di Natalino Benacci
La Nazione, 13 gennaio 2020
Il ministro per la Famiglia Bonetti ha visitato il carcere di Pontremoli: un luogo dove le donne possono conquistare la libertà. Ci sono famiglie che vivono il disagio di una pena carceraria tra sanzione e recupero a cui deve sottoporsi un figlio per episodi di devianza minorile. Spesso sono persone che hanno bisogno di sentire vicina la presenza dello Stato e delle comunità.
Anche questo aspetto fa parte delle politiche familiari. Ecco perché il ministro per le Pari Opportunità Elena Bonetti a Pontremoli per il convegno su "Il ruolo della famiglia nella società del terzo millennio", ha voluto visitare l'Istituto penale minorile. Una struttura unica in ltalia e in Europa, inaugurata nel 2010, nella vecchia sede del carcere, dove sono ospitate ragazze in espiazione di pena per la formazione al reinserimento esterno.
Qui grazie anche al prezioso contributo fornito dai volontari e da tutto il personale che si impegnano ogni giorno con dedizione e professionalità le giovani donne possono cambiare e conquistare la libertà attraverso il lavoro e un percorso rieducativo. Ad accompagnare il ministro, il deputato Cosimo Maria Ferri e il sindaco Lucia Baracchini.
All'interno della struttura la Bonetti ha stretto le mani alle ragazze e ha rivolto qualche domanda sulla loro quotidianità e sulle attività svolte. Ferri, che si è sempre occupato dell'istituto, ha spiegato tutte le iniziative che nel corso degli anni sono state organizzate per rendere efficace l'accoglienza.
Numerosi i progetti per allargare le opportunità di formazione, fra tutti quello legato al teatro considerato non solo un'azione ricreativa, ma mezzo di formazione che si svolge attraverso il coinvolgimento del mondo dell'associazionismo e delle scuole operanti nel territorio. Sono stati già sei gli spettacoli prodotti dal regista Paolo Billi del Teatro del Pratello di Bologna che ha diretto in questi anni la sperimentazione con la collaborazione del Centro Giovanile Monsignor Sismondo, del Comune di Pontremoli, delle scuole e di altre associazioni di volontariato.
"L'Ipm di Pontremoli - ha detto il sindaco Baracchini - è un esempio da seguire anche per altre strutture in modo da favorire la diffusione di spazi di condivisione e aree di trattamento fondamentali per la rieducazione". Ferri ha ringraziato il ministro Bonetti per la visita : " Questa è una realtà importante nel circuito penitenziario, anche qui il tema della famiglia è centrale perché si interseca con la giustizia e i ministeri competenti possono lavorare insieme per migliorare le condizioni dell'Istituto".
Il capo del dicastero ha espresso soddisfazione per l'opportunità: "È stata un'occasione straordinaria e una positiva esperienza visitare questo istituto e incontrare le ragazze che qui ora vivono facendo un percorso di cambiamento in una piccola comunità di vita per rinnovare il loro futuro consentendo di riflettere sulle condizioni che le hanno portate qui. Questa è una evidente eccellenza della capacità di sapersi rivolgere alle donne che spesso sono soggetti dimenticati e lasciati soli nella fragilità delle loro esperienze di vita, quando hanno bisogno di attenzione nella crescita. Sensibilità, linguaggi e dinamiche relazionali che vanno curati e mi sembra che questi aspetti qui vengano sottolineati.
