malpensa24.it, 10 dicembre 2019
Non è volata una mosca per due mattine all'Istituto Torno di Castano Primo, il 29 novembre e il 9 dicembre, quando il progetto "Vivere la legalità", realizzato in collaborazione con l'associazione genitori, ha portato a scuola minorenni coinvolti in procedimenti giudiziari per aver commesso reati, poi detenuti nel carcere minorile Beccaria o affidati alla comunità Kairos, fondata nel 2000 da don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile Cesare Beccaria di Milano.
Scuola sguarnito argine - L'evento è stato progettato per sensibilizzare studenti e docenti sui fenomeni della devianza sociale e della reità giovanile, ma l'occasione ha permesso di avviare la riflessione sul sistema carcerario italiano, in grave emergenza perché gravato da carenze di investimenti, e sull'emergenza sociale che si sta facendo sempre più pressante nelle varie realtà lombarde e alla quale la scuola fa da primo, e sguarnito, argine.
Le parole di John - Quando John inizia a parlare i trecento studenti vocianti di tutte le quarte e le quinte del Torno confluite in Aula Magna tacciono all'unisono e si fa un silenzio perfetto come nessun docente e nessuno spettacolo riuscirebbe ad ottenere da una fiumana di quasi diciottenni liberi dai banchi. John e gli altri magnetizzano l'uditorio perché raccontano drammi e storie non così distanti dalle vicende di tutti: la sala e il palco si specchiano in un processo di identificazione reciproca che è difficile non cogliere. Le liti con i genitori, il gruppo granitico di amici, e poi la droga, lo spaccio, o altri sbagli che d'un soffio si fanno reati gravi. Infine, l'arresto, e poi il carcere, estrema ratio in caso di minori, se va bene la comunità: John, Osama, Christian, Ciro, Vadro, Zaccaria questo hanno raccontato sotto la guida di Don Claudio Burgio, senza voler dare lezioni o consigli, ma con la sola forza della testimonianza.
La spirale di autodistruzione - Seduti un po' rigidi nel posto dei relatori, uno dopo l'altro, i giovani di Kairos hanno ricostruito la spirale di autodistruzione che li ha condotti dai reati, spesso indotti dal consumo di sostanze stupefacenti, anche se i reati più diffusi fra i minori sono il furto e la rapina, allo scontro con la giustizia, alla misura cautelare in giovanissima età. Attentissimi gli studenti del Torno nel rendersi conto della pericolosità di errori spesso considerati peccati veniali, dando poco peso alla normalità dell'illegalità: intensa la riflessione sulla compagnia di amici sostituta della famiglia che poi abbandona quando sorgono i problemi, quando, dopo una misura cautelare, si finisce al Beccaria, dove mai si sarebbe potuto pensare di finire. Rapporti falsi quelli che ruotano intorno al consumo di cannabis. Il racconto dell'arresto che ti spacca la vita per ciascuno di loro è stato il momento più intenso della mattina: ospiti e studenti sono stati sull'orlo del pianto, riconoscendosi unici in grado di comprendere il dramma nato dalla non consapevolezza, che di colpo scaraventa nel trauma della privazione della libertà in carcere.
Il carcere come rieducazione - Scopo del sistema carcerario è la rieducazione, il reinserimento sociale: don Burgio ha insistito sull'essere questi ragazzi che sbagliano prima di tutto persone che nel carcere minorile o in comunità hanno il diritto di costruirsi una seconda possibilità. L'esperienza del Beccaria è forte, hanno sottolineato i ragazzi, ma hanno anche raccontato del calcio, degli allestimenti teatrali, del rapporto con Don Burgio.
