Giornale di Sicilia, 8 dicembre 2019
Ripristino delle caldaie - e dunque del riscaldamento - ferme da circa quattordici anni e sblocco dei lavori di manutenzione del piccolo reparto ospedaliero. Il presidente della Regione, Nello Musumeci, si è impegnato a risolvere queste primissime criticità del carcere "Pasquale Di Lorenzo" di contrada Petrusa ad Agrigento.
"Alla domanda che cosa manca per far funzionare i riscaldamenti, mi sento rispondere c'è un guasto da 40 mila euro. Mi ha detto il direttore di aver segnalato questa carenza alle autorità superiori. Non è concepibile che Roma, il Ministero, l'amministrazione penitenziaria non abbiano 40 mila euro per intervenire e per risolvere un problema che è essenziale - ha spiegato il governatore Musumeci a Radio Radicale.
Il direttore, che c'è da due anni, mi ha assicurato d'aver avviato le procedure per affidare i lavori. Ho detto al direttore di aspettare dieci giorni, se entro questo arco di tempo, la ditta incaricata non fosse nelle condizioni di poter cominciare a lavorare, interverrà il governo della Regione con quarantamila euro e poi, naturalmente, ne chiederemo il rimborso in danno all'amministrazione penitenziaria di Roma".
Musumeci è dunque pronto a sostituirsi, correndo "il rischio di essere perseguito dalla magistratura contabile, ma se può servire - ha spiegato - a destare l'attenzione di chi di dovere. Sarò dunque ben lieto di poterlo fare".
Il Sicilia, 8 dicembre 2019
Le dichiarazioni del presidente di Antigone Sicilia. Pino Apprendi, presidente dell'associazione Antigone Sicilia, interviene sulle opere di ristrutturazione alla Casa Circondariale Pietro Cerullo di Trapani, insufficienti secondo il suo punto di vista.
"Ho visitato la Casa Circondariale di Trapani, Pietro Cerulli, accompagnato dal Commissario Cocuzza, l'ispettore Savalli e l'educatore? Vanella. Le condizioni generali della struttura si sviluppano a "macchia di leopardo", sottolinea Apprendi.
"Ci sono reparti totalmente ristrutturati, dove il detenuto conduce una vita in ambienti salubri e nel rispetto anche della privacy con docce e servizi nelle celle. Al contempo ci sono reparti? degradati, con docce esterne alle celle, in particolare nella struttura più vecchia dove le celle si affacciano su dei corridoi grandi? e su uno spazio centrale dove regna un vociare continuo", attacca il presidente di Antigone.
"Un capitolo a parte? va dedicato all'isolamento? punitivo, dove le celle sono assolutamente invivibili dal punto di vista igienico sanitario, pareti sporche e il gabinetto alla turca è? collocato nello stesso spazio senza pareti, dove vive, si fa per dire, il detenuto. Su questo punto chiederemo una ispezione? all'Asp di Trapani".
"Pur essendoci 130 stranieri su 521 persone, manca il mediatore culturale. Ben 69 sono i casi di autolesionismo nel 2018, oltre il 13%. Non esiste un'area verde dedicata ai bambini. Come tutte le carceri, risente dell'organico sottodimensionato della Polizia Penitenziaria, che ha una età? media molto alta, e? deve coprire tutti i servizi amministrativi, il servizio scorte e la squadra che si dedica a fare lavori in economia", chiosa Pino Apprendi.
di Luca Speranza
ilpescara.it, 8 dicembre 2019
Venticinquesima edizione per il festival canoro organizzato dal carcere di Pescara assieme al Comune ed a Paolo Minnucci. Torna anche quest'anno, con la venticinquesima edizione, il "Festival della Melodia". Lo ha annunciato l'assessore comunale Di Nisio assieme all'organizzatore Paolo Minnucci ed alla direttrice della casa circondariale di Pescara Lucia Di Feliciantonio.
L'appuntamento musicale si terrà all'interno del carcere di San Donato lunedì 9 dicembre e vedrà la presenza di 10 detenuti nella giuria che valuterà i 15 cantanti in gara.
I vincitori parteciperanno alla finale nazionale che si terrà a Sanremo durante la settimana del festival come ha ricordato l'assessore: "15 cantanti, 10 detenuti in Giuria con tanta voglia di trascorrere due ore di serenità.
