di Leo Lancari
Il Manifesto, 9 gennaio 2020
"Non ci possono essere dialoghi o incontri con il criminale di guerra Haftar" attacca da Bruxelles Hafed Gaddur, ambasciatore libico presso l'Unione europea. Passano poche ore e anche da Mosca arrivano bordate pesanti nei confronti dell'Italia, accusata di fatto dal capo del gruppo di contatto russo per la Libia, Lev Dengov, di incapacità per non essere riuscita a organizzare in maniera corretta l'incontro tra il premier libico Fayez al Serraj e il generale Khalifa Haftar che ieri ha di nuovo scatenato raid aerei contro Misurata nel tentativo di aprirsi la strada verso Tripoli.
Rischia di complicare ancora di più la crisi libica lo scivolone diplomatico compiuto ieri dall'Italia. Nel tentativo di scavarsi un ruolo di mediatore mostrandosi equidistante tra le parti, il premier Conte ha convocato a Roma i due principali protagonisti della crisi dimenticando, a quanto pare, di avvertire l'uno della presenza dell'altro. Il risultato è che mentre l'uomo forte della Cirenaica si è presentato all'incontro sapendo di non avere nulla da perdere, ma soprattutto di poter contare sul sostegno di Egitto, Russia e Francia, a Serraj la mossa italiana non è piaciuta affatto. Da Bruxelles, dove ieri ha incontrato il capo della diplomazia Ue Josep Borrell, anziché partire per Roma dove nel pomeriggio era atteso da Conte a palazzo Chigi, ha preferito tornare direttamente a Tripoli.
A questo punto se davvero ancora esiste una possibilità che la situazione in Libia non peggiori ulteriormente con l'intervento turco a sostegno di Tripoli, questa è affidata agli ultimi scampoli di capacità diplomatiche che l'Unione europea deve dimostrare di possedere. Anche l'incontro avuto ieri al Cairo dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio con i colleghi di Egitto, Francia, Grecia e Cipro non ha dato infatti i risultati che forse il capo della Farnesina sperava.
La riprova è nel fatto che a conclusione dell'incontro l'Italia non ha firmato il documento finale perché ritenuto troppo sbilanciato a favore di Haftar. venerdì a Bruxelles i ministri degli esteri dei 28 si riuniranno per un vertice straordinario nel quale, oltre che di Libia, si parlerà anche di Iran e Iraq, ma sembra difficile che possa uscire qualcosa di più di una data nella quale tenere la più volte annunciata conferenza di Berlino alla quale dovrebbe partecipare anche la Russia.
Nel frattempo in Libia potrebbe scattare anche il cessate il fuoco a partire dalla mezzanotte di domenica. Da Istanbul, dove si trovavano per l'inaugurazione del gasdotto Turkstream, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan - che appoggia Serraj - e quello russo Vladimir Putin - che sostiene Haftar - lo hanno chiesto ai due contendenti a dimostrazione di come il premier libico e il generale della Cirenaica siano sempre meno determinanti nel decidere quanto accadrà in Libia.
La possibilità di un cessate il fuoco non sarebbe intanto stata esclusa da Haftar. Stando a fonti di palazzo Chigi, infatti, il generale ne avrebbe parlato con il premier Conte nell'incontro di tre ore che i due hanno avuto ieri a palazzo Chigi. "E' la precondizione per un dialogo, che è la sola soluzione possibile", avrebbe spiegato Conte che non avrebbe nascosto il suo disappunto per l'attentato alla caserma dei cadetti libici. Per venerdì il premier ha convocato un vertice con maggioranza e opposizione per discutere della situazione nel Paese nordafricano ma anche di Ira e Iraq. Conte ha inoltre sentito il presidente della Repubblica Mattarella, aggiornandolo sul dossier libico.
Dopo lo scivolone di ieri la Libia rischia però di diventare l'ennesima grana per il governo giallorosso che ieri sera ha cercato i ricostruire i contatti con Tripoli. Stando a una versione, dietro la decisione di Serraj di non fermarsi a Roma ci sarebbero state alcune fake news secondo le quali Conte avrebbe cercato di far incontrare il premier libico con Haftar. Ipotesi negata categoricamente da palazzo Chigi. Spiegazioni che non bastano alle opposizioni, con Matteo Salvini che dà al premier del "pericoloso incapace" "per una semplice questione di protocollo, prima ancora che di politica".
di Alberto Negri
Il Manifesto, 9 gennaio 2020
I nostri sonnambuli si sono svegliati bruscamente con la testa nel vaso di pandora di una guerra voluta da Trump contro l'Iran e i piedi insabbiati nel conflitto libico sotto casa. Noi da inguaribili catenacciari vorremmo venirne fuori con un pareggio: ma è un'illusione.
