di Giulia Merlo
Il Dubbio, 30 novembre 2019
Proposta: stop dopo la condanna ma con dei limiti. E sul caos procure: "Una ferita per tutte le toghe". Stop alla prescrizione sì, ma solo "dopo una sentenza di condanna in primo grado" e insieme a una riforma di sistema. Separazione delle carriere come voluta dalle Camere penali no, mai. Si è aperto così, con una lunga relazione del presidente Luca Poniz, il trentaquattresimo congresso dell'Associazione Nazionale Magistrati, riuniti a Genova per discutere della categoria, in particolare dopo la crisi del Csm della passata estate. "Una profonda ferita che non riguarda solo Anm, ma tutta la magistratura e anche la giurisdizione. Ad essere in crisi sono stati il prestigio e l'autorevolezza di tutto il sistema giudiziario".
È un congresso teso, quello che si è aperto ieri a Genova alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: trentaquattresimo nella storia dell'Associazione Nazionale Magistrati, il primo dopo lo scandalo dell'estate che ha coinvolto il Csm e che ha fatto tremare le fondamenta della magistratura italiana. Proprio da qui è partito l'accorato intervento del presidente di Anm, Luca Poniz, che non ha girato intorno alla questione e ha esordito descrivendo quanto avvenuto come "una ferita che non riguarda solo Anm, ma tutta la magistratura e anche la giurisdizione. Ad essere in crisi sono stati il prestigio e l'autorevolezza di tutto il sistema giudiziario". Per questa ragione, ha spiegato Poniz, l'unica strada è quella di "ripartire dalla fiducia, che si conquista e si riconquista grazie all'apertura al confronto e anche alla critica, con disponibilità sincera al cambiamento".
Nella sua relazione, Poniz ha elencato tutti i virus che hanno pervaso la magistratura: "Il carrierismo dei magistrati, con la bulimica aspettativa di carriera individuale" e il "potere discrezionale del Csm nelle nomine" hanno provocato un "incrocio negativo", a causa anche di "un sistema attuale che è stato strumento di scientifica programmazione degli eletti nel Consiglio".
Conseguenza dello scandalo è stato il via alla riforma del Csm, nei confronti della quale è stata espressa "Viva preoccupazione" per i "principi ispiratori", perché "vi è una tendenza, non nuova, a limitare i poteri del Consiglio, quando non a ridefinirne riduttivamente il ruolo". Il riferimento è alla volontà di modifica del sistema elettorale, su cui Poniz non usa mezzi termini: "Ogni forma di sorteggio, quale ne sia la modalità, o sorteggio degli eletti, od elezione dei sorteggiati, oltre che contrastare frontalmente con l'attuale previsione costituzionale, ne costituisce un'evidente mortificazione".
Fortemente critico, poi, è stato il giudizio sulla cancellazione della prescrizione a partire dal 1 gennaio 2020, come previsto dalla norma Bonafede contenuta nella Spazza-corrotti: una riforma "svincolata dall'insieme di riforme strutturali necessarie", che "rischia di produrre squilibri complessivi". Poniz ha di nuovo proposto la soluzione cara ad Anm: "L'interruzione della prescrizione dopo la sentenza di condanna di primo grado", perché non si può considerare "la prescrizione del reato, che a processo in corso è una patologia del sistema, come un farmaco per curare la lentezza del processo, che è un'altra patologia del sistema".
Quanto al rapporto tra magistratura e politica, Poniz ha sottolineato come "l'invito a candidarsi rivolto ai magistrati che assumono decisioni è una delegittimazione della giurisdizione stessa, come se il consenso popolare fosse l'unica regola della democrazia".
Inoltre, ha evidenziato come sia necessaria una "riflessione sulla funzione e sull'ipertrofia del diritto penale, con l'idea della pena e delle sanzioni. Oggi si vuole usare il diritto penale per riflettere e ingigantire le paure, caricandolo di finalità contingenti e condizionandolo a discutibili emergenza. In questo modo si scarica una tensione enorme sui processi e sulla magistratura". Una tensione che provoca l'incrinarsi della fiducia dei cittadini nella giustizia "se la giurisdizione non è in grado di rispondere alle aspettative generate da norme manifesto", tra le quali ha elencato la legittima difesa e il pacchetto sicurezza.
Infine, Poniz ha ribadito alcuni principi fondamentali del sistema penale e soprattutto del momento esecutivo della pena (su cui si fondava l'accantonata riforma del carcere promossa da Orlando): "Il condannato per qualunque reato è sempre persona da recuperare", "la contrarietà all'idea dell'esemplarità della pena, che contraddice ontologicamente il principio di personalità della sanzione e della rieducazione del condannato".
Di più, Poniz ha scandito che "chi invoca che qualcun altro marcisca in carcere si pone automaticamente fuori dalla Costituzione". Proprio in merito alle riforme dell'ordinamento promesse dal Ministro Alfonso Bonafede, seduto in platea, Poniz ha confermato la disponibilità di Anm a lavorare ai tavoli ma ha posto l'attenzione sul fatto che "nessuna riforma a costo zero serve a qualcosa, senza riforme strutturali, del personale amministrativo, delle risorse per i costi del processo e di modernizzazione tecnologica e delle strutture".
Infine, il presidente Anm ha sottolineato l'importanza "del dialogo con gli avvocati, perché avvocati e magistrati non sono solo tecnici del diritto ma portatori di una visione privilegiata, in quanto protagonisti della giustizia, anche nella contrapposizione di visioni". Tuttavia, il presidente ha aperto una dura polemica nei confronti dell'Unione camere penali italiane, che hanno presentato il disegno di legge per la separazione delle carriere dei magistrati.