Tra le molte iniziative dell'assessorato all'Ascolto del Disagio Sociale, abbiamo inserito anche questo evento per poter trascorrere e far trascorrere un sereno Natale a operatori, direzione e ospiti della Casa Circondariale. Non vogliamo dimenticare nessuno, non vogliamo lasciare "indietro" nessuno. Il nostro slogan #NonLasciareIndietroNessuno lo pratichiamo sempre e con tutti".
Minnucci ha ricordato che alla manifestazione hanno partecipato artisti come 'Nduccio, Piero Mazzocchetti, Vincenzo Olivieri sottolineando anche la valenza sociale del progetto, che è stato il primo spettacolo organizzato nel carcere di Pescara. La direttrice Di Feliciantonio ha aggiunto: "Voglio fare un plauso a chi, da tanti anni, permette di trovare un momento di conforto e di serenità nella vita quotidiana dei reclusi. Penso sia una ottima iniziativa e fornisco sin d'ora la mia disponibilità a tutte le iniziative future che l'Amministrazione comunale vorrà proporre all'interno dell'istituto".
affaritaliani.it, 8 dicembre 2019
Il viceministro dell'Interno Matteo Mauri assiste alla Prima della Scala assieme ai detenuti del carcere di San Vittore. Il Viceministro dell'Interno Matteo Mauri oggi alle 17 all'istituto penitenziario di San Vittore per una visita al personale e ai detenuti, accompagnato dal Direttore Giacinto Siciliano. Seguirà da lì la diretta della Prima della Scala con la proiezione, sullo schermo installato nella rotonda, della Tosca di Giacomo Puccini.
"Ho scelto di assistere alla Prima nel carcere di San Vittore per dare un segnale di attenzione a tutto il sistema carcerario, sia verso gli operatori che verso chi vive una situazione così complicata dal punto di vista personale. E mi dà molto piacere farlo con il Direttore Siciliano che sta svolgendo un ottimo lavoro."
"Credo profondamente nella concezione illuminista che Cesare Beccaria ci ha donato più di 250 anni fa. Un grande milanese, un uomo straordinario che ha influito in maniera determinante anche sulla legislazione italiana moderna. Una tra le più avanzate al mondo e che sposa il concetto che sia utile alla società un sistema che tenda il più possibile alla rieducazione dei detenuti, in modo anche da abbattere il tasso di recidiva.
La Cultura in questo senso può essere una valida alleata. E anche condividere insieme la visione di una delle più belle opere della lirica può essere un piccolo passo lungo questa strada." Lo ha dichiarato il Vice Ministro Mauri a margine della consegna degli Ambrogini d'oro. Premio che quest'anno è stato riconosciuto anche alla memoria di Don Luigi Melesi, storico Cappellano di San Vittore.
di Ambra Notari
Redattore Sociale, 8 dicembre 2019
Quasi 800 dvd donati da Rai Cinema, un corso di catalogazione e una decina di detenuti coinvolti. Luigi, detenuto: "Grazie per non essere come chi chiede di chiuderci dentro e buttare la chiave. Grazie per offrirci una seconda possibilità. Quando sarò libero spero che Bologna vorrà accogliermi".
Tesserino, carta d'identità, liberatoria. "Gli zaini e le borse qui. Niente cellulari. Vi siete controllati bene le tasche?". Gli agenti penitenziari ci aspettano mentre, in una specie di piccola cabina, appoggiamo i nostri effetti personali. Tanto sole, un gran freddo: "Le procedure di sicurezza oggi sono particolarmente rigorose perché entreremo nella sezione penale", ci spiegano. Attraversiamo il cortile e i primi cancelli.
Ripetiamo i nostri cognomi, li appuntano su un registro. Un corridoio lungo e largo, un agente ci fa strada. Poi giriamo a destra e, sul muro in fondo, leggiamo "Sezione penale". Di nuovo i cognomi, di nuovo il registro. Di fianco alla scrivania, un albero di Natale e un presepio sono accesi. Palline, statuine, la stella: tutto è al proprio posto. Alle spalle, c'è la cappella.
Di fianco, altre salette per le attività. Al muro, incorniciata, la maglia numero 10 di Diamanti. Siamo a Bologna, non c'è dubbio. Siamo in via del Gomito, alla casa circondariale Rocco D'Amato, meglio nota come "la Dozza", il carcere cittadino. Siamo nella sezione penale, l'occasione è l'inaugurazione della nuova videoteca "Claudio Caligari".
