di Elisabetta Zamparutti, Giulio Terzi Di Sant'Agata, Maurizio Turco*
Il Dubbio, 3 dicembre 2019
Inaccettabile l'invito a Roma (forse declinato) del Ministro degli Esteri di Teheran: il regime ha già ucciso 450 oppositori e ne ha arrestati 10mila. È con grande indignazione che abbiamo appreso dell'invito rivolto dal governo italiano a Mohammad Javad Zarif, ministro degli Esteri del regime iraniano, affinché intervenisse alla quinta edizione della conferenza "Roma Med - Dialoghi mediterranei", che si terrà a Roma da giovedì a sabato prossimi.
Al momento di mandare in stampa questo numero del giornale, non ci sono conferme sulla partecipazione di Zarif che, anzi, secondo le ultime indiscrezioni, avrebbe rinunciato al viaggio in Italia. A dissuaderlo potrebbero essere state sia le manifestazioni in corso in Iran che quelle che avrebbero potuto a tenersi Roma per protestare contro la dura repressione di Teheran.
In Iran è in corso una rivolta che si è estesa a 182 città in 31 province. Le autorità hanno interrotto Internet e messo in atto una repressione che ha causato la morte di 450 persone, 4000 feriti e l'arresto di oltre 10mila manifestanti. La Resistenza iraniana ha pubblicato i nomi di 179 vittime, tra cui giovani e adolescenti, la maggior parte uccise da cecchini o dalle Guardie Rivoluzionarie che sparavano a distanza ravvicinata. La Guida Suprema ha dato l'ordine di sparare per uccidere. I social media sono pieni di video sulle atrocità commesse dalle forze di sicurezza in Iran.
Il destino dei 10mila arrestati ci preoccupa, soprattutto perché le autorità ne hanno chiesto l'esecuzione e perché sono torturati a che facciano false confessioni in televisione. In queste condizioni, come poteva la conferenza "Roma Med - Dialoghi mediterranei" parlare di "dialogo" con Mohammad - Javad Zarif, che rappresenta un regime in guerra contro il suo popolo e responsabile di crimini contro l'umanità? Che dialogo ci può essere con un regime che è il campione mondiale delle esecuzioni e che si è reso responsabile del massacro di 30mila prigionieri politici nel 1988?
L'invito a Zarif ha comunque significato voler ignorare tutto questo e perseverare nell'errore di considerare l'Iran la soluzione delle crisi del Medio Oriente quando invece ne è la causa anche con le sue politiche nucleari, missilistiche e di sostegno a movimenti terroristici, come tali foriere solo di destabilizzazione.
Il Governo italiano dovrebbe considerare tutto questo come anche il fatto che Mohammad- Javad Zarif è in cima alla black list americana: invece di essere invitato dovrebbe essere portato davanti una Corte di giustizia per crimini contro l'umanità.
Chiediamo al Governo e alla conferenza "Roma Med - Dialoghi mediterranei" di condannare fermamente la sanguinosa repressione in atto in Iran, di denunciare il ruolo destabilizzatore dell'Iran in Medio Oriente e di sollecitare le Nazioni unite ad inviare urgentemente una missione che accerti l'entità dei crimini compiuti e visiti i detenuti al fine di impedirne l'esecuzione.
*Nessuno tocchi Caino
di Erilberto Rosso
Il Riformista, 2 dicembre 2019
Le ragioni del perché la prescrizione debba continuare ad operare nel nostro sistema sono connaturate ad una concezione del diritto penale liberale. La prescrizione chiama in causa la funzione della pena o per meglio dire la sua concezione finalisticamente orientata anche alla riabilitazione e al reinserimento sociale del reo; è comunque espressione dell'inviolabilità del diritto di difesa avendo a che fare con i ricordi e con la possibilità delle ricostruzioni alternative del fatto, è infine presidio a che una abnorme dilatazione del procedimento prima e del processo dopo, non porti a decisioni in un tempo nel quale l'interesse alla punizione non appartiene più alla comunità.
di Francesco Floris
Redattore Sociale, 2 dicembre 2019
Parla l'architetto Cesare Burdese, che dal 1986 si occupa di edilizia penitenziaria e ha progettato l'Icam di Torino. "Le inferriate non devono impedire la fuga ma proteggere donne e bimbi dal gettarsi". Gli spazi? "Giorno e notte su due piani. Cambiare stanza permette una quotidianità detentiva".