"In realtà si tratta della riscrittura di norme costituzionali e di principi cardine della giurisdizione, che potrebbe provocare l'espulsione della magistratura dai poteri dello stato" e "che comporterebbe il rischio per il pubblico ministero di una "controllabilità da parte del sistema politico", ha avvertito, definendo la riforma "un disegno regressivo che produrrebbe una giurisdizione ancillare e potenzialmente controllabile, in aperte contraddizione coi principi liberali cui gli autori dicono di volersi ispirare". Addirittura, Paniz ha lanciato "un appello ai giuristi, ai politici e agli avvocati, ai tanti, tra loro, che sappiamo non condividere questa iniziativa, perché questo disegno di legge venga respinto".
di Errico Novi
Il Dubbio, 30 novembre 2019
Preparativi di guerra. Tra Pd e Movimento 5 Stelle la trattativa sulla prescrizione non va avanti. Anzi. Sembra già pronto il terreno per lo show down destinato a consumarsi fra qualche settimana. Non sulla legge Costa ma direttamente sulla riforma del processo penale, quando arriverà a Montecitorio.
Lo certifica una dichiarazione solo in apparenza distensiva del segretario dem Nicola Zingaretti che ieri, per la prima volta, entra nel vivo del dibattito sulla norma Bonafede: "Noi diciamo che accanto alla prescrizione bisogna garantire i tempi certi e brevi del processo. Se questo si ottiene noi non facciamo nessun problema, bisogna solo ascoltarci, che è la cosa più bella che si possa fare fra alleati".
Una frase suadente solo nel tono. Perché quando il leader democratico parla di "tempi certi", oltre che "brevi", non allude semplicemente all'accelerazione della macchina penale auspicata dalla riforma del guardasigilli. Si riferisce a una durata massima "comunque insuperabile" del giudizio. Un limite invalicabile destinato per ora a sparire dal 1° gennaio, quando entrerà in vigore il blocca- prescrizione.
Altra prova di un conflitto sempre più inevitabile ma almeno più definito la offre proprio Alfonso Bonafede. Interviene di mattina, dai microfoni di "Agorà": "Se il Partito democratico dovesse andare in Aula e fare asse con Forza Italia, Lega e FdI proprio sulla prescrizione dopo decenni di battaglia con Berlusconi, sarebbe un fatto grave, prima di tutto per gli elettori del Pd". Il ministro non chiama in causa esplicitamente la legge Costa, e non a caso: dopo la capigruppo di giovedì scorso, gli è ben chiaro che l'alleato non scivolerà nell'errore marchiano di votare un testo dell'opposizione.
Giovedì i dem non hanno affatto appoggiato la "procedura d'urgenza" chiesta dal responsabile Giustizia di Fi per la sua proposta, che abroga di netto la "nuova" prescrizione. E neppure è alle viste un via libera del partito di Zingaretti martedì in Aula, quando la corsia preferenziale invocata dagli azzurri sarà messa ai voti dell'assemblea.
I democratici attenderanno il ddl penale di Bonafede. Aspetteranno che sia presentato in Consiglio dei ministri e poi incardinato a Montecitorio. Una volta in commissione, presenteranno sotto forma di emendamenti i correttivi finora respinti da Bonafede: la prescrizione per fase di appello e giudizio di legittimità, che non potranno superare una durata limite; o in alternativa una progressiva riduzione della pena calibrata sull'entità dello sforamento rispetto al termine prefissato. È chiaro che simili modifiche potranno passare solo con il voto compatto dell'opposizione. Ed è altrettanto chiaro come di fronte a uno scenario del genere il governo Conte rischierebbe di andare in frantumi in pochi istanti.
D'altra parte il Nazareno non pare intenzionato a compromessi. Non tanto per l'incalzante pressing di Forza Italia e in particolare di Costa, ma perché della "durata massima" ha fatto ormai una questione di principio. Lo ribadisce a Bonafede anche il suo predecessore a via Arenula, e vicesegretario pd, Andrea Orlando: ""Noi non vogliamo passi indietro sulla prescrizione ma passi avanti sul processo penale. Multe e minacce disciplinari non funzionano. Al ministro continuiamo a chiedere soluzioni concrete".
Altra allusione alla riforma del processo messa a punto dall'attuale guardasigilli, in cui si affida l'accelerazione dei tempi alle sanzioni nei confronti dei giudici che depositassero almeno un quinto delle sentenze di loro competenza oltre i termini, peraltro strettissimi, indicati dalla riforma, in alcuni casi addirittura di 3 anni appena.
Se da un fronte scende in campo Zingaretti, dall'altro si fa sentire Luigi Di Maio: "Mi si dice che potrebbe esserci un blitz in Parlamento sulla prescrizione per provare a fermare la nostra riforma. Se qualcuno ha intenzione di votare la legge che fa tornare ai tempi berlusconiani, spero che non sia qualcuno della maggioranza".
Un tono che nella versione di Alessandro Di Battista diventa inevitabilmente anche più aspro: "La prescrizione è un tema su cui i dem devono per forza cedere. Fosse per me, andrebbe bloccata al momento del rinvio a giudizio. È evidente che se il Pd votasse con Forza Italia contro questa riforma il Movimento non potrebbe portare avanti questo governo. Ma non credo accadrà".
Sullo sfondo restano numerosi paradossi. Il primo riguarda la "prescrizione processuale" ipotizzata dal Pd, sulla quale l'Unione Camere penali ha chiesto ad Andrea Orlando un incontro: una soluzione del genere, secondo i penalisti, lascerebbe comunque una pesantissima incertezza giuridica dal momento che per sua natura non sarebbe retroattiva. L'avvocatura, a cominciare dal Cnf, insiste per un rinvio del blocca-prescrizione che, se emendato a posteriori, arrecherebbe dei danni notevoli alla stabilità dell'ordinamento.
