di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 11 gennaio 2020
L'11 gennaio 2002 venne trasferito il primo detenuto nel centro di detenzione di Guantánamo Bay. Ne seguirono, fino al 14 marzo 2008, altri 779. Ora, nel buco nero dei diritti umani, nel diciottesimo anno dalla sua apertura, rimangono ancora 40 detenuti. Sono a Guantánamo da almeno 10 anni, trattenuti a tempo indeterminato, ritenuti troppo pericolosi per essere rilasciati ma tuttora senza processo (in realtà per cinque di loro è stato da tempo risposto il rilascio ma non si sa dove mandarli).
Alcuni di loro, soprattutto all'inizio del periodo di detenzione, sono stati sottoposti a feroci torture, molti altri hanno sviluppato gravi problemi di salute mentale. Su 780 prigionieri entrati a Guantánamo ne sono stati rilasciati più di 700, sparpagliati in 59 paesi: oltre 500 sotto Bush, 197 sotto Obama (che, ricordiamo, si era impegnato a chiudere il centro di detenzione entro un anno dalla sua prima elezione) e uno sotto Trump. Le commissioni militari incaricate di processare i sospetti terroristi detenuti a Guantánamo hanno prodotto la miseria di otto condanne, due delle quali vengono attualmente scontate all'interno del centro di detenzione. Altri sette processi sono in corso. Nel frattempo i tribunali federali ordinari hanno condannato per terrorismo oltre 660 persone. Oltre a essere l'esempio supremo del fallimento dello slogan "meno diritti = più sicurezza, Guantánamo costituisce anche un enorme sperpero di denaro pubblico per violare i diritti umani: ogni anno il suo funzionamento è costato circa 445 milioni di dollari, attualmente oltre 10 milioni per detenuto. Di chiuderlo, non se ne parla più.
di Leo Lancari
Il Manifesto, 11 gennaio 2020
Arrivare a un cessate il fuoco e far rispettare l'embargo di armi alla Libia. Al termine del vertice straordinario dei ministri degli Esteri dei 28, convocato per parlare delle crisi libica ma anche di Iran e Iraq, l'impressione che si ha è che l'Europa sia sempre un passo indietro rispetto a quanto accade nel paese nordafricano. Ora Bruxelles chiede di fermare le forniture di armamenti dopo che da tempo la Turchia per una parte (Serraj) e la Russia per l'altra (Haftar) riforniscono non solo di armi, ma anche di droni e blindati entrambi i contendenti. Senza contare i mercenari russi che agiscono per il generale della Cirenaica e il piccolo contingente di 35 soldati turchi, probabile avanguardia di un movimento di truppe più ampio, da qualche giorno impegnati nella difesa di Tripoli e che si sono aggiunti alle milizie turcomanne già presenti. Invocare poi il rispetto dell'embargo dopo aver privato delle navi la missione europea Sophia, che tra i suoi compiti aveva anche quello, evidenzia ancora di più la miopia dell'azione diplomatica europea.
Anche perché mentre a Bruxelles si cerca di parlare "con una voce sola", come anche ieri ha chiesto il ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio, a ulteriore dimostrazione del ritardo con cui ci si muove c'è il fatto che Erdogan e Putin, dopo aver praticamente ordinato ai contendenti il cessate il fuoco, continuano invece a muoversi come gli unici che sembrano in grado di trovare una soluzione alla crisi. Lunedì i ministri degli Esteri e della Difesa turchi, Cavusoglu e Akar, si recheranno a Mosca con il capo dei servizi segreti Fidan per discutere di Libia e Siria con le controparti russe. Se non sarà l'avvio di una spartizione del paese nordafricano sulla traccia di quanto già accaduto in Siria, ci assomiglia molto.
Per capirsi, il vertice di ieri non è servito neanche a decidere la data di quando dovrebbe tenersi la più volte annunciata conferenza di pace di Berlino. "Al più presto", ha invocato al termine dell'incontro Di Maio, per il quale non deve essere stato semplice far dimenticare agli alleati gli errori compiuti dall'Italia negli ultimi giorni. Di certo la conferenza non si terrà prima del 24 gennaio, giorno in cui la cancelliera tedesca Merkel incontrerà Erdogan ad Ankara proprio per provare a convincerlo a partecipare. Secondo il settimanale Spiegel l'incontro dovrebbe servire anche per ricordare al presidente turco che deve rispettare l'accordo sui migranti firmato nel 2016 con l'Unione europea, viste le continue minacce turche di farlo saltare.
E di profughi, ancora una volta visti come un potenziale pericolo e non come ulteriori vittime ella guerra, ha parlato ieri anche Josep Borrell. "Ci sono almeno 700 mila persone che vengono dai paesi del sub-Sahara", ha detto il capo della diplomazia Ue. "Molti lavorano in Libia e non tutti vogliono venire in Europa, ma a seconda della situazione possono andarsene perché potrebbero perdere il lavoro". Borrell ha indicato anche altri due potenziali pericoli: il primo riguarda il terrorismo ("sempre più viene individuata la presenza di combattenti che vengono dalla Siria e dal Sudan") e il secondo i "rischio di destabilizzazione della regione".
Escluso invece che soldati europei possano intervenire in "quello di cui la Libia ha urgente bisogno è una de-escalation, non di truppe", ha spiegato il ministro degli estero olandese Stef Blok. E l'Italia? Terminato il viaggio diplomatico del ministro Di Maio, a partire è il premier Conte che lunedì sarà in Turchia per incontrare Erdogan per poi recarsi in Egitto (da confermare) e successivamente in Arabia Saudita. Tutti attori decisivi nel determinare i futuro della Libia.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 11 gennaio 2020
Uno Stato (Iran per il Canada) che abbatta per calcolo o errore un aereo di linea, da chi può essere processato? Se uno Stato (come l'Iran secondo le accuse del Canada per i 176 morti a bordo del Boeing dell'Ukraine International Airline precipitato a Teheran l'8 gennaio) risulta storicamente responsabile di aver abbattuto - per strategia o per errore - un aereo di linea civile, quella responsabilità storica può diventare anche giuridica?
