di Angela Azzaro
Il Riformista, 20 gennaio 2020
Il giorno dopo il voto in commissione Giustizia contro la Legge Costa, che comunque sarà nuovamente votata in aula il 27 gennaio, la polemica, invece di affievolirsi, cresce all'interno della maggioranza di governo che scricchiola sempre di più. Da una parte Movimento Cinque stelle, Pd e Leu, dall'altra Italia viva che si è schierata con il centrodestra per impedire, in tutti i modi, che la riforma della prescrizione continui il suo cammino.
cronachedellacampania.it, 20 gennaio 2020
Dal 3 febbraio l'attuale direttrice del carcere di Poggioreale, Maria Luisa Palma sarà sostituita da Carlo Berdini, ex direttore a Sollicciano e attuale Direttore dell'Ufficio IV - Formazione Polizia Penitenziaria della Direzione Generale della Formazione. Il cambio del vertice del penitenziario napoletano viene definita una "mossa inutile" da Aldo Di Giacomo, segretario generale del Sindacato di Polizia Penitenziaria.
"La grave situazione dell'Istituto di Poggioreale non troverà soluzione con questo cambio al vertice - scrive in una nota Di Giacomo - i problemi sono di altra natura ossia assenze di norme che vadano a contrastar il dilagante potere che le organizzazioni criminali stanno prendendo all'interno degli istituti di pena. Occorrerebbe una profonda revisione del sistema carcerario che renda dignitoso scontare la pena ai detenuti e dare dignità ai poliziotti penitenziari che vi lavorano, mettere al centro una reale rieducazione che consenta un reale rinserimento".
notiziedabruzzo.it, 20 gennaio 2020
"Pronti a mobilitarci per risolvere le criticità riscontrate". Ieri mattina il consigliere regionale Pd Antonio Blasioli ha effettuato una visita ispettiva nel carcere di San Donato a Pescara, accompagnato dal consigliere comunale Piero Giampietro. "Abbiamo deciso di visitare il carcere dopo gli episodi verificatisi nelle ultime settimane che dimostrano il malessere che si vive nella struttura, malessere che accomuna detenuti e agenti penitenziari - riferiscono Blasioli e Giampietro- del Partito Democratico.
La struttura dovrebbe accogliere circa 200 detenuti, ma in realtà ne accoglie più del doppio mentre la pianta organica prevede la presenza di 170 agenti. Nei fatti sono un centinaio effettivi, considerato che molti sono in malattia o in distacco. Divisi su tre turni, anziché su 4, sono costretti a svolgere diverse mansioni simultaneamente. Nel 2020 la previsione della dotazione organica del carcere di Pescara potrebbe arrivare a 200 unità, ma esattamente la metà è quella che presta servizio. Molti agenti sono anche prossimi alla pensione e ciò significa che senza un'alternanza a breve il loro bagaglio di conoscenze non verrà trasferito ai nuovi che arriveranno. Negli ultimi anni sono già andati in pensione circa 50 agenti e di questi 30 da due anni a questa parte.
Occorrerà tempo per le assunzioni, ma intanto è forte la richiesta di una diversa organizzazione del lavoro, possibile ad esempio con la diminuzione dei posti di servizio fino a che il numero del personale non torni a livelli accettabili. Ma ci sono altri casi che potrebbero essere affrontati e risolti. Uno su tutti riguarda proprio il nosocomio pescarese che ha all'ottavo piano ha un reparto dedicato ai detenuti. Capita però che questo non venga utilizzato per carenza di infermieri e così si verificano due distorsioni evidenti.
La prima: ogni detenuto deve avere una scorta di due agenti, che sui 4 turni quotidiani richiede la presenza di 8 agenti. Se i detenuti fossero tutti ricoverati presso il reparto a loro riservato basterebbero 8 persone per tutti. Ciò non avviene e così dal 14 gennaio per i due detenuti ricoverati in reparti diversi ci sono 16 agenti al giorno impegnati e se i ricoveri fossero 3, servirebbe un numero di agenti pari al 25% dell'intera forza lavoro.
