crisalidepress.it, 4 dicembre 2019
Idee da mettere sotto l'albero? Consigli per i pranzi e le cene di Natale? Proposte per un aperitivo fra amici per lo scambio degli auguri? No panic! Ci pensano i detenuti che, dietro alle sbarre, hanno realizzato una nuova pubblicazione con i piatti delle festività. In libreria, da venerdì 7 dicembre, torna una versione molto glamour di "Cucinare al fresco" - Christmas Edition, il progetto avviato due anni in alcune carceri lombarde che vede proprio i detenuti alle prese coi fornelli, coordinati dalla giornalista e PR comasca Arianna Augustoni.
Alla libreria Ubik di Como - Piazza San Fedele sarà messo in vendita il ricettario, stampato in 150 copie e finanziato dalla BCC di Cantù. Un contenitore di sapori e di colori firmato dallo chef di fama internazionale Moreno Cedroni, patron del ristorante La Madonnina del pescatore di Senigallia, due Stelle Michelin, di Anikò, sempre a Senigallia e del Clandestino sushi bar di Portonovo. La pubblicazione, 44 pagine di sensazioni, di pozioni magiche, di idee e soprattutto di fantasie culinarie proposte dai quattro gruppi di detenuti che, con carta e penna, per qualche mese, si sono impegnati, ogni settimana, a chiacchierare di cucina e a tradurre le loro idee in scritti.
La pubblicazione, in vendita a un prezzo simbolico, sarà un valido regalo da mettere sotto l'albero o da sfogliare in cucina quando si è alla ricerca di un'idea e di una proposta per deliziare il palato di amici e parenti. Acquistare una copia di "Cucinare al fresco - Christmas Edition" rappresenta di sicuro un comportamento propositivo per credere che, nella vita, c'è sempre una seconda chance. L'intero ricavato dalla vendita del libro sarà reinvestito per nuovi ricettari e per la realizzazione di un periodico dedicato alla cucina. In libreria Ubik da venerdì 7 dicembre il ricettario scritto dai detenuti delle carceri di Como, Varese e Milano (Bollate e Opera).
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 4 dicembre 2019
L'8 ottobre, quando il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato la sua decisione di ritirare le truppe dal Nord Est della Siria, uno dei problemi emersi è stato il destino dei foreign fighters dell'Isis e dei loro parenti - donne e bambini in particolare - detenuti dai curdi proprio in quella regione. Stiamo parlando 11.000 prigionieri di cui 800 sono partiti dall'Europa: i Paesi più interessati sono Francia (oltre 400), Gran Bretagna, Germania e Belgio. Insieme agli Stati Uniti i curdi hanno chiesto ai Paesi europei più volte di assumersi le loro responsabilità e di rimpatriare i loro cittadini per processarli. Tuttavia i governi dell'Ue hanno fatto resistenze di ogni tipo preferendo ignorare il problema.
L'operazione "Fonte di Pace" (che di pacifico aveva poco visto che hanno sganciato bombe) lanciata da Erdogan sul Nord Est della Siria ha complicato il quadro. A causa dei raid turchi contro l'enclave curda del Rojava si sono già verificate delle fughe dai campi di detenzione. La prima, quella di 800 donne e minori da un campo di sfollati (Idp) appena fuori Ain Issa e di altri 100 prigionieri dello Stato Islamico. Come abbiamo raccontato sul Corriere, alcune donne hanno tentato di organizzare la loro fuga utilizzando chat segrete in cui si scambiavano i contatti dei contrabbandieri per passare il confine tra la Siria e la Turchia.