Dove e da chi può cioè essere processato per cosa? Una prima possibile risposta, almeno sulla giurisdizione, può arrivare da una incidentale recentissima decisione della Corte internazionale di giustizia dell'Aja che lo scorso 8 novembre, respingendo le obiezioni di Mosca, si è ritenuta competente a esaminare il ricorso presentato dall'Ucraina contro la Federazione Russa (sotto forma di perimetro di applicazione della Convenzione sulla repressione del finanziamento del terrorismo) per l'abbattimento dell'aereo Boeing MH17 della Malesia Airlines, decollato il 17 luglio 2014 da Amsterdam ma mai atterrato a Kuala Lumpur perché colpito dai ribelli filo-russi con un missile russo terra-aria in territorio ucraino orientale al confine russo. Sulla medesima vicenda, costata la vita a 298 passeggeri di 14 nazioni, i familiari delle vittime hanno pendente un procedimento anche a Strasburgo davanti alla Corte europea dei diritti dell'uomo, e lì chiedono che la Russia sia ritenuta, in maniera diretta o indiretta, responsabile di aver violato l'articolo 2 della Convenzione europea sul diritto alla vita, l'8 sul diritto alla vita privata e familiare, il 3 sul divieto di trattamenti inumani, il 6 sull'equo processo e il 13 sul diritto a una tutela giurisdizionale effettiva per non aver svolto alcuna effettiva indagine.
La Corte internazionale di giustizia dell'Aja avrebbe peraltro potuto esprimersi già una ventina d'anni fa in un caso rovesciato rispetto a quello odierno, cioè il caso di un aereo iraniano abbattuto da un missile americano. L'Iran, infatti, aveva presentato un ricorso contro gli Stati Uniti dopo che l'incrociatore americano "Vincennes" il 3 luglio 1988, alle prese con gli iraniani in schermaglie militari nello stretto di Hormuz, per errore scambiò un Airbus civile della Iran Air per un caccia F 14 iraniano, e lo abbatté con i suoi 290 passeggeri.
Per anni gli Stati Uniti negarono la propria responsabilità, dipendente dall'errore di valutazione del comandante della nave, fin quando invece nel 1996 sotto la presidenza Clinton risarcirono 62 milioni di dollari alle famiglie dei morti e altri 70 al governo di Teheran, che a fronte di questo gesto ritirò le accuse agli Usa davanti alla Corte internazionale di giustizia.
Risarcimenti, del resto, hanno spesso chiuso in qualche modo vicende pur costate molto sangue. Come quella del 4 ottobre 2001 durante una esercitazione militare dell'Ucraina nella quale i missili avrebbero dovuto centrare dei droni-bersaglio: un missile a guida radar, di fabbricazione russa, fallì invece il proprio drone, fu attirato per errore verso un aereo di linea e gli esplose sopra, distruggendolo e facendo 76 morti: la ricorrente diatriba di accuse e contro accuse (in questo caso con gli ucraini che negavano la propria responsabilità e i russi che accusavano i ceceni) si concluse con il pagamento di 10 milioni ai familiari e le dimissioni del ministro della Difesa di Kiev. Un po' come era avvenuto nel 1963, quando la Bulgaria accettò di risarcire le famiglie dei 58 morti sul volo israeliano El Al 402 Tel Aviv-Vienna, abbattuto da Sofia il 27 luglio 1955 perché per sbaglio era entrato nello spazio aereo bulgaro.
Giuridicamente più peculiare il travagliato iter delle indagini sulla bomba che il 21 dicembre 1988 esplose sopra i cieli scozzesi di Lockerbie a bordo del Boeing 747 della Pan Am in volo tra Londra e New York. Per l'attentato, nel quale morirono non solo tutti i 259 passeggeri ma anche 11 abitanti della cittadina scozzese colpiti dai rottami, dopo anni di pressioni internazionali e sanzioni del Consiglio di sicurezza dell'Onu la Libia di Gheddafi accettò che i due sospettati uomini della propria intelligence, Abdel-Basset Ali al-Megrahi e Lamin Khalifah Fhimah, fossero consegnati agli scozzesi ma venissero processati in campo semi-neutro, cioè in Olanda a Camp Zeist ma da una Corte di giudici scozzesi e in base al diritto scozzese: Fhimah fu assolto, mentre Megrahi, condannato all'ergastolo nel 2001, fu però poi liberato nel 2009 dal governo inglese con il pretesto di una malattia ma in realtà per diplomazia sotterranea con Gheddafi.
Dall'altra parte del mondo, la Commissione Interamericana dei Diritti dell'Uomo, nel caso "Alejandreat contro Cuba" originato dall'abbattimento di due piccoli aerei privati da parte di caccia cubano in spazio aereo internazionale, ha ritenuto che Cuba era vincolata al rispetto del diritto alla vita delle persone interessate dal suo uso di forza militare anche se al momento dell'attacco esse non erano all'interno del proprio controllo territoriale e neanche in un ambiente fisico di propria custodia.
Un capitolo a parte, infine, è quello delle misure antiterrorismo dopo lo choc dell'attacco sferrato alle Torri Gemelle di New York l'11 settembre 2011 con aerei di linea dirottati da kamikaze. La Germania, ad esempio, nel 2005 approvò una legge che consentiva al governo di ordinare all'Aereonautica militare di abbattere un aereo civile nel caso stesse per "essere impiegato contro esseri umani", ma nel 2006 la Corte Costituzionale tedesca ha bocciato questa legge con l'argomento che il valore della dignità della persona fa sì che nessun bilanciamento possa giustificare il sacrificio della vita dei passeggeri a favore della vita parimenti innocente di possibili future vittime di un volo kamikaze.
di Paolo Lambruschi
Avvenire, 11 gennaio 2020
Fuoco incrociato sull'Alto commissariato Onu per i rifugiati in Libia. Da una parte la protesta dei rifugiati detenuti nei centri governativi in condizioni inumane e le conseguenti critiche dei media e degli attivisti all'Agenzia delle Nazioni Unite per il mancato intervento e la mancata protezione ai detenuti. Dall'altra la situazione sempre più drammatica per il conflitto in corso e per l'indisponibilità dei Paesi occidentali ad accettare i ricollocamenti dei rifugiati e le evacuazioni, bloccando i profughi nei centri in un Paese con un governo sostenuto dall'Onu, ma che non ha firmato la Convenzione di Ginevra per i rifugiati. Un circolo vizioso drammatico con un'emergenza umanitaria in corso che ha messo sulla graticola lo staff guidato dal capo missione Jean Paul Cavalieri, in Italia in questi giorni in Italia per un'audizione alla Camera. Cavalieri ha accettato di parlare con Avvenire.
