di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 1 dicembre 2019
Il ministro della Giustizia all'Anm riunita a congresso: i dem non votino con FI. E sul Csm apre ai magistrati. Continua a dire che l'abolizione della prescrizione dei reati dopo la sentenza di primo grado, in vigore dal 1° gennaio, è "una conquista di civiltà". E quando lo ribadisce al congresso dell'Associazione nazionale magistrati, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ricorda che le toghe proponevano di bloccarla al momento del rinvio a giudizio.
di Giulio Seminara
Il Riformista, 1 dicembre 2019
Ogni giorno di governo ha la sua pena, l'ultima si chiama "prescrizione". Balla forte la maggioranza a trazione M5S-Pd sulla riforma Bonafede, conquista parecchio identitaria del Movimento, ottenuta durante lo scorso esecutivo gialloverde e che andrà in vigore dal 1 gennaio 2020. Il nodo della discordia è l'abolizione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio, misura che fa gonfiare il petto ai grillini ma che inquieta i democratici, convinti di entrare così in un'epoca in cui "i processi durano all'infinito".
Il Movimento teme fuoco amico in aula, magari il sostegno democratico al decreto-legge del forzista Enrico Costa che di fatto neutralizzerebbe la riforma Bonafede, recuperando la vecchia legge Orlando. A confermare la preoccupazione (e la poca fiducia verso gli alleati) l'interessata profezia di Luigi Di Maio: "La riforma della prescrizione entra in vigore il primo gennaio".
Con tanto di monito per Zingaretti e compagni: "Spero che nessuno in maggioranza voglia votare un provvedimento per farci tornare ai tempi berlusconiani". Sulla stessa linea (nessuna concessione e tanto sospetto) il Guardasigilli Alfonso Bonafede: "Se il Pd in Aula fa asse con Forza Italia e Lega sulla prescrizione sarebbe grave".
Ma al Nazareno non mollano la presa, timorosi che la riforma Bonafede senza aggiustamenti sia pericolosa. I dem non si professano, almeno pubblicamente, ostili alla cancellazione della prescrizione ma temono che con l'entrata in vigore della riforma i processi diventeranno infiniti, instaurando di fatto un ergastolo psicologico.
Il Pd vuole istituire delle misure a tutela della "ragionevole durata dei processi", che Bonafede e il M5s vogliano o no. Il capogruppo democratico al Senato Andrea Marcucci ricorda a Di Maio e Bonafede che sono "ministri in una coalizione". E l'ex Guardasigilli Andrea Orlando rincara "vogliamo fatti concreti sul processo penale". Nicola Zingaretti a provare a mediare.
"Noi diciamo che accanto alla prescrizione bisogna garantire i tempi certi e brevi del processo. Se questo si ottiene noi non facciamo nessun problema. Bisogna solo ascoltarsi che è la cosa più bella che si possa fare fra alleati", dice il segretario Pd.
Ma l'Aula è grande e sulla battaglia garantista si possono trovare nuovi alleati. Il deputato Alfredo Bazoli, capogruppo dem in Commissione Giustizia alla Camera, ci dà la linea, che non piacerà agli alleati grillini: "Il M5s deve accettare un compromesso politico e abbandonare i toni inaccettabili alla Di Battista. Attendiamo un segnale dal ministro Bonafede, finora troppo rigido". Se no cosa succede? "Porteremo comunque avanti la linea a difesa della ragionevole durata dei processi. La soppressione della prescrizione senza regole sui tempi processuali rischia di originare processi infiniti. Lo dicono anche tanti magistrati".
Cosa proponete? "La via maestra oggi è il rinvio della riforma Bonafede per applicare la fine della prescrizione dopo il primo grado insieme alla riforma dei processi". Ma il Guardasigilli non sembra d'accordo. "Allora faremo nostre proposte in Parlamento con chi ci sta, tese unicamente a dare tempi certi ai processi".