In Iraq dove abbiamo oltre 900 soldati e non sappiamo bene cosa farne ha già deciso Trump che vuole un maggiore impegno della Nato: figuriamoci se non ci accodiamo. In poche parole Trump vuole sostituire le truppe americane con quelle europee e atlantiche, mantenere quindi la presenza in Iraq, ridurre il rischio di perdite umane per gli Usa e trasferirlo agli alleati occidentali in modo da potere condurre a mano libera il prossimo capitolo della guerra missilistica e dei droni contro Teheran.
Altro che pareggio, come può sembrare dopo la raffica di missili iraniani sulle basi Usa in Iraq: il presidente americano intende in futuro proseguire il conflitto e usarci a terra come carne da cannone. Che poi ieri nella vendetta iraniana per il "martire" Qassem Soleimani non ci siano state, secondo Trump, perdite americane appare tutto da verificare: se fosse vero questo sarebbe il raid più "telefonato" della storia recente.
In Libia decidono per noi Erdogan e Putin mentre all'Italia, grazie probabilmente a una mediazione del Cremlino, è stata lasciata una passerella diplomatica con il generale Khalifa Haftar a Palazzo Chigi. Sarraj, che obbedisce ormai solo a Erdogan, non si è fatto vedere.
Erdogan e Putin sono favorevoli a una tregua a partire da domenica in Libia e attraverso i loro alleati hanno di fatto in mano la sorte dei nostri interessi energetici libici mentre il leader turco ribadisce un diritto di sovranità sul gas che anche l'Italia estrae dalla piattaforma greca e cipriota. Mattarella nel suo discorso di Capodanno disse che siamo "protesi nel Mediterraneo" e "all'incrocio dei processi regionali": qui è meglio non infierire perché i sonnambuli potrebbero avere improvvisi e fatali risvegli.
Gli interessi nazionali italiani così sono stati stati serviti in salsa turca ad Ankara dove Putin è andato a inaugurare il Turkish Stream, che è bene ricordarlo, ha sostituito il progetto italiano della Saipem bloccato da Europa e Stati uniti. Agli italici sonnambuli resta il gasdotto Green Stream con la Libia e i pozzi petroliferi Eni la cui sorte dipende da come Mosca e Ankara manovreranno Haftar e Sarraj.
Sul fronte Iran-Iraq i sonnambuli che tengono le nostre truppe laggiù, infilate nei bunker o spostate in velocità da una parte all'altra del Paese, sperano nel pareggio, ovvero che la raffica di missili iraniani sia l'episodio conclusivo seguito all'atto di guerra di Trump con cui ha assassinato il generale Qassem Soleimani all'aereoporto civile di Baghdad.
Questo atteggiamento in cui rifulge il genio italico dell'inguattamento e una mentalità da catenaccio è accompagna dalla "campagna di rettifica" della stampa italiana. Secondo la quale: 1) Gli italiani sono benvoluti sia da iracheni che iraniani. Ignorando che in caso di guerra e attentati può accadere qualunque cosa, come ci insegnò nel 2003 la tragedia di Nassiriya. Inoltre gli italiani fanno parte della Nato e gli Usa impiegano basi come Sigonella e Niscemi per colpire ovunque senza informarci di nulla. Siamo coinvolti nelle guerre di Trump ma facciamo fatica a smarcarci 2) Nella campagna di rettifica rientra anche accreditare che sia stato l'Iran a cominciare questo conflitto e che il generale Qassem Soleimani stava organizzando devastanti attentati. Non solo. Si dice che l'Iran potrebbe procurarsi l'atomica ma si trascura di sottolineare che Trump ha stracciato l'accordo sul nucleare del 2015 perché voleva rinegoziarlo nella parte missilistica ma non ha fatto nulla al riguardo. Insomma si cerca in ogni modo di addossare la tensione nell'area agli iraniani.