Questa è una situazione che va assolutamente risolta. Innanzitutto se il reparto per detenuti è stato messo su, è indispensabile che funzioni ed è una condizione che potremo già domani all'assessore regionale alla Sanità Verì. Questo eviterebbe che le forze lavorative a disposizione non siano ulteriormente ridotte, ma soprattutto garantirebbe la privacy dei detenuti. Ad oggi sono nelle stesse stanze degli altri malati e così capita che questi e i loro famigliari siano costretti ad imbattersi con agenti armati nei reparti.
Ci chiediamo come questo sia possibile e non esiteremo ad andare a fondo, lo faremo affidando la situazione a una interpellanza parlamentare. Ci auguriamo inoltre che nel nuovo Pronto Soccorso in via di definizione, sempre per la privacy, venga sistemata una stanza di attesa per detenuto e scorta. Se la forza lavoro è un problema che dovrà essere risolto con il tempo, questi ed altri problemi organizzativi meritano di essere affrontati il prima possibile.
L'esiguità del personale causa inoltre che solo in pochi possano partecipare alle attività formative come suola di formazione lavorativa e la noia è spesso causa di scontri sia tra detenuti e personale, sia tra detenuti stessi.
Purtroppo il carcere di San Donato sconta anche il problema del sovraffollamento: oggi vi sono il doppio degli ospiti, fra cui una grande quantità di pazienti psichiatrici. Infatti, a fronte dei 7 posti assegnati per detenuti psichiatrici, ce ne sono altri 30, sistemati nei vari reparti e da notizie assunte permarrebbero nella casa circondariale anche detenuti psichiatrici che hanno scontato la propria pena per la mancanza di R.E.M.S. (residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza) istituite dopo la chiusura degli O.P.G. ospedali psichiatrici giudiziari.
La mancanza di una camera di isolamento è un'altra problematica. Spesso si utilizza la parte riservata ai collaboratori di giustizia, ma se questa è occupata non se ne può fare utilizzo. Insomma gli episodi di autolesionismo, i materassi bruciati e i detenuti scappati sul tetto sono degli allarmi che non possono restare inascoltati e la sensazione è che spesso i problemi del carcere siano i meno attenzionati da tutte le Istituzioni.
Per quel che riguarda il sovraffollamento le sezioni diventano polveriere in quanto oltre ai pochi spazi a disposizione dei ristretti, diventa difficile per l'operatore far fronte alla richieste quotidiane e pressanti degli stessi, da qui il malcontento che può sfociare in aggressioni, risse, tumulti, autolesionismo e proteste in generale. Per questo nei prossimi giorni come gruppi del centrosinistra in Regione, facendo seguito alla visita di questa mattina incontreremo i sindacati degli agenti penitenziari e articoleremo tutte le funzioni ispettive sia in Regione che in Parlamento".
reggiotoday.it, 20 gennaio 2020
Vincenzo Marrari, coordinatore regionale Cgs Nursind Calabria, afferma che "vi è anche una situazione di emergenza per la mancata sostituzione di tre unità, cessate per varie motivazioni". Un altro nuovo record negativo per l' Asp 5 di Reggio Calabria, con il quasi totale azzeramento del personale infermieristico dedicato all' assistenza all' interno del penitenziario di Arghillà. La denuncia arriva dal NurSind, che da sempre si schiera a tutela degli infermieri di tutta Italia.
"Ci viene riferito dai nostri iscritti - afferma Vincenzo Marrari, coordinatore regionale Cgs Nursind Calabria - che oltre alla storica carenza cronica di personale infermieristico da quando il penitenziario fu aperto nel 2013, attualmente, vi è una situazione di emergenza per la mancata sostituzione di tre unità cessate per varie motivazioni. Si continua a garantire un livello di assistenza accettabile, non di livello, si opera con dei contingenti miseri a fronte di un utenza composta da circa 350 detenuti".