Qual è la situazione dei richiedenti asilo nei centri di detenzione sotto il controllo di Tripoli?
Dei 43mila richiedenti asilo in Libia, circa 2mila sono trattenuti arbitrariamente in detenzione. In tutto, sono 3mila i rifugiati di cui abbiamo conoscenza. Un numero in calo. Dal settembre 2017 sono state oltre 4mila le persone evacuate dalla Libia, di cui circa 3mila in Niger nel transito d'emergenza finanziato dall'Ue. L'anno scorso sono state evacuate 2.500 persone, oltre 800 in Italia. Rimane allarmante la situazione dei rifugiati nelle zone urbane, con persone che pagano le guardie per accedere ai centri di detenzione sperando che l'Alto commissariato Onu per i rifugiati possa identificarli e ricollocarli in altri Paesi. Nel 2019 abbiamo trattato con le autorità libiche per entrare in 15 centri e preparare le evacuazioni. E fatto rilasciare un terzo dei detenuti registrati, circa 1.780 persone. Per il conflitto in corso c'è una totale disconnessione tra Guardia costiera e Dcim (l'unità che risponde al ministro dell'Interno per il contrasto all'immigrazione clandestina in mano alle milizie) per cui il numero non viene comunicato. Stimiamo che un terzo sia stato lasciato andare una volta a terra.
I migranti imprigionati vi accusano di non fornire assistenza. Ci sono malati di Tbc e si registrano decessi di soggetti vulnerabili e persone torturate. Perché non intervenite?
Da due mesi non riusciamo più a raggiungere i centri a causa del conflitto. E i direttori sono in realtà miliziani integrati nel ministero degli Interni e combattono. Questa è la realtà. Non ci lasciano entrare. Occorre poi chiarire alcune cose. I centri di detenzione sono del governo, che li gestisce. A causa della guerra il supporto del ministero delle Finanze ai servizi come il catering, molto costoso e appaltato a società private, è venuto a mancare. Noi non abbiamo il compito di nutrire le persone nei centri di detenzione, è compito dello Stato libico. Che non è in grado di farlo, tanto che le autorità in alcuni casi hanno deciso di aprire le porte dei centri di detenzione. In altre situazioni i centri sono stati utilizzati dalle milizie come basi militari. I richiedenti asilo fuori dai centri di detenzione, ovvero la maggioranza, cercano il supporto della nostra organizzazione, ma non sempre il Centro comunitario diurno a Gurji, nel distretto di Tripoli, riesce a fornire assistenza umanitaria. Il pacchetto di assistenza monetaria urbana dell'Alto commissariato Onu per i rifugiati in Libia ha raggiunto solo il 5% della popolazione. L'anno scorso infine abbiamo effettuato oltre 30mila visite mediche, 42.500 tra rifugiati e sfollati hanno ricevuto aiuti e 1.800 famiglie hanno incassato aiuti economici in contanti perché non riusciamo ad accoglierli. Conosciamo la situazione, sappiamo che ci sono abusi nei centri e la situazione dei diritti umani è preoccupante. Noi facciamo pressioni per le evacuazioni, ma non possiamo garantirle.
Quali criteri di scelta utilizzate per tirare fuori la gente dai centri?
Prima le donne con bambini, minori non accompagnati e malati. Purtroppo siamo fermi e il centro Gdf di Tripoli per le persone da ricollocare è sovraffollato. Non abbiamo Paesi dove collocarli. Ce ne sono più di 700 fuori dal centro. Offriamo loro alternative, diamo loro quattrini e assistenza. Veniamo criticati per questo, ma in tutto il mondo ci sono stati solo 55mila ricollocamenti di rifugiati l'anno scorso, su 1.250.000 richieste: meno dell'1%. In Libia, nel 2019, abbiamo ricollocato il 5% dell'intera popolazione dei rifugiati. Non basta, certo, eppure siamo sopra la media. Le critiche sono il prezzo per lavorare in Libia. Social media e attivisti per i diritti umani ci attaccano anche perché non entrano più migranti nel Gdf. Che è di proprietà del ministero degli Interni. Non possiamo garantire a nessuno l'evacuazione dalla Libia. Non bisogna illudere nessuno.
Per accelerare le evacuazioni non si può chiedere ad altri Paesi africani di diventare Paesi di transito come Ruanda e Niger?
Intanto i meccanismi di transito in Ruanda e Niger andrebbero estesi. È positivo che la Norvegia abbia detto che nel 2020 accoglierà 600 rifugiati che abbiamo trasferito in Ruanda. E i Paesi di destinazione finale come Svezia, Germania, Francia devono aumentare. Abbiamo bisogno di più meccanismi di ricollocamento e più corridoi umanitari, come ha fatto l'Italia. Che ha indicato la volontà e l'interesse di continuare nel 2020. Per quanto riguarda paesi di transito come l'Etiopia, Sudan e Ciad, i migranti in Libia sono stati per anni nei campi, senza trovare sostentamento. Per prevenire viaggi molto pericolosi e trasferirvi chi sta nei centri libici, occorre potenziare questi strumenti. Però dobbiamo convincere chi sta in Libia a muoversi, perché lì sono vicini all'Europa e considerano una sconfitta tornare indietro.
Un'inchiesta dell'Ap a fine dicembre ha denunciato la corruzione nei centri, dove le milizie intascherebbero i fondi Ue. Come potete lavorare con miliziani che sono anche trafficanti sulla lista nera stilata dal Consiglio di sicurezza?
Dobbiamo stare ovunque ci siano rifugiati anche in situazioni complicate e lavorare per proteggerli e farli rilasciare. Questo è il nostro compito e perciò trattiamo con chi abbiamo davanti. I responsabili dei centri sono sì miliziani, ma anche funzionari di un governo riconosciuto. Noi seguiamo protocolli e linee guida e cerchiamo di no trattare con trafficanti. Ma forse tocca alla comunità internazionale essere più presente in Libia.
di Gilberto Corbellini
Il Riformista, 11 gennaio 2020
La cultura liberale e quella progressista oggi maledicono la post-verità, che è il massimo comune denominatore di populismo, sovranismo e giustizialismo. Ma come è stato possibile che un'idea così bislacca come quella delle "verità alternative", dell'uso diverso degli stessi fatti a seconda delle convenienze, abbia avvelenato cognitivamente il mondo occidentale, dove grazie ad alcuni secoli di alleanza storica tra verità e libertà, resa possibile dalla scienza, oggi si sta meglio di sempre.