L'altro paradosso riguarda l'iperbole lanciata da Di Battista: anche da parte di Leu, infatti, si propone di arretrare addirittura lo stop alla estinguibilità del reato alla richiesta di rinvio a giudizio. Con una differenza: che da quel momento in poi la prescrizione processuale scatterebbe innanzitutto sul giudizio di primo grado. Ipotesi che dimostra come il resto della maggioranza, da Italia via in poi, sia in realtà sulla stessa linea del Pd.
di Alberto Gentili
Il Messaggero, 30 novembre 2019
"Beh, adesso che anche i magistrati dicono che lo stop alla prescrizione crea gravi squilibri, forse Bonafede e Di Maio la smetteranno di dirci che difendiamo i corrotti". Il vicesegretario dem Andrea Orlando, al termine di una nuova giornata campale sul fronte della giustizia, può finalmente festeggiare.
L'Anm si schiera con il Pd e Italia Viva nella battaglia contro l'entrata in vigore dal primo gennaio della riforma del Guardasigilli Alfonso Bonafede varata dal governo giallo- verde: "Svincolata dall'insieme di riforme strutturali necessarie, rischia di produrre squilibri complessivi", denuncia il presidente dei magistrati Luca Poniz.
La novità non è da poco. E cade dopo che i 5Stelle sono tornati all'offensiva contro Pd e Iv. Luigi Di Maio, con il solito tono ultimativo, in mattinata ha messo a verbale: "Lo stop alla prescrizione entra in vigore dal primo gennaio".
Punto. E al diavolo gli alleati che chiedono, come spiega l'esperto di giustizia del Pd Michele Bordo, "soltanto che siano garantiti tempi certi e brevi per la durata dei processi. Non è possibile che si resti imputati a vita. Lo Stato già ora deve 1 miliardo di euro per l'equa riparazione in caso di processi più lunghi di 6 anni". In questa situazione di stallo sarà il premier Giuseppe Conte, la settimana prossima, a cercare una mediazione. Il vertice non è stato ancora fissato, ma è dato per certo sia da Bonafede, sia da Orlando. Il problema è che finora 5Stelle e Pd non sono riusciti a mettersi d'accordo.
Il Guardasigilli ha proposto di fissare un termine massimo per la durata dei processi di 4 anni, ma allo stesso tempo - a giudizio dei dem - "non introduce sanzioni per i giudici ritardatari in grado di costituire un vero deterrente". Il terrore di Di Maio e Bonafede, nel caso in cui non si raggiungesse un'intesa, è che il Pd possa votare la prossima settimana a favore dell'urgenza per il disegno di legge presentato dal forzista Enrico Costa che cancellerebbe lo stop alla prescrizione. Ma questo è escluso: "Anticiperebbe la votazione di appena una decina di giorni, non avrebbe senso far fibrillare la maggioranza per questo risultato".
È invece probabile che i dem, determinati come spiega il segretario Nicola Zingaretti "a fissare tempi brevi certi" alla durata del processi, utilizzino il ddl Costa come "veicolo" per far approvare un emendamento che introdurrebbe la "prescrizione processuale", quando il procedimento penale supera il termine massimo di durata. Oppure, "ancora meglio", un "emendamento di mediazione" con i grillini. Non sfugge infatti a nessuno al Nazareno che uno strappo così grave sulla giustizia terremoterebbe il governo rosso-giallo.
Proprio per questa ragione Orlando spera che invece di emendamento, possa essere approvata la riforma complessiva del processo penale. Quella che contiene anche il sistema di elezione del Csm e il nuovo patteggiamento. Se la mediazione non andrà in porto, nel Pd c'è chi è pronto allo scontro. "Bonafede dice che sarebbe grave un asse tra noi e Forza Italia e Lega sulla prescrizione? Faccia pace con sé stesso", dice un autorevole esponente dem, "sarebbero forzisti e leghisti a votare la nostra riforma. Quella che i grillini bocciarono insieme a Salvini".
Ristretti Orizzonti, 30 novembre 2019
"Secondo i dati più recenti dell'Amministrazione Penitenziaria nelle strutture detentive dell'isola sono recluse 40 donne: 27 a Cagliari e 13 a Sassari. Dopo l'apertura delle nuove quattro carceri (Cagliari-Uta; Sassari-Bancali; Tempio-Nuchis e Oristano-Massama) il Dipartimento ha ritenuto di alleggerire la Casa Circondariale di Nuoro e la Casa di Reclusione di Oristano delle sezioni femminili e concentrarle a Cagliari e Sassari.
Una decisione vissuta dalle detenute, con malcontento avendo subito un trasferimento non richiesto e non programmato". Lo ha detto Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", intervenendo all'incontro-dibattito "Contrasto alla violenza sulle donne e loro condizione nel contesto carcerario", promosso dalla Fidapa di Sestu nell'ambito delle iniziative dedicate alla Giornata Internazionale contro la violenza di genere.
"Le 27 detenute nella Casa Circondariale di Cagliari-Uta hanno un'età che va dai 27 ai 68 anni; 6 di loro contano tra i 41 e i 45 anni; 7 tra i 27 e i 35 anni; 6 intorno ai 50 anni. Donne cioè relativamente giovani. Una ventina - ha precisato Caligaris - sono italiane (di cui 5 sono originarie della Penisola) le altre invece native della Nigeria, Colombia, Ungheria, Serbia. I dati sono ovviamente quotidianamente suscettibili di modifiche per le liberazioni e/o i trasferimenti.
Le pene sono principalmente legate allo spaccio della droga o al mondo della prostituzione. Restano in carcere per poco tempo rispetto ai detenuti della sezione maschile. Si tratta quindi di persone che potrebbero scontare la pena in strutture alternative, non potendo usufruire della detenzione domiciliare o perché non hanno una dimora adeguata oppure perché essendo straniere non hanno parenti che possano ospitarle".
