di Giorgio Spangher
Il Dubbio, 29 novembre 2019
Circola, negli ambienti degli operatori della giustizia, da giorni una bozza del "Disegno di legge recante deleghe al Governo per l'efficienza del processo penale". La bozza ripropone con alcune varianti il testo che non fu approvato nel Consiglio dei ministri del luglio scorso. La prudenza consiglierebbe di non analizzare un testo sicuramente provvisorio. Tuttavia, la presenza di una novità dirompente impone di evidenziare non tanto la sua presenza, ma considerato il suo devastante significato, le sue implicazioni.
Il riferimento va a quanto previsto dall'articolo 5, lettera e): "prevedere che la regola di cui all'art. 190 bis, comma 1, c. p. p. sia estesa, nei procedimenti di competenza del tribunale, anche ai casi nei quali, a seguito del mutamento della persona fisica di uno dei componenti del collegio, è richiesto l'esame di un testimone o di una delle persone indicate nell'art. 210 e queste hanno già reso dichiarazioni in dibattimento nel contraddittorio con la persona nei cui confronti le dichiarazioni medesime saranno utilizzate".
Alla successiva lettera f) dello stesso articolo 5 si prevede che "l'ordinanza emessa ai sensi dell'art. 190 bis c. p. p. sia impugnabile nei limiti e con le forme di cui all'art. 586 c. p. p.".
Il tema è stato recentemente oggetto di un duplice intervento, prima della Corte costituzionale (C. Cost. n. 132 del 2019) e poi delle Sezioni Unite (Cass. Sez. un. 35.5.2019, Bajrami). Se la Corte costituzionale, forzando i suoi poteri, a fronte di una questione da lei stessa ritenuta inammissibile, si era mossa in una logica di impronta efficentista, suggerendo interventi idonei a superare le ragioni del mutamento dei collegi (videoregistrazioni e calendarizzazioni delle udienze); se le Sezioni unite, ancorché di termini non condivisibili, avevano cercato di rimodulare la rinnovazione del dibattimento davanti al nuovo collegio, garantendo il principio di fondo dell'immediatezza, temperato dal canone costituzionale del contraddittorio/contro oralità, l'indicazione del criterio di legge delega azzera tutto questo. Se anche viene a mancare un giudice del collegio, il processo può proseguire con la presenza degli altri due e l'integrazione di un nuovo componente. Vengono così eliminate anche quelle poche garanzie che le Sezioni unite avevano appena conservate. Non è il caso di sottolineare tutte le "varianti" che questa previsione può determinare in processi di lunga durata.
Se si voleva ulteriormente "ferire a morte" il processo "accusatorio", per quello che ne resta, incardinato sulla centralità del dibattimento, l'arma è stata caricata. Del tutto irrilevante si prospetta la previsione dell'impugnabilità del provvedimento di rigetto della richiesta di rinnovazione che potrà essere esercitata solo unitamente alla sentenza, con tutte le implicazioni "manipolative" che ciò determina una volta che la decisione sia stata assunta.
Giova ricordare che la regola dell'immediatezza è presieduta da una nullità assoluta speciale, l'unica del codice di rito, non casualmente. Resta da sottolineare che la garanzia della collegialità e dell'oralità è garantita dalla Corte Edu nonché dalle regole costituzionali del giusto processo (articolo 111 Cost.). Giova ancora ricordare che la previsione della garanzia della collegialità era prevista anche dal Codice Rocco del 1930. Anche il regime era consapevole della necessità che il giudizio fosse pronunciato dai giudici che aveva non solo disposto, ma anche assunto la prova. Appare difficile capire come si possano addirittura concepire, ipotizzare, a livello ministeriale, previsioni come quelle che si vuole proporre all'approvazione del Governo e del Parlamento.
di Mauro Anetrini
L'Opinione, 29 novembre 2019
Vedo che il Partito Democratico potrebbe chiedere un rinvio dell'entrata in vigore delle nuove norme sulla prescrizione. Perché un rinvio? Quale ragione c'è di rinviare l'efficacia di una legge regolarmente approvata ad un passo dalla sua operatività? Se non piace, se non la si condivide, la si cambia, o la si cancella addirittura. Basta dirlo.
Le cose, però, non stanno così. Le nuove regole sulla prescrizione furono sospese perché - diceva il fenomeno Guardasigilli - si sarebbero innestate su un impianto riformato. Insomma: noi l'approviamo, ma sarà efficace l'anno prossimo, quando avremo riformato il Codice. L'anno che verrà è passato, mentre la riforma si trova ancora in gestazione e non promette nulla di buono.
La richiesta di rinvio, fatte queste precisazioni, potrebbe avere un senso se inserita in un organico disegno che preveda una revisione profonda di quell'obbrobrio. Diversamente, serve soltanto a non gettare benzina sul fuoco che sta cucinando un'alleanza innaturale. Al Pd non vogliono che la prescrizione sia cancellata, ma devono pur sopravvivere. Devono, però, avere il coraggio di dire là verità: quella legge è una boiata pazzesca, un segno di resa dell'intero sistema, che riconosce la propria incapacità di amministrare la Giustizia in tempi ragionevoli.
