di Pieremilio Sammarco*
Libero, 4 dicembre 2019
Carnelutti, uno dei più illustri giuristi dell'era contemporanea, già nel 1957, nella sua opera dal titolo "Le miserie del processo penale" da grande avvocato che era, aveva colto il grave tormento che subisce una persona attraversata dalle vicende giudiziarie; affermava che "il processo medesimo è una tortura (...) e la civiltà moderna ha esasperato in modo inverosimile e insopportabile questa triste conseguenza del processo.
L'uomo, quando è sospettato di un delitto, è dato ad bestias, come si diceva una volta dei condannati dati in pasto alle fiere (...). Appena sorto il sospetto, l'imputato, la sua famiglia, la sua casa, il suo lavoro sono inquisiti, perquisiti, denudati alla presenza di tutto il mondo". Queste considerazioni prescindono dalla valutazione sulla colpevolezza dell'imputato che sono ultronee e non incidono sulla pratica che osserviamo quotidianamente a proposito dei processi portati all'attenzione dei media.
Naturalmente, per colui che sarà poi riconosciuto innocente la sofferenza patita dovuta alla sua esposizione pubblica è una condanna inappellabile e definitiva che nessuna dichiarazione di non colpevolezza potrà mai risarcire. Emblematiche sono le parole di Lariviére nel suo celebre Du cirque médiatico-judiciaire et des moyens d'en sortir, secondo cui il contatto con una imputazione giudiziaria crea una sorta di malattia che, quando finalmente se ne viene a capo, lascia l'ammalato molto debole.
Si tratta di una metafora che evoca mirabilmente gli effetti del processo giudiziario sul soggetto che lo subisce. Anche se costui, al termine del lungo iter processuale, ne esce per la giustizia dei tribunali non colpevole, avrà subito un pregiudizio personale da parte della giustizia sociale, che si riflette negativamente nel suo rapporto con la collettività.
Il solo fatto di essere stato implicato in un processo giudiziario rappresenta nella coscienza sociale dei più un episodio disdicevole, degno di biasimo, un forte sospetto sulla colpevolezza dell'individuo, che si attacca irrimediabilmente alla persona come una lettera scarlatta, che neanche l'ottenimento del proscioglimento può togliere, giacché, esso può essere percepito come il frutto di una soluzione tecnica difficilmente comprensibile per la generalità delle persone, raggiunta forse più per la bravura dell'avvocato difensore nel trovare una scappatoia nell'intricato labirinto delle norme e delle complicate procedure, o grazie all'esistenza di un sistema processuale giudicato dai più addirittura perfino troppo garantistico.
Ora, valutando la proposta di riforma abrogativa della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, pervicacemente portata avanti dal ministro Bonafede nonostante le forti critiche mosse dalla comunità dei giuristi, l'effetto che si produce è la soggezione della persona che, ancorché prosciolta in primo grado, è sottoposta ad un processo giudiziario senza fine; essa rimane afflitta da un carico pendente che può durare per la fase più importante della sua esistenza sia dal punto di vista professionale che personale.
E se il processo penale è utilizzato - come talvolta è avvenuto in passato - quale strumento di realizzazione di un obiettivo sociale o è mosso da fattori ideologici (quali, ad esempio, colpire soggetti noti sospettati di evasione fiscale, o di appartenenza ad associazioni di stampo mafioso, o nella peggiore delle ipotesi, appartenenti ad una forza politica ostile, o per contrastare un'impresa malvista), agevola, per i fini anzidetti, concepire un carico pendente perenne dell'innocente.
Il malcapitato di turno, infatti, in questa situazione di disvalore sociale, si vedrà privato dell'esercizio di alcuni suoi rilevanti diritti, quali ad esempio quello di contrarre con la pubblica amministrazione o di rivestire cariche pubbliche, oltre naturalmente ad essere gravato dalla sanzione sociale rappresentata dal giudizio collettivo di disvalore che si crea nei suoi confronti per essere finito nella palude giudiziaria.
E allora, per ritornare alle parole di Camelutti, con questa riforma si acconsente che l'imputato innocente venga sottoposto alla damnatio ad bestias, cioè torturato, morso dopo morso, dalle fauci della macchina giudiziaria che si tramuta in belva feroce.
*Professore di Diritto Comparato Università di Bergamo
di Riccardo De Vito*
Il Dubbio, 4 dicembre 2019
Gli osservatori esterni e la stampa hanno notato, nella mozione dell'Anm, un'inversione di rotta sul tema dell'interruzione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado. C'è da credere, tuttavia, (o da auspicare) che la mancata precisazione, nella mozione finale, delle necessaria contestualità di interventi tra interruzione della prescrizione e riforma del processo penale sia il frutto di una sintesi un po' troppo frettolosa. La relazione del Presidente Poniz aveva espresso in maniera alta il punto di mediazione raggiunto nel dibattito all'interno della magistratura, un dibattito acceso e ricco di punti di vista eterogenei.