Anche con Forza Italia? "Si, chiunque voglia sostenere questa battaglia". Sembra un fronte garantista. "Il Pd è un partito garantista equilibrato". E il M5s? "Ogni tanto perde la frizione sul giustizialismo".
La prescrizione può provocare una crisi di governo? "Certamente se non arriviamo a una soluzione, e il tempo stringe, rischia di diventare un fatto deflagrante per il governo". Potreste votare il decreto-legge Costa? "Così aboliremmo la riforma Bonafede e non vorremmo arrivare a tanto". Intanto la proposta forzista resta lì, col consenso del centrodestra, in attesa di un fronte "garantista".
Libero, 1 dicembre 2019
Proteste davanti alla Corte di Cassazione. A ottobre c'era stato il primo blocco di astensioni dalle udienze. Non è servito, visto che l'odiata riforma della prescrizione - almeno a sentire il Guardasigilli Alfonso Bonafede - entrerà in vigore all'inizio del 2020.
Così l'Unione delle Camere penali, nel giorno in cui Associazione nazionale magistrati e governo suggellano l'intesa al congresso del "sindacato delle toghe", si preparano a un'altra mobilitazione. Da domani a venerdì 6 dicembre, infatti, i penalisti diserteranno i palazzi di giustizia contro quella che ancora ieri il presidente Gian Domenico Caiazza ha definito la "barbarie dei processi infiniti".
Perché questo succederà, attacca il numero uno dell'Unione delle Camere penali, quando la riforma Bonafede che blocca la prescrizione dopo il giudizio di primo grado entrerà a regime. "I processi interminabili, che diventeranno infiniti, sono una barbarie", dice Caiazza proprio a margine del congresso dell'Anm, a Genova.
Oltre alla nuova ondata di astensioni dalle udienze, gli avvocati si renderanno protagonisti di una "maratona oratoria" in piazza Cavour, davanti al Palazzaccio, dove ha sede la Corte di Cassazione. Dal 2 al 7 dicembre, i penalisti racconteranno dal vivo "la verità sulle cause della durata irragionevole dei processi e su come diventeremo tutti ostaggi a vita dello Stato con l'abolizione della prescrizione".
Così "centinaia di avvocati da tutta Italia" si recheranno in piazza Cavour "per raccontare ai cittadini quello che realmente accade nei tribunali ogni giorni". I magistrati, invece, non stanno nella pelle dopo le parole del Guardasigilli. Per loro la riforma della prescrizione "così com'è va benissimo, produrrà effetti positivi e renderà impossibile un uso strumentale delle impugnazioni", esulta Luca Poniz, il presidente uscente dell'Anm. Le toghe incassano anche l'addìo all'ipotesi del sorteggio per eleggere i componenti togati del Csm. "Ormai è alle spalle", assicura Bonafede.
di Riccardo Ferrante*
Il Secolo XIX, 1 dicembre 2019
Il 34° congresso della Associazione Nazionale Magistrati organizzato a Genova è stato necessariamente una sorta di psicanalisi di gruppo. Troppo recenti i fatti che hanno coinvolto - tra maggio e giugno scorsi - alcuni componente del Consiglio Superiore della Magistratura.
La relazione del presidente Anm Luca Poniz non ha tradito pulsioni di rimozione. Se da una parte al magistrato non può essere negata una sana volontà di affermazione professionale, dall'altra il vero elemento di corrosione interna all'ordine giudiziario è quello del carrierismo, veicolato dalle correnti che con i loro rappresentati al Csm decidono le nomine.
Che il vasto corpo della Magistratura si organizzi in tendenze culturali strutturate e che esse partecipino secondo un criterio di rappresentanza alla gestione dell'organo di governo autonomo, risponde pacificamente al principio democratico. La stessa Anm, sintesi unitaria delle diverse tendenze, ha storicamente svolto una funzione centrale. Fondata a Milano il 13 giugno 1909 come "Associazione Generale fra i magistrati d'Italia", ha accompagnato le diverse fasi della storia nazionale, ma è col rifondante Congresso di Gardone (1965), che i giudici si sono collocati al centro del dibattito giuridico e politico, proponendosi, in quanto interpreti, come motore di progresso normativo.
