di Giampaolo Piagnerelli
Il Sole 24 Ore, 10 gennaio 2020
Sussiste reato paesaggistico anche quando il bene non ha subito modifiche estetiche ma interventi sulla cubatura. La Cassazione penale, infatti, con la sentenza n. 370 depositata il 9 gennaio ha precisato che rientrano nella nozione di abuso al paesaggio anche tutte quelle opere non autorizzate eseguite all'interno dell'edificio, in quanto anche in questo caso si determina un'alterazione dell'originario assetto dei luoghi di valutazione in sede penale.
L'autorità comunale - Pertanto, per i giudici della Suprema corte, è necessario ottenere il permesso a costruire anche per realizzare immobili in tutto o in parte interrati, trattandosi di lavori per i quali l'autorità comunale deve svolgere il suo controllo diretto ad assicurare sia l'ordinato sviluppo dell'aggregato urbano, sia il rispetto delle norme urbanistiche e anche l'osservanza delle regole tecniche di costruzione prescritte dalla legge. È interessante la precisazione della sentenza che esamina la serie di lavori di diversa entità eseguiti sull'immobile. E quindi i singoli lavori effettuati e per i quali si incorrerebbe in una sanzione meno grave devono essere considerati nel loro insieme, quindi senza che sia consentito scindere e considerare separatamente i suoi singoli componenti e ciò ancor più nel caso di interventi su preesistente opera abusiva.
Conclusioni - Per concludere - si legge nella sentenza - il Legislatore, anche per allargare i confini degli illeciti contro il paesaggio, ha esteso nel tempo la nozione di reato paesistico fino ad arrivare all'articolo 131 del Dlgs 63/2008 secondo cui per paesaggio si deve intendere il territorio espressivo di identità, il cui carattere deriva dall'azione di fattori naturali, umani e dalle loro destinazioni.
met.provincia.fi.it, 10 gennaio 2020
La vita in carcere è certamente dura per i detenuti. Ma anche il lavoro del personale sanitario e penitenziario è fonte di criticità e disagio. Per questo il Centro di riferimento regionale sulle criticità relazionali (Crrcr), in collaboratone con l'Ordine degli psicologi, ha presentato un progetto, "La salute in carcere: accoglienza, analisi ed orientamento rispetto al disagio del personale che opera negli istituti penitenziari", approvato dalla giunta in una delle ultime sedute, su proposta dell'assessore al diritto alla salute Stefania Saccardi, e finanziato con 24.000 euro.
Il progetto è stato presentato stamani nel corso di una conferenza stampa dall'assessore al diritto alla salute e al sociale Stefania Saccardi, assieme al provveditore dell'Amministrazione penitenziaria Gianfranco De Gesu, al direttore dell'Aou Careggi Rocco Damone, alla responsabile del Centro regionale criticità relazionali Laura Belloni.
Il progetto prevede la presenza, nei principali istituti penitenziari della Toscana, che saranno definiti in accordo con l'amministrazione penitenziaria, di due psicologi psicoterapeuti, con la funzione di ascolto, supporto e orientamento, rispetto alle difficoltà percepite e riferite dal personale che lavora negli istituti di pena toscani (in tutto 18: 16 per adulti e 2 per minori; il personale di polizia penitenziaria è in tutto di 2.900 persone). I due professionisti saranno presenti 2 volte al mese in ciascun istituto, sia per la realizzazione di colloqui individuali che per l'osservazione di alcuni contesti specifici.
La richiesta di fornire un supporto professionale è stata avanzata alla Regione dal provveditore regionale all'amministrazione penitenziaria, e la Regione ha individuato il Crrcr come centro idoneo per questa attività.
"Dal 2012 ad oggi l'Osservatorio permanente sulla sanità penitenziaria istituito dalla Regione Toscana - spiega l'assessore Stefania Saccardi - ha evidenziato temi importanti, a seguito dei quali il Servizio sanitario, in stretta collaborazione con l'amministrazione penitenziaria, ha attivato iniziative e azioni congiunte, per il contenimento dei problemi emersi e l'integrazione dei gruppi multi-professionali coinvolti nei percorsi sanitari e penitenziari dei detenuti".