Così si coltivano nuove e pericolose illusioni. L'escalation tra Usa e Iran si può fermare ma siamo soltanto al primo capitolo della quarta guerra del Golfo preceduta da altre due guerre anti-iraniane, quella in Siria - alimentata dalla Turchia, dalle monarchie arabe e incoraggiata dall'ex segretario di stato Hillary Clinton - e in Iraq, condotta dall'Isis contro il governo sciita di Baghdad. In questi due Paesi il terrorismo è stato combattuto da iraniani, russi, Hezbollah, curdi siriani, siriani e milizie irachene che hanno fermato i jihadisti su due fronti: senza Soleimani il Califfato sarebbe entrato anche a Baghdad.
L'unica cosa che ha in mente Trump da quando è salito alla presidenza è eliminare il regime iraniano su pressione di Israele e dell'Arabia saudita. Ha stracciato l'accordo sul nucleare civile del 2015 voluto da Obama, ma nasconde che Israele ha 200 testate atomiche, imposto sanzioni giugulatorie a Teheran per soffocarne l'economia, ha riconosciuto l'annessione israeliana del Golan e di Gerusalemme, stretto la mano al principe assassino Mohammed bin Salman, che è il suo maggiore acquirente di armi, e poi ha provocato Teheran uccidendo il vero numero due iraniano. La sua versione della storia che ha combattuto il terrorismo serve come fumo negli occhi per il prossimo strike.
di Stefano Montefiori
Corriere della Sera, 9 gennaio 2020
Trovato all'aeroporto Charles De Gaulle. Si era nascosto lì dentro in Costa d'Avorio, vestito con abiti leggeri. Air France: "Dramma umano". Indaga la Gendarmeria. Il volo Air France AF 703 tra Abidjan, la capitale economica della Costa d'Avorio, e Parigi si è concluso in orario, poco dopo le 6 del mattino, martedì all'aeroporto Charles De Gaulle.
Il tempo di fare scendere i passeggeri, e sono cominciati i preparativi per il viaggio in direzione opposta verso il Paese africano. I tecnici si sono avvicinati come al solito al carrello di atterraggio del Boeing 777, ma stavolta, intorno alle 6 e 40, la routine si è interrotta. Nel vano del carrello c'era il cadavere di un bambino. "Si direbbe intorno ai dieci anni", hanno detto le autorità. Non aveva con sé documenti o lettere, per adesso la sua età e il nome sono sconosciuti e forse lo resteranno per sempre. Il bambino è morto per il freddo - a 10 mila metri di quota la temperatura arriva a meno 50 gradi - e per la mancanza di ossigeno, come tanti adolescenti (e qualche adulto) prima di lui, cercando di raggiungere l'Europa da clandestino.
È una delle morti più terribili e inevitabili che attendono i migranti pronti a tutto pur di lasciare il loro Paese di origine. Fonti della sicurezza ivoriane fanno notare che l'aeroporto di Abidjan è dotato di controlli speciali per evitare questo tipo di tragedie, e a differenza di un adulto un bambino non può farsi passare per dipendente dello scalo per eluderli. Si sospetta quindi che un complice adulto lo abbia aiutato a passare, magari facendosi pagare, pur sapendo che il tentativo si sarebbe concluso con la morte del bambino.
Casi come questo non sono purtroppo isolati. Negli anni Duemila accadde anche in Italia, all'aeroporto di Malpensa, e di recente ci sono state altre morti drammatiche in Africa e in Europa. I clandestini muoiono nel vano che non è riscaldato né pressurizzato, e vengono scoperti all'atterraggio, ma talvolta i cadaveri precipitano a terra non appena il pilota inizia le manovre per l'atterraggio ed estrae il carrello.
Il corpo di un clandestino è stato ritrovato il 1 luglio scorso nel giardino di una casa di Clapham, poco lontano dall'aeroporto di Heathrow. Era caduto dal volo Nairobi-Londra della Kenya Airways, nel vano carrello la polizia in quel caso trovò uno zaino, dell'acqua e un po' di cibo. Nel 2012 un altro clandestino, José Matada, era precipitato vicino a Heathrow da un aereo proveniente dall'Angola. Più di recente, un uomo è stato trovato senza vita nel vano carrello di un aereo della Royal Air Maroc atterrato a Casablanca dopo essere partito da Conakry, in Guinea. Air France ha espresso "compassione" e "deplora questo dramma umano".
