di Ciro Cuozzo
Il Riformista, 12 gennaio 2020
Da due mesi dormono in una Fiat Punto, l'unico bene in loro possesso. La signora Tonia, 54 anni, e sua figlia di 32 si ritrovano ogni sera nell'auto parcheggiata non molto distante da dove vivevano e dai cumuli di spazzatura che in queste settimane hanno invaso la città di Napoli e in particolare la sua periferia, quartiere di Pianura compreso.
Sedute entrambe davanti, abbassano il sedile e provano a chiudere gli occhi per qualche ora, difendendosi anche dalle fredde temperature della notte. È dall'8 novembre che questo triste rituale si ripete quotidianamente, salvo rare eccezioni.
"Tutto è nato quando hanno arrestato mio marito" racconta la signora Tonia. "Era maggio scorso e una mattina le forze dell'ordine sono venute a prenderselo dopo una condanna definitiva a 11 mesi per un episodio risalente a ben 10 anni fa". L'uomo, che lavorava come parcheggiatore abusivo all'esterno di un cinema multisala della città, venne denunciato da un carabiniere in borghese che si rifiutò di pagare "l'offerta a piacere". Dopo un decennio la giustizia ha presentato il conto e lo scorso maggio è finito nel carcere di Poggioreale. "Uscirà ad aprile - spiega la 54enne -, però nel frattempo noi abbiamo avuto difficoltà economiche sempre più grandi e a settembre scorso siamo state costrette a lasciare la casa perché non eravamo in grado di pagare l'affitto. Lui gli ultimi mesi potrebbe scontarli ai domiciliari ma - sottolinea - non abbiamo un domicilio".
Per circa due mesi sia la signora Tonia che la figlia sono riuscite a trovare ospitalità in una casa di riposo dove accudivano anziani e la notte restavano a dormire. "Poi il lavoro non è proseguito e ci siamo ritrovate in mezzo a una strada, senza soldi. Tra l'altro - racconta -mia figlia sta attraversando un periodo ancora più difficile a causa della scomparsa del marito". Tonia invece da mesi non va a trovare il marito perché ha la carta d'identità scaduta e incontra difficoltà nel rinnovo. "Quando vado negli uffici comunali qui a Pianura mi creano sempre problemi" spiega rammaricata "eppure so che è possibile averla anche per chi non ha una dimora fissa".
La loro condizione precaria è stata segnalata da una cittadina alla pagina Facebook "Pianura e dintorni" che ha prontamente condiviso la denuncia raccogliendo centinaia di commenti di solidarietà in pochissime ore. In tanti si sono offerti di aiutare le due donne. Chi ospitandole a pranzo o a cena, chi mettendo a disposizione abiti, coperte o alimenti. Una signora si è detta pronta ad accoglierle in casa per i prossimi giorni.
Ma Tonia e la figlia non se la sentono. "Abbiamo vergogna, non vogliamo invadere spazi non nostri. Vorremmo solo avere l'opportunità di lavorare e piano piano riprenderci uno spazio nostro, dove possiamo vivere senza problemi pagando l'affitto. Per il momento -aggiunge - preferiamo dormire in auto.
Ringraziamo tutti per la solidarietà e la disponibilità mostrata, soprattutto quelle persone che in queste settimane ci ospitano durante la giornata a pranzo o a cena, consentendoci di farci una doccia e lavare lo stretto necessario. La notte però preferiamo non recare disturbo e torniamo in auto". Intanto nel quartiere di Pianura c'è chi ha lanciato l'idea di fare una colletta per aiutarle a pagarsi almeno una piccolo monolocale per un paio di mesi.
ternitoday.it, 12 gennaio 2020
Al via il progetto Filar che prevede corsi di formazione per 48 reclusi di massima e media sicurezza nella casa circondariale di vocabolo Sabbione. Il sovraffollamento è solo uno dei male endemici che affliggono le carceri italiane. Al 31 dicembre 2019 (fonte, Associazione Antigone) nella casa circondariale di Terni erano reclusi 511 detenuti (di cui 111 stranieri) a fronte di una capienza massima di 411 posti.
Nell'elenco dei mali da curare, il tema della recidiva assume contorni inquietanti se si considera che circa sette volte su dieci chi esce dal carcere, poi ci torna. E chi resta fuori, difficilmente trova lavoro, mandando in frantumi l'obiettivo "riabilitativo" della pena. Chi ce la fa, riesce a rioccuparsi solo dopo avere vinto una sfida spesso proibitiva, resa più complicata dai pregiudizi sociali verso gli ex detenuti, ma anche dal basso livello di educazione/istruzione ed ovviamente di esperienze lavorative pregresse.
Questo il quadro generale in cui si inserisce il progetto Filar - Formazione per l'inclusione socio lavorativa nel settore della ristorazione - che prenderà il via lunedì 13 gennaio e sarà riservato a 48 detenuti in regime di massima e media sicurezza. L'iniziativa, unica nel suo genere, prevede il coinvolgimento diretto dei detenuti in due percorsi formativi nel settore della ristorazione commerciale/collettiva, uno in ambito culinario, "Preparazioni gastronomiche - Addetto alla cucina" che si svilupperà in due edizioni della durata di 120 ore ciascuna, ed uno riservato alla "Pizzeria", sempre in due edizioni della medesima durata.
