di Antonia Opipari
calabria7.it, 6 dicembre 2019
Sarebbe dovuta essere La partita con papà quella di oggi presso la Casa Circondariale di Catanzaro e invece, per colpa della pioggia, padri detenuti e i loro piccoli non sono potuti scendere in campo; hanno trascorso, però, lo stesso il pomeriggio insieme nel teatro del carcere: hanno giocato, chiacchierato e fatto merenda con le prelibatezze preparate per l'occasione dai "pasticceri" del laboratorio di dolci.
La partita con papà, comunque, è un'iniziativa dell'associazione Bambinisenzasbarre onlus e del Ministero della Giustizia Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, che si tiene su tutto il territorio nazionale ed è già alla sua quinta edizione; si tratta di una manifestazione nata con l'intento di sensibilizzare le istituzioni, i media e l'opinione pubblica sulla situazione dei 100 mila bambini in Italia (2,1 milioni in Europa) che vivono la separazione dal proprio genitore detenuto e che spesso e volentieri si trovano ad essere vittime inconsapevoli di pregiudizi altrui; "i figli dei detenuti pagano per un crimine che non hanno commesso" ha spiegato il direttore del carcere di Siano Angela Paravati.
"Un papà detenuto è solo un uomo che ha commesso un errore e lo sta scontando. Il suo ruolo genitoriale non si ferma alle mura del penitenziario e anzi, il più delle volte è la motivazione che spinge chi ha sbagliato una volta a non farlo mai più, fuori da qui".
di Andrea Lijoi
Milano Finanza, 6 dicembre 2019
Dopo la sentenza del 30 maggio 2018 con la quale la Corte di Cassazione ha ritenuto illecita la vendita di cannabis, anche quella light, si aspettava la chiusura immediata delle migliaia di canapa shop fioriti in tutta Italia. Anche Matteo Salvini, allora ministro dell'Interno del primo governo Conte, provò a eseguire la sentenza e proclamò "li chiuderò uno a uno". In realtà la sentenza, come osservarono in molti, è piuttosto ambigua e lascia ai giudici ordinari il compito di verificare caso per caso se i prodotti a base di cannabis, esposti nelle vetrine degli shop, sono idonei "a produrre in concreto un effetto drogante".
A conti fatti, i negozi con le classiche foglie verdi a forma di lancia per insegna continuano a esporre e a vendere biscotti, tisane, bustine di erba e altre decine di prodotti a base di cannabis sativa. Nei giorni scorsi a Milano si è anche tenuta la seconda edizione di Canapa Expo, la fiera internazionale dedicata al mondo della canapa e ai suoi prodotti, con centinaia di espositori e migliaia di visitatori, con decine di esperti giunti da tutta Europa che in tre giorni di workshop e dibattiti hanno insistito sulla necessità di fare finalmente chiarezza nel settore.
"Anche perché", sostengono i promotori, "è una risorsa incredibile e con la legalizzazione può fare molto per l'economia, il sociale, oltre ai già noti vantaggi dal punto di vista medico e ambientale". In effetti, l'uso terapeutico delle infiorescenze della canapa è già autorizzato e in uso da anni, prescritto legalmente dai medici per alleviare dolori cronici di varia origine. Ed è impensabile che la Finanza vada a chiudere farmacie e ospedali dove si somministrano farmaci a base di cannabis sativa, che comunque sono fuori dal perimetro indicato, anche se con confini non proprio netti, dalla sentenza della Cassazione.
Inoltre, questa marijuana terapeutica è prodotta nello Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, unico "spaccio" autorizzato per farmacie e ospedali a un prezzo per i pazienti fissato dal ministero della Salute. Il problema sorge per la cannabis light (cioè la canapa sativa con principio attivo The inferiore allo 0,6%) venduta proprio in quei negozi, spuntati all'improvviso dopo la legge n. 242 del 2016 che ha aperto lo spiraglio della regolamentazione, come avvenne per le botteghe del vaping quando scoppiò la moda delle sigarette elettroniche.
E proprio come per le e-cig, il problema della cannabis light è, al di là della legalizzazione, la regolamentazione da parte dello Stato di un fenomeno già in atto. Come? Attraverso le imposte. Se il tabacco e i suoi derivati pagano le accise, che fruttano ogni anno all'erario x miliardi di euro, e se anche le sigarette elettroniche pagano la loro quota di accise, perché mai la cannabis e i suoi derivati usati per motivi ricreativi non devono dare il loro contributo di imposte?
Che così debba essere ne sono convinti anche diversi parlamentari, in questi giorni alle prese tra l'altro con la manovra economica per far quadrare il bilancio pubblico. Uno di questi è Massimo Ungaro di Italia Viva, autore di un'interrogazione parlamentare al presidente del Consiglio e ai ministri dell'Economia, dell'Interno, della Salute e della Giustizia, in cui pone un problema sociale (il libero accesso all'acquisto di cannabis light anche per i minorenni, non solo negli shop ma soprattutto nei canali online) e un problema erariale.
Secondo uno studio dell'Università di Messina citato da Ungaro, applicando alla cannabis una tassazione simile a quella dei tabacchi, le entrate per lo Stato sarebbero pari a circa 5 miliardi di euro l'anno, oltre a una riduzione della spesa pubblica legata alla repressione dello spaccio illegale per 540 milioni di euro. "Un inquadramento di legge", afferma nell'interrogazione, "permetterebbe di sottrarre ingenti risorse alla criminalità organizzata, assicurando al contempo nuovi significativi introiti per lo Stato che rappresenterebbero, altresì, entrate certe, perché provenienti da una rete controllata e sicura".
