di Attilio Bolzoni
La Repubblica, 18 gennaio 2020
L'aggressione del boss all'agente in cella rompe i codici sull'uso del corpo. Dai baci in bocca alle "taliate" mute, così comunicavano fedeltà e potere.
La mafia di Corleone l'avevamo dichiarata estinta il 17 novembre del 2017 con la morte di Totò Riina ma (anche se gli storici forse riporteranno quella data come epilogo della stirpe criminale più sanguinaria della Sicilia) la cronaca ci sta raccontando qualcos'altro di molto interessante. E cioè che la scomparsa antropologica di quella razza mafiosa si è consumata per davvero il 16 gennaio 2020, giorno in cui Leoluca Bagarella ha preso a morsi un agente di custodia.
Un "muzzicuni", che in siciliano vuole dire appunto morso, all'orecchio di un operatore della polizia penitenziaria che lo stava scortando dalla cella alla sala delle videoconferenze del carcere di Sassari, per presenziare al processo palermitano sulla trattativa Stato-mafia.
È il gesto banale e finale, l'atto che rivela sino in fondo l'impietosa fine dei Corleonesi, l'impotenza che trasforma uno degli uomini più pericolosi d'Italia - ideatore delle stragi Falcone e Borsellino e di quella di Firenze, l'assassino del commissario Boris Giuliano e del colonnello Ninni Russo, l'esecutore materiale dei delitti contro il boss Giuseppe Di Cristina e dell'esattore Ignazio Salvo - in una sorta di Hannibal the Cannibal dei poveri che può sfogarsi ormai solo addentando qualcosa o qualcuno.
Cognato dello "zio Totò" che ne ha sposato la sorella Ninetta, incarcerato al 41 bis dal giugno del 1995, Leoluca Bagarella con quell'atto così poco mafiosamente "corretto" ha messo una pietra tombale sul regno di Corleone. Lui che faceva paura perfino a Bernardo Provenzano quando reggeva la Cosa Nostra dopo le bombe di Capaci e di via D'Amelio, che irrideva il vecchio padrino titubante sulla strategia del terrore portata avanti e gli diceva: "Allora, se non ci vuoi seguire appenditi un cartello al collo con su scritto "Io, Provenzano, non sono d'accordo con le stragi".
Provenzano non replicò intimidito. Lo Stato non ha perso e la mafia non ha vinto come scrivono i professori Giovanni Fiandaca e Salvatore Lupo che alla vicenda hanno dedicato una pregevole pubblicazione (per mafia indichiamo esclusivamente quella Corleonese) e in effetti il "gesto" del disperato Bagarella rappresenta il capolinea per quell'anomala generazione di boss. Gesti. La mafia che ha sempre parlato senza parlare, ne ha fatto largo uso. Del bacio per esempio.
Nelle borgate palermitane fra di loro si baciano ancora in bocca "ma senza lingua", antica consuetudine ai più ignota sino a quando è arrivata la storia nel 1987 del famoso bacio (molto presunto) fra il capoclan Balduccio Di Maggio e l'allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti.
Lo raccontò lo stesso Balduccio ai procuratori ma i giudici non gli credettero. Un incontro a casa dei Salvo, una specie di trattativa misteriosa che non si capì mai sin quando non ci venne in soccorso con la sua intelligenza lo straordinario attore Ciccio Ingrassia. Con parole che sono oro: "Io non lo so se si siano mai incontrati Andreotti e Riina, ma sono sicuro di una cosa: se si sono incontrati si sono baciati".
Gesti. Anche più recenti, giugno 2017, Locride, San Luca. C'è il latitante Giuseppe Giorgi detto "La Capra", ricercato dal '94 arrestato dai carabinieri a casa sua. Lo trascinano fuori e un uomo - legato a lui con il "San Giovanni", che significa una parentela acquisita - si precipita verso l'ammanettato per inchinarsi e baciargli la mano.
A nome di tutta la famiglia. Anche "mezza parola" a volte è troppo. Basta la "taliata", la guardata. Come quella dei detenuti del maxi processo riservata al grande pentito di Cosa Nostra Tommaso Buscetta, quando per la prima volta entra nell'aula bunker dell'Ucciardone come testimone. Nessuna invettiva, nessun "gran cornuto" gridato dalle gabbie, solo silenzio.
Un po' paura e un po' rispetto. La mafia è fatta anche così, di queste cose che si mischiano. E poi i patti e i ricatti. Le mani che s'intrecciano e poi si confondono. Vito Ciancimino e Bernardo Provenzano negli anni 70 e negli anni 80 che sono una sola persona, la politica e il sangue, il profumo e la merda, le sale damascate e le borgate, la legge e l'impunità.