Con gente come Alfonso Bonafede non si discute e non si collabora. Al più, li si spedisce a frequentare l'intero ciclo della scuola dell'obbligo, sperando che serva. Non è vero che si può mediare tra le parti politiche in materia di riforme della Giustizia. Non c'è nulla da mediare. Comunque la si prenda, la riforma voluta dal ministro è inaccettabile e va rispedita al mittente. Mediare significa accettare di discuterne, magari confidando di ridurre i danni. È già successo, nel 2017 e anche prima. Chiunque abbia un minimo di sensibilità politica capisce quando è il momento di ribaltare il tavolo.
di Ilaria Proietti
Il Fatto Quotidiano, 29 novembre 2019
Prescrizione. Ieri non è passata la "procedura d'urgenza" per il ddl Costa (FI) che blocca la riforma Bonafede: ma il 3 dicembre ci sarà il voto alla Camera Il deputato di Forza Italia Enrico Costa è una furia, ma sa di aver già incassato una piccola vittoria.
Perché ieri - sebbene la capigruppo di Montecitorio abbia bocciato la sua proposta di far approdare in aula con massima urgenza il ddl che cancella lo stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado che entrerà in vigore a gennaio - Costa, dicevamo, è riuscito a mettere nell'angolo il Pd. Che avrebbe voluto come gli azzurri far slittare, se non cancellare del tutto, le nuove norme della legge Bonafede, ma invece ora è appeso alla promessa del Movimento 5 Stelle di trovare rapidamente la quadra su una serie di accorgimenti tecnici che garantiscano tempi certi al proce sso penale.
Il premier Conte ieri è stato ottimista rimettendo di nuovo il sereno in casa dem: "Non ci sono posizioni inconciliabili: stiamo riflettendo su un pacchetto di misure che garantiscano laragionevole durata dei processi senza dire che ilprocesso si estingue" ha detto rassicurando quanti nel Pd si erano rimessi sugli scudi a sentir parlare in mattinata Luigi Di Maio.
Che sulla questione dellaprescrizione ha tagliato corto: "La verità è che la legge c'è già, entra in vigore il 1 gennaio e fa in modo che non ci siano furbetti impuniti che la fanno franca". Dimenticando di dire quello che i dem si aspettavano finalmente di sentire, ossia che per la maggioranza è prioritario occuparsi anche che i processi non vadano troppo per le lunghe. Il capo pentastellato, complici i suoi attacchi a Matteo Renzi per la vicenda Open, invece ha addirittura mandato la colazione ditraverso a Davide Faraone di Italia Viva.
"Dietro la definizione di furbetto affibbiata a chi beneficia della prescrizione, infatti, c'è un mondo: la totale ignoranza del dettato costituzionale, lo sloganismo senza significato, l'idea forcaiola per cui chiunque sia sottoposto a un procedimento siacolpevole a prescindere e debba, perciò, essere sottoposto a un processo senza fine".
Se l'offesa in realtà cela la promessa di dare battaglia contro l'entrata in vigore delle nuove norme sulla prescrizione, con la creaturarenziana al fianco di Forza Italia e Lega, è presto ancora per dirlo. Per questo per ora prevale in seno alla maggioranza la sensazione che per varare almeno una bozza della delega per riformare il processo penale non si debba attendere oltre l'Immacolata.
Chi per conto di Zingaretti si occupa di Giustizia già una ventina di giorni fa aveva sottoposto al ministro Bonafede una serie di proposte su cui ci sono stati confronti apalazzo Chigi e pure alla Camera, ma che non sono stati risolutivi, per usare un eufemismo. Perché la questione ha fatto traballare il governo e dopo ogni incontro i toni si facevano più aspri in seno all'alleanza giallorossa.
Poi però ci sono stati moltisegnali difumonelleultime 24-36 ore, tanto che più d'uno in casa 5 Stelle ha lasciato intendere che si era vicini a un accordo. E che il governo non rischiava certo a causa di questo tema. E pure dal Pd era stata accolta con favore la mediazione raggiunta al Mef per rivedere alcune le pene previste dal decreto fiscale: un ammorbidimento da parte dei 5 Stelle a cui i dem hanno risposto abbassando le armi sulla prescrizione: e infatti, nonostante avessero lasciato trapelare la minaccia, non si sono accodati allarichiesta di Forza Italia per esaminare subito il ddl Costa che sterilizzale norme che entrano in vigore a gennaio.
Anche a costo di dover affrontare il prossimo 3 dicembre un dibattito in aula in cui al partito di Zingaretti, l'opposizione dei forzisti e di tutto il centrodestra rinfaccerà di "strisciare sotto i piedi di Bonafede", per dirla con il capogruppo azzurro in commissione Giustizia, Enrico Costa che si prepara a dare battaglia anche nell'emiciclo di Montecitorio.
di Riccardo Mazzoni
Il Tempo, 29 novembre 2019
Gli errori: abolizione del finanziamento pubblico, traffico d'influenze e autoriciclaggio. Il ciclone che sta investendo dalle fondamenta le strutture politiche del renzismo ha riaperto il dibattito sull'interventismo delle procure, sulle modalità di finanziamento ai partiti e sul ruolo del populismo nella deriva giudiziaria della nostra democrazia.