"Il personale attivo, sono solo 4 gli infermieri, - spiegano ancora dal Nursind - è spesso chiamato a saltare i riposi, perché se cosi non fosse, si fermerebbe ogni attività. Tutto questo è causa certamente di stress psicofisico e continuo avvicinamento al limite orario settimanale, e, il Burn Out, ci risulta fra l' altro una delle recenti cause che ha portato alcune colleghe ad astensione dall' attività lavorativa da alcuni mesi, e mai più sostituite anch'esse".
Secondo il sindacato delle professioni infermieristiche siamo arrivati al paradosso. "alla metà del 2019 gli sforzi di dirigenti e coordinatori avevano consentito un integrazione di personale quasi sufficiente ad iniziare una turnazione H 24 per gli infermieri, ma, progressivamente con il tempo, le mancate sostituzioni di personale assente legittimamente per varie motivazioni (gravidanza, inidoneità, L. 104) ci portano ad oggi, dove, la sola presenza di 3 - 4 infermieri non riesce nemmeno a garantire la copertura di assistenza per le 12 ore giornaliere.
Appare assai difficile continuare a garantire le cure necessarie alla popolazione detenuta, in un contesto che, di fatto, per varie problematiche è già 'pesantè laddove si uniscono anche le carenze di personale di polizia penitenziaria ed il sovraffollamento di detenuti a fronte della regolare capienza di circa 300 utenti. Una situazione infernale insomma".
"Chi pensa che l'attività degli infermieri nel penitenziario - continua Marrari - sia solo quella di preparare e consegnare terapia si sbaglia di grosso. I nostri infermieri si sostituiscono al personale amministrativo (anch'esso da sempre assente) per la parte burocratica, svolgono le attività del Ser.T. per la somministrazione di terapia sostitutiva poiché lo stesso non ha il personale dedicato, coadiuvano con gli specialisti ambulatoriali, e, non da meno sono in prima linea sempre a sostenere con parole di conforto chi ha commesso errori nella propria vita. Non dimentichiamo che, il penitenziario di Arghillà rimane fra i pochi se non l'unico delle carceri italiane in cui la presenza di personale infermieristico non vi è per 24 ore al giorno".
Per il coordinatore Marrari "questo nostro monito al fine di sensibilizzare le istituzioni poiché, probabilmente, la commissione straordinaria, che non ci ascolta, è solo impegnata a fare quadrare i conti forse dimenticando che la sanità deve erogare salute, in questo caso, anche alle persone ristrette".
altarimini.it, 20 gennaio 2020
Il carcere "Casetti" è l'osservato speciale di associazioni quali Antigone che lo ha visitato l'ultima volta proprio il 20 novembre per verificarne le condizioni organizzative, logistiche e morali, il carcere di Rimini si trova ai piedi delle colline di Covignano e anche per questo, data la distanza con il resto della città, non vi è piena e chiara percezione della sua esistenza - o meglio, dell'esistenza delle persone che ci vivono e lavorano - a livello collettivo.
Segnato da vicissitudini quali un susseguirsi di direttori in missione e l'incremento di arresti sotto il periodo estivo che richiederebbe un aumento del personale di polizia penitenziaria, il carcere "Casetti" di Rimini può contare su un numero congruo di educatori a garanzia dell'attività rieducativa trattamentale, in ossequio alle proporzioni inserite nell'Ordinamento penitenziario (uno ogni cento detenuti): stando alla scheda ministeriale al 6 novembre ospitava 153 persone (numero definito "tollerabile" dal personale di polizia), con una percentuale superiore almeno del 20 per cento rispetto ai posti normalmente disponibili ma che vengono ricavati con l'aggiunta di letti nelle celle già esistenti.
L'isolamento del carcere "Casetti" è anche una fortuna, dal momento che nonostante questo non lo renda facilmente raggiungibile, la sua posizione offre visuali distensive per lo sguardo e la mente, anche dalle stesse sezioni (che sono sette, di cui una per i semiliberi chiamata "Andromeda" e un'altra per la custodia attenuata dedicato prevalentemente ai tossicodipendenti, mentre dal 2017 è chiusa la sezione "Vega" che era destinata a detenuti e detenute transessuali, ancora in attesa di ricollocamento).