Un tema ripreso anche in due proposte di emendamento alla legge di Bilancio in discussione al Senato, primi firmatari Francesco Mollame e Matteo Mantero del M5S, che mirano a sottoporre a imposta di fabbricazione la biomassa di canapa e a tassare la commercializzazione delle infiorescenze di canapa. Ma gli emendamenti, con grande disappunto dei presentatori, sono stati ritirati. "Vi chiedo scusa", ha postato sul suo profilo social Mantero, rivolto ai suoi elettori dopo aver scoperto che gli emendamenti erano stati ritirati dal suo gruppo in commissione bilancio. Ma poi assicura: "Non tutto è perduto, ripresenteremo l'emendamento alla Camera".
di Gloria Riva
L'Espresso, 6 dicembre 2019
Messaggi razzisti. Post omofobi. Insulti via twitter. "Nelle aree in cui è più ampia la forbice economica e in quelle dove è maggiore il timore di perdere il posto di lavoro si concentrano i fenomeni di odio virtuale" - Gli attacchi vigliacchi a Liliana Segre. La strafottenza digitale al medico Roberto Burioni. Gli insulti twittati a Elsa Fornero. Il cyberodio ha contagiato l'Italia e ogni angolo di mondo connesso. Di fronte allo sconcerto generale qualche nazione ha cercato di arginare gli insulti digitali con una legge, mentre in Italia, al dipartimento di Scienze Sociali del Gran Sasso Science Institute di L'Aquila, si è scoperta l'origine del fenomeno, il virus che ha provocato il contagio: la precarietà.
Le economiste Alessandra Faggian e Daria Denti hanno mappato l'Italia dell'odio digitale e l'hanno sovrapposta a quella della criminalità, della discriminazione razziale, della povertà, della violenza fisica, del disagio sociale. Hanno fatto centinaia di tentativi riscontrando zero connessioni fra un fenomeno e l'altro, come se i tweet aggressivi fossero totalmente scollegati dal contesto, dalla realtà in cui vivono gli odiatori del web. La soluzione è poi arrivata applicando gli indicatori di incertezza economica e disuguaglianza, che corrispondevano perfettamente all'odio online: "Nelle aree in cui è più ampia la forbice economica e in quelle dove è maggiore il timore di perdere il posto di lavoro si concentrano i fenomeni di odio virtuale", spiega la ricercatrice Denti.
Negro, zingaro, terrone, frocio, usuraio, rabbino, puttana sono le parole d'odio più utilizzate nei tweet. I bersagli? Le minoranze etniche nel 42 per cento di casi, le donne (41 per cento), i disabili, il mondo lgbtq. E sono in crescita, sia in volume, sia in diffusione tanto che negli ultimi tre anni i fenomeni di cyber hate sono praticamente raddoppiati. Si tratta dunque di una delle sfide più rilevanti poste dalle piattaforme online di social media se si considera che l'anno scorso Facebook ha rimosso 7,9 milioni di discorsi di odio in tutto il mondo, mentre YouTube cancella in media più di 15mila canali a trimestre.
Twitter ha ricevuto oltre 250mila segnalazioni di contenuti d'astio tra gennaio e giugno 2018, nella sola Germania. Un dato che è possibile conoscere perché soltanto i tedeschi hanno una legge sugli hate speech on line, per obbligare i principali social network, come Facebook e Twitter, a rispettare le severissime leggi di Berlino in materia di diffamazione, incitamento all'odio e minacce, in vigore dalla fine della Seconda guerra mondiale. In Germania, la mancata immediata rimozione di quei cinguettii fa scattare multe salate per i titolari dei social media. La commissione europea ha invece raggiunto un accordo con le piattaforme, che hanno l'obbligo di vigilare sui contenuti, lasciando però alla loro sensibilità la possibilità di cancellare o meno un commento.
Il dibattito negli Stati Uniti si è fermato di fronte all'inviolabile diritto alla libertà di parola, che in qualunque caso viene prima di tutto. Eppure Tarlach McGonagle, docente di Legge dell'Informazione all'Università di Amsterdam, sfruttando le analisi dei criminologi, ha scoperto che sebbene sia solo verbale, l'impatto di un tweet crudele è estremamente duraturo e ha effetti non peggiori rispetto a un gesto violento: "Attraverso l'hiyperlinking, i motori di ricerca e i contenuti condivisi dagli utenti, i messaggi di odio rimangono tracciabili e recuperabili, determinando un perdurare significativo del danno alla vittima e alla minoranza a cui essa appartiene", scrive il professor McGonagle.
In un'indagine di Eurobarometro, il 75 per cento degli intervistati ha affermato di aver assistito a discorsi di odio online su piattaforme sociali e i dati mostrano che gli odiatori virtuali non fanno parte di alcun gruppo di odio organizzato, ma sono persone comuni, normali. A favorire i comportamenti più aggressivi e radicali, spiega la criminologa Barbara Perry dell'International Network for Hate Studies, è la generale percezione di anonimato, l'illusione di non essere identificati per quanto detto online e di non doverne rispondere.
"Mai prima d'ora si era pensato di connettere il cyberodio con l'economia e con i temi della disuguaglianza", spiega Alessandra Faggian, professore di Economia Applicata e vice rettore del Gran Sasso Institute. Che continua: "I risultati parlano di una relazione determinante forte, aprendo quindi la strada a una strategia di riduzione del fenomeno", che passa attraverso il tema dell'incertezza occupazionale e della diminuzione della disuguaglianza, più frequente nelle grandi città, dove il divario di ricchezza tra centro e periferia è sempre più accentuato, e nelle aree più colpite dalla crisi economica del 2009.