Per la prima volta, sta vacillando anche a sinistra il mantra secondo cui bisogna avere, sempre e comunque, "fiducia nella magistratura". Renzi, ad esempio, ha detto che quanto accaduto alla Fondazione Open, con le centinaia di perquisizioni scattate all'alba, costituisce "un vulnus clamoroso nella vita democratica del Paese", aggiungendo che chi non reagisce oggi accetta che si metta in discussione il principio della separazione dei poteri e "lascia che siano i magistrati a decidere che cosa sia un partito e che cosa no".
Concetti, questi, sicuramente condivisibili, anche perché il collateralismo delle fondazioni politiche ai partiti non è certo una novità, e probabilmente neppure un reato: utilizzare una fondazione per raccogliere finanziamenti da impiegare nell'attività politica, invece che finanziare direttamente un partito, è infatti una tecnica (finora) legale a cui negli anni non è certo ricorso solo Renzi.
E comunque la legge spazzacorrotti che, per volere di Bonafede e con l'assenso della Lega, ha equiparato fondazioni, associazioni e comitati politici ai partiti, è entrata in vigore un anno fa, quindi dopo lo svolgimento dei fatti oggetto dell'inchiesta fiorentina.
Una legge che - a parte l'aberrazione dello stop alla prescrizione dopo il primo grado di giudizio - lancia un autentico "fumus" di sospetto su chiunque svolga attività politica, tanto da prevedere che basti la presenza nel comitato direttivo della fondazione di una persona eletta nei dieci anni precedenti, anche solo come consigliere comunale, per etichettarla come "politica" ed equipararla alla disciplina di un partito.
Oggi si riscopre dunque che il problema del finanziamento dei partiti - e quindi della democrazia - esiste, e che se dopo quello pubblico la magistratura criminalizza anche quello privato, si entra in un vicolo cieco, perché è dimostrato che non esiste democrazia senza partiti. Ma a Renzi, e più in generale a una classe politica imbelle, va ricordato il vecchio proverbio secondo cui chi è causa del suo mal pianga sé stesso.
L'abolizione del finanziamento pubblico fu infatti voluta nel 2013 dal governo Letta, ma campeggiava anche nel programma elettorale di Forza Italia, e quando il premier nel discorso d'insediamento scandì che "tutte le leggi sui rimborsi elettorali introdotte dal 1994 ad oggi sono state ipocrite e fallimentari, non rimborsi ma finanziamento mascherato" riscosse il plauso generale.
E ancora oggi c'è il sacro terrore di affermare che forse quell'abolizione tout court è stata un errore: a parte Ugo Sposetti, che sulla questione si è sempre espresso con cruda chiarezza, ci ha provato il tesoriere del Pd Zanda, ma è stato quasi linciato dalla furia anticasta.
Quella stessa furia che ha portato prima all'introduzione del traffico illecito di influenze, una fattispecie di reato talmente indeterminata da consegnare potenzialmente ogni politico nelle mani della discrezionalità di un magistrato, e poi all'autoriciclaggio, una norma tesa a colpire l'occultamento dei proventi criminali, ma che per la sua vaghezza consente a qualche pm spregiudicato di estenderla anche a chi finanzia attività politiche.
Non ci si deve quindi meravigliare tanto dei magistrati che usano la giustizia come arma politica, perché è una storia che va avanti da un quarto di secolo, tanto della politica che ha fornito ai magistrati un numero impressionante di armi improprie per essere colpita e delegittimata.
cosmopolismedia.it, 29 novembre 2019
In tutto 300 mila euro da destinare agli istituti penitenziari di Bari (per il 90%) e Taranto (per il 10%) per la strumentazione sanitaria. Associazione Marco Pannella: "Tra e pene inflitte non devono scontare anche la perdita della salute".
Stanziati 300 mila euro per la strumentazione sanitaria in due istituti penitenziari in Puglia. Questo l'esito dell'impegno profuso dall'Associazione Marco Pannella che nei mesi scorsi assieme al consigliere regionale Francesa Franzoso ha visitato gli istituti di detenzione pugliesi. Dallo stesso consigliere la convocazione in Regione di audizioni che videro al centro la sanità pentitenziaria delle carceri. "L'esigenza ci fu segnalata dal direttore del carcere di Bari Valeria Pirè e il direttore sanitario Nicola Bonvino. - spiega l'Associazione - Il consigliere Franzoso presentò l'emendamento in consiglio regionale, e fu messo a bilancio. Finalmente ieri la giunta ha stanziato i fondi".
Approvato infatti, il Programma di acquisto 2019 di strumentazione tecnico diagnostica per le cure sanitarie presso le case circondariali pugliesi, in particolare quella di Bari e di Taranto. In tutto 300mila euro a carico del bilancio regionale da destinare per il 90% (270mila euro) a Bari e per il restante 10% (30mila euro) a Taranto.
"Siamo certi che ora i responsabili delle strutture e le Asl competenti li utilizzeranno nel modo migliore e che potranno davvero servire a chi non ha nessuna altra possibilità o scelta di diagnosi e cura. Per i detenuti infatti le difficoltà sanitarie si moltiplicano vista la specifica condizione in cui sono ristretti - prosegue l'associazione, Eppure tra le pene inflitte non devono scontare anche quella della perdita del diritto alla salute, che invece la Costituzione riconosce alla pari per chiunque".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 29 novembre 2019
Corte di cassazione - Sentenza 48499/2019. Un punto a favore della irretroattività della legge "spazzacorrotti". Nella confusa prima attuazione della legge n. 3 del 2019, in larghissima parte determinata dall'assenza di una puntuale disciplina della fase transitoria, la Cassazione, con la sentenza n. 48499della Quinta sezione penale, depositata ieri, ha messo nero su bianco l'impossibilità di procedere alla revoca della sospensione dell'ordine di esecuzione della pena emesso in data anteriore all'entrata in vigore della "spazzacorrotti".