È bene ritornare sulle parole di quella relazione: "la riforma della prescrizione - svincolate dall'insieme di riforme strutturali necessarie, come infatti da noi contestualmente richieste, ed inserita incidentalmente nel testo di una legge (cd. Spazza-corrotti) che disciplina materia affatto diversa - rischia di produrre squilibri complessivi". Credo che questo punto debba rimanere fermo, perché inclusivo e rappresentativo di tutte le posizioni emerse.
L'idea che l'Associazione abbia modificato il proprio approdo in un tema così delicato dopo che il ministro Bonafede ha espresso al Congresso la sua contrarietà alla separazione delle carriere e al sorteggio come metodo di selezione dei componenti del Csm, pur scaturendo da una certa confusione cui ha contribuito quella sintesi infelice di cui si è detto, non può essere avvalorata. Sarebbe una flagrante smentita di quella indipendenza della magistratura dalla politica rivendicata con forza dal Congresso nazionale. Sarebbe, poi, in contrasto con la scelta - anche questa testimoniata dall'assise nazionale - di offrire il proprio contributo al dibattito politico sulle riforme partendo sempre dalla cultura delle garanzie e dallo specifico di giuristi arricchiti dall'esperienza quotidiana.
E l'esperienza quotidiana, in materia di prescrizione e processo penale, dice cose molte chiare, molto bene evidenziate dall'approfondito parere reso dal Csm con delibera del 19 dicembre 2019: "A sistema giudiziario invariato non può inoltre escludersi che i gradi di giudizio successivi al primo, all'esito del quale interverrà la causa di sospensione della prescrizione, si svolgano più lentamente che in passato, venendo meno uno dei principali fattori che determinano, di norma, un'accelerazione dei tempi di definizione dei processi, legato al pericolo di prescrizione del reato sub iudice". Di qui, prosegue il parere, "il rischio di un effettivo allungamento dei processi all'esito della introduzione di detta modifica", che "avrà importanti ricadute anche sulla posizione delle vittime di reato e degli imputati".
Sono questi i problemi che sono dietro le avvertite parole del Presidente Poniz, nel momento in cui invoca contestualità di interventi tra interruzione della prescrizione e riforma acceleratoria del processo penale. Si scoprano, dunque, le carte in materia di processo penale, per capire come renderlo efficiente e conforme a quella giustizia europea che si invoca a sostegno di ogni intervento riformatore. Appare fin troppo evidente che intervenendo sul processo penale in maniera seria e concreta, all'esito di un dibattito pubblico e celere, il problema della prescrizione può risultare di fatto sdrammatizzato. Personalmente credo che il rischio, altrimenti, sia di non avvicinarsi all'Europa, ma di allontanarsi soltanto dalla Costituzione.
*Presidente di Magistratura democratica
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 4 dicembre 2019
Il Pd e Iv evitano di votare con la destra per cancellare la riforma che rischia di allungare i tempi dei processi. Ma di fronte al muro del ministro Bonafede e del presidente del Consiglio Conte, Zingaretti minaccia una iniziativa di legge autonoma dei dem, in ogni caso tardiva. E Di Maio provoca: volete tornare con Berlusconi?
Il tempo non è ancora scaduto ma ne resta poco; la prescrizione rischia di diventare la pietra di inciampo di un governo già parecchio zoppicante. Malgrado i 5 Stelle stiano facendo muro alle richieste del Pd, il Pd ha deciso di rinviare la resa dei conti, votando ieri alla camera contro la concessione dell'urgenza a un disegno di legge che pure condivide. Lo ha presentato il deputato di Forza Italia Conte, è composto da un solo articolo e avrebbe cancellato la riforma approvata sotto il Conte uno, quella che abolisce la prescrizione dopo il primo grado di giudizio. Quella che per il Pd (e per gli altri partiti della maggioranza, grillini esclusi, come per gli avvocati penalisti e la maggioranza dei giuristi) renderà indefiniti ed eterni i tempi dei processi.
Anche i renziani hanno evitato di affondare il colpo che avrebbe ammazzato la maggioranza, uscendo dall'aula hanno mandato un messaggio più esplicito di quello del Pd. Iv ha anche incontrato il presidente del Consiglio e gli ha detto che, urgenza o non urgenza, è pronta a votare il disegno di legge del forzista Costa quando arriverà in commissione. Potrebbe essere troppo tardi: nell'affollato calendario di fine anno sarà facile per i 5 Stelle rinviarne l'esame al 2020, quando la riforma della prescrizione sarà già entrata in vigore. Così infatti pronostica Di Maio, che non ha scrupoli nel provocare l'alleato dem: "La prescrizione dal primo gennaio sarà legge, sono in piena sintonia con Conte. Se il Pd presenta una sua proposta sulla prescrizione vuole dire che intende votarla con Salvini e Berlusconi, saremmo al Nazareno 2.0, non mi pare possibile".
