di Valentina Stella
Il Dubbio, 11 gennaio 2020
"La scrittura è un modo possibile di comprensione non solo di ciò che si è fatto ma anche di quello che si sarebbe voluto fare e di ciò che si vuole fare. La scrittura non è soltanto memoria, non è soltanto un ricordo, non è soltanto ricapitolazione della propria vita ma è anche apertura verso altre vite".
Con queste parole lo scrittore Edoardo Albinati, premio Strega 2016, ha introdotto la premiazione, in qualità di presidente della giuria, della prima edizione del premio letterario "Camera con vista" in favore dei detenuti della Casa circondariale di Velletri.
L'evento si è tenuto nel teatro del carcere, dedicato ad Enzo Tortora, ed è stato condotto dall'avvocato Sabrina Lucantoni, presidente della Camera penale di Velletri, e ideatrice del progetto: "Con i membri del direttivo abbiamo ritenuto necessario creare un collegamento concreto tra la società civile e la popolazione carceraria. A noi operatori del diritto, a chi rifugge una idea moralizzatrice della giustizia, tocca promuovere queste iniziative culturali. I detenuti ci hanno donato i propri sentimenti, il dolore, il rammarico, la vergogna ma anche la speranza".
E di speranza ha parlato l'esponente radicale Rita Bernardini: "Pannella diceva che non bisogna solo avere speranza ma anche essere speranza. Se tu la incarni ti rendi conto che cambi la realtà intorno a te. Fra questi elaborati c'è questo concetto, alcuni detenuti hanno scritto di volere speranza per se stessi ed esserlo per gli altri. E questo è molto bello perché significa voler costruire qualcosa e dare qualcosa agli altri".
Un intervento molto profondo, che ha buttato giù il muro che divide i giusti dagli ingiusti, è stato quello di Maria Antonia Vertaldi, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma: "Posso dire con certezza, alla fine della mia carriera, che forse i migliori giorni della mia vita sono quelli che ho trascorso all'interno del carcere dove ho avuto modo di capire e principalmente conoscere me stessa, i miei limiti, le mie paure, i miei timori, le mie speranze che sono gli stessi sentimenti di coloro che nel carcere vivono in espiazione di una pena. Noi tutti vorremmo, io voglio e molti come me, che la pena si espiata in condizioni umane, rispettando la dignità".
Per Lia Simonetti, presidente dell'ordine avvocati di Velletri, "ai detenuti, secondo il dettato costituzionale, va data una possibilità concreta di risocializzazione, hanno diritto non soltanto a belle parole ma anche al rispetto sociale, alla possibilità di essere utili, al lavoro e a nuove spinte rigenerative, ad una vita vera futura". L'avvocato Francesco Lodise ha denunciato come "oggi non si tiene la barra dritta sull'articolo 27 della Costituzione, un faro che dobbiamo tenere sempre presente anche nella notte buia di un carcere".
Anche il Dubbio era tra i giurati: "Noi giornalisti siamo abituati a sbattere in prima pagina i mostri, che siano semplicemente indagati o colpevoli. Appena entrano in carcere ci dimentichiamo di loro e decidiamo irresponsabilmente di non raccontare il loro cambiamento".
Al termine degli interventi, sulle note del cantautore Stefano Pavan, e con la lettura di alcuni brani del doppiatore Mino Caprio, sono stati premiati i migliori racconti "Talento sprecato", "La vita in carcer"', "Cosa mi ha portato qui" - e il miglior disegno. Una casa editrice si è già fatta avanti per pubblicare tutti i racconti ma intanto per chi volesse acquistare le prime copie autoprodotte, i cui proventi andranno ai detenuti vincitori, può scrivere a: s.lucantoni@ gmail. com.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 11 gennaio 2020
Per le strade della capitale con i manifestanti pro-democrazia. Anche il premier iracheno insiste, secco no di Pompeo. Quasi tutti i soldati italiani a Erbil. "Via, via, via l'America e via l'Iran dall'Iraq", scandiscono a migliaia battendo le mani: "Non siamo il campo di battaglia della guerra tra Washington e Teheran". Uno slogan che è anche una richiesta di legittimazione ai governanti: "L'Iraq agli iracheni, fuori tutte le truppe straniere".
Il grido echeggiava ieri da piazza Tahrir all'antica Rasheed Street, sino alle stradine del "mercato dei libri" di Muthanabbi e lungo i quartieri di casupole in mattoni rossi sul Tigri, di fronte alla Zona Verde, la cittadella del potere dove c'è l'ambasciata Usa (più blindata che mai).