I fatti: il Gip, in funzione di giudice dell'esecuzione, ha annullato la revoca della sospensione dell'esecuzione della pena a 4 anni per corruzione, decisa dalla Procura. L'ordine di esecuzione e il contestuale decreto di sospensione datavano 21 dicembre 2018, in un momento quindi precedente al debutto della legge 3/19. Per il Gip, le disposizioni sull'esecuzione delle pene detentive e le misure alternative alla detenzione non hanno carattere di norme sostanziali e non sono di conseguenza soggette alla regola generale sulla successione di leggi nel tempo, quanto piuttosto al principio per cui a dovere essere applicata è la disciplina in vigore al momento in cui l'atto è stato emesso.
Il procuratore ha proposto ricorso, sostenendo la legittimità della revoca della sospensione dell'ordine di esecuzione a causa della legge 3/19, che ha inserito nei reati per i quali non è possibile la sospensione anche i delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione. A questo punto, venendo a cadere i presupposti di legge, era inevitabile anche la revoca della sospensione.
La Cassazione ha però respinto il ricorso, sottolineando innanzitutto che l'esecuzone si era consolidata in concreto con l'emissione dell'ordine di carcerazione (con decreto di sospensione) a fare data dal 21 dicembre 2018. L'atto processuale era, pertanto, avverte la sentenza, regolato, quanto alla sua validità, dalla legge in vigore al momento in cui questo è stato compiuto. Con la conseguenza che leggi successive non possono, se non è stabilito diversamente, renderlo invalido o pregiudicarne gli effetti.
"In altri termini - si legge nella sentenza -, i rapporti esecutivi pendenti, in difetto di una disciplina transitoria, non risentono delle modifiche legislative successive. Rapporto e "diritti esecutivi" si valutano secondo il quadro normativo pregresso e in vigore nel momento di avvio del procedimento stesso. Con la conseguenza che ai rapporti processuali complessi non risulta applicabile congiuntamente il doppio regime di norme in successione".
Su quest'ultimo aspetto, infatti, la Cassazione ricorda che ordine di esecuzione, decreto di sospensione e domanda di misure alternative, sono attività processuali collegate sul piano funzionale, in una sequenza processuale coerente e non divisibile. E allora, la fattispecie complessa, che nasce con l'emissione dell'ordine di esecuzione, secondo la disciplina in vigore al momento dell'emissione, produce effetti nella sfera del condannato che non possono essere modificati in maniera unilaterale e neppure cancellati attraverso interventi successivi "sia pur assunti in forza di quadri normativi sopravvenuti, ma privi di regole transitorie".
di Claudio Dionesalvi
dinamopress.it, 29 novembre 2019
"Già fantasmi prima di morire" di Monica Scaglia (Sensibili alle foglie, 120 pp) è stato presentato ieri, giovedì 28 novembre, alla Casa internazionale delle donne di Roma. Il magistrato di sorveglianza ha vietato all'autrice di partecipare all'evento.
Svegliarsi di notte e ritrovarsi con gli scarafaggi in bocca. Di tutti gli inferni possibili, questo è il peggiore: essere malati di tumore e detenuti. Anche da liberi, è noto quanto sia difficile curarsi in questo Paese. Diventa una solitaria battaglia per la sopravvivenza quando non si è considerati "persone". E in carcere non si è più tali. È un abisso che nessuno vuole illuminare, una condizione in cui si trovano migliaia di prigionieri e prigioniere. Prova invece a disvelarlo, e ci riesce, Monica Scaglia nel libro Già fantasmi prima di morire, edito da Sensibili alle foglie con la prefazione di Sandra Berardi, l'introduzione di Domenico Bilotti e la postfazione di Francesca De Carolis. Ideatrice nel 2004 del volume S.O.S. fiabe (Editrice Elena Morea), Scaglia è attualmente in regime di detenzione domiciliare sanitaria.
La legge italiana prevede che un detenuto in condizioni di salute particolarmente gravi può ottenere gli arresti domiciliari o altre misure attenuanti la pena del carcere solo se gli resta da scontare una pena inferiore a quattro anni. I medici in servizio nelle carceri, però, si rifiutano di diagnosticare "condizioni di salute particolarmente gravi".
È prassi consolidata. "Non si opporranno mai a una legge" - scrive Monica Scaglia - "piuttosto che andarvi contro si opta per una maggiore concentrazione su un'eventuale relazione di decesso. Le nostre morti sono insabbiate e a maggior ragione, più abbiamo gravi problemi di salute, più i nostri decessi sono facilmente giustificabili. La filosofia dominante dunque è mantenere buoni rapporti con i giudici e non metterli in difficoltà, costi quel che costi".
Monica possiede una scrittura prospettica. L'impiego di registri stilistici differenti, tra fiabesco, epistolare e poetico, crea una dimensione avvolgente che consente una lettura agevole, immedesimata eppur lucida, mai declinante sul patetico.