L'analisi utilizza 75mila tweet georeferenziati generati in Italia nel 2017, in parallelo con gli indicatori di Benessere economico sociale (Bes) realizzati dall'Istat per misurare l'agiatezza di un territorio al di là del reddito procapite. "Utilizzando i dati della percezione del lavoro, abbiamo scoperto che i tweet d'odio si concentrano nei territori in cui è maggiore il timore di perdere il proprio lavoro nei prossimi sei mesi e di non trovarne più uno simile. Dove è più alto il grado di instabilità percepita, maggiore è l'aggressività digitale. L'insicurezza economica è quindi una delle cause principali che muove l'astio e non ha nulla a che vedere con la paura dello straniero, con la criminalità, la marginalizzazione sociale", spiega Denti.
A questo si aggiunge il fenomeno dell'inuguaglianza economica, misurato calcolando l'indice di Gini sul reddito, che è un numero compreso tra zero e uno stimato di anno in anno su dati del dal ministero dell'Economia. Zero corrisponde alla perfetta redistribuzione, valori bassi del coefficiente indicano una distribuzione abbastanza omogenea, al contrario, più il grado si alza, più la distribuzione del reddito diventa diseguale. "Abbiamo sovrapposto la mappa dell'odio con quella della disuguaglianza: i risultati mostrano come l'inuguaglianza economica si caratterizzi come una determinante del volume di hate tweet", conferma Denti.
Sorprendentemente è il Nord a essere più colpito dal mix di precarietà e disuguaglianza e quindi a produrre più cinguettii d'insulti: "Specialmente al Nord ci sono aree in cui, prima del 2009, c'era benessere, lavoro in abbondanza e nessuna preoccupazione rispetto al futuro occupazionale. La grande crisi ha provocato uno shock negli abitanti di quelle zone, per nulla preparati a gestire l'incertezza, la possibilità di perdere il proprio lavoro, l'urgenza di ricollocarsi. L'impatto è stato fortissimo e non si è sviluppato alcun modello alternativo, o di contenimento, per alleviare la tensione economica e sociale provocata dalla precarizzazione", dice Denti.
Ecco perché la massiccia presenza di tweet proveniente dalla bresciana e dal vicentino. La prima, pur restando un motore economico trainante del Paese, ha subito forti sconvolgimenti, mentre l'area di Vicenza è stata doppiamente colpita, prima da una crisi del manifatturiero, poi dal dramma finanziario della Popolare di Vicenza. Lo stesso dicasi per Genova, dove nell'ultimo decennio non solo la crisi ha colpito duramente, ma la politica non ha saputo trovare una risposta alternativa all'abbandono industriale e alla fragilità bancaria. Più in generale è il Veneto, seguito da Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna a evidenziare la maggior percentuale di tweet d'astio. "Sono il territorio in cui le persone sono rimaste scottate da un cambiamento del paradigma economico che non hanno saputo gestire. Da qui l'arrabbiatura e la tendenza a manifestare il proprio malessere sfruttando i social network", continua la ricercatrice.
Non c'è invece alcuna relazione con il livello d'istruzione: "Dall'operaio al manager, dal professore al commesso, la disuguaglianza sembra essere un fattore di "moderazione di capitale umano". Significa che, se c'è una grande disuguaglianza nel contesto in cui vivo, anche le persone istruite appaiono più propense a generare tweet di odio. Questo significa che la disuguaglianza rappresenta un fattore di rischio che colpisce il territorio in modo rilevante. E questa ricerca mostra esattamente quanto le persone soffrano per le difficoltà dovute al contesto socio-economico in cui si trovano. Penso che se riuscissimo a migliorare quelle condizioni gli hate speach si ridurrebbero molto", commenta Faggian.
Una dinamica analoga si riscontra anche in Inghilterra, che insieme a Italia e Grecia è la nazione più diseguale d'Europa secondo l'Ocse: "La ricerca inglese si basa sul bullismo nelle scuole superiori e dimostra come il fenomeno sia crescente nelle zone più diseguali. Sostituendo l'indice di disuguaglianza con quello di povertà non si ottiene lo stesso risultato. Significa che è l'ineguaglianza (e non la povertà) ad aumentare il bullismo". Nonostante i tweet siano spesso a fondo xenofobo, la componente razziale ha poco a che vedere con il fenomeno, mentre risulta essere centrale nel caso di violenza fisica, di atti vandalici veri e propri. "provocati da una percezione di minaccia all'identità socioculturale", spiega Denti.
Che continua: "Dove c'è più fiducia nelle istituzioni e maggiore integrazione delle minoranze etniche si riscontrano meno fenomeni di odio reale. L'elevata presenza di stranieri in un territorio non provoca di riflesso eccessi d'astio, se questi fanno parte della comunità locale, mentre la questione è più problematica dove esistono centri di accoglienza per rifugiati che non si integrano con la realtà locale". In quest'ultimo caso la loro presenza viene percepita come qualcosa di lontano, diverso, soprattutto perché i cittadini non sono stati coinvolti in quella decisione.
di Vincenzo R. Spagnolo
Avvenire, 6 dicembre 2019
Eroina osservata speciale: in crescita la percentuale dei giovani fra 15 e 19 anni che l'hanno provata almeno una volta. In leggero calo il consumo di cocaina, ma raddoppia il principio attivo.
L'utilizzo di droghe, in Italia, miete quasi una vittima al giorno: 334 nel 2018, 38 in più dell'anno precedente. In media, una ogni 26 ore. Fra i più giovani, sono 660mila gli studenti che hanno fatto uso, nell'ultimo anno, di almeno una sostanza illegale: cannabis in testa (25,6%), ma seguita dalle Nps, le nuove (e micidiali) sostanze psicoattive come il Fentanyl, col 7%. In generale, il costo annuo per la cura e il trattamento delle tossicodipendenze è quantificabile in poco meno di "due miliardi di euro", in base a "una stima sicuramente in difetto", perché non tiene conto delle patologie correlate ai comportamenti a rischio legati al consumo, come le malattie infettive (Epatite B e C, Hiv e Aids).