Può essere che si decida di prolungare il tempo passato in comunità e non è raro che accada, segno dell'avvenuta maturazione. Infatti, spiega sempre Don Burgio, le baby gang sono composte da ragazzi che non pensano, seguono la mentalità da quartiere disagiato: a spingerli ad azioni impulsive il bisogno, e la comunità aiuta a fermarsi, a ragionare per dare svolte radicali. Ce la fanno tutti. Qualcuno si è laureato ed è tornato in comunità da educatore. Le domande conclusive degli studenti del Torno hanno mostrato che il messaggio è passato: non esistono ragazzi cattivi, ma ognuno è artefice del proprio futuro.
di Leandro del Gaudio
Il Mattino, 10 dicembre 2019
Il sindaco ed ex pm Luigi de Magistris ha nominato Pietro Ioia Garante dei detenuti per la città di Napoli. Un uomo impegnato in tante battaglie, ma anche pregiudicato.
Una nomina che solleva reazioni di segno contrario, che alimenta posizioni divergenti. Parliamo della decisione da parte del sindaco Luigi De Magistris di affidare all'ex detenuto Pietro Ioia il ruolo di garante dei detenuti della città di Napoli.
Fortemente difesa dal primo cittadino, la nomina di Ioia viene invece duramente contrastata dai rappresentanti di organi sindacali. Forti riserve vengono espresse dal Sappe, ma anche da Ciro Auricchio, in qualità di segretario regionale Unione sindacati polizia penitenziaria, per il quale Ioia non avrebbe "i requisiti professionali richiesti dal bando (come la laurea in scienze giuridiche), come per altro registrato in altri contesti cittadini".
Va invece all'incasso Ioia, che ricorda dal canto suo i passi in avanti fatti nel corso di una vita spesa in parte - almeno 22 anni - all'interno di una cella. Ma andiamo con ordine, proviamo ad entrare nel merito delle posizioni espresse dopo la scelta di De Magistris.
Spiega l'assessore alle politiche sociali e al lavoro Monica Buonanno: "Il sindaco Luigi de Magistris ha appena nominato Pietro Ioia Garante dei Detenuti della città di Napoli. È il risultato di un lavoro teso alla salvaguardia della dignità delle persone e rappresenta una svolta storica per la tutela dei diritti civili, perché un Paese veramente libero è quello che promuove politiche tese a tutelare e a far rispettare i diritti di ogni persona, anche quelle detenute, garantendone la dignità ed eliminando ogni forma di marginalità sociale".
Diverso il ragionamento delle sigle sindacali che rappresentano gli agenti di polizia penitenziaria, che criticano l'operato di Ioia per alcune esternazioni ritenute strumentali sul mondo delle carceri. Possibile che sullo sfondo ci siano comunque le denunce fatte da Ioia negli anni scorsi, a proposito delle indagini sulla cosiddetta cella zero, su cui è stato condotto un processo.
Ma ecco le riflessioni dello stesso Ioia: "Prima ero un narcotrafficante e a Napoli mi muovevo tra Sanità e Forcella. Ho scontato 22 anni e 6 mesi di carcere, di cui 21 in Italia e circa due in Spagna. Prima la mia vita era caotica: donne, soldi, auto di lusso e cocaina. Ma adesso la mia vera vita è questa: aiutare gli altri.
Oggi quando mi ferma la polizia, mi saluta e mi dice di avermi visto in tv o di aver letto di me sui giornali italiani e stranieri. Prima mi fermavano per portarmi in questura e dirmi di spogliarmi. Ai ragazzi che scelgono la malavita come strada dico: seguite miti positivi, non quelli sbagliati della camorra. Fino a tre mesi fa lavoravo in un garage, che poi ha chiuso.
Oggi lavoro come tutor a Gesco per i minori a rischio o che hanno commesso il primo reato. Dalle mani di Ilaria Cucchi ho ricevuto il Premio intitolato a suo fratello Stefano e quando le chiesi perché a me, mi rispose: per le tue battaglie.
