di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 13 gennaio 2020
Il richiamo di Glauco Giostra nella "Prima lezione sulla giustizia penale" (Laterza). Attenti a mostrare insofferenza verso le garanzie processuali. Non sono formalismi, ma i pilastri su cui si fonda la libertà.
Tra tante ludopatie che affliggono le persone, ce n'è al contrario una - verrebbe quasi da pensare a leggere la "Prima lezione sulla giustizia penale" del professor Glauco Giostra - di cui ciascun cittadino sarebbe bene soffrisse, e dalla quale invece spesso neppure si avvede di essere purtroppo immune: la consapevolezza di quale "azzardo necessario", benché insopprimibile nella fallibilità e imperfetto nelle regole e costoso nel metodo del contraddittorio, sia l'affidare a un soggetto "terzo" e indipendente (il giudice) quell'itinerario conoscitivo chiamato processo, che dal fatto in discussione consente di passare alla decisione sulla sua esistenza e sul rilievo penale, e così di approdare a una conclusione che la comunità sia disposta socialmente ad accettare come vera.
Una scommessa non soltanto eticamente, ma pure politicamente irrinunciabile, rimarca il professore di Procedura penale alla Sapienza di Roma, perché le norme che governano l'amministrazione della giustizia sono "argini contro la ricorrente tentazione del potere di denunciarne le indiscutibili carenze per sostituirvi il proprio arbitrio, invocando una male intesa investitura del popolo": tanto più in "una china quanto mai democraticamente scivolosa per uno Stivale come il nostro, ciclicamente pronto a calzare il piede dell'uomo della Provvidenza".
Viste da questa angolazione, le regole processuali, e in particolare tutte quelle invalidità processuali (nullità, inutilizzabilità, inammissibilità) troppo spesso liquidate come cavilli da azzeccagarbugli, recuperano il proprio significato di reazione dell'ordinamento agli scostamenti dall'itinerario cognitivo adottato: sono "il guardrail metodologico" entro il quale il giudice deve guidare il volante del proprio statuto epistemologico nel cercare e valutare le prove, sono il bisturi che asporta la parte malata prima che contagi l'intero organismo processuale.
E la formazione della prova nel contraddittorio tra le parti - compreso il fatto che il risultato della prova possa risentire di chi e di come lo "estragga", e che il metodo impiegato per "partorire" la verità debba badare a neutralizzare gli irreversibili danni da "forcipe" - non è una perdita di tempo o persino un ostacolo sulla strada della verità, come spesso viene spacciata, ma è il miglior strumento per accertarla, certo imperfetto ma pur sempre il meno imperfetto per ridurre il più possibile lo scarto tra verità giudiziale e verità storica.
Perché l'applicazione della legge - si sforza di far comprendere l'ex membro laico del Csm dal 2010 al 2014 - non è un'operazione meccanica, ma nemmeno una pittura libera su fondo intonso: da un lato il giudice "non solo può, ma deve" cercare all'interno delle interpretazioni sintatticamente possibili della norma quella più in linea con la Costituzione e con la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, ma dall'altro lato "ogni volta che esonda dagli argini dell'alveo semantico tracciato dalla legge compie scelte politiche, prestando il fianco alla corrosiva opera di studiato discredito che sempre precede l'eclissi dello Stato di diritto".
Molte delle 200 pagine edite da Laterza - coltivando la metafora del processo come stretto "ponte tibetano malfermo, fragile, dal costrutto contorto, insopportabilmente lungo ma da tenersi caro", e delle sue "funi portanti" (quali l'inviolabilità di libertà personale e domicilio e riservatezza delle comunicazioni, il diritto di difesa, l'obbligatorietà dell'azione penale, il giudice naturale precostituito e soggetto soltanto alla legge, la presunzione di non colpevolezza sino alla condanna definitiva, la dipendenza della polizia giudiziaria dal pm) - si propongono di mostrare quanto l'ordinamento curi delicati bilanciamenti quando la natura dello strumento investigativo o la fonte delle informazioni entrino in attrito con diritti fondamentali della persona. Tanto che non è un caso "la naturale ripulsa dei sistemi assolutistici" verso modelli processuali che ammettano un dialettico confronto tra Autorità (inquirente) e Individuo (inquisito), e nei quali anzi "il principio di Autorità possa risultare, almeno in via tendenziale, recessivo nei confronti dei diritti fondamentali dell'Individuo".