Oggi c'è un tema di fugacità educativa che porta a colpire in particolare le giovani generazioni e lo Stato deve far sentire la sua voce. Sto parlando del volto comunitario del nostro essere società. Dobbiamo saper accompagnare le giovani generazioni in un compito di prevenzione e di rinforzo dei legami sociali come la famiglia e le istituzioni. Un errore può essere accolto non condannandolo in modo definitivo e dicendo che esiste un percorso di speranza e di reinserimento".
di Claudia Procentese
fanpage.it, 13 gennaio 2020
La firma del protocollo tra il Provveditorato campano dell'amministrazione penitenziaria e la Procura di Napoli, grazie al quale 15 detenuti di Poggioreale e Secondigliano lavoreranno negli uffici giudiziari, ha alzato un polverone di critiche. Sotto accusa la mancata competenza dei reclusi e la misura tampone che non risolve la carenza di personale
Ma il provveditore campano dell'amministrazione penitenziaria Antonio Fullone ribatte: "I detenuti non vanno a occupare posti nell'organico e quindi a sottrarre lavoro. Sono persone che hanno sbagliato e, invece di stare a oziare in cella, fanno riparazione gratuita del reato commesso". E spiega: "Svolgeranno lavori essenziali e di basso profilo tecnico. Esclusi i condannati per reati ostativi, di criminalità organizzata e di allarme sociale".
Ha destato polemiche il protocollo d'intesa tra la Procura partenopea e il Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria campana che recluterà detenuti come ausiliari a causa della carenza d'organico negli uffici giudiziari. Al centro del dibattito c'è la critica mossa da comitati e sindacati del settore giustizia secondo i quali le misure emergenziali da un alto tamponano e non risolvono i deficit cronici, dall'altro sviliscono la professionalità degli operatori giudiziari. A preoccupare è anche la questione sicurezza riguardante il delicato compito di trasportare fascicoli processuali cartacei. Con Fanpage.it il provveditore dell'amministrazione penitenziaria campana Antonio Fullone spiega il protocollo e risponde alle critiche.
Dottor Fullone, in cosa consiste questo protocollo?
È un accordo siglato per la promozione di progetti di lavoro di pubblica utilità. Trova il suo riferimento normativo nell'articolo 20 ter dell'ordinamento penitenziario, rinnovato dalle novità introdotte nel 2018 e che stimola l'amministrazione penitenziaria a sottoscrivere una serie di atti, di intese con enti statali, regioni, province, aziende sanitarie locali, organizzazioni di assistenza sociale, affinché le persone ristrette possano prestare la propria attività a titolo volontario e
gratuito. Tutto ciò rientra nel concetto di riparazione, di restituzione sociale.
Cioè?
Il reato è la violazione delle regole di un patto sociale, la condanna deve essere un'occasione di recupero e non semplicemente punitiva. Il concetto di pena riparativo ricuce lo strappo che il singolo ha causato alla collettività. Il protocollo contribuisce a una riparazione in questo senso. Non si tratta in Campania del primo protocollo di pubblica utilità e in Italia esistono altre esperienze di questo tipo negli uffici giudiziari, ma è una novità per la Procura di Napoli.
Da chi è partita l'iniziativa?
Partiamo dalla premessa che la valorizzazione della finalità rieducativa della pena è anche nelle linee guida del ministro della Giustizia per il 2020. Il procuratore capo Giovanni Melillo mi ha chiesto se si poteva ipotizzare questo tipo di attività per l'ufficio della Procura, coerentemente con l'idea di reinserimento e riparazione sociale. Io ho dato piena disponibilità e insieme abbiamo costruito e sottoscritto il protocollo.
Quanti detenuti verranno coinvolti nel progetto e per quanto tempo?
La convenzione ha una durata di due anni e prevede l'istituzione di una cabina di regia Procura-Provveditorato che seguirà l'evolversi del progetto e ne monitorerà l'andamento. Al momento sono previsti non più di 15 detenuti, cioè un numero massimo stabilito in base alle esigenze funzionali della Procura perché ovviamente i ristretti coinvolti non saranno lasciati soli, ma verranno coordinati da personale della Procura che ne guiderà le attività di ausiliari. Comunque cominceremo in via sperimentale con 4-5 unità, abbiamo necessità di partire con un numero più ridotto di persone che ci consenta una migliore gestione del programma.
Come avverranno le selezioni?