Il mio obiettivo come garante? Come faccio da 14 anni con la mia associazione Ex Don, difendere i diritti dei detenuti sui temi della sanità, del sovraffollamento e del reinserimento lavorativo. Ma non dimentico la polizia penitenziaria, che soffre per il sotto organico, nonostante io abbia denunciato lo scandalo della cosiddetta Cella Zero di Poggioreale". Insomma, una nomina che ora attende un momento di distensione tra agenti di polizia penitenziaria e il nuovo garante.
di Gaia Martignetti
fanpage.it, 10 dicembre 2019
Pietro Ioia, ex narcotrafficante oggi attivista, è stato nominato Garante dei detenuti per il Comune di Napoli dal sindaco Luigi de Magistris. Ioia è stato il primo a denunciare le presunte violenze che sarebbero avvenute nella cosiddetta "cella zero". Oggi è in corso un processo, per stabilire se queste denunce raccontino la verità su quanto avvenuto nel carcere napoletano di Poggioreale.
Da narcotrafficante a Garante dei detenuti. Questa è la storia di Pietro Ioia, che dopo aver scontato la sua pena in diverse carceri italiane ed europee, come racconta, aver cambiato vita per amore dei suoi figli, oggi è stato nominato dal sindaco Luigi de Magistris Garante dei diritti delle persone detenute e private della libertà personale per il Comune di Napoli.
Un incarico gratuito, come specificato nel bando a cui Ioia ha preso parte. Pietro Ioia è stato il primo a denunciare le presunte violenze che si sarebbero perpetrate all'interno del carcere di Poggioreale, a Napoli, nella cosiddetta cella zero.
La cella zero sarebbe una cella non numerata, una sorta di sala d'aspetto, dove alcuni reclusi hanno denunciato di aver subito percosse da alcune guardie penitenziarie. Oggi è in corso il processo per stabilire se queste denunce raccontino o meno la verità su quanto accaduto nel carcere napoletano. Con Fanpage.it, il neo Garante prova a indicare i punti principali del suo mandato, della durata di 5 anni.
Pietro Ioia, che significato ha questa nomina?
"Questa nomina significa che se si vuole si può cambiare. Si può diventare vero uomo. Fa capire, ancora di più, che non solo Pietro Ioia può cambiare, ma chiunque. Anche il più grande criminale può cambiare vita in positivo. Non mi sarei mai aspettato di essere nominato Garante. Essendo un ex detenuto è tutto difficile, una volta ho cercato un lavoro e non me l'hanno dato. Anche in altre occasioni mi hanno rinfacciato che sono un ex detenuto. Non ci speravo, dico la verità".
Quali sono i tre punti che cercherà di portare avanti durante questo mandato?
"Visitare le carceri, la prima cosa. Quello che mi mancava prima, quando ero solo un attivista, era visitare i detenuti reclusi, non solo quelli usciti dal carcere. Combattere il sovraffollamento e poter parlare anche per il corpo della Polizia Penitenziaria che è sotto organico".
Ha avuto modo di confrontarsi anche con il Garante regionale Samuele Ciambriello?
"Stamattina sono stato da Ciambriello, gli ho portato due famiglie. Perché dove potevo arrivare io, arrivava lui. Quando non potevo fare molto portavo le persone da lui. Io e il professor Ciambriello collaboriamo già da diversi mesi, con i familiari dei detenuti. È stato sempre molto disponibile. Ha risolto diversi problemi".
Quando era giovane e scontava la sua pena, si aspettava di poter arrivare qui?
"Non me lo sarei mai aspettato. Per questo devo dare sempre di più. Voglio dimostrare anche al più grande criminale che si può cambiare".
di Laura Barbuscia
La Repubblica, 10 dicembre 2019
Nella struttura penitenziaria uno spazio per recluse e familiari ricrea le condizioni di un ambiente domestico Un modo per dare normalità agli incontri con i parenti e permettere alle madri di mantenere il proprio ruolo. Niente sbarre o colloqui tradizionali sorvegliati.
