di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 5 dicembre 2019
I 5 Stelle e Conte chiudono alle richieste del Pd: la riforma Bonafede che per il Pd è "incostituzionale" sarà applicabile dall'anno prossimo. Il braccio di ferro si sposta sui rimedi per garantire la ragionevole durata dei processi. I dem: pronti a fare da soli (con la destra).
La lite sale di tono ma si comincia a intravedere la via per uscire dall'angolo in cui lo scontro sulla giustizia ha infilato la maggioranza di governo. Il presidente del Consiglio assicura che "c'è un tavolo al lavoro e arriveremo a una soluzione tecnica che terrà insieme l'esigenza di far concludere il processo" senza prescrizione con "un sistema di garanzia che assicuri una durata ragionevole del processo".
Ma quel tavolo non si riunisce da due settimane e ancora ieri Di Maio e Di Battista hanno fatto a gara nel respingere ogni ipotesi di mediazione con gli altri partiti della maggioranza, più o meno uniti contro la nuova disciplina della prescrizione introdotta un anno fa da Lega e 5 Stelle e che dal primo gennaio diventerà la regola nei tribunali italiani.
Il Pd, anche aderendo alle proteste degli avvocati penalisti, conferma l'intenzione di non cedere alle "provocazioni" dei 5 Stelle e aggiunge chiari segni di insofferenza: "La corda si sta spezzando", "la pazienza non è infinita". Ma ha già spostato lo scontro dal disegno di legge delega Bonafede di riforma del processo penale, quello che dovrebbe accelerare i tempi della giustizia, e dal disegno di legge Costa, quello che cancella del tutto la riforma grillina della prescrizione, a una nuova proposta che il partito metterà in campo entro fine anno e di cui chiederà l'esame in abbinamento alla riforma Bonafede.
Non è detto che riuscirà a ottenerlo. In ogni caso il confronto - molto duro - tra le opposte visioni dei 5 Stelle e di Pd, Leu e Iv è destinato a spostarsi dalla cancellazione della prescrizione dopo il processo di primo grado - a questo punto inevitabile visto che il primo gennaio sarà applicabile quanto previsto dalla legge "spazza-corrotti" approvata da Lega e M5S - ai rimedi da mettere in campo per evitare che questa riforma ("incostituzionale" per il Pd) produca il prevedibile effetto di allungare i gradi successivi di giudizio.
Condannando, visto che non ci sarà più la prescrizione a dettare i tempi delle udienze, anche chi è stato assolto in prima istanza alla pena di un processo infinito. Lo schema che rischia di ripetersi è un po' quello del taglio dei parlamentari, non a caso altra legge bandiera dei grillini, votata anche dal resto della maggioranza che adesso sta cercando di approvare qualche "rimedio".
Mentre Di Maio e Di Battista si esaltano a vicenda - "la nostra riforma dal primo gennaio diventa legge, su questo non discutiamo", "bene Luigi, la prescrizione sarà bloccata punto" - Conte e Bonafede insistono sulla necessità di "lavorare sulla ragionevole durata del processo", principio costituzionale nella maggioranza dei casi inapplicato. Il punto è che le proposte che ha fatto Bonafede sono giudicate del tutto insufficienti dagli alleati. Le idee del ministro, in effetti, contenevano la rassegnazione a tempi lunghi dei processi, prevedendo o una corsia preferenziale per gli assolti in primo grado (con danni a tutto il resto del sistema) o un indennizzo, alla fine, per i casi più clamorosi di giustizia lumaca.
Anche Pd, Iv e Leu condividono con i 5 Stelle che la prescrizione è una patologia del processo e che bisogna accorciare i tempi della giustizia, ma la riforma Bonafede non fa che resuscitare le soluzioni che circolano da anni (soprattutto in tema di notifiche) mentre solo la cancellazione del rito abbreviato per i reati più gravi che hanno approvato Lega 5 Stelle qualche mese fa è in grado di annullare qualsiasi beneficio. Dove la maggioranza è divisa è su cosa fare se appello e Cassazione sforano la durata "ragionevole". Bonafede si limita a prevedere sanzioni per i magistrati e indennizzi, Pd, Iv e Leu insistono per la "prescrizione processuale" che ha lo stesso effetto di estinguere il reato.
Incalzato da Italia viva - "se l'alternativa è tra prescrizione o morte, allora morte", ha detto il senatore Faraone - il Pd continua ad affidarsi a Conte per la mediazione. Ed è probabile che ripeterà la richiesta oggi, quando in Consiglio dei ministri arriverà la legge delega di riforma del processo civile, sulla quale invece c'è accordo.
"Se Bonafede non ha nuove proposte le faremo noi", ha detto il vice segretario del Pd Orlando. Proposte che in parlamento, con la destra, avrebbero senz'altro la maggioranza. Ma solo dopo che la nuova prescrizione sarà entrata in vigore. Oltre a una probabile crisi di governo, allora, questo esito può portare all'introduzione di due diversi regimi nel processo penale. Altro che semplificazione.
di Francesca Milano
Il Sole 24 Ore, 5 dicembre 2019
Solo il 27% dei detenuti viene inserito in un progetto lavorativo, e la stragrande maggioranza lavora alle dipendenze dell'amministrazione penitenziaria. Ma il lavoro è fondamentale per ricostruirsi una vita dopo il carcere: per questo si moltiplicano le iniziative solidali.
Che succede dopo il "fine pena"? Spesso per i detenuti il ritorno alla libertà porta con sé problemi di reinserimento lavorativo, anche perché il tempo passato in carcere non risulta "investito" nella formazione professionale: secondo i dati dell'associazione Antigone, al 31 dicembre 2018 su 59.655 detenuti complessivamente presenti nelle carceri italiane, i lavoranti erano solo 17.614, di cui 6.373 stranieri e 809 donne.
L'economia carceraria è ancora troppo piccola, ma il Natale è un buon momento per farla crescere: da Nord a Sud si moltiplicano le iniziative di prom0zione dei prodotti realizzati dai detenuti. È il "made in jail", un'economia gestita per lo più da cooperative che danno lavoro ai detenuti con un duplice obiettivo: da una parte offrire occasioni di guadagno a chi vive in carcere, e dall'altra creare professionalità spendibili anche dopo il "fine pena".
Ma come portare fuori dal carcere ciò che viene prodotto all'interno? Un esempio è il Consorzio Viale dei Mille di Milano, che dal 2015 è diventato un punto vendita dei prodotti che arrivano dagli istituti penitenziali di San Vittore, di Bollate, di Opera ma anche di Palermo e di altre realtà più distanti. Il Consorzio è nato su iniziativa dell'assessore alle Politiche del Lavoro del Comune di Milano con l'obiettivo favorire il reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti, dentro e fuori dal carcere.
