di Luca Liverani
Avvenire, 18 gennaio 2020
Negli istituti quasi il 30% in più dei posti disponibili. Quasi 10 mila in attesa di primo giudizio. Picco di suicidi nel 2019: 53 tra i detenuti e 9 tra gli agenti. Da inizio anno già 41 aggressioni. Allarme dal pianeta carcere. Sovraffollamento, aggressioni, suicidi - anche tra gli agenti - e carenza nelle strutture sanitarie per i detenuti. È l'immagine delle carceri italiane dipinta oggi dal Garante dei detenuti, Mauro Palma, in un incontro sulle "vulnerabilità in carcere". Un'anticipazione in vista della presentazione del nuovo rapporto, sui dati del Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria, in programma il 17 aprile in Senato.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 18 gennaio 2020
I magistrati contro la proposta del ministro Bonafede. Tutte le correnti compatte: "la lentezza dei processi non è certo determinata dalla pigrizia dei magistrati".
Prima di "minacciare ipotesi di responsabilità disciplinare a carico dei magistrati qualora i tempi imposti per legge non vengano rispettati", il governo dovrebbe varare un serio piano di investimenti nel settore della giustizia.
È stato sufficiente che il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ventilasse la possibilità di "sanzionare" i magistrati che sforino i tempi di fase del dibattimento, previsti nella riforma del "processo breve", per ricompattare le correnti dell'Anm. Da Area a Magistratura indipendente, il gruppo moderato delle toghe, è un coro unanime di critiche.
"La lentezza dei processi non è certo determinata dalla pigrizia dei magistrati; all'opposto, nel quadro normativo attuale, deve a loro essere riconosciuto il merito della residua, per quanto insufficiente, funzionalità della giustizia penale. Al fine di renderla più rapida sono necessarie risorse umane e materiali ben maggiori di quelle attuali e di quelle che il ministro Buonafede ha in animo di integrare". Scrive in una nota il ordinamento di Area.
"La magistratura italiana rappresenta un esempio di produttività nel panorama comparato dei sistemi giudiziari europei e non accetta di diventare, in ragione di una mediazione politica". La replica della segreteria nazionale di Mi.
Per far "digerire" alle altre componenti della maggioranza lo stop della prescrizione, Bonafede ha giocato la carta delle sanzioni alle toghe "lumaca". Solo prevedendo delle "pene" per i ritardatari sarebbe possibile evitare che i fascicoli restino per anni negli armadi, il ragionamento dalle parti di via Arenula. Ma, come si è visto, le toghe hanno già fatto capire che sarà alquanto improbabile che una simile riforma veda la luce. Da dove partire, allora? La risposta la forniscono sempre le toghe: Sono necessarie riforme strutturali del codice processuale".
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 18 gennaio 2020
La commissione Giustizia della Camera ha condannato la prescrizione, ma il provvedimento torna in aula per una votazione plenaria il 27 gennaio. Ancora a caldo rispetto all'esito delle regionali, con qualche speranza che l'emorragia del M5s e le riflessioni in casa Dem possano cambiare gli equilibri. Questo il wishful thinking che circolava ieri al convegno garantista "L'omicidio della ragionevole durata del processo".
In omaggio alla canzone di Gino Paoli, ieri Forza Italia ha riunito un panel di esperti per denunciare "la drammatica controriforma" del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Una battaglia che Forza Italia intende giocare sino alla fine, a sostegno della proposta di legge promossa da Enrico Costa, bocciata ieri in Commissione: "Ieri - attacca la capogruppo azzurra alla Camera, Mariastella Gelmini - abbiamo perso ma è solo il primo tempo, certamente non tutta la partita che non è assolutamente finita: faremo di tutto in vista del 27 quando la legge Costa arriva in Aula. Ora speriamo che non passi questo grave vulnus alla nostra civiltà giuridica".