Un po' di veleno in cambio del gesto di disponibilità del Pd e non votare l'urgenza al disegno di legge Costa. E una porta in faccia al nuovo ultimatum di Zingaretti, che poco prima aveva spiegato che "senza un accordo nei prossimi giorni il Pd presenterà una sua proposta di legge sulla prescrizione". È un po' la mossa della disperazione di fronte all'asse tra Bonafede e Conte. Ministro e presidente del Consiglio sono in minoranza nella maggioranza e in tutto il parlamento, ma hanno l'appoggio di buona parte della magistratura associata, in testa la corrente di Davigo. L'avvocatura penale sta invece di nuovo scioperando contro la riforma della prescrizione e ha in corso una maratona oratoria di protesta.
Mossa della disperazione, quella del Pd, perché il disegno di legge con il quale proporrà la "prescrizione processuale", vale a dire una durata massima dei gradi di appello e cassazione dopo la quale il reato si estingue in ogni caso, presuppone il via libera al resto della legge delega di riforma del processo penale. Quella che il ministro Bonafede ha annunciato per fine anno e che dovrebbe, nelle intenzioni, abbreviare la durata dei processi, e che i dem stanno tenendo ferma proprio per il braccio di ferro sulla prescrizione. La nuova strategia del partito di Zingaretti, messa a punto ieri mattina in un'assemblea dei deputati, passa per la richiesta di discutere la loro proposta di legge in abbinata con la riforma di Bonafede. Due i punti deboli: intanto la riforma della prescrizione partirebbe ugualmente il primo gennaio (vero è che non produrrà effetti se non dopo qualche anno, ma introdurre un regime di prescrizione destinato a essere corretto significa moltiplicare il caos). E poi la discussione in abbinata non è automatica e viene decisa dal presidente della commissione ed eventualmente dal presidente dell'assemblea. Dunque non è affatto scontata se, com'è probabile, Bonafede vorrà far partire la riforma del processo penale dalla camera dove le due postazioni chiave sono entrambe in mano ai 5 Stelle.
Il Ministro della Giustizia non ha mancato di far conoscere subito la sua contrarietà anche a quest'ultima soluzione del Pd, "un passo indietro" rispetto all'abolizione della prescrizione che i 5 Stelle considerano addirittura "una norma di civiltà". Mentre per il Pd è semplicemente "incostituzionale". Dal Nazareno si assicura che il partito è "fermo" nella decisione di non sentirsi legato alla riforma approvata dalla precedente maggioranza gialloverde. E si moltiplicano gli appelli a Conte perché trovi una mediazione. Ma Conte fin qui ha coperto totalmente Bonafede. Anche presidente del Consiglio e ministro della giustizia, in effetti, sono quelli della maggioranza precedente.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 4 dicembre 2019
Più spazio all'utilizzo delle intercettazioni, ma con giudizio. Anche quando riguardano reati per i quali non sono state espressamente autorizzate. È questa la conseguenza della decisione delle sezioni unite penali, anticipata per ora solo con informazione provvisoria, la 25/2019. Il principio fissato, a fronte di un contrasto tra le sezioni semplici della Corte, stabilisce che il divieto di utilizzazione dei risultati di intercettazioni di conversazioni in procedimenti diversi da quelli per i quali siano state autorizzate, salvo che risultino indispensabili per l'accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l'arresto in flagranza, "non opera con riferimento ai risultati relativi a reati che risultino connessi ai sensi dell'articolo 12 del Codice di procedura penale a quelli in relazione ai quali l'autorizzazione era stata ab origine disposta, sempre che rientrino nei limiti di ammissibilità previsti dalla legge".
Al centro del caso approdato alle Sezioni unite c'è l'impugnazione della difesa di un imputato, condannato per peculato e falso ideologico, rispetto al quale era stato considerato utilizzabile il materiale acquisito tramite intercettazioni che però erano state autorizzate per reati diversi. Utilizzazione contestata dalla difesa perché il collegamento sarebbe stato solo occasionale e non sarebbe stata individuabile nessuna connessione tra i diversi reati. Le Sezioni unite si sono così confrontate con due orientamenti, entrambi cristallizzati in pronunce delle sezioni semplici.
Il primo afferma che, in presenza di un'autorizzazione emessa per uno dei reati per i quali è ammesso l'uso di intercettazioni, le operazioni possono essere considerate utilizzabili per tutti i reati relativi al medesimo procedimento. Una linea di ampia utilizzabilità in base alla quale l'emergere di reati ulteriori non può essere considerato escluso dall'ambito di operatività dell'articolo 266 del Codice di procedura penale (che individua il catalogo dei delitti per i quali sono ammesse le intercettazioni), permettendo l'utilizzabilità del contenuto delle comunicazioni acquisite.