Ci sono anche una biblioteca curata e ben fornita gestita da persone detenute adeguatamente formate (e stipendiate) e alcune classi per la scuola e le attività rieducative gestite anche da alcune associazioni di volontariato, ma al momento mancato spazi esclusivamente dedicati per le lavorazioni (una trentina i dipendenti dell'amministrazione penitenziaria che si occupano di attività ordinarie come la cucina, le pulizie o la distribuzione del rancio) e per professanti di fede non cristiana (per la quale è presente un'ampia cappella di preghiera).
Anche se mancano spazi esclusivamente riservati all'attività fisica, come una palestra, è possibile divertirsi nel campo da calcio o in quello da pallavolo o pallacanestro, anche se i fondi sono in entrambi i casi in cemento così come nello spazio dedicato alle due ore d'aria. Non tutte le sezioni sono organizzate allo stesso modo, con tutti i limiti di una costruzione con 50 anni sulle spalle: la prima sezione riservata alle persone condannate in via definitiva è quella che versa nelle condizioni peggiori mentre le altre sono state via via ristrutturate. Proprio qui le docce sono ancora all'esterno delle celle.
C'è invece grande attenzione alla cura del rapporto tra genitori e figli al quale è dedicata la ludoteca, spazio arredato con cura e dalle pareti adornate da dipinti, e una figura che presenzia ai colloqui per offrire un momento di animazione e di distensione per i bambini. Nella relazione di novembre mancano i dati sul numero di casi di autolesionismo che però notoriamente non mancano all'interno della struttura, anche se pare in diminuzione, questo anche in virtù della "diversa gestione dell'osservazione e della gestione dei farmaci", tanto che "l'uso degli psicofarmaci è calato di due terzi". Sono circa un centinaio, quindi sempre nell'ordine dei due terzi, le persone che dichiarano di fare uso di sostanze al momento dell'incarcerazione. Sembra che abbia ben influito anche il sistema della "sorveglianza dinamica", che diversamente da altre strutture sta dando buoni frutti in termini di attenuazione della tensione, sia per i detenuti sia per i dipendenti della struttura.
Il Sole 24 Ore, 20 gennaio 2020
Atti e provvedimenti del giudice - Sentenza - Divergenza tra motivazione e dispositivo - Ipotesi di contrasto apparente - Fattispecie. In tema di contrasto tra motivazione e dispositivo, se la divergenza è causata da un evidente errore materiale, obiettivamente riconoscibile, contenuto nel dispositivo, il contrasto deve ritenersi solo apparente ed è legittimo il ricorso alla motivazione per chiarire l'effettiva portata del dispositivo.
Nel caso di specie il giudice è incorso in un'omissione materiale in ordine alla menzione nel dispositivo del giudizio di equivalenza tra le attenuanti riconosciute in favore dell'imputato e l'aggravante contestata, puntualmente esplicitato invece nella motivazione della sentenza. La natura di mera omissione è confermata dalla conformità della pena finale irrogata a quella determinata, con l'esplicitazione dei singoli passaggi intermedi nella motivazione la quale, permettendo di ricostruire la volontà del giudice, conserva la sua funzione di spiegazione delle ragioni fondanti la decisione, senza che sia necessaria una rettifica del dispositivo.
• Corte di cassazione, sezione III, sentenza 7 gennaio 2020 n. 160.
Atti e provvedimenti del giudice - In genere - Contrasto tra dispositivo e motivazione - Individuazione della volontà decisoria - Criteri. In caso di contrasto tra dispositivo e motivazione della sentenza, la regola della prevalenza del dispositivo, in quanto immediata espressione della volontà decisoria del giudice, non è assoluta, ma va contemperata, tenendo conto del caso specifico, con la valutazione degli elementi tratti dalla motivazione, che conserva la sua funzione di spiegazione e chiarimento delle ragioni della decisione e che, pertanto, ben può contenere elementi certi e logici che facciano ritenere errato il dispositivo o parte di esso.