L'obbiettivo posto fu la concreta applicazione della Carta costituzionale, e dell'art. 3 in particolare (il principio di uguaglianza). Il ruolo centrale di Anm è riconosciuto puntualmente, in apertura di ogni suo congresso nazionale, conia presenza del Presidente della Repubblica. Questa volta era presente Sergio Mattarella che, in quanto presidente del Csm, a giugno scorso con un tono di gravità che non gli è usuale ha stigmatizzato quanto era emerso, e in particolare le collusioni tra politici sotto processo e giudici in carica al Csm, per indirizzare le nomine dei magistrati che di quei processi si sarebbero dovuti occupare.
Il Csm va "smilitarizzato" politicamente, ha insistito il suo vicepresidente Davide Ermini ieri a Genova, e il ministro della giustizia Bonafede ha assicurato che nel progetto di riforma del Consiglio non ci sarà la nomina per sorteggio. Un tale sistema, sottraendo rappresentatività vanificherebbe in effetti buona parte del ruolo riservatogli negli equilibri costituzionali. Ugualmente rischiosa - lo ha sottolineato Poniz - sarebbe la presenza di due Csm distinti per giudicanti e requirenti.
Il tema costante, in quasi tutti gli interventi di questa tre giorni congressuale, è stato rappresentato dai fatti degenerativi di maggio/giungo scorsi, e gli effetti deleteri di un sistema elettorale del Csm (con collegio unico nazionale) causa di un correntismo sfrenato. Spiace dover assistere in questo congresso a un, pur necessario, ripiegamento di Anm su se stessa, in un autoesame fatalmente autoreferenziale.
Non per nulla "Gardone 1965" è stato richiamato così spesso; un evento che dimostrò la straordinaria vitalità progressiva della magistratura del secondo dopoguerra; "Genova 2019" risponde allo spirito dei tempi. Il crollo del viadotto Morandi è stato ricordato più volte, per dare il senso di una presenza solidale dei magistrati in città; in fondo è anche metafora del crollo drammatico di qualcosa che si pensava impossibile cedesse. Ecco, facciamo che le ricostruzioni siano davvero rapide, entrambe.
*Direttore del Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università di Genova
di Dario Del Porto
La Repubblica, 1 dicembre 2019
"Dietro questa strategia c'è il tentativo di salvare le componenti più raffinate delle organizzazioni mafiose". Ci sono "capi riconosciuti" di organizzazioni camorristiche che dal carcere "scrivono lettere per dissociarsi", ammettendo cioè solo singoli delitti, senza chiamare in causa terze persone né contribuire ad alzare il velo sugli affari del clan, allo scopo di ottenere uno sconto di pena, soprattutto nei processi per omicidio.
Dietro questa scelta, il procuratore Giovanni Melillo vede "il rischio concreto" di utilizzare questo strumento "a salvaguardia delle componenti più raffinate del sodalizio criminoso". Il capo dei pm del Centro direzionale lancia l'allarme intervenendo al convegno della Camera penale sull'ergastolo ostativo e ribadisce la linea dell'ufficio inquirente dinanzi alla strategia, inaugurata agli inizi degli anni 90 da esponenti della famiglia malavitosa dei Moccia di Afragola in antitesi alla collaborazione piena con la giustizia, sulla falsariga di quanto accaduto negli anni del terrorismo, che oggi viene riproposta soprattutto da esponenti di primissimo piano degli Scissionisti di Scampia.
"L'associazione mafiosa - argomenta il procuratore - mira anche ad obiettivi come la corruzione e il riciclaggio, non riesco a comprendere come ci si possa dissociare dalla corruzione o dal riciclaggio". Condotte che, al contrario, rischiano di rafforzarsi grazie al silenzio dei boss dissociati.