A una settimana dal blitz Usa contro Qassem Soleimani ("Voleva colpire quattro ambasciate americane", ha detto ieri Donald Trump), i giovani delle rivolte rilanciano la mobilitazione per abbattere il governo, porre fine alla corruzione, ottenere "lavoro e dignità".
Dai primi di ottobre la polizia e le milizie hanno ucciso quasi 600 dei loro, e i feriti sono oltre 22.500. Lungo la strada ecco i memoriali dei "martiri", candele, libri del Corano e foto, tanti ripresi moribondi sul selciato insanguinato. Barricate, auto bruciate e tanti sogni. Temevano che il raid Usa, seguito dal lancio di missili iraniani, offuscasse le loro voci. Ma oggi gli slogan invadono i siti, i social, la stampa locale.
Cercando una nuova legittimità politica, che proprio questi giovani avevano indebolito sino a costringerlo alle dimissioni in dicembre e a guidare ora un governo transitorio, anche il premier Adel Abdul Mahdi si riferisce a loro nel chiedere agli americani di organizzare il ritiro delle truppe. Mahdi l'ha fatto con una telefonata diretta giovedì sera al Segretario di Stato Usa, Mark Pompeo.
"Ho chiesto a Pompeo di inviare una delegazione e preparare il ritiro delle truppe straniere", spiega in un comunicato. Un passo che segue la decisione (non vincolante) di domenica scorsa, quando il parlamento di Bagdad ha votato a risicata maggioranza (tutti deputati sciiti, assenti sunniti e curdi) "l'espulsione del contingente internazionale". Nel Paese si dibatte sulla validità del voto. In ogni caso, Mahdi ripete che il blitz Usa "costituisce una violazione dello spazio aereo iracheno", un'offesa della sua sovranità e degli accordi militari con Washington.
Muro contro muro. "Le truppe non se ne vanno", replica secco Pompeo. Ieri il Dipartimento di Stato ha ribadito che la presenza americana resta fondamentale per sconfiggere l'Isis e impedirne la rinascita. "Qualsiasi delegazione inviata in Iraq servirà per ricostruire la nostra collaborazione strategica, non per discutere il ritiro delle truppe".
Intanto l'Isis stesso in un comunicato plaude alla morte di Soleimani, mentre una fonte del Washington Post ha rivelato che l'operazione approvata dalla Casa Bianca era più vasta di quanto si pensasse: Il giorno prima che il drone uccidesse il generale iraniano e il numero due delle milizie sciite irachene, gli Usa hanno cercato di uccidere un altro comandante dei pasdaran, in missione nello Yemen (ma l'attacco contro Abdul Reza Shahlai è fallito).
A Washington si pensa a un ruolo più rilevante della Nato per l'addestramento delle forze di sicurezza irachene. Il tema è scottante e confuso. Per il momento le attività di addestramento degli iracheni da parte della settantina di contingenti della coalizione internazionale a guida Usa (10.000 soldati in tutto) sono congelate. Gran parte dei 926 soldati della missione italiana sono dall'altro ieri concentrati a Erbil con il comandante, generale Paolo Fortezza. A Camp Dublin, presso l'aeroporto di Bagdad, restano circa 120 carabinieri.
di Federica Delogu
Il Manifesto, 11 gennaio 2020
Il governo attuale ha inserito la violenza domestica tra i temi da affrontare nella legislatura appena avviata, inserendo tra le misure da adottare lo sviluppo di un sistema integrato di segnalazione di potenziali vittime e aggressori. "In Portogallo la violenza domestica è il crimine che fa più vittime e uno dei principali problemi del paese": queste le parole pronunciate nel primo giorno della nuova legislatura dal leader parlamentare del Bloco de Esquerda, Pedro Filipe Soares, che ha presentato due proposte di legge per intervenire su quello che ha definito "un autentico flagello".
Dal 2004 l'Osservatorio sulle donne assassinate, nato nell'ambito dell'Umar, União de Mulheres Alternativa e Resposta, storica associazione femminista portoghese, analizza i casi di violenza sulle donne riportati dalla stampa e registra età delle vittime, luogo e tipologia delle violenze. Da quando ha iniziato la sua analisi l'Osservatorio ha registrato 531 femminicidi e 618 tentativi di femminicidio (i dati più recenti sono aggiornati al 12 novembre 2019 e presentati a fine novembre in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne).
Ogni mese cinque donne in Portogallo sono vittime della violenza maschile più estrema, e ogni mese due di loro muoiono a causa di questa violenza. Il bilancio provvisorio del 2019, secondo l'Osservatorio, era di 28 donne uccise nell'ambito di relazioni sentimentali o familiari, due assassinate da sconosciuti, 27 tentati femminicidi e 45 orfani. Da allora altre due donne sono state uccise dai propri compagni negli ultimi giorni dell'anno.