A regolamentare l'iter ci pensa l'articolo 21 dell'ordinamento penitenziario, cioè sul lavoro all'esterno del carcere. È un po' come la semilibertà, il detenuto esce la mattina e rientra il pomeriggio o alla fine delle attività nelle quali è impegnato. La selezione è ad opera esclusiva degli istituti in base al percorso trattamentale. Per adesso abbiamo preso in considerazione solo il carcere di Poggioreale e quello di Secondigliano, per una questione di prossimità all'ufficio giudiziario. Gli idonei saranno scelti tra i condannati a titolo definitivo che abbiano fine pena piuttosto brevi, intorno ai due anni, e che abbiano già fatto un percorso interno di una certa consistenza, quindi sperimentato i permessi premio e dato prova di affidabilità sul campo. Insomma il lavoro fuori da carcere sarà una misura ultima, prima della libertà, e perciò funzionale alla risocializzazione della persona ristretta. Saranno scartati, ovviamente, i reclusi per reati ostativi, di criminalità organizzata e di allarme sociale.
Ha detto che i detenuti lavoreranno a titolo volontario e gratuito...
Sì, la partecipazione è su base volontaria ed è previsto da parte dell'ufficio del Garante regionale dei detenuti un rimborso spese per assicurazione e buoni pasto.
Il protocollo ha provocato pesanti polemiche secondo le quali si continua a fronteggiare la carenza di personale giudiziario con interventi emergenziali e temporanei, come i progetti di lavoro di pubblica utilità per i detenuti, non ricorrendo a nuove assunzioni e svilendo la professionalità degli operatori giudiziari. Lei come risponde?
È vero nel protocollo c'è il riferimento della carenza di organico in Procura, ma proprio per sottolineare l'utilità della collaborazione dei detenuti. Non comprendo la presa di posizione di comitati e organizzazioni sindacali. L'impostazione della polemica è errata, perché l'iniziativa viene vista come una sorta di concorrenza al dipendente pubblico. Ma questi detenuti non vanno ad occupare posti nell'organico e quindi a sottrarre lavoro. È scritto chiaramente in un passo del protocollo: dall'attività prestata non potrà derivare la costituzione di alcun rapporto di lavoro né di natura subordinata né di carattere autonomo con l'amministrazione giustizia.
Si è parlato di due pesi e due misure, cioè da una parte si affidano fascicoli a detenuti, dall'altra un lavoratore giudiziario non può avere precedenti penali e se indagato viene sospeso dal servizio...
Ripeto, non c'è concorrenza con il dipendente pubblico, quindi anche il discorso dei requisiti di accesso viene a cadere perché sarebbero rivendicabili laddove si dovesse sostenere l'equiparazione. Non è questa la logica. I detenuti andranno ad occupare un settore privo di unità lavorative e saranno utili temporaneamente allo Stato. Si tratta di una detenzione utile.
Che significa detenzione utile?
Chi sta espiando la pena presterà un'attività a favore della collettività acquisendo responsabilità e potrà così avvicinarsi al mondo libero e alla sue regole. Sono persone che hanno sbagliato, invece
di stare ad oziare in cella, fanno riparazione gratuita.
Ma questa presenza non andrà a inficiare i già provati equilibri interni di uffici che negli passati, per colmare i vuoti, hanno subìto l'ingresso di personale in esubero da altri enti come le Province e la Croce Rossa?
La carenza d'organico negli uffici giudiziari non sparisce, c'era prima, c'è ora, ci sarà anche dopo finita la collaborazione di questi detenuti che, quindi, non andrà a pregiudicare le procedure di ingaggio del personale. Le carenze nell'amministrazione pubblica vengono sanate con i concorsi che hanno i loro tempi. Nel frattempo, invece di rendere il servizio più inefficiente, invece di gravare sugli attuali dipendenti chiedendo loro di svolgere mansioni non coerenti con il proprio profilo professionale, ci si può avvalere dell'ausilio di manodopera esterna, svolgendo contemporaneamente un'azione di recupero sociale.