Ecco perché, secondo il procuratore di Napoli, "le dissociazioni verbali non bastano" ad aprire la strada ai benefici, neppure alla luce delle sentenze della Cedu e della Corte costituzionale sulla estensibilità dei permessi premio in caso di ergastolo per delitti di mafia anche in mancanza di una piena collaborazione. La decisione della Consulta, ragiona Melillo, "pone al centro il tema centrale della discrezionalità giudiziaria", per la quale il capo dei pm auspica "una nuova configurazione complessiva".
Non è d'accordo con Melillo l'ex presidente della Camera penale Attilio Belloni che, nel corso del dibattito moderato dall'avvocato Marco Campora, obietta: "Se si dubita della dissociazione, si dubita che un mafioso possa emendarsi".
Ai lavori sono intervenuti anche il tesoriere dell'Unione nazionale delle Camere penali, Giuseppe Guida, il pg Luigi Riello, il garante per i diritti dei detenuti Samuele Ciambriello, il presidente della Camera penale Ermanno Carnevale, la presidente de Il Carcere possibile Anna Ziccardi e la presidente del tribunale di Sorveglianza Adriana Pangia. Durante la discussione non è mancato un botta e risposta fra il procuratore nazionale Antimafia Federico Cafiero de Raho e il docente universitario di Diritto penale Sergio Moccia.
"Il "fine pena mai" di fronte a soggetti che, durante la detenzione, sono cambiati, è in contraddizione con lo Stato di diritto. Non si può pensare di togliere a un uomo la speranza", ha evidenziato Cafiero de Raho, ricordando però che "secondo le regole chi entra a far parte dell'associazione non ne esce più".
Oggi, ha rimarcato Cafiero, "le mafie cambiano pelle, studiano la strategia della sommersione, entrano nell'impresa. All'interno del carcere, il vero mafioso non dà alcun problema, rispetta le regole". A questo punto, il professor Moccia è intervenuto: "Se fosse realmente un capo, farebbe di tutto per uscire".
E Cafiero ha replicato: "Professore, non dimentichi quello che è accaduto nel 1993, quando dopo le stragi i boss della 'ndrangheta fermarono i delitti perché "stavano bene con le istituzioni". Negare l'intelligenza delle mafie significa negare la realtà".
Nel suo intervento, Moccia aveva evidenziato di essere "contro l'ergastolo, non solo quello ostativo". Senza risparmiare una stoccata a "quei politici che parlano a vanvera, quando usano espressioni come "buttare le chiave" o "marcire in galera".
di Raffaella Ianuale
Il Gazzettino, 1 dicembre 2019
Ai duecento già previsti a Vicenza se ne stanno aggiungendo altri cento a Rovigo. Tutti detenuti per reati di mafia destinati alle carceri venete. La metà di loro si è già insediata (un centinaio a Vicenza e una sessantina a Rovigo), ma è solo questione di settimane e poi tutti i posti di alta sicurezza delle due carceri verranno occupati da condannati per 416 bis, cioè associazione a delinquere di stampo mafioso.
"Abbiamo ricevuto notizie dell'arrivo di alcuni famigliari dei detenuti, siamo preoccupati perché in Veneto ci sono già stati casi di infiltrazioni mafiose e non siamo strutturati per contrastare questo tipo di criminalità".
La premessa è dell'ex ministro e attuale senatrice della Lega Erika Stefani che ieri si è riunita a Vicenza con i rappresentanti dei diversi livelli di governo del suo partito per intraprendere un'azione trasversale perché non vengano sottovalutate le conseguenze che potrebbe avere l'arrivo in Veneto di un così elevato numero di condannati per mafia, 'ndrangheta, camorra e sacra corona unita. A partire dal Senato, passando per la Camera, la Regione Veneto e il Comune di Vicenza.
L'azione comune - "Ho fatto un'interrogazione al ministro della Giustizia - prosegue Stefani - per chiedere quali iniziative intenda mettere in atto per garantire la sicurezza del territorio e evitare contatti tra l'interno e l'esterno del carcere. Quello mafioso è un reato frutto di relazioni, da qui nasce l'associazione a delinquere".