A questo orientamento se ne contrappone un altro, che ha in varie sentenze fatto propria una nozione sostanziale, centrata sulla relazione strutturale e investigativa tra i reati. Una soluzione che le pronunce in questione considerano equilibrata in rapporto anche alla necessità di un equilibrio costituzionale, tanto da scongiurare una delega in bianco e permettere che la diretta utilizzabilità dipenda dall'accertamento della notizia di reato "dinamicamente intesa" alla base dell'autorizzazione. Da chiarire la nozione di "diverso procedimento": se applicabile solo a procedimenti distinti sin dall'origine o anche nel caso di notizia di reato che emerge dalle stesse intercettazioni, ma priva di collegamento strutturale, probatorio e finalistico con quelli oggetto di autorizzazione. La soluzione messa a punto dalle Sezioni unite si ancora ai casi di connessione previsti dal Codice di procedura penale all'articolo 12.
Quindi via libera, a valle, all'utilizzo nel procedimento dei contenuti di intercettazioni che riguardano altri reati rispetto a quelli per i quali, a monte, l'autorizzazione ra stata concessa per esempio quando i reati sono stati commessi nell'ambito di un medesimo disegno criminale oppure quando la medesima persona è imputata di più reati commessi con una sola azione.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 4 dicembre 2019
Per dichiarare l'imputato assente al processo non basta l'elezione di domicilio presso il difensore d'ufficio. Il giudice, anche in presenza di altri elementi, deve in ogni caso verificare che tra avvocato domiciliatario e indagato si sia instaurato un rapporto professionale, tale da fargli ritenere con certezza che quest'ultimo sia al corrente del procedimento o si sia volontariamente sottratto alla conoscenza.
Le Sezioni unite della Cassazione, hanno anticipato con un'informazione provvisoria, la soluzione relativa alla legittimità della celebrazione del processo in assenza, nel caso in cui la dichiarazione sia fondata sul presupposto che l'indagato abbia eletto il domicilio presso il difensore d'ufficio. La sezione remittente ricorda che, con la legge 67/2014, è stata soppressa la contumacia lasciando in piedi solo la "presenza - assenza". E il processo in assenza è consentito solo a precise condizioni, senza le quali la mancata comparizione dell'imputato impone la sospensione del procedimento e della prescrizione del reato. Ai fini della valutazione della conoscenza (articolo 420-bis del Codice di rito penale) i giudici valorizzano l'interpretazione secondo la quale la garanzia dell'elezione di domicilio, fatta al momento dell'identificazione da parte della polizia giudiziaria, e riferita al difensore d'ufficio, non legittima la dichiarazione in assenza. Nell'ordinanza i giudici precisano che la lettura, anche se si è formata prima della legge 67/2014, va applicata anche alle nuove disposizioni, emanate proprio per fronteggiare le criticità segnalate nel processo per contumacia e per prevenire processi a carico di inconsapevoli.
All'orientamento adottato si era contrapposta la tesi della validità della notificazione all'imputato presso il difensore d'ufficio domiciliatario, indicato nel corso delle indagini preliminari. Una scelta giustificata dalla presunzione legale di conoscenza del procedimento prevista dall'articolo 420-bis comma 1, superabile solo se risulta (articolo 420-ter, comma 1) che l'assenza è dovuta ad un'assoluta impossibilità di comparire per caso fortuito, forza maggiore o altro legittimo impedimento. I giudici del rinvio si chiedevano poi se, nel caso si ritenesse insufficiente l'elezione del domicilio, questa possa diventare adeguata grazie alla convergenza di altri elementi che portino a concludere per la conoscenza. E la risposta delle Sezioni unite é no. Anche in presenza di altri "indizi" il giudice non può presumere ma deve verificare che tra difensore e assistito si sia stabilito un contatto.
di Errico Novi
Il Dubbio, 4 dicembre 2019
No dei dem all'urgenza sul testo di Costa, ma il segretario avverte i 5S. I toni sono amichevoli. Ma nei fatti, le distanze sulla prescrizione, da ieri, sono ancora più ampie. I dem non votano la "procedura d'urgenza" alla Camera sulla legge Costa, che abrogherebbe di colpo la norma Bonafede, ma annunciano per voce di Nicola Zingaretti: "Senza un accordo nei prossimi giorni, il Pd presenterà una sua proposta di legge", giacché "l'entrata in vigore delle norme sulla prescrizione, senza garanzie sulla durata dei processi" è "inaccettabile".
Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede non apre neppure uno spiraglio alle richieste del Nazareno: "Sarebbe un enorme passo indietro, mentre con la norma sulla prescrizione siamo a pochi passi da una svolta", fa sapere da via Arenula. E fa sapere pure di essere "scettico" sulla proposta di legge in arrivo dal Pd perché la "prescrizione processuale", a suo giudizio "farebbe ritornare le cose al punto di partenza".