Ma spazio alle emozioni. Ha preso forma la "casa dell'affettività" nel carcere di Rebibbia, sezione femminile: un prefabbricato in legno di abete di 28 metri quadri, con tanto di soggiorno, angolo cottura e zona pranzo, dove le detenute potranno incontrare i propri familiari e condividere con loro un pasto frugale, seduti intorno a un tavolo.
L'iniziativa fa parte del progetto M.a.ma. (Modulo per l'affettività e la maternità). E rientra in uno dei quattro lavori presentati dall'archistar genovese Renzo Piano al Senato - assieme a quelli di Padova, Milano e Siracusa - inseriti nell'iniziativa "GI24 anno 2019" (dove G sta per palazzo Giustiniani, I per il piano dove si trova lo studio e 24 per il numero della stanza assegnata al senatore a vita). Il progetto sul carcere rientra nel programma sul "rammendo" delle periferie e porta all'estremo l'idea di città di Renzo Piano.
"Amo i centri, ma la vera sfida del futuro è nelle periferie - ha spiegato - Sono fabbriche di desideri e di aspirazioni. È nelle periferie che abita l'80, il 90 per cento delle persone che vivono in città. Quando ci lavori scopri che sono piene di energia e non solo, anche di bellezza umana e tout court". Nulla di più periferico di un carcere e di Rebibbia per dare concretezza all'idea.
Il piccolo spazio abitativo, grazie alla forma, rimanda istantaneamente all'idea tradizionale di casa. Al suo interno è dotato degli ambienti essenziali allo svolgimento delle attività tipiche di una vita domestica quotidiana. All'esterno, il tetto a falde inclinate e altre finiture proteggono il legno dagli agenti atmosferici e una piccola loggia dalla quale si accede all'ambiente interno.
Nel giardino, poi, una magnolia e un eucalipto di grandi dimensioni, mettono in risalto il piccolo edificio, pensato per donare attimi di "normalità" alle detenute e ai propri cari. Ma anche per permettere alle "inquiline" dell'istituto penitenziario, in via Bartolo Longo, di mantenere un ruolo all'interno del nucleo familiare. Un modo per rendere meno traumatica la distanza.
Il modulo è stato montato in un'area verde all'interno del recinto carcerario grazie ad un sistema di assemblaggio a secco. Mentre, tutta la parte strutturale di legno, composta da telai e travi di collegamento, insieme alle pannellature, sempre lignee, è stata realizzata da alcuni detenuti addetti alla falegnameria del carcere Mammagialla di Viterbo, con l'aiuto di alcune detenute di Rebibbia. Gli ultimi interventi di montaggio sono stati effettuati proprio alla presenza di Renzo Piano.
A disegnare la casa, Pisana Posocco, docente di progettazione architettonica alla Sapienza e tre giovani architetti del G124: Attilio Mazzetto, Martina Passeri e Tommaso Marenaci, vincitori di una borsa di studio finanziata da Piano, che da quando è stato nominato senatore a vita (2013) devolve interamente il suo stipendio da parlamentare per supportare questo genere di opere.
"La collaborazione più importante è stata quella instaurata con il Dap (il Dipartimento di amministrazione penitenziaria) che ha supportato la realizzazione del progetto - dice Posocco - Abbiamo pensato che l'architettura potesse essere l'occasione per dare modo a chi vive dentro a un carcere di immaginare un futuro". Ed ecco l'idea di una casa, bisogno primario di tutti, ancora più forte per chi è costretto a starne lontano.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 dicembre 2019
I parenti costretti ad attendere in strada il proprio turno prima di incontrare il congiunto sotto un gazebo. Il Garante del Lazio ha segnalato da tempo il problema. All'aperto, in balia delle intemperie e al freddo, con gazebo adibiti per permettere i colloqui con i familiari. Una denuncia che arriva direttamente dai reclusi della casa di reclusione di Rebibbia.