Filar è stato finanziato dalla Regione Umbria - Servizio programmazione socio sanitaria dell'assistenza distrettuale-inclusione sociale, economia sociale e terzo settore - nell'ambito dell'avviso pubblico per la presentazione di proposte progettuali per l'inclusione socio lavorativa di persone in esecuzione penale - Por Fse 2014-2020 Regione Umbria-Asse 2. Vede come soggetto attuatore l'Ats tra Università dei Sapori (soggetto capofila), l'associazione di volontariato San Martino ed Iter Impresa Sociale.
I detenuti avranno dunque l'opportunità di prepararsi ad un progetto di vita futuro capace di coniugare sapere e saper fare verso l'acquisizione di competenze coerenti con le esigenze del mercato del lavoro. Alla base del progetto Filar ci sono poi anche altre valutazioni: ad oggi i ristretti sono infatti occupati, quando possibile, soprattutto nelle attività correlate alla gestione quotidiana degli istituti penitenziari stessi (servizi di pulizia, cucina, manutenzione ordinaria del fabbricato ecc.), ma il sovraffollamento, la turnazione continua e la riduzione dell'orario di lavoro pro capite, necessarie per garantire un minimo livello occupazionale e una fonte di sostentamento, non consentono lo sviluppo di competenze professionali spendibili nel mondo del lavoro (inframurario e/o extra murario) né tanto meno possibilità formative.
Ciò porta, come rilevato dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, ad un incremento esponenziale del tasso di recidiva, pari al 68%. All'uscita dal carcere, poi, riuscire a lavorare è, per gli ex detenuti, una sfida spesso proibitiva resa più complicata dai pregiudizi sociali verso gli ex detenuti, ma anche dal basso livello di educazione/istruzione ed ovviamente di esperienze lavorative pregresse.
La formazione, posta al centro del progetto, ed il lavoro, come alternativa concreta alla recidiva ed al reato, sono i due obiettivi principali di Filar che tiene conto, nel suo sviluppo, sia delle prospettive occupazionali offerte dal settore, secondo l'ultimo rapporto Fipe, sono infatti oltre 1.252.260 gli occupati, sia di nuove attività ristorative inframurarie sorte in tempi recenti anche a livello nazionale: iniziative di ristorazione, attività di catering, pizzerie aperte al pubblico pagante o gestite interamente da detenuti.
veronanetwork.it, 12 gennaio 2020
Per il primo anno il Film Festival della Lessinia organizza, nella Casa Circondariale di Verona, "La montagna dentro": una serie di incontri destinati a tutti i cittadini in esecuzione di pena. Il primo appuntamento è il 16 gennaio. Realizzata con la collaborazione della direzione del Carcere di Montorio, del corpo di Polizia Penitenziaria e dell'associazione MicroCosmo Onlus grazie al sostegno 8×1000 della Chiesa Valdese, la manifestazione prevede appuntamenti con i registi e i protagonisti del cinema della rassegna internazionale dedicata a vita, storia, tradizioni in montagna che si svolge ogni anno a Bosco Chiesanuova (Verona).
L'iniziativa nasce per condividere spunti di discussione sulla realtà sociale e ambientale, aprendo simbolicamente le porte delle celle a un confronto che offra, oltre all'intrattenimento, la possibilità di una crescita culturale e un momento di riflessione dei detenuti con autori e protagonisti delle opere selezionate, giornalisti, operatori culturali e sociali sia interni che esterni alla struttura penitenziaria.
Dal 2011 il Film Festival della Lessinia lavora con la direzione della Casa Circondariale e l'associazione MicroCosmo onlus - realtà nata 20 anni fa come laboratorio per la valorizzazione della partecipazione attiva delle persone detenute - al progetto "La montagna dentro". La collaborazione si è sviluppata attorno alla formazione e al coordinamento delle attività della Giuria dei detenuti del Carcere di Verona che assegna il "Premio della giuria MicroCosmo dei detenuti del Carcere di Verona" per il miglior film presentato in concorso al Festival oltre alla possibilità, per alcune persone detenute in regime di articolo 21, di prestare servizio di volontariato durante lo svolgimento della manifestazione.
Il ciclo di proiezioni si sviluppa, quindi, all'interno di un progetto pluriennale di percorsi di formazione, integrazione e riabilitazione, in cui l'audiovisivo è il mediatore culturale tra la struttura penitenziaria e il territorio.
L'audiovisivo diventa il veicolo di riflessioni e approfondimenti a fini didattici e pedagogici nonché strumento di sensibilizzazione sulle tematiche socio-ambientali. La montagna e l'ambiente naturale si pongono come anello di congiunzione fra il dentro e il fuori dal carcere e fra un prima e un dopo nell'esperienza della detenzione. La manifestazione prenderà il via il 16 gennaio con la proiezione di "Honeyland" (film che ha ricevuto le nomination per miglior film straniero e per miglior documentario agli Oscar 2020) e terminerà il 2 aprile.
di Marco Cappato
Il Riformista, 12 gennaio 2020
Se la legalità dell'uccisione del generale iraniano Soleimani da parte degli Usa ha aperto un dibattito sul diritto umanitario internazionale, il rispetto dello Stato di Diritto internamente all'Europa resta un argomento tabù. Si stigmatizzano giustamente i vari Orbán o Kaczynski senza però entrare nel merito della negazione dei principi fondamentali dell'Unione europea.