"Il progetto si pone nel solco del rinnovato impegno dell'amministrazione per il benessere del personale - è il commento del provveditore Gianfranco De Gesu - ed è espressione della positiva sinergia che da anni caratterizza i rapporti tra questo Provveditorato e la Regione Toscana. In questo caso la Regione, a richiesta del Provveditorato, si fa carico dell'onere di offrire proprie risorse a favore della tutela della salute degli operatori penitenziari, come riconoscimento del gravoso impegno che essi svolgono all'interno degli istituti e per l'importanza della funzione sociale dell'opera di rieducazione dei detenuti a favore della comunità. Si tratta di un'iniziativa che non ha precedenti nelle modalità individuate per il supporto e l'orientamento del personale penitenziario e che si pone senz'altro come buona prassi".
"Con soddisfazione ho partecipato al percorso che ha portato all'approvazione di questo progetto sperimentale - fa sapere per conto dell'Ordine degli psicologi Ilaria Garosi, impossibilitata a partecipare alla conferenza stampa -, raccogliendo fin da subito la sollecitazione fatta al nostro Ordine dall'allora provveditorato Fullone in seguito al suicidio di un agente di polizia penitenziaria in servizio al carcere di San Gimignano. Il tema della prevenzione del disagio del personale dell'amministrazione penitenziaria, che si trova a svolgere un lavoro con molti componenti stressogeni, è stato approfondito insieme all'ormai precedente Consiglio dell'Ordine degli Psicologi della Toscana ed in particolare al Gruppo di lavoro di psicologia penitenziaria".
"Col nostro lavoro vogliamo costruire una rete e mettere in atto un'integrazione interdisciplinare - informa Luca Amoroso, del Crrcr - Obiettivi: fornire ascolto e aiuto e fare un'analisi approfondita, per individuare poi i percorsi da seguire".
Nel 2018 sono iniziate negli istituti penitenziari toscani visite sistematiche effettuate con la collaborazione del Centro Gestione Rischio Clinico e Crrcr, per far nascere iniziative specifiche per le singole realtà; sono stati messi a punto e condivisi protocolli regionali, per esempio per la prevenzione del rischio suicidario e di gesti autolesivi, sia negli istituti per adulti che in quelli per minori; monitorate specifiche attività a cura dell'Ars, l'Agenzia regionale di sanità; istituiti percorsi formativi specifici, relativi sia al contesto della salute in carcere che al percorso di superamento dell'Ospedale psichiatrico giudiziario; attivati gruppi di lavoro su tematiche particolari (episodi di violenza nelle carceri); e condivise tematiche particolarmente importanti con la Magistratura.
Tra le criticità emerse in seguito a questo lavoro congiunto, rilevante quella del disagio del personale che lavora all'interno degli istituti penitenziari: un disagio derivante sia da determinanti ambientali che da aspetti di natura socio-culturale e organizzativa. Da qui il progetto messo a punto dal Crrcr, che si propone di creare uno spazio dedicato all'ascolto e all'analisi delle problematiche vissute dal personale e offrire supporto e orientamento rispetto ai percorsi più appropriati; e anche fornire un feedback al sistema per eventuali interventi migliorativi.
di Andreina Baccaro
Corriere della Sera, 10 gennaio 2020
La condanna dell'ex Nar dopo sei ore e mezza di camera di consiglio della Corte d'Assise. I familiari: sentenza che rende giustizia. Condanna all'ergastolo per l'ex terrorista dei Nar Gilberto Cavallini, nel processo sulla Strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980.
La sentenza è stata letta dalla Corte di assise, dopo sei ore e mezza di camera di consiglio. In mattinata l'imputato aveva reso dichiarazioni spontanee e parlato con la stampa dicendosi "pentito per le cose fatte e per le persone ammazzate" ma, aveva aggiunto, "non posso pentirmi per le cose che non ho fatto". "Noi Nar non c'entriamo con la strage - aveva ribadito prima della condanna Cavallini - e qui a Bologna non abbiamo da chiedere perdono a nessuno. Alla lettura della sentenza l'imputato, in semilibertà nel carcere di Terni, non era più presente in aula. Era presente alla lettura della sentenza anche la presidente dei familiari delle vittime della Banda della Uno Bianca, Rosanna Zecchi.