Un numero altissimo, per un paese che ha poco più di dieci milioni di abitanti. Delle 28 vittime registrate fino a novembre 2019, il 53% sono state uccise dall'uomo con cui avevano una relazione in corso al momento dell'assassinio e il 21% dall'ex marito o compagno (mentre nel resto dei casi da familiari diretti o indiretti). Il 71% delle donne uccise aveva già subito violenza durante la relazione, e nella maggior parte dei casi denunciato.
Secondo i dati pubblicati dal governo, invece, le vittime di violenza domestica fino a novembre sarebbero 33: 25 donne, un bambino e 7 uomini. Il panorama che ne emerge non solo conferma che il femminicidio è l'epilogo di violenze perpetrate per anni da compagni e mariti ma ci dice anche che in molti casi altre persone, o addirittura istituzioni, erano a conoscenza delle violenze.
Oltre ai casi di violenze in ambito familiare, nel 2019 due donne sono state uccise da sconosciuti. A gennaio una prostituta è stata accoltellata a morte da un cliente durante un incontro mentre il figlio della donna, un ventenne affetto da sindrome di down, aspettava la madre in macchina, e a settembre una suora di 61 anni è stata uccisa e violentata da un quarantenne.
Secondo Joana Grilo, attivista della rete 8 marzo, "il Portogallo ha delle leggi molto più avanzate della sua società e la violenza di genere ne è un esempio. C'è una grande disparità tra le grandi città e i piccoli paesi dal punto di vista della cultura di genere e in questo contesto si inserisce il grande lavoro portato avanti dai movimenti femministi". Nel 2019 per lo sciopero femminista internazionale dell'8 marzo sono scese in piazza 30mila persone, "ma la grande vittoria - prosegue Grilo - non è stata tanto vederne 20mila a Lisbona, quanto portarne cinquecento a Braga, coinvolgere piccole realtà, dare forza alle donne che non hanno mai raccontato le loro storie".
Il femminismo portoghese ha una storia antica e intensa, che nel periodo repubblicano che ha preceduto la dittatura di Salazar ha visto lotte e rivendicazioni di pensatrici femministe. "Quelle rivendicazioni furono rese invisibili durante la lunga notte del fascismo, e noi che crescemmo durante la dittatura non avevamo coscienza di quelle lotte - spiega Manuela Tavares, una delle fondatrici dell'Umar - All'indomani della rivoluzione dei garofani del 1974 il femminismo portoghese è dovuto rinascere, ma aveva completamente perso la memoria storica e questa fragilità ha tutt'ora conseguenze evidenti".
La legge che depenalizza l'aborto, ad esempio, è arrivata solo nel 2007 dopo anni di lotte femministe. "Concentrando l'attenzione su quel tema abbiamo dovuto lasciarne indietro altri e siamo arrivate a far entrare i discorsi di violenza domestica e di genere nel dibattito pubblico con vent'anni di ritardo rispetto ad altri paesi europei" prosegue Tavares - Mentre i primi centri antiviolenza in Inghilterra sono degli anni 70 noi ci siamo arrivate solo negli anni 90".
Se però molti passi avanti sono stati fatti da allora la violenza domestica resta un problema culturale che affligge non solo la società ma anche i tribunali. "Mia figlia Carla ha vissuto per sei anni con un compagno violento che la maltrattava. - racconta Amélia Santos, che ha perso entrambi i figli per mano dello stesso uomo - Quando nel 2010 ha deciso di separarsi, lui ha minacciato di uccidere tutta la sua famiglia. Quello stesso anno l'ha sequestrata, torturata e violentata davanti al figlio di 22 mesi. Le ha fatto tutta la violenza possibile".
Il giorno dopo il sequestro l'uomo, Moisés Fonseca, fu arrestato, processato e condannato a un anno e mezzo con sospensione della pena. "La giudice disse a mia figlia che lui aveva agito per amore" prosegue Amélia Santos, e in seguito, "come la maggior parte delle donne di questo paese, è stata obbligata all'affidamento congiunto del figlio con l'uomo che l'aveva sequestrata e violentata". Tre anni dopo l'uomo sequestrò il fratello di Carla, lo uccise e ne nascose il corpo, prima di uccidere anche lei.
"La mentalità esistente nei tribunali è quella della colpevolizzazione delle donne - spiega Manuela Tavares - Sono stati istituiti dei corsi di formazione sul tema ma sono rivolti ai giovani mentre sono proprio i giudici più anziani quelli che hanno più potere". Quello del giudice Neto de Moura ne è l'esempio più evidente: in una sentenza del 2015 il magistrato giustificò la violenza a una donna da parte del compagno e dell'ex marito sostenendo che "l'adulterio è una condotta che la società ha sempre condannato, e le donne oneste sono le prime a stigmatizzare le adultere". Nella sentenza citò la Bibbia e una legge penale del 1886 che di fatto prevedeva il delitto d'onore.