A fine ottobre, dopo l'uccisione del leader di Isis Al Baghdadi in un raid statunitense, la situazione non è certo migliorata. Nel campo di Al Hol, a circa 60 km dal confine turco, dove sono rinchiusi 68.000 detenuti, il 94% sono donne e minori. Di questi 11.000 sono stranieri, 7.000 minori e 4.000 donne. Qui le condizioni di detenzione sono estremamente dure, la rabbia è palpabile, con rischi di altre rivolte ed evasioni. Sempre ad Al-Hol, si stima che il 55% dei residenti nel campo siano bambini di età inferiore ai 12 anni, compresi molti minori non accompagnati, rimasti orfani a causa del conflitto. Lo status dei minori affiliati allo Stato islamico è complesso e pressante. Indipendentemente da ciò hanno fatto sotto il dominio dell'Isis, i bambini non dovrebbero essere puniti per le azioni e le decisioni dei loro genitori. "Inoltre un gran numero - probabilmente la maggioranza - di questi bambini soffre di PTSD (disturbo da stress post traumatico) con conseguenze mentali, fisiche e sociali. Hanno vissuto in zona di guerra e hanno perso membri della famiglia, visto terribili violenze e vissuto traumi inimmaginabili", spiega Devorah Margolin, Senior Research Fellow del Program on Extremism della George Washington University.
Tra loro c'era Alvin Berisha, undicenne di origine albanese, portato nel 2014 dall'Italia in Siria dalla madre che si era unita allo Stato islamico. Il 7 novembre è stato fatto rientrare nel nostro Paese grazie a un'operazione congiunta di Scip (Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia), Mezzaluna Rossa, consolato albanese e Croce Rossa. Ma restano nei campi siriani almeno altri 7 minori italiani. Su tre di loro, in particolare, è concentrata l'attenzione del Ros e della procura di Milano: sono i figli di Alice Brignoli e Mohammed Koraichi, lei italiana lui marocchino con cittadinanza italiana che hanno lasciato Bulciago in provincia di Lecco per unirsi all'Isis nel 2015.
I foreign fighters italiani o naturalizzati italiani partiti per i teatri di guerra - stando ai dati di Antiterrorismo e Procura nazionale antimafia ed antiterrorismo - sono circa 140. Dei 140, 50 sarebbero morti mentre altri 8 sono rientrati in Europa e sono monitorati costantemente. Nei campi in Siria invece ce ne sarebbero cinque: e oltre ad Alice e suo marito altre due sono donne. Si tratta di Sonia Khediri, italo-tunisina che viveva nel trevigiano, partita per la Siria nel 2014 a 17 anni e moglie di Abu Hamza al Abidi - un pezzo grosso di Daesh ucciso in combattimento - e di Meriem Rehaily, 23enne padovana di origine marocchina su cui pende una condanna per arruolamento con finalità di terrorismo.
Olanda, Belgio, Francia e Germania invece si stanno rifiutando di rimpatriare i loro cittadini. Minori compresi. "Per quanto riguarda l'Europa e gli altri partner occidentali, possiamo dire che i governi si sono sottratti alle loro responsabilità adducendo come scusa la reazione dell'opinione pubblica. Alcuni, incluso il Regno Unito, sono addirittura arrivati al punto di revocare selettivamente la cittadinanza", spiega Thomas Renard, senior Fellow dell'Egmont Institute di Bruxelles. Di recente la Francia ha avviato una trattativa con il governo di Bagdad affinché gli iracheni si accollino la gestione dei processi. Tuttavia le negoziazioni sono ad un punto morto, ufficialmente perché l'Iraq non vuole abolire la pena di morte. Ma il vero nodo della questione sono i soldi richiesti da Bagdad a Parigi per farsi carico dei processi. Difficile dare risposte e trovare soluzioni. Secondo Margolin e Renard "le nazioni occidentali hanno solide istituzioni giudiziarie, sociali e penali in grado di gestire questi casi. Devono farlo per evitare nuove ondate di radicalizzazione". Dunque devono agire per la nostra sicurezza. Ma anche per la solidità del nostro ordinamento giuridico e democratico. Soprattutto quando si parla di donne e bambini.
di Massimo Lensi*
Corriere Fiorentino, 3 dicembre 2019
Recentemente, il leader dell'opposizione, Matteo Salvini, si è recato in visita al carcere "Don
Bosco" di Pisa. Un carcere vetusto, con tanti problemi da risolvere. Nella mia lunga militanza nel Partito Radicale l'ho visitato più volte, arrivando alla conclusione che se c'è un istituto da chiudere in Toscana è proprio quello pisano.
di Giorgio Paolucci
clonline.org, 3 dicembre 2019
L'iniziativa del Banco Alimentare, per la decima volta, è entrata nelle prigioni italiane. Per molti detenuti è un momento atteso. "È partita la Colletta! La Colletta dei poveracci! Fuori la roba dalle celle, oggi c'è la Colletta!". Non è un tipo loquace, Monrad, però stamattina è più in forma del solito e mentre spinge il carrello nel corridoio su cui si affacciano le celle dei detenuti s'inventa qualche slogan per lanciare la raccolta dei viveri.