"Non siamo solo uno spazio di vendita - spiega la presidente Luisa Della Morte - ma anche un luogo di incontro tra i cittadini e le cooperative che operano in carcere. A noi si rivolgono le cooperative che vogliono informazioni per attivare percorsi lavorativi con i detenuti, per esempio". L'attivazione di queste collaborazioni è fondamentale perché in Italia la stragrande maggioranza dei detenuti (l'86,45%) che lavora è, in realtà, impiegata alle dipendenze dell'amministrazione penitenziaria.
Dei detenuti impiegati, 15.228 risultano lavorare alle dipendenze dell'Amministrazione penitenziaria (pari al 86,45 %) e 2.386 alle dipendenze di altri lavoratori (pari al 13,55 %). All'interno della prima categoria, ben 12.522 sono impiegati nei servizi di istituto, 637 nelle lavorazioni, 249 nelle colonie agricole, 938 nella manutenzione ordinaria di fabbricati e solo 882 in servizi extra-murari. Tra coloro che non lavorano alle dipendenze dell'amministrazione penitenziaria, i semiliberi impiegati in attività lavorative sono 661, di cui 39 lavorano in proprio e 622 per datori di lavoro esterni; 749 detenuti lavorano all'esterno ex art. 21, mentre lavorano in istituto ma per conto di imprese o cooperative rispettivamente 245 e 686 detenuti.
Secondo quanto rilevato dall'Osservatorio di Antigone nel corso delle visite del 2018, sono ben 17 gli istituti (pari al 20%) in cui non ci sono lavoratori alle dipendenze di soggetti diversi dall'amministrazione. Il Natale è per l'economia carceraria una boccata d'ossigeno: nei punti vendita del "made in jail" è possibile acquistare prodotti artigianali, manufatti, prodotti alimentari (birra, pasta, vino, conserve, biscotti e persino il pluripremiato panettone Giotto) che arrivano dagli istituti penitenziari.
"Non si tratta solo di fare un gesto solidale nei confronti di chi vive in carcere - spiega Della Morte - ma anche di aiutare i detenuti a costruirsi un futuro lavorativo". L'80% dei detenuti, dopo aver scontato la pena, torna a delinquere. La delinquenza in chi, invece, ha ricevuto una formazione professionale, è meno del 2 per cento.
di Francesco Lo Dico
Il Riformista, 5 dicembre 2019
I dem votano contro la proposta del forzista Enrico Costa che cancella la prescrizione breve, e gli entusiasmi dei 5 Stelle e dei fiancheggiatori del ministro Bonafede salgono alle stelle. "Chi si illudeva di far scattare una trappola, deve prendere atto che ha fallito", gongola la presidente della commissione Giustizia alla Camera Francesca Businarolo.
Però l'esultanza dura solo un attimo. Perché la scelta del Pd non è affatto "un'apertura" alla prescrizione breve fortissimamente voluta dal Guardasigilli, come titolano festanti le home page di alcuni giornali, ma solo la quiete prima della tempesta. O Bonafede presenta una proposta per accorciare i tempi dei processi, chiarisce dopo il voto il Pd, o presenterà una propria proposta.
Che cosa è successo di preciso? A Montecitorio, dopo una lunga riunione del gruppo, i dem votano contro la proposta che chiedeva la corsia urgente per il suo ddl che impone lo slittamento della prescrizione "breve" di Bonafede, in vigore dal primo gennaio 2020. Ma se Italia viva non partecipa al voto in aperto contrasto con la riforma voluta dai 5 Stelle, il voto del Pd non si rivela affatto come un endorsement al ministro della Giustizia.
Tanto che tra i democratici non affiora soltanto l'intento di prendere informalmente tempo, ma anche quello di mettere nero su bianco la volontà di rinviarla a tempo indeterminato tramite un emendamento nel prossimo Mille Proroghe. Del resto, a raggelare il quartier generale a 5 Stelle ridotto a una polveriera dopo la doppia mossa salvinista contro il Mes firmata Di Maio-Di Battista, ci pensa il fuoco di fila di dichiarazioni dei democratici.
Sì, siamo stati leali verso gli alleati, chiosa Zingaretti. "Ma, come abbiamo sempre detto - la prende larga il segretario dem - riteniamo inaccettabile l'entrata in vigore delle norme sulla prescrizione senza garanzie sulle durate dei processi". Poi le dure parole che aprono una faglia sempre più profonda con gli stellati. "Non si può rimanere sotto processo per un tempo indefinito, per lunghissimi anni", ammonisce il segretario del Pd. Che poi, dopo mesi di ultimatum subiti dagli alleati renitenti, decide di arrivare al punto. E ribaltare il tavolo.
"Senza un accordo nei prossimi giorni - avverte Zingaretti - il Pd presenterà una sua proposta di legge. Lavoriamo dunque insieme per trovare una soluzione credibile e cambiare in meglio le cose", Il contropiede ormai è lanciato, la tregua finita.
A chiarire bene come i dem non abbiano più intenzione di restare a guardare è anche il vicecapogruppo dem alla Camera, Michele Bordo. "Abbiamo spiegato molto chiaramente in aula le ragioni della nostra contrarietà alla dichiarazione d'urgenza avanzata da Forza Italia sulla proposta di legge Costa. Ma questo - insiste Bordo - non significa in alcun modo che concordiamo con l'entrata in vigore dal primo gennaio delle norme sull'abolizione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio".
"Siamo impegnati con la maggioranza, e non da oggi - aggiunge - nella ricerca di una soluzione che assicuri processi rapidi e con tempi certi. Per quanto ci riguarda, il tentativo di trovare convergenze su questo punto andrà avanti nei prossimi giorni con determinazione". Poi, dopo l'invito al dialogo, il paletto.
"Deve essere chiaro però - chiarisce Bordo - che se non si riuscirà in tempi brevi a trovare una sintesi, il Pd presenterà le sue proposte per impedire il rischio che con la nuova prescrizione i processi possano durare all'infinito. "La votazione meramente procedurale di oggi - è il monito del deputato Pd Stefano Ceccanti - non cambia in nulla, neanche in una virgola, quel motivato convincimento del gruppo Pd sull'incostituzionalità".
"Di conseguenza, trattandosi di norma non solo non condivisibile ma anche incostituzionale - prosegue - il Pd metterà in campo tutta la sua volontà di superarla prima possibile. Meglio, certo, se in modo consensuale nella maggioranza, ma altrimenti per iniziativa propria".
