice penale di cui alla legge n. 3 del 2019, il confronto di opinioni si prospetta su più piani.
di Luigi Ciotti*
La Repubblica, 10 dicembre 2019
"Il carcere che funziona non è quello che priva della libertà, ma quello che produce libertà". Queste parole - tratte dal lavoro di Francesco Argentieri, fresco vincitore del concorso "Sulle ali della libertà" ideato dall'associazione "L'Isola Solidale" per la promozione della cultura negli istituti di pena - mi sembrano una splendida sintesi del senso e del valore di questa iniziativa.
di Sabino Cassese
Il Foglio, 10 dicembre 2019
Come cresce il potere delle procure, che accusano e giudicano. Ritorniamo sulla giustizia in Italia. Si intrecciano due ordini di problemi: prescrizione e intercettazioni. Due ordini di problemi che paiono minori, ma hanno invece una stretta relazione con le questioni principali della giustizia: i tempi e la proiezione sociale della giustizia.