E cita l'esempio delle infiltrazioni ad Eraclea, nel Veneziano: l'inchiesta ha portato alla luce come la camorra si sia intrufolata nel tessuto economico del territorio. "Questi sono segnali che dimostrano che non siamo immuni alla criminalità mafiosa - prosegue la senatrice - il Veneto sta attraversando un momento delicato: le aziende sono in difficoltà, il sostegno bancario è venuto meno, quindi in una situazione di crisi come questa si possono aprire varchi per le organizzazioni criminali che offrono finanziamenti alle imprese per poi obbligarle alla sudditanza".
Da qui l'interrogazione al ministro in cui la senatrice chiede il perché si sia deciso di dirottare in Veneto un così elevato numero di condannati per mafia, e quali iniziative si intendano mettere in atto per controllare che non intacchino il tessuto economico. "Non siamo preparati a contrastare una criminalità di questo tipo - conclude - ci vuole potenziamento di personale, ma anche attività di intelligence".
Interventi a più livelli - Rientra nel fronte comune della Lega anche l'interrogazione urgente, sempre al ministro della Giustizia, dell'onorevole leghista Erik Pretto, componente della Commissione parlamentare antimafia, presentata assieme alla collega di partito Silvia Covolo. Per la Regione Veneto, ieri a Vicenza, il capogruppo della Lega Nicola Finco ha illustrato la mozione per giungere a un protocollo d'intesa tra istituzioni e forze politiche che assista le vittime di mafia anche attraverso l'attivazione di un numero verde. Fino al consigliere del Comune di Vicenza il leghista Filippo Busin e il segretario provinciale del partito Matteo Celebron.
La denuncia degli agenti - A sollevare il caso era stato l'Uspp, il sindacato degli agenti di polizia penitenziaria che aveva denunciato come nell'ala di alta sicurezza del carcere Filippo del Papa di Vicenza, inaugurata quattro anni fa, stessero arrivando detenuti per mafia.
"Arrivi che necessitano di un potenziamento di personale e di un direttore in pianta stabile" aveva denunciato il segretario regionale del sindacato Leonardo Angiulli, che parlava di una carenza di almeno sessanta agenti e di un direttore, a scavalco con Padova, presente a Vicenza per due giorni alla settimana. Numeri e carenze confermate dallo stesso direttore del carcere Fabrizio Cacciabue. E ora al caso Vicenza si aggiunge anche quello di Rovigo.
di Giuseppe Legato
La Stampa, 1 dicembre 2019
Altri dieci detenuti denunciano: botte in cella. L'inchiesta che ha portato all'arresto di sei agenti della Polizia penitenziaria del carcere Lo Russo e Cotugno di Torino accusati di tortura a danno di detenuti per reati a sfondo sessuale, è destinata ad allargarsi. Tra la sfilza di testimoni che nelle scorse settimane sono sfilati davanti al pm Francesco Pelosi, titolare del fascicolo di inchiesta, ve ne sono una decina che hanno denunciato - in alcuni casi - altri fatti gravi avvenuti nel penitenziario sul quale sono in corso accertamenti.
L'inchiesta, nata dalla segnalazione qualificata di Monica Cristina Gallo, garante comunale dei diritti dei detenuti che aveva raccolto le confidenze di alcuni carcerati, tutti sotto i 40 anni, ristretti nelle quattro "sezioni incolumi", nel padiglione C della casa circondariale, si arricchisce dunque di nuovi capitoli e registra - nella sostanza - una conferma dell'impianto accusatorio anche dai giudici del Tribunale del Riesame che si sono espressi sui ricorsi - contro la misura cautelare degli arresti domiciliari - presentata da quattro dei sei agenti indagati. Il dispositivo conferma gli arresti per due agenti e revoca l'ordinanza per altri due, uno difeso da Antonio Genovese.