Per Karl Popper i principi e valori liberali, cioè stato di diritto, eguaglianza di fronte alla legge e libertà personale, possono sopravvivere alla constatazione che i giudici fanno errori, la giustizia reale è imperfetta e non viviamo nel migliore dei mondi possibile, ma non all'accettazione dell'idea che "non esistono fatti oggettivi". Nell'ultimo mezzo secolo la cultura umanistica e le scienze sociali in occidente hanno contratto una malattia cronica, il cui nome generico è relativismo.
Il relativismo, cioè la credenza che possiamo parlare solo di opinioni personali, tutte con la stessa dignità epistemologica e morale, è un'antica presenza nella cultura umana. Ed è anche una predisposizione psicologica, dato che gli studi che tracciano la maturazione dell'epistemologia nei giovani mostrano che essi arrivano (o noi arriviamo) spontaneamente a essere o dogmatici o relativisti, ma non a essere pluralisti, cioè a pensare in modo indipendente, a rispettare le prove, etc. Per questo serve dotarsi di una seconda natura, cioè apprendere alcune idee contro-intuitive, tra cui quelle scientifiche.
Il ceppo di relativismo che ha scavato culturalmente la fossa ai valori liberali è il postmodernismo o costruttivismo sociale o teoria critica, nato negli anni Sessanta-Settanta dall'insano matrimonio avvenuto in Francia fra marxismo, strutturalismo, fenomenologia e psicoanalisi. Il relativismo postmoderno si diffondeva come una infezione nel mondo intellettuale di sinistra, mentre declinava e si estingueva lo storicismo socialcomunista. Le parole d'ordine erano che la verità non esiste, ogni forma di pensiero è debole e l'oggettività sarebbe un miraggio generato dalle strutture e dai rapporti di forza sociali.
Tutto è narrazione, la realtà è un testo, etc. come poi qualcuno avrebbe scritto. La diffusione del postmodernismo relativista nei dipartimenti umanistici nordamericani si realizzava con il sostegno degli intellettuali social-costruttivisti e di sinistra e nell'alleanza nelle battaglie contro l'apocalisse ambientale, il dominio umano sugli altri animali, la cultura maschilista, la scienza riduzionista, il potere medico-farmaceutico, etc. Si combatterono le culture wars: da una parte scienziati sociali e umanisti e dall'altra gli scienziati sperimentali.
Questi ultimi ridicolizzarono le fumosità e vuotezze linguistico-teoriche degli argomenti postmoderni, talvolta impedendo anche che professori costruttivisti entrassero a insegnare nei templi delle scienze dure. Tra gli episodi più significativi, articoli inventati e pubblicati su riviste umanistiche, ma anche scientifiche, per dimostrare da un lato che i postmoderni scrivevano insalate di parole senza senso, e dell'altro che gli scienziati potevano essere altrettanto ingannati malgrado il loro culto dell'oggettività.
Oggi qualcuno di quegli intellettuali relativisti, un po' più intelligente come Bruno Latour, riconosce che la sfiducia nella scienza, generata anche da quelle polemiche che entravano nelle scuole e nei media, è la principale minaccia per i valori liberali dell'occidente. Perché, nel frattempo, il relativismo è stato fatto proprio, in una forma diversa, dai conservatori populisti. Negli anni Ottanta alcuni intellettuali conservatori e tradizionalisti come Allan Bloom, che in The Closing of the American Mind (1987) scriveva che il relativismo e la teoria critica chiudono invece di aprire le menti dei giovani, riportavano il fenomeno della perdita di presa della verità o della saggezza a cause socioeconomiche.
Bloom lamentava il lassismo dei genitori nell'educazione morale dei loro figli e denunciava l'industria della musica rock. La maggior parte degli intellettuali di destra ha però negato che il postmodernismo fosse conseguenza del consumismo e di altri sviluppi sociali e tecnologici su larga scala, ma fosse dovuto principalmente agli insegnamenti di pericolosi accademici di sinistra ("professori radicali a tempo indeterminato").
Oggi, intellettuali sia di destra sia di sinistra incolpano la teoria postmoderna per il disprezzo senza precedenti per la verità da parte di Trump e dai suoi collaboratori che diffondono "fake news" in modo sistematico, invocano "fatti alternativi", affermano che "la verità non è la verità" (Rudolph Giuliani), etc.
Liberal o conservatori anti-relativisti denunciano, per esempio scrivendo sulla rivista libertaria Quillette in modi quasi ossessivi, la "teoria critica" e il postmodernismo, e sostengono che "Trump è stato il primo presidente a rivolgere il postmodernismo contro se stesso". Gli intellettuali di sinistra, si pensi ai "biopolitici", avevano difeso la ridicola idea che non esistono verità universali, ma solo percezioni soggettive plasmate dalle forze culturali e sociali dei tempi nei quali si vive. Oggi questa filosofia è usata spietatamente nella comunicazione da parte della destra populista: basta guardare mezz'ora Fox News.
Peraltro i progressisti non hanno abbandonato le tradizionali faziosità e pregiudizi, per cui il caos culturale ormai dilaga e la politica è una questione di bande che si fanno, si disfano e si rifanno nel nome qualche obiettivo giustizialista. Gli intellettuali populisti o sovranisti quasi di sicuro non hanno letto Foucault, Baudrillard o Derrida, ma il precipitato di quel messaggio illiberale è facile da capire e sfruttare per intercettare i tanti analfabeti funzionali, che non devono più chiedersi se qualcosa sia falso o vero, o chi odiare ma solo farselo dire dal pifferaio manipolatore di turno.
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 11 gennaio 2020
Le culture sono una cosa complicata e da maneggiare con cura. Per una ragione evidente: perché contribuiscono in misura decisiva a costituire l'identità di ognuno di noi, a farci essere e a farci sentire ciò che siamo, spesso al di là della nostra stessa consapevolezza. L'alternativa non è tra il razzismo e l'accoglienza.