In seguito, in un processo d'appello a un uomo che aveva rotto il timpano alla compagna con un pugno, attenuò la pena decisa in primo grado e ritirò il braccialetto elettronico. Dopo le denunce e le proteste delle femministe e dell'opinione pubblica il giudice aveva chiesto di essere dispensato dai processi di violenza domestica ma la decisione era stata rigettata dal Tribunale Supremo. A marzo di quest'anno è stato rimosso dal suo ruolo e assegnato a un tribunale civile.
Oggi, grazie al lavoro dell'Umar e dei movimenti femministi, il tema sulla violenza ha trovato uno spazio nel dibattito pubblico e nel parlamento portoghese. Il governo socialista di António Costa, confermato nella tornata elettorale dello scorso 6 ottobre, aveva proclamato per il 7 marzo una giornata di lutto nazionale per le donne vittime di femminicidio e istituito una commissione tecnica multidisciplinare per migliorare la prevenzione e combattere la violenza domestica.
La relazione presentata a fine giugno dalla commissione chiedeva al governo di intervenire su tre ambiti principali: una raccolta dei dati dettagliata, modalità e protocolli d'intervento nelle 72 ore successive alla denuncia per garantire la protezione adeguata, e infine una formazione specifica delle figure professionali a vario titolo coinvolte.
Il governo attuale ha inserito la violenza domestica tra i temi da affrontare nella legislatura appena avviata, inserendo tra le misure da adottare lo sviluppo di un sistema integrato di segnalazione di potenziali vittime e aggressori, investimenti nell'educazione e l'allargamento della Rete nazionale di appoggio alle vittime di violenza domestica. Inoltre da tempo il primo ministro Costa valuta una riforma costituzionale per la creazione di tribunali specializzati in violenza domestica, per permettere un approccio giudiziario integrato.
Il Partito Ecologista dei Verdi (Pev) in occasione della giornata per l'eliminazione della violenza contro le donne ha proposto un sussidio statale alle vittime di violenza e a ottobre il Bloco de Esquerda ha riproposto i due progetti di legge a cui lavora dalla scorsa legislatura, ma che non erano stati approvati dal parlamento.
Il primo prevede che le testimonianze delle vittime di violenza domestica nelle 72 ore successive alla denuncia possano essere usate come prova durante il processo, sia perché raccolte in un momento immediatamente successivo ai fatti e quindi più precise e ricche di dettagli, sia per evitare alle donne di ripetere l'audizione. Il secondo progetto di legge prevede invece il conferimento dello status di vittima ai minori che assistono o testimoniano nei casi di violenza domestica, come previsto dall'articolo 26 della Convenzione di Istanbul.
All'indomani della giornata contro la violenza sulle donne il gruppo delle Mulheres de Braga, costituitosi dopo il femminicidio di Gabriela Monteiro a settembre, ha consegnato al presidente dell'Assemblea della Repubblica una petizione firmata da ottomila persone per chiedere al Parlamento di intervenire con misure efficaci sulla violenza, e in particolare nella tutela dei figli delle vittime. Per questo si batte anche Amélia Santos, che ha dovuto lottare per ottenere la custodia del nipote contro la famiglia dell'assassino dei suoi figli. "I bambini che vivono in contesti di violenza di genere subiscono enormi traumi - sostiene - e devono essere considerati vittime, perché è questo che sono. Finora siamo stati vittime prima dell'aggressore e poi della giustizia di questo paese".
di Errico Novi
Il Dubbio, 10 gennaio 2020
In extremis il premier Conte impone il compromesso al vertice di maggioranza sulla giustizia: lo stop ai termini di estinzione dei reati non ci sarà per chi in primo grado è assolto. Bonafede: "Importante passo avanti". Verini (Pd) dice sì anche alla riforma complessiva del processo penale: "In Consiglio dei ministri già la settimana prossima".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 10 gennaio 2020
La riforma Bonafede verrebbe rivista invece per i casi di assoluzione. Situazione ancora in bilico sulla giustizia penale. Ma con buone possibilità di una soluzione che, secondo le ultime indiscrezioni filtrate dal summit di maggioranza, ancora in corso nella tarda serata di ieri, potrebbe passare per la distinzione tra sentenze di condanna e di assoluzione.
di Andrea Colombo
Il Manifesto, 10 gennaio 2020
Si fa strada la proposta di Federico Conte, Leu: prescrizione cancellata, ma solo per i condannati in primo grado. Tempo quasi scaduto. Il vertice di maggioranza convocato per sciogliere il nodo della prescrizione parte in contemporanea con il conto alla rovescia. Dopo quattro riunioni andate a vuoto il Pd ha deciso di forzare i tempi.
