di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 10 gennaio 2020
Il Consiglio superiore della magistratura ha aperto un procedimento a tutela del pm antimafia di Catanzaro, per le dichiarazioni del procuratore generale e per le critiche di una parlamentare Pd. Rischia di dover lasciare il suo posto il procuratore generale di Catanzaro, Otello Lupacchini. Il motivo? Le dichiarazioni su Nicola Gratteri. La prima commissione del Csm ha deciso all'unanimità di aprire una pratica di incompatibilità ambientale nei suoi confronti. Tra i provvedimenti che potrebbe adottare, il trasferimento in un'altra sede.
Alla base della vicenda l'intervento del pg del capoluogo calabrese a TgCom24. Una settimana dopo l'operazione anti 'ndrangheta "Rinascita-Scott" - che aveva portato all'arresto di 330 persone - Lupacchini aveva definito le inchieste di Gratteri "evanescenti". Non solo. Aveva poi fatto allusione a un presunto mancato coordinamento tra le procure. "I nomi degli arrestati e le ragioni degli arresti li abbiamo conosciuti soltanto a seguito della pubblicazione sulla stampa che evidentemente è molto più importante della procura generale contattare e informare", sono alcune delle sue parole.
Poche ore dopo Area, l'associazione delle toghe progressiste, e Magistratura Indipendente, che raggruppa i giudici moderati, avevano chiesto di aprire un procedimento per valutare i trasferimento di Lupacchini. E per proteggere Gratteri. Anche l'Anm aveva mostrato disappunto nei confronti del pg di Catanzaro, definendo le sue dichiarazioni "sconcertanti in sé e ancor più perché provenienti dal vertice della magistratura requirente del distretto". Lupacchini sarà ascoltato dalla commissione lunedì 13, e dovrà rispondere all'accusa che gli ha mosso il Csm: aver delegittimato il magistrato antimafia e la sua procura. Le due toghe non sono nuove a scontri a distanza. Già in estate, spiega il Fatto Quotidiano, la questione era finita davanti al Csm per iniziativa di Gratteri. Anche in quel caso Lupacchini lamentava il mancato coordinamento. La vicenda si era poi risolta. È stata riaperta poche settimane fa, dopo quella che è stata definita, numericamente, "la più grande operazione dopo il maxi processo di Palermo".
Quanto a Gratteri, il Csm ha aperto una pratica in sua tutela non solo per le dichiarazioni di Lupacchini, ma anche per l'attacco social che aveva subito da parte della deputata dem Enza Bruno Bossi. In un post del 19 dicembre la parlamentare - moglie di dell'ex consigliere regionale Nicola Adamo, colpito da un divieto di dimora nell'ambito dell'inchiesta - aveva scritto: "La lotta alla mafia è una cosa seria non uno spettacolo da prima pagina, né un libro venduto nelle scuole, e mi auguro che davvero Gratteri riesca a smantellare la mafia più pericolosa che ci sia. Ma mi auguro anche che si arrivi a processo e non finisca, come il 90% delle indagini di Gratteri, in una bolla di sapone che non pulisce nulla ma cancella nel frattempo la dignità di chi ne viene toccato". Parole che non sono passate inosservate. E che hanno suscitato indignazione. Anche all'interno del suo partito.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 10 gennaio 2020
Corte di cassazione - Sezione V penale - Sentenza 9 gennaio 2020 n. 397. Il cumulo di sanzioni penali e amministrative in caso di reati di market abuse non è affatto illegittimo, ma non può eccedere, tra gli altri, il canone della proporzionalità. Così la Corte di cassazione penale con la sentenza n. 397 di ieri ha accolto il ricorso di un manager chief investiment officier, annullando la sentenza della Corte di appello di Milano di condanna per il reato di abuso di informazioni privilegiate, limitatamente al trattamento sanzionatorio e alla misura del risarcimento del danno riconosciuto alla Consob, come parte civile.
Infatti, dicono i giudici che se è vero che non scatta il divieto di bis in idem per la duplicazione degli strumenti repressivi - uno affidato al giudice penale e uno all'autorità amministrativa competente - è pur vero che il risultato del trattamento sanzionatorio concreto non può essere frutto di una pura duplicazione di strumenti repressivi sul medesimo fatto. Perciò se ad esempio - come nel caso concreto - il procedimento Consob si è concluso per la mancata impugnazione della delibera il giudice penale non può non tener conto di quanto già comminato al responsabile del reato finanziario nel procedimento amministrativo.