Il Gazzettino, 3 dicembre 2019
Per farli uscire dal carcere prima dei 6 anni. Prosegue la petizione on line con cui l'associazione Gabbianella chiede che i bimbi in carcere possano uscire prima dei 6 anni. I volontari dell'associazione, che si occupa di gestire il rapporto tra madri in carcere e bambini con una serie di iniziative e progetti, si sono mossi dopo quanto accaduto un mese fa, quando un bambino, al compimento dei sei anni è stato strappato alla madre e dato in affidamento senza che l'associazione potesse fare neppure opera di mitigazione.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 3 dicembre 2019
A suo modo una svolta epocale. Perché dell'applicazione del decreto 231, che nel 2001 introdusse in Italia una previsione a suo modo rivoluzionaria come la responsabilità "para-penale" delle imprese, ai reati fiscali, si dibatteva da anni. Dopo la tormentata nottata nella quale la maggioranza ha trovato la quadra sulla riforma del penale tributario l'allargamento è ora realtà. Una realtà che non piace alle imprese, con Confindustria che contesta la criminalizzazione delle aziende e Governo e maggioranza che invece hanno tirato diritto.
Perché già con il decreto legge n. 124 di poche settimane fa si era aperta un breccia, ammettendo la responsabilità delle imprese per il solo reato di dichiarazione fraudolenta. Ma, come era apparso se non evidente molto probabile, quel timido inserimento ha poi permesso in sede di emendamento di agganciarvi tutta una serie di altri reati. Con la conseguenza di rendere applicabile un pacchetto di sanzioni per nulla banale. Che va dalle misure pecuniarie, che potranno toccare nei casi più gravi il milione di euro, alle sanzioni interdittive, che, anche prima della sentenza, potranno paralizzare l'impresa in tutti i rapporti con la pubblica amministrazione.
Del resto, la relazione è chiara, là dove ricorda che "si tratta di proposta che risponde a esigenze di coerenza dell'ordinamento, frustrate dalla previsione di un solo delitto tributario e non anche di altre gravi ipotesi delittuose in materia, dalle quali la persona giuridica può trarre un beneficio anche maggiore rispetto a quello conseguibile con la consumazione del delitto di cui all'articolo 2, che non prevede soglie di punibilità".
L'inserimento, sottolinea la relazione, permette inoltre di considerare assolto il vincolo comunitario che chiedeva l'estensione almeno per quanto riguarda le frodi Iva. Nel dettaglio, la ormai lunghissima lista dei reati presupposto (quelli che giustificano l'applicazione della responsabilità amministrativa delle imprese) comprenderà i 2 casi di dichiarazione fraudolenta, quella attraverso fatturazione o documentazione oppure attraverso altri artifizi, l'emissione di false fatturazioni, l'occultamento e distruzione di documentazione contabile e la sottrazione fraudolenta al pagamento d'imposte.
Le sanzioni pecuniarie, attraverso l'ormai "classico" meccanismo delle quote, con una quota che può oscillare nell'importo da un minimo di 258 euro a un massimo di 1.549, potranno andare dalle 500 quote con il quale colpire il caso più grave di dichiarazione fraudolenta e l'emissione di false fatture, alle 400 per gli altri delitti. Nei casi di maggiore gravità, quelli nei quali la società si è assicurata attraverso le condotte di evasione un profitto di rilevante entità, l'importo potrà essere aumentato fino a un terzo.