• Corte di cassazione, sezione III, sentenza 28 gennaio 2019 n. 3969.
Impugnazioni - Appello - Questione di nullità - In genere - Divergenza radicale tra motivazione e dispositivo - Causa di nullità della sentenza di primo grado - Esclusione - Potere del giudice di appello di esaminare i motivi di appello - Sussistenza - Fattispecie. La radicale divergenza tra dispositivo e motivazione non rientra tra le cause di nullità della sentenza, espressamente e tassativamente previste dall'art. 604 cod. proc. pen., cosicché il giudice dell'appello deve prendere atto, nei limiti dell'effetto devolutivo, del predetto contrasto e procedere alla valutazione dei motivi di appello. (Fattispecie relativa a contrasto tra dispositivo di condanna e motivazione di una decisione di assoluzione in cui la Corte di appello, rilevato detto contrasto, in considerazione dell'effetto devolutivo conseguente all'appello proposto sia dall'imputato che dal Pubblico Ministero, ha proceduto alla valutazione dei motivi di appello, dando per presupposto che la sentenza di primo grado fosse una sentenza di condanna).
• Corte di cassazione, sezione VI, sentenza 19 giugno 2018 n. 28212.
Sentenza - Requisiti - Dispositivo - Contrasto tra dispositivo e motivazione - Prevalenza della motivazione - Legittimità - Presupposti - Presenza nel dispositivo di un errore materiale obiettivamente riconoscibile - Fattispecie. In caso di contrasto tra dispositivo e motivazione, qualora la divergenza dipenda da un errore materiale, obiettivamente riconoscibile, contenuto nel dispositivo, è legittimo il ricorso alla motivazione per individuare l'errore medesimo ed eliminarne i relativi effetti. (Nella specie, la Corte ha disposto la rettifica del dispositivo della sentenza di appello in cui mancava il riferimento nominativo alle posizioni di taluni degli imputati appellanti, rilevando che dall'esame della motivazione risultava chiaramente ricostruibile il percorso seguito dal giudice in merito alla conferma della condanna degli imputati, attraverso la disamina dei motivi di appello da questi proposti e l'analisi della sentenza di primo grado).
• Corte di cassazione, sezione 6 penale, sentenza 29 maggio 2018 n. 24157.
Sentenza - Requisiti - Dispositivo - Contrasto tra dispositivo e motivazione - Criteri di risoluzione - Fattispecie. Nell'ipotesi in cui la discrasia tra dispositivo e motivazione della sentenza dipenda da un errore materiale relativo all'indicazione della pena nel dispositivo, e dall'esame della motivazione sia chiaramente ricostruibile il procedimento seguito dal giudice per determinare la pena, la motivazione prevale sul dispositivo con la conseguente possibilità di rettifica dell'errore secondo la procedura prevista dall'art. 619 cod. proc. pen.(Fattispecie in cui la Corte territoriale, pur avendo in motivazione ridotto l'aumento per la continuazione in relazione a ciascun episodio di rapina aggravata contestato agli imputati, senza modificare gli altri parametri di calcolo, aveva indicato in dispositivo una pena più alta di quella risultante dalla corretta applicazione dei predetti criteri).
• Corte di cassazione, sezione II, sentenza 7 aprile 2016 n. 13904.
Gazzetta del Mezzogiorno, 20 gennaio 2020
Tra i minori detenuti con orchestrali della Chicago Symphony. "Avevo detto ai nostri ospiti che questa è la città del sole ma ieri pioveva. Ho parlato con il Signore, spiegandogli che avrei fatto una brutta figura". Ed è un angolo di paradiso Nisida, che ha accolto il maestro Riccardo Muti, accompagnato dai musicisti Jennifer Gunn, Charles Vernon e Gene Pokorny della sua Chicago Symphony orchestra, in visita ai ragazzi dell'Istituto penitenziario minorile napoletano.