Alla nostra sinistra, alcuni detenuti, seduti ai banchi, seguono le lezioni scolastiche. Poi ci sono i ragazzi del corso di edilizia, di fianco la palestra. A destra, l'aula dedicata alla formazione sui mestieri del teatro, la sala di musica, la videoteca. Le pareti sono lilla, i vetri davanti alle sbarre sono appannati. Sul muro, ancora il Bologna: la maglia rossoblù di Kone.
"Questa zona è stata ristrutturata 3 anni fa, era un deposito - spiega Massimo Ziccone, direttore dell'area educativa. Un anno e mezzo fa è diventata l'area pedagogica del penale. L'idea è che i detenuti passino qui buona parte delle loro giornate". La sezione penale accoglie detenuti comuni con pene lunghe, dai 5 anni in su: "Vorremmo anche realizzare una cucina e organizzarci perché sia possibile mangiare qui (in Dozza non c'è una mensa, i detenuti consumano i pasti nelle loro camere detentive, ndr)", prosegue Ziccone.
La videoteca è una stanza ampia, tutta bianca. Alle pareti tante locandine: "Caos Calmo", "Metropolis", "Per qualche dollaro in più". Sugli scaffali più di 700 dvd che, sommati a quelli ancora impacchettati con l'etichetta Rai, vanno a comporre un catalogo di 800 titoli. Sullo schermo, passano le immagini di "Non essere cattivo", l'ultimo film di Claudio Caligari, il regista piemontese scomparso nel 2015 a cui, come detto, è stata dedicata la videoteca. "Non essere cattivo" venne proiettato, fuori concorso, alla prima edizione di Cinevasioni: "Caligari si è sempre dedicato alle marginalità - spiega Claudia Clementi, direttrice dell'istituto - raccontando storie di tenacia e mostrando le rivincite. Ci ha accompagnato sin dall'inizio di questo percorso portato avanti con l'associazione Cinevasioni: ci è sembrata la scelta migliore".
Grazie al contributo di Rai Cinema, come detto, sugli scaffali sono già finiti oltre 700 dvd: "Persepolis", "Drive", "13 assassini", "La La Land", "Rush", "Gomorra", "Suburra". Poi c'è la raccolta delle commedie di Eduardo direttamente da Rai Teche, "L'Arlecchino servitore di due padroni", il dizionario dei film di Mereghetti: "Ci è servito per capire bene quali fossero i generi dei film - sorride Angelita Fiore, presidente di Cinevasioni.
Senza internet qualche dubbio ci è venuto". Sulle mensole anche "Il racconto dei racconti", di Matteo Garrone, in concorso al primo Cinevasioni: "Sono occasioni come questa che ci fanno sentire davvero servizio pubblico - ringrazia Carlo Brancaleone di Rai Cinema -. Ho portato una sorpresa", aggiunge, mentre srotola la nuova locandina di "Pinocchio", il film di Garrone in uscita la prossima primavera. "Visto che teniamo a battesimo questo momento - suggerisce Clementi -, vorremmo far sapere al regista che saremmo ben felici di ospitarlo per una proiezione nella nostra sala cinematografica AtmospHera".
Una quindicina i detenuti che hanno seguito il corso di catalogazione guidati da Davide Fioretto: un paio di lezioni teoriche, il passaggio alla pratica. Sei giorni di esercitazione e il catalogo costruito tutto da loro, su un file Excel: "Un bel traguardo per chi, da anni, non usava la tastiera di un computer", sottolineano i ragazzi dell'associazione.
"Abbiamo cominciato a lavorare alla catalogazione a giugno - spiegano Luigi e Mosè -, ora ci aspetta altro lavoro. Quei nuovi dvd (il pacco ancora da aprire con l'etichetta Rai, ndr) ci stanno aspettando". Ultimamente avete visto film che vi hanno colpito particolarmente? "'Ammore e malavita' dei Manetti Bros, è stata la prima proiezione ad AtmospHera. E poi 'Reality', con Aniello Arena, l'attore detenuto: è davvero molto bravo".
I ragazzi sorridono, escono ed entrano dalla stanza per farsi intervistare. Scherzano con i volontari, applaudono. "Vorremmo realizzare un piccolo cineforum - spiega Fiore - condotto con un'attività di peer to peer, con i ragazzi di oggi che seguono e formano quelli di domani. L'attività è molto professionalizzante, è un bell'investimento per il futuro". Annuisce anche Giacomo Manzoli, direttore del dipartimento delle arti dell'università di Bologna: "Abbiamo 15 mila titoli: la preparazione di questi ragazzi di certo ci farebbe comodo", ammette, aprendo una porticina per una futura collaborazione.