Durissima anche la capogruppo azzurra al Senato, Anna Maria Bernini, secondo cui questa riforma è "un atto di inciviltà giuridica da parte di due avvocati, Conte e Bonafede. Aderire a questa riforma - aggiunge - vuol dire sposare in pieno la filosofia di Davigo, massimo esponente di questo giacobinismo arrembante, il quale continua a ripetere che nel processo la difesa ha fin troppe garanzie". A provare a fermare la riforma Bonafede è stato il deputato Enrico Costa, la cui Pdl è stata affossata due giorni fa in commissione Giustizia.
È lui, al convegno, a parlare di un "Pd imbarazzatissimo, ha parlato di "ergastolo processuale", di "fine pena mai", di "incostituzionalità", ma poi si sono rimangiati tutto sulla base del lodo Conte, che significa distinguere i condannati in primo grado dagli assolti in primo grado, una palese violazione della Costituzione. Il 48 % delle sentenze di primo grado sono appellate, in tutto o in parte. Significa che l'appello è una fase di controllo fondamentale, ma loro l'appello vogliono cancellarlo".
Gli fa eco il senatore della Lega Andrea Ostellari, presidente della commissione Giustizia a Palazzo Madama, che non si tira indietro: "Insieme collaboreremo a stendere delle proposte di legge che consentano di evitare processi infiniti e garantiscano il diritto alla difesa degli italiani". La parola passa alla difesa, il battagliero avvocato Giandomenico Caiazza, presidente dell'Unione Camere penali. "Saremo in piazza davanti a Montecitorio con tutti gli avvocati, il giorno del voto", annuncia. Il timore è che la mannaia dei giacobini non si fermi qui. "Adesso aboliranno anche l'appello", paventa Caiazza. "Perché la competenza tecnica di chi spiega il valore della prescrizione non conta più nulla. Interessa solo dare la sensazione di una lotta contro i poteri forti, mentre sono 120.000 i processi in Italia interessati ogni anno dalla prescrizione".
Presenti all'iniziativa anche Francesco Paolo Sisto, capogruppo azzurro in commissione Affari Costituzionali, Carlo Nordio, già procuratore aggiunto a Venezia, il senatore di Forza Italia Niccolò Ghedini, Edoardo Bianchi, vicepresidente Ance, Marcella Panucci, direttore generale Confindustria, Alessio Falconio, direttore di Radio Radicale. Il premier Conte da Algeri fa sapere: "Offriremo a tutte le forze politiche quindi anche a Italia Viva una riforma complessiva".
di Davide Dionisi
vaticannews.va, 18 gennaio 2020
A Roma, nei giorni scorsi, l'incontro tra il ministro della Giustizia Bonafede e l'Ispettore generale dei cappellani, don Grimaldi. Al centro del colloquio le condizioni di chi vive in carcere, tema da sempre trattato ne "I Cellanti", trasmissione di Radio Vaticana. L'esperienza dell'associazione "Sulleregole" e la storia di Pietro.
"Solo umanizzando questi luoghi di solitudine e di sofferenza, si può aiutare chi è privato momentaneamente della libertà personale, ad un vero recupero della persona": così don Raffaele Grimaldi, Ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, dopo il colloquio con il Guardasigilli Alfonso Bonafede nella sede dell'Ispettorato in via delle Mantellate a Roma. "Gli istituti di pena, che per molti vengono intesi solo come luoghi di emarginazione e luoghi per custodire la sicurezza della società, possono divenire - afferma don Grimaldi - una vera e propria provocazione, uno stimolo, una sfida a far nascere e ad interrogarci affinché il nostro mondo sia più misericordioso e più attento alle persone".
Non chiudere tra le sbarre la speranza - Accoglienza, recupero, mai puntare il dito contro chi ha sbagliato ma spalancare il cuore offrendo amore e misericordia: sono queste le strade per una vera trasformazione della persona, secondo don Raffaele.
Per il ministro Bonafede è molto importante il ruolo dei cappellani nel percorso di rieducazione perché svolgono un lavoro che è nell'interesse della collettività. Attraverso di loro, infatti, i detenuti scoprono la possibilità di cambiare, imparano la legalità "non come dovere ma come amore per le regole e come segno di rispetto nei confronti degli altri".