"Molto difficile per le donne accettare la privazione della libertà. Spesso sono vittime incapaci di opporsi a lusinghe e/o a ricatti affettivi. Sono fragili e hanno una visione di sé particolarmente negativa con sensi di colpa verso i figli, il marito, la famiglia. Ci sono detenute con gravi problemi psichici che avrebbero necessità di vivere in un ambiente meno afflittivo. In Sardegna le Comunità di Recupero per persone con problemi psichici e in doppia diagnosi non sono sufficienti e a seconda dei casi sono del tutto assenti.
Altre potrebbero cambiare il loro futuro se potessero diventare autonome economicamente e prendere coscienza delle proprie capacità lavorando o apprendendo un mestiere con un corso di formazione oppure accedendo alla istruzione di secondo grado e/o universitaria. Nessuna delle detenute è iscritta alle scuole superiori e/o all'Università. Alcune invece frequentano le lezioni del corso di scuola media di primo grado. Il livello culturale è quindi medio basso".
"Nella Casa Circondariale di Cagliari - è stato evidenziato - l'accesso al lavoro è molto limitato. Le più fortunate sono assegnate alla cucina e/o alla piccola biblioteca. Qualcuna cuce, rattoppa e stira le lenzuola. Altre si occupano delle pulizie della sezione. Come si può comprendere si tratta di lavori di scarsa valenza formativa e sociale. I problemi più gravi riguardano il sistema delle relazioni interne ed esterne.
Non riescono a liberarsi del pensiero della famiglia alimentando così il proprio disagio con un autolesionismo spesso poco evidente ma molto profondo e doloroso. Vorrei infine ricordare - ha concluso - che l'esperienza detentiva coinvolge profondamente le operatrici. Le funzionarie giuridico pedagogiche e le Agenti della Polizia Penitenziaria donne che quotidianamente condividono questa realtà. A loro va un particolare ringraziamento".
Coordinato da Maristella Casula, presidente della Fidapa di Sestu, il dibattito è stato animato, tra gli altri, dal Direttore della Casa Circondariale di Cagliari Marco Porcu, Annalise Martis, dell'Ufficio interdistrettuale Esecuzione Penale Esterna, Susanna Murru, presidente Cpim, Elena Calorio, psicologa Donna Ceteris e Monica Tascedda, avvocata.
Hanno portato il saluto la Sindaca Paola Secci, la vice Prefetta Vicaria di Cagliari Paola Dessì e Susi Ronchi coordinatrice di Giulia Giornaliste. Ha concluso i lavori, dopo le testimonianze del cappellano Padre Gabriele Iiriti e della volontaria Mariella Cuccuru, Maria Tina Maresu, presidente Fidapa Distretto Sardegna.
di Maria Rosà
novaratoday.it, 30 novembre 2019
La mattina di mercoledì 27 novembre, la Casa Circondariale di Novara è stata teatro di un'inedita iniziativa dedicata a una dozzina di suoi "ospiti": un piccolo corso di origami, organizzato dall'associazione culturale "Brughiera CàDaMat" (la stessa che gestisce il laboratorio di stampa su tessuto "amanetta"), grazie alla disponibilità di Giancarlo Toran, maestro e colonna portante della Pro Patria Scherma di Busto Arsizio, animo curioso e poliedrico che nelle sue peregrinazioni tra sport, logica e filosofia, si è specializzato da anni in questa affascinante disciplina orientale.
"È un'arte fatta di piccoli gesti e cose semplici, alla portata di tutti - spiega Toran - ma consente di dare infinite forme alla propria fantasia e di ottenere subito risultati e miglioramenti, costringendoti a liberare la mente da tutto, almeno per quei pochi momenti, perché richiede grande attenzione e precisione".
Un'attività ideale, quindi, per chi ha tempo da spendere e, soprattutto, bisogno di sentirsi ancora vivo e impegnato in qualcosa, ma anche un'occasione per realizzare qualche simpatico oggetto da regalare a chi è fuori ad aspettarli. Il corso, infatti, era aperto a tutti i detenuti, ma l'Ufficio Trattamento di via Sforzesca lo ha pensato soprattutto per dare la possibilità ad alcuni papà di preparare qualche dono per i loro bambini, in vista delle Feste. "L'occasione del Natale e di regali fatte con le proprie mani - continua Camilla Pensa, segretaria dell'associazione bustocca - ci è sembrata perfetta per iniziare, ma siamo convinti che l'aver qualcosa di semplice e giocoso da insegnare ai propri figli possa funzionare sempre per chi è ristretto e vede i propri cari solo qualche ora al mese, spesso in situazioni di estrema tensione e difficoltà, dove sorridere e lasciar uscire le proprie emozioni può risultare davvero complicato".
L'incontro è durato un paio d'ore, volate tra elicotteri, rane salterine, stelle e scatoline dei ricordi, ma mercoledì prossimo si proverà a fare anche qualcosa di più complicato, vista l'attenzione con cui la "classe" ha seguito il proprio maestro, piega dopo piega. Poi, chissà, gli origami potrebbero anche diventare un appuntamento fisso tra le tante attività ludico-artigianali che l'Istituto novarese sta cercando di coltivare per completare il percorso rieducativo degli uomini che ha in custodia. In foto, il maestro Giancarlo Toran, la Signora Camilla Pensa e due educatrici di via Sforzesca, Patrizia Borgia e Stefania Novielli.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 30 novembre 2019
Sulla prescrizione, la rivendicazione di quella che è una posizione consolidata da parte della magistratura, il congelamento dopo la condanna in primo grado. Sulla crisi del Csm, la contrarietà a ogni forma di sorteggio. Sui rapporti con la politica, il no al populismo giudiziario. Ma anche l'avversione alle rivendicazioni di esemplarità della pena e la preoccupazione per il ritorno di attualità del progetto di separazione delle carriere.