Clementi ringrazia la Polizia penitenziaria, gli stakeholders e i volontari, ma soprattutto i detenuti, "uomini che hanno deciso che il tempo passato qui dentro non sia tempo perso, che hanno scelto di cogliere un'opportunità". Poi è Luigi a prendere la parola: "Parlo per me, ma penso di farlo a nome di tutti: grazie per non essere come chi chiede di chiuderci dentro e buttare la chiave. Grazie per offrirci una seconda possibilità". Luigi ha 38 anni, di cui 8 trascorsi in Dozza. Frequenta il corso di giornalismo, quello di cinema e quello di catalogazione.
Fa parte del Coro Papageno e partecipa al laboratorio per il disassemblaggio dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee). "Ho chiesto di usare i miei primi permessi non per tornare dalla mia famiglia, ma per fare volontariato. Il cambiamento passa anche da qui. Se sono sempre stato così impegnato? No. I primi anni sono serviti a metabolizzare. Poi, più o meno quattro anni fa ho capito che non potevo passare la detenzione buttato su un letto, non mi sarebbe servito a nulla. Io non sono bolognese, ma spero che, una volta fuori, questa città voglia offrirmi una seconda possibilità".
Sullo schermo, "Non essere cattivo" ha lasciato il posto al ragionier Ugo Fantozzi: "Volevamo portare un po' di leggerezza, Paolo Villaggio ha messo tutti d'accordo", spiega un volontario di Cinevasioni. È venuto il momento di congedarsi. Prima i detenuti, "è pronto il pranzo", poi tutti gli altri. Mentre escono, si fermano a stringere le mani, ringraziandoci per essere venuti.
Facciamo il percorso all'indietro. Ripassiamo davanti a Kone, Diamanti, albero di Natale e presepio. E poi i corridoi, dalle finestre si vedono le camere detentive: panni stesi, bottiglie d'acqua, scarpe. Ripetiamo i cognomi, recuperiamo zaini, telefoni e documenti. In lontananza, le chiacchiere e il rumore dei carrelli che portano il pranzo, ciascuno seduto nella propria camera. Chissà che la prossima volta non verremo qui per assistere al taglio del nastro di una sala mensa dove, come i detenuti chiedono da tempo, poter pranzare e cenare insieme, magari dopo avere cucinato in brigata.
di Gianni Armiraglio
varesepress.info, 8 dicembre 2019
Questo è quanto ci ha detto oggi un bambino, tutto felice di poter giocare al calciobalilla con il suo papà, anche se ci trovavamo dietro le sbarre del Carcere dei Miogni di Varese. Basta poco per far felice un bimbo che vive la separazione dal suo genitore detenuto, un bambino che quando rientra da scuola o dall'asilo non trova a casa il suo papà, per quanto stanco o burbero, che lo aspetta. Perché è quello che succede ai figli dei detenuti, andare a trovare il papà in quel luogo strano dove papà non può uscire con lui.
Ma è bastato un calciobalilla, un tabellone con i nomi delle squadre, una torta, qualche salatino e qualche bibita per far dimenticare a tutti dove ci si trovava e per dar vita ad un'accesa partita con grandi e piccoli. Le squadre formate da un papà e dal proprio figlio o figlia si sono affrontate in un torneo di cui però non vi diremo il nome della squadra vincitrice perché mai, come in questo caso, l'importante è partecipare e non vincere e perché, ad un certo punto, eravamo di troppo e, fatta qualche foto, ce ne siamo andati per non disturbare quel momento di felicità.
Il Provveditorato Regionale Amministrazione Penitenziaria di Milano, la Direzione della C. C. di Varese in collaborazione con l'Associazione "Bambini senza sbarre" e l'Associazione "Assistenti Carcerari e famiglie di San Vittore Martire di Varese" hanno organizzato questo mini torneo di calciobalilla, nel quadro di quelle iniziative atte a favorire la "genitorialità" negli Istituti Penitenziari, creando dei momenti a misura di fanciullo per superare le difficoltà che incontrano i bambini separati dai propri genitori durante la detenzione in carcere.