Mani sudate e volti invisibili. C'è tutta una letteratura che va da fine '800 ai nostri giorni. Dove tutto è indistinto, il bene e il male, i buoni e i cattivi. Ecco perché quel "muzzicuni", quel morso, segna la fine di un'epoca. È l'afflizione, l'angoscia di chi non ha più speranza. Leoluca Bagarella, la tua storia finisce qui.
di Gianmario Leone
Il Manifesto, 18 gennaio 2020
L'allarme della Dia. La relazione: "C'è la consapevolezza di una mafia che punisce chi si ribella". L'invio di un contingente straordinario di forze di polizia nella provincia di Foggia e, dal 15 febbraio, l'attivazione nel capoluogo dauno di una sezione operativa della Dia con venti unità. È la risposta dello Stato all'escalation di episodi che dall'inizio dell'anno ha visto ben dieci attentati a danno di imprenditori e commercianti.
Una situazione che oramai appare ogni giorno più grave e che è stata descritta con dovizia di particolari dalla stessa Dia nella relazione semestrale al Parlamento. Nella provincia di Foggia "il forte legame dei gruppi criminali con il territorio, i rapporti familistici di gran parte dei clan foggiani e la massiccia presenza di armi ed esplosivi favoriscono un contesto ambientale omertoso e violento" si legge. "L'assoggettamento del tessuto socio-economico, quando non è direttamente connesso agli atti intimidatori perpetrati dalle cosche, è il risultato della diffusa consapevolezza che la mafia di quella provincia è spietata e punisce pesantemente chi si ribella".
Secondo la relazione "la mafia foggiana vuole assumere nuovi assetti organizzativi, più consolidati e fondati su strategie condivise, emulando in tal modo, anche in ottica espansionistica, la 'ndrangheta", nonostante "la peculiare eterogeneità della mafia foggiana, suddivisa nelle tre distinte articolazioni della società foggiana, della mafia garganica e della malavita cerignolana".
Il tutto grazie al fatto che anche in provincia di Foggia si sta consolidando "un'area grigia, punto di incontro tra mafiosi, imprenditori, liberi professionisti e apparati della Pa". Una vera e propria 'terra di mezzo' dove "affari leciti e illeciti tendono a incontrarsi, fino a confondersi". Lo scioglimento dei Consigli comunali di Monte Sant'Angelo e Mattinata, nonché quelli di Manfredonia e Cerignola avvenuti nel mese di ottobre 2019, sono per la Dia "indicativi di questa opera di contaminazione".
Nella città di Foggia continuano le dinamiche di rimodulazione tra le tre batterie della società foggiana. Attraverso il "rapporto federativo" tra le tre batterie dei Pellegrino-Moretti-Lanza per la conduzione di affari particolarmente rilevanti, tra cui la gestione di una cassa comune ed il controllo condiviso delle estorsioni. Lo scenario criminale del Gargano continua invece ad essere contraddistinto da una forte instabilità sulla quale incide in modo determinante la cruenta contrapposizione tra i clan Romito e Li Bergolis, clan dediti al traffico di sostanze stupefacenti, estorsioni, rapine ai portavalori e riciclaggio di denaro di provenienza illecita in attività commerciali.
In questo clima però, c'è gran parte della comunità che non vuole soccombere e continua a ribellarsi. Lo dimostrano le oltre 20 mila persone scese in piazza la scorsa settimana alla mobilitazione #foggialiberafoggia promossa da Libera per rispondere alla violenza mafiosa dopo l'escalation registrata in questi primi giorni del 2020.
E soprattutto la grande partecipazione di ieri al Comitato provinciale ordine e sicurezza pubblica convocato dal prefetto Raffaele Grassi e aperto alla cittadinanza. Oltre 500 partecipanti e più di 10.000 spettatori in streaming hanno aderito all'iniziativa, promossa dal commissario straordinario del governo per il coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura Anna Paola Porzio.