Distanze incolmabili, tempi ormai strettissimi, diplomazie sempre più impotenti: alle viste non ci sono nuovi vertici di maggioranza sulla giustizia. Il vicecapogruppo pd alla Camera Michele Bordo chiarisce la natura del testo in arrivo: "Si tratterà di un articolato breve, rivolto solo a fissare dei tempi massimi di durata dei giudizi". In aula la maggioranza regge, nel senso che respinge con comodo la corsia preferenziale sulla legge Costa: il Pd vota contro, e Bonafede vi coglie con "soddisfazione un segnale di "compattezza" del fronte governativo.
Ma intanto arriva il primo distinguo formale dei renziani, che disertano la votazione (senza essere decisivi, perché i loro 24 deputati non avrebbero cambiato l'esito di 269 contrari contro 219 favorevoli). Italia viva affida a Maria Elena Boschi e Lucia Annibali la propria richiesta, rivolta "al governo", affinché si trovi "subito una soluzione", perché "in assenza di una revisione seria sulla durata dei processi, la norma sulla prescrizione potrebbe rivelarsi una ferita democratica".
Forza Italia definisce "pavidi" i dem e invece apprezza "quella parte di maggioranza che", parole di Enrico Costa, "non ha voluto lasciare le proprie impronte su questo scempio", cioè proprio Italia viva. Certo la stessa Forza Italia non fa l'impossibile perché possa consumarsi un blitz in aula: fa contare 19 assenti, che si sommano ai 12 della Lega e ai 5 di Fratelli d'Italia.
Bordo e l'intera war room democratica sulla giustizia, da Alfredo Bazoli a Walter Verini, confermano la linea ultimativa del segretario: nessun appoggio a proposte dell'opposizione ma, senza nuovi segnali da Bonafede, un'autonoma iniziativa del Nazareno "per impedire il rischio che con la nuova prescrizione i processi possano durare all'infinito", come spiega il vicepresidente dei deputati dem.
Da ieri sembra definitivamente tramontata l'ipotesi di un blitz di fine anno. Il Pd non intende offrire comodi assist al Movimento 5 Stelle, pronto a scagliarsi sull'alleato qualora appoggiasse la legge Costa, che arriverà comunque in Aula prima di Capodanno. Già per la settimana prossima però i democratici potrebbero depositare a Montecitorio il loro testo di legge sulla "prescrizione processuale", che fisserebbe un tempo limite per la durata della fase d'appello e del giudizio in Cassazione.
"È chiaro che la norma di Bonafede sulla prescrizione entrerà in vigore il 1° gennaio", nota Bordo, "ed è chiaro che sarà così anche grazie alla Lega: è stato il partito di Salvini, un anno fa, a dare via libera, non lo si dimentichi. D'altra parte", chiarisce ancora il vicecapogruppo dem, "non è ancora alle viste il ddl di riforma del processo". L'idea iniziale del Pd era di emendarlo. Ma a questo punto i tempi della legge delega di Bonafede sono incerti, anche se il ministro vede "il momento buono per chiudere".
I capigruppo 5s di Camera e Senato, Devis Dori e Arnaldo Lomuti accolgono "con piacere" il voto del Pd contrario alla corsia preferenziale per la legge Costa. Ma sul blog del Movimento viene ripreso con enfasi un sondaggio diffuso ieri dal Fatto quotidiano secondo cui il 57 per cento degli italiani sarebbe favorevole al blocca- prescrizione. "La maggioranza degli elettori è con noi", rivendica il partito di Grillo. Segno che di trattative, in realtà, non è proprio aria.
di Piergiogio Morosini
Il Fatto Quotidiano, 4 dicembre 2019
"Processo eterno"; "imputato a vita"; "bomba nucleare". Salgono i decibel del dibattito sulla riforma della prescrizione. Intanto certi refrain spianano il terreno a chi vuole abrogarla. La novità in vigore dal gennaio prossimo, che impedirà l'estinzione del reato per decorso del tempo dopo la sentenza di primo grado, viene additata come il "male assoluto" da molti politici e dalla avvocatura.
Ma i suoi detrattori hanno scordato i "casi" che l'hanno ispirata e non paiono comunque interessati a rimedi concreti per la lentezza della giustizia che già adesso grava su imputati e vittime di reati. Ricordate il processo per il disastro ferroviario di Viareggio? O quelli per i disastri ambientali di Eternit e Porto Marghera? O ancora, peri crac bancari dello scorso decennio? Ricordate la delusione diffusa quando in appello o in Cassazione i reati venivano dichiarati prescritti?