"La partita con papà" si è svolta grazie al supporto dei Funzionari Pedagogici dell'Istituto, l'assistente volontario Virginio Ambrosini, che ha collaborato a preparare i premi ed il piccolo rinfresco, oltre agli operatori dell'U.I.S.P. di Varese che hanno animato l'evento e seguito il mini-torneo.
di Stefano Allievi
Corriere del Veneto, 8 dicembre 2019
Ma prevenire, mai? È la prima e più ovvia questione che dovremmo porci, quando si parla di devianza - o delle espulsioni di immigrati che delinquono. E invece è sempre l'ultima. Con il risultato che non capiamo cosa sta succedendo, figuriamoci trovare delle soluzioni sensate. Facciamoci qualche domanda.
Uno. Perché abbiamo tanti immigrati irregolari? È semplice: perché abbiamo chiuso i canali di immigrazione regolari. Se li riaprissimo in base alle esigenze del mercato del lavoro (che ci sono: senza immigrati, settori come il lavoro di cura - badanti, colf, infermiere - agricoltura, logistica, edilizia, turismo - ristorazione e pulizie - e parti significative della manifattura semplicemente chiuderebbero, impoverendoci tutti) avremmo meno immigrazione irregolare, e pure maggiori possibilità di espellere chi delinque, in quanto gli stati d'origine sarebbero obbligati ad accettarli. Se lavorassimo sugli ingressi, ex ante, avremmo molte meno necessità di fare espulsioni, difficili e costose, ex post.
Due. Sono gli immigrati a delinquere? Italiani a parte, non esattamente: sono gli immigrati irregolari - di essi sono soprattutto piene le nostre carceri. Non è l'immigrazione in sé a produrre delinquenza: tanto è vero che abbiamo comunità che hanno specializzazioni criminali significative, e altre che hanno tassi di delinquenza molto inferiori a quelli degli italiani.
Soprattutto, è la condizione di irregolarità che produce occasioni di criminalità: per molti motivi, tra cui la mancanza di alternative. Abbiamo un esempio storico significativo cui riferirci: anni fa, per un certo periodo, i romeni furono al vertice delle classifiche di devianza. Da un anno all'altro - con l'ingresso della Romania nel sistema di libera circolazione (legale) europeo - il tasso di criminalità dei romeni è calato drasticamente. Suggerisce niente?
Tre. La legge ci mette del suo, nel rallentare le espulsioni? Sì. Per esempio, una volta scoperto un comportamento criminale, tocca processare l'individuo anche per immigrazione clandestina, rallentando l'iter dell'espulsione. Sono anni che i magistrati ci chiedono di abolire questo reato. Ma non ne parla nessuno. Perché è stato introdotto in una legge che si chiama Bossi-Fini, e abrogarlo vorrebbe dire ammettere l'errore. Quindi, tutti zitti.
Quattro. Chi delinque, soprattutto? I maschi, giovani, non inseriti nel mercato del lavoro (è così anche per gli autoctoni). Occorrerebbe quindi favorire processi di inserimento nel mercato del lavoro (legale) e di integrazione. Invece si fa l'opposto. Si impedisce l'integrazione e non si consente l'ingresso nel mercato del lavoro a centinaia di migliaia di irregolari - anzi, se ne aumenta il numero riducendo i riconoscimenti tra i richiedenti asilo. Cosa ci si immagina che faccia una persona che non può lavorare regolarmente? Come minimo, farà lavoro nero (che, lo ricordiamo - in un Paese che lo tollera con troppa indulgenza - è un reato); se va peggio, delinque. Il problema è che integrazione=sicurezza, meno integrazione uguale meno sicurezza. A qualcuno interessa, o siamo capaci di parlare solo di espulsioni?
Cinque. Pare che in Veneto qualcuno si sia finalmente svegliato, proponendo un Cie (Centro di identificazione e di espulsione) a Verona. Un posto, cioè, dove mettere chi è stato fermato, in attesa appunto dell'espulsione. Bene, i Cie sono previsti fin dai decreti Minniti, le altre regioni ce li hanno, ma il Veneto ancora no. Risultato: o si lasciano in giro i candidati all'espulsione, o li mandiamo nei Cie altrui. Oggi chi finalmente si accorge che occorre il Cie in Veneto dice che ci vuole mettere solo le persone arrestate in Veneto, con un inedito localismo securitario. Se avessero fatto lo stesso gli altri Cie italiani, noi ci saremmo dovuti tenere i nostri candidati all'espulsione. Forse ci avrebbe fatto bene. Avremmo capito prima.