"Nessuno scambi il senso di responsabilità per una volontà di appeasement", scolpisce Ceccanti. La riforma Bonafede è incostituzionale, colpisce al cuore la Costituzione", tuona infine il dem Walter Verini. È la pietra tombale sulla prescrizione secondo i 5 Stelle. La pazienza è finita, insomma. Ma forse è anche l'inizio della fine.
di Roberta D'Angelo
Avvenire, 5 dicembre 2019
Il dialogo tra sordi di Pd e M5S sulla prescrizione sfocia nella farsa, ma le minacce del Pd di mollare tutto rischiano di trasformarsi in una bomba destinata a esplodere nelle mani dei due alleati. Se su Mes, autonomia regionale differenziata, ex Ilva, Autostrade e parti della manovra la coalizione continua a scricchiolare, sulla giustizia si arena totalmente e non sembra praticabile neppure la proposta avallata da Leu di inserire un emendamento nel Mille Proroghe per rinviare l'entrata in vigore delle nuove regole, previste dal primo gennaio. Di Maio, Bonafede e l'outsider Di Battista (ormai riferimento principe del ministro degli Esteri) non cedono di un millimetro. Così appare a dir poco velleitario l'ottimismo del premier Giuseppe Conte, certo che si troverà "una soluzione".
Anche perché per Di Maio non si discute che "la nostra riforma dall'1 gennaio diventa legge", mentre il Pd parla di "situazione grave", e insiste con la determinazione a presentare una sua proposta, che troverebbe il sostegno certo delle opposizioni. Ma che per il capo politico di M5s sarebbe un punto di non ritorno. Insomma, la coalizione giallorossa resta impantanata. "E assurdo che su una conquista di civiltà di questo tipo ci si possa interrogare sulla durata del governo", commenta il ministro Alfonso Bonafede.
"La mia proposta" di mediazione "l'ho già presentata a inizio ottobre: mi aspetto lealtà dal Pd", aggiunge. E però si tratta proprio della proposta respinta dal resto della coalizione. "Sin qui l'unico segno di lealtà l'abbiamo dato noi negando l'urgenza" sulla proposta di legge Costa, replica il vicesegretario dem Andrea Orlando.
"Le soluzioni avanzate non garantiscono certezza dei tempi del processo. Bonafede dica se delle nuove proposte intende farle lui altrimenti le faremo noi", avverte. Una schiarita in maggioranza arriva sulla legge elettorale: la strada scelta è quella di un sistema proporzionale con correzioni anti-frammentazione. Esce dalla trattativa il maggioritario, compreso il doppio turno nazionale caro al Pd.
Ancora da definire se i correttivi al proporzionale saranno ottenuti attraverso una soglia di sbarramento nazionale (si ipotizza il 4-5%) o attraverso circoscrizioni medio-piccole. Per il resto è alta tensione. Oggi il Consiglio dei ministri dovrà esaminare la riforma del processo civile. E potrebbe essere l'occasione per un ennesimo confronto.
Ma di fatto non ci sono incontri ufficiali di maggioranza in vista e Conte prova a placare i toni dello scontro sulla giustizia spiegando che le diverse esigenze possono trovare un compromesso perché i primi effetti del blocco della prescrizione si avranno in un arco di due anni".
L'incontro previsto è invece quello del Pd, che sul tema potrebbe presentare anche un emendamento alle proposte di Forza Italia messa a punto da Costa per stoppare la riforma. "Di Maio forse non ha capito la gravità della situazione - tuona il presidente dei senatori dem Andrea Marcucci. Sulla prescrizione non faremo passi indietro.
Non si può accettare una norma anticostituzionale come il blocco della prescrizione dopo il primo grado di giudizio. Non si possono sottoporre i cittadini a processi infiniti. Consiglio al capo del M5s di smetterla con le provocazioni".
E il Movimento è sempre più diviso: ieri il senatore Nicola Morra ha riunito una trentina di parlamentari insoddisfatti della gestione Di Maio. Sullo scenario così precario continua a vigilare il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che più volte ha chiesto di approvare la manovra nei tempi previsti e senza scossoni. Il capo dello Stato è attento anche al dibattito sull'Europa, mentre resta spettatore delle fibrillazioni interne ai partiti.
di Liana Milella
La Repubblica, 5 dicembre 2019
Gli esperti del partito studiano un compromesso che possa salvare la legge dei grillini, garantendo però tempi certi ai processi. Pronto in quattro, al massimo cinque giorni. Per presentarlo, con tanto di conferenza stampa, ovviamente a Montecitorio, già all'inizio della prossima settimana.
Al disegno di legge anti-Bonafede, annunciato da Zingaretti e Orlando, stanno lavorando in queste ore il vice capogruppo del Pd alla Camera Michele Bordo, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis, Alfredo Bazoli, capo della squadra Dem in commissione Giustizia, e il senatore Franco Mirabelli. Per come lo descrivono gli estensori sarà un modo per uscire dall'impasse della prescrizione "corta" del Guardasigilli Bonafede, cancellata cioè dopo il primo grado di giudizio. Ma non per eliminare la riforma Bonafede.
Anzi, 5S e dem dovrebbero convergere su un doppio sistema di prescrizione. E allora andiamo a curiosare nelle carte del Pd, anticipando la loro idea. Che prende le mosse proprio da un'intervista a Repubblica dell'ex procuratore di Milano ed ex presidente dell'Anm Edmondo Bruti Liberati.
Da sempre toga di Magistratura democratica, ma certamente moderato in questa sua proposta. Alla domanda: "Dopo oltre 40 anni di vita in toga, lei cosa farebbe?" Bruti risponde: "Ciò che si può fare subito è introdurre un sistema di prescrizione per gradi, come previsto in altri paesi: un tempo per le indagini preliminari, un tempo per l'appello, un tempo per la Cassazione. Vi sono da anni dettagliati progetti largamente condivisi dai giuristi".
Ecco qua, il ddl del Pd ruota proprio intorno a quella che la dottrina giuridica battezza "prescrizione processuale". Nel senso che ogni fase del processo - indagini preliminari, primo grado, appello, giudizio in Cassazione - dovranno rispettare tempi certi. Secondo Bruti questa prescrizione è alternativa, e quindi sopprime quella di Bonafede, che non dovrebbe entrare in vigore ed essere cestinata.
Gli esperti del Pd invece stanno studiando un compromesso che salva la prescrizione di Bonafede, ma introduce tempi certi in Appello e in Cassazione. "Non vogliamo fare la crisi sulla prescrizione - dice uno dei Dem che sta lavorando al progetto - ma stiamo mettendo in atto quello che ha garantito il premier Conte, e cioè un sistema di garanzie che assicurino la durata ragionevole del processo".