Accade così che la pena si estende anche ai familiari dei detenuti, soprattutto a rimetterci sono gli anziani e i bambini che a volte - sempre secondo quanto denunciano i reclusi tramite una lettera - sono costretti a rinunciare al colloquio per l'impossibilità di avere un riparo dal freddo, dalla pioggia, o dall'umidità.
Nel passato c'era una saletta interna adibita ai colloqui, ma risulta non a norma e quindi impraticabile. Eppure, nella recente riforma dell'ordinamento penitenziario, modificando l'art. 18 dell'Ordinamento si introduce un'attenzione particolare ai locali destinati ai colloqui con i familiari che devono favorire, "ove possibile, una dimensione riservata del colloquio". Rebibbia non solo ne è carente, ma c'è anche il problema della mancanza di un altro spazio importante per le relazioni con la famiglia sono le sale d'attesa, dove i familiari attendono, in alcuni casi anche ore, prima di espletare le pratiche necessarie per poter poi svolgere i colloqui con i propri congiunti.
Ciò significa che i familiari, prevalentemente donne con bambini o genitori più o meno anziani, sono costretti ad aspettare in strada il proprio turno. Altro motivo per il quale i colloqui si riducono. I detenuti del carcere di Rebibbia chiedono che la direzione predisponga dei locali idonei all'interno delle mura, per poter usufruire dell'incontro con i familiari in maniera serena, così come appunto è regolato dall'ordinamento penitenziario.
Il Garante dei detenuti della regione Lazio Stefano Anastasìa è a conoscenza del problema e segnalato a tempo debito all'amministrazione, la quale sta provvedendo per risolvere questo problema. Ricordiamo che la Casa di reclusione di Rebibbia è un istituto costruito negli anni 50, a regime di custodia aperta. Si articola in 6 sezioni: due sezioni destinate a detenuti comuni di media sicurezza, una sezione per "minorati psichici", un'altra sezione per collaboratori di giustizia, attualmente in ristrutturazione, la sezione appena ristrutturata, attualmente destinata ai collaboratori e la sezione per detenuti in regime di semilibertà.
ildispaccio.it, 10 dicembre 2019
"Il cielo stellato sopra di noi, la legge morale dentro di noi". È questo il titolo dell'evento organizzato dall'Ufficio del Garante Metropolitano della Città Metropolitana di Reggio Calabria delle persone private e limitate nella libertà personale, presieduto dal Dott. Paolo Praticò, che si svolgerà domani 10 dicembre 2019 dalle ore 15.00 presso Palazzo Alvaro (Rc).
La scelta della giornata del 10 dicembre non è stata lasciata al caso. Difatti, ogni anno in tutto il mondo si celebra la giornata internazionale dei diritti umani.
Per tale motivo, l'Ufficio del Garante Metropolitano ha ritenuto essenziale creare le condizioni per un momento di confronto su temi dai quali e per i quali non si può prescindere. Un momento di riflessione ed approfondimento sull'importante ruolo che ogni soggetto qualunque sia il proprio ruolo nella società, è chiamato ad avere rispetto alla valorizzazione della dignità umana ed all'osservanza della tutela dei diritti umani.
Prenderanno parte ai lavori illustre personalità operanti nei più svariati campi del sapere. Sarà presente il Presidente del Consiglio delle Camere penali, Avv. Armando Veneto, la Presidente del C.P.O. R. Calabria Dott.ssa Cinzia Nava, il Provveditore Vicario D.A.P. Calabria dott. Rosario Tortorella, la Presidente dell'ASA dott.ssa Maria Virgillito, lo psicologo e psicoterapeuta dott. Girolamo Lo Verso, la Presidente dell'Arcigay "I due mari" Reggio Calabria dott.ssa Michela Calabrò ed il dott. Emilio Campolo, Responsabile area educativa della Casa Circondariale di Rc "G. Panzera", oltre ai Presiedenti degli Ordini degli Avvocati di Rc Avv. Rosario M. Infantino, al Dott. Campolo in qualità di Presidente degli Ordini degli psicologi e il dott. Danilo Ferrara come Presidente degli ordine degli assistente sociali. L'evento è accreditato presso l'Ordine degli Avvocati e degli assistenti sociali con il riconoscimento di n. 3 cf.