Chi contesta non mette in dubbio la legittimità e la validità sociale del protocollo, ma rivendica fortemente le proprie competenze: il detenuto è qualificato per fare l'ausiliario? Se non lo è, chi lo formerà, sarà un aggravio di lavoro sulle spalle dei lavoratori giudiziari?
Il protocollo prevede espressamente lo svolgimento di "lavori essenziali e di basso profilo tecnico". Quindi ci sarà coordinamento, non formazione.
Le critiche riguardano anche il problema sicurezza. Può un detenuto essere addetto al delicato compito di trasportare fascicoli processuali cartacei?
Ho già spiegato le modalità di selezione dei detenuti. Mi sembra superfluo rispondere. È chiaro che la Procura saprà quale tipo di fascicoli è da affidare in questo caso alla movimentazione. Soprattutto questa Procura non si esporrà di certo ad una possibilità seppur minima di rischio.
di Maria Lombardi
medianews24.it, 13 gennaio 2020
Samuele Ciambriello, Garante campano per i detenuti, assieme a molte organizzazioni sociali che collaborano con la giustizia minorile, ha lanciato nei giorni scorsi un appello ai vertici della Regione per rimediare a quella che è una palese ingiustizia: mentre agli 80 adolescenti e giovani adulti, in custodia cautelare nelle carceri minorili di Nisida e Airola, vengono assicurate tutte le prestazioni sanitarie necessarie in maniera gratuita, i 150 affidati alle comunità si vedono riconoscere dai presidi sanitari territoriali soltanto gli esami di primo ingresso e quelli tossicologici con esclusione delle visite specialistiche, il cui onere economico grava sulle strutture di accoglienza e sulle famiglie.
Sulla vicenda interviene Franco Roberti, ex Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, oggi parlamentare europeo in quota Pd: "I minori dell'area penale collocati in comunità devono poter usufruire dell'accesso gratuito al servizio sanitario pubblico così come viene garantito ai loro coetanei ospiti degli istituti penali minorili di Nisida ed Airola".
"In questo modo - prosegue l'europarlamentare - si viene a determinare una disparità di trattamento assolutamente intollerabile, in quanto investe il fondamentale diritto alla salute di soggetti che vivono in una situazione già difficile di limitazione della propria libertà personale".
"Auspico - conclude il magistrato - che i rappresentanti delle istituzioni coinvolte raccolgano il grido di aiuto che arriva da più parti. Un intervento del genere, peraltro, sarebbe, in perfetta sintonia con le finalità rieducative e di recupero sancite dalla Costituzione. Discriminare sulle cure non aiuta a creare quel clima di speranza che è presupposto indispensabile per un ritorno dei giovani in questione alla vita normale".
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 13 gennaio 2020
Cassazione - Sezione V penale - Sentenza 20 novembre 2019 n. 47038. Integrano il delitto di atti persecutori anche due sole condotte di minacce, molestie o lesioni, pur se commesse in un breve arco di tempo, idonee a costituire la "reiterazione" richiesta dalla norma incriminatrice, non essendo invece necessario che gli atti persecutori si manifestino in una prolungata sequenza temporale. Lo sostiene la Cassazione con la sentenza 20 novembre 2019 n. 47038.
di Pino Corrias
La Repubblica, 13 gennaio 2020
Dopo 40 anni nessuna verità sul volo Itavia. È la cattiva sorte - e la crudele memoria - ad affiancare due tragedie così distanti tra loro. Ma andrà pure riconosciuto che i generali iraniani - brutti, sporchi, cattivi e con le spalle al muro - hanno impiegato 72 ore a confessare davanti al mondo di avere abbattuto, per "imperdonabile errore", il Boeing di linea ucraino con i suoi 176 passeggeri a bordo.