Un Pd innervosito dalle accuse grilline di "coprire i corrotti", "un fatto inaccettabile perché noi abbiamo già approvato la legge Orlando (sospensione bloccata per 36 mesi dopo il primo grado)"; un Pd che propone "un processo di appello non strangolatorio, che renda impossibili anche le manovre dilatorie degli avvocati". Idem in Cassazione. Se Conte riesce a mediare il Pd si ferma, altrimenti piazza il suo ddl come emendamento alla legge Costa sul rinvio della Bonafede, oppure presenta un ddl autonomo.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 5 dicembre 2019
Con una legge del gennaio di quest'anno la maggioranza di allora approvò una legge che introduceva una novità nell'operare della prescrizione dei reati. Per i reati che saranno commessi dopo il prossimo 1° gennaio, i termini, che la legge definisce più o meno lunghi a seconda della gravità dei reati, non opereranno più dopo la sentenza di primo grado.
Questa sentenza, sia essa di condanna o di assoluzione, diverrà poi definitiva e esecutiva se non appellata né dall'imputato, né dal pubblico ministero oppure dopo che siano esauriti i giudizi di appello e di cassazione.
L'intenzione del legislatore della riforma è quella di ridurre il gran numero di sentenze che dichiarano la estinzione del reato per prescrizione e di eliminare l'interesse degli imputati a presentare impugnazioni puramente dilatorie, nel solo intento di raggiungere la prescrizione. L'operare della riforma venne dilazionato per consentire al governo di introdurre riforme capaci di assicurare tempi brevi alla conclusione dei processi penali.
Nessuna efficace soluzione essendo nel frattempo stata trovata al problema gravissimo della lunghezza dei processi, si è ora giunti al nodo su cui si oppongono, non solo maggioranza e opposizione, ma anche i partiti da cui il nuovo governo è sostenuto, nonché l'associazione dei magistrati e quelle degli avvocati.
Benché non vi sia urgenza (gli effetti della riforma si avranno tra anni) e le possibili soluzioni alternative siano pressoché infinite, il governo rischia di perdere la sua maggioranza (irresponsabilmente nel bel mezzo della sessione di bilancio). La previsione di termini oltre i quali non si procede più per i reati ancora non definitivamente giudicati, è presente nei vari sistemi penali per la considerazione che, con il passar del tempo, l'interesse della società alla punizione (e prima ancora all'accertamento della verità) si affievolisce.
Diventa difficile la raccolta delle prove e soprattutto la persona che a distanza di molto tempo venisse condannata è ormai persona diversa, ha vissuto, ha allacciato legami famigliari o di lavoro, non è più quella che era.
Cosicché avrebbe poco senso punirla (specialmente con pena detentiva), se, come prescrive la nostra Costituzione, la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. La disciplina della prescrizione era stata riformata già un anno prima, rendendola più rigorosa.
Ora la novità che dovrebbe applicarsi ai futuri reati incide profondamente, fin quasi ad eliminarla dalla vita reale. In Italia i reati che non vengono giudicati definitivamente prima che operi la prescrizione sono numerosissimi: molti sono poco gravi, ma avviene anche per reati gravissimi (però i reati puniti con l'ergastolo non si prescrivono).
La maggior parte si prescrive già nella fase delle indagini preliminari, ma molti si estinguono durante il giudizio, in appello e persino in Cassazione, quando lo Stato (e gli imputati, colpevoli e innocenti) hanno già speso molto in attività che si riveleranno inutili. Nel dibattito spesso si indica come particolarmente negativo il fatto che vi siano tante prescrizioni nella prima fase del procedimento. Ma maggiormente negativo è invece che esse maturino quando già (inutilmente) il processo si è trascinato nei vari gradi processuali.
Una programmazione attenta al buon andamento della cosa pubblica - come prescrive la Costituzione - consiglierebbe di fermare prima ciò che si sa che non potrà utilmente proseguire poi. Occorrerebbe evitare una visione burocratica della funzione delle Procure, mandando avanti ad una fase successiva procedimenti che non potranno essere gestiti, con la scusa - oso dire - dell'obbligatorietà della azione penale.
Perché il vero problema italiano è la clamorosa insufficienza del sistema processuale rispetto al numero di processi che bisognerebbe celebrare e concludere. Insufficienza di mezzi, estrema onerosità delle procedure, posti vacanti in magistratura e tra il personale di cancelleria (concorsi lunghissimi, quando ci sono). E incredibilmente nello stato attuale il governo pensa di accelerare i processi imponendo per legge termini brevi.
Con la riforma che dovrebbe ora entrare in vigore, gran numero di condannati in primo grado, almeno quelli a pena detentiva, continueranno ad appellare e poi ricorrere in Cassazione per evitare che la sentenza divenga esecutiva. Gli assolti rimarranno sospesi in eterno con gravi conseguenze, non solo morali, se c'è impugnazione del pubblico ministero e, sovraccarichi di processi da svolgere, gli uffici di appello e cassazione non riterranno prioritari i loro processi.
La riforma non sarebbe certo priva di effetto sul piano delle prescrizioni dei reati meno gravi e eviterebbe qualche grave fallimento della macchina giudiziaria, incapace di concludere processi anche seri. Ma patirà una offesa la civiltà giuridica di un Paese che, non sapendo assicurare la ragionevole durata dei processi, è disposto a farne pagare il prezzo non solo agli imputati, ma anche ai principi fondamentali che reggono e limitano il diritto e il dovere dello Stato a stabilire cosa sia reato, giudicare e punirne gli autori, assolvere gli innocenti.
di Valentina Ascione
Il Riformista, 5 dicembre 2019
I parlamentari di Forza Italia in piazza con gli avvocati contro lo stop alla prescrizione. Presenti anche i dem Bazoli e Verini. Oggi attesi i renziani. Questa riforma ci allontana da principi costituzionali come la presunzione di innocenza, la funzione rieducativa della pena, il diritto alla difesa", ma fa anche di peggio, "va contro lo stesso "diritto alla vita", quello garantito dall'articolo 2 della Costituzione: come può infatti organizzare la propria vita una persona che resta imprigionata in un processo senza fine?". Ecco perché è "una riforma distruttiva".
Sferra un attacco senza mezzi termini l'avvocato Beniamino Migliucci, ex presidente dell'Unione delle camere penali, di fronte a oltre cento avvocati riuniti anche ieri, per il terzo giorno consecutivo, a Roma davanti alla sede della Corte di Cassazione per la maratona oratoria contro la riforma Bonafede che cancella la prescrizione dopo il primo grado di giudizio e che entrerà in vigore il 1° gennaio prossimo.
Uno dopo l'altro i penalisti si avvicendano al microfono. Sono venuti da tutta Italia, si sono registrati in 1500 per partecipare alla maratona che andrà avanti fino a sabato. Le arringhe le hanno lasciate nelle aule di tribunale.
Qui in piazza Cavour vogliono spiegare le ragioni del loro no a questa riforma fortemente voluta dal ministro della Giustizia, e per farlo sfogliano il catalogo delle vite intrappolate nelle maglie di una giustizia dai tempi irragionevolmente lunghi, che con la cancellazione della prescrizione rischiano di diventare interminabili.