La Corte di appello nel confermare la condanna di primo grado a un anno di reclusione e al pagamento di 20mila euro di multa aveva in più riconosciuto 25mila euro di risarcimento danni alla Consob, costituitasi parte civile nel processo penale. Il ricorso per cassazione lamenta però che la somma delle sanzioni pecuniarie amministrative derivanti dal giudizio penale e dal procedimento guidato dalla Consob, comprensive della confisca del profitto del reato e degli strumenti atti a commetterlo, aveva raggiunto la somma di 300mila euro a fronte di un illecito profitto di 50mila.
La Cassazione rinvia al giudice di secondo grado la commisurazione tra le multe in sede penale e le sanzioni Consob che solo formalmente sono amministrative, ma di fatto penali per la loro funzione fondamentalmente sanzionatorio-repressiva. Stesso discorso vale per la riparazione economica accordata dal giudice penale all'ente amministrativo di controllo dei mercati finanziari, che va fissata tenendo conto che la facoltà di Consob di avere accesso al processo penale, come previsto dall'articolo 187 undicies del Tuf, è una facoltà scissa in due componenti. Quella ordinaria di costituirsi come parte civile in quanto portatrice di interessi e quella specifica di vedere riparati i danni conseguenti ad abusi di mercato. Di conseguenza il giudice nell'esaminare il quantum della riparazione ex articolo 187 undicies deve fissare l'importo in modo che la parte
Ne bis in idem - La sentenza di legittimità è imperniata sulla recente evoluzione della giurisprudenza sovranazionale europea della Corte di giustizia Ue della Corte dei diritti dell'uomo, che attualmente adottano un'interpretazione meno rigida del divieto di bis in idem non escludendo la possibilità di una duplicazione di procedimenti penale e amministrativo, a patto che vi sia tra questi un contemperamento.
Ma c'è un limite che non può essere travalicato nella previsione di diverse conseguenze "repressive": a chi, colpevole o sospettato di aver commesso un reato, si trovi sotto la lente di un "meccanismo integrato" (in sé non illecito) non deve risultare impossibile, ma neanche eccessivamente gravoso l'esercizio di una concreta difesa.
Proporzionalità delle sanzioni - data la possibilità che per il medesimo fatto si attivino tanto il processo penale Non basta a sgombrare il campo da dubbi l'affermazione della memoria depositata da Consob che fa rilevare la mancata impugnazione della delibera sanzionatoria. Comunque - come spiega la Cassazione - nella repressione di un reato attraverso strumenti diversi indipendenti va affermata la necessità di un nesso materiale e di un nesso temporale, che impongono la presa in considerazione delle risultanze dei diversi procedimenti e la loro più possibile contiguità nel tempo. Due binari separati che non possono però ignorarsi a meno di incorrere nel rischio di duplicare sanzioni raggiungendo un'entità sproporzionata rispetto al fatto criminoso.
inail.it, 10 gennaio 2020
L'Inail ha sottoscritto un accordo per diffondere la cultura della prevenzione degli infortuni e la tutela della persona nella casa di reclusione di Sant'Angelo dei Lombardi (Avellino) che coinvolge sia i detenuti, sia gli agenti di polizia penitenziaria.
Il progetto "La sicurezza dentro", alla sua seconda edizione, è finalizzato a promuovere e rafforzare la cultura della prevenzione degli infortuni e la tutela della persona negli ambienti di vita e di lavoro. Un percorso che prevede una serie di incontri informativi e formativi rivolti ai detenuti "lavoratori" della casa di reclusione di Sant'Angelo dei Lombardi.