Si tratta di un evento a sostegno della comunità che conclude una serie di attività, avviate dal prefetto di Foggia e dal commissario antiracket, a dimostrazione della vicinanza dello Stato agli abitanti del capoluogo pugliese e allo scopo di spingere alla denuncia chi è oggetto di attenzioni da parte della criminalità organizzata. "La presenza delle forze di polizia sul territorio - ha dichiarato il prefetto Porzio - è senza dubbio importante, ma è altrettanto importante che ci sia una riscossa sociale che coinvolga la società civile".
di Francesco Grignetti
La Stampa, 18 gennaio 2020
La "pistola elettronica" è classificata come arma di ordinanza. I Sindacati: "In caso di lesioni gravi o mortali l'operatore è responsabile penalmente". Ottantanove casi di utilizzo registrati dal 5 settembre 2018 a oggi: per 30 volte la pistola ha "sparato" impulsi elettrici attraverso i due dardi, per il resto è stato sufficiente brandirla per ottenere la deterrenza.
Finita la sperimentazione, è stato autorizzato in via definitiva l'uso della pistola elettronica, il cosiddetto taser, per le forze di polizia anche in Italia. Il consiglio dei ministri ha dato il via libera ieri al regolamento che disciplinerà l'uso della pistola elettronica. Ma c'è un ma. Pure se a impulsi elettrici, il taser resta una pistola.
E infatti è classificato come "arma di ordinanza". Come tale, Amnesty International avverte che non è affatto inoffensiva. Il Garante per i diritti dei detenuti, Mauro Palma, è altrettanto perplesso e ne ritiene "giustificato" l'uso solo in un ambito limitatissimo di casi. Anche i sindacati dei poliziotti nutrono dubbi. Non sulla pistola elettrica in sé, perché riconoscono che è un ottimo deterrente per i malintenzionati, e che protegge i poliziotti o i carabinieri quando sono alle prese con energumeni, peggio se armati di coltelli, ma per le possibili conseguenze civili e penali su chi lo utilizza.
Dicono i sindacati: sicuramente meglio gli impulsi elettrici dell'arma di ordinanza, che deve restare un'estrema risorsa. "Questo strumento consentirà, senza il contatto fisico con i violenti, di bloccarli evitando che le loro azioni possano produrre pregiudizio o danni alla sicurezza dei cittadini. Il Siulp lo richiedeva da anni proprio per queste ragioni e anche per l'escalation delle aggressioni delle donne e degli uomini in uniforme, che ormai si registrano ogni 4 ore", afferma ad esempio il segretario generale del Siulp, Felice Romano.
Il problema nasce dalle possibili ricadute sull'agente o sul carabiniere che ne facciano uso. Già, perché in Italia l'operatore deve vedersela con la magistratura, qualora ecceda nell'uso della forza. E il regolamento stabilisce che il suo impiego "dovrà sempre avvenire nel rispetto delle necessarie cautele per la salute e l'incolumità pubblica e secondo principi di precauzione condivisi con il ministero della Salute".
Qui però salta su il Silp-Cgil: "Si tenga davvero conto di due diritti inalienabili che vanno bilanciati: la sicurezza dell'operatore di polizia e quella del cittadino", dice Daniele Tissone, segretario generale del sindacato. "In particolare occorre un parere vincolante del ministero della Salute e soprattutto un protocollo operativo che dica con chiarezza come e quando usare la pistola elettrica. Un parere che non ci è mai stato fornito nonostante l'avessimo richiesto".
Il nodo è il pericolo per chi viene colpito dalle scariche elettriche. Si consideri che nelle linee-guida ministeriali, c'è un'avvertenza: non usare con un cardiopatico, con una donne incinta, se il soggetto può farsi male cadendo.
Il Silp teme la fregatura. "Nel nostro ordinamento giuridico, che ci piaccia o meno, la responsabilità penale è sempre personale e nessuno può garantire che non ci siano conseguenze per l'operatore di polizia se dovessero verificarsi lesioni gravi o mortali a causa dell'utilizzo della pistola elettrica. Stare realmente e concretamente dalla parte dei poliziotti significa anche questo, non cedere alla facile demagogia che rischia solo di danneggiare l'operatore in divisa".
Sulla stessa falsariga il sindacato Coisp: "I limiti troppo stringenti - ragiona Domenico Pianese - rischiano di trasformare questa novità in un boomerang. Le linee guida prevedono l'obbligo di considerare la "visibile condizione di vulnerabilità" e i rischi "associati" alla caduta della persona. Valutazioni complesse, difficili se non impossibili nelle situazioni di particolare rischio e concitazione, quando tutto avviene in tempi brevissimi.