L'avvocato Lorenzo Parachini della Camera penale di Busto Arsizio racconta il caso del suo cliente al quale vengono contestati episodi di cessione di stupefacenti tra il 2009 e il 2010. di cui alcuni risalenti a quando era ancora minorenne. Il procedimento del Tribunale ordinano si conclude in sei anni e alla fine del 2017 l'uomo ha finito di scontare la pena, ma a febbraio del 2018 gli viene notificato l'avviso per l'udienza preliminare nel procedimento del Tribunale dei minorenni. Solo che il minorenne di allora ha ormai 27 anni e il reato è prescritto.
"Il ministro Bonafede vuole regalare al Paese un processo senza fine e quindi sofferenze senza fine per tutti", rincara la dose Migliucci, che poi attacca l'Anm ("è bastato che il Guardasigilli, sorridente quanto inconsapevole, facesse promesse sul sorteggio al Csm per cambiare idea e riaffermare il suo molo di sindacato") e chiede alla politica di far seguire alle parole i fatti: "se Zingaretti ha detto di non essere d'accordo e anche Italia viva, perché non fermano la riforma? Forse non vogliono andare a casa". E al vicesegretario dem Andrea Orlando, ex Guardasigilli, dice: "tiri fuori gli attributi e la coerenza".
E di politici, ieri in piazza con i penalisti, ce ne erano tanti. A partire da una nutrita delegazione di parlamentari di Forza Italia, tra cui la capogruppo alla Camera Maria Stella Gelmini che ha ribadito la richiesta - già avanzata al presidente Fico - di discutere la Pdl di Enrico Costa che cancella lo stop alla prescrizione prima che la riforma entri in vigore.
Tra i presenti lo stesso Costa, Stefania Craxi, Maurizio Gasparri e Deborah Bergamini, condirettrice del Riformista, che ricorda la vicenda di Enzo Tortora: "arrestato e poi condannato in primo grado nell'85, meno di un anno dopo è stato assolto in secondo grado e un anno e mezzo più tardi è morto. È morto innocente, ma probabilmente con la riforma Bonafede sarebbe morto da colpevole. Di innocenti non ne avremo più, avremo gente seppellita in un limbo eterno".
Nel pomeriggio, a sorpresa, arrivano anche Alfredo Bazoli e Walter Verini del Pd: "Sulla prescrizione abbiamo fatto una battaglia contro il precedente governo e abbiamo ereditato questa norma. Il confronto con l'attuale maggioranza è aspro ma il Pd è unito e compatto e speriamo dì ottenere risultati per garantire la ragionevole durata dei processi", assicura il capogruppo dem in Commissione Giustizia.
"Mi aspetto lealtà dal Pd", fa sapere in serata il ministro Bonafede, "Se si tratta di lavorare per garantire tempi certi del processo ho già dato disponibilità mille volte". Ma nella maggioranza la tensione resta alta. Oggi intanto alla maratona oratoria dell'Unione camere penali è attesa una delegazione di Italia Viva guidata dalla capogruppo alla Camera Maria Elena Boschi.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 5 dicembre 2019
La leghista: "Accelerare i processi. I 5S in ansia, la legge è disastrosa".
Giulia Bongiorno, lei disse che il blocco della prescrizione sarebbe stata una bomba atomica sul processo. Siamo alla vigilia dell'esplosione?
"Siamo alla vigilia di una catastrofe. Chiunque frequenti i tribunali, sa che le udienze vengono fissate in ragione del tempo che manca alla prescrizione. La prescrizione è una sorta di ghigliottina di fronte alla quale il sistema accelera. Nel momento stesso in cui la ghigliottina sparirà, inevitabilmente il sistema della giustizia si paralizzerà. Di una riforma della prescrizione si può pure parlare, allora, ma prima occorre velocizzare i tempi dei processi".
Queste cose lei le aveva spiegate a Di Maio e Bonafede?
"Eccome. Ricordo bene alcune riunioni con loro due presenti. E mi sembrava che avessero compreso, tanto è vero che mi diedero ragione e accettarono di rinviarne l'entrata in vigore, subordinando lo stop della prescrizione alla riforma del processo penale. Adesso però vedo che hanno fatto marcia indietro. Hanno cambiato idea? La velocizzazione del processo non è più un problema? A me dissero di essere consapevoli che bloccare la prescrizione senza intervenire sulle lungaggini del processo sarebbe stato estremamente negativo".
Che cosa è successo, secondo lei?
"Aveva promesso una riforma, ma finora Bonafede non è riuscito ascrivere una proposta seria per accelerare i processi. E siccome ora i Cinque Stelle sono in ansia da consenso, inseguono la vulgata che la prescrizione sia una forma di ingiustizia. Invece no, non è così. Direi che è il momento di essere un po' responsabili".
In verità il ministro Bonafede ha presente il problema dei tempi lunghi...
"Guardi, non vorrei che per tagliare i tempi, i Cinque Stelle pensassero di amputare pezzi di processo. Dico subito che le garanzie non si toccano. Se Bonafede pensa di eliminare un grado di giudizio, sappia che troverà il nostro no più deciso. Non vorrei mai che in Italia si sostituisse il principio di non colpevolezza con quello dell'infallibilità dei giudici. Eppure si possono eliminare le lungaggini tra un grado e l'altro; è soprattutto un problema organizzativo. Alla giustizia occorre infatti un massiccio investimento in personale: servono più cancellieri, più magistrati, e anche manager per far funzionare i tribunali. Eliminare i tempi morti dev'essere il punto di partenza".
Il partito di Renzi, Italia Viva, non ci sta al blocco della prescrizione senza aggiustamenti e non esclude di votare con Forza Italia. Il Partito democratico a sua volta annuncia che, nel caso non si trovasse un accordo di maggioranza, presenterà un suo progetto di legge autonomo. La Lega potrebbe votare la proposta del Pd?
"Guardi, la Lega ha un approccio pragmatico ai problemi. Se qualcuno ci propone una buona soluzione, non ci interessa se viene da destra o da sinistra, da sopra o da sotto. Però mi faccia aggiungere, conoscendo il Pd e avendo presente il lavoro svolto da Andrea Orlando alla Giustizia, che sono lievemente prevenuta. Orlando è stato il ministro dei pannicelli caldi. Perciò mi aspetto l'ennesima soluzione-tampone, non qualcosa di risolutivo. Ormai serve una reale svolta".
di Guglielmo Starace*
Gazzetta del Mezzogiorno, 5 dicembre 2019
I penalisti italiani sino al 7 dicembre si astengono dalle udienze per dire no al processo senza fine. Come è noto, dal primo gennaio 2020 è prevista l'entrata in vigore di una norma secondo cui, dopo l'impugnazione di una sentenza di primo grado, la durata del processo non avrà più alcun limite perché il tempo necessario alla prescrizione del reato sarà fermato per sempre.