E proprio perché il convinto affidamento dei cittadini nell'amministrazione della giustizia svolge una importantissima funzione di coesione sociale, disinnescando il ricorso alla vendetta privata e alla corsa alla legge del più forte, Giostra (che fu tra i padri del codice di procedura penale del 1989) si dedica a trasmettere al lettore il proprio autentico terrore per la crisi di credibilità del "collante" sociale della giurisdizione.
Pesa la sfasatura di tempi e di contenuti che la collettività registra tra le proprie aspettative e la risposta giurisdizionale, e che "la induce a coltivare la fallace e pericolosa idea di poter meglio conoscere la verità prescindendo dal troppo impegnativo e troppo lungo percorso imposto dal "ponte tibetano" del processo.
Ma Giostra si spende molto anche per additare quanto esasperi questa sfiducia nella giustizia la postura sensazionalista e approssimativa con la quale larga parte dell'informazione giudiziaria, ridotta a passivo megafono di interessi di bottega, funziona da specchio che non si limita a riflettere le vicende processuali raccontate, ma spesso ne rimanda un'immagine distorta e distorcente le esigenze dell'informazione, della giustizia e della riservatezza individuale, le quali alla disamina delle norme e delle prassi appaiono a Giostra "mal tutelate le prime, iper-protette le seconde, sostanzialmente ignorate le ultime".
Con il risultato non soltanto che la sentenza che si discosta dal verdetto mediatico viene guardata con diffidenza, come discutibile frutto di formalismi e regole che hanno finito per allontanare dalla verità", ma anche e soprattutto che l'irrisolto rapporto tra racconto del procedimento penale e tutela della riservatezza "incide in modo rilevante sulla qualità democratica e civile di un Paese".
di Elisabetta Zamparutti
Il Riformista, 13 gennaio 2020
Il 1° gennaio scorso l'Iran ha impiccato 8 uomini nel carcere di Rajai-Shahr della città di Karaj. Si è lasciato alle spalle almeno 285 esecuzioni nell'anno appena passato, il che, secondo i dati di Nessuno tocchi Caino, porta ad oltre 3.882 i giustiziati sotto la presidenza Rouhani, in carica dal 1° luglio 2013.
Il 1° gennaio era anche il 48° giorno in cui cittadini iraniani in massa scendevano in piazza contro il regime, nonostante la repressione di quelle manifestazioni avesse provocato almeno 1.500 morti tra uomini, donne e bambini, freddati per lo più da proiettili sparati a bruciapelo dai Pasdaran, e almeno 12.000 arresti. Di loro oggi non si sa più nulla e nessuno se ne interessa, nonostante penda la minaccia di finire con un cappio intorno al collo.
Poi è accaduto che il 2 gennaio un iraniano, tra i più feroci tra i generali in circolazione, Qassem Soleimani, capo delle forze Quds, corpo speciale dei Pasdaran, fosse ucciso da un drone americano e diventando perciò, da carnefice, un martire e un eroe. Questo ha acceso i riflettori sull'Iran, ma di una luce che non dirada le tenebre perché non fa conoscere la vera natura del regime di Teheran e i crimini di cui costantemente si rende responsabile.
Soleimani era disprezzato dalla stragrande maggioranza degli iraniani. Durante le rivolte, nel 2018 e nel 2019, i dimostranti hanno strappato i suoi manifesti in diverse città. E in Iraq, dove i manifestanti ne chiedevano da tempo l'espulsione, hanno accolto la sua morte con favore, come un segno della fine del controllo del regime dei mullah sul loro Paese.