La Polonia, in particolare, rappresenta uno dei casi più emblematici ed eclatanti di erosione dello Stato di Diritto: attacchi che ruotano principalmente attorno al controllo governativo del sistema giudiziario nazionale attraverso pre-pensionamenti di giudici, il loro differente trattamento a seconda del genere, frequenti azioni disciplinari e intimidazioni pubbliche nei confronti della magistratura con il fine di favorire nomine di figure filo-governative.
Azioni strategicamente organizzate e culminate con la recente approvazione da parte della Camera bassa polacca della legge contro l'autonomia dei giudici che, tra le altre cose, fissa pesanti sanzioni per "chi critica nomine e fa attività politica" arrivando a prevedere "l'esclusione dei magistrati che nuocciono al funzionamento del sistema di giustizia". Il messaggio è chiaro: l'amministrazione della giustizia in Polonia la controlla il potere esecutivo e non quello giudiziario.
Anche di fronte alle decisioni della Corte europea di giustizia, come quella che ha stabilito che la norma polacca sulle pensioni è contraria al diritto europeo, o le iniziative intraprese dal Parlamento europeo sulla Polonia, il Governo di Varsavia non sembra intenzionato a deflettere dalle sue azioni reazionarie. E siccome oltre ai principi universali a far le spese di queste politiche autoritarie sono tutti i cittadini, la società civile polacca continua a mobilitarsi.
Oggi si tiene a Varsavia una marcia promossa da un'ampia fetta della magistratura polacca alla quale ho deciso di partecipare perché, assieme a varie organizzazioni in giro per l'Europa, ho co-promosso un'iniziativa dei cittadini europei per il rispetto dello Stato di Diritto nell'UE preparata dal Movimento europeo di Piervirgilio Dastoli, ma soprattutto perché la tanto proclamata "cittadinanza europea" implica l'essere presenti e attivi là dove la Legge viene violata: calpestare i diritti dei polacchi vuol dire calpestare i diritti di chi vive in Europa - indipendentemente dalla nazionalità.
La manifestazione, convocata dall'organizzazione Iustitia democracja, partirà dalla Corte Suprema e arriverà al Parlamento per denunciare l'attacco sistematico di cui lo Stato di Diritto è vittima in Polonia. Si tratta del primo caso in cui il potere che dovrebbe essere "terzo" per antonomasia si è pubblicamente appellato ai propri colleghi di tutta Europa, ma anche agli avvocati, per denunciare questo gravissimo attacco a uno dei principi cardine della civiltà giuridica occidentale - se questo termine ha ancora un senso visto quel che accade dalle nostre parti.
Una quindicina di anni fa furono gli eurodeputati radicali ad attivarsi a Bruxelles perché l'Italia venisse messa in mora per la violazione dello Stato di Diritto. Il casus partiva dal ritardo nell'elezione di un paio di giudici della Consulta per arrivare alla mancata proclamazione di una dozzina di seggi della Camera dei Deputati, elencando altre "sacche di illegalità costituzionale" rappresentate da quello che Pannella chiamava il "caso Italia". Non si arrivò a una presa di posizione nel merito, ma fu pur sempre una prima volta, anche se in Italia non se ne parlò.
A maggior ragione oggi, che l'UE s'è dotata di uno strumento per la partecipazione diretta dei cittadini, specie in casi in cui le violazioni sono macroscopiche e note all'opinione pubblica continentale, occorre che le denunce siano portate avanti nei "palazzi" e nelle "piazze" con sinergie pan-europee. La manifestazione non prevede adesioni di partiti, ormai una costante conferma di come la politica tradizionale non sia più ritenuta portatrice di interessi pubblici o dotata della reputazione necessaria per promuovere riforme di libertà o giustizia giusta. Tra i convocatori, oltre a Iustitia Polska, Themis Judges Association, Defensor Iuris, Pro Familia, Free Courts, Lex Super Omnia, Family Judges Association.
Gruppi di varia provenienza e orientamento uniti nel pretendere che i trattati internazionali, nella fattispecie quello sul funzionamento dell'Unione europea, vengano rispettati in tutte le loro parti e, se negati, vengano attivati i meccanismi previsti per sanzionare violazioni strutturali della legalità costituzionale e degli obblighi internazionali di uno Stato membro. In quell'occasione rilanceremo anche l'Iniziativa formyrights.eu che chiede un rafforzamento del ruolo istituzionale dell'Agenzia europea per i diritti fondamentali e la creazione di un meccanismo imparziale di valutazione e verifica dell'applicazione del diritto europeo da parte degli Stati membri.
di Beppe Severgnini
Corriere della Sera, 12 gennaio 2020
Quello che scriviamo e non dovremmo. Potrebbe essere un buon titolo per un film, ma per adesso è solo un consiglio. Attenzione, le conseguenze non sono soltanto personali, professionali, sociali, sentimentali. Possono esserci anche conseguenze giudiziarie.
Quello che scriviamo in chat e non dovremmo. Potrebbe essere un buon titolo per un film, ma per adesso è solo un consiglio. Attenzione, le conseguenze non sono soltanto personali, professionali, sociali, sentimentali. Possono esserci anche conseguenze giudiziarie. Un gruppo WhatsApp è entrato, per la prima volta, in un'aula di tribunale. Se ne sono accorti alcuni genitori di Ferrara: convinti che un'educatrice dell'asilo-nido fosse responsabile di maltrattamenti - una sculacciata a una bimba di due anni - hanno creato un gruppo per cercare altre testimonianze. Da quel momento, ogni episodio di irascibilità, incubi o piccole regressioni dei figli veniva ricondotto alla maestra, subito licenziata.