L'incontro ha preceduto di qualche ora il concerto del San Carlo, prima tappa italiana con la Chicago che dirige da dieci anni. "Volutamente ho portato qui gli strumenti estremi, il più piccolo e acuto e quello più grave, 'o gruoss e 'o piccirill", scherza in napoletano il maestro presentando l'originale performance ai ragazzi raccolti sul Belvedere in una mattinata di sole. Si parte con 'Oculus non vidit' di Carlo Santino, per flauto, trombone e tuba, segue il Concerto in Do minore per due violini di Bach. Ad accogliere gli ospiti è stato il direttore Gianluca Guida.
bisceglielive.it, 20 gennaio 2020
Lunedì 20 gennaio 2020, alle ore 18,00, a Bisceglie nel Palazzo Tupputi, in via Cardinale Dell'Olio n. 30, si svolgerà l'incontro conclusivo del corso organizzato da Agromnia Soc. Coop. per "Giardiniere (operatore per la realizzazione e la manutenzione di giardini)".
L'iniziativa nasce nell'ambito dell'Avviso 1/2017 - Linea 1 "Iniziativa sperimentale di inclusione sociale per persone in esecuzione penale." Il Progetto finanziato dalla Regione Puglia - P.O.R. Puglia - Fesr - F.S.E. 2014 - 2020 - rilancia la collaborazione istituzionale tra Istituti penitenziari, Enti di formazione e terzo settore, fondamentale per l'efficacia dei percorsi di crescita personale e di reinserimento lavorativo e sociale della persona detenuta.
Il corso di formazione è stato svolto in stretta collaborazione con la Direzione della Casa Circondariale maschile di Trani con l'intento di creare continui momenti di osmosi, interazione e interrelazione con la comunità esterna al fine di ridurre quanto più possibile il fossato fra la società e la comunità della Casa Circondariale e per agevolare il ritorno dei detenuti alla loro vita sociale, civile e culturale.
"I percorsi formativi sono essenziali per il recupero dei soggetti detenuti e una loro reintegrazione nel tessuto sociale - sostiene il dr. Mauro Guglielmi, agronomo di Agromnia". Interverranno il dott. Antonio Montillo, rappresentante dell'Assessorato all'Istruzione, alla Formazione e al Lavoro della Regione Puglia.
È previsto il saluto del sindaco di Bisceglie, Angelantonio Angarano, e di Roberta Rigante, Assessore alle Politiche Sociali dello stesso Comune. In rappresentanza del Comune di Trani interverrà Patrizia Cormio, Assessore alle Politiche Sociali. Giuseppe Altomare, direttore della Casa Circondariale maschile di Trani, spiegherà come è scaturita la comunione di intenti tra istituzione ed ente di formazione per offrire ai detenuti una concreta possibilità di riscatto. L'incontro sarà moderato da Lucia De Mari, giornalista de La Gazzetta del Mezzogiorno. L'ingresso è libero. Sarà possibile registrarsi a partire dalle ore 17.30.
La Repubblica, 20 gennaio 2020
I bambini presenti nel carcere fiorentino di Sollicciano insieme alle madri detenute avranno la possibilità di uscire dalla struttura detentiva accompagnati dagli operatori del "Telefono Azzurro" per frequentare parchi, giardini o ludoteche pubbliche. Lo prevede un progetto, finalmente esecutivo a partire dal prossimo mese, promosso insieme da ministero della giustizia. Amministrazione penitenziaria e Comune di Firenze, con la collaborazione essenziale di "Telefono Azzurro".