Alla fine di quello che viene riconosciuto senza ipocrisie come "un armo molto difficile per la Magistratura italiana", l'Anm celebra a Genova il suo 34esimo congresso. E Luca Poniz, da pochi mesi presidente, dopo la deflagrazione dello scandalo legato all'indagine di Perugia, che ha investito non solo il Csm ma la fiducia nella magistratura tutta, prova a giocare non solo in difesa.
E allora, davanti al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, Poniz svolge una relazione che riconosce l'esistenza di un nodo Csm, che chiama in causa gli stessi magistrati chiamati a scegliere tra un Consiglio amico (che li protegga) o istituzione (che li tuteli). Un po' di autocoscienza per fare chiarezza, "perché le istituzioni rappresentative assumono sempre la fisionomia dei loro amministrati".
Anche perché "è innegabile che esiste un incrocio improprio tra le aspettative del singolo e l'uso del potere discrezionale del Consiglio". E quando le prime si coltivano attraverso la forza dei gruppi associati allora il circuito politico culturale che li fonda da virtuoso diventa perverso. In ogni caso, al di là delle condotte censurabili di magistrati, autorevolezza e prestigio del Consiglio sarebbero ontologicamente compromessi da qualsiasi ipotesi di sorteggio per la scelta dei componenti togati. Certo la fiducia è indispensabile e la magistratura dovrà fare di tutto per recuperarla.
Non altrettanto però, ha sottolineato Poniz, vale per il consenso popolare. Qui il pericolo concreto è non solo la delegittimazione del singolo giudice o pm, ma il disconoscimento del fondamento della giurisdizione. Con il baluardo della sovranità rivendicata come appartenente al popolo, dimenticando poi il necessario corollario costituzionale sui limiti al suo esercizio. Sul tema del giorno, la prescrizione, Poniz da una parte rivendica una proposta storica dell'Arun e cioè il blocco dei termini dopo la condanna in primo grado, individuata come "diverso punto di equilibrio tra le garanzie dell'imputato e l'efficacia del processo" e da leggere insieme alle proposte di modifica del sistema delle impugnazioni per cancellarne utilizzi strumentali; dall'altra però ammette il rischio di squilibri complessivi se la riforma non fosse accompagnata da interventi strutturali.
È il caso di un potenziamento dei riti alternativi. Poniz ha ricordato la centralità del tema delle sanzioni penali, della loro funzione. Tanto più dopo l'affossamento della riforma dell'ordinamento penitenziario. No quindi alle rivendicazioni di pene esemplari, all'affermazione pubblica di condanne esemplari. E chiusura tra applausi dopo "i difficili giorni di giugno" nella convinzione di volere rivolgersi a un magistrato innamorato della Legge e non del Potere, ma nella consapevolezza che a quel Potere anche le toghe, alcune almeno, sono state assai sensibili.
tvsette.net, 30 novembre 2019
Nella giornata di oggi, 30 novembre, si svolgerà, presso l'Istituto Penitenziario di Sollicciano (Firenze), la quinta edizione della "Giornata dei braccialetti", manifestazione di protesta contro la mancata applicazione degli artt. 275 bis c.p.p. e 58 quinquies Ordinamento Penitenziario, organizzata dalla Camera Penale di Firenze.
Come noto, la situazione di assoluta carenza di braccialetti elettronici rende ancor più critica la condizione carceraria italiana, cronicamente caratterizzata dal sovraffollamento delle celle e dall'abuso della custodia cautelare.
La Camera Penale di Benevento aderisce e plaude all'iniziativa dei Colleghi fiorentini, sottolineando come -ancor più negli uffici giudiziari del Sud- la richiesta di utilizzo di braccialetti elettronici per i detenuti agli arresti domiciliari abbia ormai superato, da tempo, la disponibilità dei dispositivi. Per tale ragione, pur potendo usufruire della misura, alcuni detenuti restano in carcere.
Tali problematiche fanno sì che l'Italia risulti costantemente oggetto di sollecitazioni e richiami da parte dell'Unione Europea e di Organismi internazionali. Il nostro è tra i Paesi in Europa che maggiormente ricorrono al carcere prima della sentenza definitiva, soprattutto quando gli imputati sono stranieri.
Resta alta la percentuale di custodie cautelari per la mancata disponibilità di dispositivi, in casi in cui il giudice potrebbe concedere di fatto una misura meno afflittiva della custodia inframuraria. Così accade che almeno in due casi su tre dei suicidi dietro le sbarre - cfr. 15° Rapporto dell'associazione Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia -, il detenuto è privo di una condanna definitiva, ovvero presunto innocente - in carcere ci si suicida oltre 18 volte di più che fra la popolazione libera!
Ad oggi rimane decisamente molto elevato il numero di detenuti senza sentenza definitiva in custodia cautelare, nonostante gli interventi legislativi che in questi ultimi anni hanno limitato le ipotesi di ricorso alla custodia cautelare inframuraria. Come si legge dal citato rapporto Antigone, e si ricava altresì dalla Sezione Statistica del Dap, la stragrande maggioranza degli ingressi negli istituti di pena riguarda persone in custodia cautelare, rimanendo sporadico l'ingresso in carcere in esecuzione di una sentenza per soggetti in stato di libertà.
La lunga "via crucis" che ormai da anni riguarda l'utilizzo dei braccialetti elettronici ex artt. 275 bis c.p.p. (e 58 quinquies O.P. in fase di espiazione pena) coinvolge le stesse procedure di bando e collaudo. I braccialetti sono insufficienti nonostante sia stato effettuato ed aggiudicato il bando per la nuova fornitura, che secondo quanto annunciato aveva ad oggetto 12.000 dispositivi. Il servizio doveva partire nell'ottobre 2018, ma ciò non è accaduto a causa del ritardo da parte del Ministero dell'Interno della nomina della commissione di collaudo.