Durante l'istruttoria, in sede penale, è emerso però che, nel gruppo dei genitori, "qualcuno aveva la tendenza a drammatizzare o esagerare le dinamiche che avrebbero potuto essere anche nella normalità di un asilo". Per il giudice, le chat hanno creato un allarme crescente, creando fenomeni di suggestione. La maestra è stata assolta con formula piena (sentenza 161 del 30 dicembre). Ora potrà chiedere un risarcimento.
Apprendo questo da un commento sul Sole 24 Ore di Marisa Marraffino, brillante avvocata toscana. Ci siamo conosciuti tramite il forum Italians nel 2010, in occasione del suo pirotecnico arrivo a Milano. È stata tra i primi a capire che i comportamenti in rete non sono irrilevanti, dal punto di vista giudiziario; e nuovi strumenti - i social e le chat, soprattutto - avrebbero introdotto questioni nuove, in materia di privacy, reputazione e diffamazione.
Non sono altrettanto perspicaci altre persone che conosco. Spesso persone con esperienza e responsabilità. Per loro, i social sono un parco-giochi. I gruppi WhatsApp, una sorta di zona franca, dove tutto è consentito. Sghignazzare e fare battutacce come adolescenti in libera uscita, o peggio: insultare questo e quello, bestemmiare, sparare battute razziste, trattare le donne come oggetti (con tanto di foto). Una volta si diceva: linguaggio da caserma.
Nelle caserme, oggi, dicono: linguaggio da chat. Che può finire in tribunale: imbarazzando anche coloro che, su quella chat, si sono comportati con buon senso. Suggerisco un doppio esame: di coscienza, e dei nostri gruppi WhatsApp. Ricordando una regola (che ho trasformato nel mio motto professionale): meno è meglio.
La Nuova Sardegna, 12 gennaio 2020
Il ViolaFest, rassegna organizzata dal Conservatorio per ricordare il musicista Pietro Farulli. Il suo nome è legato a quello del Quartetto italiano, celebre ensemble di cui la Nasa volle una registrazione da inserire in un disco da inviare nello spazio per far conoscere i suoni della Terra.
In realtà il violista Piero Farulli, classe 1920 (morto nel 2012) fu molto di più, con quella sua idea della musica non solo come strumento d'elevazione dell'essere umano, ma anche di integrazione sociale.
È nel suo nome che, a cento anni dalla nascita, il Conservatorio di Cagliari, in collaborazione con l'associazione italiana della Viola, propone il ViolaFest, iniziativa ideata e organizzata dal docente di viola del "Da Palestrina", Dimitri Mattu. Da lunedì 13 a mercoledì 15 gennaio saranno tre giornate scandite da masterclass, concerti, conferenze e momenti di approfondimento. Senza dimenticare, come sarebbe piaciuto a Farulli, l'impegno sociale, con un concerto la mattina del 15 nel carcere di Uta.
In occasione del festival è previsto l'arrivo di musicisti con solide esperienze internazionali alle spalle come Naomi Barlow, fondatrice e presidente del Centro sperimentale di musica per l'infanzia, il cagliaritano Giovanni Pasini, che dopo numerose esperienze in giro per il mondo è ora prima viola della Qatar simphony orchestra, sino a Dorotea Vismara, presidente dell'associazione italiana della viola.
"Proporre questa manifestazione è per noi motivo di immenso orgoglio- dice il direttore del "Da Palestrina", Giorgio Sanna- Nel centenario della nascita di un grande maestro che credeva nella diffusione della musica e della didattica proponiamo un calendario di iniziative che prevedono anche momenti di specializzazione gratuiti aperti a tutti". "Questo festival ha un significato culturale e sociale di forte impatto - sottolinea invece il presidente del "Da Palestrina" Gianluca Floris. Il Conservatorio è un presidio democratico e sociale".
Durante la tre giorni sono in programma masterclass gratuite con Dorotea Vismara, Naomi Barlow e Giovanni Pasini. I tre artisti nei giorni del festival saliranno anche sul palco con i professionisti sardi, ma anche con gli allievi di viola che si esibiranno nel concerto finale del 15. Si comincia lunedì alle 10,30 con il primo dei quattro concerti in programma: protagonisti saranno i violinisti Maria Elena Runza e Lucio Casti, il violista Dimitri Mattu, il violoncellista Vladimiro Atzeni, la pianista Angela Oliviero: proporranno musiche di Nino Rota e Anton Webern. In serata si prosegue con un nuovo concerto alle 19, mentre il giorno dopo, alle 18 recital di Giovanni Pasini e Angela Oliviero.
Il violinista Attilio Motzo e il violista Gioele Lumbau saranno protagonisti il 15 mattina del concerto per i detenuti del carcere di Uta mentre in serata, alle 20,30, gran finale con il l'esibizione delle orchestre del ViolaFest dirette da Giacomo Medas.
Ancora: la mattina del 14 è in programma una tavola rotonda tra dirigenti e docenti dei Conservatori e dei licei musicali e delle scuole civiche di musica della Sardegna, con l'obiettivo di rafforzare la loro collaborazione. Danno il loro contributo all'evento anche l'Ente concerti Marialisa De Carolis e l'associazione Incontri Musicali.
di Elisabetta Rosaspina
Corriere della Sera, 12 gennaio 2020
In aereo invece che in barca, subito accolti come rifugiati. Un modello di immigrazione gestito da Sant'Egidio (a costo zero per lo Stato). Escono dal corridoio, entrano in una normalità che avevano dimenticato o che non hanno mai conosciuto. Sono 2.482, in Italia, e non sono più soltanto dei numeri.