Comunicato stampa, 10 dicembre 2019
In data 12.12.2019 presso questo Istituto avrà inizio il corso di Make-up destinato alle detenute della sezione femminile. Questa Direzione ha accolto, infatti, con molto interesse l'idea progettuale dei signori Alessia Luciana Macari, nota web star, e Oliver Kragl, calciatore del Benevento, che hanno espresso la volontà e la disponibilità a titolo volontario di attivare un laboratorio di make-up che veda coinvolte le detenute della sezione femminile di questo istituto.
La proposta, tesa all'acquisizione di strumenti utili alla "cura della persona", oltre a costituire una ulteriore valida offerta di attività ricreativa volta al benessere psicofisico delle detenute, rappresenta anche una efficace idea per un futuro sviluppo professionale che faciliti il reinserimento sociale delle detenute.
La direzione
Famiglia Cristiana, 10 dicembre 2019
Martedì 10 dicembre 2019, alle ore 14.30, presso la sala "Caduti di Nassirya" del Senato, viene presentato il libro "Parole di vita nuova" curato dal giornalista Orazio La Rocca per le edizioni Marcianum di Venezia: è la raccolta ragionata di tesi di laurea, poesie, racconti e disegni dei detenuti premiati al concorso "Sulle ali della libertà".
Pubblichiamo la prefazione di don Luigi Ciotti.
"Il carcere che funziona non è quello che priva della libertà, ma quello che produce libertà". Queste parole - tratte dal lavoro di Francesco Argentieri, fresco vincitore del concorso "Sulle ali della libertà" ideato dall'associazione "L'Isola Solidale" per la promozione della cultura negli istituti di pena - mi sembrano una splendida sintesi del senso e del valore di questa iniziativa.
Sì perché "l'umanità" e la "funzione rieducativa" della pena a cui esplicitamente richiama l'articolo 27 della Costituzione, si realizzano non solo rispettando le persone detenute nella loro inviolabile dignità - il carcere non può essere uno strumento di ritorsione - ma offrendo loro anche opportunità di cambiamento affinché, uscite dal carcere, diventino una risorsa sociale, cittadini che tutelano e costruiscono il bene comune. La cultura e il lavoro giocano da sempre in questa trasformazione un ruolo cruciale perché il lavoro è prima di tutto espressione di sé, delle proprie passioni, inclinazioni e talenti (fatto salvo, ovviamente, per quelle forme di sfruttamento e umiliazione - ahinoi tanto diffuse - che sono la negazione stessa del lavoro). D'altro canto, la cultura è la strada maestra per diventare persone consapevoli, persone che scoprono quanta vita c'è oltre gli angusti confini dell'io, oltre i suoi impulsi di potere e di affermazione, il suo storpiare e ridurre la libertà ad arbitrio.