Ne scaturisce una ruvida denuncia impregnata di amore verso la dignità, le relazioni umane, la fede in un Essere superiore che in qualche modo accompagni e condivida le sofferenze degli oppressi. Come in ogni condizione detentiva, la modificazione di coscienza che ne deriva partorisce poesie, fiabe, lettere e richieste di attenzione. Queste rimarranno senza risposta e si perderanno nell'indifferenza, quando non intercettate dalla censura carceraria.
"Qua in Italia se un uomo picchia una donna per strada, la gente si gira dall'altra parte, figuriamoci se interessa a qualcuno la vita dei detenuti malati.
Nessuna via d'uscita, per l'Italia tutto deve rimanere così", denuncia l'autrice, annotando come la persona detenuta sia "spinta con forza a regredire, infantilizzarsi". Riecheggiano l'eterna domanda e l'inequivocabile risposta: "A cosa mi è servito il carcere? Ad aprirmi le porte al mondo criminale, mondo che prima non conoscevo, mondo che si estende non solo ai detenuti, ma a criminali ben più pericolosi, quelli legali".
Proprio questo suo rifiuto di subire, di lasciarsi andare, ha reso Monica scomoda, insopportabile per il dispositivo carcerario. Affiora spontaneo il sospetto che questo accanimento nei suoi confronti non sia ancora finito, alla luce del diniego opposto dal magistrato di sorveglianza alla sua richiesta di potersi recare presso la Casa Internazionale delle Donne, a Roma, in via della Lungara 19, dove giovedì 28 alle 18,30 sarà presentato il suo libro. Motivazione: "Non è compatibile con la natura contenitiva della misura". In effetti, a volte, la scrittura è incompatibile con la sottomissione.
di Paola Centomo
valoreresponsabile.startupitalia.eu, 29 novembre 2019
A Venezia c'è una Cooperativa che si occupa di reinserire lavorativamente persone in esecuzione penale, puntando sulla loro formazione e il loro impiego in attività produttive di carattere artigianale. La sua storia raccontata dalla presidente Liri Longo. Le storie di Mario, di Clelia, di Emanuele sono fino a un certo punto storie di una discesa negli abissi del crimine e sono solo fino a un certo punto storie di perdizione. Già, fino a un certo punto: il punto in questione è quello in cui un destino di degrado morale e di isolamento che sembrava ormai segnato per sempre tocca, invece, un miracoloso punto di svolta.
E da quel punto comincia la risalita, e si apre la rinascita. Mario, Clelia, Emanuele (nomi di fantasia per storie assolutamente reali) sono solo tre dei tanti detenuti che hanno avuto la possibilità di rinascere grazie ai progetti della Cooperativa Sociale Rio Terà dei Pensieri, che a Venezia si occupa di reinserire lavorativamente persone in esecuzione penale, puntando sulla loro formazione e il loro impiego in attività produttive di carattere artigianale.
"Operiamo nella Casa Circondariale maschile Santa Maria Maggiore e nella Casa di Reclusione per donne della Giudecca, ma anche all'esterno, con detenuti che accedono alle misure alternative alla detenzione", dice Liri Longo, antropologa che presiede la Cooperativa, una trentina di soci, la gran parte dei quali sono i detenuti stessi.
"La nostra cooperativa ha deciso di puntare sul lavoro come opportunità di riscatto, crescita e reinserimento nella società in quanto il lavoro ha una riconosciuta capacità educativa e trasformativa: il detenuto che lavora impara il rispetto delle regole, imparando che proprio il rispetto delle regole sociali - che lui in passato ha infranto - è il presupposto per la propria realizzazione individuale. Il detenuto che lavora apprende, poi, a incanalare gli sforzi verso degli obiettivi e a operare in sinergia con il gruppo; si educa a esprimersi attraverso il lavoro e a riempire di significato il tempo, che altrimenti in carcere è uno scorrere vuoto che inchioda alla solitudine e ai retaggi del passato.
Il detenuto che lavora, poi, percependo uno stipendio può contribuire alle sue spese di mantenimento in carcere, così come a quelle della sua famiglia, quando rimane il legame con una famiglia, e può accantonare del denaro per costruire la prospettiva di una nuova vita, una volta fuori dal carcere. In particolare, poi", aggiunge la dottoressa Longo, "noi abbiamo deciso di puntare sul lavoro artigianale perché consente alle persone di mettersi in gioco in un processo creativo e non, invece, meramente esecutivo, un processo che permette di seguire l'intero ciclo di lavorazione sino alla realizzazione finale del manufatto, interfacciandosi sempre con il resto della squadra".
Sono tre i laboratori artigianali a cui la cooperativa ha dato vita: c'è l'ex pelletteria ora convertita in laboratorio ecosostenibile che utilizza i banner in PVC delle affissioni pubblicitarie per realizzare borse e accessori unici, cui peraltro è stato dato ironicamente il nome Malefatte. C'è il Laboratorio di serigrafia, che produce stampe su tessuto con cui è possibile personalizzare capi d'abbigliamento, accessori e gadget: tenendo fede ai principi di eticità ed ecosostenibilità, il laboratorio usa materie prime del circuito del Commercio Equo e Solidale e i colori sono tutti a base di acqua e privi di solvente.