Sono una donna del Sud Sudan e i suoi 8 figli, di cui la primogenita incinta. È il bebè siriano di undici mesi al quale i chirurghi dell'ospedale Bambin Gesù di Roma hanno trapiantato il fegato appena in tempo prima che morisse. È la coppia di studenti universitari, lei biologa lui architetto, che stanno mettendo i loro cervelli al servizio del Paese che li ha accolti. Anzi, del Paese che è andato a cercarli nel tugurio dove sopravvivevano in Libano, un giorno dopo l'altro in attesa di nulla o, peggio, di un gommone sul quale attraversare il Mediterraneo e forse morire.
Noor, siriana, adesso fa ricerca sulla fibrosi cistica in un ospedale romano. Ad Assan, suo marito, mancano tre esami per la laurea italiana in architettura. Poco tempo dopo l'hanno raggiunto in Italia il padre e la sorella, Kamila, archeologa, che ora ha finito gli esami all'Università Federico II di Napoli e sta preparando la sua tesi. Non hanno più la mamma, ma a Roma c'è qualcuno orgoglioso dei loro progressi come se lo fosse: Daniela Pompei, responsabile del servizio migranti e integrazione della Comunità di Sant'Egidio, vive ogni successo dei suoi beniamini con l'emozione e il compiacimento di un parente stretto.
Le vacanze di Daniela - Quando nell'estate del 2014, dopo mesi di esplorazione con un gruppo di esperti giuridici nei meandri della legislazione europea, ha scovato l'articolo 25 del Regolamento (CE) n. 810/2009, una clausola trascurata che autorizza i paesi dell'Unione a rilasciare visti umanitari "a territorialità limitata" (validi soltanto per il paese che li emette), Daniela ha capito di non aver sprecato le sue vacanze.
E per migliaia di ancora inconsapevoli profughi siriani, afghani, somali, eritrei, yemeniti, sud sudanesi si è profilata l'unica rotta legittima e sicura per lasciare tende e scantinati in Libano, in Etiopia o a Lesbo, in Grecia, capolinea della loro fuga da guerre e massacri. I corridoi umanitari. Una migrazione a norma di legge. Mutuata recentemente anche da Belgio, Francia e Andorra.
Per ottenere ciò che spetterebbe loro comunque, i profughi non devono passare attraverso i taglieggiamenti e le violenze di scafisti e trafficanti, nè rischiare di affogare nel Mediterraneo: "Arrivano in aereo a Fiumicino con un visto regolare per l'Italia rilasciato prima della partenza - puntualizza Daniela Pompei -. Appena atterrati chiedono asilo politico alla polizia di frontiera e in pochi mesi la situazione viene definita. Nel 98,8% dei casi lo status di rifugiati è stato riconosciuto dalle commissioni territoriali".
Le cifre - Ancora qualche cifra. Secondo i dati di Sant'Egidio, il 92% dei profughi è costituito da famiglie, e i bambini rappresentano il 40%. Il 64% è di religione musulmana, il 33% cristiana. Il 25% era in condizioni di salute molto critiche, tre persone erano così malate da non riuscire a sopravvivere, ma in compenso ci sono state 15 nascite e vari matrimoni. Ad accoglierli sono stati 94 comuni di 17 regioni italiane, con in testa rispettivamente Roma e il Piemonte.
Costo per le casse dello Stato: zero. I corridoi umanitari dall'Etiopia, comprese accoglienza e integrazione, sono finanziati, oltre che dai benefattori di Sant'Egidio, da una parte dell'8 per mille incassato ogni anno dalla Conferenza Episcopale Italiana; e, quelli dal Libano, da parte dell'8 per mille della Tavola Valdese.
Il primo - "È stato il Papa ad aprire il primo corridoio umanitario da Lesbo" ricorda Daniela Pompei. Era la primavera del 2016 e, dopo essersi congratulato durante l'Angelus con Sant'Egidio per l'iniziativa, il Pontefice aveva contattato la Comunità: era in partenza per visitare il campo profughi dell'isola greca e intendeva portare in Italia qualche famiglia. Daniela lo precedette e individuò tre famiglie, in tutto 21 siriani, nove dei quali sono saliti sull'aereo papale di ritorno a Roma il 12 aprile. Gli altri li hanno raggiunti poche settimane dopo.
"Tutto ciò è stato reso possibile dal protocollo d'intesa firmato nel dicembre 2015, e rinnovabile ogni due anni, con il ministero degli Interni e quello degli Esteri, dopo un anno di laboriose trattative". L'accordo raggiunto prevede che i promotori dei corridoi umanitari siano "sponsor" o garanti dell'accoglienza dei profughi almeno fino al riconoscimento del loro diritto d'asilo.
Il benestare del governo - "I tecnici dei ministeri si erano opposti all'inizio, ma il presidente di Sant'Egidio, Marco Impagliazzo, il moderatore della Tavola Valdese, Eugenio Bernardini, e il presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche hanno scritto all'allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e il negoziato è proseguito", fino al benestare di Gentiloni e di Angelino Alfano, allora ministro degli Interni nel governo di Matteo Renzi. "Siamo partiti con la richiesta di duemila visti, abbiamo chiuso a mille - rammenta Daniela Pompei -. Il primo volo verso l'Italia è partito nel febbraio 2016".