Il rischio è che i poliziotti vengano esposti a richieste di indennizzo da parte dei soggetti colpiti per eventuali lesioni. E questo è inaccettabile". Entusiasta invece è Matteo Salvini, che ha voluto fortissimamente la sperimentazione e si considera il padrino del taser in Italia. I leghisti sono anzi polemici contro il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che non ha dato la pistola elettrica alla polizia penitenziaria.
di Marianna Donadio
informareonline.com, 18 gennaio 2020
Pietro Ioia presenta il suo libro di denuncia: "La Cella Zero. Morte e rinascita di un uomo in gabbia". "La Cella Zero" è la prima pubblicazione di Pietro Ioia, ex detenuto che ha scontato in carcere una pena di 22 anni per narcotraffico.
Tra i 20 diversi istituti penitenziari nei quali è stato trasferito c'è anche il carcere di Poggioreale, dove Pietro per la prima volta incontra la realtà della Cella Zero, nella quale ha subito torture di una violenza inaudita.
"Noi la chiamavamo O' Zer. Era una cella non numerata dove la polizia penitenziaria ci spogliava e ci picchiava con manganelli, calci e pugni. Nell'arco di 30 anni ci sono passati oltre 50.000 detenuti". Spiega Ioia durante la presentazione del suo libro, tenutasi a Napoli il 13 gennaio.
La cella zero non esiste solo a Poggioreale ma, come confermano numerose denunce, in svariati carceri italiani. Pietro in quella cella ci è stato due volte e ha deciso di rompere il silenzio sulle violenze che ha subito in prima persona e che continua a subire chi si trova ora al suo posto. Nel suo libro ha scelto infatti di parlare di tutto quello che ha visto e vissuto negli anni di detenzione, nei quali ha raccolto storie difficili da raccontare.
"La seconda volta che finii allo Zero fu perché ci trovarono delle armi. Ci portarono al piano terra, ci spogliarono e ci fecero correre per un corridoio, buttandoci i cani addosso. Uno dei detenuti venne morso nelle parti intime". Questa è solo una delle storie che Pietro ci racconta, che ci apre gli occhi su una realtà che, afferma, ricorda quella di un campo di concentramento.
Sono questa e le tante esperienze di questo genere vissute nel carcere di Poggioreale che lo spingono ad iniziare la sua lotta per i diritti dei detenuti, denunciando nel 2014 le torture subite in carcere. Dopo la sua, di denunce, ne arrivano più di 150. Da allora Pietro ha continuato con coraggio la sua battaglia, riconosciuta e premiata anche dal sindaco De Magistris, che gli ha recentemente affidato l'incarico di garante per i diritti dei detenuti.
"Per me questo incarico è una missione" commenta l'autore, raccontandoci delle sue recenti visite nei carceri napoletani e di come il suo operato sia continuamente intralciato dalle interferenze della penitenziaria. Poggioreale, tra tutti gli istituti, resta il più invivibile. Le condizioni di vita che ci vengono descritte, tra sovraffollamento, strutture fatiscenti e diritti negati, sono davvero inumane.
"Io ho pagato. Ora, forse, è il turno dei carnefici" Queste le parole con cui si conclude "La Cella Zero", che racchiudono il senso di rivalsa non solo personale ma collettiva che ha spinto e spinge Ioia a portare avanti la sua missione, con la speranza che la giustizia possa finalmente vincere sul potere. A presentare il libro di Pietro Ioia è presente anche Giuseppe Ferraro, docente di filosofia morale alla Federico II che da anni lavora come volontario in carcere, a stretto contatto con i detenuti. Il professore analizza la situazione carceraria da un punto di vista sociale.
"Il grado di democrazia di un Paese si misura in base alle condizioni delle sue scuole e delle sue carceri" afferma, sottolineando come entrambe le istituzioni dovrebbero svolgere un ruolo educativo. Pessime notizie per l'Italia che, in entrambi gli ambiti, non fa di certo una bella figura. Di quanti altri Stefano Cucchi c'è bisogno prima che la polizia penitenziaria paghi per le proprie responsabilità? Di quante altre vittime, prima che il sistema carcerario venga riformato partendo da zero?
di Alessandro Ricci
Il Messaggero, 18 gennaio 2020
Situazione fuori controllo nel carcere di Pescara. Sovraffollamento, personale sotto organico, risse, casi limite come quello di un detenuto di origine italiana che, in segno di protesta, nei giorni scorsi si è inchiodato lo scroto allo sgabello. Richiedendo l'intervento del 118, per la rimozione del chiodo di ferro e le cure. La denuncia arriva da Sabino Petrongolo segretario regionale Unione sindacati di polizia penitenziaria. "Siamo in agitazione da maggio scorso - spiega. Rischiamo il collasso".