Quarant'anni dopo arriva così un'altra sentenza dopo l'esplosione della bomba che scoppiò nella sala d'aspetto della stazione di Bologna il 2 agosto 1980. Quel giorno era sabato e lo scalo era affollato di turisti che si spostavano per le ferie estive. Morirono 85 persone, 200 rimasero ferite. Per la strage sono già stati condannati nel 1995 in via definitiva Francesca Mambro, il marito Giuseppe Valerio ("Giusva") Fioravanti e Luigi Ciavardini, tutti appartenenti, come Cavallini, ai Nar, i Nuclei Armati Rivoluzionari, un'organizzazione di ispirazione fascista nata nella capitale e attiva fra gli anni Settanta e Ottanta.
La corte d'assise che ha condannato Cavallini all'ergastolo ha stabilito anche una provvisionale di centomila euro per ogni persona che nella Strage ha perso un parente di primo grado o il coniuge, 50mila per chi ha perso un parente di secondo grado o un affine di primo o secondo grado, 30mila per chi ha perso un parente o un affine di grado ulteriore, 15mila per ogni ferito, 10mila per chi ha un parente ferito. Sono le provvisionali immediatamente esecutive per le parti civili, decise dalla Corte di assise di Bologna nella sentenza di condanna all'ergastolo per Gilberto Cavallini. L'imputato è stato condannato anche a risarcire i danni, da liquidare nella competente sede civile. "Faremo appello", ha detto l'avvocato difensore.
I familiari: sentenza che rende giustizia - "La sentenza non cancella gli 85 morti e i 200 feriti, ma rende giustizia a noi familiari delle vittime che abbiamo sempre avuto la costanza di insistere su questi processi". È il primo commento dei familiari delle vittime della Strage di Bologna, per voce della vicepresidente Anna Pizzirana.
La difesa Cavallini aveva detto che 40 anni dopo è inumano condannare una persona: "No, non è inumano, perché hanno condannato anche quelli della Shoah dopo 70 anni, non vedo perché debba essere inumano. È una giustizia che viene fatta ai familiari delle vittime, per la nostra perseveranza. E, se le carte processuali lette, rilette esaminate da questa Corte hanno stabilito così è una sentenza corretta", ha detto Pizzirani.
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 10 gennaio 2020
Il Consiglio superiore della magistratura ha aperto un procedimento a tutela del pm antimafia di Catanzaro, per le dichiarazioni del procuratore generale e per le critiche di una parlamentare Pd. Rischia di dover lasciare il suo posto il procuratore generale di Catanzaro, Otello Lupacchini. Il motivo? Le dichiarazioni su Nicola Gratteri. La prima commissione del Csm ha deciso all'unanimità di aprire una pratica di incompatibilità ambientale nei suoi confronti. Tra i provvedimenti che potrebbe adottare, il trasferimento in un'altra sede.
Alla base della vicenda l'intervento del pg del capoluogo calabrese a TgCom24. Una settimana dopo l'operazione anti 'ndrangheta "Rinascita-Scott" - che aveva portato all'arresto di 330 persone - Lupacchini aveva definito le inchieste di Gratteri "evanescenti". Non solo. Aveva poi fatto allusione a un presunto mancato coordinamento tra le procure. "I nomi degli arrestati e le ragioni degli arresti li abbiamo conosciuti soltanto a seguito della pubblicazione sulla stampa che evidentemente è molto più importante della procura generale contattare e informare", sono alcune delle sue parole.