L'amministrazione penitenziaria valorizza le competenze dei singoli. Questo progetto nasce da un accordo di collaborazione sottoscritto tra Luca Ponticello, comandante provinciale dei Vigili del fuoco di Avellino, Marianna Adanti, direttrice della casa di reclusione di Sant'Angelo dei Lombardi, Grazia Memmolo, direttrice reggente della Direzione territoriale Inail di Avellino e Carmine Piccolo, direttore della Unità operativa territoriale di Certificazione verifica e ricerca di Avellino. Il penitenziario di Sant'Angelo di Lombardi è da anni un esempio di casa di reclusione completamente autosufficiente in cui i detenuti, oltre ad essere assunti dall'amministrazione penitenziaria, vengono valorizzati nelle loro competenze e inseriti in un progetto di rieducazione e di reinserimento lavorativo globale.
Un percorso didattico per acquisire esperienze professionali. L'Inail, in collaborazione con il Comando dei Vigili del fuoco di Avellino, coinvolge circa 200 detenuti e 10 agenti di Polizia penitenziaria in un percorso didattico i cui moduli formativi vanno dalla classificazione dei rischi negli ambienti di lavoro, al primo soccorso fino alla sicurezza antincendio.
L'Istituto affianca la casa circondariale in questo progetto di acquisizione di competenze professionali di alta specializzazione che sono spendibili sia all'interno della struttura, sia al termine del periodo di detenzione. Sono previsti sette incontri a partire dal 16 gennaio 2020.
di Mauro Leonardi
farodiroma.it, 10 gennaio 2020
Don Marco Fibbi, il coordinatore dei Cappellani di Rebibbia, mi chiede luogo e data di nascita per rinnovare il mio permesso come volontario ex art. 17. Il tempo che passa si misura così. Ti crescono i capelli, le scarpe si logorano, indossi il cappotto che non usavi da un anno e dici: è già passato un mese, una stagione, un anno.
È passato un anno da quando sono "prete a Rebibbia" come dico sinteticamente a chi me lo chiede e non mi è facile dire come questa esperienza mi stia segnando. Sono costretto a parlarne con una certa frequenza negli incontri in cui do ragione delle richieste che, attraverso il web, rivolgo a tutti per bagnoschiuma, dentifrici, spazzolini, biancheria, panettoni, e così via.
Vivere alla lettera quanto chiede il Vangelo, cambia. Cambia fuori e cambia anche dentro. Cambia fuori per la necessaria risistemazione di tempi, e cambia dentro anche se il come non lo sai. "Ero carcerato e mi hai fatto visita" (Mt 25,36) è una sfida e un mistero. È una sfida perché, moltissime volte, ti accorgi che quell'incontro è proprio solo "una visita". Io poi, meno di molti altri cappellani, posso davvero fare poco o nulla. Conosci e accosti tragedie infinite per le quali c'è solo da chiedere a Dio il dono di saper piangere. Il vangelo racconta spesso che Gesù si commosse e io sto imparando che dovrei chiedere il dono delle lacrime: perché non è vero che piangere non serve. Piangere serve, è utilissimo, e quando è piangere con qualcuno, è fare compagnia. Che è l'unico rimedio efficace al più grande male al mondo: la solitudine.
È poi un mistero. È un mistero quando il detenuto che hai davanti non è, come verrebbe da pensare quando lo si accosta a Cristo, un innocente, uno finito lì per sbaglio, un pentito. In carcere c'è chi ne ha combinate di davvero grosse e non ha nessuna idea di ravvedersi, c'è anche chi peggiora, c'è chi non ne vuole sapere di non fare più ciò che ha fatto, eppure Cristo è anche lì. Lì dentro, lì dentro di lui. Come? Perché? In che modo? È davvero un mistero che mi sfida. Ecco, la differenza. Da quando vado in carcere ho accettato di farmi ferire da questo mistero.
E questo vorrei consigliarlo ai miei cari amici preti. Soprattutto ai miei amici parroci. Andate a trovare i vostri parrocchiani che sono in carcere. Se dite di non averne è molto probabile che ci sia qualcuno che vi nasconde qualcosa. Quello col prete in carcere è l'unico rapporto non strumentalizzabile e fa sempre bene. E fa bene anche al parroco un incontro non strumentalizzabile.
Quando un prete viene rifiutato da un detenuto, non importa, va bene così. È un modo di relazionarsi, forse è il modo di relazionarsi di chi sta dicendo che, secondo l'interessato, è ancora troppo presto per essere trattato con dignità, e invece no: quel momento è venuto. È importante che i parroci vadano a trovare in carcere i propri parrocchiani. È importante proprio per i parroci. È importante che lo facciano senza pensare alla Caritas, al gruppo parrocchiale e a tutto quello che verrà in vista del reinserimento e dopo il reinserimento.