E c'è il Laboratorio di Cosmetica, nel quale le detenute della Giudecca coinvolte creano linee cosmetiche uniche perché sono frutto di formulazioni originali ottenute sotto la supervisione di un chimico, oltre che naturali o biologiche, che spaziano da creme a gel doccia, da deodoranti a prodotti per bambini. "I detenuti e le detenute interessati a queste attività vengono prima coinvolti nella fase di formazione, quindi in un periodo di tirocinio che può durare dai due ai quattro mesi. Al termine vengono assunti con un regolare contratto, diventando a tutti gli effetti colleghi di noi operatori", spiega Liri Longo.
"Sempre nel Carcere della Giudecca, insieme agli operatori della Cooperativa le detenute lavorano all'Orto delle Meraviglie, un orto con certificazione biologica in cui si producono decine di tipologie di ortaggi, frutti ed erbe aromatiche, queste ultime impiegate anche nella produzione dei cosmetici del laboratorio: una volta alla settimana, poi, le detenute a cui è concesso di farlo partecipano alla vendita dei prodotti stessi in uno spazio fuori dal carcere".
Chi volesse acquistare i prodotti della cooperativa li trova sull'ecommerce malefattevenezia.it o, direttamente a Venezia, nello store Process Collettivo in Fondamenta dei Frari, San Polo 2559/A (i proventi verranno usati per sostenere i progetti di inserimento lavorativo in carcere): lo store è stato voluto e sponsorizzato dall'artista americano Mark Bradford, che ha rappresentato gli Usa alla 57esima Biennale di Venezia, per far conoscere e vendere le creazioni del carcere e perché sia punto di riferimento per gli ex detenuti impegnati nella ricostruzione di una nuova vita.
varesenews.it, 29 novembre 2019
La mattina di mercoledì 27 novembre, l'associazione culturale "Brughiera CàDaMat", presieduta da Matteo Tosi, Garante dei Detenuti per il Comune di Busto Arsizio, ha organizzato presso la Casa Circondariale di Novara un piccolo corso di origami, tenuto dal Maestro Giancarlo Toran, colonna portante della Pro Patria Scherma e dello sport bustocco in generale, animo curioso e poliedrico che nelle sue peregrinazioni tra sport, logica e filosofia, si è specializzato da anni in questa affascinante disciplina orientale.
"È un'arte fatta di piccoli gesti e cose semplici, alla portata di tutti - spiega Toran - ma consente di dare infinite forme alla propria fantasia e di ottenere subito risultati e miglioramenti, costringendoti a liberare la mente da tutto, almeno per quei pochi momenti, perché richiede grande attenzione e precisione. Mi sembrava una disciplina perfetta da insegnare a chi ha tanto tempo e bisogno sia di regole che di sfoghi creativi, intuizione che direi confermata dall'interesse con cui sono stato seguito e abbiamo lavorato tutti insieme".
"L'idea da cui siamo partiti - continua Camilla Pensa, segretaria dell'associazione - era proprio quella di trovare qualcosa di piacevole da far fare a chi vive una condizione complicata come quella della detenzione, ma anche di dare modo a qualche papà di preparare un regalino in più per i propri figli o di avere qualcosa da insegnare loro, sempre attraverso il gioco, durante visite e colloqui, che sono momenti cruciali e delicatissimi sia per i detenuti che per i loro cari, spesso vissuti tra grandi imbarazzi e troppi non detti".
L'avvicinarsi del Natale, quindi, è sembrata l'occasione perfetta per questo piccolo esperimento, che verrà replicato mercoledì prossimo, ancora con gli stessi detenuti, chiamati ad andare oltre le rane salterine, le stelle e gli elicotteri imparati da Toran nelle prime due ore. Poi, chissà, non è detto che questi "fogli piegati" non diventino uno strumento costante nelle attività rieducative implementate dall'Ufficio Trattamento di via Sforzesca o da quelli di altri Istituti.
"Qui a Novara ci siamo trovati molto bene - conclude, infatti, Camilla Pensa - e siamo molto soddisfatti soprattutto di come è partito e sta proseguendo il nostro laboratorio di stampa su tessuto, quello delle magliette "amanetta", ma ovviamente ci piacerebbe portare qualche sorriso e qualche messaggio importante anche nella struttura della nostra città. Vedremo se sarà possibile, anche perché siamo sicuri che il Maestro Toran ne sarebbe entusiasta, come si è dimostrato anche qui".
di Giuseppe Abramo*
Ristretti Orizzonti, 29 novembre 2019
Lunedì 18 novembre, presso il "Dipartimento di Giurisprudenza, Economia e Scienze Umane" di Reggio Calabria, si è tenuto un arricchente dibattito promosso dal Movimento universitario "Contaminiamo i Saperi" e patrocinato dall'Ordine degli psicologi della Calabria, dal titolo: "Il diritto alla speranza. L'ergastolo ostativo alla luce del "caso Viola" e della sentenza della Corte costituzionale".
Era fondamentale, in qualità di aspiranti operatori del diritto, organizzare un incontro di approfondimento e di analisi riguardante l'evoluzione giurisprudenziale in materia di ergastolo ostativo; ed è ancora più significativo che questa preziosa occasione si sia svolta all'interno dell'Università, luogo emblematico per la formazione dei protagonisti del futuro.