Colombo: insegnare ai detenuti il rispetto delle regole - Volto noto dell'inchiesta "Mani Pulite" che portò alla luce il giro di tangenti nella politica e nell'imprenditoria, il magistrato Gherardo Colombo ha fondato nel 2010 l'Associazione "Sulleregole", che si dedica alla riflessione pubblica sulla giustizia e nell'educazione alla legalità. Ogni anno incontra circa 250 mila studenti in tutta Italia e proprio per tale attività ha ricevuto il Premio nazionale "Cultura della Pace 2008". "È molto importante con i detenuti - spiega Colombo - avere una relazione nella quale ci si riconosce reciprocamente. La prima cosa è far vedere che le regole si possono rispettare e il rispetto delle regole è vantaggioso soprattutto in carcere. È un passaggio fondamentale".
"La mia visione del carcere è cambiata" - Nel racconto Gherardo Colombo ripercorre la sua esperienza con i detenuti. "Un conto - sottolinea - è vedere un carcere e un conto è riconoscere le persone che ci sono dentro". L'ex magistrato ricorda di aver sempre messo in primo piano la dignità degli imputati e le loro garanzie soprattutto quando subivano un trattamento pesante come la prigione. "Ad oggi - racconta - non sono riuscito a dare una risposta a tanti interrogativi che mi hanno accompagnato in questi anni. Io non riesco a trovare il principio per cui si toglie un padre al proprio figlio piccolo, spedendolo in prigione, perché ha commesso una rapina. Dov'è il principio che rende giusto il fatto di togliere il padre al bambino? Ho vissuto sempre con questi interrogativi, pur tenendo conto delle esigenze di sicurezza per i cittadini ed il rispetto delle vittime. Ho fatto però un percorso che ha compreso letture e persone e attraverso questo devo dire che la mia ottica è cambiata veramente tanto. Adesso penso che il carcere non solo sia inutile ma anche dannoso".
La storia di Pietro: bisogna solo guardare avanti - Consigliere di Confcooperative Roma, imprenditore nel campo della movimentazione delle merci nel porto di Gioia Tauro poi l'accusa di associazione mafiosa, l'arresto e la condanna a 11 anni di reclusione. È la storia di Pietro D'Ardes che dal carcere però rinasce a nuova vita. "Ero un imprenditore a livello europeo, sono rimasto coinvolto in una vicenda giudiziaria che ha comportato sequestri, confische e condanne. In carcere ho condiviso momenti con persone che mai avrei pensato di frequentare - racconta Pietro - e mai avrei pensato di vivere l'esperienza del carcere di massima sicurezza".
Ma lì tra le sbarre, Pietro pensa al suo futuro e non si arrende. "Mi sono messo a studiare, mi sono iscritto a Giurisprudenza e in tre anni e mezzo sono riuscito a conseguire il titolo accademico, dando un senso a questo mio percorso. Quando poi sono uscito dal carcere, con qualche risparmio che mi aveva lasciato mia madre, ho messo su uno studio legale ed ho iniziato il praticantato. Ho intenzione di fare l'avvocato. Oggi - spiega - non sono più l'imprenditore di un tempo quando mi sentivo come un capitano di vascello o un generale, oggi voglio continuare il percorso iniziato dentro il carcere ma che ha preso il via con la condanna e sta continuando fuori di lì fino, possiamo dire così, alla guarigione. Di fatto il condannato, per me, è come un malato che si deve curare e deve fare una convalescenza".