Sono alcuni dei dati, non certo rassicuranti, contenuti nella Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze per il 2019, realizzata dal Dipartimento politiche antidroga della Presidenza del consiglio. Lo scorso 29 ottobre, il testo è stato trasmesso alla Camera dei deputati dal ministro per i Rapporti col Parlamento Federico D'Incà e potrebbe essere diffuso in queste ore. Ieri Avvenire ha potuto visionarlo: in 283 pagine, suddivise in sei capitoli, contiene la fotografia più aggiornata (basata su dati consolidati relativi al 2018) del consumo di sostanze, del trattamento sanitario, del contrasto giudiziario e delle attività di prevenzione nel nostro Paese.
Cannabis, regina del mercato - Nel 2018, le operazioni antidroga sono state 25.596. E fra i 123.186 chilogrammi di droghe sequestrate, la cannabis resta la sostanza più diffusa, con una "spesa stimata intorno ai 4,4 miliardi di euro l'anno" e "una percentuale di purezza alta" (12% per la marijuana, 17% per l'hashish). Dosi o carichi di "erba" o di "fumo" vengono scoperti nel 58% delle operazioni antidroga e assommano al 96% del totale di sequestrati. Inoltre, l'80% delle segnalazioni di consumo (illecito amministrativo ai sensi del noto articolo 75 del Dpr 309/1990) e il 48% delle denunce alle autorità giudiziarie sono relative ai cannabinoidi (marijuana, hashish e piante di cannabis). Un terzo degli studenti delle superiori ha "fumato" almeno una volta, con una "iniziazione" spesso intorno ai 15-16 anni. Inoltre, sono circa 150mila gli studenti tra i 15 e i 19 anni che potrebbero necessitare di un sostegno clinico.
Nps, la nuova minaccia online - Attraverso il web, iniziano ad arrivare in Italia "nuove sostanze psicoattive": cannabinoidi, catinoni e oppioidi sintetici (come il famigerato Fentanyl, responsabile quest'anno negli Usa di 72mila decessi), in genere ordinati su Internet e ricevuti per posta. Sono "oltre 400", si legge a pagine 246, i "siti/forum/account social molto usati soprattutto dai giovani", come "piattaforme di vendita online", per i quali sono state "avanzate al ministero della Salute, 17 proposte di oscuramento di siti". Le indagini hanno "portato al sequestro di quasi 80 kg e 27mila dosi di sostanze sintetiche". E nel solo 2018, 5 decreti del ministero della Salute hanno inserito 49 nuove droghe nelle tabelle delle sostanze illegali. E il "Sistema nazionale d'allerta precoce" (Snap) "permette di identificare in tempi sempre più ridotti nuove sostanze in circolazione": 39 nuove molecole scoperte nel 2018 (soprattutto catinoni sintetici e triptamine), in 15 casi con esami su persone "giunte in pronto soccorso per intossicazioni acute".
Coca e incidenti stradali - Il mercato della "neve" è stabile ma fiorente, con una spesa stimata di "6,5 miliardi". Dopo la cannabis resta "la sostanza maggiormente consumata dai poliutilizzatori" e uno "dei pericoli sociali di maggiore rilevanza", per gli incidenti stradali dovuti al suo abuso. Quella in circolazione adesso è più pura: dal 33% di principio attivo del 2016 è passata al 68% nell'ultimo biennio, con ricoveri e casi di decesso cresciuti rispettivamente del 38% e 21%.
Eroina per quindicenni - Sul fronte degli oppiacei, i dati mostrano una crescita: nel 2018, una tonnellata di eroina è stata sequestrata dalle forze dell'ordine; il principio attivo è del 18%, più alto che in passato; sale il prezzo di spaccio e raddoppiano le denunce per traffico. Ne fanno uso 6 persone ogni mille. Soprattutto, ed è l'aspetto più allarmante, "l'aumento della disponibilità di eroina" si accompagna alla crescita della percentuale dei giovani fra 15 e 19 anni, che l'hanno provata almeno una volta: "Dall'1,1 all'1,5%".
Decessi e ricoveri d'urgenza - Di droga si muore di più di prima: "Si è verificato un incremento dei decessi direttamente droga-correlati", passati "dai 296 casi del 2017 a 334 nel 2018". Una vittima ogni 26 ore, per intendersi. Con un inquietante raddoppio ("+92%") dei decessi fra "le donne over 40". In generale, s'incrementa il numero delle persone "in trattamento" per l'uso di stupefacenti (con un 14% di "nuovi utenti") per un totale di 133.060 (88% uomini, dipendenti soprattutto da eroina e coca). Ma se i 568 servizi pubblici per le dipendenze e le 839 strutture socio-riabilitative censite (su 908 presenti) notano un "invecchiamento della propria utenza", sono i dati sui ricoveri a indicare come molti assuntori non siano consapevoli dei rischi. In un anno, infatti, sono state 7.452 persone finite in ospedale, più di 20 al giorno. E "più della metà di tali diagnosi fa riferimento a sostanze miste o non conosciute", col sospetto che sia la punta dell'iceberg di una "popolazione insorgente di utilizzatori di sostanze sintetiche e Nps, in maggioranza giovani".
Il dramma delle carceri - Secondo la relazione, sale la cifra dei "soggetti segnalati per detenzione di sostanze per uso personale" (cannabis in 8 casi su 10). Resta invece stabile il numero dei denunciati alla magistratura per traffico, spaccio e altri reati; 35.745 persone, con aumento degli over 35 e delle donne. Il narcomercato genera "conseguenze nell'ambito penitenziario": la popolazione carceraria "è costituita per un terzo da detenuti" per reati collegati alle droghe e "per un quarto da soggetti tossicodipendenti" in cura.