Soleimani è stato descritto come uno stratega a capo di milizie implicate in vari scenari funzionali a un disegno espansionista iraniano, ma non è stata comunicata con altrettanta enfasi la natura sanguinaria delle sue milizie. Alcuni magari le ricordano per l'assedio di Aleppo in Siria. Io le ricordo per il massacro di 141 oppositori al regime iraniano, membri dell'Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano, che godevano dello status di rifugiati in Iraq, dove, inermi, sono stati attaccati a più riprese tra il 2009 ed il 2016.
Ricordo in particolare l'attacco del 1° settembre 2013 a Campo Ashraf, quando in 52 furono freddati dai miliziani di Soleimani. Il tentativo di una soluzione finale degna di un regime nazista. E non uso questo termine a sproposito, perché l'Iran proclama la cancellazione di Israele dalla carta geografica.
Lo stesso successore di Soleimani, quell'Esmail Ghaani che per vent'anni è stato suo vice e il cui curriculum nulla ha da invidiare al suo defunto capo, sembra oggi assai più incline a un approccio violento contro Israele. D'altro canto parliamo di uno Stato in cui componenti della "commissione della morte", che nel 1988 si rese responsabile del massacro di 30.000 prigionieri politici, ricoprono tutt'ora posti apicali, a partire dall'attuale Ministro della Giustizia Ebrahim Raisi.
Di fronte a questo, non sono risposte adeguate gli appelli alla moderazione rivolti alle parti in causa da chi non distingue le responsabilità, non fa differenza tra aggressori e aggrediti e non pone il rispetto dei diritti umani quale unico indice, serio ed universalmente riconosciuto, per valutare se un Paese rappresenta una minaccia alla pace e alla sicurezza. L'Italia questa moderazione l'ha invocata in nome di una normalizzazione e di una stabilità necessarie a evitare che dalla tensione traggano vantaggio l'estremismo violento e il terrorismo. Come se il detonatore dell'estremismo violento e del terrorismo non fosse l'Iran stesso.
Né la soluzione può essere quella dei droni, non solo perché il loro uso avviene al di fuori di ogni norma e disciplina previste dal diritto internazionale, ma anche perché questo metodo mascherato, sbrigativo e segreto di esecuzione capitale avviene nei confronti di acerrimi nemici dell'America, come Soleimani, e anche di cittadini americani all'estero sospettati di attività anti-americane: cittadini stranieri e americani uccisi sommariamente con i droni, che in America avrebbero avuto un processo con tutte le garanzie possibili, anche quelle previste dal sistema arcaico della pena capitale.
Vale dunque anche per Qassem Soleimani il nostro "Nessuno tocchi Caino", motto che Pannella applicò anche per Saddam Hussein, non per difendere il carnefice, ma per denunciare l'aberrazione di uno Stato che nel nome di Abele diventa esso stesso Caino.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 13 gennaio 2020
"Qui sta nascendo un nuovo Iraq laico, con noi ci sono le nostre famiglie". Da ottobre si protesta in tutto il paese e tra le canzoni dei ragazzi c'è quella dei nostri partigiani. Le parole del loro "Bella ciao" sono "noi siamo qui, restiamo qui, resteremo sempre qui".
Diverse dal motivo dei partigiani italiani, ma cantate battendo le mani allo stesso ritmo. Semplici e pregnanti, come del resto è lo slogan madre delle proteste: "arida watan", voglio un Paese, che spesso è seguito da "nazel achuf aqqi", "vengo a prendere i miei diritti".
Li ripetono di continuo Fatima Ramadan, 23enne studentessa di Farmacia, e Rua Zeidi, tre anni più anziana e laureata in Economia alla ricerca del primo impiego. "Sono le canzoni, i motti della nostra giornata. In questi giorni dormiamo a casa e non più qui nelle tende di piazza Tahrir, perché ora fa freddo e girano i cecchini delle milizie pagate da Teheran. È pericoloso la notte. Ma dalle 10 alle 19 siamo presenti. Non abbiamo alternative, non si torna indietro. L'Iraq deve cambiare", spiegano felici.