Poche ore dopo Area, l'associazione delle toghe progressiste, e Magistratura Indipendente, che raggruppa i giudici moderati, avevano chiesto di aprire un procedimento per valutare i trasferimento di Lupacchini. E per proteggere Gratteri. Anche l'Anm aveva mostrato disappunto nei confronti del pg di Catanzaro, definendo le sue dichiarazioni "sconcertanti in sé e ancor più perché provenienti dal vertice della magistratura requirente del distretto". Lupacchini sarà ascoltato dalla commissione lunedì 13, e dovrà rispondere all'accusa che gli ha mosso il Csm: aver delegittimato il magistrato antimafia e la sua procura. Le due toghe non sono nuove a scontri a distanza. Già in estate, spiega il Fatto Quotidiano, la questione era finita davanti al Csm per iniziativa di Gratteri. Anche in quel caso Lupacchini lamentava il mancato coordinamento. La vicenda si era poi risolta. È stata riaperta poche settimane fa, dopo quella che è stata definita, numericamente, "la più grande operazione dopo il maxi processo di Palermo".
Quanto a Gratteri, il Csm ha aperto una pratica in sua tutela non solo per le dichiarazioni di Lupacchini, ma anche per l'attacco social che aveva subito da parte della deputata dem Enza Bruno Bossi. In un post del 19 dicembre la parlamentare - moglie di dell'ex consigliere regionale Nicola Adamo, colpito da un divieto di dimora nell'ambito dell'inchiesta - aveva scritto: "La lotta alla mafia è una cosa seria non uno spettacolo da prima pagina, né un libro venduto nelle scuole, e mi auguro che davvero Gratteri riesca a smantellare la mafia più pericolosa che ci sia. Ma mi auguro anche che si arrivi a processo e non finisca, come il 90% delle indagini di Gratteri, in una bolla di sapone che non pulisce nulla ma cancella nel frattempo la dignità di chi ne viene toccato". Parole che non sono passate inosservate. E che hanno suscitato indignazione. Anche all'interno del suo partito.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 10 gennaio 2020
Corte di cassazione - Sezione V penale - Sentenza 9 gennaio 2020 n. 397. Il cumulo di sanzioni penali e amministrative in caso di reati di market abuse non è affatto illegittimo, ma non può eccedere, tra gli altri, il canone della proporzionalità. Così la Corte di cassazione penale con la sentenza n. 397 di ieri ha accolto il ricorso di un manager chief investiment officier, annullando la sentenza della Corte di appello di Milano di condanna per il reato di abuso di informazioni privilegiate, limitatamente al trattamento sanzionatorio e alla misura del risarcimento del danno riconosciuto alla Consob, come parte civile.
Infatti, dicono i giudici che se è vero che non scatta il divieto di bis in idem per la duplicazione degli strumenti repressivi - uno affidato al giudice penale e uno all'autorità amministrativa competente - è pur vero che il risultato del trattamento sanzionatorio concreto non può essere frutto di una pura duplicazione di strumenti repressivi sul medesimo fatto. Perciò se ad esempio - come nel caso concreto - il procedimento Consob si è concluso per la mancata impugnazione della delibera il giudice penale non può non tener conto di quanto già comminato al responsabile del reato finanziario nel procedimento amministrativo.
La Corte di appello nel confermare la condanna di primo grado a un anno di reclusione e al pagamento di 20mila euro di multa aveva in più riconosciuto 25mila euro di risarcimento danni alla Consob, costituitasi parte civile nel processo penale. Il ricorso per cassazione lamenta però che la somma delle sanzioni pecuniarie amministrative derivanti dal giudizio penale e dal procedimento guidato dalla Consob, comprensive della confisca del profitto del reato e degli strumenti atti a commetterlo, aveva raggiunto la somma di 300mila euro a fronte di un illecito profitto di 50mila.