Quando si tratta di rapporti con l'"altro", con chi percepiamo come diverso perché estraneo alla collettività umana cui noi apparteniamo, l'alternativa non è tra il rifiuto aggressivo intessuto di uno sprezzante senso di superiorità da un lato, e dall'altro la disponibilità più aperta, amichevole e ospitale. C'è una terza posizione, che è poi quella istintivamente adottata dalla grande maggioranza degli esseri umani.
Ce la indica un grande antropologo, forse il più grande del Novecento, Claude Lévi-Strauss - è necessario aggiungere che difficilmente lo si sarebbe potuto definire un conservatore? - in un suo testo poco noto (De près et de loin, Odile Jacob, 1988) contenente parole di straordinaria attualità che meritano di essere conosciute e meditate. Specialmente in un momento come l'attuale in cui nella società italiana le tensioni di vario genere causate dall'immigrazione stanno accendendo intorno a questi temi un aspro dibattito pubblico nel quale si sprecano le accuse e le strumentalizzazioni politiche.
Per Lévi-Strauss il razzismo è "l'ostilità attiva" di una cultura verso un'altra, volta a "distruggerla o semplicemente ad opprimerla" sulla base di una presunta gerarchia qualitativa dei rispettivi patrimoni genetici. Questo è il razzismo: che, come è ovvio, si accompagna inevitabilmente alla negazione all'altro degli stessi diritti di cui godiamo noi.
Invece, aggiunge subito dopo Lévi-Strauss, "che delle culture, pur rispettandosi possano sentire maggiori o minori affinità le une per le altre, questa è una situazione di fatto che è sempre esistita. È un dato normale dei comportamenti umani". E fa un esempio che lo riguarda personalmente: se in metropolitana gli capita d'incontrare dei giapponesi, verso la cui cultura egli è attratto, gli viene naturale un moto di simpatia e d'interesse, e il fatto si produce, ammette senza problemi, sulla base della loro semplice apparenza fisica, del loro puro modo di comportarsi nonché della conoscenza della loro lingua.
"Nella vita quotidiana, conclude, tutti ci comportiamo così per situare uno sconosciuto sulla carta geografica. (....) Sarebbe davvero il culmine dell'ipocrisia pretendere di vietare questo genere di approssimazione":(...) "denunciarla come razzista rischia solo di fare il gioco del nemico dal momento che molte persone ingenue si diranno: se questo è razzismo, ebbene io allora sono razzista".
Dunque non volere avere troppo a che fare con i nigeriani, dico per dire, a causa del loro modo di fare, o sentirsi infastiditi dall'odore del cibo cucinato dai bengalesi, o trovare sgradevole l'idea di avere dei vicini di casa rom, non ha niente a che fare con il razzismo. È un'altra cosa. Così come è un'altra cosa preoccuparsi del fatto che la presenza di una cultura diversa dalla propria raggiunga proporzioni tali da rendere la nostra minoritaria.
Una tale preoccupazione diventa razzismo non già quando in base ad essa si chiedono all'autorità misure per evitare che si crei la condizione suddetta (chiedendo di porre dei limiti all'immigrazione, ad esempio), bensì quando s'invocano misure a qualunque titolo discriminatorie nei confronti di chi è già tra di noi. O, come accade più spesso, quando con atti o con parole ci si comporta verso chi non condivide la nostra cultura in un modo che ci guarderemmo bene da adoperare con coloro che invece la condividono.
Le culture sono una cosa complicata e da maneggiare con cura. Per una ragione evidente: perché contribuiscono in misura decisiva a costituire l'identità di ognuno di noi, a farci essere e a farci sentire ciò che siamo, spesso al di là della nostra stessa consapevolezza. Se si è nati in questa parte del mondo, ad esempio, può capitare di essere un ateo a diciotto carati, infatti, perfino un mangiapreti, ma nel momento in cui si vede la cattedrale di Notre-Dame andare a fuoco, avvertire comunque un sentimento misterioso di tristezza e di angoscia, di perdita di qualcosa che ci riguarda profondamente.
Proprio per questo la politica è sempre tentata di sfruttare, esasperandolo, il dato culturale-identitario, dal momento che essa vede in ciò la possibilità di fare appello alla nostra parte meno razionale, di sollecitare le nostre reazioni più immediate e magari sconsiderate. È questa la strada che in Italia troppo spesso imbocca una parte della destra quando esaspera gli animi e più o meno intenzionalmente favorisce comportamenti che mirano a negare o violare i diritti altrui, siano questi emigrati, rom, o chiunque altro.
Al che però si risponde spesso dall'altra parte, dalla sinistra, in modo altrettanto esasperato e contrario, opponendo ai "bassi istinti" gli "alti principi", alla febbre identitaria un algido idealismo che affida tutta la sua capacità di convinzione alla forza del tabù che per ogni persona civilizzata rappresenta l'accusa di razzismo. Ma applicare sconsideratamente il termine razzismo, come non manca di sottolineare esplicitamente Lévi-Strauss, significa solo banalizzare il concetto, svuotarlo del suo contenuto. E così rischiare di condurre alla fine a un risultato opposto a quello desiderato.
viveresenigallia.it, 11 gennaio 2020
"L'uomo non è il suo errore". È una frase molto efficace, che interpella la nostra coscienza civile. Descrive in modo sintetico l'idea di base su cui è fondata l'esperienza del progetto CEC, Comunità Educante con i Carcerati. Se ne discuterà mercoledì prossimo, 15 gennaio, al Teatro Portone, alle ore 21, in un incontro promosso dalla Scuola di Pace del Comune di Senigallia e dalla Diocesi di Senigallia.
È il secondo incontro che la Scuola di Pace propone a tutta la città, inserito nel programma biennale "Risoluzioni. Contare i conflitti, raccontare la Pace". Le CEC sono delle comunità alternative al carcere, promosse dalla Comunità papa Giovanni XXIII, presenti soprattutto nella provincia di Rimini. Accolgono detenuti a cui mancano non più di quattro anni di carcere prima di ottenere di nuovo la libertà.
Le strutture non prevedono celle di isolamento, non ci sono guardie carcerarie, non c'è un clima punitivo. Sono comunità in cui a tutti è richiesto un servizio a favore degli altri. Alle persone che vivono in una comunità CEC vengono proposti dei percorsi educativi, che aiutano a misurarsi con il proprio passato, a recuperare la propria autostima e a prepararsi per un autentico reinserimento nella società. Si guarda, dunque, all'uomo, non al suo errore, in un'ottica che, a partire da una proposta di fede cristiana, punta a recuperare la propria dignità umana e il senso di solidarietà con le altre persone.