Le abbiamo incontrate ieri pomeriggio di fronte alla "Casa degli artisti", una delle centinaia di tende che costellano il paesaggio della rivoluzione irachena nel centro di Bagdad. La chiamano proprio così, "thaura", rivoluzione, molto più profonda e importante di una semplice "intifada" (rivolta). Sono serissime e allo stesso tempo allegre. "I nostri genitori sono con noi. Mio papà, professore di giornalismo qui all'università, dice che dobbiamo stare in piazza e farci sentire. Mia mamma aggiunge solo che devo scappare se sento sparare. Quasi tutti i giovani che conosco fanno lo stesso, partecipano con il sostegno delle famiglie. Così, per sapere quanti siamo, non dovete contare solo chi protesta in pubblico. Dietro di noi c'è gran parte degli iracheni", dice Rua.
Il suo programma preferito alla televisione è il talk show al venerdì sera di Ahmad Bashir, un giovane giornalista minacciato di morte che adesso parla dagli studi dell'emittente Dijla Tv in Germania: i loro uffici a Bagdad e quelli della popolare emittente Al-Hurra sono stati di recente attaccati dalle milizie. Dalla tenda emerge incuriosito "Gibuti", un 21enne studente alla scuola d'arte, che gira e musica brevi filmati della rivolta.
"Non rivelo il mio nome vero. Appena uno di noi diventa noto viene eliminato", spiega. Ma intanto mostra un suo video che sta andando forte: un appello alla gente, perché torni a manifestare. Il ritmo ricorda quelli del Sessantotto europeo: stessi slogan, come "continuare uniti la lotta". Ama declinare "Bella ciao" in arabo. "Mi sono messo a fare canzoni dopo i nostri primi morti. Molti erano scappati per paura. E noi abbiamo contribuito al loro ritorno", aggiunge.
Più avanti due ambulanzieri, Ala Karim di trent'anni e Ali Mohammad, 26, si sono offerti volontari per intere giornate. "Dal primo ottobre ci sono stati almeno 600 morti e oltre 22.500 feriti. I danni più gravi li causano i cecchini che sparano dai tetti. Ma ci sono anche sicari delle milizie che accoltellano di nascosto per le strade. I punti più pericolosi sono le periferie della piazza. E c'è anche un largo numero di rapiti di cui non si sa nulla", raccontano mostrando la carrozzeria dell'ambulanza, danneggiata dai candelotti.
Sicuri che siano le milizie sciite? "Certo, qui tanti dicono che Qassem Soleimani era venuto a Bagdad per organizzare la repressione totale delle nostre rivolte. Ma ovvio che nessuno lo dirà mai a Teheran e neppure tra i loro alleati iracheni. Non volevano ammettere le loro responsabilità nell'abbattimento dell'aereo ucraino neppure di fronte alle prove schiaccianti presentati da Nato e canadesi, come possiamo credere che confessino le loro colpe qui in Iraq?"
Dove vogliono arrivare questi ragazzi? "Qui sta nascendo un nuovo Iraq laico, senza differenze tra sciiti, sunniti, cristiani, ebrei, yazidi o atei. Una società civile che rispetta i diritti del cittadino a prescindere da etnia, fede o appartenenza tribale. I nostri riferimenti devono essere Voltaire e Montesquieu, non il Corano", risponde netto Hussein Basem, 22enne studente di Legge.
Concorda senza riserve il 23enne Abdel Rachman, che abbassa la voce quando si dice "ateo" e alterna la mobilitazione politica con la pratica da violoncellista in una scuola di musica lungo l'Eufrate. Per la prima volta dall'invasione americana e la caduta della dittatura di Saddam Hussein nel 2003 sono queste migliaia di manifestanti a marcare un vero salto di qualità.