Nel carcere si vede la vita che non si può più toccare - Pietro non nasconde i momenti difficili vissuti in prigione. "Ho assistito anche a dei suicidi, sono stati anni molto duri, ci sono stati dei momenti di grande sconforto, di desolazione e devastazione. Il carcere è una delle prove più forti che ci siano, per me, è una prova più dura anche della malattia. Mentre un malato è rassegnato, in carcere una persona è sempre vigile con la mente, però si trova in un mondo parallelo. È dentro le mura di un istituto penitenziario ma fuori - sottolinea Pietro - la vita continua ed è come se vedesse quella vita che non può più toccare. In quel momento è come parcheggiato". "Una persona che è stata in carcere - insiste - porterà sempre quella cicatrice, ma è necessario trasformarla in qualcosa di positivo, per dare una testimonianza, aiutare gli altri e far capire che comunque nella vita non si può tornare indietro. Il carcere va vissuto in una certa maniera con dignità. Bisogna sapere accettare, rispettare le persone che fanno parte dell'istituto penitenziario, scontare la propria pena e in questo frangente capire gli errori. Io personalmente - conclude Pietro - ho deciso di studiare la giurisprudenza per il mio futuro ma anche per capire il perché della mia condanna e quindi ho voluto andare a fondo perché si può solo andare avanti e non si può più tornare indietro".
di Claudia Osmetti
Libero, 18 gennaio 2020
Tanti di loro, una volta scontata la pena, preferirebbero restare dentro perché non hanno nessuno e non sanno dove andare. L'allarme lanciato dal garante dei detenuti di Roma.
"Fatemi morire qui, non so dove andare". Se fossimo in un Paese civile, quando la garante dei detenuti di Roma si è trovata davanti a una richiesta simile, arrivata sulla sua scrivania in una busta proveniente dal carcere di Rebibbia, con tanto di appello e firma di un carcerato di 75 anni, ecco, se fossimo in un Paese civile, con quell'istanza in mano la garante dei detenuti di Roma avrebbe strabuzzato gli occhi. Sarebbe rimasta sconcertata, forse persino disorientata.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 18 gennaio 2020
In Italia meno reati e più carcerati. Indovinate perché. 10mila persone sono in prigione in attesa di giudizio. 23mila sono in prigione per scontare pene di uno o due anni: potrebbero uscire, a norma di legge, ma restano in cella
di Cristina Lacava
Corriere della Sera, 18 gennaio 2020
Al carcere minorile Beccaria, a Milano, è stato appena inaugurato l'unico teatro all'interno di un istituto, ma aperto alla città. Un esperimento, il primo in Europa, che si sta rivelando vincente.
Silenzio, si prova. Mentre si spengono le luci, sul palco salgono due ragazze: sono Antigone e Ismene. I loro fratelli si sono uccisi a vicenda ma Antigone ha appena saputo che il re di Tebe, Creonte, ha permesso la sepoltura solo a uno di loro, Eteocle. Lei non ha dubbi: nonostante la contrarietà della sorella, sfiderà la legge pur di seppellire anche Polinice.
Nell'ombra il coro, che entrerà poco dopo, da protagonista. In questa versione della tragedia di Sofocle la scena è essenziale. Al centro c'è una grande pedana in legno, dove gli attori salgono e scendono, corrono, fanno capriole. Durante lo spettacolo, spiega il regista, si apriranno alcune botole, rivelando il "mondo di sotto". I protagonisti sono tutti giovani, molto attenti, motivati. Bravi. Dopo un po', lo stop: è arrivato un gran vassoio di focaccia genovese, è il momento della pausa.
Siamo nel teatro Puntozero del carcere minorile Beccaria, alla periferia di Milano, non lontano dalla linea del metrò 1. È l'unico teatro in carcere in tutt'Europa aperto direttamente all'esterno: un progetto partito parecchi anni fa, arrivato adesso in porto dopo mille traversie. Una scommessa senza precedenti, vinta. Dopo un'anteprima prenatalizia con un sold out da 2800 presenze per Romeo & Juliet Disaster, la prima vera e propria è dal 22 gennaio con l'Antigone; una tragedia che parla di legge divina e umana, di libertà e obbligo morale, ma soprattutto di gioventù. Un testo che non può non farsi amare da questi ragazzi, detenuti ed ex detenuti, italiani e stranieri, affiancati dagli operatori dell'associazione Teatro Puntozero/Beccaria, da 25 anni presente nell'istituto penitenziario.