Di fronte alla indignazione delle vittime (singoli cittadini o intere comunità), la politica si affrettò a promettere misure efficaci per evitare una "denegata giustizia" e lo spreco di anni di duro lavoro di investigatori e magistrati. Purtroppo, negli ultimi tempi, ci siamo assuefatti ai "nulla di fatto" in tanti processi per falso in bilancio, frode fiscale, colpa medica. Reati di notevole impatto civico e sociale.
Destinati a venire alla luce solo dopo molto tempo. Che, di solito, vedono come imputati soggetti facoltosi i quali, a differenza di altri, possono disporre di difese molto agguerrite. Oggi, senza una riforma, la prescrizione è fonte di disparità di trattamento tra imputati. Una condanna in primo grado, frutto di laboriosa istruttoria, può cadere nel nulla solo per il dilatarsi dei tempi nel processo di appello. Le sorti di un imputato finiscono per sganciarsi dalle sue responsabilità e per dipendere dalle evenienze più disparate.
Ad esempio: l'espletamento di una nuova perizia; il numero dei coimputati; la presenza di avvocati più abili a formulare impugnazioni pretestuose o richieste ostruzionistiche; la designazione di un giudice con un maggiore carico di lavoro o che non ha organizzato a dovere la sua attività. Insomma, chi vuole lasciare le cose come stanno, accetta una casualità foriera di odiose diseguaglianze.
E limitarsi a dire che la prescrizione è il "farmaco" per la malattia cronica del processo (la sua lentezza), rischia di suonare come un alibi. In passato la magistratura associata ha più volte sollecitato il blocco della prescrizione con la condanna di primo grado. Lo riteneva, anche da solo, un rimedio idoneo a contenere nella fisiologia l'ostruzionismo di certe difese, a favorire riti alternativi più snelli e, quindi, a rendere i processi più rapidi e giusti.
Ma, oggi, anche tra i magistrati ci sono ripensamenti. Senza la "mannaia" della prescrizione su tanti processi e con la carenza di risorse nelle corti di appello, si teme un aumento delle pendenze e, quindi, giudizi d'impugnazione dilatati a danno degli imputati. Per superare quei pericoli occorrono interventi congiunti, frutto di una "alleanza per la giustizia" tra diverse istituzioni.
Così se dalla magistratura si deve pretendere un rinnovato impegno organizzativo e interventi drastici su chi non è disponibile a coltivarlo o si mostra negligente, al governo ostruzionisti spettano investimenti mirati e tempestivi sulle corti di appello dove ora si registra la maggiore incidenza percentuale delle prescrizioni (secondo i dati del Ministero: Roma, Napoli, Venezia, Torino, Catania).
D'altronde, in parlamento andrebbero presto approvati quei disegni di legge, piuttosto datati e ampiamente condivisi, sulla semplificazione del sistema della notificazioni, lo snellimento delle tecniche motivazionali dei provvedimenti, la previsione di filtri di ammissibilità delle impugnazioni, l'estensione dei giudizi monocratici anche in appello. Per non parlare della esigenza indilazionabile di modificare norme processuali che trattano allo stesso modo violazioni da codice della strada e delitti di mafia.
Dal canto suo, l'avvocatura dovrebbe accettare nuove regole sui compensi del gratuito patrocinio, volte a evitare le istanze pretestuose di professionisti spregiudicati (non sono tanti ma ci sono) interessati a gonfiare le parcelle elargite dallo Stato. Gli effetti della "vituperata" riforma della prescrizione si vedranno fra cinque anni. Il tempo per misure integrative c'è.
La disponibilità e la volontà di vararle sono tutte da verificare. Certo, slogan e prove muscolari non promettono nulla di buono. Ma forse esprimono solo fibrillazioni politiche passeggere. In ogni caso, la semplice abrogazione della riforma è una rinuncia al contrasto di quelle diseguaglianze giudiziarie che erodono ogni giorno la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
di Carmen Autuori
La Città di Salerno, 4 dicembre 2019
Il teatro rompe le barriere del carcere. È questo il senso della rappresentazione messa in scena ieri presso la Casa Circondariale di Fuorni dalla Compagnia Teatrale della Sezione Femminile "Sto Nervosa". Il primo incontro con il pubblico è frutto del laboratorio teatrale curato dall'attrice e regista Federica Palo che è anche ideatrice, insieme a Raffaele Bruno, del progetto "Gli ultimi saranno". Progetto, quest'ultimo, che ha come scopo quello di portare nelle carceri italiane la musica, il canto, il teatro.
Ieri cinque detenute si sono confrontate col pubblico formato dai familiari, dagli ospiti delle sezioni maschili, da numerosi agenti della Polizia Penitenziaria, dal comandante Gianluigi Lancellotta e dal direttore Rita Romano.