Prevenzione nelle scuole - Il Dipartimento politiche antidroga ha siglato un accordo con la direzione generale per lo studente del Miur e ha promosso progetti e convenzioni (circa 70) con università ed enti non profit. "Gli interventi di prevenzione - osservano gli esperti del Dpa - rivestono un ruolo fondamentale, in particolar modo in ambito scolastico" per "identificare tempestivamente i comportamenti a rischio e le condizioni di vulnerabilità" dei ragazzi.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 6 dicembre 2019
Il 28 novembre il Tribunale civile di Roma si è pronunciato sulla causa - appoggiata da Amnesty International Italia e Associazione studi giuridici sull'immigrazione - presentata da 14 richiedenti asilo respinti in mare verso la Libia nel 2009. Una sentenza estremamente importante, della quale tuttavia molti commentatori non hanno colto l'aspetto centrale. Non si tratta, come pure si è detto e letto, che il Tribunale di Roma abbia stabilito che i respingimenti sono illegali. Fosse questo il punto, la causa e la sentenza sarebbero state superflue. Che i respingimenti siano illegali lo dicono già le norme italiane e internazionali, a tal punto che il divieto di respingimento fa ormai parte del diritto internazionale consuetudinario.
Peraltro, già nel 2012 l'Italia era stata condannata dalla Corte europea dei diritti umani, nella nota sentenza Hirsi Jamaa e altri contro l'Italia. Questo, tra l'altro, spiega perché da allora il nostro paese abbia cercato a tutti i costi un partner cui affidare questo "lavoro sporco", trovandolo alla fine nella Libia e nella sua guardia costiera. L'aspetto innovativo e fondamentale della sentenza del Tribunale di Roma è un altro: il respingimento dei 14 ricorrenti ha impedito loro la possibilità di presentare domanda d'asilo e che ora è dovere dello stato italiano, oltre al risarcimento economico del danno, consentire a quelle persone di entrare in Italia per chiedere protezione internazionale. In altre parole, la sentenza riconosce che le persone in questione possano esercitare il diritto che gli è stato negato.
E c'è di più. Riporto la parte della sentenza che riconosce la necessità di "Espandere il campo di applicazione della protezione internazionale volta a tutelare la posizione di chi, in conseguenza di un fatto illecito commesso dall'autorità italiana si trovi nell'impossibilità di presentare la domanda di protezione internazionale in quanto non presente nel territorio dello Stato, avendo le autorità dello stesso Stato inibito l'ingresso, all'esito di un respingimento collettivo, in violazione dei principi costituzionali e della Carta dei diritti dell'Unione europea". La sentenza farà precedente: potrà essere applicabile a tutti i casi di respingimento non solo nel mar Mediterraneo centrale ma anche nell'Egeo così come a quelli - tanti e poco conosciuti - di respingimento dagli aeroporti.
di Sebastiano Maffettone
Corriere della Sera, 6 dicembre 2019
Molto di ciò che era ritenuto privato non è più tale e viceversa. Così ora alcuni filosofi e giuristi parlano di specifiche forme di tutela di singoli spazi di vita.
Tik Tok è una app cinese. Pare che la vedano circa un miliardo di persone. I video propinati dall'app in questione durano 15 secondi. Il loro contenuto, dal punto di vista intellettuale, è di media deprimente. Ma, come è naturale, ci sono eccezioni. Di recente, i giornali hanno dato giusto risalto a quel video di Tik Tok in cui una ragazza parla dei lager in cui sono tenuti gli Uiguri (una minoranza musulmana) in Cina, mentre placidamente si rifà il trucco. Un caso classico di eterogenesi: uno strumento tipicamente privato come il make up viene adoperato per un fine decisamente pubblico come lo è una denuncia politica. Fatto è che i nuovi media rendono sempre più difficile distinguere tra pubblico e privato. E l'idea stessa di privatezza - o se preferite privacy - è a rischio. Cosa questa che impone una riflessione seria. La privatezza - difficile negarlo - è un valore non rinunciabile, uno spazio protetto che serve psicologicamente a costruire noi stessi e socialmente ad avere buone relazioni con gli altri. Ma se cerchiamo di definirlo, questo valore, ci rendiamo conto di quanto sia impalpabile e vago.
Vengono in mente parole come intimità, confidenzialità, anonimità, solitudine, esclusione, domesticità e così via. Non è chiaro però come mettere in relazione l'atmosfera che tali termini determinano con prerogative forti o diritti. Insomma, non sappiamo come collegare tutto ciò ches so io al diritto di una persona famosa a non far sapere che ha il cancro o una relazione amorosa segreta, oppure a quello di un impiegato alla riservatezza sulla sua salute nei confronti del datore di lavoro. Proprio per questo motivo, non sono mancati filosofi e giuristi che hanno dubitato della possibilità di definire con chiarezza un generale diritto alla privacy, preferendo parlare di specifiche forme di tutela di singoli spazi di vita.
La cosa, già di per sé non semplice, è complicata dall'avvento delle Ict (Information Communication Technologies) e del web. Quanto rilevato da Edward Snowden, e più di recente la scoperta di Cambridge Analytica, sembrano mostrare che le invasioni delle sfere protette degli individui sono reali con conseguenze assai pericolose. Le capacità tecnologiche di raccogliere, collezionare e usare per fini propri enormi quantità di dati personali sono aumentate a dismisura e adoperate per fini commerciali e politici. Big Tech (Google, Amazon, Facebook, Microsoft, Apple) ha costruito un sistema basato sullo sfruttamento dei dati personali che Shoshana Zuboff ha battezzato "capitalismo della sorveglianza".