È importante per loro, per i parroci. Per il loro scontro con la burocrazia lentissima del carcere, lo scontro con la fotocopia della carta d'identità, il permesso che non arriva e l'incontro che quando arriva poi non c'è nulla da raccontare perché si sta solo in silenzio: è importante per il parroco che magari, poi, neppure lo può dire alla famiglia perché la famiglia ha rinnegato "quel delinquente": anche quello è importante.
È importante per un parroco, che bene o male ha sempre a che fare con il tema del successo, andare a trovare il proprio parrocchiano in carcere. Anche se è in un'altra città e lontano. È importante. Il mio è un consiglio che vale quel che vale. Ma un po' vale.
di Giuseppe Crimaldi
Il Mattino, 10 gennaio 2020
Dodici ore di perquisizioni nelle celle, detenuti sottoposti ad esami radiografici e quattro cellulari sequestrati. Sono i risultati di una lunga operazione portata a termine dalla Polizia penitenziaria nel carcere di Secondigliano, che ospita detenuti "definitivi" e condannati per reati di mafia. E scoppia la polemica, perché - oltre alla lunga serie di casi inquietanti che dimostrano come le carceri napoletane (e italiane, giacché si tratta di un fenomeno diffuso a livello nazionale) siano dei colabrodo - alla fine l'introduzione vietata di telefonini non configura alcuna fattispecie di reato.
Partiamo dall'ultima operazione della Polpen a Napoli. Una perquisizione straordinaria eseguita anche con l'ausilio delle unità cinofile e di metal detector, che ha interessato tutti i reparti detentivi e l'intera popolazione detenuta ristretta, terminata solo nella tarda nottata. Alla fine dalle celle sono spuntati altri quattro telefonini: circostanza assai inquietante se si pensa che tra i 1.400 detenuti che affollano la struttura la maggior parte è composta da appartenenti al circuito Alta Sicurezza, e sono affiliati alla camorra.
Ma come fanno ad entrare in carcere i cellulari? E com'è possibile, ancora, che negli istituti carcerari si riesca persino a far passare cocaina, hashish e altri tipi di sostanze stupefacenti? La situazione viene costantemente denunciata dai Sindacati della Polizia penitenziaria, che evidenzia come ogni giorno in strutture come quella di Poggioreale il personale in divisa sia costretto a dover controllare - nell'ambito dei circa 400 colloqui tra detenuti e parenti che si succedono quasi tutti i giorni - qualcosa come 1.500-200 persone.
Nelle sale colloqui, inoltre, non ci sono vetri divisori e ciò agevola sicuramente il passaggio di sostanze o oggetti. Due esempi recenti: in una struttura carceraria della nostra regione (non la citiamo, essendo in corso un'indagine della magistratura inquirente) una telecamera nascosta nella sala colloqui ha registrato il passaggio di un micro-telefonino ad un recluso: le immagini hanno registrato quel passaggio - che una donna ha estratto dalla vagina trasferendolo al marito detenuto, il quale a sua volta è riuscito ad inserirlo nell'ano - in soli sette secondi: gli investigatori hanno dovuto vedere e rivedere più volte quelle immagini prima di accorgersi dell'incredibile "consegna".
Altro caso: qualche giorno fa la Polizia penitenziaria è riuscita a sequestrare sette cellulari e 100 grammi di hashish che un detenuto affetto da una patologia certificata e portatore di pannolone era riuscito ad infilarsi proprio nell'assorbente.
I sindacati di Polizia penitenziaria denunciano questo incredibile stato di cose. Aggravato - come già spiegato in premessa - dalla impossibilità di contestare, almeno nel caso della consegna di cellulari ai reclusi, alcun reato (nel caso della droga il comportamento integra invece la fattispecie di cessione di sostanza stupefacente).
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 10 gennaio 2020
"La prescrizione così congegnata è oggettivamente sbagliata", è il lapidario commento del professore emerito di Diritto processuale penale, Giorgio Spangher, che però mette in guardia da facili scorciatoie per ridurre la lentezza dei processi: "Eliminare l'appello significa mettere in discussione le garanzie dei cittadini, i loro diritti e libertà".