Se già salire su quell'aereo era una vincita alla lotteria per quanti lasciavano l'affollato campo di Tel Abbas nel nord del Libano, il dispiegamento di energie per ospitarli assomiglia a un miracolo: "Non soltanto strutture, associazioni e parrocchie. Si sono mobilitati famiglie e privati - racconta Daniela -. Una maestra elementare in pensione, che vive al sud ma insegnava in Toscana, ha messo a disposizione l'appartamento acquistato a Lucca con i suoi risparmi. E non è la sola. Molti connazionali hanno chiamato da tutta Italia offrendoci in comodato gratuito la loro seconda casa".
Li ripagherà sapere che i loro sforzi producono risultati al di sopra delle aspettative. Quasi 400 dei loro ospiti già lavorano stabilmente e gli altri studiano o prestano servizio civile.
di Angela Ricci
Il Manifesto, 12 gennaio 2020
Nei container-prigione dell'isola di Lesbo, tra psicofarmaci e muri, vivono 21 mila persone che chiedono di entrare in Europa. La maggior parte è afghana. Ieri l'ultimo tentativo di approdo finito in naufragio ha causato almeno 12 vittime. Ancora una tragedia dei migranti ieri nel mar Egeo, con il naufragio di un'imbarcazione che ha causato la morte di almeno 12 migranti, tra cui alcuni bambini. Ci sono 21 superstiti, salvati dalla Guardia Costiera che precisa che le operazioni di salvataggio continuavano a sud est dell'isola greca di Paxi, ma ci sarebbero anche molti dispersi, pochissime le speranze di trarli in salvo, perché a bordo dell'imbarcazione ci sarebbero stati almeno 50 migranti, alcuni dei quali pare fossero afghani. Secondo Unhcr, l'agenzia Onu che si occupa dei rifugiati, nel 2019 sono stati 74.500 i migranti passati dalla Turchia alla Grecia, molti finiti sulle isole, in particolare a Lesbo.
E infatti a Lesbo c'è una giungla, la stessa di Calais. Umanità alla deriva, come nel Mediterraneo. Un vero inferno, a 2.000 chilometri da Bruxelles. "Non abbiamo acqua, non abbiamo elettricità. Moria problem!".
Così i ragazzini dell'enorme campo profughi, nell'isola greca di fronte alla Turchia, che hanno guidato la protesta nei giorni scorsi mentre gli adulti andavano a recuperare legna fra gli ulivi per garantirsi, almeno, il minimo di calore e luce durante la lunga notte che non passa mai.
Gli attivisti del Nord Est e i volontari di Lesvos Calling (fra cui Stefano Ferro, consigliere comunale di Coalizione Civica a Padova) sono tornati a Moria all'insegna della solidarietà espressa anche riempiendo furgoni con i generi di prima necessità.
Alle donne e alle ragazze è stato consegnato il "kit" con assorbenti biodegradabili, detergente e abbigliamento intimo: la campagna di finanziamento dal basso a sostegno dell'iniziativa, gestita da Banca Etica, aveva superato i 4 mila euro.
La situazione a Moria sta continuando a deteriorarsi, giorno dopo giorno. È entrata in vigore la nuova legge del governo di Atene e si ripetono, soprattutto all'alba, i rastrellamenti della polizia greca "a caccia" di chi non ha documenti o è stato "bocciato" (spesso senza nemmeno saperlo) nella richiesta di asilo.
I container-prigione all'interno della "zona rossa" - protetta da muri e filo spinato - sembrano ormai più che sovraffollati. E gira la voce incontrollabile di un suicidio e di episodi di autolesionismo fra chi rischia il rimpatrio o, peggio, il respingimento in Turchia. "Rispetto alla mega-tendopoli di Idomeni nel 2016, nelle isole dell'Egeo le condizioni sono vieppiù peggiorate", sottolinea Marco Sirotti di Melting Pot Europa, "È impossibile non vedere quanta droga gira nel campo, insieme agli psicofarmaci prescritti con ricetta dagli operatori della zona controllata istituzionalmente. E se al confine fra Grecia e Macedonia i migranti erano bloccati sul binario ferroviario da un confine presidiato, a Moria la loro prospettiva è solo l'isolamento in una sorta di lager dove si aspetta da anni un destino che lascia indifferente l'Europa".
In poche settimane, le tensioni si sono moltiplicate. Dietro i "mercatini" di una città straniera a pochi chilometri da Mitilene, la capitale dell'isola, c'è il racket che controlla la vendita dei bancali come la prostituzione minorile. E se le Ong di mezzo mondo si sforzano di offrire sopravvivenza in una gigantesca catastrofe umanitaria, i pasti "ufficiali" vengono distribuiti in vere e proprie gabbie oppure mancano le cure mediche più elementari specialmente ai neonati.
"The jungle is for animals, not for humans", ripetono gli abitanti del campo di Moria. Aegean Boat Report (fondata nell'estate 2015 dal norvegese Tommy Olsen) contabilizza nelle statistiche di fine anno 26.974 arrivi a Lesbo, a bordo di 726 imbarcazioni: nel 2018 i migranti approdati erano stati 14.969 con 371 fra gommoni e piccole barche.