C'è molta attesa per lo spettacolo; le matineé sono già tutte prenotate dalle scuole. Chi vuole assistere, può comprare i biglietti online (su puntozeroteatro.org). Per assistere allo spettacolo si entra da una porta sulla strada e si sale di un piano fino a una comoda sala da 200 posti, con bel le poltroncine rosse donate dal Teatro alla Scala. Sembra un qualunque teatro cittadino, ma all'interno, dalla parte opposta, un'altra porta si apre invece verso la casa di reclusione.
Poco prima della pausa arrivano Cosima Buccoliero, direttrice del Beccaria (oltre che del carcere di Bollate), Mimma Belrosso, responsabile del Centro di prima accoglienza (il servizio che accoglie per 96 ore i ragazzi dopo l'arresto, in attesa della decisione del giudice minorile), e il cappellano don Gino Rigoldi. I ragazzi li salutano con calore, sono contenti che assistano alle prove. Ci sono abbracci, pacche sulle spalle. Cosima Buccoliero è arrivata al Beccaria da poco più di un anno, la maggior parte dei lavori erano stati già fatti. Ma è stata lei a dare gli ultimi permessi, a imprimere lo scatto decisivo per arrivare all'apertura.
"Ci siamo battuti per un'assoluta indipendenza del teatro dal carcere, così come per la chiesa a fianco, che abbiamo aperto ai fedeli. Alla messa di Natale si poteva entrare direttamente dall'esterno, senza controlli", spiega. A spingere in questa direzione è l'idea che "il carcere chiuso possa fare ben poco, soprattutto per i giovani. La pena è qualcosa di cui tutta la comunità dovrebbe farsi carico, perché se un ragazzo viene recuperato, è una vittoria per tutti. Non si può dire: chiudiamo questo qua in cella e buttiamo via le chiavi. Al contrario, noi dobbiamo pensare a un percorso che permetta a lui, o a lei, di essere autonomo e rifarsi una vita". Che sia la strategia giusta lo dimostrano i risultati del carcere per adulti di Bollate: un 18 per cento di recidiva contro la media nazionale del 68/70 per cento. Sicuramente un modo per aumentare la sicurezza sociale.
Al Beccaria ci sono 35 detenuti, tutti maschi (la sezione femminile è a Pontremoli), tra i 14 e i 25 anni (conta l'età al momento del reato), rinchiusi per reati anche gravi contro il patrimonio e la persona. C'è la scuola dell'obbligo, un laboratorio di cucina, la manutenzione del verde, due ditte esterne (prodotti da forno, quadri elettrici) che offrono lavoro.
Nel laboratorio di teatro sono impegnati 7/8 ragazzi, che ricevono un piccolo stipendio da 500 euro al mese: "Imparano tutti i mestieri che servono; recitano, fanno i tecnici ma anche le pulizie", dice il regista Giuseppe Scutellà. C'è Stan, rumeno, in Italia da 14 anni, ora in affidamento, che sarà libero tra 5 mesi. C'è Christian, albanese, che ha finito di scontare la pena, la mattina si alza alle 5, va a fare il muratore ed è "contentissimo", poi nel tardo pomeriggio arriva al Beccaria e si trasforma in attore. La sera scrive canzoni; pare sia un rapper molto in gamba. Spera di ottenere la carta di soggiorno e trovare una casa sua; per ora, è ospite del regista e della sua compagna Lisa Mazoni, attrice (è lei Creonte) e socia fondatrice di Puntozero/Beccaria.
In Antigone, i detenuti interpretano il coro, mentre le parti femminili sono affidate alle operatrici dell'associazione, studentesse universitarie o liceali. Sulla scelta dell'opera, il regista spiega che "è molto importante, perché parla di giustizia giusta e sbagliata, di libertà e di legge morale, di trasgressione. Aiuta questi ragazzi ad avere maggiore consapevolezza. Stando insieme tutto il giorno per le prove, detenuti e studenti riflettono, è un arricchimento reciproco. I detenuti capiscono che c'è un modo per stare insieme più sano rispetto all'unico che conoscono: lo sballo. Almeno, proviamo a farglielo capire".