Il "San Donato" ospita 408 detenuti, ha una capienza per 270. Il sovraffollamento aumenta il malessere e acutizza la situazione. "Le tre sezioni più grandi hanno 80 detenuti ognuna - prosegue Sabino Petrongolo -. Un solo agente fronteggia la situazione, se il servizio è coperto. Può capitare di dover tenere sotto controllo anche più sezioni insieme". La lista degli episodi di questo periodo è lunga. Poco prima di Natale, gli agenti - che non hanno dotazioni specifiche per questi casi - hanno fronteggiato un principio di incendio causato da due detenuti algerini che hanno appiccato il fuoco al materasso, non dopo aver creato scompiglio e risse. Tre poliziotti intervenuti sono stati medicati nell'infermeria dell'istituto.
sassarioggi.it, 18 gennaio 2020
Il Polo Universitario Penitenziario dell'Università di Sassari (Pup) supera per la prima volta i 60 studenti iscritti. "Un traguardo che conferma e rafforza quanto già ottenuto negli scorsi anni, in cui siamo passati dai 40 ai 50 studenti - afferma Emmanuele Farris, delegato del Rettore per il Pup - "Dei nostri 66 studenti, ben 35 sono nuovi immatricolati. Per la prima volta siamo presenti contemporaneamente in 5 istituti penitenziari sardi (Alghero, Nuoro, Oristano, Sassari e Tempio) e in 5 istituti peninsulari (Cuneo, Regina Coeli, Rossano Calabro, Sulmona e Tolmezzo), dove abbiamo studenti in tutti i circuiti di detenzione, dalla media sicurezza al 41bis. I nostri studenti in regime di detenzione studiano in 15 corsi di laurea diversi, afferenti ai dipartimenti di Agraria, Scienze Economiche e Aziendali, Giurisprudenza, Storia Scienze dell'Uomo e della Formazione e Scienze Umanistiche e Sociali".
Ma l'alto numero di studenti, costantemente in crescita negli ultimi 5 anni, la loro distribuzione geografica in Sardegna e sulla Penisola, e l'eterogeneità dei circuiti detentivi, pongono notevoli problemi gestionali. Come affrontare questa domanda crescente, e come dare risposte adeguate a utenti così differenti e talvolta così lontani dalla sede universitaria? "La qualità si costruisce anno dopo anno - spiega il professore Farris - Noi stiamo investendo su tre assi principali: il rafforzamento del partenariato istituzionale; l'incremento delle risorse umane; l'introduzione di servizi informatici negli istituti in cui operiamo".
Il modello Pup si basa su un partenariato istituzionale diffuso, costantemente arricchito e rinforzato. "Al centro vi è l'intesa tra Università e Amministrazione Penitenziaria, con la quale abbiamo stabilito negli anni un'interazione davvero proficua e stimolante, un bel modello, a nostro modo di vedere, di collaborazione tra istituzioni ed efficientamento della macchina amministrativa statale - prosegue Farris - In particolare con il Provveditorato Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria di Cagliari, oltre ad un Protocollo d'Intesa del 2014, che sarà rinnovato e implementato nei prossimi mesi, abbiamo convergenza di vedute e di intenti, pur nel rispetto dei diversi ruoli.
Contemporaneamente, data la nostra presenza in molti istituti penitenziari peninsulari, e soprattutto perché siamo il Pup italiano con il più alto numero di studenti detenuti in Alta Sicurezza e regime 41bis, abbiamo un dialogo costante e molto positivo con il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria di Roma. A queste partnership che possiamo definire strutturali, se ne aggiungono altre essenziali per la riuscita del progetto, con il Tribunale di Sorveglianza di Sassari, Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità e il nostro Ente per il Diritto allo Studio Universitario, ERSU Sassari - partner fondamentale di questo progetto - che da anni eroga fondi per l'acquisto di libri di testo destinati agli studenti detenuti".
I detenuti che vogliono intraprendere un percorso di studi universitari manifestano il bisogno di un'interazione diretta con il personale universitario. L'Università di Sassari anche quest'anno ha garantito da parte di docenti e amministrativi dell'ateneo tre servizi avviati lo scorso anno: l'Orientamento per diplomati nel mese di luglio 2019, il supporto amministrativo per le iscrizioni in carcere nei mesi di ottobre e novembre 2019, l'accoglienza in ingresso dei nuovi studenti nei mesi di dicembre 2019 e gennaio 2020. Un'azione capillare che ha visto l'adesione di un numero elevato di docenti (15 referenti dei dipartimenti e dei corsi di laurea) e di personale amministrativo dell'Università (16 unità).