Resta il grave vulnus dal momento che la descritta vicenda special-preventiva incide direttamente sulla libertà personale di soggetti in attesa di giudizio, presunti innocenti, i quali sono costretti ad "espiare" la pena in via anticipata, in regime di custodia inframuraria, pur potendo legittimamente godere del diverso e meno gravoso regime consentito ex art. 275 bis c.p.p. Allo stesso modo, risulta non fruibile il regime di esecuzione della pena definitiva secondo le forme previste dall'art. 58 quinquies O. P. (che rimanda per l'applicazione all'art. 275 bis cit.).
Il quadro prospettato, in estrema sintesi, è indicativo di una situazione sperequativa di fatto quasi insuperabile, a meno di interventi immediati del Governo, che allo stato - anche per evidenti orientamenti di bieco "populismo giudiziario" - non appaiono concretamente prevedibili, almeno a breve termine.
La Camera Penale di Benevento
Il Presidente, Avv. Domenico Russo
di Ciriaco M. Viggiano
Il Riformista, 30 novembre 2019
In Campania solo 1.710 detenuti su 7.872, meno del 22 per cento, sono impiegati in attività lavorative. E una quota ancora più esigua, pari a 133 persone e quindi inferiore al 2 per cento, presta servizio in imprese o in cooperative esterne agli istituti di pena nonostante gli sgravi fiscali e contributivi previsti per l'assunzione di chi è recluso.
Con buona pace della Costituzione, secondo la quale le pene devono tendere alla rieducazione del condannato, e di quanti, dopo aver espiato la pena, intendano reinserirsi nel mercato del lavoro. Ecco il quadro che emerge dai dati raccolti dall'Osservatorio regionale per le persone private della libertà personale e diffusi stamane a Napoli, nel corso del convegno su carcere e lavoro organizzato dal Garante dei detenuti della Campania.
Emblematico il caso di Poggioreale dove si contano 346 lavoranti, tutti alle dipendenze dell'amministrazione penitenziaria, su una popolazione detenuta che supera le 2mila e 300 unità. Poco brillante anche la performance di Santa Maria Capua Vetere: 213 persone impiegate nel lavoro inframurario e dieci in quello extra-murario a fronte di 966 presenze. Tra gli istituti più virtuosi figurano quello di Sant'Angelo dei Lombardi, con i suoi 98 lavoranti su 176 presenze, e la casa circondariale di Lauro, dove risultano impiegate otto madri su 12.
"L'attività lavorativa e la formazione professionale all'interno degli istituti di pena rappresentano le strategie attraverso le quali l'ordinamento intende dare attuazione al principio del finalismo rieducativo - ha sottolineato Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Campania - Su questo fronte resta ancora molto da fare".
Quali sono le strategie per favorire l'accesso dei detenuti al mercato del lavoro? "Stiamo operando - ha chiarito Antonio Fullone, provveditore campano dell'amministrazione penitenziaria - per far sì che il lavoro all'interno delle carceri sia riconosciuto e spendibile all'esterno". Negli istituti di pena regionali, infatti, si svolgono corsi di formazione per cuoco, barman, pizzaiolo, meccanico, fruttivendolo, parrucchiere, massaggiatore, operatore del servizio ai piani e altre figure professionali.
Senza dimenticare la convenzione con l'ateneo Federico II che ha già consentito a 79 detenuti di iscriversi a corsi universitari. Per Vittorio Ciotola, presidente del Gruppo Giovani Imprenditori dell'Unione Industriali, non basta: "Ben venga la certificazione delle competenze professionali, a patto che i detenuti vengano formati non solo per svolgere lavori tradizionali ma anche per affrontare le sfide della tecnologia".
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 30 novembre 2019
Il presidente dell'Anm, Luca Poniz, ieri ha aperto il congresso dell'associazione dei magistrati, che si tiene a Genova, sostenendo i principi essenziali che oggi guidano la magistratura d'assalto, e che la tengono abbastanza lontana dalle idee di fondo dello Stato di diritto. Tra qualche riga vediamo quali sono questi principi dell'Anm.
Poi, Poniz, in un'intervista rilasciata a un paio di radio, se l'è presa con quelli che prima dicono di aver rispetto per la magistratura e poi la criticano. Ha osservato: "Non ho mai sentito nessuno dire "Io non ho rispetto per la magistratura". Però - ha aggiunto - è una frase che non vale niente se dopo averla pronunciata si continua, come avviene spesso, a criticarla in modo aspro".
Poniz è convinto, evidentemente, che rispetto significhi sottomissione. Resa. Non solo Poniz: questa dell'obbligo di sottomissione è una corrente di pensiero molto forte tra i magistrati. Comunque, secondo me, un po' Poniz ha ragione: perché ripetere quella frase stupida? Io, per esempio, non ho proprio nessun rispetto per la magistratura. Lo dico chiaramente: penso che la magistratura nell'ultimo quarto di secolo abbia prodotto dei danni incalcolabili all'Italia, abbia preteso di sostituirsi alla politica e all'economia (e abbia annientato la politica e l'economia), di piegare al suo comando tutti i poteri democratici e di imporre l'idea secondo la quale in una società ordinata c'è un solo potere che controlla e guida tutti gli altri, e che questo potere si chiama magistratura.