Chiedono lavoro, fine della corruzione, politici nuovi. "Continuerete a sentire le nostre parole come raffiche di mitragliatrice", dice una loro canzone, che esalta la povertà dei tuc tuc. E la ricchezza generosa di chi per la causa è pronto a morire.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 13 gennaio 2020
Da tempo il governo polacco introduce o tenta di introdurre nel sistema costituzionale norme dirette a limitare l'indipendenza dei giudici, impedendo che essi applichino le leggi in linea con la Costituzione e con il diritto dell'Unione Europea, quando ciò sia contro l'orientamento preferito dal governo. La Corte costituzionale, la Corte suprema, il Consiglio superiore della Magistratura sono stati oggetto di riforme con misure di epurazione e di espansione dell'influenza del governo nella amministrazione della giustizia.
Poiché la Polonia è Stato membro dell'Unione Europea e quindi è vincolato ai principi dello Stato di diritto, di cui l'indipendenza della magistratura è condizione ineludibile, vi sono state reazioni da parte degli organi dell'Unione. E alle manifestazioni di protesta dei giudici polacchi hanno aderito molte associazioni di magistrati di altri Paesi europei. Il Consiglio della Magistratura polacco, poi, dopo la riforma che ha subìto, è stato sospeso dalla rete europea dei Consigli, perché privato della necessaria indipendenza.
Anche se alcune iniziative del governo sono state ritoccate o rallentate, nella sostanza la Polonia non si adegua alle indicazioni europee e perfino a sentenze della Corte di giustizia dell'Unione. Il quadro è più che preoccupante per l'Unione Europea, che, tutta insieme, è tenuta ad assicurare ciò che dettano la Convenzione europea dei diritti umani e la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione. Si tratta naturalmente dell'indipendenza della magistratura, ma anche del complesso dei diritti e libertà che le due Carte prevedono.
Ora si è aggiunta un'altra iniziativa, particolarmente originale. Ai giudici si vorrebbe vietare di esprimersi criticamente nei confronti delle riforme in materia di giustizia e del quadro istituzionale che ne deriva, sia con dichiarazioni, sia in negli atti giudiziari. Severe sanzioni disciplinari sono previste in caso di violazione; esse saranno irrogate da un organo non indipendente. Simili norme, già approvate dalla Camera, attendono ora l'esame del Senato. Il governo polacco non ascolta ciò che vien detto dagli organismi europei di cui è parte. Sembra addirittura che non sarà ricevuta a Varsavia una delegazione del Consiglio d'Europa che intende illustrare gli obblighi cui tutti gli Stati europei sono tenuti.
Negli Stati costituzionali le leggi approvate dai Parlamenti (dalla maggioranza dei loro membri) sono soggette alla Costituzione. Nell'Unione Europea, le leggi statali devono essere anche conformi alle norme europee, secondo quanto stabiliscono i Trattati. Il controllo spetta anche ai giudici e particolarmente alle Corti costituzionali. Se il controllo porta a esito negativo, necessariamente sarà negativa la valutazione manifestata dai giudici. Impedir loro di esprimersi in modo critico significa annullare la possibilità del controllo della "legalità" delle leggi.
Il divieto poi di esprimersi liberamente fuori dell'esercizio delle loro funzioni giudiziarie mette in discussione la libertà di manifestazione del pensiero, che appartiene anche ai magistrati. Essa riguarda naturalmente sia le opinioni critiche, che quelle adesive. Sembra che la legge polacca voglia vietare solo quelle critiche.
La legge polacca si inserisce in uno specifico e complesso attacco alla indipendenza della magistratura e allo Stato di diritto, ma non riflette un atteggiamento isolato. La Corte europea dei diritti umani ha dovuto occuparsi di sanzioni disciplinari anche gravi inflitte in Ungheria e Turchia a magistrati che avevano osato esprimersi negativamente su vicende e provvedimenti governativi. L'indicazione che è venuta dalla Corte è complessa.
Ovvia è la titolarità anche dei magistrati della libertà di espressione. Ma la loro speciale posizione professionale, che comporta l'obbligo di assicurare l'imparzialità nell'esercizio dei loro poteri, implica particolare prudenza, sia nei confronti dei casi di cui devono occuparsi o si sono occupati, sia in ordine ai temi oggetto di contrasto politico. Ognuno ha in mente i tanti casi in cui, in Italia particolarmente, i limiti sembrano superati, giustificando forti dubbi di opportunità, se non anche di compatibilità con la deontologia professionale dei magistrati.