Ma la vera novità rispetto allo scorso anno è l'attivazione, a partire da luglio 2019, della Segreteria del Pup: si tratta di un servizio importantissimo per supportare gli studenti detenuti nella gestione della propria carriera universitaria, reso possibile dall'utilizzo delle risorse derivanti dal fondo premiale da 220.000 euro ricevuto (unico ateneo in Italia) nel 2018 dal Miur.
Su questo fondo, dopo le 23 posizioni per tutor bandite lo scorso anno, che hanno permesso di erogare complessivamente 1700 ore di tutoraggio a 34 studenti, quest'anno si replica con un nuovo bando per 17 tutor (33 studenti beneficiari per un totale di 1542 ore), con scadenza il 20 gennaio alle 13.00, pubblicato sul sito dell'Università di Sassari.
Per il Rettore Massimo Carpinelli, "il Polo Universitario Penitenziario è un presidio di inclusività, che l'Università di Sassari intende implementare anche in futuro, in un'ottica di miglioramento continuo delle proprie politiche di apertura e radicamento territoriale, destinate ad utenze con esigenze specifiche, tra le quali appunto gli studenti in regime di detenzione.
Il PUP è anche uno strumento per potenziare le sinergie con gli altri 30 atenei italiani che realizzano attività didattica in ambito penitenziario, riuniti da aprile 2018 nella Conferenza Nazionale Universitaria dei Poli Penitenziari (Cnupp), in cui il nostro Ateneo ha un ruolo di coordinamento, facendo parte insieme a Torino, Pisa, Padova e Napoli Federico II del direttivo nazionale in carica". Prossimamente, il Polo universitario penitenziario dell'Università di Sassari si impegnerà per la realizzazione di aule didattiche nei penitenziari e l'introduzione di servizi informatici.
stamptoscana.it, 18 gennaio 2020
Alla conclusione della visita alla Casa Circondariale "Mario Gozzini" di Firenze, il presidente di Progetto Firenze, Massimo Lensi, ha rilasciato la seguente dichiarazione: "Con la visita al carcere di Solliccianino terminiamo questo giro di sopralluoghi negli istituti penitenziari fiorentini, cominciato il 10 dicembre nell'Istituto Penale Minorile Meucci e proseguito a Sollicciano la vigilia di Natale. La Casa Circondariale "Mario Gozzini" è un istituto in buone condizioni strutturali, ma con una missione da definire con maggiore intensità. Se ne parla da anni come futuro carcere femminile di Firenze, senza che a queste voci sia offerta un minimo di credibilità programmatica.
"Oggi nell'istituto risultavano ristretti 114 detenuti, di cui 86 in custodia attenuata e 28 semiliberi, su una capienza regolamentare di 92 posti letto; 51 i detenuti di nazionalità italiana e 63 gli stranieri. Abbiamo potuto constatare come su questo istituto, che dalla sua apertura è stato al centro di sperimentazioni e programmi volti con continuità a una concreta attuazione dell'articolo 27 della Costituzione, si concentrino gran parte dei progetti che il Comune di Firenze ha attivato sul carcere. Ci auguriamo che in tempi rapidi altrettanta azione si focalizzi sugli altri due istituti carcerari fiorentini, in particolare su Sollicciano".
"Anche a supporto di questo, sarebbe forse il caso di considerare, proprio nei giorni in cui si sta discutendo dell'elezione del nuovo garante regionale dei detenuti, la possibilità di giungere a una convocazione degli Stati Generali del carcere in Toscana. Sarebbe il modo più opportuno per offrire al nostro territorio e alle sue istituzioni un'occasione di ampia riflessione e proposta sulle relazioni interdisciplinari politiche ed economiche tra sicurezza e diritti, carcere e disciplina, città e marginalità sociali per rendere il precetto costituzionale della rieducazione, un aspetto vivo e responsabile della nostra società".
La delegazione che ha visitato la CC Mario Gozzini era composta da: Massimo Lensi (Progetto Firenze), Grazia Galli (Progetto Firenze), Emanuele Baciocchi (Progetto Firenze) Antonella Bundu e Dmitrij Palagi (Consiglieri comunali Sinistra Progetto Comune), Duccio Martellini (Osservatorio Carcere, Camera Penale di Firenze).
di Antonio Bertoncini
Gazzetta di Parma, 18 gennaio 2020
Incontro in Comune sulla casa circondariale. Evidenziati problemi e carenze di organico. L'orizzonte non è sereno per il carcere di Parma. Così proprio non va. È una grande macchina fatta di celle che non ha spazi per le attività che si potrebbero svolgere e che fa fatica persino a gestire i soldi messi a disposizione da Fondazione, mondo imprenditoriale e dallo stesso Comune. "E l'imminente arrivo di altri 200 detenuti farà esplodere i problemi che già ci sono".