La guardia costiera turca nel 2019 - in base all'accordo con l'Unione europea - ha bloccato nel Mar Egeo altri 3.140 migranti all'inizio della traversata, su 973 imbarcazioni. In totale sono 21mila i migranti nel campo di Moria che chiedono - molti da più di due anni - di entrare in Europa. La costa di Skala Sikamineas è un paesaggio eloquente: bottigliette di plastica, relitti dei gommoni, giocattoli, indumenti, giubbotti di salvataggio. E il mare quotidianamente restituisce pezzi del puzzle di storie, vite, identità che hanno sfidato le onde nell'ultima tappa della lunga fuga.
Sulla cima del monte, un ex caseificio abbandonato è stato trasformato in centro di prima accoglienza: aree protette, un piccolo ambulatorio, il magazzino di vestiario. Nei giorni scorsi l'associazione Lighthouse Relief ha potuto contare sull'aiuto della delegazione italiana per poter rimettere in funzione la warehouse che era stata bersaglio di una serie di vandalismi. Il bollettino di dicembre pubblicato da Lighthouse Relief (che garantisce soccorso e assistenza durante gli approdi dei gommoni lungo la costa nord di Lesbo) parla di 2.034 persone, di cui 525 bambini e 210 minori non accompagnati.
Fino a Moria, è arrivato anche un ex soldato iraniano. Ha disertato dopo aver combattuto le truppe di Daesh. Si ritrova la cicatrice nel ventre squarciato da una lama. E con mille peripezie alle spalle nella lunga Odissea comune a chi fugge dal Medio Oriente fatica a capire com'è la sua nuova vita in quest'angolo di Europa. Deve soprattutto nascondersi, più invisibile degli altri invisibili del campo che dall'autunno si è allargato a dismisura.
La netta maggioranza dei migranti riproduce in terra greca le diverse etnie dell'Afghanistan. Gli ultimi arrivati hanno "colonizzato" un'intera collina di ulivi, dove si accumulano montagne di rifiuti che per altro contrappuntano l'intero campo di Moria. Paradossalmente, proprio gli afgani rischiano di essere rimpatriati in quello che è definito come "Paese sicuro". Alcune famiglie occupano i container Unhcr, ma molti uomini e ragazzi sono costretti in tenda con l'inverno che avanza.
Curdi, siriani, iracheni cercano di riprodurre le rispettive comunità. Non mancano gli africani che si riuniscono anche in preghiera, ma che a volte innescano scintille di risse. Si ritrovano tutti insieme in fila davanti al compound della burocrazia biblica, cui sono affidate le pratiche di asilo sempre più spesso sprovviste di un'effettiva assistenza legale (in particolare nel caso dell'unico ricorso possibile).
"Noi continuiamo a lavorare con i migranti, anche nelle assemblee e nei luoghi in cui sono loro i veri protagonisti: corsi di ogni genere, laboratori creativi, ristorazione, spazi di inclusione", racconta una giovane turca che ha dovuto (e scelto) di vivere a Lesbo, "Mosaik, Medici senza frontiere o Hope Project lo dimostrano. I migranti qui non sono soltanto individui invisibili che hanno accettato il loro destino tragico e aspettano l'aiuto degli occidentali. Fra Natale e Capodanno, non sono mancati momenti di festa con tavole aperte offerte dai greci". E a Moria torneranno presto gli attivisti e i volontari del Nord Est, che a febbraio saranno anche lungo la rotta balcanica di quest'esodo biblico verso l'Europa.
di Elisa Chiari
Famiglia Cristiana, 12 gennaio 2020
Se un Governo limita l'indipendenza della giurisdizione nel cuore dell'Europa, il tema non è "interno", interessa i cittadini di tutta l'Unione, perché c'è di mezzo la democrazia e l'uguaglianza delle persone davanti alla legge. L'11 gennaio 2020 i giudici polacchi si sono dati appuntamento in piazza per una marcia silenziosa a Varsavia. Denunciano, in mezzo all'Europa, un'involuzione riguardo al tema, cruciale per ogni sistema che voglia definirsi democratico, dell'indipendenza della magistratura.
"Assistiamo", scrivono nell'appello che convoca la manifestazione, "ad un'ulteriore involuzione della crisi sistemica dello stato di diritto in Polonia, innescata da riforme che hanno gravemente compromesso l'indipendenza del sistema giudiziario e del suo sistema di governo autonomo. Dopo la pronuncia della Corte di Giustizia dell' UE del 19 novembre 2019 e quella della Corte Suprema di Polonia del 5 dicembre, che ha ritenuto il Consiglio di Giustizia (Krs) organo non indipendente, il Governo polacco ha presentato un progetto di legge che limita gravemente la libertà dei giudici, sia nell'attività giurisdizionale che in quella associativa: sono previste gravi sanzioni disciplinari (fino alla destituzione) per i giudici che daranno attuazione ai principi della sentenza della Corte di Giustizia e in relazione agli obblighi di dichiarare l'appartenenza ad associazioni o a valutazioni critiche espresse sull'operato di altre Istituzioni. Inoltre, le decisioni che riguardano i tribunali e i giudici sono trasferite ai Presidenti di tribunale direttamente nominati dal Ministro della giustizia".
Sembra tutto molto lontano, ma nel momento in cui tutto questo avviene e non è la prima volta - anche in Ungheria ci sono state spinte nella stessa direzione - nel cuore dell'Unione europea ci riguarda tutti. Lo stesso tema dell'indipendenza della magistratura che ci può sembrare astratto ci riguarda come cittadini europei e dunque anche italiani.