Il Riesame riconosce che nel carcere di Torino si sono verificati diversi pestaggi e che le vittime sono attendibili; ritiene però che, per configurarsi la contestazione del reato di tortura, è necessaria una pluralità di condotte; quindi più condotte violente oppure una condotta violenta e altre vessatorie. Nel caso dell'agente a cui sono stati revocati i domiciliari il fatto di reato è uno solo e quindi cade la contestazione di tortura. Resta "una condotta degradante consistita nel costringere la vittima a rimanere fermo nel corridoio in piedi rivolto verso il muro, per un tempo di circa 40 minuti squalificando la sua persona", ma non inumana anche perché "non premeditata".
Questo - per senso contrario - è anche il motivo per cui gli altri due agenti indagati per almeno due episodi (tutti avvenuti tra Aprile 2017 e novembre 2018) si sono visti confermare il reato più grave e restano ai domiciliari. A uno avrebbero spruzzato detersivo per i piatti sul materasso e strappato le mensole dal muro, un altro sarebbe stato costretto a dormire sull'asse di metallo del letto, senza il materasso, un altro ancora ignorato quando ha chiesto una visita medica. Poi insulti e minacce. "Figlio di puttana, ti devi impiccare", gli dicevano. Per un altro, il trattamento era costringerlo a ripetere "sono un pezzo di merda".
ansa.it, 1 dicembre 2019
Chiudere un detenuto in uno stanzino dopo averlo costretto a stare in piedi faccia al muro per una quarantina di minuti, e quindi percuoterlo con calci e pugni, è sicuramente un trattamento "degradante", ma da solo non basta per essere considerato "tortura".
È una delle ragioni per le quali il Tribunale del Riesame di Torino ha annullato gli arresti domiciliari per uno degli agenti di Polizia penitenziaria del carcere delle Vallette indagato con alcuni colleghi per episodi di violenza sui reclusi. I giudici hanno effettuato una panoramica sulla giurisprudenza in materia di "tortura" che nel corso degli ultimi decenni è stata composta a Strasburgo dalla Corte europea per i Diritti dell'Uomo, arrivando alla conclusione che esiste una differenza fra trattamento "degradante" e trattamento "disumano".
L'agente, assistito dall'avvocato Antonio Genovese, è stato indagato solo per un episodio. Il reato introdotto nel 2017 vuole che "a fronte di un'unica condotta il trattamento sia inumano e degradante".
di Laura Tedesco
Corriere di Verona, 1 dicembre 2019
Denuncia degli avvocati scaligeri: "Il carcere? Sia solo l'extrema ratio". Braccialetti elettronici al posto della detenzione nei sempre più sopraffollati carceri, a cominciare da quello di Montorio? Secondo gli avvocati scaligeri un flop che rischia di rendere sempre più invivibili le già precarie condizioni e i già risicati spazi per i detenuti all'interno dei penitenziari. Perché i tanto reclamizzati dispositivi di controllo alternativi alla reclusione dietro le sbarre a Verona non sono disponibili.
Braccialetti elettronici al posto della detenzione nei sempre più sopraffollati carceri, a cominciare da quello di Montorio? Un clamoroso bluff, un gigantesco flop che rischia di rendere sempre più invivibili le già precarie condizioni e i già risicati spazi per i detenuti all'interno dei penitenziari. Perché i tanto reclamizzati dispositivi di controllo alternativi alla reclusione dietro le sbarre, a vent'anni dalla loro introduzione sulla carta, restano ancora una rarità, se non addirittura introvabili. Un allarme che investe anche Verona, in prima linea nella protesta andata in scena 24 ore fa su scala nazionale.
Ieri, in contemporanea con i colleghi avvocati di tutta Italia, la Camera penale veronese ha infatti celebrato la "giornata dei braccialetti elettronici". È la quinta volta che ciò accade negli ultimi 5 anni, a dimostrazione che la situazione non si sblocca e le denunce finora sono cadute nel vuoto. Ma i problemi restano, come spiega senza mezzi termini la vicepresidente Barbara Sorgato: "Sempre più magistrati dispongono l'uso dei braccialetti, soprattutto per l'applicazione della misura cautelare, ma il numero dei dispositivi disponibili è insufficiente, nonostante sia stato aggiudicato il bando per la nuova fornitura di 12mila esemplari.