A parlare così è Roberto Cavalieri, garante dei detenuti nominato dal Comune, che ha preso parte ad un incontro delle commissioni consiliari in Municipio, convocato dal presidente Alessandro Tassi Carboni, con lo scopo di dimostrare che la città non si scorda di quella città nella città che è il carcere di via Burla.
All'incontro, al quale erano presenti anche i due direttori delle Aziende sanitarie, sono intervenuti anche i rappresentanti sindacali. Donato Colelli (Cgil), Gaetano Catalano (Sappe) e il rappresentante della UIL hanno ribadito la loro preoccupazione per l'arrivo dei nuovi detenuti a fronte di una drammatica situazione del personale: oltre al direttore stabile, mancano il 90% dei sottufficiali, c'è un solo commissario su 4 previsti, le figure educative sono la metà di quelle che servono e c'è la cronica carenza di agenti. Inoltre già ora ci sono problematiche di sovraffollamento e gestionali, a cui si aggiungono la carenza dei posti in ospedale (5 per 600 detenuti), dei collegamenti dei bus e dei parcheggi.
I consiglieri intervenuti (Marco Maria Freddi, Roberta Roberti, Christian Salzano, Lorenzo Lavagetto e Daria Jacopozzi) e l'onorevole Laura Cavandoli, hanno espresso preoccupazione. In particolare la Jacopozzi ha proposto un tavolo di lavoro permanente con istituzioni, imprese e associazionismo. L'assessore Laura Rossi, lamentando le difficoltà di relazionarsi con la gestione del carcere, ha ricordato che il Comune ha stanziato 212.000 euro per tirocini lavorativi, sportello, mediazione culturale e attività teatrali. Ma - ha concluso la Rossi - bisognerebbe poter fare molto di più.
di Paolo Delgado
Il Dubbio, 18 gennaio 2020
La giunta per le autorizzazioni voterà sulla richiesta a carico di Salvini il 20 gennaio. La giostra impazzita si è fermata tornando al punto di partenza: un esito che accentua, se possibile, il carattere assurdo dell'intera vicenda. Ieri è stata un'altra giornata sulle montagne russe, e stavolta le polemiche hanno preso di mira la stessa presidente del Senato Casellati, per aver deciso di partecipare al voto della giunta per il regolamento, determinando così il passaggio dell'odg della minoranza che chiedeva di derogare da una regola che appena una mezz'ora prima era stata dichiarata "perentoria".
La vicenda, come tutto in questa assurda storia, è complessa e di difficile comprensione al di fuori delle alchimie tecniche del Palazzo. Dopo una serie di rimpalli durata giorni, la decisione era stata affidata alla giunta per il regolamento del Senato, nella quale l'opposizione di centrodestra era sino a ieri mattina in netta maggioranza. Da mesi la maggioranza chiedeva pertanto alla presidente Casellati di integrare la giunta con due nuovi ingressi, essendo per prassi abituale cercare di rispecchiare anche nella giunta la composizione e i rapporti di forza dell'aula. Chiamata a esprimersi in via consultiva, la giunta si era pronunciata contro l'integrazione e la presidente aveva lasciato la questione in sospeso.
Ieri, anche per evitare le polemiche che sarebbero inevitabilmente sorte se una scelta così combattuta fosse stata affidata a una giunta in mano all'opposizione, la Casellati ha deciso di far entrare in giunta la presidente del Misto Loredana De Petris (LeU) e quella delle autonomie Julia Unterberger. In questo modo maggioranza e opposizione si sono trovate in parità. Il quesito posto dall'opposizione chiedeva se si la regola per cui il verdetto della giunta deve arrivare entro 30 giorni dalla richiesta di autorizzazione a procedere ha caratteri di perentorietà oppure, come sin qui era stato, di ordinarietà. Proprio la maggioranza aveva infatti impugnato l'ordinarietà della regola per sostenere la possibilità di rinviare il voto. In giunta, però, i rappresentanti della maggioranza di governo si sono invece espressi a favore della perentorietà.
Non che fosse intervenuto un cambiamento d'opinione. I gruppi di maggioranza avevano semplicemente consultato il calendario: dal momento che i 30 giorni "perentori" scadevano alla mezzanotte di ieri, la seduta della giunta per le autorizzazioni non si sarebbe potuta tenere e la parola sarebbe passata direttamente all'aula a metà febbraio, dunque dopo le elezioni in Emilia-Romagna. Una gara di furbizie e di astuzie di piccolo cabotaggio alla quale l'opposizione non si è sottratta, ponendo subito ai voti la richiesta di derogare dalla perentorietà appena sancita.