La Cassazione rinvia al giudice di secondo grado la commisurazione tra le multe in sede penale e le sanzioni Consob che solo formalmente sono amministrative, ma di fatto penali per la loro funzione fondamentalmente sanzionatorio-repressiva. Stesso discorso vale per la riparazione economica accordata dal giudice penale all'ente amministrativo di controllo dei mercati finanziari, che va fissata tenendo conto che la facoltà di Consob di avere accesso al processo penale, come previsto dall'articolo 187 undicies del Tuf, è una facoltà scissa in due componenti. Quella ordinaria di costituirsi come parte civile in quanto portatrice di interessi e quella specifica di vedere riparati i danni conseguenti ad abusi di mercato. Di conseguenza il giudice nell'esaminare il quantum della riparazione ex articolo 187 undicies deve fissare l'importo in modo che la parte
Ne bis in idem - La sentenza di legittimità è imperniata sulla recente evoluzione della giurisprudenza sovranazionale europea della Corte di giustizia Ue della Corte dei diritti dell'uomo, che attualmente adottano un'interpretazione meno rigida del divieto di bis in idem non escludendo la possibilità di una duplicazione di procedimenti penale e amministrativo, a patto che vi sia tra questi un contemperamento.
Ma c'è un limite che non può essere travalicato nella previsione di diverse conseguenze "repressive": a chi, colpevole o sospettato di aver commesso un reato, si trovi sotto la lente di un "meccanismo integrato" (in sé non illecito) non deve risultare impossibile, ma neanche eccessivamente gravoso l'esercizio di una concreta difesa.
Proporzionalità delle sanzioni - data la possibilità che per il medesimo fatto si attivino tanto il processo penale Non basta a sgombrare il campo da dubbi l'affermazione della memoria depositata da Consob che fa rilevare la mancata impugnazione della delibera sanzionatoria. Comunque - come spiega la Cassazione - nella repressione di un reato attraverso strumenti diversi indipendenti va affermata la necessità di un nesso materiale e di un nesso temporale, che impongono la presa in considerazione delle risultanze dei diversi procedimenti e la loro più possibile contiguità nel tempo. Due binari separati che non possono però ignorarsi a meno di incorrere nel rischio di duplicare sanzioni raggiungendo un'entità sproporzionata rispetto al fatto criminoso.
inail.it, 10 gennaio 2020
L'Inail ha sottoscritto un accordo per diffondere la cultura della prevenzione degli infortuni e la tutela della persona nella casa di reclusione di Sant'Angelo dei Lombardi (Avellino) che coinvolge sia i detenuti, sia gli agenti di polizia penitenziaria.
Il progetto "La sicurezza dentro", alla sua seconda edizione, è finalizzato a promuovere e rafforzare la cultura della prevenzione degli infortuni e la tutela della persona negli ambienti di vita e di lavoro. Un percorso che prevede una serie di incontri informativi e formativi rivolti ai detenuti "lavoratori" della casa di reclusione di Sant'Angelo dei Lombardi.
L'amministrazione penitenziaria valorizza le competenze dei singoli. Questo progetto nasce da un accordo di collaborazione sottoscritto tra Luca Ponticello, comandante provinciale dei Vigili del fuoco di Avellino, Marianna Adanti, direttrice della casa di reclusione di Sant'Angelo dei Lombardi, Grazia Memmolo, direttrice reggente della Direzione territoriale Inail di Avellino e Carmine Piccolo, direttore della Unità operativa territoriale di Certificazione verifica e ricerca di Avellino. Il penitenziario di Sant'Angelo di Lombardi è da anni un esempio di casa di reclusione completamente autosufficiente in cui i detenuti, oltre ad essere assunti dall'amministrazione penitenziaria, vengono valorizzati nelle loro competenze e inseriti in un progetto di rieducazione e di reinserimento lavorativo globale.
Un percorso didattico per acquisire esperienze professionali. L'Inail, in collaborazione con il Comando dei Vigili del fuoco di Avellino, coinvolge circa 200 detenuti e 10 agenti di Polizia penitenziaria in un percorso didattico i cui moduli formativi vanno dalla classificazione dei rischi negli ambienti di lavoro, al primo soccorso fino alla sicurezza antincendio.
L'Istituto affianca la casa circondariale in questo progetto di acquisizione di competenze professionali di alta specializzazione che sono spendibili sia all'interno della struttura, sia al termine del periodo di detenzione. Sono previsti sette incontri a partire dal 16 gennaio 2020.
di Mauro Leonardi
farodiroma.it, 10 gennaio 2020
Don Marco Fibbi, il coordinatore dei Cappellani di Rebibbia, mi chiede luogo e data di nascita per rinnovare il mio permesso come volontario ex art. 17. Il tempo che passa si misura così. Ti crescono i capelli, le scarpe si logorano, indossi il cappotto che non usavi da un anno e dici: è già passato un mese, una stagione, un anno.