Il Fatto Quotidiano, 2 dicembre 2019
Due giorni di discussioni su i tanti aspetti della giustizia da riformare proprio nei giorni in cui nel governo il tema dell'entrata in vigore della riforma della prescrizione è ritornato prepotente. L'Associazione nazionale magistrati, riunita a Genova, ha rilasciato in documento per chiarire delle toghe.
Il Fatto Quotidiano, 2 dicembre 2019
Il Guardasigilli, che nei giorni scorsi aveva detto che non si impuntava sul meccanismo, al congresso dell'Anm spiega il sistema pensato "rende un po' più complicata la possibilità di quelle degenerazioni".
In piena estate sembrava l'unica via e fino alla fine settembre l'ipotesi di sorteggiare i componenti del Consiglio superiore della magistratura sembrava "una scelta difficile da accettare", ma che andava fatta "per estirpare le degenerazioni correntizie". Erano i giorni incandescenti dello scandalo sulle nomine ai vertici degli uffici giudiziari con la pubblicazione di intercettazioni che dimostravano tutte le manovre per piazzare i candidati graditi nelle procure. Nelle ultime settimane la posizione del ministro della Giustizia è cambiata.
Alfonso Bonafede, di fronte al muro innalzato dalla Associazione nazionale magistrati che ventilava l'incostituzionalità della modalità del sorteggio, aveva sempre dichiarato di essere comunque aperto al dialogo e al confronto, tanto che un mese fa in audizione alla commissione Giustizia della Camera sulle linee programmatiche del suo il Guardasigilli aveva detto: "Non mi impunto su un sistema elettorale rispetto all'altro" ma quel che è certo è che "va blindata l'indipendenza del Csm".
Oggi proprio di fronte a una platea di toghe, riunite in congresso a Genova, il ministro sembra aver guardato oltre quella modalità: "Non voglio sbilanciarmi, ma molto probabilmente nel nuovo sistema elettorale del Csm non ci sarà alcun meccanismo di sorteggio". Un'affermazione che è arrivata per rispondere al vicepresidente del Consiglio superiore della Magistratura David Ermini, che aveva bocciato il meccanismo del sorteggio. E precisa che per l'elezione dei togati del Csm "l'idea è quella di un ballottaggio in piccoli collegi". "Ci sono sistemi elettorali che meglio del sorteggio possono eliminare la possibilità di disfunzioni del sistema elettorale nel Csm" ed è "l'idea sul piatto che vedo crescere: è quella per esempio del ballottaggio in collegi piccoli tra i magistrati che ottengono più voti. Il ballottaggio - ha concluso - rende un po' più complicata la possibilità di quelle degenerazioni che purtroppo in passato abbiamo visto".
L'Anm ha sempre osteggiato la riforma per le elezioni dei componenti dell'organo di autocontrollo. Riforma, che dopo il disvelamento di vere e proprie trame e complotti, sembrava più che necessaria. Secondo Ermini però il rinnovamento del sistema "deve avvenire senza finalità punitiva e salvaguardando la dignità e l'autorevolezza di un organo di rilievo costituzionale qual è il Csm.
Personalmente, eviterei interventi come il sorteggio tra i togati per l'individuazione dei candidabili, un meccanismo cabalistico che deresponsabilizza e ha in sé evidente il tratto della sfiducia nei confronti dei magistrati, e come quello che innalza a perentoria incandidabilità la mera incompatibilità prevista oggi per i membri del Parlamento e dei Consigli regionali".
Questi, ha concluso Ermini "sono interventi che, oltre a suscitare dubbi di legittimità costituzionale, contrasterebbero con il fondamentale interesse di favorire l'accesso degli esponenti maggiormente dotati, sul piano scientifico e culturale, della magistratura, dell'accademia e del foro". E facendo riferimento alla vicenda di Luca Palamara, Ermini sottolinea che segna un punto di non ritorno.
"Quanto accaduto nei mesi scorsi indica un crinale dell'irreversibilità e richiede una vera e propria cesura con il passato e un deciso passo indietro. Le parole del Capo dello Stato pronunciate in plenum il 26 giugno suonano da imperativo per tutti noi".