di Giovanni Fiandaca
Il Foglio, 10 gennaio 2020
È in gioco lo stato di diritto: il Pd non può arrendersi al panpenalismo grillino. Ritengo che valga la pena insistere nel sollevare il problema del rapporto tra la cultura politica di questo governo e la giustizia penale (cfr. il mio precedente intervento su queste colonne del 2 gennaio). Che lo stesso Pd, quale attuale partner governativo, non sia in grado di contrastare la deriva punitivista sempre più incombente, o non voglia neppure farlo diventando addirittura complice del panpenalismo grillino, può sembrare comprovato da indicatori sintomatici che vanno al di là della ancora irrisolta questione prescrizione.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 10 gennaio 2020
Intervista all'ex procuratore nazionale antimafia. "Lo stop della prescrizione fatta in questo modo non serve a nulla". Abituato a giudizi trancianti, l'ex procuratore nazionale antimafia e oggi eurodeputato del Pd, Franco Roberti, indica una priorità impellente: "La riforma coraggiosa del processo penale".
Lo stop entra in vigore dal 1 gennaio. Lei è contrario?
"La riforma Bonafede non mi piace e non mi è mai piaciuta. La sospensione della prescrizione potrebbe essere accettabile ma solo per chi è stato condannato in primo grado, mentre certamente non per gli assolti, che hanno diritto a vedersi subito fissato l'appello. Il punto vero, però, è un altro: in assenza di una vera riforma del processo penale, lo stop alla prescrizione non farà altro che dilatare la durata dei giudizi, in barba al principio della ragionevole durata del processo prevista dalla Costituzione".
La prescrizione, dunque, dovrebbe continuare ad essere prevista come valvola del processo penale?
"Partiamo da un dato: se la giustizia funzionasse, la prescrizione non sarebbe affatto un problema e, anzi, non dovrebbe mai scattare. La norma nasce come presunzione: che il decorso del tempo e l'inerzia dello Stato facciano comportino il disinteresse del sistema a perseguire quel reato, che dunque muore. Oggi, però, rappresenta anche una garanzia per gli imputati, che hanno diritto a una celebrazione rapida dei processi. Il problema, però, sta qui: fatta eccezione per il doppio binario previsto per i reati di mafia, il processo penale non funziona e la prescrizione è il segnale di questa inefficienza".
Perché il processo non funziona?
"Perché mancano strutture e regole organizzative. Servirebbero interventi drastici, ma anche controlli efficaci sulla professionalità dei magistrati: per il ritardo nel deposito delle sentenze, per esempio, ma anche sui dirigenti degli uffici. In una parola, servono investimenti, perché solo così si consente alla magistratura di esercitare in pieno la sua indipendenza".
In che senso?
"In un sistema giudiziario inefficiente, i magistrati esercitano meno la loro indipendenza, che è presidio e garanzia dell'uguaglianza dei cittadini. Io credo però che proprio questa indipendenza, in Italia, piaccia a pochi e, anzi, in molti temano questa prospettiva: pensi a che cosa potrebbe fare, in un paese come il nostro, una magistratura efficiente e indipendente. Per questo non sono mai stati dati alla magistratura gli strumenti organizzativi e normativi per esercitare l'autonomia e l'indipendenza sancite dalla Costituzione".
E come si rende efficiente il processo penale?
"Io penso a una riforma radicale: abolizione totale dell'appello per i processi definiti in primo grado in dibattimento. In questo caso, infatti, la prova si forma nel dibattimento e con tutte le garanzie per la difesa, dunque non ha senso replicare lo stesso processo in appello. L'appello, invece, rimarrebbe solo per i processi svolti con riti alternativi e in particolare nel caso di giudizio abbreviato, in cui la prova si forma sugli atti di indagine. In questo modo, inoltre, ci sarebbe un incentivo per i difensori al ricorso ai riti alternativi e al dibattimento arriverebbe al massimo il 10% dei processi. Non solo, per evitare l'imbuto del secondo grado il giudice monocratico andrebbe previsto anche in appello, eliminando dunque il collegio. Da ultimo, per deflazionare anche la Cassazione, il giudizio cassatorio a metà tra il merito e la legittimità andrebbe riservato alla Corte d'Appello".
Ma così non si riducono le garanzie?
"No, perché l'imputato è perfettamente garantito dal processo dibattimentale di primo grado. Ma non si può pensare di deflazionare il sistema, se si duplica il giudizio di merito".
Invece di eliminare l'appello, si potrebbe abolire l'obbligatorietà dell'azione penale...