E quando si diventa consapevoli e dunque ci s'interroga sul senso del proprio agire - riflessione che non smette mai di accompagnarci - le nostre azioni non possono più volere né commettere il male perché sono azioni che non esprimono un "io" isolato, ma un io incluso in un "noi", in costante relazione con gli altri e con la Terra che ci ospita, dunque azioni animate da una libertà responsabile, da un desiderio di essere liberi con gli altri e non contro o a scapito loro, come continua a fare quell'individualismo che sta distruggendo il tessuto sociale e il pianeta, che mercifica i beni comuni e prosciuga anime e cuori da ogni senso di fraternità, condivisione, corresponsabilità. Ecco allora che le parole di Francesco (nome oggi non semplice da portare...) diventano uno stimolo importante: la privazione della libertà prevista dalla pena deve trasformarsi - se non vogliamo trasformare le carceri in discariche sociali - in strumento per costruire una libertà vera, responsabile, che sia di beneficio alla persona detenuta, ma anche a tutta la comunità. Non è semplice e tuttavia indispensabile, di questi tempi. Tempi in cui è prevalsa un'idea distorta di sicurezza, una sicurezza elevata a "idolo" e, come tale, propagandata da certa politica che costruisce nemici immaginari per coprire le proprie omissioni e responsabilità. Ecco allora che l'accanimento contro gli immigrati, la riduzione della tragedia dell'immigrazione a un problema di ordine pubblico e di pattugliamento delle frontiere, sono comode scorciatoie per nascondere o manipolare la verità, per non riconoscere che le paure e le angosce della gente nascono dal vivere in una società che non ha più nulla di sociale e di socievole, ridotta a spazio dove vince l'individualismo estremo del "mors tua, vita mea", dove crescono le disuguaglianze e le povertà e dove il lavoro, quando c'è, è degradato a prestazione occasionale e malpagata, ormai prossima allo sfruttamento. Una deriva che, in nome di una idea falsata e opportunistica di sicurezza, ha via via smantellato negli anni lo Stato sociale per fare sempre più spazio a uno Stato penale, teso unicamente a punire e a escludere.
Con riflessi evidenti anche sull'impianto giuridico, perché è da quella falsa sicurezza, e dalla politica che ne ha fatto un cavallo di battaglia, che sono uscite leggi come la "Bossi-Fini" sull'immigrazione, la "Fini-Giovanardi" sulle droghe, la "ex Cirielli" sulla prescrizione dei reati, leggi che, dicono i giuristi più illuminati, sono le prime responsabili del sovraffollamento carcerario e della difficoltà se non impossibilità in molte carceri di conferire alla pena l'indirizzo sociale e inclusivo previsto dalla Costituzione.
Per fortuna non dappertutto è così: ci sono oasi di resistenza, realtà dove associazioni e istituzioni uniscono forze e impegno per ridare speranza alle persone detenute e dunque a tutti noi. Realtà dove la parola giustizia e la parola umanità s'incontrano e si completano l'una con l'altra, perché l'umanità è l'unità di misura della giustizia e solo un mondo giusto è un mondo che può davvero dirsi umano. Le riflessioni accurate, profonde spesso illuminanti di queste persone detenute sono un prezioso frutto di questo connubio.
Don Luigi Ciotti
Fondatore del Gruppo Abele e presidente di Libera
di Dacia Maraini
Corriere della Sera, 10 dicembre 2019
Nonostante le grandi conquiste legali, dobbiamo constatare che viviamo ancora in una società fondamentalmente patriarcale, in cui gli uomini hanno dei privilegi a cui molti non vogliono rinunciare. Da una ricerca dell'Istat sugli stereotipi di genere, risulta che il 39,3 % degli uomini italiani ritiene che lo stupro possa essere evitato se veramente una donna lo vuole e il 23,9% ritiene che le donne provochino violenza col loro modo di vestire.
La cosa triste è che molte donne concordano con questi stereotipi che evidentemente sono ancora molto diffusi nonostante i cambiamenti che sono seguiti al 68 e al femminismo. Chiaramente le leggi si cambiano abbastanza rapidamente, ma la mentalità no. Nonostante le grandi conquiste legali, dobbiamo constatare che viviamo ancora in una società fondamentalmente patriarcale, in cui gli uomini hanno dei privilegi a cui molti non vogliono rinunciare. Ma c'è anche un linguaggio delle immagini a cui è difficile sottrarsi. Il vestito che mostra le forme di una donna fa parte della comunicazione imposta dalla cultura dei padri. Tutto nasce dall'idea che il corpo femminile sia fonte di un desiderio pericoloso per l'uomo. Se una donna non vuole essere aggredita, deve coprirsi (come in effetti costringono a fare le società totalitarie musulmane).