Ogni detenuto ha vissuto sulla propria pelle un conflitto che lo ha portato a compiere azioni sbagliate. Superare questi conflitti, nell'ottica della giustizia riparativa, significa fare Pace con il proprio passato e porre le basi per un futuro di Pace con se stessi, con il proprio contesto familiare e sociale.
Da ormai diversi mesi, un gruppo di giovani di Senigallia, a cui si sono affiancate anche delle persone adulte, sta svolgendo un'attività di volontariato recandosi presso alcune comunità CEC. È un'attenzione che sta crescendo e che interpella la coscienza di ogni autentico costruttore di Pace. Si sta pensando di aprire anche a Senigallia una comunità CEC, coinvolgendo le tante associazioni presenti in città che sono attente al mondo dei carcerati. Ospite della serata del 15 gennaio sarà Giorgio Pieri, uno dei fondatori del progetto CEC, insieme ad alcuni detenuti che, attraverso il racconto della loro storia, faranno capire l'importanza dei percorsi alternativi al carcere per dare nuova vita e speranza a chi ha un debito con la società.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 11 gennaio 2020
"La scrittura è un modo possibile di comprensione non solo di ciò che si è fatto ma anche di quello che si sarebbe voluto fare e di ciò che si vuole fare. La scrittura non è soltanto memoria, non è soltanto un ricordo, non è soltanto ricapitolazione della propria vita ma è anche apertura verso altre vite".
Con queste parole lo scrittore Edoardo Albinati, premio Strega 2016, ha introdotto la premiazione, in qualità di presidente della giuria, della prima edizione del premio letterario "Camera con vista" in favore dei detenuti della Casa circondariale di Velletri.
L'evento si è tenuto nel teatro del carcere, dedicato ad Enzo Tortora, ed è stato condotto dall'avvocato Sabrina Lucantoni, presidente della Camera penale di Velletri, e ideatrice del progetto: "Con i membri del direttivo abbiamo ritenuto necessario creare un collegamento concreto tra la società civile e la popolazione carceraria. A noi operatori del diritto, a chi rifugge una idea moralizzatrice della giustizia, tocca promuovere queste iniziative culturali. I detenuti ci hanno donato i propri sentimenti, il dolore, il rammarico, la vergogna ma anche la speranza".
E di speranza ha parlato l'esponente radicale Rita Bernardini: "Pannella diceva che non bisogna solo avere speranza ma anche essere speranza. Se tu la incarni ti rendi conto che cambi la realtà intorno a te. Fra questi elaborati c'è questo concetto, alcuni detenuti hanno scritto di volere speranza per se stessi ed esserlo per gli altri. E questo è molto bello perché significa voler costruire qualcosa e dare qualcosa agli altri".
Un intervento molto profondo, che ha buttato giù il muro che divide i giusti dagli ingiusti, è stato quello di Maria Antonia Vertaldi, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma: "Posso dire con certezza, alla fine della mia carriera, che forse i migliori giorni della mia vita sono quelli che ho trascorso all'interno del carcere dove ho avuto modo di capire e principalmente conoscere me stessa, i miei limiti, le mie paure, i miei timori, le mie speranze che sono gli stessi sentimenti di coloro che nel carcere vivono in espiazione di una pena. Noi tutti vorremmo, io voglio e molti come me, che la pena si espiata in condizioni umane, rispettando la dignità".
Per Lia Simonetti, presidente dell'ordine avvocati di Velletri, "ai detenuti, secondo il dettato costituzionale, va data una possibilità concreta di risocializzazione, hanno diritto non soltanto a belle parole ma anche al rispetto sociale, alla possibilità di essere utili, al lavoro e a nuove spinte rigenerative, ad una vita vera futura". L'avvocato Francesco Lodise ha denunciato come "oggi non si tiene la barra dritta sull'articolo 27 della Costituzione, un faro che dobbiamo tenere sempre presente anche nella notte buia di un carcere".
Anche il Dubbio era tra i giurati: "Noi giornalisti siamo abituati a sbattere in prima pagina i mostri, che siano semplicemente indagati o colpevoli. Appena entrano in carcere ci dimentichiamo di loro e decidiamo irresponsabilmente di non raccontare il loro cambiamento".
Al termine degli interventi, sulle note del cantautore Stefano Pavan, e con la lettura di alcuni brani del doppiatore Mino Caprio, sono stati premiati i migliori racconti "Talento sprecato", "La vita in carcer"', "Cosa mi ha portato qui" - e il miglior disegno. Una casa editrice si è già fatta avanti per pubblicare tutti i racconti ma intanto per chi volesse acquistare le prime copie autoprodotte, i cui proventi andranno ai detenuti vincitori, può scrivere a: s.lucantoni@ gmail. com.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 11 gennaio 2020
Per le strade della capitale con i manifestanti pro-democrazia. Anche il premier iracheno insiste, secco no di Pompeo. Quasi tutti i soldati italiani a Erbil. "Via, via, via l'America e via l'Iran dall'Iraq", scandiscono a migliaia battendo le mani: "Non siamo il campo di battaglia della guerra tra Washington e Teheran". Uno slogan che è anche una richiesta di legittimazione ai governanti: "L'Iraq agli iracheni, fuori tutte le truppe straniere".
Il grido echeggiava ieri da piazza Tahrir all'antica Rasheed Street, sino alle stradine del "mercato dei libri" di Muthanabbi e lungo i quartieri di casupole in mattoni rossi sul Tigri, di fronte alla Zona Verde, la cittadella del potere dove c'è l'ambasciata Usa (più blindata che mai).
A una settimana dal blitz Usa contro Qassem Soleimani ("Voleva colpire quattro ambasciate americane", ha detto ieri Donald Trump), i giovani delle rivolte rilanciano la mobilitazione per abbattere il governo, porre fine alla corruzione, ottenere "lavoro e dignità".