La nuova disposizione è chiaramente in contrasto con la norma costituzionale che individua nella ragionevole durata del processo un fondamentale principio di civiltà giuridica. É infatti incivile consentire che un imputato rimanga eternamente sospeso nelle maglie di un processo che, essendo senza fine, rappresenta comunque una condanna in quanto assoggetta alla pena costituita dal processo medesimo. Allo stesso modo è incivile che la persona offesa rischi di rimanere per sempre in attesa di una pronuncia definitiva sui suoi diritti.
Il principio che deriverebbe dalla nuova disciplina è quello secondo cui ogni cittadino potrà restare in balia della giustizia penale dopo la sentenza di primo grado fino a quando lo Stato non riterrà di concludere il processo. Quindi i tempi del processo potranno andare avanti all'infinito. Non ci sarà giustizia per nessuno e quindi non ci sarà giustizia per la società. Gli imputati innocenti non vedranno mai riconosciute le loro giuste ragioni.
Gli imputati colpevoli saranno forse chiamati ad espiare una pena quando potrebbero ormai essere persone diverse: ad esempio, un buon padre di famiglia, ormai pienamente realizzato, potrebbe essere costretto a fare i conti con le conseguenze di un furto di biscotti in un autogrill durante una gita scolastica. Tutte le persone offese rimarranno comunque in eterna attesa di giustizia. L'istituto della prescrizione garantisce i tempi massimi di durata dei processi e non è un modo per aiutare "i delinquenti che la fanno franca".
Costituisce fatto notorio che i processi per reati che si prescrivono in tempi più dilatati (nel nostro sistema ci sono già numerosi reati con tempi di prescrizione lunghissimi) vengono celebrati molto lentamente perché è fisiologico che -a fronte di un carico di lavoro elevato rispetto a strutture carenti e personale insufficiente- si prediliga la trattazione dei processi con prescrizione vicina, inevitabilmente mettendo in secondo piano quelli con prescrizione lontana. Figuriamoci su che piano finiranno i processi senza prescrizione!
Assistiamo quotidianamente a processi dalla durata insopportabile, con strutture che cadono a pezzi, penuria di personale, senso diffuso di ingiustizia, che certe volte non si consuma grazie all'impegno vero di donne e di uomini che si rimboccano le maniche e si impegnano gettando il cuore oltre l'ostacolo per cercare di dare giustizia ai cittadini. La soppressione della prescrizione equivale alla soppressione delle garanzie e delle speranze del cittadino e noi avvocati, davanti al grave pericolo corso dai principi costituzionali, continueremo nella nostra protesta contro questo ergastolo processuale.
L'Unione delle Camere Penali Italiane in concomitanza con l'astensione dalle udienze sta una "maratona oratoria" a Roma, innanzi alla Corte di Cassazione per far comprendere alla gente l'errore commesso con la soppressione della prescrizione e la gravità delle conseguenze, manifestazione a cui ha attivamente preso parte anche una folta delegazione barese.
Domani 6 dicembre nella nostra città gli avvocati della Camera Penale di Bari saranno in strada, dalle ore 18,30 in via Principe Amedeo angolo Via Melo, per incontrare i cittadini e spiegare il significato della battaglia che stanno conducendo non per interessi corporativi ma solo a tutela dei diritti di tutti.
*Presidente della Camera Penale di Bari
di Roberto Scarpinato*
Il Fatto Quotidiano, 5 dicembre 2019
In Italia convivono due sistemi penali. Il primo è il sistema antimafia che funziona molto bene perché è stato dotato di risorse adeguate (con magistrati che si occupano a tempo pieno solo di alcune tipologie di reati) e si avvale di norme speciali, come quelle che raddoppiano i termini di prescrizione e assicurano l'effettiva espiazione delle pene.
Poi c'è il sistema penale ordinario che è in larga misura inefficiente e inefficace, tranne per i reati più gravi di particolare allarme sociale, come gli omicidi. Non è un caso che all'estero siamo ammirati per il sistema antimafia, preso a modello da altri stati, e invece talora compatiti per quello ordinario, oggetto di ripetuti rilievi in sede europea e internazionale.
Questa inefficienza si manifesta in tanti modi: alcuni sono al centro dell'attenzione dei media come l'eccessiva durata dei procedimenti e la patologica percentuale di prescrizioni. Altri invece restano in un cono di ombra lontano dai riflettori, come l'anomala quota di pene definitive irrogate che finiscono nel nulla e la peculiare composizione della popolazione carceraria, formata quasi esclusivamente da soggetti appartenenti ai piani bassi della piramide sociale, con percentuali statisticamente irrilevanti di colletti bianchi.
Esempio: le pene pecuniarie (multe e ammende) inflitte a seguito di vari gradi di giudizio con condanne definitive vengono recuperate dallo Stato in misura inferiore al 10% del totale, come risulta dalla Relazione del 7.3.2017 della Corte dei Conti. Quindi il 90% di tale tipologia di condanne si risolve in un colossale spreco di risorse e di tempo, nella perdita netta di notevolissimi introiti da parte dell'erario, nella caduta verticale della credibilità di uno Stato che si limita a una mera esibizione di muscoli, priva di reali conseguenze, con buona pace della funzione generai preventiva del sistema penale.
Qualsiasi azienda privata con questo tipo di gestione e di risultati verrebbe messa in liquidazione. Chi non vuole pene certe e una giustizia efficiente É culturalmente ingenuo tematizzare la questione giustizia in Italia riducendola esclusivamente a un problema di efficienza e di resa produttiva degli apparati, come se i deficit, le falle di sistema, le disuguaglianze nel trattamento carcerario fossero sempre e solo il frutto di errate opzioni legislative per assicurare un sistema giustizia equo ed efficiente.
In verità esiste una connessione profonda tra questione giustizia e questione della democrazia. Nel sistema penale si rispecchiano tutte le contraddizioni del sistema paese e il mutevole gioco dei rapporti di forza tra le varie componenti della società. Il diritto acquisisce capacità di farsi "ordinamento" della realtà solo se e nella misura in cui ne rispecchia i reali rapporti di forza, altrimenti è condannato all'impotenza.
Non è un caso dunque se il tema apparentemente tecnico della riforma della prescrizione è oggi al centro di uno scontro politico globale che a tratti sembra minacciare la stessa tenuta del governo. A proposito delle cause sociali del default del sistema giustizia, non mi sembra pienamente aderente alla realtà l'affermazione ricorrente secondo cui siamo tutti unanimemente interessati a creare una giustizia penale che coniughi efficienza e garanzie.