Il corpo del bambino è stato portato all'istituto medico-legale, i gendarmi dei trasporti aerei (Bgta) stanno conducendo l'inchiesta, mentre un'indagine è in corso anche in Costa d'Avorio, dove Air France ha attivato i suoi uomini all'aereoporto di Abidjan per cercare di scoprire la falla nella sicurezza e evitare nuove tragedie.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 9 gennaio 2020
Domani Raif Badawi, il blogger saudita condannato per aver promosso un forum online, trascorrerà il suo giorno numero 2.786 in carcere. Sarà anche il quinto anno trascorso dalle 50 frustate che egli ricevette sulla pubblica piazza, a Gedda, il 9 gennaio 2015. Ironicamente, quello stesso giorno una delegazione dell'Arabia Saudita partecipava alla manifestazione di solidarietà con la redazione di "Charlie Hebdo", decimata da un attacco terroristico. Un attacco contro la libertà d'espressione.
Arrestato il 17 giugno 2012, dopo aver rischiato persino la pena di morte per "apostasia", il 7 maggio 2014 Badawi è stato riconosciuto colpevole di "offesa all'Islam" e condannato a 10 anni di carcere, a 1000 frustate (50 a sessione per 20 sessioni) e a una multa di un milione di rial. La sentenza è diventata definitiva il 6 giugno 2015 (sei mesi dopo l'esecuzione delle 50 frustate!).
Grazie a un'enorme mobilitazione internazionale, le altre 950 frustate non hanno avuto luogo. Dal momento dell'arresto sono passati sette anni e mezzo e Badawi è ancora in carcere. La moglie Ensaf Haidar, rifugiata politica in Canada insieme ai loro tre figli (Najwa di 16 anni, Terad di 15 e Miryiam di 12), porta avanti una tenace ma sempre più solitaria campagna per il suo rilascio. Alcuni dei post pubblicati da Badawi sul suo forum sono stati tradotti e pubblicati in Italia.
di Eugenio Parisi
consulpress.eu, 9 gennaio 2020
Nelle scorse settimane nella sede del Parlamento Europeo di Strasburgo è stato consegnato il Premio Sacharov per la libertà di pensiero alla figlia di Ilham Tohti, Jewher Ilham. Il padre di Jewher, professore di economia, non ha potuto ritirare il premio personalmente perché, appartenente alla minoranza uiguri, è attualmente detenuto in Cina, condannato all'ergastolo, con accuse di separatismo.
Dal 2017 sono oltre un milione gli uiguri detenuti in Cina in una serie di campi di concentramento, ove sono obbligati a rinunciare alla propria identità culturale, alla loro religione e alla loro lingua. Gli uiguri sono una etnia di religione islamica che vive nel nord-ovest della Cina, soprattutto nella regione autonoma dello Xinjiang. Toccante la storia dell'arresto di Tohti avvenuto nel 2014 all'aeroporto di Pechino mentre, con la figlia, stava imbarcandosi per un volo diretto negli Stati Uniti, dove l'economista avrebbe dovuto insegnare. Alla figlia di Tohti fu posta una alternativa partire o restare ed essere arrestata con il padre. La ragazza disperata piangeva ma mentre il padre veniva trascinato via ebbe il tempo di dire alla figlia: "Non piangere altrimenti gli agenti penseranno che le donne uiguri sono deboli".
Le ultime notizie del professore risalgono al 2017. Da allora più nulla. "Il mio papà - ha affermato Jewher - è stata interrogato, percosso... Non abbiamo più sue notizie dal 2017, non sappiamo dove si trovi. Ma io sento che è vivo e vivo è il suo spirito, uno spirito di pace e libertà". Attualmente la ragazza vive a Washington, dove si è da poco laureata.
Jewher, oltre a chiedere la liberazione del padre, ha espresso solidarietà anche per quanti sono oppressi nel Paese asiatico. "In Cina tante persone sono private della libertà: kazaki, cristiani, musulmani, tibetani. Pensate a quello che avviene a Hong Kong".