A dare il via ai lavori è stato il Dir. del DiGiES, Prof. Massimiliano Ferrara, che ha accolto favorevolmente non solo l'iniziativa in corso d'opera ma soprattutto lo spirito d'intraprendenza degli studenti e dei vari gruppi associativi che animano la nostra realtà universitaria. Con una incoraggiante esortazione a prestare completo affidamento nel sostegno del Dipartimento per qualsiasi progetto di crescita culturale e professionale, ha poi annunciato l'apertura di un corso di "diritto penitenziario" per il prossimo anno accademico, che valorizzerà sensibilmente il corso di studi in riva allo stretto.
Il Prof. Arturo Capone, associato di procedura penale presso l'Università Mediterranea, ha delineato il quadro giuridico e normativo in cui collocare l'argomento in questione, illustrando il tortuoso percorso dottrinale e giurisprudenziale che è culminato con la sentenza Viola della Corte Edu e con la sentenza della Corte costituzionale di alcune settimane fa. Le due Corti supreme hanno sostanzialmente sollecitato lo Stato italiano a prevedere che, anche in assenza di collaborazione con la giustizia, il Tribunale di sorveglianza possa valutare la richiesta di accesso ai benefici penitenziari da parte dei condannati per i c.d. reati ostativi (tra cui l'associazione a delinquere di stampo mafioso), sempre alla luce dei percorsi trattamentali di rieducazione e di risocializzazione posti in essere dentro il carcere.
È stata poi colta la pregevole opportunità di conversare con la Dott.ssa Antonia Sergi, psicologa e psicoterapeuta presso gli Istituti penitenziari G. Panzera di Reggio Calabria, nonché esperta in criminologia e sistema penitenziario, che ha permesso di scoprire come opera in concreto un professionista negli ambienti carcerari. L'osservazione scientifica della personalità del reo, il concetto di "revisione critica", le linee guida di valutazione in assenza di collaborazione del detenuto e poi l'approccio conoscitivo alla c.d. "psicologia mafiosa", considerata anche la riproposizione in carcere delle condotte tipiche dei boss. Di particolare interesse la delucidazione relativa al trattamento degli affiliati alle organizzazioni criminali, anche perché - aspetto confermato dalla stessa dott.ssa Sergi - il mafioso è nella quasi totalità dei casi un "detenuto modello", che si contraddistingue per il rispetto ossequioso del regolamento carcerario, perfettamente in sintonia con una forma di deontologia criminale.
Il Garante dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale della Regione Calabria, Avv. Agostino Siviglia, ha infine offerto degli efficaci spunti di riflessione critica, raccontando le numerose esperienze nelle carceri calabresi dove ha potuto, ad esempio, ammirare le opere di c.d. "ingegneria carceraria", invenzioni e progettazioni di alcuni soggetti internati, utili e funzionali non solo per il trascorrere delle giornate in carcere ma soprattutto per conferire un barlume di umanità alla stessa detenzione. Dopo aver ripreso l'originale metafora proposta dal "Garante nazionale dei diritti dei detenuti" Mauro Palma, della "dea della giustizia non bendata" - appunto per soddisfare l'esigenza di guardare ogni singolo caso nella sua specificità, senza automatismi pregiudiziali -, ha citato l'esemplare gesto di Fiammetta Borsellino, figlia del giudice palermitano, che ha chiesto di incontrare in carcere i fratelli Graviano (esecutori materiali dell'attentato di Via D'Amelio). Ha infine dichiarato che "deve essere lo Stato a nutrire il diritto alla speranza".
E questa affascinante attività di studio e di ricerca, indispensabile per la realizzazione della nostra tavola rotonda, ha generato delle stimolanti considerazioni che vengono riportate in questo umile contributo. Come spiegato in precedenza dal Prof. Pugiotto, Docente ordinario di diritto costituzionale dell'Università di Ferrara, "la Corte di Strasburgo non ha affatto bocciato la collaborazione come condizione per accedere ai benefici penitenziari, ma ha contestato l'equivalenza tra mancata collaborazione e pericolosità sociale del condannato, invitando il Legislatore italiano a prevedere anche per l'ergastolano non collaborante la necessità di accedere ai benefici penitenziari, se ha dato prova del suo ravvedimento. [...] Ecco perché deve essere la magistratura di sorveglianza a valutare caso per caso, alla luce dell'intero percorso trattamentale del reo, se sia ancora socialmente pericoloso, indipendentemente dalla sua collaborazione con la giustizia". [...] Caduto l'automatismo ostativo, si ritornerà alla regola della valutazione giurisdizionale individuale. Si chiama riserva di giurisdizione, ed è prevista dalla Costituzione a garanzia di tutti i cittadini, detenuti compresi". Si tratterebbe quindi dell'imprescindibile restituzione alla magistratura di un potere di valutazione e di verificabilità, come costituzionalmente previsto nel nostro ordinamento.