Sei. Infine: c'è un problema di rispetto delle leggi e di efficacia della repressione, a fronte di un comportamento criminoso? Certo che c'è, ed è gravissimo. Purtroppo vale anche, poniamo, per gli spacciatori e i piccoli delinquenti indigeni. E forse vale la pena lasciarci con un'ultima riflessione. Immaginiamo due fratelli gemelli, emigrati, diciamo, dalla Tunisia o dalla Nigeria: uno emigra a Roma, l'altro a Stoccolma.
E ora rispondiamo a questa semplice domanda: hanno la stessa probabilità di pagare il biglietto dell'autobus? Se avete risposto onestamente, avete anche capito dove volevo andare a parare: ognuno ha gli immigrati che si merita. Facciamoci dunque anche una settima domanda, quella decisiva. Che razza di Paese siamo? Come mai siamo così? E cosa possiamo fare per cambiare?
ilvibonese.it, 8 dicembre 2019
Organizzato per il secondo anno consecutivo da Chiesa cristiana di Vibo, gruppo gospel di Montepaone e cooperativa sociale Vibosalus, grazie alla sensibilità della direzione e dei funzionari.
Un concerto per mostrare vicinanza, per lanciare un messaggio di pace e per mostrare a chi ha sbagliato che un'altra vita è possibile. È quello andato in scena, per il secondo anno consecutivo, alla casa circondariale di Vibo Valentia, promosso dalla Chiesa cristiana "Gesù Cristo è il Signore" di Vibo Valentia in collaborazione con il gruppo gospel "New Vision Gospel Choir" di Montepaone Lido, la cooperativa sociale "Vibosalus" e l'istituto per la famiglia sezione 278.
La sensibilità dimostrata dalla direttrice Angela Marcello insieme al comandante del Corpo Domenico Montauro, dalla responsabile area educativa Chiara La Cava e dal personale tutto della Polizia penitenziaria di Vibo Valentia, hanno permesso di riorganizzare l'evento. Gli obiettivi, come nell'edizione del 2018, erano quelli di raggiungere, in prossimità delle festività natalizie, coloro i quali vivono una condizione di solitudine e distacco dagli affetti familiari, attenuando il disagio delle carceri anche grazie alla presenza del gruppo gospel.
"Il Natale - ha affermato il pastore della Chiesa Cristiana Giovanni Perri - è un periodo di festa molto delicato per coloro i quali soffrono da detenuti e dimenticati dalla società, che percepiscono in maniera pungente la solitudine dei luoghi carcerari. Eppure il nostro Signore Gesù Cristo, in più occasioni, ci ha raccomandato la cura dei più deboli e dei carcerati. Essere cristiano è un progetto che trova adempimento soprattutto nella realizzazione della parola del nostro maestro e questa iniziativa ha proprio questo scopo: scaldare il cuore e l'animo dei detenuti con la volontà di infondere loro la speranza e la fede di Cristo e di far percepire loro la nostra vicinanza". L'incontro si è concluso con un breve messaggio di incoraggiamento e la distribuzione gratuita di copie della Bibbia e calendari cristiani.
di Filomena Gallo*
L'Espresso, 8 dicembre 2019
È possibile per un malato accedere al suicidio assistito in Italia? Con la sentenza 242/2019 la Corte Costituzionale ha risposto che in alcuni casi è possibile. Non è infatti più punibile chi aiuta un malato che abbia autonomamente e liberamente deciso di porre fine alla propria vita e che sia: "1) una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, 2) affetta da patologia irreversibile, 3) fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, ma 4) pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli".
Queste condizioni devono essere state "verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente". La Consulta, con una sentenza di incostituzionalità immediatamente applicativa con effetto di legge, ha riscritto il perimetro dell'articolo 580 del Codice penale che prevede una pena da 5 a 12 anni per istigazione e aiuto al suicidio. Il reato rimane per l'istigazione e per quei casi di aiuto materiale che non rientrano nelle condizioni della sentenza.