"No, perché l'obbligatorietà dell'azione penale è presidio del principio di uguaglianza e i costituenti l'hanno prevista perché temevano la discrezionalità del pm. Se la si eliminasse, si attribuirebbe al pm la funzione politica di scegliere quali reati perseguire, dunque dovrebbe essere dipendente dall'esecutivo. Ecco, io preferisco conservare l'indipendenza della magistratura ed inserire un filtro di ammissibilità dell'appello, proprio perché l'obbligatorietà dell'azione penale immette nel sistema un numero di processi esorbitante".
Come giudica, oggi, il rapporto così teso tra politica e magistratura?
"Andrebbe trovato un equilibrio. Per molto tempo, la politica ha delegato alla magistratura le scelte, assegnandole di fatto maggiori spazi di intervento discrezionale, salvo poi attaccare la categoria. Questo ha prodotto la tensione, che non si risolve certo con un passo indietro di tutti ma con il reciproco rispetto nell'esercizio dei rispettivi ruoli".
Lei è favorevole alla depenalizzazione di alcuni reati?
"Sì, è un'altra delle riforme necessarie, insieme alla riforma del sistema delle notificazioni. È impensabile nel 2020 che si continuino a mandare in giro gli ufficiali giudiziari".
Ha parlato più volte anche di depenalizzazione delle droghe leggere...
"Sì, ma continua a incontrare pregiudiziali ideologiche. Invece, bisogna accettare che il contrasto alle droghe non funziona e anzi il consumo è in aumento. Per questo, il mercato dovrebbe essere nelle mani pubbliche: questo renderebbe il prodotto più controllato, toglierebbe ampi spazi di mercato alla criminalità organizzata e darebbe profitto allo Stato".
di Giuseppe Conte
Corriere del Mezzogiorno, 10 gennaio 2020
Il premier Giuseppe Conte scrive al Corriere: "Giustizia sociale e lavoro per il Sud". Gentile direttore, ho deciso di intervenire sulle pagine di questo quotidiano per esprimere il mio pieno sostegno alla manifestazione contro la mafia che si svolge oggi a Foggia e a chi ha deciso di esserci: associazioni, studenti, sindacati, amministratori, società civile. La lotta alle mafie non deve avere bandiere né colori politici. È una lotta che deve vederci tutti uniti nella stessa direzione a difesa di libertà, legalità e giustizia. La manifestazione di Libera è un segnale incoraggiante.
Per sconfiggere le mafie la risposta deve arrivare netta e chiara anche da parte dei cittadini, che devono farsi comunità, perché solo insieme si può sconfiggere il malaffare. I foggiani non devono sentirsi soli, perché lo Stato c'è ed è con loro. Non abbandoniamo Foggia così come non abbandoneremo nessun altro territorio, dal Sud al Nord.
La risposta dello Stato agli attentati che si sono verificati a inizio anno è stata immediata, forte e tempestiva, a dimostrazione dell'attenzione che il Governo riserva al contrasto alla criminalità organizzata: le imponenti operazioni che sono state portate a termine dalle Forze di Polizia, a poche ore da quei gravi episodi, a Foggia e nel barese, hanno visto un dispiegamento massiccio di uomini e donne e una piena sinergia tra forze dell'ordine, prefetture e magistratura. Ciò dimostra che, quando si fa squadra, si ottengono sempre i risultati. Positivo è anche l'impegno annunciato dal ministro Lamorgese di istituire una sezione della Dia a Foggia: un ulteriore segno della vicinanza dello Stato e delle Istituzioni al territorio.
Questo Esecutivo è dalla parte di chi reagisce, di chi decide di non restare indifferente di fronte ai soprusi e alle violenze della criminalità organizzata. Penso ai tanti magistrati che ogni giorno combattono la propria battaglia silenziosa, ma anche ai comuni cittadini che quotidianamente lottano per difendere la libertà di ciascuno di noi. Anche recenti fatti di cronaca, proprio qui in Puglia, dimostrano che ad accendere la scintilla della legalità è spesso il coraggio di chi decide di denunciare abbattendo il muro dell'omertà.
Tra i punti programmatici del Governo abbiamo inserito il potenziamento della lotta contro le organizzazioni mafiose e siamo al lavoro tutti i giorni per dare concretezza a questo obiettivo prioritario. Abbiamo sbloccato il piano assunzioni delle forze dell'ordine per quasi 12mila unità e previsto 175 milioni di euro in più per gli straordinari arretrati. Se da un lato dichiariamo guerra alla malavita, dall'altro dobbiamo fare in modo che possano trovare spazio le tante energie positive e propulsive del territorio. Dobbiamo fare terra bruciata intorno alla mafia, dobbiamo rendere il terreno fertile per i sogni e le ambizioni dei giovani che vogliono restare al Sud e in Italia.