Ferme le Parole del presidente del Parlamento Europeo David Sassoli il quale senza mezzi termini ha chiesto il rilascio immediato e senza condizioni di Ilham Tohti. Il Premio Sacharov viene assegnato dal Parlamento europeo per ricordare la figura dello scienziato, scrittore e dissidente russo, Andrej Sacharov. Il premio il premio consiste in un assegno di 50.000 euro.
di Marianna Donadio
informareonline.com, 8 gennaio 2020
Fine pena: 31.12.9999. Questa la dicitura che ha sostituito il tradizionale "fine pena: mai" che indicava la condanna al carcere a vita. La forma, però, non cambia la sostanza, presentando ugualmente agli occhi del detenuto la pena come definitiva e irrevocabile.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 gennaio 2020
Sei persone arrestate per gli incendi a Torino. A Bari situazione fuori controllo. Aumentano i disagi dei migranti trattenuti nei Centri di permanenza e rimpatrio (Cpr). All'inizio dell'anno, in diversi centri sparsi nell'Italia ci sono state delle rivolte. Ancora una volta è accaduto nel Cpr di via Brunelleschi, a Torino.
di Laura Pasotti
osservatoriodiritti.it, 8 gennaio 2020
Poter professare il proprio credo è garantito a tutti dalla legge, anche ai detenuti. In ogni istituto c'è una cappella, un prete e si celebrano i riti cattolici. Ma per chi segue altre confessioni è tutto più complicato. E spesso la libertà religiosa non viene garantita come dovrebbe.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 gennaio 2020
Il 15 gennaio si discuterà della questione di legittimità sollevata dalla Cassazione. Si tratta del ricorso presentato da una donna con prole maggiorenne, affetta da handicap invalidante.
Il 15 gennaio prossimo, la Corte costituzionale si occuperà della questione di legittimità, sollevata dalla prima sezione penale della Cassazione, relativa ad una delle norme dell'ordinamento penitenziario "nella parte in cui non prevede la concessione della detenzione domiciliare speciale anche nei confronti della condannata madre di prole affetta da handicap totalmente invalidante". L'oggetto in esame è l'art. 47 quinquies dell'Ordinamento penitenziario e come giudice relatore sarà Marta Catarbia, la prima donna presidente della Consulta.
Il Centro, 8 gennaio 2020
Giulio Petrilli prosegue la sua battaglia per il diritto al risarcimento contro l'ingiusta detenzione. "Sto provando", scrive, "a far applicare la legge votata da un referendum e poi modificata sulla responsabilità civile dei magistrati nel caso di errori giudiziari.
Sinora nessun magistrato ha mai pagato. Io sto provando a rivendicare un mio diritto e vedere se qualcuno di loro paga per i suoi errori. Ho inoltrato al presidente del Consiglio Giuseppe Conte un'istanza in tal senso. Sono uno dei pochi che sta provando questa via legittima. Il sogno continua, lo chiamo così perché è una battaglia che dura da venti anni. Un sogno non certamente per i soldi, ma per il principio. Non mi illudo", ammette Petrilli, "ma almeno arrivano segnali di attenzione. Dopo tante sollecitazioni spero si possa arrivare a una risposta positiva sulla mia vicenda del mancato risarcimento per un'ingiusta detenzione durata sei anni.
L'ulteriore risposta, pervenuta nei giorni scorsi, della responsabile dell'ufficio giuridico e contenziosi della presidenza del consiglio Margherita Piccirilli, comunica che l'istruttoria è stata avviata e ne sarà comunicato l'esito. Un ulteriore passo in avanti rispetto alla prima lettera e mi assicurano che daranno certamente una risposta.
Questa lettera ha una valenza importante di attenzione al tema. Ho chiesto 10 milioni per il risarcimento da ingiusta detenzione durata sei anni con l'accusa di banda armata conclusasi con una sentenza definitiva di assoluzione in Cassazione, sono stato in 13 carceri speciali, in detenzione estrema. Non so che decideranno, ma mi interessa ribadire che anche quando lo Stato con i suoi magistrati sbaglia, o lui o loro devono risarcire. Finora, da quando è entrata in vigore questa legge, nessun magistrato ha mai pagato per un suo errore".
- Prescrizione. Il Pd incalza Bonafede: ora faccia una proposta
- Le inadempienze dello Stato sui tempi dei processi non ricadano sugli imputati
- Nigeria. Sono 2.745 i prigionieri nel braccio della morte
- Riforma della prescrizione al bivio: salvare il governo o la reputazione dei Cinque Stelle?
- Il Pd al bivio della prescrizione