La decisione risponde all'incidente di costituzionalità sollevato dalla Corte di Assise di Milano, nel giudizio che vedeva Marco Cappato imputato per l'aiuto alla morte volontaria di Fabiano Antoniani. A settembre 2018 la Consulta aveva utilizzato la formula della dichiarazione di incostituzionalità "accertata ma non dichiarata" rinviando l'udienza di 11 mesi fornendo al Parlamento il tempo di intervenire. Nell'ordinanza del 2018, si legge che il divieto assoluto dell'articolo 580 cp: "finisce [...] per limitare la libertà di autodeterminazione del malato nella scelta delle terapie, comprese quelle finalizzate a liberarlo dalle sofferenze, scaturente dagli artt. 2, 13 e 32, secondo comma, Cost., imponendogli in ultima analisi un'unica modalità per congedarsi dalla vita, senza che tale limitazione possa ritenersi preordinata alla tutela di altro interesse costituzionalmente apprezzabile, con conseguente lesione del principio della dignità umana, oltre che dei principi di ragionevolezza e di uguaglianza in rapporto alle diverse condizioni soggettive".
La chiusura di questa vicenda ha una portata storica e per la prima volta la Corte Costituzionale interviene in materia di scelte alla fine della vita. Adesso tocca al Parlamento intervenire con una legge che però non potrà restringere quanto fissato dalla Consulta. Nell'attesa che le Camere discutano, un prossimo appuntamento è per il 5 febbraio prossimo a Massa per l'ultima udienza del processo a Marco Cappato e Mina Welby che hanno aiutano Davide Trentini, un malato che - con patologia irreversibile, fonte di sofferenze insopportabili e nel pieno della capacità di autodeterminarsi - non era attaccato a una macchina.
Il caso di Trentini potrebbe non essere ricompreso nella definizione della Consulta.Se il legislatore non sarà intervenuto saranno di nuovo i giudici a decidere. Dalla vicenda di Piergiorgio Welby (2006) in poi, solo grazie alle persone che hanno reso pubbliche le proprie drammatiche storie, si sono suscitate riflessioni e riforme sistematicamente scansate dalla politica. In tutti i sondaggi gli italiani chiedono di voler essere liberi di scegliere.
Lo scorso ottobre i giudici hanno ampliato le possibilità di esercizio di questa libertà: adesso è compito della politica codificare l'autodeterminazione individuale fino alla fine della vita. Dal 2013 alla Camera giace una proposta di legge d'iniziativa popolare per la legalizzazione dell'eutanasia, promossa dall'associazione Luca Coscioni e sottoscritta da oltre 67 mila persone per regolamentare la fine della vita, i tempi sono maturi per approvarla.
*Segretario dell'Associazione Luca Coscioni
recensione di Antonio Maria Mira
Avvenire, 8 dicembre 2019
La strada statale 106 corre lungo la costa jonica per 491 chilometri, da Reggio Calabria a Taranto. Una striscia d'asfalto che attraversa Calabria, Basilicata e Puglia. La chiamano "la strada della morte" per l'altissimo numero di incidenti. Uno stretto budello a due corsie (tranne pochissimi tratti) che si infila in decine di paesi, tra un'edilizia disordinata e un mare spesso nascosto.
Una strada che è un po' la metafora della Calabria, soprattutto nel tratto reggino. Il sacco del territorio, l'anonimato di centri abitati noti solo per fatti criminali, l'arretratezza dei collegamenti (a fianco corre, si fa per dire, la linea ferroviaria a binario unico e in gran parte non elettrificata). Negatività che cancellano una storia antichissima, dai greci ai romani ai bizantini.
E allora la 106 è soprattutto metafora della 'ndrangheta, la "sindrome che aleggia nella zona", così come la definisce Antonio Talia nel libro molto ricco e intenso "Statale 106. Viaggio sulle strade segrete della 'ndrangheta" (Minumum Fax).
"La Statale 106 - scrive il giornalista calabrese, figlio proprio di questa terra - non è una strada statale litoranea, ma un abominio statistico di dimensioni internazionali: sono abbastanza sicuro che non esista al mondo una densità di fenomeni del genere come quella che si concentra nell'arco dei 104 chilometri tra Reggio Calabria e Siderno".
Un viaggio a tappe lungo una storia di sangue, di collusioni con la politica e l'economia, non solo storia calabrese. Lasciando ogni tanto la 106 per risalire, lungo strade malmesse che affiancano immense fiumare, le pendici dell'Aspro - monte, fino a paesini che evocano la drammatica stagione dei sequestri di persona e quella ancora attualissima dei ricchissimi traffici di droga. Ma da qui partono altri percorsi che portano molto più lontano.