di Umberto de Gregorio
Il Mattino, 13 gennaio 2020
Si è detto di tutto sull'abolizione del termine di prescrizione dopo il primo grado, in vigore dal primo giorno del nuovo anno; sul perché rappresenti la negazione del "diritto" e sia in contrasto con la nostra Costituzione abolire ogni termine alla durata del processo, che potrà quindi essere, in teoria ed in pratica, anche eterno.
di Tommaso Montesano
Libero, 13 gennaio 2020
Capece (Sappe): "Siamo tornati indietro di trent'anni". I detenuti stranieri sono il 32 per cento, ma la maggior parte di aggressioni, danneggiamenti e ferimenti è opera loro. Solo nella prima settimana di gennaio, si sono contati tre episodi: l'aggressione di un agente penitenziario da parte di un detenuto nigeriano a Forlì; le molestie - continue e ripetute - del boss del narcotraffico messicano Ramòn Cristobal Santoyo, detto il "dottor Wagner", ai danni degli altri reclusi a Regine Coeli; e infine il fatto più grave: altri tre uomini della Polizia penitenziaria sotto attacco, con calci e pugni, a Ravenna.
di Eraldo Affinati
Il Riformista, 13 gennaio 2020
Un esercito di ragazzi che serve pasti caldi, preparati dalle famiglie, ai senzatetto e agli immigrati ospitandoli a scuola. Nelle stesse aule dove durante l'anno si spiegano le formule chimiche e si traducono le versioni di latino, arrivano pentole, tovaglioli e bicchieri di carta. Non è una favoletta edificante per bambini buoni, ma quello che succede ormai da molti anni a Roma, durante il periodo natalizio, presso la succursale del liceo scientifico Isacco Newton, in via dell'Olmata 4, accanto alla storica Basilica di Santa Maggiore, nel quartiere dell'Esquilino. È in posti come questo che misuriamo lo scarto lancinante fra le istituzioni e la realtà, le idee teoriche e la vita vera, i linguaggi spesso astrusi e autoreferenziali della politica e ciò che abbiamo sotto gli occhi e non vogliamo vedere.
Già dalla mattina la gente s'accalca di fronte al portone d'entrata. Stiamo parlando di un centinaio di persone che sono abituate a dormire là dove capita, alcuni ospiti di centri d'accoglienza, altri dentro baracche di fortuna. L'afflusso viene regolato dagli studenti, responsabili dell'organizzazione. Per molti di loro questa esperienza rappresenta una tappa significativa in quella che un tempo definivamo l'educazione sentimentale.
Certo, ci sono le professoresse e le famiglie che preparano i cibi da distribuire. Ma se non ci fossero gli adolescenti disposti a farsi in quattro, questo evento sarebbe impossibile soltanto pensarlo. La dirigente scolastica, Cristina Costarelli, in piedi davanti al finestrone del terzo piano, accanto alla tavolata con le pietanze succulente che stanno per venir portate giù ai commensali schierati, mi confessa che a volte le capita di chiudere gli occhi affidandosi alla Provvidenza nella speranza che non succeda niente di spiacevole. La cosa sorprendente, ma soltanto per chi concepisce la scuola secondo criteri obsoleti, è vedere fra i più attivi degli studenti quelli che di norma in classe sono distratti e svogliati. Qui, al contrario, negli stessi ambienti che di solito li fanno sbadigliare, scoprono risorse forse a loro stessi ignote.
Anch'io, nel mio piccolo, ho contribuito alla festa perché mi sono portato dietro una mamma bengalese coi suoi due figli che frequentano le elementari, un giovane siriano appena arrivato in Italia grazie ai corridoi umanitari della comunità di Sant'Egidio e un senegalese profugo politico. Ho ancora davanti agli occhi tutta la scena. Ci siamo seduti uno accanto all'altro: Dimitrj, rumeno che abita in una catapecchia all'Anagnina; Mohamed, tunisino da tanti anni nel nostro Paese che s'arrabbatta come operaio tuttofare; Ivan, moldavo triste e silenzioso; Georgj, ucraino dal sorriso malinconico e Fausto, d'origine pugliese, senza arte né parte. Le loro vite assomigliano a tronchi bruciati, ancora incandescenti.