"Per me il teatro è gioia, divertimento ma, soprattutto, libertà - dice Enza, una delle attrici - Oggi mi sono spogliata dei panni di detenuta e anche del mio cognome, perché qui siamo un cognome, e sono diventata di nuovo Enza, quella che conoscono fuori". Antonella ha invece avuto, da sempre, una grande passione per il canto: "Quando ero fuori il canto mi teneva compagnia, mi faceva dimenticare il disordine di cui era avvolta la mia esistenza. Avrei voluto studiare canto - racconta - ma la vita non me lo ha permesso. Oggi voglio cantare "Passione eterna", e la voglio cantare con passione, ma anche con un po' di... rabbia".
Il teatro è anche la trasposizione sulla scena dei propri sogni. E Cinzia ha sempre avuto un sogno: quello di indossare l'abito da sposa, emblema di femminilità. Sulla scena interpreta, dunque, una sposa alle prese con i preparativi per il suo matrimonio, ma rimane sola con una manciata di petali di rosa che getta tra il pubblico: il futuro marito l'ha abbandonata sull'altare. E poi c'è Anna che immagina di stare a casa alle prese con la cucina e con i problemi di due figli adolescenti; e Enzina che, con uno struggente monologo, rimpiange di non aver potuto prendersi cura del suo compagno di vita, così come gli aveva promesso sull'altare: era arrivato "l'uragano" carcere a sconvolgere le loro esistenze. Ad accompagnare lo spettacolo il gruppo musicale tutto al femminile le Sesèmamà che, con la loro musica di contaminazione, sono una realtà tra le più interessanti del panorama musicale partenopeo.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 4 dicembre 2019
Alla provocazione del magistrato Gian Carlo Caselli, che propone di abolire l'appello, risponde il giurista Tullio Padovani: "Aboliamolo pure, ma sapendo che ci scontreremo con i trattati internazionali". A dare lo spunto all'intervista con il penalista e professore della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, Tullio Padovani, è la considerazione del magistrato Gian Carlo Caselli, che firma un articolo dal titolo "Una proposta per riformare la giustizia: aboliamo l'appello", in cui sostiene che "per correggere l'anomalia italiana servono la nuova prescrizione e la riduzione dei gradi di giudizio". "Una proposta che mi sembra quasi apocrifa, non all'altezza di un magistrato dello spessore e del valore di Gian Carlo Caselli. Lo dico per la profonda stima che nutro nei suoi confronti", è la prima reazione di Padovani.
È una provocazione, allora?
Aboliamo pure l'appello, come propone il dottor Caselli, ma prima di farlo dobbiamo sapere che ci scontreremo con una serie di trattati internazionali che vincolano al doppio grado di giudizio, a partire dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo.
Secondo Caselli, l'eliminazione dell'appello allineerebbe il nostro "ai paesi di rito accusatorio"...
Ma allora il sistema accusatorio dovremmo realizzarlo per intero e dunque dovremmo introdurre la separazione tra giudice e pubblico ministero e la discrezionalità dell'azione penale: due modifiche che non credo troverebbero particolare apprezzamento da parte della magistratura. Per carità, non elargiamo patenti gratuite...
Insomma, il nostro processo ha solo qualche vago accenno del sistema accusatorio?
Sa cosa mi disse un giorno un grande penalista americano? Che in Italia abbiamo costruito un codice di procedura penale informandoci sul sistema accusatorio mediante una cartolina postale. Del sistema accusatorio abbiamo preso qualche spunto, come il principio del contraddittorio, ma non molto di più.
L'appello sarebbe uno strumento utile "ad avvocati agguerriti, spregiudicati e costosi che puntano all'impunità grazie anche alla prescrizione che non si interrompe mai"...
Ancora la nota avversione nei confronti di noi avvocati. Personalmente, le dico che non sono mai riuscito a ritardare di un giorno il processo. Io mi porrei invece il problema opposto: ovvero che le garanzie processuali come l'appello non siano alla portata di tutti, perché qualcosa nella difesa non ha funzionato.
In che senso?
A dover preoccupare non sono gli avvocati agguerriti, che anzi sono indispensabili alla giustizia, ma quelli distratti che non difendono bene i loro assistiti. Soprattutto in sede di appello, infatti, ho visto errori nella difesa di primo grado. Questo, se vogliamo, è un vulnus da arginare, ma che si corregge proprio grazie all'esistenza di un secondo grado di giudizio.
Il riferimento è anche ad un processo che è "un percorso accidentato, pieno di ostacoli e trappole, infarcito di regole travestite da garanzie che in realtà sono insidie o cavilli"...
Quella delle finte garanzie è una vecchissima polemica, che risale addirittura ad un capolavoro del Settecento come "La scienza della legislazione", del giurista Gaetano Filangieri e che prosegue nell'Ottocento, con Francesco Carrara. Nulla di nuovo, dunque. La risposta è sempre la stessa: si indichino in modo chiaro queste garanzie inutili e anzi dannose per il cittadino, altrimenti diventa un discorso sterile e ideologico.