Strano, perché è una ammissione di debolezza: come a dire che il desiderio maschile non ha la capacità di autoregolarsi. Nelle nostre società libere da queste norme religiose si parla molto di libertà, ma in realtà si tratta di una autonomia di mercato. Il corpo delle donne non smette di essere considerato centro del desiderio maschile che regola e scandisce i tempi della procreazione. Quella che si afferma non è la libertà femminile ma la manipolazione di una cultura androcentrica che spinge le donne a ottenere attenzione ammiccando e seducendo.
Naturalmente chi è più sensibile a questo linguaggio gradito all'altro sesso sono le più fragili e per questo conformiste, quelle che non hanno fiducia in sé stesse, le più impaurite. Sanno che per comunicare con il mondo maschile devono usare il corpo in modo seduttivo e lo fanno mortificando spesso le proprie capacità intellettive. Si salvano solo le donne che credono fortemente nella propria autonomia di pensiero e di movimento Ma è ingiusto e antistorico incolpare le giovani per il fatto che si adeguano a un linguaggio che è stato loro imposto per millenni e che sanno funzionare ancora, mentre è difficilissimo comunicare con una intelligenza autonoma e un pensiero proprio.
Comunicato stampa, 10 dicembre 2019
Il prossimo 14 dicembre, a partire dalle ore 10.00 presso la Casa Circondariale di Rebibbia Femminile si terrà il torneo di Natale di calcio a 5, organizzato dalla Polisportiva Atletico Diritti con il patrocinio del Coni Regionale del Lazio e dal Centro Sportivo Italiano (Csi).
La squadra di casa di Atletico Diritti, composta dalle atlete ristrette presso l'istituto romano, incontrerà la rappresentativa femminile del Vaticano (della quale fanno parte alcune giocatrici che lavorano presso l'ospedale Bambino Gesù di Roma) e l'Atletico San Lorenzo. Parteciperanno inoltre alcune rappresentanti della Nazionale Italiana Parlamentari che, capitanate dalla Sottosegretaria al Mibact Lorenza Bonaccorsi, e grazia al supporto dell'Associazione Italiana Calciatori, per l'occasione giocheranno insieme alle ragazze dell'Atletico Diritti.
Tra i presenti ci saranno anche il Garante regionale del Lazio per i diritti dei detenuti, Stefano Anastasia; il Prorettore con delega per i rapporti con scuole, società e istituzioni dell'Università Roma Tre, Marco Ruotolo; il Presidente del regionale del Coni, Riccardo Viola; il Presidente provinciale del CSI, Daniele Pasquini. È stato inoltre invitato, e si è in attesa di conferma, Mauro Palma, Garante nazionale delle persone private della libertà.
La Polisportiva Atletico Diritti, nata a Roma nel 2014 su iniziativa delle Associazioni Antigone e Progetto Diritti, con il patrocinio dell'Università Roma Tre, e con l'intento di coniugare sport e integrazione (un impegno riconosciuto anche dal Coni che ha premiato la società nell'ambito del bando "Sport e integrazione"), è attualmente composta da una squadra di calcio a 11 maschile, una squadra di basket, una squadra di cricket e la squadra femminile di calcio a 5 composta dalle detenute ristette nel carcere romano di Rebibbia femminile.
Quest'ultima, nel 2018, primo anno di attività, ha svolto degli allenamenti settimanali e ha affrontato in diverse occasioni la Nazionale delle Parlamentari, la Nazionale di Miss Mamma, una rappresentativa di studentesse dell'Università Roma Tre e di operatori e operatrici dell'Istituto. In quest'ultima occasione è intervenuto anche il Presidente della Camera dei Deputati, l'On. Roberto Fico. Dallo scorso mese di settembre invece, le ragazze, sono impegnate nel campionato Open femminile di calcio a 5 organizzato dal CSI. Per partecipare è necessario accreditarsi entro e non oltre il 12 dicembre p.v., inviando una e-mail all'indirizzo
Andrea Oleandri, Ufficio Stampa Associazione Antigone
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