Mattarella, in merito all'inchiesta di Perugia che ha rivelato gli scandali che hanno travolto il mondo delle toghe, aveva espresso infatti "grande preoccupazione per il coacervo di manovre nascoste", definendo quanto emerso un "quadro sconcertante e inaccettabile" che ha "minato l'autorevolezza" dei magistrati.
di Guido Camera
Il Sole 24 Ore, 2 dicembre 2019
La legge 41 del 2016 sull'omicidio e le lesioni personali stradali ha attribuito un ruolo cruciale al concorso di cause negli incidenti con morti o feriti gravi. Infatti le nuove pene edittali - comprese quelle previste per l'uso di droghe e l'abuso grave di alcol o - possono essere dimezzate in presenza di una concausa di qualunque origine e natura, tanto da consentire al giudice di applicare sanzioni quasi identiche a quelle previste prima del 2016. Inoltre, se la condotta dell'interessato ha avuto un'efficacia del tutto marginale nell'incidente, la pena può scendere ancora, perché in questo caso non scatta il "blocco" delle attenuanti previsto nelle ipotesi aggravate di omicidio e lesioni stradali.
Si tratta di norme cui prestare particolare attenzione, dato che dalla loro applicazione pratica può derivare una sanzione mite, senza revoca della patente, al posto di una pena detentiva da scontare in carcere, accompagnata dal divieto di guidare fino a 30 anni. Peraltro, sono frequenti gli incidenti causati, o aggravati, da un insieme di disattenzioni spesso banali, e negligenze di vario genere.
L'impatto - Sino al 2016 il Codice penale non prevedeva un'attenuante per il concorso di cause negli incidenti stradali. La legge 41 ha introdotto i delitti di omicidio stradale e lesioni stradali gravi e gravissime, caratterizzati da pene detentive molto severe; nel contempo ha previsto - al comma 7 dei nuovi articoli 589-bis e 590-bis del Codice penale - che le pene possano essere diminuite fino alla metà se l'evento non è esclusiva conseguenza dell'azione o dell'omissione del colpevole. L'attenuante non può essere bilanciata con le aggravanti previste dai nuovi reati (abuso di alcol o droghe, condotte di guida particolarmente pericolose, fuga del conducente), perché l'articolo 590-quaterstabilisce che la diminuzione si calcola sulla pena prevista per l'ipotesi aggravata.
L'unico caso in cui il giudice può derogare a questa regola è quando ravvisa a carico del reo l'attenuante della minima partecipazione, prevista dall'articolo 114 del Codice penale. Non è una variabile di poco conto: le due attenuanti possono concorrere, determinando - nel contempo - l'inefficacia del "blocco" previsto dall'articolo 590-quater e la diminuzione di pena fino alla metà prevista dal comma 7 degli articoli 589-bis e 590-bis. In pratica, significa che un omicidio stradale aggravato da abuso di alcol o droghe, per cui è prevista una pena minima di 8 anni, può essere punito, nel caso di rito alternativo premiale come il giudizio abbreviato o il patteggiamento, con una pena inferiore a 1 anno di reclusione.
La "minima partecipazione" - La linea che distingue la diminuente del concorso di cause da quella della minima partecipazione non è così sottile. La Cassazione, in diverse sentenze, ha spiegato che l'attenuante prevista dall'articolo 114 può scattare solo se il ruolo assunto dal reo ha avuto un'efficacia quasi insignificante nel causare l'evento, cioè tale da poter essere avulsa dalla successione delle condotte che lo hanno determinato senza apprezzabili conseguenze pratiche sul risultato complessivo: ciò la rende incompatibile con le condotte di guida più pericolose, come inversioni di marcia, sorpassi azzardati, attraversamento di intersezioni stradali con semaforo rosso.
Paradossalmente, essa può invece convivere con ipotesi di abuso di alcol o droghe non accompagnate da altre trasgressioni del Codice della strada: si pensi a un incidente in cui la responsabilità quasi esclusiva è della vittima (perché ad esempio correva a folle velocità, o contromano), mentre lo stato di ebbrezza del reo, magari di poco superiore del consentito, non ha avuto alcuna reale efficacia causale.
Molto più frequenti possono essere i casi di concessione della diminuente speciale del concorso di cause senza che si ponga il problema della minima partecipazione del reo: come ha ricordato di recente la Cassazione (sentenza 13103/2019), la prima attenuante ricorre ogni volta in cui "sia stato accertato un comportamento colposo, anche di minima rilevanza, della vittima o di terzi". Ciò significa che basta poco per applicare, di fatto, le pene precedenti al 2016.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 2 dicembre 2019
Denuncia per frode processuale. Lo scatolone è di cartone bianco e un po' malandato. Porta la scritta "plico 3" e la sigla TI_00205. Sull'esame, anzi il riesame, del suo contenuto poggiano oggi le speranze di Massimo Bossetti, il muratore bergamasco condannato in via definitiva all'ergastolo per l'omicidio di Yara Gambirasio.