Antigone arriva dopo il comico Romeo & Juliet Disaster, ma in programma c'è anche una versione integrale e più classica di Romeo e Giulietta: "Speriamo che entri in cartellone nella prossima stagione del Piccolo Teatro", dice Scutellà. "Abbiamo molti progetti; se vogliamo andare avanti, dobbiamo creare più opportunità, sia per i ragazzi, sia per la compagnia".
L'obiettivo della direttrice è, intanto, quello di concludere la ristrutturazione del Beccaria perché accolga più ragazzi: ora molti vengono dislocati in altre strutture. "Non ha senso avviare un percorso di recupero in un luogo lontano dove i detenuti, una volta usciti, non andranno a vivere". L'altro, ancora più impegnativo, è "incidere sulla quotidianità, coinvolgere le famiglie, preparare il futuro". Scommettere sulla speranza.
chietitoday.it, 18 gennaio 2020
Il Garante firma un protocollo con la d'Annunzio e la Casa circondariale per valutare le risposte comportamentali di detenuti sottoposti ad un determinato stimolo. Maurizio Acerbo (Rc): "Grazie a destra e M5S ci ritroviamo un imitatore di Lombroso".
Fa discutere il protocollo d'intesa firmato dal garante regionale dei detenuti Gianmarco Cifaldi con l'università d'Annunzio e la casa circondariale di Chieti per promuovere una ricerca che mira a valutare le risposte comportamentali di detenuti sottoposti a un determinato stimolo.
Ieri, venerdì 17 gennaio, la sottoscrizione di Cifaldi con il rettore della d'Annunzio Sergio Caputi e il direttore della casa circondariale di Madonna del Freddo Franco Pettinelli del progetto che verrà svolto attraverso la collaborazione del Dipartimento di Scienze Giuridiche e Sociali nella persona dello stesso Cifaldi, del Dipartimento di Scienze Mediche, Orali e Biotecnologichee del Dipartimento di Neuroscienze, Imaging e Scienze Cliniche.
"La ricerca - ha spiegato Gianmarco Cifaldi - volge a verificare i presupposti di un comportamento deviante mediante una metodica di stimolo-risposta attraverso una strumentazione non invasiva per verificare il grado di aggressività del detenuto. Gli stessi test verranno eseguiti su una popolazione esterna eterogenea come gruppo controllo. Si andrà a verificare se c'è o meno un cambiamento posturale in soggetti dotati di una particolare aggressività in funzione di stimoli somministrati attraverso immagini visive utilizzando apparecchiature non invasive".
Il test sarà suddiviso in tre fasi: il soggetto, durante le registrazioni posturo-stabilometriche e termografiche, verrà sottoposto alla visione di immagini emotivamente significative ed emotivamente neutre; ad un questionario di anamnesi medica ed odontoiatrica; infine verrà testato col protocollo posturale del professor D'Attilio mediante pedana posturo-stabilometrixa e termocamera. "Il confronto statistico tra il gruppo test e controllo e tra i vari esami ci darà informazioni circa l'obiettivo del nostro studio" conclude Cifaldi.
Un progetto che non convince tutti: tra i 'delusi' c'è il segretario nazionale di Rifondazione Maurizio Acerbo, promotore e autore della legge che nel 2011 istituì in Abruzzo la figura del garante dei detenuti: "Siamo di fronte a un novello Lombroso - dice riferendosi a Cifaldi - che insieme ad altri colleghi farà i suoi esperimenti sui detenuti.
Siamo di fronte alla palese distorsione del ruolo che dovrebbe avere il Garante che non è certo quello di retribuire un professore già stipendiato dall'Università per emulare Cesare Lombroso. Tra i compiti che la legge affida al garante - ricorda Acerbo - non c'è quello di trasformarli in cavie! Ho lottato per anni affinché si istituisse il garante affinché qualcuno si occupasse degli ultimi. Con il massimo rispetto per il professor Cifaldi mi sembra che sia in una situazione evidente di conflitto di interessi. Si dimetta e poi presenti a un nuovo garante le sue proposte di sperimentazione".
quinewsfirenze.it, 18 gennaio 2020
Firmato un accordo tra Città Metropolitana, Tribunale e Procura per consentire l'accesso alla messa alla prova presso gli uffici giudiziari. Lavori di pubblica utilità presso l'autorità giudiziaria ma solo a precise condizioni previste da una convenzione sottoscritta questa mattina tra la Città Metropolitana e Comune, Tribunale, Procura della Repubblica, Uiepe, Ordine degli Avvocati, Camera Penale e Fondazione Solidarietà Caritas.