Il servizio - denuncia la penalista veronese - sarebbe dovuto partire nell'ottobre del 2018, ma ciò non è accaduto a causa del ritardo da parte del Ministero dell'Interno nella nomina della commissione di controllo". Il risultato? Nella teoria, "le procedure di controllo mediante mezzi elettronici o altri strumenti tecnici dei detenuti agli arresti domiciliari" risultano disciplinate da circa 20 anni e da 6 il Legislatore ne ha stabilito l'"uso prevalente". Nella pratica, però, le cose anche a Verona stanno andando all'inverso, perché la richiesta di braccialetti elettronici per gli arresti domiciliari ha ormai superato, da tempo, la disponibilità dei dispositivi. Per tale ragione, pur potendo usufruire della misura, alcuni detenuti restano in carcere.
Tale circostanza, se da un lato dimostra come i magistrati stanno ricorrendo più frequentemente a questa misura di custodia cautelare, dall'altro crea enormi disparità di trattamento. Dunque la normativa ad oggi è rimasta poco meno che lettera morta: basti pensare che a Verona nessun dispositivo risulta in concreto non soltanto applicato, ma nemmeno disponibile.
Uno "zero" che ha riflessi sull'intero sistema. "Il ricorso ai braccialetti elettronici contribuirebbe a mitigare il problema del sovraffollamento carcerario e concorrerebbe a realizzare l'obiettivo di un sistema più umano, nel quale il carcere si ponga come estrema ratio ha ribadito ieri con un sit in davanti al tribunale il direttivo dei penalisti scaligeri - obiettivo che sembra rimanere ai margini di logiche di natura economica che nulla hanno a che vedere con i valori, di rango costituzionale, della sacralità della libertà personale e della funzione rieducativa della pena".
italiavela.it, 1 dicembre 2019
Hanno avuto problemi con la Giustizia ma sono pronti a virare verso acque più tranquille e navigare nel mare della vita rispettando le regole. Ad iniziare dalle regate del campionato invernale di vela. Debutto domenica 1 dicembre a Cagliari dove si inizia a regatare con due - 17 e 18 anni - dei sei ragazzi in affidato dal Dipartimento di Giustizia di Cagliari. Gli altri 4 ragazzi saliranno a bordo dalla prossima regata.
"In questi anni abbiamo lavorato molto sulla formazione attraverso la partecipazione a diversi corsi, le lezioni e le esperienze con navigatori professionisti, la preparazione della barca per regate internazionali come la Middle Sea Rice e la partecipazione con qualche soddisfazione agonistica ad alcune regate - fa la cronistoria dei progressi dell'associazione il presidente di New Sardiniasail Simone Camba -. Ora è arrivato il tempo di affrontare la sfida del campionato".
Le regate si disputeranno tutte nelle acque antistanti la spiaggia del Poetto. "Dopo la Rolex Middle Sea Race Limafotodinamico, la barca dell'associazione, è stata preparata per queste regate alleggerendola di tutte quelle attrezzature necessarie per l'altura - sottolinea il presidente Camba -pertanto dovremmo avere una barca molto più reattiva e veloce". C'è voglia di far bene e raggiungere un buon risultato.
"Sono dei ragazzi molto motivati, hanno una gran voglia di imparare e crescere - conclude il presidente Camba. Per loro rappresenta l'opportunità di imparare uno sport di gruppo dove è fondamentale rispettare le regole, ma pure l'occasione per apprendere teoria e pratica professionale utili anche per trovare lavoro nel mondo della nautica".
L'associazione è supportata da Fotodinamico, Slam, Lega Navale Italiana sez. di Cagliari e ultimo ottimo arrivato Specialcar Group Spa, concessionaria in Sardegna per i marchi Bmw, Mini, Motorrad e Maserati e a Cagliari e Oristano per Mercedes-Benz, Smart e Volvo.
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