L'idea di un potere unico non è nuovissima. È l'idea fondamentale di tutte le concezioni autoritarie di sinistra e destra. Quali sono i principi esposti, con molta grinta, da Poniz? Primo: i magistrati non si fanno intimidire da nessuno. Secondo: la magistratura non ha bisogno di riforme, la magistratura si autoriforma, non ha bisogno che la sua crisi sia affrontata dalla società, la sua crisi se la autogoverna. Uno degli slogan di questo congresso è: "Crisi dell'autogoverno e autogoverno della crisi". Cioè l'affermazione dell'autosufficienza e dell'insindacabilità della magistratura. Che poi sono alcuni degli elementi essenziali di una costruzione autoritaria.
Terzo principio: tocca alla magistratura controllare il potere. Ma la magistratura non è un potere? Sì, un potere che ha l'incarico di controllare gli altri poteri per affermare il Diritto. Quale diritto? La magistratura - sottintende Poniz - è essa stessa il diritto. Non esiste diritto fuori della magistratura. Quarto principio, la magistratura ha il dovere di difendere se stessa e i suoi esponenti dagli attacchi esterni. Gli attacchi esterni non sono accettabili e non saranno mai accettati. Se i cittadini vogliono fare delle denunce contro la magistratura "possono fare le denunce che vogliono: faranno il loro corso".
Dicendo ciò Poniz spiega ai cittadini che sarà la magistratura stessa a decidere su di sé, e a stabilire la propria innocenza o la propria colpevolezza. C'è una vecchia e un po' ermetica canzone di Fabrizio de André che a un certo punto dice così: Tu sei il potere. Vuoi essere giudicato? Vuoi essere assolto o condannato?
Tra l'altro il congresso è stato dedicato proprio a de André. Con una scelta spericolata o forse, appunto, autocratica. De André è risaputamente l'artista italiano più lontano dalla magistratura. Per lui la magistratura, e anche la legge, erano il male. De André era anarchico ed era nemico della legalità e dei tribunali fino all'ossessione (ve la ricordate quella canzone geniale e un po' volgare sul giudice boia violentato da uno scimpanzé?).
Perché prenderlo a simbolo? Forse proprio per dare l'impressione dello strapotere: io posso creare e distruggere. Se dico che De André era amico dei magistrati, De André diventa amico dei magistrati. Perché lo dico io. Bisognerebbe commentare uno a uno questi principi riassunti da Poniz. Limitiamoci ad alcuni. Primo: in genere non sono gli imputati, che rischiano la galera, a intimidire i giudici che decidono la loro galera. Succede di norma il contrario. Accusare gli imputati di intimidazione, oltre a essere una intimidazione è la quintessenza dell'arroganza. Quasi imperiale. Solo gli imperatori possono permettersela, neanche i re.
E poi c'è la questione dell'impunità. Cioè, dell'impunità dei magistrati. Ieri abbiamo posto il problema, oggi lo ripetiamo. Nell'inchiesta Open quasi sicuramente non c'è nessun reato a carico degli indiziati. Però certamente c'è un reato, ed è la fuga di notizie. L'elenco dei perquisiti (anzi, dei perquisendi) è stato dato ad alcuni giornali amici. È vietato dalla legge. Tutti gli indizi portano a dire che il colpevole è nella Procura di Firenze. Se c'è un reato - grave - e ci sono indizi gravi, perché non si apre un'indagine? (spetterebbe alla Procura di Genova, che ha competenze su Firenze). E poi, perché non interviene il Csm visto che sicuramente è stato violato il regolamento? E poi, ancora, perché il ministro non dispone un'indagine?
Perché? Perché si vuole dare l'impressione di un assalto a tutto campo, condotto senza regole e che non lascia vie d'uscita. La magistratura e i giornali hanno circondato la politica, l'hanno avvertita che colpiranno duro e infischiandosene delle leggi, hanno dimostrato di avere una copertura assoluta (procure compatte, Csm piegato, Ministro ossequiente) e chiedono la resa della politica. Come abbiamo scritto in prima pagina: arrendetevi o vi spianiamo. Ci sarà qualcuno che non si arrende? C'è una possibilità di resistenza? Vedremo.
P.S. In magistratura ci sono diverse migliaia di magistrati serissimi e che rispettano le leggi e lo stato di diritto. Per loro grande rispetto. Il rispetto per loro sarebbe ancora più grande se si ribellassero a quel migliaio di loro colleghi che oggi tengono in pugno la magistratura. E che spingono le persone serie a dire: nessun rispetto per la magistratura. Si ribelleranno, prima o poi?
tvprato.it, 30 novembre 2019
Il progetto della Caritas diocesana per i detenuti a fine pena. Nel carcere della Dogaia verrà aperta una azienda di confezioni dove saranno impiegati detenuti verso il fine pena e per questo bisognosi di una opportunità seria e concreta di lavoro in vista di un futuro reinserimento nella società.
Il progetto non poteva che nascere a Prato, città del tessile e realtà da sempre attenta a sostenere le persone con fragilità sociali attraverso l'azione della Caritas diocesana. E proprio quest'ultima, tramite il braccio operativo Fondazione Solidarietà Caritas onlus, ha coordinato il progetto presentato questo pomeriggio in Palazzo vescovile alla presenza del vescovo di Prato monsignor Giovanni Nerbini e degli altri soggetti promotori.
Come funziona. Nell'area semiliberi del carcere maschile della Dogaia verrà aperto un reparto di lavoro per la confezione di sotto-fodere per materassi. Si tratta di una produzione resa possibile grazie alla Pointex, azienda specializzata nel settore, che farà da committente delle lavorazioni, e dalla cooperativa sociale San Martino della Caritas diocesana di Firenze, organizzazione che vanta una lunga esperienza di lavoro con i detenuti nella casa circondariale fiorentina Mario Gozzini, dove ha aperto un servizio di lavanderia.