Abbiamo parlato con una frontalità, una franchezza, una disinvoltura, difficili da trovare altrove. Bastano pochi minuti per superare timidezze e imbarazzi e subito vengono alla luce storie di famiglie distrutte, obiettivi falliti, progetti andati a monte, malattie e povertà mischiate una all'altra come gemelli siamesi. A intervallare le nostre confidenze ci sono i sedicenni che fanno presto a portare i piatti vuoti sostituendoli con altri pieni. Non mancano le battute, le barzellette, gli aneddoti scherzosi.
Dimitrj avrà già mangiato due lasagne e quattro cotolette e aspetta fiducioso il dolce sorseggiando l'aranciata: sta facendo la scorta non sapendo di cosa potrà disporre nei prossimi giorni. Molti di questi vagabondi, barboni, homeless, come li vogliamo chiamare, appena fuori di qui, si mettono agli angoli delle strade simili a fantasmi: non chiedono neppure l'elemosina, si limitano a sonnecchiare dentro la giacca a vento. La gente che passa finge di non vederli. Nessuno parla con loro. Adesso invece sembrano membri di famiglia coi quali scambiare quattro chiacchiere. Ma appena si alzano e prendono il carrello degli stracci lasciato da parte, d'improvviso li riconosci. Fai appena in tempo a salutarli e non li vedi più.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 13 gennaio 2020
Restano le multe record per chi salva i migranti. Non tornerà il permesso umanitario ma servono garanzie a chi già lo possiede. Irritazione del ministro Lamorgese: riforma pronta da 2 mesi. Il Quirinale: le correzioni vanno fatte al più presto. Il leader delle sardine: "Così l'esecutivo non è credibile". È passato dicembre. E passerà anche gennaio perché prima delle elezioni in Emilia Romagna il governo non affronterà il nodo dei decreti sicurezza. E al Viminale, non senza una irritazione strisciante, non resta che mettere pezze.
Come quella che, in extremis, ha evitato - ma solo per i prossimi sei mesi - che al 31 dicembre migliaia di titolari di protezione umanitaria venissero cacciati via dalle strutture di seconda accoglienza e messi in strada. E tuttavia l'ambizione della ministra dell'Interno Luciana Lamorgese è quella di arrivare a un intervento legislativo che ripensi profondamente anche i tagli all'accoglienza voluti da Salvini pur senza arrivare ad un ripristino totale della protezione umanitaria abolita dal primo decreto sicurezza.
Ma per il momento l'impasse politica della maggioranza sulla questione immigrazione obbliga il Viminale a limitarsi a mettere pezze solo quando e dove si può. Non firmare più i divieti di ingresso in acque territoriali per le navi umanitarie si può, impedire a un prefetto di applicare una legge dello Stato che si dice di voler cambiare ma che è però pienamente in vigore non si può.
E così, al Viminale, la Lamorgese è alle prese con gli effetti indesiderati di quei decreti sicurezza, ultimo la maximulta da 300 mila euro al comandante Claus Peter Reisch che, con la sua Marie Eleonor, il primo settembre scorso è stato l'ultimo capitano di Ong che si è visto sequestrare la nave in un porto italiano.
"Vorrei incontrare Lamorgese e chiederle di battersi per abrogare questa legge. Di certo non pagherò una multa per aver salvato vite umane", dice Claus Peter Reisch, forte anche delle generose donazioni che hanno già consentito alla Ong tedesca Mission Lifeline di trovare i tre quarti della cifra richiesta. Il testo delle modifiche ai decreti sicurezza è pronto ormai da due mesi - dicono fonti del Viminale - ma il necessario incontro politico tra i capi delle delegazioni di governo che dovrà portare ad un accordo e decidere il punto di caduta delle modifiche annunciate non si è mai svolto.