Esiste in Italia un'illegalità di massa trasversale alle classi sociali che si declina in percentuali elevatissime di reati della più diversa tipologia: quelli edilizi, fiscali, patrimoniali e l'amplissimo inventario dei reati tipici dei colletti bianchi. Si tratta di una quota significativa della società civile dotata di un potere di negoziazione politica legittimo in un sistema democratico, e la cui forza di condizionamento si dispiega in tanti modi e per tante vie. In parte anche nell'ostacolare nella dialettica politica il varo di leggi adeguate o nel compromettere l'efficacia di quelle approvate.
Un esempio tra i tanti: la storica impotenza repressiva del diritto penale tributario a fronte di percentuali di evasione fiscale che collocano l'Italia ai vertici della classifica dei paesi europei. Un altro spaccato interessante emerge sul terreno delle speculazioni edilizie e degli abusi urbanistici. I reati edilizi si prescrivono pressoché sistematicamente perché, grazie all'attuale regime della prescrizione, è impossibile definire i processi in tempo.
I sindaci non demoliscono gli immobili abusivi neppure nei casi più gravi in zone di totale inedificabilità. I pochi che hanno adempiuto ai loro obblighi di legge hanno perso larghe quote di consenso. Taluni sono stati costretti a dimettersi perché sfiduciati dalle loro comunità e addirittura è stato necessario sottoporli a scorta, come per Angelo Cambiano, ex sindaco di Licata. I politici fanno a gara, tranne poche eccezioni, per proporre sanatorie contendendosi i voti degli abusivi. Il sistema di Tangentopoli ha poi rivelato come l'illegalità di massa sia realtà sociale anche all'interno di larghi settori delle classi dirigenti, come attesta il proliferare inarrestabile del fenomeno della corruzione.
Esiste dunque una forte domanda di impunità che collide con l'esigenza di una sistema penale efficiente. Non è un caso che la crisi del sistema si sia molto aggravata dopo Tangentopoli, quando settori portanti delle classi dirigenti nell'impossibilità di impartire direttive di politica criminale alla magistratura, hanno utilizzato il potere legislativo per ridurre al minimo il rischio e il costo penale per i reati dei colletti bianchi con una sequenza di leggi che hanno creato una serie di sacche di inefficienza programmata nel sistema penale, compromettendone definitivamente la tenuta.
Per un verso sono stati ridotti i tempi di prescrizione dei reati sia in generale con la legge "ex Cirielli" del 5.12.2005, sia in particolare con leggi che riducevano selettivamente le pene di reati di colletti bianchi e, quindi, i correlativi tempi di prescrizione. Per altro verso sono state introdotte nel tempo una serie di riforme che hanno ulteriormente prolungato i tempi dei processi, rendendone estremamente difficile la loro definizione in tempo utile dopo tre gradi di giudizio.
Grazie alla combinazione "prescrizione breve-processo lungo", si è così creata una micidiale falla di sistema che, come una "triangolo delle Bermude", continua a inghiottire nei gorghi della prescrizione centinaia di migliaia di processi l'anno. L'operatività di tale falla di sistema è attestata dal discostamento statistico delle percentuali di prescrizione in Italia (10-11%) rispetto alla media europea (dallo 0,1 al 2%), sebbene le stesse statistiche attestino che la magistratura italiana è ai primi posti in classifica per produttività.
La prescrizione "facile" si è trasformata in ulteriore fattore di rallentamento dell'iter dei processi, contribuendo ad affossare il sistema. Si è infatti fortemente disincentivata la scelta dei riti alternativi, perché la prospettiva di uno sconto di pena non è paragonabile a quella di sfuggire del tutto alla pena grazie alla prescrizione. Il risultato è stato di ingolfare e rendere definitivamente ingestibili i ruoli dei dibattimenti.
Basti considerare che nel 2018 i reati prescritti in materia edilizia sono stati ben 13260. Presumendo in via approssimativa un 50% di colpevoli, sarebbe stato logico che una gran parte di costoro scegliessero di definire la loro posizione rapidamente e con un significativo sconto di pena, scegliendo un rito alternativo.
Ma perché farlo, se il sistema ti offre la possibilità dell'impunità col rito ordinario? Meccanismi analoghi sono stati replicati per una quota rilevante di reati puniti sino a 6 anni (tra cui rientrano un gran numero di reati strumentali alla corruzione) e anche con pene più gravi che pure si sono copiosamente prescritti perché scoperti a distanza di qualche anno dalla loro consumazione. Un lungo elenco di casi di denegata giustizia che è una ferita aperta per le vittime e per la credibilità delle istituzioni.
Si pensi al processo Eternit concluso con l'annullamento in Cassazione per intervenuta prescrizione della condanna a 18 anni del magnate svizzero Stephan Schmidheiny, dichiarato responsabile della morte di oltre 2000 persone uccise dall'amianto respirato in quattro sue fabbriche. I falsi allarmi sulla blocca-prescrizione Bonafede La riforma del ministro Bonafede ha il merito di avere smosso le acque, salvando dalla prescrizione i processi dopo la sentenza di primo grado ed aprendo un dibattito nazionale ad altissimo coefficiente di politicità caratterizzato da toni allarmistici a mio parere privi di fondamento se si ha riguardo alle cifre. Secondo le statistiche del Ministero della Giustizia, nel 2018 sono stati definiti per prescrizione 117.367 processi, di cui 57.707 nelle fasi iniziali del processo davanti al Gip o davanti al Gup; 27.747 davanti ai Tribunali, 2.550 dinanzi al giudice di pace, 29.216 in Corte di Appello e 646 in Cassazione.
Poiché la riforma si limita a interrompere il decorso della prescrizione solo dopo la sentenza di primo grado, restano fuori dal suo raggio di azione tutte le fasi del processo antecedenti nelle quali si concentra la percentuale più elevata di prescrizioni: circa il 65%. Tenuto conto che in Cassazione la percentuale di prescrizione è estremamente esigua (l'1,1% dei processi trattati), la riforma riguarda in sostanza solo il 25,4% dei processi prescritti e meno del 3% dei processi trattati ogni anno.
Levare gli scudi e ingaggiare una battaglia politica nazionale per il 3% dei processi, mi pare fuori misura, tanto più he proprio perché la riforma riguarda solo un segmento del processo e sarà operativa a partire dal 2024, vi è tutto il tempo per approvare prima un pacchetto di interventi legislativi mirati solo a sveltire i tempi della fase dell'appello, interventi peraltro già elaborati da tempo da varie Commissioni legislative e ministeriali.