Il servizio, subordinato alla richiesta e alla conseguente autorizzazione da parte della madre del bambino interessato e rivolto anche ai minori in tenera età, sarà dunque disponibile a partire dai primi giorni di febbraio. I luoghi ricreativi verranno raggiunti dai bambini, insieme ai loro accompagnatori, utilizzando esclusivamente il trasporto pubblico. A tal
proposito è stato richiesto un intervento al Garante comunale per le persone detenute affinché il Comune di Firenze consenta ai bambini e agli operatori del "Telefono Azzurro" di viaggiare gratuitamente. "Si tratta di un passo importante per risolvere una questione delicata e a cui è stata dedicata tutta l'attenzione possibile - spiega il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede -. Tutelare il percorso di crescita dei bambini è fondamentale".
Soddisfazione anche negli uffici del Comune, dove l'assessora Sara Funaro si è impegnata per la realizzazione di un progetto che ha definito "una priorità assoluta, affinché tutti i bambini, senza alcuna differenza, possano avere accesso a spazi educativi e ricreativi esterni a quelli del carcere. E i bambini di Sollicciano devono avere gli stessi diritti di quelli fuori".
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 20 gennaio 2020
Esce in Italia il 13 febbraio il documentario di Waad al-Kateab candidato agli Oscar. Lei, con la figlia e il marito, adesso vive a Londra e racconta: "Ho girato tutto questo perché voglio che Sama un giorno possa rivederlo". "Sama, ti ricordi di Aleppo? Mi biasimerai per non averti portato via subito? O mi darai la colpa per essere venuta via?".
Sama sta giocando in cucina a Londra. A 4 mila chilometri da lei settimana scorsa sono morti 8 bambini in un raid ordinato dal presidente siriano Bashar Assad. Sama non si ricorda di Aleppo. È venuta via la notte del 21 dicembre 2016, in automobile, mentre faceva freddo ed aveva la febbre. E ora la casa, dove ha camminato e sorriso per la prima volta, non c'è più.
"Ho iniziato a filmare e documentare proprio perché volevo che mia figlia un giorno avesse la possibilità di rivedere tutto questo". Quando scoppia la rivoluzione in Siria, nel 2012, Waad al-Kateab ha 18 anni. Studia marketing alla Aleppo University. Incontra un giovane medico di nome Hamza. Gioia, rabbia, amore, paura e odio. Manifestano insieme, si innamorano, fanno politica, anche quando il regime ricorre alla violenza per soffocare le rivolte, gettando la città nel baratro della guerra.
Alcuni dei loro amici muoiono e loro stessi sfuggono per un soffio ai cecchini, agli attacchi aerei e alle bombe. Ma Waad non smette mai di riprendere. Con la macchina fotografica, con il cellulare. Poi, nel mezzo di tutto ciò, Hamza chiede a Waad di sposarlo.
E mentre i barrrel bomb, i barili bomba imbottiti di chiodi ed esplosivo, cadono sulla città, il 1° gennaio 2016 nasce Sama. Avanti veloce di quattro anni, la storia di quei ragazzi e di quella bambina è diventata un documentario :- For Sama - distribuito da Wanted Cinema, già presentato a Cannes e proiettato alle Nazioni Unite. E che il 13 febbraio esce in Italia con il patrocinio di Amnesty International e la voce di Jasmine Trinca.
For Sama è la lettera di una madre a una figlia, una ninnananna, la stessa che canta alla piccola per distrarla dalle bombe. Perché ha deciso di renderla pubblica?
"Ho iniziato a raccontare la mia storia senza un piano, filmando le proteste in Siria sul mio cellulare, come facevano tanti altri attivisti. Fin dall'inizio ho capito che ero più affascinata dal catturare storie di vita e umanità, piuttosto che concentrarmi sulla morte e la distruzione. E da donna, pur vivendo in una parte molto conservatrice di Aleppo, sono stata in grado di accedere alle esperienze di donne e bambini, tradizionalmente vietate agli uomini. Questo mi ha permesso di mostrare la realtà invisibile dei siriani".
Quando è nata Sama aveva già iniziato a documentare gli orrori di Aleppo per Channel 4. I suoi reportage sul conflitto in Siria hanno ricevuto quasi mezzo miliardo di visualizzazioni e hanno vinto 24 premi - incluso l'Emmy Award nel 2016...