Se una volta era il personaggio famoso la cui vita era sotto la luce dei riflettori, ora siamo tutti e sempre osservati, spiati, manipolati. Molti, perciò, lamentano il fatto che il web sta erodendo la spazio del privato. Se, mettendo per un attimo da parte i big data, guardiamo fenomeni micro abbastanza comuni come il sexting (scambio di comunicazioni sessuali esplicite tra adolescenti) o il revenge porn (dove l'amante lasciato si vendica postando foto esplicite di rapporti sessuali precedenti) si capisce bene che eventi prima ritenuti del tutto privati ora non sono più tali. Con i pericoli del caso.
Ma non si tratta solo di erosione dello spazio privato. Accade infatti anche l'inverso. Basta pensare ai post di propaganda di Salvini, in cui biopoliticamente il suo corpo privato gioca un ruolo pubblico, per comprenderlo. Per non parlare del suo seguace leghista Di Muro che fa domanda di matrimonio in Parlamento. In ultima analisi, molto di quello che era ritenuto privato ora è pubblico, e viceversa aspetti tipici del pubblico diventano privati. Questo perché il web cambia le nostre attitudini nel profondo. Naturalmente, altra cosa è descrivere per sommi capi i sintomi di una fenomenologia dal valutarla positivamente.
Più chiaramente: non è detto che tutto ciò sia un bene. Può mettere a rischio un valore fondamentale come quello della privacy. Nel qual caso, bisognerebbe cercare rimedi. Pensare a una sorta di auto-riforma che porti a minore invasività dei network è utopico. Trasformare i diritti alla privacy in diritti reali, dando loro una tutela più forte come quella che protegge la proprietà dal furto, è legalmente complesso. Forse, la strada migliore consiste, sulla scia di quanto pensava Stefano Rodotà, nel creare un diritto costituzionale all'autonomia della persona. Che sarebbe poi la possibilità di "essere lasciati soli" quando lo desideriamo, come scrissero poeticamente due giudici famosi (Warren e Brandeis).
ansa.it, 6 dicembre 2019
Le torture della Cia attraverso gli occhi del torturato: dal "waterboarding" che induce il senso della morte imminente per soffocamento, al confinamento forzato in una gabbia dove nessun movimento è possibile. Una serie di disegni pubblicati per la prima volta in uno studio della Seton Hall University gettano una luce raccapricciante sulle maniere "forti" usate dall'agenzia di intelligence dopo le stragi dell'11 settembre.
Autore dei disegni e vittima allo stesso tempo è Abu Zubaydah, un palestinese tuttora detenuto a Guantánamo senza essere mai stato incriminato, Zubaydah fu il primo jihadista sottoposto ai "metodi di interrogatorio rafforzati" adottati con l'imprimatur del presidente George W. Bush dopo le stragi di al Qaida. I disegni del prigioniero sono un macabro diario per immagini di quanto accade in un "sito nero" della Cia in Tailandia nell'agosto 2002.
amnesty.it, 6 dicembre 2019
A una settimana dalle elezioni presidenziali del 12 dicembre in Algeria, Amnesty International ha denunciato l'aumento della repressione nei confronti delle proteste, che ha dato luogo ad arresti di massa, sgomberi di manifestazioni pacifiche e procedimenti giudiziari nei confronti di decine di attiviste e attivisti. L'appuntamento elettorale è oggetto di ampie contestazioni in tutta l'Algeria, promosse soprattutto dal movimento di protesta "Hirak". Gli arresti dei manifestanti sono iniziati a settembre ma sono aumentati a partire dal 17 novembre, data d'inizio della campagna elettorale.
"Da allora, le autorità algerine hanno dato l'assalto alla libertà d'espressione e di manifestazione, dimostrando tollerare assai poco le richieste di cambiamento provenienti dalle proteste", ha dichiarato Heba Morayef, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l'Africa del Nord. "Nel corso delle proteste settimanali degli ultimi 10 mesi milioni di algerini hanno fatto vedere che credono nelle manifestazioni pacifiche come mezzo collettivo per chiedere il cambiamento. Invece di attaccarli, le autorità algerine dovrebbero proteggere i loro diritti alla libertà d'espressione e di manifestazione pacifica", ha aggiunto Morayef.
Il giro di vite nei confronti delle proteste contro le elezioni - Secondo avvocati per i diritti umani e la Lega algerina per la difesa dei diritti umani, solo dal 17 al 24 novembre ci sono stati almeno 300 arresti. Il 17 novembre almeno 37 manifestanti pacifici contrari alle elezioni presidenziali sono stati arrestati a Tlemcen mentre era in corso il comizio di uno dei candidati, Ali Benflis. Quattro di loro sono stati condannati per "istigazione a manifestazione non armata" a un anno e mezzo di carcere mentre ad altri 14 sono stati inflitti due mesi di carcere con sospensione della pena.
Il 20 novembre, secondo una denuncia del Comitato nazionale per la liberazione dei detenuti, oltre 150 manifestanti sono stati arrestati ad Algeri nel corso di una protesta notturna. La maggior parte di loro è stata rilasciata ma otto sono stati accusati di "minaccia alla sicurezza nazionale" e "istigazione a manifestazione non armata" e si trovano tuttora in detenzione preventiva. Altri 21 sono a piede libero ma dovranno comparire in tribunale il 6 gennaio 2020 per rispondere di "istigazione a manifestazione non armata", "disobbedienza civile" e "minaccia alla sicurezza nazionale".
Queste azioni repressive sono state accompagnate da una crescente narrativa ostile nei confronti di coloro che protestano contro le elezioni. Halim Feddal, difensore dei diritti umani e fondatore dell'Associazione nazionale algerina contro la corruzione, è stato arrestato il 17 novembre a Chlef al termine di una manifestazione pacifica e si trova attualmente in detenzione preventiva. Altri arresti di attivisti contrari alle elezioni hanno avuto luogo a Ouargla, Boumerdes, Annaba e altre città in cui si svolgevano comizi elettorali.