Delicato poi il capitolo delle sanzioni interdittive che, inizialmente, per il reato "gancio" neppure erano state previste e che come detto si applicano anche in via cautelare. Ora invece lo sono e prevedono il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, la decadenza da finanziamenti e agevolazioni pubbliche, il divieto di pubblicizzare prodotti.
uisp.it, 3 dicembre 2019
Stefano Pucci, responsabile politiche per la salute e l'inclusione Uisp, è stato intervistato per presentare le proposte sportive realizzate nelle carceri italiane.
"I Cellanti" è l'appuntamento settimanale di Radio Vaticana dedicata alla vita dentro il carcere: lunedì 2 dicembre all'interno della trasmissione è intervenuto Stefano Pucci, responsabile politiche per la salute e l'inclusione Uisp, per presentare le molteplici attività e i progetti promossi dall'Uisp in molte carceri italiane.
di Emilio Pucci
Il Messaggero, 3 dicembre 2019
I dem alla presenza del vice segretario Orlando si riuniranno giovedì per studiare come portare l'ennesimo assalto a Bonafede. Con l'ultima offerta sul tavolo: nessuna richiesta di rinvio dell'entrata in vigore della riforma della prescrizione, ma sottoscriviamo un accordo politico per far sì che nella riforma del processo penale venga inserita una norma per assicurare tempi certi ai procedimenti dopo il primo grado d'appello.
di Simona Musco
Il Dubbio, 3 dicembre 2019
La maratona oratoria delle Camere Penali. Un comizio ininterrotto, lungo una settimana, in concomitanza con l'astensione dalle udienze, per dire no alla riforma sulla prescrizione. La protesta dei penalisti è iniziata ieri, con il gazebo piazzato davanti al palazzo della Cassazione, palcoscenico delle storie raccontate da migliaia di legali per spiegare le ragioni del no alla riforma, raccontando vicende quotidiane di "processi infiniti".
Un'idea lanciata dal presidente dell'Unione delle camere penali Gian Domenico Caiazza, ispirato dalle proteste del leader Radicale Marco Pannella. "È qualcosa che non ha precedenti", ha spiegato Caiazza, che ha deciso di portare gli avvocati in piazza contro "una riforma sciagurata, che porta la firma del ministro Bonafede e che annulla la prescrizione dopo la pronuncia della sentenza di primo grado", nel tentativo di impedire "una pagina tra le più nere della giustizia italiana". L'idea della maratona parte dal tentativo di scardinare i falsi miti che impediscono all'opinione pubblica di comprendere gli esiti di tale riforma e anche la posizione dei penalisti.
Che, ha assicurato Caiazza, "non sono i difensori della prescrizione in sé come un valore", bensì difensori del "diritto di ogni persona di non rimanere in balia della giustizia penale a tempo indeterminato, che siano indagati, imputati o persone offese di un reato. Solo un'idea barbara dello Stato e della giustizia penale può immaginare che si possa pretendere questo da un cittadino". Nonostante tutti siano d'accordo nel ritenere che i processi devono avere una durata ragionevole, come previsto dalla Costituzione, l'unica riforma finora pensata per ridurre i tempi è l'abolizione della prescrizione, cioè "l'istituto che costituisce l'unico equilibrio che noi conosciamo a questa patologia", ha sottolineato Caiazza.
Un'idea alla quale si sarebbe piegata anche l'Associazione nazionale magistrati, "in cambio alla rinuncia del sorteggio per il Csm da parte del ministro". Ecco, dunque, il motivo di una battaglia "di civiltà", che vede le Camere penali affiancate anche dal Consiglio nazionale forense. La riforma, ha evidenziato Nicola Mazzacuva, vice presidente dell'Ucpi, parte dal tentativo "inquietante" di eliminare dal "lessico" del penalista tutta una serie di istituti che "suonano male", ha affermato Mazzacuva citando Bonafede.
Ma i principi costituzionali in gioco sono tanti, come il diritto di difesa o alla ragionevole durata del processo. A sostenere la battaglia anche l'ordine degli avvocati di Roma, con il presidente Antonino Galletti che si è rivolto direttamente al ministro Bonafede. "Per raggiungere una durata più breve dei processi ha evidenziato - non occorre intervenire sulla prescrizione ma investire in risorse, uomini e mezzi della giustizia".