"Quando siamo riusciti a venire a Londra nel 2016, a Channel 4 mi hanno accolto come in una famiglia. Mi sono messa a lavorare con Edward (Watts, coregista del documentario, ndr) e guardando tutto quel materiale - erano più di 500 ore di girato - è nata l'idea del documentario. L'obiettivo, oltre a raccontare a Sama della sua infanzia, è di tenere accesa la luce sulla Siria".
In queste ore in Siria è in corso un'altra sanguinosa battaglia, quella di Idlib, l'ultimo bastione dell'opposizione, che Assad sta cercando di espugnare con il sostegno di Mosca. Perché ne parliamo così poco?
"Non riesco a capacitarmi di questo buio. Ma la speranza - proprio come accaduto per la guerra in Vietnam - è che le immagini possano fermare il sangue. For Sama vuole anche essere un appello all'impegno: conoscere è una forma di resistenza ai regimi. Non so se sia il termine giusto ma non mi sento solo una regista, ogni tanto penso a me come ad un'influencer delle ingiustizie".
Parte degli oppositori sono passati con le milizie jihadiste e hanno commesso crimini di guerra. Come vive questa contraddizione?
"Non condivo quella scelta ovviamente. Ma troppe persone in Siria hanno visto talmente tanto orrore da non poter sopportarlo. E allora hanno deciso di usare gli stessi metodi. Io sono stata fortunata. Ma chi può dire cosa avrei fatto se qualcuno avesse ammazzato Sama o Hamza... Inoltre ci sono tante persone che sono rimaste buone nonostante tutto. Ed è a loro che va il nostro supporto".
Lei e la sua famiglia avete ottenuto asilo politico in Gran Bretagna. Come ci siete riusciti?
"Grazie al mio lavoro per Channel 4, dopo un anno che eravamo in Turchia, ho ricevuto il visto. Così a maggio 2018 siamo arrivati all'aeroporto di Heathrow e abbiamo richiesto asilo lì. La mia seconda figlia Taima, che all'epoca aveva quasi un anno, non aveva documenti. Ho chiesto aiuto all'ambasciata siriana, ma non ci hanno aiutato perché Hamza era ricercato dal regime. Così ho lasciato Taima in Turchia per cinque mesi fino a quando non ci è stato concesso l'asilo e abbiamo potuto portarla in Gran Bretagna".
Sperate di tornare in Siria, un giorno?
"Ovviamente. Non solo perché significherebbe rivedere la casa dove sono nata. Mi piacerebbe portare le bambine nel mio giardino, far sentire loro il profumo delle rose".
Siete arrivati a Londra in un momento particolare, proprio in questi giorni la Gran Bretagna si sta organizzando per uscire dall'Europa. Com'è la vostra vita ora?
"Tutti sono stati molto gentili. Dopo che i miei vicini hanno visto il film, mi hanno lasciato una montagna di biglietti davanti alla porta. Ho ottenuto una borsa di studio universitaria per un master in comunicazione. Hamza sta lavorando per una società che fornisce servizi bancari nelle aree di conflitto e quest'anno inizia un master in medicina. Arrivati qui Sama ha avuto parecchi incubi, la guerra deve averla sicuramente traumatizzata. Ma ora sta molto meglio. Entrambe le bambine parlano l'inglese con l'accento britannico e vivono come due bambine inglesi. Ma non abbiamo mai smesso di rivolgerci a loro in arabo. Non vogliamo che dimentichi. Non vogliamo che nessuno di noi lo faccia".
- Roma. "Il teatro migliora la vita delle detenute", la storia di PerAnanke
- Libia. C'è l'accordo: tregua e stop alle armi. Haftar cede sulla commissione militare
- Stati Uniti. Il nonno si fa una canna: è boom di marijuana terapeutica tra gli anziani
- Manca la legge sul fine vita ma negli ospedali è realtà
- Oxfam, le diseguaglianze si accentuano. Duemila Paperoni più ricchi di 4,6 miliardi di persone