Ma nessun limite esiste quando i magistrati, liberamente con dichiarazioni o pubblicazioni oppure con l'espressione di pareri formali degli organi giudiziari, intervengono su problemi legislativi o istituzionali o su riforme del sistema giudiziario. La Corte europea ha anzi indicato che in tali casi, per la particolare competenza professionale, la partecipazione della magistratura al dibattito è fonte di arricchimento del dibattito, in funzione della qualità della legislazione e della difesa del carattere democratico delle istituzioni dello Stato. È proprio questo il tipo di intervento della magistratura che il governo polacco vuole impedire.
di Carlo Bertini
La Stampa, 13 gennaio 2020
L'esigenza di trainare il voto delle regionali con proposte forti che abbiano appeal per gli elettori sicuramente c'è. Il Pd, che va in "conclave" due giorni in vista della verifica di governo, in un'abbazia vicino Rieti, è in una strettoia, tra l'incudine e il martello.
Da una parte ci sono le sardine: il Pd vuole aprire porte e finestre per dare una casa anche a loro, come chiarito su queste colonne dal tesoriere del partito Luigi Zanda, dopo l'annuncio di Zingaretti di voler ricostruire dal basso il partito. Ma le sardine chiedono cose concrete subito, come l'abrogazione dei decreti sicurezza di Salvini.
Proprio ieri dalla Annunziata su Rai Tre, il loro leader Mattia Santori faceva notare che "sembra di essere ai tempi in cui la sinistra era al governo e non ha fatto la legge sul conflitto di interessi: ai tempi di Berlusconi l'elettorato di sinistra era spiazzato, non capiva quale fosse la posizione". Dall'altra parte però ci sono le esigenze di realpolitik: le regionali a fine mese in Emilia e Calabria potrebbero pure sconsigliare prese di posizione su temi scottanti come ius soli o decreti sicurezza proprio in una fase delicata.
Ma Zingaretti ha deciso di battere due colpi a sinistra guardando alle sardine anche per dare il messaggio che il Pd non sta nel governo a tutti i costi: nella due giorni di seminario con ministri e gruppi parlamentari, i temi della cittadinanza e della sicurezza non verranno certo elusi, anzi. "Il problema di come superare i decreti Salvini, anche su input delle sardine e di come ritoccarli, su input di Mattarella, sarà affrontato", assicura un dirigente Dem, anche perché il ministro Lamorgese aveva annunciato entro gennaio una proposta. Così come si rilancerà lo ius culturae rimasto in soffitta.
Sul piatto finirà anche una pietanza di forte appeal elettorale, la riforma del fisco, annunciata nei mesi scorsi da Gualtieri: che porterà non solo all'ampliamento dei fondi e della platea per il taglio del cuneo fiscale, con un aumento delle buste paga per i lavoratori; ma anche ad un abbassamento delle aliquote Irpef per le fasce medio-basse, insieme a una rivisitazione della giungla di detrazioni fiscali. "Eurostat ci dice che, tra i grandi Paesi europei, l'Italia è quello con il divario più alto tra ricchi e poveri. Con buona pace di quelli che dicono che le politiche di redistribuzione sono un relitto del secolo scorso", mette il dito nella piaga il numero due del partito, Andrea Orlando.
I cinque tavoli previsti nel "conclave" di oggi saranno sui nodi della crescita, lavoro e sostenibilità; Nuovo Welfare; Italia semplice; Conoscenza; Cittadinanza. Saranno lanciate proposte che i gruppi parlamentari presenteranno a Conte per la verifica di maggioranza; ma senza l'intento di logorare gli equilibri politici piantando bandierine.
Per intenderci, non ci sarà nulla su jobs act o Quota 100. Ma il segnale di apertura alle sardine non mancherà: "Il Pd si è messo in discussione e gli va dato atto - ha ammesso Santori - È il partito che ci ha dato più ascolto e mostra un'apertura vera verso di noi".