Lungi dal rappresentare un favore ai colpevoli, ha evidenziato Mauro Massa, della Camera penale di Cagliari, la prescrizione rappresenta, invece, "un pungolo per il sistema giudiziario" per un processo più rapido. Eliminarla significa "trasformare il processo in pena" e minare anche la funzione rieducativa della pena, come sottolineato da Marco Lepri, presidente Anf Roma. In ballo, ha denunciato Rodolfo Meloni, della Camera penale di Cagliari, c'è dunque l'intero sistema di civiltà giuridica su cui lo Stato di diritto è fondato, rischiando un ritorno a "un processo inquisitorio che pensavamo di aver superato".
Diverse le storie raccontate durante la prima giornata della maratona, come il caso di Vittorio Gallo, descritto da Cecilia Ascani, della Camera penale di Pesaro. Si tratta di un ex dipendente delle Poste italiane, arrestato nel 1997 con l'accusa di essere basista di due rapine e rimasto in custodia cautelare per un anno. "Condannato nel 2004 a 6 anni di reclusione - ha raccontato - nel 2011 è stato assolto in appello con la formula piena. Sono passati più di 13 anni in attesa di una sentenza che riconoscesse la sua innocenza. Con la riforma della prescrizione, Gallo potrebbe ancora essere in attesa". Un tempo infinito, durante il quale ha perso lavoro, affetti, reputazione e onorabilità. Cesare Placanica, presidente Camera penale di Roma, ha invece raccontato la storia di un giovane autista dell'Atac, condannato in primo grado a 17 anni perché accusato di essere a capo di un'associazione dedita allo spaccio.
"Tra il primo e il secondo grado passarono nove anni - ha sottolineato. Ma nel frattempo viveva il dramma di non poter assumere impegni, come quello di fare un figlio, temendo di dover sparire per 17 anni. Questo dobbiamo spiegare alle persone". Un altro caso è quello raccontato da Francesca Santorelli, avvocato di Pesaro, quello di un uomo accusato per la morte di un 31enne, deceduto nel 2011 dopo aver assunto dello stupefacente.
Mario, uno dei tre indagati, fu rinviato a giudizio dopo cinque anni, con l'accusa di omicidio colposo e cessione di sostanza stupefacente. Assolto con formula piena dall'accusa di omicidio, è stato condannato a 10 mesi per cessione. Sentenza confermata in appello nel 2017. "Il reato si sarebbe prescritto a febbraio 2019 - ha spiegato l'avvocato. La Cassazione ha fissato udienza quattro giorni prima della scadenza. Pensate che sarebbero stati così celeri se la prescrizione fosse già stata abolita?".
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 3 dicembre 2019
Al congresso dell'Anm, che si è concluso domenica sera, sono successe tante cose. Sul piano dell'identità dell'associazione dei magistrati ha prevalso la linea del presidente Poniz, che ha chiesto alla politica di accettare la supremazia del potere giudiziario e ha riaffermato l'idea di una magistratura autonoma, autosufficiente, insindacabile.
Sul piano politico invece si è assistito a un negoziato e poi a un patto tra il ministro (e i 5 Stelle) e i Pm. Il ministro chiedeva ai magistrati di sgomberare il campo dalle loro ultime obiezioni sulla abolizione della prescrizione. In modo da avere mano libera anche nel negoziato con il Pd e con i renziani. In cambio ha offerto ai Pm la rinuncia a una delle bandiere grilline: il sorteggio nella scelta dei membri togati del Csm.
La rinuncia al sorteggio - al di là del giudizio che si può dare su questo metodo un po' balzano - vuol dire restituzione alle correnti di tutti i loro poteri. Il ministro ha fatto capire che sul terreno delle correnti e del potere dei magistrati non intende intromettersi. Era il malloppo che i Pm volevano. Hanno immediatamente accettato. Ora la prescrizione davvero è a rischio.
Cioè è a rischio uno dei principi della Costituzione. Per difenderlo da ieri si sono mobilitati gli avvocati penalisti. In sciopero fino a sabato. Stanno conducendo una maratona oratoria, a Roma, davanti alla Cassazione. Hanno parlato 150 avvocati. Qualcuno li ascolterà?