Per questo dobbiamo mettere in campo il massimo sforzo per garantire maggiore giustizia sociale. Le mafie trovano spazio d'azione proprio laddove mancano diritti, occasioni e opportunità per i cittadini. Per questo giustizia sociale, opportunità di crescita e lavoro sono i binari ad alta velocità con cui vogliamo allontanare il Sud da quei sentimenti di rassegnazione di cui si nutre la criminalità.
Strumenti come il reddito di cittadinanza sono un tassello nel percorso per la giustizia sociale. Il Contratto istituzionale di sviluppo della Capitanata si muove in questa direzione: rilancio dei cantieri, dell'occupazione e degli investimenti. In questo senso si muove anche la scelta di destinare a priori il 34% della spesa pubblica al Sud. La fiducia marcia sulle gambe di chi oggi manifesta. Io sono al vostro fianco.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 10 gennaio 2020
La giustizia è una macchina per condannare, non per giudicare. Tante più condanne ottiene nei tempi più brevi, tanto più è efficiente. E a questo principio devono ispirarsi le riforme.
C'era una volta Oriana Fallaci. Lei era considerata la regina delle interviste. Ne fece decine, e le sue interviste erano spettacoli di lotta greco-romana. Prendeva l'intervistatore per il collo e non gliene passava una. Mise alle corde Gheddafi, ma anche Fellini e Bob Kennedy.
Sapete che anche i miti, col tempo, appassiscono. vengono superati. È successo così. Oggi il mito di Oriana è di gran lunga superato da quello di Marco Travaglio. Ieri, sul Fatto Quotidiano, Travaglio ha intervistato Piercamillo Davigo (ex Pm, ex capo dell'Anm, attualmente consigliere del Csm) e lo ha letteralmente messo alle strette: non gliene ha passata una. Lui - Davigo - si è difeso bene, certo, perché lo cose le sa. Ma ha traballato.
Ogni domanda una mazzata. Ne ricopio qui le più importanti, anche per dare ai miei più giovani colleghi un'idea di come si fa un'intervista vera. Le ricopio integrali, senza cambiare una virgola e senza ridurle, per evitare che si perda la complessità della domanda. 1) "Lei che farebbe per bloccare i processi?" 2) "Non ci sono già?" 3) "Quindi che fare?" 4) "L'avvocatura non ci sente" 5) "Altre soluzioni?". E poi la sesta domanda che davvero è il colpo del kappaò: "Basta così?".
Sull'ultima domanda Davigo ha tremato davvero. E ha dovuto confessare che no, non bastava così. Che alle idee che aveva offerto fino a quel momento, rispondendo con sagacia agli affondi del giornalista, doveva aggiungerne un'ultima che può essere riassunta con queste poche parole: aboliamo il gratuito patrocinio per gli imputati, che tanto sono tutti evasori fiscali sennò non sarebbero imputati, e usiamo quei soldi per finanziare le parti civili. Reso il giusto omaggio alla aggressività di Travaglio, forse un po' troppo rude (specie in quel perfido "Non ci sono già?"), passiamo a esaminare le idee di Davigo.
La prima si fonda su questa affermazione singolare sulla prescrizione in Europa. Davigo, come già nei giorni scorsi più volte scritto da Travaglio (chissà chi dei due è il creatore di questa fake) sostiene che solo in Grecia esiste la prescrizione. Negli altri Paesi l'azione penale, una volta iniziata, non finisce più. Difficile discutere, su questo tema, perché l'affermazione non è discutibile: è assolutamente falsa.
La prescrizione esiste in quasi tutti i Paesi europei (Germania Spagna, Francia, per citarne alcuni) e in molti di questi Paesi è molto più breve che da noi. Per esempio, in Francia i processi che prevedono pene sotto i 15 anni si prescrivono in tre anni (da noi fino a 15 anni, e in alcuni casi oltre) e l'eventuale interruzione della prescrizione non può comunque durare più di tre anni. A questo si aggiunge la prescrizione delle pene, che in Francia e in altri Paesi europei si conta dal momento del delitto, mentre da noi si conta dal momento della sentenza di terzo grado. Pensa un po'. Tanto che oggi i francesi dicono di non potere dare l'estradizione agli esuli italiani della lotta armata, perché da loro quei reati sono prescritti, da noi no. In Spagna e Germania le cose sono molto simili.