Amnesty International è a conoscenza di almeno tre casi di maltrattamento di detenuti. Gli avvocati di Chems Eddine Brahim Lalami, un attivista di Bordj Bou Arréridj arrestato il 20 novembre, hanno denunciato che il loro cliente presentava ematomi sul volto e su un braccio e non era in grado di stare in piedi. Dal giorno dell'arresto è detenuto in isolamento e ha iniziato uno sciopero della fame. Un altro attivista, Sofiane Babaci, è stato picchiato dopo l'arresto, avvenuto il 26 novembre a Boumerdes. Younes Redjal, un attivista di Orano arrestato lo stesso giorno, è stato rintracciato dagli avvocati della Lega algerina per la difesa dei diritti umani in una stazione di polizia, semi-incosciente e con ematomi su un braccio.
Un'ondata di arresti contro i militanti del movimento Hirak - Da settembre in poi, le autorità hanno preso sempre più spesso di mira i manifestanti del movimento Hirak, che scendono in piazza ogni settimana dal 22 febbraio. Il 22 novembre molti di loro sono stati arrestati in più città. Tra questi, Kaddour Chouicha, esponente anche della Lega algerina per la difesa dei diritti umani, e due attivisti del Movimento d'azione giovanile, tutti accusati di "istigazione a manifestazione non armata" e "minaccia alla sicurezza nazionale".
Il 28 novembre ad Algeri una protesta delle madri dei detenuti del movimento Hirak è stata dispersa con la forza. Il 29 novembre almeno 25 manifestanti pacifici sono stati arrestati, sempre ad Algeri. Almeno tre di loro restano in detenzione preventiva. "Esprimere contrarietà alle elezioni presidenziali o criticare le autorità non sono reati. Le autorità algerine devono rilasciare immediatamente e senza condizioni tutte le persone finite in carcere solo per aver esercitato in modo pacifico i loro diritti alla libertà d'espressione e di manifestazione", ha sottolineato Morayef.
Attivisti pacifici condannati - Almeno 28 manifestanti pacifici sono stati condannati unicamente per essere in possesso della bandiera della comunità amazigh. L'11 novembre 22 di loro sono stati condannati a un anno di carcere di cui sei mesi di pena sospesa e a una multa. Il giorno dopo la stessa pena ma senza la multa è stata inflitta ad altri sei imputati.
"Punire col carcere chi è in possesso di una bandiera è vergognoso e viola gli obblighi dell'Algeria rispetto al diritto internazionale dei diritti umani. Queste condanne sono un segnale pericoloso dell'intolleranza delle autorità algerine verso il dissenso pacifico", ha commentato Morayef. Oltre che contro i manifestanti pacifici, le autorità algerine hanno rivolto le loro attenzioni anche nei confronti di giornalisti: dal 28 novembre ne sono stati arrestati ad Algeri almeno cinque.
Quattro sono stati rilasciati poche ore dopo l'arresto. Uno di loro ha riferito ad Amnesty International che gli è stata confiscata l'attrezzatura e che è stato minacciato di venire incriminato di "offesa a pubblico ufficiale" se non avesse firmato il verbale d'interrogatorio. Il 26 novembre, secondo quanto denunciato dal Comitato nazionale per la liberazione dei detenuti, è stato arrestato l'artista di Orano Abdelhamid Amine, noto come Nime, "colpevole" di aver realizzato alcuni ritratti satirici dei candidati, del capo di stato maggiore delle forze armate e dell'ex presidente della Repubblica, ampiamente circolati sui social media. È attualmente detenuto in attesa di processo. "Nessuno dovrebbe subire intimidazioni, minacce o arresti per aver seguito le proteste o aver criticato i candidati alle elezioni", ha dichiarato Hassina Oussedik, direttrice di Amnesty International Algeria.
Vita Trentina, 6 dicembre 2019
Nei centri di detenzione libici le condizioni di vita di centinaia di africani sono disumane. Mentre in Libia si continua a combattere, molte vite sono a rischio, se non vi sarà un piano o un intervento internazionale per salvare i detenuti, poveri e inermi. All'Agenzia Fides padre Mussie Zerai, sacerdote eritreo da anni impegnato nel sostegno agli immigrati, racconta delle testimonianze raccolte dal campo di Zawiya, dove "circa 650 persone, donne e uomini di diverse nazionalità di cui 400 eritrei ed etiopi vivono costantemente nella paura. Si avvertono spari nelle vicinanze, ma i detenuti sono chiusi lì, senza protezione, senza vie di fuga in caso di attacco: rischiano la vita".
Padre Zerai lancia un appello "a tutte le istituzioni europee e delle agenzie per i diritti umani": "Si mobilitino per mettere in atto un piano straordinario di evacuazione di questi fratelli e sorelle che oggi si trovano in queste condizioni. Ogni rinvio mette in pericolo la vita di centinaia di vite umane".