Un pool di tecnici, avvocati, genetisti, informatici, docenti universitari, persone capaci di coltivare il "ragionevole dubbio" anche in presenza di una sentenza di condanna, si è messo spontaneamente a disposizione della famiglia per nuove perizie sui reperti che languivano sugli scaffali dove venivano conservati gli oggetti corpo di reato della procura della repubblica di Bergamo. Non si sa chi abbia fatto la richiesta, se Bossetti in persona o la moglie Marita Comi, visto che l'avvocato Salvagni, difensore storico dell'ergastolano, dice di non saperne niente.
Lo scatolone è stato presentato giovedì scorso nella trasmissione Iceberg di Telelombardia, la stessa, condotta da Marco Oliva, in cui un mese fa il professor Taormina aveva annunciato di aver presentato un'istanza alla procura generale di Brescia perché verificasse se all'ospedale san Raffaele di Milano esisteva ancora materiale genetico di Yara, come affermato in aula dal professor Giorgio Casari, consulente della procura di Bergamo.
Il particolare non è secondario, perché la difesa di Bossetti nel corso dei processi aveva ripetutamente chiesto che fosse ripetuto l'esame del dna, l'unica prova su cui l'imputato è stato condannato, ma le era sempre stato risposto che non c'era più materiale disponibile. Un falso, evidentemente, che risulta anche scritto nella sentenza. Ma nei giorni scorsi il professor Casari, intervistato dal giornalista Giangavino Sulas per il settimanale Oggi, ha confermato che il materiale genetico esiste ancora. Ha anche aggiunto che (si presume in seguito all'istanza del professor Taormina) gli stessi magistrati ne hanno richiesto la consegna. "Stiamo restituendo le rimanenze alla procura di Bergamo" ha annunciato, aggiungendo che è meglio quel
materiale vada nelle mani giuste". Come a dire: si assumano i magistrati le loro responsabilità. Lui ha già dovuto rinunciare, negli anni scorsi, a un'intervista televisiva, proprio dopo la sua deposizione in aula, a causa di interventi "superiori", proprio dal mondo investigativo. E la corte di cassazione ha dichiarato fuorvianti" le sue dichiarazioni. Comprensibile che un genetista stimato e consulente della procura chiami oggi la magistratura ad assumersi i suoi oneri, dopo tanti onori.
C'è un accanimento incredibile contro chiunque osi mettere in dubbio quel processo e quella sentenza ripetuta ormai per tre volte. Ma stranamente, benché Massimo Bossetti non sia certo una persona potente capace di muovere intorno a sé il mondo intero, è incredibile anche quante siano ormai le persone che hanno dubbi sulla sua colpevolezza.
Nel corso di questi anni si sono formati comitati e gruppi di suoi sostenitori che operano al di fuori della stretta difesa nel processo. Soprattutto perché emerge sempre più quanto quel processo costoso (sono stati spesi 6 milioni di euro solo per gli esami del dna, cui sono state sottoposte tutte le persone di un'intera valle) non abbia portato a nessuna prova né sul movente né sulla dinamica dei fatti.
C'è solo la prova del dna, quasi la giustizia abbia abdicato in favore della scienza. Ma oggi, con il riesame dei reperti (in particolare computer e cellulare) che furono sequestrati a Bossetti e su cui si è a lungo favoleggiato su particolari che in seguito sono evaporati, e con la certezza che nella sentenza c'è scritto il falso sulla disponibilità di materiale genetico su cui rifare l'esame del dna, si apre più di uno spiraglio, forse un portone, per arrivare alla revisione del processo.
di Andrea Ducci
Corriere della Sera, 2 dicembre 2019
Il via libera al decreto fiscale collegato alla legge di Bilancio richiede una maratona notturna. In tarda serata viene convocato un vertice di maggioranza per consentire l'approvazione, in commissione Finanze a Montecitorio, del testo finale atteso in aula già oggi, a seguire il voto di fiducia del governo calendarizzato per domani.
Il tema più controverso nelle ultime ore ha riguardato le modifiche introdotte all'articolo 39 del testo e l'inasprimento del decreto 231, stabilendo di estendere l'ambito applicativo ai reati tributari. Lo stallo si è registrato sul carcere per i gradi evasori, con il raggiungimento di un'intesa su un emendamento, che pur prevedendo un innalzamento delle pene, ne attenua l'effetto nel caso di reati occasionali, commessi cioè senza una chiara intenzione di frodare il fisco.