Sono state anche avanzate critiche legate a un'eventuale sovraesposizione dei giudici di sorveglianza alle ritorsioni del potere mafioso. Ma sorgono spontanei alcuni interrogativi: il pubblico ministero che chiede la condanna all'ergastolo ostativo, non è invece soggetto a questi rischi? E soprattutto, il giudice che emana la sentenza di condanna all'ergastolo ostativo, non rappresenta forse il grado decisionale più elevato in tal senso? Si tratta di un pericolo connaturato alla funzione stessa del magistrato, e risulterebbe pertanto inutile qualsiasi catastrofismo al riguardo. D'altronde, come spiegato da Fabio Gianfilippi - magistrato di sorveglianza di Spoleto e componente del Tribunale di sorveglianza di Perugia, che peraltro ha sollevato il caso di legittimità costituzionale nei confronti dell'ergastolano ostativo Pietro Pavone - "la magistratura di sorveglianza si occupa da molti anni di detenuti per reati gravissimi, anche di mafia, e già oggi valuta le loro richieste di differimento della pena per motivi di salute, le richieste di permesso per gravi motivi, oppure si occupa di valutare la concessione di benefici penitenziari nei confronti di quei detenuti per reati di mafia che non siano collaboratori, ma che abbiano avuto la valutazione di collaborazione impossibile con la giustizia".
Analizzando poi un punto di vista requirente, è interessante menzionare alcune osservazioni rilasciate da un altro operatore pratico del diritto, da anni impegnato nella lotta alla criminalità organizzata, come il procuratore della Dda di Reggio Calabria Stefano Musolino. Afferma il p.m. reggino: "Nonostante la scarsità di investimenti e di attenzioni, il sistema penitenziario e la magistratura di sorveglianza hanno già dimostrato un'efficace capacità di gestione di queste dinamiche. Gli allarmismi sul punto sono, perciò, del tutto infondati. Piuttosto, mi inquieta il tentativo di aggressione culturale alla capacità discrezionale del giudice. È come se si brandisse il manganello mediatico per indurre la magistratura a chiedere nuove e deresponsabilizzanti presunzioni normative. Ma noi siamo un potere dello Stato, non funzionari addetti allo smaltimento di pratiche burocratiche e ogni persona, ogni situazione sottoposta al nostro giudizio merita un'attenzione speciale che ci impone valutazioni verificabili e discrezionali, perché tarate sul caso specifico sottoposto alla nostra attenzione". Significativa poi l'affermazione del magistrato antimafia: "direi che sia più accettabile (sul piano dei costi-benefici costituzionali) un errore, in buona fede, del giudice a favore di un detenuto immeritevole, anziché cento detenuti costretti a un generale regime deteriore che non tiene conto del loro percorso personale, per impedire che possa verificarsi il predetto errore".
Ma lo tsunami di polemiche sulla vicenda non si è per nulla limitato a valutazioni di natura tecnica, raggiungendo notevoli livelli di strumentalizzazione mediatica, attraverso ad esempio l'abuso del nome di Giovanni Falcone. Come spiegato dal Prof. Capone durante il nostro convegno, è vero che Giovanni Falcone - da Direttore generale degli Affari penali del Ministero di Grazia e Giustizia - aveva contribuito alla stesura del d.l. 152 del 1991, che introdusse per la prima volta l'art. 4-bis dell'ordinamento penitenziario; la prima versione, tuttavia, condizionava l'accesso ai benefici penitenziari all'esclusione di rapporti attuali con la criminalità organizzata. Solo dopo la strage di Capaci, sull'onda emergenziale, fu invece emanato il secondo decreto legge che introdusse l'attuale art. 4bis o.p., con l'ostatività della mancata collaborazione.
La stessa Corte EDU ha rilevato, nella pronuncia sull'ergastolano taurianovese, "che il sistema penitenziario italiano si fonda sul principio della progressione trattamentale, secondo il quale la partecipazione attiva al programma individuale di rieducazione e il passare del tempo possono produrre degli effetti positivi sul condannato e promuovere il suo pieno reinserimento nella società. Man mano che evolve la detenzione, ammesso che evolva, il detenuto si vede offrire dal sistema la possibilità di beneficiare di misure progressive (che vanno dal lavoro all'esterno alla liberazione condizionale), destinate ad accompagnarlo nel suo "cammino verso l'uscita"". E appare inoltre ancor più considerevole un dettaglio legato al procedimento dinnanzi alla Corte sovranazionale. L'art. 43 Cedu parla chiaro: "possono essere discusse alla Grande Camera soltanto le questioni che presentino seri dubbi interpretativi". Sembrerebbe evidente, quindi, la netta presa di posizione di Strasburgo sulla controversia, manifestata appunto con il rigetto del ricorso presentato dal Governo italiano contro la sentenza Viola, come a voler precisare che non esistesse alcun serio dubbio interpretativo tale da rimettere in discussione la pronuncia dello scorso giugno.
Grazie a una formidabile squadra di professionisti, il corpo studentesco dell'Università "Mediterranea" e la società civile reggina hanno potuto cogliere la rivoluzione copernicana avvenuta nel mondo del diritto penitenziario, abbattendo quel muro di paura, di incredulità e di indignazione costantemente fortificato dalla disinformazione dilagante. Risulta, quindi, inderogabile una esortazione nel pieno rispetto di qualsiasi opinione sulla tematica: corre l'obbligo (non solo il dovere) morale di riempire la parola "intelligenza" del suo significato etimologico, "intus"-"legere", "leggere dentro", non fermarsi all'apparenza, alla copertina di un libro, alla descrizione di un articolo di giornale. Al titolo di un post Facebook.
*Laureando DiGiES
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