Le condizioni di vita nei centri di detenzione libici, rileva, sono al limite dell'umano. Nelle testimonianze raccolte da don Zerai, i detenuti affermano: "Sono mesi che non riceviamo nulla per l'igiene personale, siamo costretti a bere acqua salata della quale non sappiamo la provenienza. Problemi di salute sono all'ordine del giorno, i più gravi sono i malati di tubercolosi: circa 40 persone, di cui 10 non hanno mai avuto nessuna assistenza, tre sono in condizione gravissime, con il grave rischio di trasmettere a tutti noi la malattia". I migranti si sentono abbandonati, molti sono caduti in depressione, altri tentano la fuga per prendere la via del mare, in preda alla disperazione.
di Maurizio Vezzosi
farodiroma.it, 6 dicembre 2019
Mekhti Logunov, 85 anni, è il più anziano tra i prigionieri politici attualmente detenuti nelle carceri ucraine. Lo scorso ottobre nei suoi confronti è stata emessa dalla Corte di appello di Kharkov (Ucraina orientale) una sentenza di condanna a ben 12 anni di reclusione con l'accusa di essersi appropriato di informazioni riservate e di voler commettere atti terroristici contro l'Ucraina. Le accuse, rigettate con sdegno dall'ultraottantenne sono da lui descritte come il prodotto una macchinazione dei servizi segreti ucraini (SBU).
Secondo gli agenti, Mekhti Logunov avrebbe infatti raccolto informazioni con finalità di terrorismo a proposito delle ricerche condotte dall'Istituto di Fisica e Scienza di Kharkov, in particolare sul nucleare. Tuttavia, l'accusa con cui Mekhti Logunov è stato incriminato è quella di tradimento allo stato, e non quella di spionaggio. Un fatto che sarebbe assai anomalo se le accuse di spionaggio potessero dirsi in qualche modo fondate.
Mekhti Logunov, classe 1934, è stato arrestato a Kharkov il 17 agosto 2017 ed ha trascorso oltre due anni nella struttura Sizo - acronimo in lingua russa ed ucraina di "struttura di isolamento investigativo" - del carcere di Kharkov. L'ottantacinquenne si trova tutt'ora in carcere in condizioni critiche: durante l'udienza dello scorso ottobre Mekhti Logunov ha raccontato che a causa dell'età, ma soprattutto delle dure condizioni di detenzione prolungata ha perso ben quindici denti. Un problema che rende assai complicata e faticosa la sua alimentazione.
Per avere un'idea di quali possono essere le condizioni detentive che Mekhti Logunov si trova ad affrontare - insieme a molti altri detenuti politici e non - si possono visionare le foto scattate segretamente alcuni mesi fa nella struttura Sizo di Odessa.
La Corte di appello, secondo il detenuto, avrebbe preso in considerazione solo una parte dei documenti riguardanti l'indagine, escludendo l'ammissibilità di tre fascicoli senza fornire spiegazioni in merito alla scelta.
L'ottantacinquenne, di origine abcasa ma da decenni cittadino di Kharkov (Ucraina orientale), ha un'importante carriera scientifica alle spalle: per anni ha insegnato nel Politecnico di Kharkov e con i suoi studi ha brevettato macchinari e strumentazioni tecniche. Respingendo il teorema che lo descriverebbe con un "agente russo", Mekhti Logunov anche da detenuto ha ribadito con durezza le critiche da lui mai risparmiate alla deriva politica che ha caratterizzato l'Ucraina degli ultimi anni.
"L'SBU - i servizi segreti ucraini, NdA - è un'organizzazione di affaristi. Temono che io, una volta fuori dal carcere, racconti quello che so. [...] Un giorno l'SBU verrà dichiarata un'organizzazione criminale, come la Gestapo" ha dichiarato Mekhti Logunov. In mancanza di un provvedimento da parte del governo o della presidenza riguardo la sua detenzione, Mekhti Logunov dovrà attendere la revisione del caso da parte della Corte di Cassazione prevista tra alcuni mesi.
Alcune settimane prima dell'udienza in cui Mekhti Logunov è stato condannato, a Kharkov era stato organizzato un presidio per chiedere la liberazione dell'ottantacinquenne. Lo svolgersi dell'iniziativa è stato interrotto da alcuni neofascisti locali, che hanno minacciato i presenti, accanendosi in particolare contro il consigliere del municipio di Kharkov Andrey Lesik, uno dei promotori dell'iniziativa: i neofascisti hanno inoltre scandito slogan che chiedevano il carcere anche per il consigliere, a sua volta additato come "agente russo". (Qui il video)
Mekhti Logunov non è l'unico ucraino detenuto per ragioni politiche, ma riguardo il loro numero complessivo non esistono dati certi. Le autorità di Kiev negano l'esistenza della persecuzione politica, preferendo descrivere gli oppositori come delinquenti comuni, o più spesso come "agenti russi". Ben poche sono le possibilità di raccogliere dati ed informazioni sul tema.
Secondo indiscrezioni, comunque, il numero minimo di cittadini ucraini attualmente detenuti per ragioni politiche andrebbe stimato nell'ordine delle centinaia. Secondo altre stime, come quelle di Daria Morozova. responsabile per i diritti umani dell'autoproclamata repubblica di Donetsk, il loro numero sarebbe superiore alle 1300 persone. A questi, nonostante alcuni scambi di prigionieri concordati recentemente tra il governo di Mosca e quello di Kiev, si sommano un numero cospicuo di prigionieri di guerra, in buona parte cittadini ucraini, benché descritti dalle autorità ucraine come "militari russi".
Si attende intanto il vertice tra le rappresentanze di Francia, Germania, Ucraina e Federazione Russa che si svolgerà a Parigi il prossimo 9 dicembre per affrontare ancora una volta l'irrisolto problema della guerra civile esplosa in Ucraina nel 2014: un conflitto che è costato già oltre tredicimila vittime, e che seppur congelato dai primi mesi del 2015, continua a mietere vittime pressoché quotidianamente. In vista del vertice l'ex parlamentare ucraino Aleksey Zhuravko ha inviato un appello per la liberazione di Mekhti Logunov al presidente francese Emmanuel Macron ed alla cancelliera tedesca Angela Merkel. Nonostante le speranze riposte nel nuovo presidente ucraino Vladimir Zelenskij, la situazione del paese resta profondamente critica nel suo complesso.
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