Dai primi di ottobre la polizia e le milizie hanno ucciso quasi 600 dei loro, e i feriti sono oltre 22.500. Lungo la strada ecco i memoriali dei "martiri", candele, libri del Corano e foto, tanti ripresi moribondi sul selciato insanguinato. Barricate, auto bruciate e tanti sogni. Temevano che il raid Usa, seguito dal lancio di missili iraniani, offuscasse le loro voci. Ma oggi gli slogan invadono i siti, i social, la stampa locale.
Cercando una nuova legittimità politica, che proprio questi giovani avevano indebolito sino a costringerlo alle dimissioni in dicembre e a guidare ora un governo transitorio, anche il premier Adel Abdul Mahdi si riferisce a loro nel chiedere agli americani di organizzare il ritiro delle truppe. Mahdi l'ha fatto con una telefonata diretta giovedì sera al Segretario di Stato Usa, Mark Pompeo.
"Ho chiesto a Pompeo di inviare una delegazione e preparare il ritiro delle truppe straniere", spiega in un comunicato. Un passo che segue la decisione (non vincolante) di domenica scorsa, quando il parlamento di Bagdad ha votato a risicata maggioranza (tutti deputati sciiti, assenti sunniti e curdi) "l'espulsione del contingente internazionale". Nel Paese si dibatte sulla validità del voto. In ogni caso, Mahdi ripete che il blitz Usa "costituisce una violazione dello spazio aereo iracheno", un'offesa della sua sovranità e degli accordi militari con Washington.
Muro contro muro. "Le truppe non se ne vanno", replica secco Pompeo. Ieri il Dipartimento di Stato ha ribadito che la presenza americana resta fondamentale per sconfiggere l'Isis e impedirne la rinascita. "Qualsiasi delegazione inviata in Iraq servirà per ricostruire la nostra collaborazione strategica, non per discutere il ritiro delle truppe".
Intanto l'Isis stesso in un comunicato plaude alla morte di Soleimani, mentre una fonte del Washington Post ha rivelato che l'operazione approvata dalla Casa Bianca era più vasta di quanto si pensasse: Il giorno prima che il drone uccidesse il generale iraniano e il numero due delle milizie sciite irachene, gli Usa hanno cercato di uccidere un altro comandante dei pasdaran, in missione nello Yemen (ma l'attacco contro Abdul Reza Shahlai è fallito).
A Washington si pensa a un ruolo più rilevante della Nato per l'addestramento delle forze di sicurezza irachene. Il tema è scottante e confuso. Per il momento le attività di addestramento degli iracheni da parte della settantina di contingenti della coalizione internazionale a guida Usa (10.000 soldati in tutto) sono congelate. Gran parte dei 926 soldati della missione italiana sono dall'altro ieri concentrati a Erbil con il comandante, generale Paolo Fortezza. A Camp Dublin, presso l'aeroporto di Bagdad, restano circa 120 carabinieri.
di Federica Delogu
Il Manifesto, 11 gennaio 2020
Il governo attuale ha inserito la violenza domestica tra i temi da affrontare nella legislatura appena avviata, inserendo tra le misure da adottare lo sviluppo di un sistema integrato di segnalazione di potenziali vittime e aggressori. "In Portogallo la violenza domestica è il crimine che fa più vittime e uno dei principali problemi del paese": queste le parole pronunciate nel primo giorno della nuova legislatura dal leader parlamentare del Bloco de Esquerda, Pedro Filipe Soares, che ha presentato due proposte di legge per intervenire su quello che ha definito "un autentico flagello".
Dal 2004 l'Osservatorio sulle donne assassinate, nato nell'ambito dell'Umar, União de Mulheres Alternativa e Resposta, storica associazione femminista portoghese, analizza i casi di violenza sulle donne riportati dalla stampa e registra età delle vittime, luogo e tipologia delle violenze. Da quando ha iniziato la sua analisi l'Osservatorio ha registrato 531 femminicidi e 618 tentativi di femminicidio (i dati più recenti sono aggiornati al 12 novembre 2019 e presentati a fine novembre in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne).
Ogni mese cinque donne in Portogallo sono vittime della violenza maschile più estrema, e ogni mese due di loro muoiono a causa di questa violenza. Il bilancio provvisorio del 2019, secondo l'Osservatorio, era di 28 donne uccise nell'ambito di relazioni sentimentali o familiari, due assassinate da sconosciuti, 27 tentati femminicidi e 45 orfani. Da allora altre due donne sono state uccise dai propri compagni negli ultimi giorni dell'anno.
Un numero altissimo, per un paese che ha poco più di dieci milioni di abitanti. Delle 28 vittime registrate fino a novembre 2019, il 53% sono state uccise dall'uomo con cui avevano una relazione in corso al momento dell'assassinio e il 21% dall'ex marito o compagno (mentre nel resto dei casi da familiari diretti o indiretti). Il 71% delle donne uccise aveva già subito violenza durante la relazione, e nella maggior parte dei casi denunciato.
Secondo i dati pubblicati dal governo, invece, le vittime di violenza domestica fino a novembre sarebbero 33: 25 donne, un bambino e 7 uomini. Il panorama che ne emerge non solo conferma che il femminicidio è l'epilogo di violenze perpetrate per anni da compagni e mariti ma ci dice anche che in molti casi altre persone, o addirittura istituzioni, erano a conoscenza delle violenze.
Oltre ai casi di violenze in ambito familiare, nel 2019 due donne sono state uccise da sconosciuti. A gennaio una prostituta è stata accoltellata a morte da un cliente durante un incontro mentre il figlio della donna, un ventenne affetto da sindrome di down, aspettava la madre in macchina, e a settembre una suora di 61 anni è stata uccisa e violentata da un quarantenne.
Secondo Joana Grilo, attivista della rete 8 marzo, "il Portogallo ha delle leggi molto più avanzate della sua società e la violenza di genere ne è un esempio. C'è una grande disparità tra le grandi città e i piccoli paesi dal punto di vista della cultura di genere e in questo contesto si inserisce il grande lavoro portato avanti dai movimenti femministi". Nel 2019 per lo sciopero femminista internazionale dell'8 marzo sono scese in piazza 30mila persone, "ma la grande vittoria - prosegue Grilo - non è stata tanto vederne 20mila a Lisbona, quanto portarne cinquecento a Braga, coinvolgere piccole realtà, dare forza alle donne che non hanno mai raccontato le loro storie".