È passato un anno da quando sono "prete a Rebibbia" come dico sinteticamente a chi me lo chiede e non mi è facile dire come questa esperienza mi stia segnando. Sono costretto a parlarne con una certa frequenza negli incontri in cui do ragione delle richieste che, attraverso il web, rivolgo a tutti per bagnoschiuma, dentifrici, spazzolini, biancheria, panettoni, e così via.
Vivere alla lettera quanto chiede il Vangelo, cambia. Cambia fuori e cambia anche dentro. Cambia fuori per la necessaria risistemazione di tempi, e cambia dentro anche se il come non lo sai. "Ero carcerato e mi hai fatto visita" (Mt 25,36) è una sfida e un mistero. È una sfida perché, moltissime volte, ti accorgi che quell'incontro è proprio solo "una visita". Io poi, meno di molti altri cappellani, posso davvero fare poco o nulla. Conosci e accosti tragedie infinite per le quali c'è solo da chiedere a Dio il dono di saper piangere. Il vangelo racconta spesso che Gesù si commosse e io sto imparando che dovrei chiedere il dono delle lacrime: perché non è vero che piangere non serve. Piangere serve, è utilissimo, e quando è piangere con qualcuno, è fare compagnia. Che è l'unico rimedio efficace al più grande male al mondo: la solitudine.
È poi un mistero. È un mistero quando il detenuto che hai davanti non è, come verrebbe da pensare quando lo si accosta a Cristo, un innocente, uno finito lì per sbaglio, un pentito. In carcere c'è chi ne ha combinate di davvero grosse e non ha nessuna idea di ravvedersi, c'è anche chi peggiora, c'è chi non ne vuole sapere di non fare più ciò che ha fatto, eppure Cristo è anche lì. Lì dentro, lì dentro di lui. Come? Perché? In che modo? È davvero un mistero che mi sfida. Ecco, la differenza. Da quando vado in carcere ho accettato di farmi ferire da questo mistero.
E questo vorrei consigliarlo ai miei cari amici preti. Soprattutto ai miei amici parroci. Andate a trovare i vostri parrocchiani che sono in carcere. Se dite di non averne è molto probabile che ci sia qualcuno che vi nasconde qualcosa. Quello col prete in carcere è l'unico rapporto non strumentalizzabile e fa sempre bene. E fa bene anche al parroco un incontro non strumentalizzabile.
Quando un prete viene rifiutato da un detenuto, non importa, va bene così. È un modo di relazionarsi, forse è il modo di relazionarsi di chi sta dicendo che, secondo l'interessato, è ancora troppo presto per essere trattato con dignità, e invece no: quel momento è venuto. È importante che i parroci vadano a trovare in carcere i propri parrocchiani. È importante proprio per i parroci. È importante che lo facciano senza pensare alla Caritas, al gruppo parrocchiale e a tutto quello che verrà in vista del reinserimento e dopo il reinserimento.
È importante per loro, per i parroci. Per il loro scontro con la burocrazia lentissima del carcere, lo scontro con la fotocopia della carta d'identità, il permesso che non arriva e l'incontro che quando arriva poi non c'è nulla da raccontare perché si sta solo in silenzio: è importante per il parroco che magari, poi, neppure lo può dire alla famiglia perché la famiglia ha rinnegato "quel delinquente": anche quello è importante.