A dicembre la finanziaria, a gennaio le regionali in Emilia Romagna e in Calabria e il caso Gregoretti di mezzo. Troppo scivoloso il tema delle modifiche al decreto sicurezza per affrontarlo in momenti in cui la tenuta della maggioranza giallo-rossa è considerata prioritaria. Anche se, almeno a parole, sul procedere secondo la strada indicata dal presidente della Repubblica Mattarella, e dunque innanzitutto riportando le multe per le Ong disobbedienti alle cifre originarie (da 1.000 a 10.000 euro), inserendo una chiara indicazione sulle tipologie delle navi e ripristinando il requisito della recidiva per la confisca, si dicono tutti d'accordo.
Così come sulla reintroduzione della particolare tenuità del fatto e della distinzione delle categorie nelle norme che puniscono l'oltraggio e la resistenza al pubblico ufficiale. Il punto di caduta, pero, potrebbe anche essere più ambizioso. Perché ai quattro nodi già individuati da Lamorgese potrebbe aggiungersi una novità sostanziale.
Gli uffici tecnici del ministero dell'Interno stanno già lavorando a un intervento legislativo per rivedere quelle norme sull'accoglienza dei richiedenti asilo e dei titolari di protezione umanitaria che, così come sono state definite dal decreto sicurezza, rischiano nei prossimi mesi di veder finire per strada migliaia di migranti.
L'escamotage per prorogare grazie a fondi europei i progetti che riguardano i titolari di questo tipo di permesso ospitati in strutture di accoglienza del sistema Siproimi gestiti dai Comuni ha solo allontanato il problema di sei mesi ma l'intenzione di Lamorgese è quella di integrare la bozza del suo testo di un'ulteriore modifica che offra una soluzione normativa.
Che non arriverà certo a ripristinare il permesso umanitario, come era prima dell'era Salvini al Viminale, ma che dovrà garantire delle tutele alle migliaia di persone che, già titolari di questa forma di protezione, al momento non hanno altro destino che andare ad ingrossare le fila dell'esercito dei 600.000 irregolari in Italia.
di Bianca Luca Mazzei e Valentina Maglione
Il Sole 24 Ore, 13 gennaio 2020
Tempi di definizione dei tribunali sempre più lunghi e numeri in crescita per i ricorsi dei migranti contro i "no" alle richieste di asilo. L'obiettivo di quattro mesi fissato dal decreto legge 13, in vigore dall'agosto 2017 e voluto dall'allora ministro dell'Interno, Marco Minniti, per sveltire le procedure, è rimasto sulla carta.
Di più: in base ai dati forniti al Sole 24 Ore del Lunedì dalle sezioni specializzate in materia di immigrazione istituite proprio dal decreto del 2017 emerge che il periodo necessario per definire i ricorsi invece di ridursi si è allungato, raggiungendo picchi di 35 mesi a Catania e di 24 a Brescia e Venezia. Due le ragioni della dilatazione dei tempi: da una parte, il giro di vite sulle richieste di asilo effettuato dal primo decreto sicurezza (Dl 113/2018), che ha cancellato il permesso di soggiorno per motivi umanitari; dall'altra, l'assenza di risorse, visto che la riforma è stata fatta senza aumentare gli organici.
Una crescita che pesa sul lavoro dei tribunali e che sembra non in linea rispetto al forte calo degli arrivi negli ultimi due anni. Ma nei fatti la diminuzione degli sbarchi non ha ancora avuto effetti nelle aule giudiziarie, poiché i ricorsi in tribunale riguardano le bocciature delle domande di asilo da parte delle commissioni territoriali del ministero dell'Interno, alle quali spetta il primo esame delle richieste.