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 13 gennaio 2020
Aprire a nuovi mondi come le Sardine, l'associazionismo, l'area cattolica del terzo settore significa fare un intervento serio sulle leggi bandiera di Matteo Salvini. Abrogarle sarebbe il segno della vera discontinuità con il precedente governo giallo-verde.
E anche un messaggio verso quegli interlocutori esterni che cerca Nicola Zingaretti. Le piazze dei giovani hanno pochi punti programmatici ma uno di questi è certamente una diversa politica dell'accoglienza. La Chiesa si aspetta una correzione di rotta decisa.
E poi c'è il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ha promulgato i decreti ma il secondo è stato accompagnato da una serie di rilievi che il Quirinale si aspetta di vedere applicati al più presto. Anche perché, spiegano al Colle, "quando si scrivono delle note a corredo della firma il pensiero sottostante è che potrebbero esserci dei problemi con la Corte Costituzionale".
Ovvero, un pezzo dei decreti Salvini è contro la nostra Carta. Un allarme abbastanza esplicito e grave. Nel Pd c'è il fronte dell'abrogazione, già messa nero su bianco in un provvedimento di legge, ed è guidato da Matteo Orfini, anche avversario delle misure adottate da Marco Minniti sul fenomeno migratorio. Matteo Mauri, viceministro dell'Interno, considera il recepimento dei rilievi del capo dello Stato "il minimo sindacale".
Come dire: non basta, è troppo poco. Sulla stessa linea, da sempre, si trova il capogruppo del Pd alla Camera Graziano Delrio. Le osservazioni del Quirinale toccano una parte del sicurezza bis: sulla sproporzione delle multe per le navi che soccorrono le persone in mare e sulle aggravanti per l'aggressione a pubblici ufficiali. Ma Delrio considera altrettanto pericoloso il primo decreto. "Smontando il sistema degli Sprar e dell'accoglienza diffusa è aumentato il numero degli irregolari. E non sappiamo dove sono andati a finire".
Dunque l'intervento deve essere massiccio, incisivo. Una rottura netta col passato. Delrio sta lavorando a una mediazione nei suoi rapporti parlamentari. Con difficoltà perché il M5S frena parecchio. "Vanno adottati subito i rilievi del presidente della Repubblica.
Ma è arrivato anche il momento di una riforma organica per una nuova legge sull'immigrazione", dice il capogruppo. E su questo sta cercando di costruire un arduo compromesso. Così i tempi non sono brevissimi. "Mi aspetto il coraggio - dice Orfini - Zingaretti e il capodelegazione Franceschini diano seguito alle loro parole. Perché dal Viminale filtra la volontà di una modifica soft. Non va bene".
Il punto è come conciliare la discontinuità dell'esecutivo giallo-rosso con la presenza dei 5 stelle e di Conte, gli stessi che hanno votato e approvato i decreti sicurezza. "Noi abbiamo accettato il taglio dei parlamentari - sottolinea Orfini loro accettino le modifiche alle leggi sull'immigrazione". L'ala "sinistra" del Movimento per il momento è silente. Non si è alzata una voce né da Roberto Fico, né da chi ha espresso dubbi e mal di pancia a suo tempo come i deputati Sarti e Sportiello. "Non c'è una sensibilità simile alla nostra", ammette Delrio.
Luigi Di Maio è per il "minimo sindacale", cioè si accolgono le osservazioni del Quirinale e stop. Ma questa posizione, se accettata dal Pd, può spegnere all'origine l'allargamento immaginato dal suo segretario. Mattia Santori, leader delle Sardine, ieri ha criticato l'immobilismo: "Manca discontinuità, è come quando la sinistra ai tempi di Berlusconi non faceva la legge sul conflitto di interessi".