Davigo parte da qui per sostenere la sua idea di fondo. Che è questa. Per rendere più veloci i processi c'è un solo modo: ridurre i diritti della difesa. In varie forme. Abolizione della prescrizione, comunque dopo il primo grado, riduzione del diritto all'appello e introduzione della possibilità di reformatio in peius al secondo grado di giudizio (che vuol dire possibilità di aumentare le pene ricevute in primo grado, anche se l'appello è presentato dalla difesa), cancellazione o riduzione del gratuito patrocinio, obbligo per gli avvocati di pagare una multa per le impugnazioni che portano alla condanna.
Davigo dice che in questo modo si sconsiglierebbe agli imputati e agli avvocati di ricorrere in appello, per evitare rischi. Travaglio purtroppo non chiede a Davigo se è giusto ridurre le possibilità di appello in presenza di dati molto allarmanti. Per esempio questo: il 40 per cento delle sentenze di appello rovescia o comunque attenua le sentenze di primo grado.
L'appello non è una formalità o una perdita di tempo: è la possibilità di correggere un numero gigantesco di clamorosi errori giudiziari. Pensate che tra tutti coloro che finiscono indagati, la maggioranza risulta innocente: in Italia ogni 100 indagati, 75 sono scagionati nelle indagini preliminari o in processo; la percentuale è leggermente più bassa in caso di arresto: circa il 40 per cento degli arrestati risulta innocente, il che significa che probabilmente, oggi, nelle prigioni italiane ci sono solo 10 mila persone che vedranno la loro innocenza riconosciuta nei prossimi anni dopo aver trascorso in cella una piccola parte della propria vita.
Questi dati sono utili anche per giudicare la proposta di Davigo di rendere più dura la condanna in processo, e poi in appello, per spingere gran parte degli imputati ad accettare il patteggiamento. Dice Davigo: se rendiamo conveniente il patteggiamento ridurremo i processi e finalmente i tempi della giustizia si abbrevieranno.
Il problema è che per patteggiare devo accettare una condanna e se sono innocente (cioè nel 75 per cento almeno dei casi, secondo i dati che vi abbiamo appena fornito)? Mi conviene lo stesso accettare una condanna perché - sapendo che gran parte dei diritti della difesa sono sospesi - so di rischiare di essere condannato anche da innocente? Questa è l'idea di fondo della giustizia?
La giustizia - diciamo - è una macchina per condannare, non per giudicare. Tante più condanne ottiene nei tempi più brevi, tanto più è efficiente. E a questo principio devono ispirarsi le riforme. Del resto su questa idea, Davigo trova il plauso di quasi tutta la stampa. Quante volte avete letto questo titolo: "Assolti: la giustizia ha perso". Ma perché ha perso? Perché sono stati assolti degli innocenti? E avrebbe vinto invece se fossero stati condannati? Bah.
Davigo su questo punto è convintissimo. Tanto che spiega come rinunciare all'appello sia un vantaggio per l'imputato. Perché? Perché di sicuro è colpevole, c'è poco da discutere. E dunque ricorrere in appello serve solo a rinviare la prigione. Se invece andasse subito in prigione potrebbe iniziare la rieducazione e riscattarsi prima. Non è così? Mandarlo in prigione prima è una cosa che si fa per il suo bene. Va' in cella ragazzo, lo faccio perché ti voglio bene!
Poi ci sono gli ultimi due affondi di Davigo. Il primo è una vera e propria gaffe. Davigo si scaglia contro i ricorsi in Cassazione presentati solo per guadagnare tempo e far scattare la prescrizione. Davigo dice che in questi casi, quando la Cassazione stabilisce che i ricorsi erano infondati e inammissibili, dovrebbe essere automatico l'aumento della pena. Travaglio qui tace. Perché tace (e probabilmente arrossisce)? Perché è esattamente quello che fece lui, quando ricorse contro una sentenza di condanna e chiese la prescrizione, e la Cassazione gliela negò perché giudicò strumentale il suo ricorso. Ma questo magari Davigo non lo sapeva, sennò sarebbe stato più delicato.
L'ultimo affondo - ne abbiamo accennato - è sugli avvocati. Davigo propone che gli avvocati paghino insieme ai loro clienti per le impugnazioni inammissibili. Una specie di intimidazione per ridurre l'autonomia dell'avvocatura. Gli ha risposto ieri sera Gian Domenico Caiazza, il presidente delle Camere penali: "Volgarità per volgarità, parliamone quando parleremo anche della responsabilità dei magistrati, patrimoniale e disciplinare, per le indagini poi smentite da sentenze assolutorie e da appelli contro sentenze assolutorie poi confermate. Converrà con me, caro Davigo, che i danni (sociali, morali, ed erariali) che procurate con indagini e sentenze squinternate o grossolanamente persecutorie sono sideralmente imparagonabili coi danni che lei ritiene causati dalle nostre impugnazioni".
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