È importante per un parroco, che bene o male ha sempre a che fare con il tema del successo, andare a trovare il proprio parrocchiano in carcere. Anche se è in un'altra città e lontano. È importante. Il mio è un consiglio che vale quel che vale. Ma un po' vale.
di Giuseppe Crimaldi
Il Mattino, 10 gennaio 2020
Dodici ore di perquisizioni nelle celle, detenuti sottoposti ad esami radiografici e quattro cellulari sequestrati. Sono i risultati di una lunga operazione portata a termine dalla Polizia penitenziaria nel carcere di Secondigliano, che ospita detenuti "definitivi" e condannati per reati di mafia. E scoppia la polemica, perché - oltre alla lunga serie di casi inquietanti che dimostrano come le carceri napoletane (e italiane, giacché si tratta di un fenomeno diffuso a livello nazionale) siano dei colabrodo - alla fine l'introduzione vietata di telefonini non configura alcuna fattispecie di reato.
Partiamo dall'ultima operazione della Polpen a Napoli. Una perquisizione straordinaria eseguita anche con l'ausilio delle unità cinofile e di metal detector, che ha interessato tutti i reparti detentivi e l'intera popolazione detenuta ristretta, terminata solo nella tarda nottata. Alla fine dalle celle sono spuntati altri quattro telefonini: circostanza assai inquietante se si pensa che tra i 1.400 detenuti che affollano la struttura la maggior parte è composta da appartenenti al circuito Alta Sicurezza, e sono affiliati alla camorra.
Ma come fanno ad entrare in carcere i cellulari? E com'è possibile, ancora, che negli istituti carcerari si riesca persino a far passare cocaina, hashish e altri tipi di sostanze stupefacenti? La situazione viene costantemente denunciata dai Sindacati della Polizia penitenziaria, che evidenzia come ogni giorno in strutture come quella di Poggioreale il personale in divisa sia costretto a dover controllare - nell'ambito dei circa 400 colloqui tra detenuti e parenti che si succedono quasi tutti i giorni - qualcosa come 1.500-200 persone.
Nelle sale colloqui, inoltre, non ci sono vetri divisori e ciò agevola sicuramente il passaggio di sostanze o oggetti. Due esempi recenti: in una struttura carceraria della nostra regione (non la citiamo, essendo in corso un'indagine della magistratura inquirente) una telecamera nascosta nella sala colloqui ha registrato il passaggio di un micro-telefonino ad un recluso: le immagini hanno registrato quel passaggio - che una donna ha estratto dalla vagina trasferendolo al marito detenuto, il quale a sua volta è riuscito ad inserirlo nell'ano - in soli sette secondi: gli investigatori hanno dovuto vedere e rivedere più volte quelle immagini prima di accorgersi dell'incredibile "consegna".
Altro caso: qualche giorno fa la Polizia penitenziaria è riuscita a sequestrare sette cellulari e 100 grammi di hashish che un detenuto affetto da una patologia certificata e portatore di pannolone era riuscito ad infilarsi proprio nell'assorbente.
I sindacati di Polizia penitenziaria denunciano questo incredibile stato di cose. Aggravato - come già spiegato in premessa - dalla impossibilità di contestare, almeno nel caso della consegna di cellulari ai reclusi, alcun reato (nel caso della droga il comportamento integra invece la fattispecie di cessione di sostanza stupefacente).
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 10 gennaio 2020
"La prescrizione così congegnata è oggettivamente sbagliata", è il lapidario commento del professore emerito di Diritto processuale penale, Giorgio Spangher, che però mette in guardia da facili scorciatoie per ridurre la lentezza dei processi: "Eliminare l'appello significa mettere in discussione le garanzie dei cittadini, i loro diritti e libertà".
Professore, perché lo stop alla prescrizione dopo il primo grado è un meccanismo sbagliato?
"Perché in questo modo non si determinano tempi certi per la celebrazione dei giudizi di impugnazione. La riforma Bonafede, di fatto, fornisce una nuova scadenza per i pm".
Cosa intende?
"Oggi il pm decide quali reati lasciar prescrivere nella fase delle indagini preliminari e lo dicono le statistiche, che mostrano come moltissimi reati si prescrivano esattamente in questa fase. Il pericolo ora è che il pm parta dal presupposto di portare a processo più reati possibili, perché tanto dopo il primo grado non si prescriveranno più, sia che l'imputato sia condannato, sia che venga assolto. Questo cambierà l'atteggiamento del pm ed è molto pericoloso, perché sarà di fatto un nuovo termine del processo, oltre il quale non ci sarà più prescrizione".