L'equilibrio del governo, già molto fragile, rischia di spezzarsi su questo terreno incandescente. Lo ha capito bene Matteo Renzi che infatti rinuncia ad aprire un altro fronte dopo la prescrizione. "Bisogna avere almeno la decenza di ascoltare il capo dello Stato. Poi aspettiamo le valutazioni del governo". La partita, prima ancora che in Parlamento, si gioca in Consiglio dei ministri dove il titolare dell'Interno Luciana Lamorgese deve portare la sua proposta di revisione. E dove i 5 stelle sarebbero chiamati a cambiare la loro posizione sui migranti in maniera radicale.
di Manuel Delia
articolo21.org, 13 gennaio 2020
Joseph Muscat ha fatto in modo che un suo clone gli succedesse. I dubbi iniziali tra i ranghi del Partito Laburista quando Joseph Muscat fu costretto a dimettersi sono stati annullati da una campagna di propaganda agiografica che ha glorificato Joseph Muscat e sollecitato i membri del partito a cercare un sostituto che non facesse rimpiangere di aver sostenuto Joseph Muscat in precedenza.
La scelta è ricaduta su Robert Abela. Durante la campagna per la leadership ha rifiutato tutte le richieste di interviste dei giornalisti ed ha evitato qualsiasi evento pubblico. In questo periodo ha evitato di riconoscere la crisi in atto a Malta, la corruzione nel precedente governo e la necessità di indagare sul coinvolgimento dello stato nell'assassinio di Daphne Caruana Galizia.
E così ha sconfitto il suo avversario che aveva riconosciuto pubblicamente la necessità del dialogo con la società civile per ripristinare lo stato di diritto a Malta.
Questa è una situazione molto preoccupante per Malta. Joseph Muscat ha annunciato la scorsa settimana che intende rimanere un personaggio pubblico e ora sembra voler intraprendere il ruolo di attivista per i diritti civili. Dice che vuole fare una campagna per introdurre l'aborto a Malta (c'è un divieto assoluto) un problema che sa essere controverso e che spera dividerà il movimento della società civile che si è unito per rimuoverlo. Nel frattempo, a meno che non sorprenda tutti, in particolare Joseph Muscat, il governo di Robert Abela sembra destinato a garantire l'impunità per qualsiasi leader o ex leader del Partito laburista coinvolto in casi di corruzione e forse persino nell'omicidio di Daphne.
di Lirio Abbate
L'Espresso, 12 gennaio 2020
Il 41bis, come dimostrano i fatti degli ultimi dieci anni, non serve a far collaborare i boss con la giustizia, perché la decisione di "pentirsi" arriva subito dopo l'arresto.
Quando il fascista Roberto Fiore era un parlamentare europeo, riuscì a far violare il regime di carcere impermeabile del 41bis a uno dei capi della camorra, Antonio Varriale. Si presentò alle dieci di sera all'ingresso del carcere di massima sicurezza di Viterbo accompagnato da due collaboratori e chiese e ottenne di parlare con un solo detenuto.
di Enzo Quaratino
ansa.it, 12 gennaio 2020
Bossetti ripara macchine da caffè, Olindo ai fornelli, Rosa al cuoio. C'è chi studia, chi sta ai fornelli, chi risponde al centralino del call center, chi rigenera macchine per caffè: dopo aver diviso più volte l'Italia tra innocentisti e colpevolisti, quei detenuti che per settimane o mesi, fino alla condanna definitiva, hanno "resistito" sulle prime pagine dei quotidiani vivono ora la reclusione impegnandosi in attività lavorative che consentono loro di mantenere un ponte con la società. Sono retribuiti con la mercede (così si chiama lo stipendio dei reclusi), da poche centinaia di euro e in qualche caso fino a mille euro: denaro che alcuni riservano per sé, altri destinano alle loro famiglie.
di Alessio Lo Giudice
Left, 12 gennaio 2020
A trent'anni dalla morte di Leonardo Sciascia ho riletto alcuni suoi scritti tornando ad apprezzare, tra l'altro, l'ossessione - come egli stesso la definiva - per il diritto e la giustizia. In altre parole, l'ossessione per il valore culturale dello Stato di diritto. Una tale tensione era sicuramente dovuta alla sua adesione alla tradizione illuministica, ma scaturiva, in ogni caso, da una profonda comprensione filosofica della portata morale dello Stato di diritto.
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