Il femminismo portoghese ha una storia antica e intensa, che nel periodo repubblicano che ha preceduto la dittatura di Salazar ha visto lotte e rivendicazioni di pensatrici femministe. "Quelle rivendicazioni furono rese invisibili durante la lunga notte del fascismo, e noi che crescemmo durante la dittatura non avevamo coscienza di quelle lotte - spiega Manuela Tavares, una delle fondatrici dell'Umar - All'indomani della rivoluzione dei garofani del 1974 il femminismo portoghese è dovuto rinascere, ma aveva completamente perso la memoria storica e questa fragilità ha tutt'ora conseguenze evidenti".
La legge che depenalizza l'aborto, ad esempio, è arrivata solo nel 2007 dopo anni di lotte femministe. "Concentrando l'attenzione su quel tema abbiamo dovuto lasciarne indietro altri e siamo arrivate a far entrare i discorsi di violenza domestica e di genere nel dibattito pubblico con vent'anni di ritardo rispetto ad altri paesi europei" prosegue Tavares - Mentre i primi centri antiviolenza in Inghilterra sono degli anni 70 noi ci siamo arrivate solo negli anni 90".
Se però molti passi avanti sono stati fatti da allora la violenza domestica resta un problema culturale che affligge non solo la società ma anche i tribunali. "Mia figlia Carla ha vissuto per sei anni con un compagno violento che la maltrattava. - racconta Amélia Santos, che ha perso entrambi i figli per mano dello stesso uomo - Quando nel 2010 ha deciso di separarsi, lui ha minacciato di uccidere tutta la sua famiglia. Quello stesso anno l'ha sequestrata, torturata e violentata davanti al figlio di 22 mesi. Le ha fatto tutta la violenza possibile".
Il giorno dopo il sequestro l'uomo, Moisés Fonseca, fu arrestato, processato e condannato a un anno e mezzo con sospensione della pena. "La giudice disse a mia figlia che lui aveva agito per amore" prosegue Amélia Santos, e in seguito, "come la maggior parte delle donne di questo paese, è stata obbligata all'affidamento congiunto del figlio con l'uomo che l'aveva sequestrata e violentata". Tre anni dopo l'uomo sequestrò il fratello di Carla, lo uccise e ne nascose il corpo, prima di uccidere anche lei.
"La mentalità esistente nei tribunali è quella della colpevolizzazione delle donne - spiega Manuela Tavares - Sono stati istituiti dei corsi di formazione sul tema ma sono rivolti ai giovani mentre sono proprio i giudici più anziani quelli che hanno più potere". Quello del giudice Neto de Moura ne è l'esempio più evidente: in una sentenza del 2015 il magistrato giustificò la violenza a una donna da parte del compagno e dell'ex marito sostenendo che "l'adulterio è una condotta che la società ha sempre condannato, e le donne oneste sono le prime a stigmatizzare le adultere". Nella sentenza citò la Bibbia e una legge penale del 1886 che di fatto prevedeva il delitto d'onore.
In seguito, in un processo d'appello a un uomo che aveva rotto il timpano alla compagna con un pugno, attenuò la pena decisa in primo grado e ritirò il braccialetto elettronico. Dopo le denunce e le proteste delle femministe e dell'opinione pubblica il giudice aveva chiesto di essere dispensato dai processi di violenza domestica ma la decisione era stata rigettata dal Tribunale Supremo. A marzo di quest'anno è stato rimosso dal suo ruolo e assegnato a un tribunale civile.
Oggi, grazie al lavoro dell'Umar e dei movimenti femministi, il tema sulla violenza ha trovato uno spazio nel dibattito pubblico e nel parlamento portoghese. Il governo socialista di António Costa, confermato nella tornata elettorale dello scorso 6 ottobre, aveva proclamato per il 7 marzo una giornata di lutto nazionale per le donne vittime di femminicidio e istituito una commissione tecnica multidisciplinare per migliorare la prevenzione e combattere la violenza domestica.
La relazione presentata a fine giugno dalla commissione chiedeva al governo di intervenire su tre ambiti principali: una raccolta dei dati dettagliata, modalità e protocolli d'intervento nelle 72 ore successive alla denuncia per garantire la protezione adeguata, e infine una formazione specifica delle figure professionali a vario titolo coinvolte.
Il governo attuale ha inserito la violenza domestica tra i temi da affrontare nella legislatura appena avviata, inserendo tra le misure da adottare lo sviluppo di un sistema integrato di segnalazione di potenziali vittime e aggressori, investimenti nell'educazione e l'allargamento della Rete nazionale di appoggio alle vittime di violenza domestica. Inoltre da tempo il primo ministro Costa valuta una riforma costituzionale per la creazione di tribunali specializzati in violenza domestica, per permettere un approccio giudiziario integrato.
Il Partito Ecologista dei Verdi (Pev) in occasione della giornata per l'eliminazione della violenza contro le donne ha proposto un sussidio statale alle vittime di violenza e a ottobre il Bloco de Esquerda ha riproposto i due progetti di legge a cui lavora dalla scorsa legislatura, ma che non erano stati approvati dal parlamento.
Il primo prevede che le testimonianze delle vittime di violenza domestica nelle 72 ore successive alla denuncia possano essere usate come prova durante il processo, sia perché raccolte in un momento immediatamente successivo ai fatti e quindi più precise e ricche di dettagli, sia per evitare alle donne di ripetere l'audizione. Il secondo progetto di legge prevede invece il conferimento dello status di vittima ai minori che assistono o testimoniano nei casi di violenza domestica, come previsto dall'articolo 26 della Convenzione di Istanbul.
All'indomani della giornata contro la violenza sulle donne il gruppo delle Mulheres de Braga, costituitosi dopo il femminicidio di Gabriela Monteiro a settembre, ha consegnato al presidente dell'Assemblea della Repubblica una petizione firmata da ottomila persone per chiedere al Parlamento di intervenire con misure efficaci sulla violenza, e in particolare nella tutela dei figli delle vittime. Per questo si batte anche Amélia Santos, che ha dovuto lottare per ottenere la custodia del nipote contro la famiglia dell'assassino dei suoi figli. "I bambini che vivono in contesti di violenza di genere subiscono enormi traumi - sostiene - e devono essere considerati vittime, perché è questo che sono. Finora siamo stati vittime prima dell'aggressore e poi della giustizia di questo paese".
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