Quale correttivo propone?
"Io avevo suggerito di eliminare la sospensione della prescrizione in caso di sentenza di proscioglimento. Il presupposto è che per il condannato la presunzione di innocenza sia più affievolita rispetto a quella del prosciolto, che invece è piena. Si tratta certamente di un compromesso, ma può essere che la politica possa accettarlo, dovendo trovare la quadratura del cerchio tra posizioni distanti".
La prescrizione si inserisce nel quadro della riforma del sistema penale e l'ex procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, ha ipotizzato di eliminare l'appello per rendere più il processo più efficiente...
"Con tutto il rispetto che ho per Roberti, penso che non si possa trattare il processo in questo modo, perché significa annullare garanzie, diritti e libertà. Nemmeno il fascismo riuscì a eliminare il divieto di reformatio in peius e l'appello, che sono alla base della nostra cultura giuridica".
La sua tesi è di eliminare l'appello nel caso in cui il primo grado si sia svolto con rito ordinario, mentre di mantenerlo nel caso di riti speciali...
"Ragionando in termini giuridici, mi sembra un paradosso. Le faccio un esempio: chi sceglie il patteggiamento accetta gli esiti del processo cui si giunge attraverso un accordo. Proprio in questo caso si rinuncia a una parte delle garanzie, tra le quali l'appello. Non solo, che fine farebbero senza il grado d'appello tutti i casi in cui si verificano nullità o invalidità nei giudizi, oppure di prove sopravvenute? Pensiamo, inoltre, a quanti proscioglimenti pieni vengono pronunciati in secondo grado, che sono frutto di una diversa valutazione dei fatti da parte di un collegio".
L'appello non va toccato, dunque?
"A me pare che il giudizio d'appello già si sia ridotto, grazie all'introduzione della specificità dei motivi di appello. Proprio questo obbligo così stringente nell'indicare le ragioni dell'appello avverso la sentenza di primo grado giustifica l'appello come un giudizio di controllo, non come un nuovo giudizio. Questo meccanismo può rallentare i tempi, ma fortifica il valore e l'affidabilità della sentenza".
Cosa andrebbe modificato, allora, dell'impianto del processo penale?
"Non voglio certo tornare al codice Rocco e al giudice istruttore, ma io credo che vada rafforzato il giudice delle indagini preliminari. Prima della riforma Vassalli, il processo era incardinato sulle indagini, con un giudice istruttore forte affiancato da un giudice debole e senza poteri, che fungeva solo da controllore delle garanzie costituzionali. Con il cambio di rito, il pm è diventato fortissimo ma il giudice delle indagini preliminari è rimasto debole. Ecco, il suo ruolo va riformato e rafforzato, per esempio con maggiori poteri di controllo sui tempi delle indagini".
Ritiene che questo possa velocizzare i processi?
"Io credo che per ottenere questo risultato sia innanzitutto necessario risolvere i problemi dell'organizzazione degli uffici, procedendo poi a una seria opera di depenalizzazione. Così si inizia a risolvere il congestionamento della giustizia, non certo eliminando l'appello".
Manterrebbe invece l'obbligatorietà dell'azione penale?
"Mi sembra un falso problema, perché già ora di fatto l'obbligatorietà non esiste. Il pm iscrive le notizie di reato ed esercita l'azione penale quando vuole ed è ovvio che sia così e che qualcosa si perda, quando un sostituto procuratore si ritrova sulla scrivania più di cinquecento fascicoli".
fidal.it, 10 gennaio 2020
Iniziativa Fidal e Dap-Fiamme Azzurre: i carcerati idonei a misure alternative diventano giudici di atletica leggera. Dal carcere ai campi di atletica diventando giudici di gara. "Torniamo in pista" è il progetto ideato dalla Fidal e dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria-gruppo sportivo Fiamme Azzurre, che ha l'obiettivo di agevolare il recupero dei detenuti attraverso lo sport e la socializzazione.