Sebbene meritevole perché limita i danni, la riforma Bonafede è tuttavia manchevole perché lascia irrisolto il grave problema della prescrizione di circa il 65% dei reati nelle fasi antecedenti all'appello. Piuttosto che ingaggiare un braccio di ferro per imporre uno stop a tempo indefinito della minimale riforma della prescrizione già realizzata in attesa di una palingenesi generale di là a venire non si sa quando e come, sarebbe ragionevole un approccio gradualistico che metta all'ordine del giorno dell'agenda politica una selezione di tutte le articolate e approfondite proposte di riforme già messe a punto da varie Commissioni di studio per ricondurre la percentuale di processi prescritti entro limiti fisiologici in tutte la varie fasi del processo e ripristinare condizioni minimali di agibilità del sistema penale.
Sulla prescrizione, sono state proposte soluzioni che traggono spunto dai sistemi tedesco, spagnolo, austriaco e americano. In particolare è stato proposto di distinguere, come in altri paesi europei, la prescrizione dei reati dalla prescrizione del processo: due istituti con ragioni e scopi completamente diversi. Il fondamento della prescrizione dei reati è il sopravvenuto disinteresse dello Stato alla loro punibilità dopo il decorso di un determinato lasso temporale variamente graduato a secondo della gravità dei reati.
Il fondamento della prescrizione del processo è invece la ragionevole durata del processo. Se il reato è accertato dopo il decorso del termine di prescrizione, la partita è chiusa. Ma se viene invece accertato prima del decorso di tale termine e l'azione penale viene esercitata, cessa la ragion d'essere della prescrizione del reato, e subentra la prescrizione del processo.
Solo operando tale distinzione e depurando il tempo del processo dalla zavorra del tempo già trascorso dalla data di consumazione dei reati sino all'esercizio dell'azione penale (un tempo che variando da imputato a imputato determina gravi disparità di trattamento tra imputati della medesima tipologia di reati) è possibile operare su un tempo processuale uguale per tutti, ponendo la base per una ragionevole durata da realizzarsi con un ventaglio articolato di interventi sul piano legislativo ed organizzativo.
E tuttavia dopo che gli studiosi esauriscono il loro lavoro, le proposte vengono lasciate nei cassetti o bocciate come impraticabili. Tutto il mondo civile è barbaro tranne l'Italia? Sembra quasi che tutti gli altri paesi del mondo dalle cui legislazioni si è tratto spunto per la riforma della prescrizione siano barbari e nemici giurati del garantismo. Si è detto no anche a riforme di elementare buon senso finalizzate a eliminare alcune delle cause più frequenti di ritardi patologici.
Per esempio è stato bocciato per indebita "compressione dei diritti dell'imputato" l'emendamento dei parlamentari Casson e Cucca che proponeva che solo il primo atto di inchiesta venga notificato mediante consegna di copia alla persona, mentre le successive notifiche avvenissero con posta elettronica certificata all'indirizzo indicato dal difensore, eliminando margini di errore e condotte strumentali di imputati che non si fanno trovare dagli ufficiali giudiziari o cambiano di frequente domicilio per vanificare le notifiche e allungare i tempi. É stata scartata pure la proposta finalizzata a eliminare un'altra causa statisticamente rilevante di patologico aumento dei tempi del processo.
Il codice prevede che il processo ricominci da capo a pena di nullità assoluta ogni volta che un componente del collegio giudicante deve essere sostituito perché trasferito, ammalato o per altri impedimenti, anche se il processo è alle battute finali. Per evitare tale esito era stato proposto di prevedere la videoregistrazione di tutte le udienze in modo che il nuovo giudice subentrato possa in breve tempo prendere cognizione di quanto è accaduto in precedenza in udienza, coniugando il principio dell'oralità con quello della celerità. Nulla da fare, anche in questo caso si è obiettato la violazione dei diritti incomprimibili degli imputati.
Se non è possibile trovare un accordo neppure su tali proposte minimali, è realistico immaginare che si possa realizzare una generale revisione del sistema? É lecito dubitarne fortemente. Sì agli evasori in carcere: oggi sono meno che in Finlandia Alla luce dei rilevantissimi interessi in gioco, fondati dubbi sussistono anche sulla futura tenuta di un'altra importante riforma ad altissimo coefficiente politico: quella in materia di reati tributari approvata con il decreto legge 26.10.2019.
Una riforma che, segnando una svolta di sistema, si propone l'ambizioso obiettivo di porre finalmente fine alla storica impunità sino ad oggi garantita al vasto e trasversale popolo degli evasori. Secondo uno studio dell'Institut de criminologie et de droit pénal dell'Università di Losanna, il rapporto del numero di detenuti per reati fiscali tra Italia e Germania è di uno a 55.
La media statistica consolidata degli evasori nelle carceri italiane condannati con sentenza definitiva si aggira intorno allo 0,4% della popolazione carceraria contro una media del 4,1% dell'Unione Europea.
Una cifra quella italiana prossima a quella della Finlandia paese ad altissima fedeltà fiscale e di soli 5 milioni di abitanti a fronte dei 55 milioni dell'Italia. Tra le varie misure previste dal decreto legge vi è anche il ripristino della punibilità penale di alcuni dei più odiosi reati fiscali, tra i quali la dichiarazione fraudolenta mediante fatture per operazioni inesistenti e l'emissione di fatture e altri documenti per operazioni inesistenti, anche se l'importo delle fatture non supera i 100 mila euro.
Grazie all'elevazione delle pene edittali è stata inoltre prevista la possibilità delle intercettazioni, indispensabili per portare alla luce i reati degli specialisti delle "carte a posto". Com'è noto, l'emissione di fatture per operazioni inesistenti è un tipico reato seriale praticato a tutti i livelli per l'evasione internazionale e la conseguente creazione di fondi esteri, ed è divenuto uno dei servizi più richiesti da operatori economici spregiudicati alle "mafie mercatiste" che, grazie alle loro società cartiere dislocate nei cinque continenti, possono offrire prestazioni eccellenti.
È stata altresì prevista per i condannati per i più gravi reati fiscali la confisca dei beni sproporzionati e ingiustificati rispetto ai redditi dichiarati e al patrimonio accertato, una misura che si è rivelata vincente nei resti di mafia e in quelli di corruzione. Così come quella della prescrizione, anche questa riforma è a rischio ed è in corso un braccio di ferro.
Si è arrivati al punto di proporre in sede di conversione del decreto l'abrogazione sic e simpliciter dell'intero art. 39 del decreto che contiene tutte le modifiche al Codice penale. Cosa accadrà? A decidere non saranno certo i giuristi adusi a scambiare il mondo astratto delle idee con la ferrosa realtà, ma il corposo gioco degli interessi e dei rapporti di forza del sistema paese. Quindi la partita resta apertissima su tutti i fronti e quanto mai incerta, soprattutto in un tempo di permanente instabilità degli equilibri macro-politici come quello attuale.
*Procuratore Generale presso la Corte d'Appello di Palermo