La convenzione "per la messa alla prova presso l'autorità giudiziaria" di durata triennale è stata siglata stamani in Palazzo Medici Riccardi dal sindaco Dario Nardella e il presidente del Tribunale Marilena Rizzo, insieme ai rappresentanti degli altri soggetti firmatari: Luca Tescaroli, Sostituto Procuratore della Repubblica; Salvatore Nasca, dirigente l'Uiepe-Ufficio interdistrettuale esecuzione penale esterna di Firenze; Andrea Simoncini, costituzionalista e coordinatore del Piano strategico della Città Metropolitana; Lapo Gramigni, su delega del Presidente dell'Ordine degli Avvocati; Luca Bisori, Presidente della Camera Penale; Vincenzo Lucchetti, Presidente del Consiglio direttivo della Fondazione Solidarietà Caritas Onlus-Firenze.
"Facciamo un ulteriore significativo passo avanti - ha detto Dario Nardella - nella promozione di azioni volte all'educazione alla legalità. È un obiettivo strategico, di grande civiltà, che abbiamo inteso sottolineare già nel Patto per giustizia firmato nel 2017 con il Tribunale, l'Università, la Camera di Commercio di Firenze e la Fondazione Cassa di Risparmio. È possibile e doveroso reintegrare nella vita comune persone che hanno sbagliato, attraverso percorsi educativi che portano in sé la dignità del lavoro e il segno di un servizio portato alla collettività".
"L'obiettivo della presente convenzione - ha detto Marilena Rizzo - è costituito dalla creazione di un partenariato per garantire una giustizia penale che eviti i danni della carcerazione, prevenga la recidiva e nel contempo ripari la collettività del danno ricevuto dalla commissione del reato con una prestazione lavorativa gratuita volta a velocizzare e favorire la realizzazione del processo penale telematico e quindi a rendere un servizio alla collettività e alla Giustizia".
Sulla base delle Regole europee e del Codice di procedura penale, il giudice, sentito l'imputato e il pubblico ministero, può applicare la sospensione del procedimento con messa alla prova, subordinata alla prestazione di lavoro di pubblica utilità, che consiste nella prestazione di un'attività non retribuita in favore della collettività da svolgere presso lo Stato, le Regioni, le Province, i Comuni o presso Enti o organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato.
Nell'ambito della convenzione l'indagato - imputato sottoposto alla messa alla prova presso gli uffici giudiziari verrà individuato sulla base di specifiche condizioni: l'assenza di precedenti penali e di altri procedimenti iscritti a carico dell'indagato/imputato; l'assenza di misure cautelari o di sicurezza in atto; la buona conoscenza della lingua italiana se il titolo di studio è stato rilasciato all'estero; l'assenza di condizioni di marginalità estrema qualora siano preclusive per il rispetto degli orari, per esigenze di spostamento o per altri motivi che possano pregiudicare le sue stesse aspettative; l'assenza di forme di dipendenza da sostanze.
Il lavoro di pubblica utilità reso presso gli uffici giudiziari non riguarderà in nessun caso i compiti istituzionali dell'autorità giudiziaria, ma avrà ad oggetto principalmente l'attività di digitalizzazione dei procedimenti penali, contribuendo così ad una più celere realizzazione del processo penale telematico. L'obiettivo è quello di rafforzare nelle persone accusate di condotte illecite sentimenti di legalità e accentuare la percezione da parte della cittadinanza dell'impegno dell'autorità giudiziaria verso una giustizia prossima ed efficace.