La via di uscita per il via libera al decreto viene discussa durante la notte, con la riformulazione delle ultime modifiche per mano del governo. Salvaguardando così gli equilibri tra M5S, che chiedeva un secco giro di vite contro chi non paga le tasse, e Italia Viva, fermamente orientata a non inasprire le pene esistenti. Tra le correzioni inserite figura, per esempio, la scelta di mitigare gli effetti della confisca per sproporzione. Una misura che consente di aggredire beni, che un condannato non potrebbe permettersi in virtù del reddito dichiarato, solo in caso di evasione da 100 mila euro in su.
Il quadro di inasprimento delle pene, la revisione delle soglie di punibilità, e l' estensione del decreto 231 sulle responsabilità degli amministratori allarmano soprattutto Confindustria. Il pacchetto di interventi, rivendicato dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, secondo l'Associazione di Viale dell'Astronomia denota più che altro un "approccio iper repressivo".
"Non è certamente questo proliferare di interventi penali, volti a criminalizzare il mondo dell'impresa, il modo corretto per combattere l'evasione e far crescere l'economia del Paese. Preoccupa - lamenta Confindustria - il continuo ampliamento della sfera penale ai fatti economici". Polemiche e scontri a parte, va ricordato che il decreto fiscale fornisce un contributo di 6,4 miliardi alla manovra del 2020. Oltre alle voci relative alle nuove misure contro l'evasione (stretta sul contante, detrazioni tracciabili, riduzione delle compensazioni dei crediti fiscali e previdenziali) buona parte delle risorse (3 miliardi euro) necessarie a fare quadrare i conti pubblici arriveranno grazie allo slittamento al 2020 del pagamento delle tasse 2019 di lavoratori autonomi e forfettari. Le misure per contrastare le frodi sui carburanti e le compensazioni portano in dote altri 2,4 miliardi.
di Luca Fazzo
Il Giornale, 2 dicembre 2019
Il presidente dell'Unione camere penali "C'è un impazzimento giustizialista". Cinque giorni ininterrotti di ragionamenti, di esempi, di fatti, di numeri: è la "maratona oratoria" con cui da oggi a venerdì, in piazza Cavour a Roma, i penalisti di tutta Italia racconteranno come la abolizione della prescrizione, in vigore dal'1 gennaio, devasterà il sistema giudiziario italiano. Gian Domenico Caiazza, presidente dell'Unione delle camere penali, è reduce dal congresso genovese dell'Anm. E quello che ha visto non gli è piaciuto affatto.
Il Piccolo, 2 dicembre 2019
Il 38enne Francesco Mazzega si è impiccato nella tarda serata di sabato. L'uomo è stato trovato morto ieri sera nel giardino della sua abitazione, in Friuli, dove era agli arresti domiciliari. Venerdì in appello era stata confermata la condanna a 30 anni. Dopo la sentenza di conferma della pena l'uomo era tornato a casa dei genitori, a Muzzana del Turgnano, agli arresti domiciliari, con il braccialetto elettronico. Sono stati i parenti a trovarlo; hanno chiamato i soccorsi e i sanitari del 118, arrivati subito, e per 40 minuti hanno tentato di rianimarlo.
Nadia Orlando, di Vidulis di Dignano (Udine), aveva 21 anni quando fu uccisa a pochi passi da casa la sera del 31 luglio 2017 da Mazzega, che vagò con il cadavere in auto per tutta la notte. La ragazza voleva porre fine alla loro relazione. "Non merito il perdono, ho paura anche a chiederlo vista la gravità di quanto fatto". È il concetto che Francesco Mazzega aveva espresso venerdì in aula in una dichiarazione spontanea davanti ai giudici della Corte d'Assise d'Appello di Trieste e ai familiari di Nadia Orlando. Mazzega aveva ribadito ancora una volta di non riuscire a capacitarsi di quanto aveva fatto e di non sapere come poteva essere accaduto. Aveva aggiunto di non riuscire nemmeno a sentir pronunciare più il suo nome, associato a un fatto tanto grave.
E proprio venerdì la Corte d'Assise d'Appello di Trieste aveva confermato la condanna a 30 anni di reclusione inflitta in primo grado applicando anche la misura di sicurezza di 3 anni di libertà vigilata, una volta espiata la pena. Condanna avverso la quale la difesa di Mazzega aveva annunciato l'intenzione di ricorrere in Cassazione. Nei prossimi giorni i giudici avrebbero dovuto esprimersi sulla richiesta di inasprimento della misura cautelare che avrebbe potuto riportare in carcere Mazzega avanzata dal Procuratore generale Federico Prato.
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