La riforma del 2017 ha giocato la carta delle sezioni specializzate - istituite nei 26 tribunali che si trovano nelle città sede anche di Corte d'appello - per tentare di razionalizzare e velocizzare l'esame dei ricorsi dei migranti contro i dinieghi alla protezione internazionale. Ha inoltre dato ai tribunali la possibilità di saltare l'udienza e basare la decisione sulla videoregistrazione dell'audizione del migrante in commissione.
La riforma ha anche previsto che i ricorsi fossero decisi da un collegio di tre giudici (mentre in precedenza si applicava il rito monocratico) entro quattro mesi (prima erano sei). Ma "il passaggio alla decisione collegiale ha determinato un allungamento dei tempi, anche perché non ne possono più far parte i giudici onorari - dice il presidente del Tribunale di Bologna, Francesco Caruso. Sarebbe invece necessario poterli inserire".
"La possibilità di utilizzare le videoregistrazioni non ha portato grandi benefici - continua - perché i giudici ripetono sempre le audizioni. Senza potenti iniezioni di organico rischiamo che nel 2022 questi procedimenti diventino ultra-triennali.
A Bologna, se permane l'attuale divaricazione fra definizioni e iscrizioni, la durata potrebbe arrivare a 1.589 giorni". Per snellire l'iter, inoltre, la riforma ha abolito la possibilità di ricorrere in Corte d'appello: le decisioni dei tribunali possono essere impugnate in Cassazione. Il risultato è stato però che anche la Suprema corte è stata inondata dai ricorsi: i fascicoli in materia di immigrazione sono passati da 374 nel 2016 a 6.026 nel 2018; e nel primo semestre del 2019 sono già 4.929.
A più di due anni dal debutto, sembra quindi che l'obiettivo di sveltire le procedure non sia stato centrato anche perché le nuove sezioni sono state create contando sui magistrati e personale amministrativo già disponibile. Non solo dai tribunali arriva chiara l'indicazione che rispettare il termine di quattro mesi sia "impossibile".
Ma in molti casi i tempi di definizione sono addirittura aumentati rispetto a quelli precedenti. A pesare, in alcune sedi, è anche l'arretrato. Come a Catania, dove "sull'allungamento dei tempi sta influendo molto lo smaltimento dei fascicoli iscritti prima dell'entrata in vigore della riforma", come spiega il presidente di sezione Massimo Escher.
Nonostante il drastico calo degli arrivi dei migranti degli ultimi due anni (da 119.369 nel 2017 si è scesi a 23.370 nel 2018 e a 11.471 nel 2019), i ricorsi contro i dinieghi delle richieste di asilo sono in aumento. Se proiettiamo i dati del primo semestre (33. 232 nuove iscrizioni) su tutto i12019 si arriva a 66.464 procedimenti, con un incremento del 38% rispetto al 2018 (48.175). Ma è probabile che la crescita sia ancora maggiore: a Torino, ad esempio, in cinque mesi (da luglio a novembre 2019) sono stati presentati più ricorsi (2.388) di quelli arrivati nel primo semestre dell'anno.
Quali sono le ragioni dell'aumento dei ricorsi dei migranti? A giocare un ruolo determinante è stata la stretta voluta dall'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini con il primo decreto sicurezza. Il Dl 113 in vigore dal 5 ottobre 2018 ha infatti abrogato la protezione umanitaria, uno dei tre canali di rilascio del permesso di soggiorno, sostituendola con i permessi concessi per motivi speciali: gravi condizioni di salute, violenza o sfruttamento, calamità naturali e affidi valor civile.
Questo ha fatto aumentare le bocciature delle richieste di asilo da parte delle commissioni territoriali: la percentuale di no è salita all'80% rispetto al 60% precedente. Ma a incidere è stato anche l'aumento delle decisioni delle commissioni dopo i rinforzi dati da Salvini: le domande esaminate sono state 81.527 nel 2017, mentre nel 2019,proiettando i dati dei primi dieci mesi a fine anno, sarebbero 97.676.