Nel progetto Confezione, questo il nome dell'iniziativa, saranno impiegati prima con un tirocinio e poi con un regolare contratto cinque detenuti in regime di semilibertà o che possono usufruire delle possibilità offerte dall'articolo 21 dell'ordinamento penitenziario che permette loro di poter essere assegnati a un lavoro, anche esterno, o a corsi di formazione professionale.
I turni sono di otto ore per cinque giorni la settimana. Il team sarà coordinato da un capo reparto, una persona esterna, dunque non un detenuto, appositamente formato al ruolo dalla Pointex, che fornirà in comodato d'uso gratuito le macchine da cucire e le altre attrezzature necessarie allo svolgimento della produzione.
Il progetto è frutto di un accordo di rete sottoscritto lo scorso 15 ottobre. Il primo passo è l'allestimento del luogo di lavoro all'interno del carcere della Dogaia, che sarà pronto entro la fine di dicembre, poi, dopo l'adeguata formazione del capo reparto, a gennaio 2020 l'azienda entrerà in funzione e potrà così iniziare a rispondere alle commesse richieste dalla Pointex.
Hanno detto. "Se il problema della mancanza di un lavoro è diventato drammatico per chi lo ha perso lo è ancora di più per i carcerati - ha osservato monsignor Giovanni Nerbini - e sappiamo benissimo che chi non ha avuto opportunità di lavoro e formazione durante la detenzione è a rischio recidiva. Per questo motivo progetti come quello che presentiamo sono importanti: è bello vedere più soggetti che si mettono insieme e che con coraggio decidono di fare una scommessa del genere". Il direttore della casa circondariale della Dogaia Vincenzo Tedeschi ha detto di aver accolto la proposta con entusiasmo, "non è facile per noi proporre esperienze di lavoro significative che vadano oltre l'assistenzialismo, dare una chance ai detenuti è fondamentale per evitare che una volta usciti tornino a delinquere".
Marco Ranaldo, titolare dell'azienda Pointex, parla di "scelta voluta e ponderata, perché crediamo che il lavoro sia una delle poche strade in cui un uomo si realizza. Ma oltre l'aspetto solidale - sottolinea - per noi c'è l'aspetto imprenditoriale, questo settore della nostra produzione è in crescita e dovremo essere tutti in grado di ottenere risultati capaci di reggere il mercato. Solo così potremo andare avanti e vincere la sfida".
Ne è convinto Francesco Grazi, presidente dalla Cooperativa San Martino, ente che materialmente gestirà il lavoro e assumerà i detenuti: "il contesto del carcere è difficile e lo sappiamo bene grazie alla nostra ventennale esperienza nell'istituto Gozzini di Firenze dove abbiamo una lavanderia, che riesce a lavorare perché è competitiva con le concorrenti sul mercato".
Il progetto Confezione può contare sull'appoggio e il sostegno delle istituzioni: il Comune di Prato e la Regione Toscana, che tramite la Società della Salute ha dato un contributo alla realizzazione dell'iniziativa. "Questa non è una opera utile solo per chi "sta dentro" - ha affermato l'assessore regionale al welfare Stefania Saccardi - perché dare una opportunità concreta di reinserimento sociale significa diminuire i rischi di nuovi danni alla comunità. Ma per fare tutto questo c'è bisogno di aziende coraggiose e realtà come la Caritas e la Cooperativa San Martino che da tempo collaborano in modo proficuo con le istituzioni". Un plauso all'iniziativa è arrivato anche dal sindaco Matteo Biffoni e dall'assessore comunale ai servizi sociali Luigi Biancalani.
Non assistenzialismo ma una vera attività imprenditoriale. Questo è il vero obiettivo del progetto sottoscritto dalla direzione del carcere e dai soggetti coinvolti nella confezione: si potrà dunque andare avanti soltanto se verrà prodotta una quantità minima, e di qualità, di lavorati, che possa garantire il pagamento degli stipendi.
Solo così, attraverso un impiego vero e proprio, scandito da regole e condizioni lavorative reali, è possibile acquisire le competenze utili per potersi reinserire un domani nel mondo del lavoro. Si tratta dunque di una scommessa che Caritas di Prato e Firenze, Pointex, Società della Salute, Regione Toscana e la Casa circondariale della Dogaia hanno scelto di compiere tutti insieme per attuare quanto previsto dall'articolo 27 della Costituzione: le pene "devono tendere alla rieducazione del condannato".
L'impegno di Caritas Prato per i detenuti. Questa iniziativa si inserisce in un progetto più ampio chiamato "Non solo carcere" pensato con lo scopo di favorire il reinserimento sociale dei detenuti e sensibilizzare la cittadinanza alle questioni del mondo carcerario. Grazie alla collaborazione di Cna e Confartigianato nel 2017 sono stati attivati degli inserimenti lavorativi di persone carcerate in semilibertà o in articolo 21 in alcune aziende artigiane del territorio pratese attive nel campo dell'edilizia, della ristorazione e cooperative sociali.
"Da sottolineare che tutte queste esperienze hanno avuto successo e nessun detenuto ha fallito l'opportunità concessa - afferma il vice direttore della Caritas diocesana di Prato Rodolfo Giusti - e il merito va alle aziende che hanno accolto e a chi ha selezionato le persone carcerate abbinandole ad una certa tipologia di lavoro". La conferma viene dai numeri: su otto tirocini formativi ben cinque si sono trasformati in assunzioni a tempo determinato e una a tempo indeterminato.
- Napoli. "Ha avvelenato le bimbe, in galera", ma era innocente
- Teramo. "Una casa di donne" al carcere di Castrogno
- Livorno. Letteratura in carcere, assegnato il Premio Casalini
- Milano. "Una vita normale, ma non tanto
- Migranti. Caso Alan Kurdi: i giudici scagionano Salvini, ma è una sentenza che fa acqua