La presidente Casellati ha scelto di votare, cosa inusuale per i presidenti delle camere, nella convinzione che per una norma appena sancita come perentoria fosse opportuno intervenire con una norma transitoria. La maggioranza la ha di conseguenza accusata in aula di essere venuta meno al proprio ruolo di terzietà, scegliendo a sorpresa di votare. In realtà si tratta di un'accusa molto esagerata, tanto più se si tiene conto del fatto che la giunta per le autorizzazioni era stata convocata per il 20 gennaio invece che per il 17, all'unanimità, per consentire a due rappresentanti dell'opposizione in missione negli Usa, Grasso di LeU e Giarrusso del M5S, di partecipare al voto.
La denuncia di una istituzione di garanzia come è la presidenza del Senato per un caso simile, nel quale le manovre tattiche si sono sprecate, dimostra quanto alta sia la tensione alle porte del voto in Emilia Romagna. Del resto, dagli spalti dell'opposizione, Salvini suona la stessa musica accusando un'altra istituzione di garanzia, la Corte costituzionale di essere "una sacca di resistenza del vecchio sistema". Il caso del Senato è però reso ancora più esasperato dalla futilità dell'oggetto del contendere.
La bussola della maggioranza è stata infatti solo il cercare di evitare che il voto certamente favorevole all'autorizzazione contro Salvini arrivasse prima delle elezioni in Emilia-Romagna. E non è detto che sia finita. Pd e 5Stelle meditano di disertare la commissione il 20 gennaio. In questo caso l'autorizzazione verrebbe respinta salvo poi cambiare il verdetto in aula a urne chiuse.
Ma certo sarebbe davvero assurdo per la maggioranza di aver sì permesso il salvataggio di Salvini ma solo per affossarlo dopo senza ammettere che l'unico problema è i voto del 26 gennaio. Il fatto che sia arrivati a tanto per una simile preoccupazione dovrebbe essere, per i partiti della maggioranza, più che inquietante. Rivela infatti la convinzione che la maggioranza degli elettori stiano in realtà con Salvini, in particolare sul fronte dell'immigrazione, e siano quindi pronti a rispondere positivamente alla propaganda che certamente lo dipingerà come un martire.
radioluna.it, 18 gennaio 2020
È stato possibile grazie alla Caritas diocesana. Lunedì prossimo le detenute del carcere di Latina si ritroveranno in una saletta per assistere alla proiezione del film "Sezione femminile", del regista Eugenio Melloni e prodotto da R2Production di Riccardo Badolato.
Il titolo già fa intuire il soggetto, la condizione che devono vivere le donne in carcere, certamente non facile ancor più per le recluse pontine della sezione di alta sicurezza. Questo speciale evento è stato reso possibile dal gruppo della Caritas diocesana che svolge il servizio di volontariato carcerario nella struttura di Via Aspromonte, dove gestisce lo sportello di ascolto per i detenuti.
"Questa esperienza che faremo domani è scaturita da un'altra iniziativa che come Caritas stiamo portando avanti nel carcere", ha spiegato Pietro Gava, coordinatore del servizio, "si tratta di un progetto con cui riusciamo a offrire un laboratorio di lettura e scrittura, che al momento per esigenze organizzative la direzione del carcere ha autorizzato solo per la sezione femminile".
In sostanza, i volontari hanno voluto creare un ponte comunicativo letterario tra l'interno e l'esterno dell'istituto penitenziario per mettere in comunicazione questi due mondi apparentemente così diversi, scegliendo la lettura come attività di comprensione del mondo e favorendo allo stesso tempo la connessione con partner di ogni tipo: istituzioni, altre associazioni, librerie, editori, scuole, lettori.
"Siamo convinti che la cultura è una leva strategica per favorire l'inclusione sociale, contrastare le disuguaglianze e le discriminazioni. Pensiamo che la lettura e la scrittura possano essere occasione di crescita", ha concluso Pietro Gava. Le detenute hanno accettato ben volentieri questa esperienza tanto da dare anche un nome al loro gruppo: il cerchio magico.
La proposta è arrivata da una delle recluse, ispirandosi all'omonimo gioco che il figlio faceva alla scuola dell'infanzia: si entrava nel cerchio e si parlava delle proprie emozioni. Come andare oltre un muro almeno grazie alla fantasia.
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