Si tende forse distrattamente a pensare all'indipendenza della magistratura come a un privilegio di categoria, in realtà quell'indipendenza - interna del singolo giudice riguardo ai rapporti gerarchici all'interno della sua istituzione, ed esterna del terzo potere rispetto agli altri due e soprattutto ai Governi - è ciò che più ci garantisce come cittadini uguali davanti alla legge.
L'indipendenza, formale e sostanziale, dell'organo chiamato a giudicare e a giudicarci, il fatto che non possa essere condizionato dall'esterno, spostato a piacimento di qualcuno, ricattato in termini di carriera, è ciò che ci consente di non essere, citando Orwell, "meno uguali degli altri" in giudizio quando a ledere i nostri diritti è un potente, un ente economicamente più grande di noi. E tanto più deboli siamo singolarmente, tanto più dobbiamo difendere quell'istituto dell'indipendenza della giurisdizione, che sempre, nel civile e nel penale, agisce a garanzia della parte più debole.
La storia dei sistemi democratici, e segnatamente delle democrazie pluraliste occidentali, anche in linea teorica procede in direzione del rafforzamento dell'indipendenza della giurisdizione. In quella direzione vanno i principi base delle Nazioni unite del 1985, ribaditi ed esplicitati nella Carta Europea sullo Statuto del Giudice del Consiglio d'Europa del 1998.
È del 2000 la raccomandazione del Consiglio d'Europa che pone il problema di garantire l'indipendenza effettiva del Pubblico Ministero, indicando di fatto il modello italiano dell'indipendenza dell'Ufficio di procura, come un ideale cui tendere nell'ottica di una sempre maggiore armonizzazione dei sistemi giudiziari dell'Unione. Nella Rome Charter, approvata dal Consiglio consultivo dei Pubblici ministeri europei nel 2014, si afferma che: "L'indipendenza e l'autonomia dell'ufficio di Procura costituisce un corollario indispensabile dell'indipendenza della giurisdizione".
Se la teoria della separazione dei poteri è nota fin dal Settecento, teorizzata da Montesquieu, la sua attuazione subisce continue spinte controspinte, nella tentazione mai sopita dei poteri esecutivi di rivendicare una libertà governare svincolata da lacci e lacciuoli, che quasi sempre si accompagna all'accusa di "supplenza" (volendo dire "sconfinamento") da parte terzo potere e che nella sua versione estrema porta alla pretesa di Governi con pieni poteri, al di sopra di ogni legge. Di solito sono i Governi sotto cui i cittadini non vivono liberi, che l'Europa ha conosciuto e che farebbe bene a non dimenticare, se vuole restare un'istituzione - con una storia di diritti e di libertà da preservare e in cui riconoscersi - capace di garantire i suoi cittadini.
di Andrea Tarquini
La Repubblica, 12 gennaio 2020
Migliaia di persone con loro per dire "no" alla legge che sottopone la magistratura al controllo del governo. Almeno un migliaio di giudici polacchi hanno aperto il corteo sfilando in toga. Al loro fianco, magistrati italiani, tedeschi, francesi, spagnoli, venuti in tutto da una ventina di Paesi dell'Unione europea. La "marcia delle mille toghe" ha percorso in silenzio oggi pomeriggio il centro di Varsavia. Con almeno 25mila partecipanti.
È stata la più importante manifestazione a livello europeo per difendere l'indipendenza della magistratura, gravemente minacciata dalle nuove leggi del governo di maggioranza sovranista al potere dall'autunno 2015 nel più grande paese orientale membro di Ue e Nato. La legge approntata dal partito di governo PiS (nazionalpopulista, sovranista ed euroscettico) e approvata lo scorso mese dalla Camera polacca istituisce un forte controllo politico sulla magistratura e secondo la Ue non rispetta i Trattati europei. Potrebbe ancora essere bocciata al Senato, dove l'opposizione ha una debole maggioranza.
"Diritto alla nostra indipendenza", "Diritto all'Europa", si leggeva negli striscioni tenuti dai giudici. Il presidente di Iustitia, l'associazione dei magistrati polacchi che ha promosso la marcia, Krystian Markiewicy ha detto all'agenzia Reuters: "Non siamo abituati a scendere in piazza in toga per difendere il diritto di ognuno ad avere la garanzia di una giustizia indipendente, ma abbiamo deciso di organizzare la manifestazione per proteggere i cittadini".
Presenti anche molti magistrati italiani della Anm, e di Magistratura democratica e di altre organizzazioni. "Chiediamo la creazione di un sistema di monitoraggio del rispetto dei valori dello Stato di diritto", ha dichiarato Marco Cappato, presidente dell'Associazione Luca Coscioni, aggiungendo: "Le aggressioni contro i magistrati polacchi non sono solo un problema interno del Paese, ma un attacco alla libertà di tutti i cittadini europei".
Dunja Mijatovic, commissario ai diritti Umani del Consiglio d'Europa, denuncia la legge come "strumento per far tacere ogni voce critica dei giudici". La Corte suprema polacca ha ammonito che "se entrerà in vigore, ci farà uscire dalla Ue". L'esecutivo ha detto che "la riforma mira solo a rendere la giustizia più efficiente", accusando i giudici, "cui non spetta far politica e marciare in piazza". Dura risposta del giudice irlandese John McMenamin al corteo delle mille toghe: "Non ci schieriamo in politica, difendiamo lo Stato di diritto".