L'altra anomalia italiana sarebbe la prescrizione, secondo Caselli...
Si tratta di un problema delicato e io mi sento di condividere la linea delle Camere penali, che si oppongono all'entrata in vigore dell'abolizione della prescrizione. Capisco tuttavia che è una questione complessa, che però nasce da quella che è la vera anomalia italiana: il fatto che, per rimediare al sovraccarico giudiziario, non si fanno più amnistie come un tempo si usava. L'amnistia, oggi, è stata resa impossibile dal fatto che per la sua approvazione si è stabilita una maggioranza superiore a quella prevista per le riforme costituzionali. Per questa ragione si è andato ad accumulare un carico giudiziario eccessivo rispetto al sistema e questo carico si è a sua volta riversato sull'istituto della prescrizione.
Manca una valvola di sfogo del sistema?
Lo dimostra il fatto che i ritardi maturano nella fase delle indagini preliminari. La ragione è chiara: le procure non possono occuparsi di tutte le notizie di reato e dunque i processi di minore importanza vengono ritardati. Conosco molti pm che consapevolmente e direi anche giustamente lasciano indietro l'indagine meno importante o ricorrono alla richiesta di archiviazione che si basa sul fatto che le indagini non sono state svolte.
Ma la prescrizione serve, quindi?
Il vero problema del sistema non è la prescrizione, ma l'obbligatorietà dell'azione penale. La prescrizione è come una malattia con una latenza molto lunga: si vede in fase avanzata del processo, ma matura molto prima. Questa anomalia, dunque, si elimina solo se si riduce alla radice il carico di lavoro. Servirebbe un approccio pragmatico: in nessun paese del mondo esiste l'obbligo di trattare tutte le notizie di reato, perché è un precetto che, semplicemente, non è possibile adempiere.
Così si risolverebbe il problema dell'eccessiva durata dei processi?
Nel resto del mondo i processi sono più veloci perché se ne fanno meno, e se ne fanno meno perché non si celebrano quelli che non vale la pena di celebrare. Noi, invece, discutiamo della prescrizione e ci illudiamo di risolvere il problema guardando il dito e non la luna.
Non servono riforme di sistema, quindi, come quelle ipotizzate dal ministro Bonafede?
Guardi, io sono contrario a questa mitologia del semplificare. Credo che, più semplicemente, dovremmo ispirarci allo spirito pragmatico degli inglesi. Sa come cominciano i loro manuali di diritto penale? "The police has to choose", "la polizia deve scegliere". Una cosa del genere in Italia ci scandalizzerebbe, ma il punto è che qualcuno deve scegliere. Glielo dico in sintesi: a dover essere abolita non è la prescrizione ma il panpenalismo, l'idea salvifica della pena come strumento per risolvere tutti i problemi.
garantedetenutilazio.it, 4 dicembre 2019
La struttura verrà destinata ai colloqui fra le detenute e i propri congiunti. Un prefabbricato in legno nella Casa Circondariale Femminile di Rebibbia realizzato con l'aiuto di alcuni detenuti addetti alla falegnameria del carcere Mammagialla di Viterbo. Si tratta del M.A.MA, Modulo per l'Affettività e la Maternità, a disposizione delle donne detenute a Rebibbia: una struttura in cui svolgere colloqui con i propri congiunti per il sostegno della genitorialità e della familiarità. È uno dei quattro progetti presentati da Renzo Piano al Senato, assieme a quelli di Padova, Milano e Siracusa, inseriti nell'iniziativa "G124 anno 2019", con l'obiettivo di approfondire i problemi delle periferie e migliorarne la vivibilità.
La Casa dell'Affettività di Rebibbia è stata disegnata da un gruppo di studenti dell'Università della Sapienza diretti dalla professoressa Pisana Posocco, sotto la supervisione dello stesso Renzo Piano. Grazie alla collaborazione interistituzionale con l'ufficio tecnico centrale del Dap e con il provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria del Lazio, Abruzzo e Molise e con il contributo economico di privati, le parti del modulo sono state realizzate nella falegnameria della casa circondariale di Viterbo da un gruppo di detenuti addetti alla lavorazione, coordinati dal direttore tecnico convenzionato con l'istituto.
Alcuni detenuti, trasferiti temporaneamente a Rebibbia, hanno realizzato la messa in opera del modulo. Gli ultimi interventi di montaggio sono stati effettuati lo scorso 27 novembre alla presenza di Renzo Piano. La Casa dell'Affettività vuole essere un luogo di incontro tra detenute e famiglie che non sia quello anonimo e sorvegliato dei colloqui tradizionali, uno spazio che ricrei la dimensione domestica e che ricostituisca momentaneamente il nucleo familiare.
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