"Sovrapporre gli alberi genealogici a una mappa della Statale 106 - scrive ancora Talia - significa accedere a una geografia occulta costituita da intrecci, parentele, cognomi ricorrenti e nomi di battesimo che fluiscono sottotraccia per ricomparire dopo due o tre generazioni dall'altra parte del pianeta". Così la 106 ci porta in Lombardia, Germania, Olanda, Slovacchia, Sudamerica, Usa e Canada, fino all'Australia, dove fare affari ma dove anche compaiono "locali", riti di iniziazione e formule di giuramento come nei paesini aspromontani.
Un legame strettissimo, un cordone ombelicale, perché il comando, le decisioni finali, l'ortodossia restano sempre qui, lungo questa fascia di territorio. "Tutte queste locali - si legge nel libro - agiscono in autonomia sul territorio, ma allo stesso tempo sono tenute a rispettare le regole del Crimine di Polsi (il santuario della Madonna della Montagna, a lungo luogo degli accordi e delle strategie 'ndranghetiste, ndr) che emette una sorta di interpretazione inappellabile della "Costituzione criminale" dell'organizzazione".
Un'unitarietà nella diversità, che scorre lungo la Statale. Il viaggio fa una prima tappa a Bocale, al chilometro 15 della 106. Qui aveva una villa Lodovico Ligato, parlamentare Dc, potentissimo presidente delle Ferrovie dello Stato, e qui venne ucciso nella notte tra il 26 e il 27 agosto 1989, uno dei tre delitti eccellenti di 'ndrangheta: il suo, quello ne12005 del vicepresidente del Consiglio regionale Francesco Fortugno, quello nel 1991 del sostituto procuratore generale Antonino Scopelliti, in realtà un favore a "cosa nostra" per eliminare il magistrato che in Cassazione si doveva occupare del maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino. La 'ndrangheta non ama i clamori, non li provoca.
Certo usa la violenza e anche pesantemente. Nella terza tappa a Montebello Jonico, al chilometro 30, si ricorda la seconda guerra di 'ndrangheta che "finisce nel 1991, dopo sei anni, 564 vittime accertate e un numero tra le 100 e le 200 persone scomparse nel nulla, fuggite o peggio". Non è improvviso "buonismo".
Ma la "strategia dell'inabissamento" nella quale "controversie che in passato conducevano a conflitti armati, da tempo vengono invece appianate attraverso discussioni e decisioni emesse dagli affiliati più autorevoli, per essere liberi di continuare a fare affari". Perché sono proprio gli affari a viaggiare meglio lungo la 106 e lungo le tratte europee e transoceaniche. Strettamente intrecciate con la politica. Fin dal delitto Ligato che, scrive Talia, "è allo stesso tempo la balena bianca degli omicidi di 'ndrangheta e un gigantesco rimosso collettivo".
Merito del libro ricordarlo, ricordando anche quelle drammatiche parole di Oscar Luigi Scalfaro, futuro presidente della Repubblica, che al Consiglio nazionale della Dc tenutosi quattro giorni dopo l'omicidio, di fronte al silenzio generale, disse con onestà e sincerità: "Ligato è nostro. Perché fu un nostro deputato, perché a quel posto di responsabilità non ci andò da solo.
Vogliamo andare avanti in silenzio, passando oltre anche queste scene colorate di sangue? O vogliamo fermarci a meditare quanto taluni sistemi possono portare persino a conseguenze di questo peso?". Storie rimosse. Come quella rievocata alla tappa di Saline Joniche, al chilometro 27. Dove una ciminiera alta 154 metri ricorda uno degli sprechi pubblici più giganteschi non solo della Calabria: la Liquichimica biosintesi, decine di miliardi spesi, 750 operai che lavorarono per 60 giorni per poi restare 23 anni in cassa integrazione.
Lo sfascio della costa, interessi politici, affari delle cosche e una grande illusione. Una costante lungo la 106. E non solo. Così la tappa al chilometro 86, parte da San Luca, "la mamma" della 'ndrangheta, arroccato sulla fiumara del Bonamico, per farsi europea. A quella notte "tra il 14 e il 15 settembre 2007, quando si svela la sovrapponibilità tra Statale 106 e Autobahn tedesche".
È la notte della strage di Duisburg, sei morti, l'ultimo capitolo della faida del paese che ha dato i natali a Corrado Alvaro, e alle cosche Nirta-Strangio e Pelle-Vottari. Quando, scrive Talia, "l'intera Europa apprende cosa significa la parola 'ndrangheta". Così come una lunga fila di omicidi lo svela a canadesi e australiani. Morti e affari globalizzati. Ma la mente, la testa rimangono sempre qui, su questa striscia d'asfalto.
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