Quali sono i compiti di ciascun soggetto sottoscrittore della Convenzione? Il Tribunale e la Procura presso il Tribunale assumono l'impegno di accogliere parte degli indagati-imputati presi in carico dal Comune di Firenze e dalla Fondazione Solidarietà Caritas Onlus Firenze per lo svolgimento di lavori di pubblica utilità. Il Tribunale e la Procura si impegnano altresì a favorire un percorso educativo e formativo di questi soggetti, che preveda contatti con la magistratura, con le forze dell'ordine, con strutture di tipo detentivo o riabilitativo, con esperti nelle materie psicologiche nonché con le vittime che manifestino disponibilità all'incontro.
L'Ordine degli Avvocati di Firenze e la Camera penale di Firenze si impegnano a far conoscere ai propri iscritti e associati la presente Convenzione e lo spirito che la anima in modo che il singolo avvocato qualora condivida con il cliente la richiesta di sospensione del processo con messa alla prova compia una prima valutazione sull'opportunità di un lavoro di pubblica utilità presso l'autorità giudiziaria e, in caso positivo, la inserisca nella richiesta di programma all'Uiepe (Ufficio interdistrettuale di esecuzione penale esterna. L'Uiepe di Firenze, attraverso le sue articolazioni locali, si impegna, all'atto della richiesta di programma di messa alla prova da parte dell'indagato/imputato, a valutare l'opportunità della effettuazione del lavoro di pubblica utilità presso l'autorità giudiziaria.
La Città metropolitana di Firenze si impegna a promuovere l'istituto della messa alla prova presso i Comuni del suo territorio, il Comune di Firenze e la Fondazione Solidarietà Caritas Onlus Firenze si dichiarano disponibili a inserire presso il Tribunale e la Procura della Repubblica di Firenze nei limiti quantitativi da essi indicati imputati/indagati da loro presi in carico per la messa alla prova.
L'attività non retribuita in favore della collettività sarà svolta secondo le modalità indicate nell'ordinanza di sospensione del processo con messa alla prova nella quale il giudice indica il tipo e la durata del lavoro di pubblica utilità. Mentre è fatto divieto di corrispondere alle persone ammesse ai lavori di pubblica utilità una retribuzione, in qualsiasi forma, per l'attività svolta, è invece obbligatoria ed è a carico del Comune di Firenze e della Fondazione Solidarietà Caritas Onlus Firenze l'assicurazione contro gli infortuni e le malattie professionali nonché riguardo alla responsabilità civile verso i terzi.
torinoggi.it, 18 gennaio 2020
L'uomo è stato ricoverato in ospedale, nel reparto di rianimazione: le condizioni sono gravi. Un caso di legionella riscontrato nel carcere di Ivrea preoccupa e non poco detenuti e lavoratori presso la casa circondariale. Un 50enne detenuto è stato ricoverato d'urgenza nel reparto di rianimazione dell'ospedale cittadino a seguito di un'infezione da legionella. L'uomo è in condizioni gravi.
Stando a una prima verifica, si tratterebbe di un uomo probabilmente già alle prese con alcuni problemi di salute, che lo hanno predisposto alla malattia. Il servizio di igiene e sanità pubblica dell'Asl To4 sta effettuando alcuni accertamenti per risalire all'origine dell'infezione, che non si trasmette da persona a persona ma, per via respiratoria, mediante inalazione e aspirazione. Intanto, in via precauzionale, sono in corso controlli sugli impianti dell'acqua e dell'aria della struttura circondariale.
"Si faccia luce al più presto sulle cause del caso di legionella nel carcere di Ivrea. Ne va anche della incolumità della salute dei nostri agenti di polizia penitenziaria". Leo Beneduci, segretario generale dell'Osapp, commenta così il ricovero di un detenuto in ospedale per legionella. "La sicurezza dei luoghi di lavoro - aggiunge Beneduci - è una priorità dalla quale non si può prescindere, a tutela di tutti. Sia del personale di polizia penitenziaria e del personale del comparto funzioni centrali, sia della popolazione detenuta".