Professore, perché lo stop alla prescrizione dopo il primo grado è un meccanismo sbagliato?
"Perché in questo modo non si determinano tempi certi per la celebrazione dei giudizi di impugnazione. La riforma Bonafede, di fatto, fornisce una nuova scadenza per i pm".
Cosa intende?
"Oggi il pm decide quali reati lasciar prescrivere nella fase delle indagini preliminari e lo dicono le statistiche, che mostrano come moltissimi reati si prescrivano esattamente in questa fase. Il pericolo ora è che il pm parta dal presupposto di portare a processo più reati possibili, perché tanto dopo il primo grado non si prescriveranno più, sia che l'imputato sia condannato, sia che venga assolto. Questo cambierà l'atteggiamento del pm ed è molto pericoloso, perché sarà di fatto un nuovo termine del processo, oltre il quale non ci sarà più prescrizione".
Quale correttivo propone?
"Io avevo suggerito di eliminare la sospensione della prescrizione in caso di sentenza di proscioglimento. Il presupposto è che per il condannato la presunzione di innocenza sia più affievolita rispetto a quella del prosciolto, che invece è piena. Si tratta certamente di un compromesso, ma può essere che la politica possa accettarlo, dovendo trovare la quadratura del cerchio tra posizioni distanti".
La prescrizione si inserisce nel quadro della riforma del sistema penale e l'ex procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, ha ipotizzato di eliminare l'appello per rendere più il processo più efficiente...
"Con tutto il rispetto che ho per Roberti, penso che non si possa trattare il processo in questo modo, perché significa annullare garanzie, diritti e libertà. Nemmeno il fascismo riuscì a eliminare il divieto di reformatio in peius e l'appello, che sono alla base della nostra cultura giuridica".
La sua tesi è di eliminare l'appello nel caso in cui il primo grado si sia svolto con rito ordinario, mentre di mantenerlo nel caso di riti speciali...
"Ragionando in termini giuridici, mi sembra un paradosso. Le faccio un esempio: chi sceglie il patteggiamento accetta gli esiti del processo cui si giunge attraverso un accordo. Proprio in questo caso si rinuncia a una parte delle garanzie, tra le quali l'appello. Non solo, che fine farebbero senza il grado d'appello tutti i casi in cui si verificano nullità o invalidità nei giudizi, oppure di prove sopravvenute? Pensiamo, inoltre, a quanti proscioglimenti pieni vengono pronunciati in secondo grado, che sono frutto di una diversa valutazione dei fatti da parte di un collegio".
L'appello non va toccato, dunque?
"A me pare che il giudizio d'appello già si sia ridotto, grazie all'introduzione della specificità dei motivi di appello. Proprio questo obbligo così stringente nell'indicare le ragioni dell'appello avverso la sentenza di primo grado giustifica l'appello come un giudizio di controllo, non come un nuovo giudizio. Questo meccanismo può rallentare i tempi, ma fortifica il valore e l'affidabilità della sentenza".
Cosa andrebbe modificato, allora, dell'impianto del processo penale?
"Non voglio certo tornare al codice Rocco e al giudice istruttore, ma io credo che vada rafforzato il giudice delle indagini preliminari. Prima della riforma Vassalli, il processo era incardinato sulle indagini, con un giudice istruttore forte affiancato da un giudice debole e senza poteri, che fungeva solo da controllore delle garanzie costituzionali. Con il cambio di rito, il pm è diventato fortissimo ma il giudice delle indagini preliminari è rimasto debole. Ecco, il suo ruolo va riformato e rafforzato, per esempio con maggiori poteri di controllo sui tempi delle indagini".
Ritiene che questo possa velocizzare i processi?
"Io credo che per ottenere questo risultato sia innanzitutto necessario risolvere i problemi dell'organizzazione degli uffici, procedendo poi a una seria opera di depenalizzazione. Così si inizia a risolvere il congestionamento della giustizia, non certo eliminando l'appello".
Manterrebbe invece l'obbligatorietà dell'azione penale?
"Mi sembra un falso problema, perché già ora di fatto l'obbligatorietà non esiste. Il pm iscrive le notizie di reato ed esercita l'azione penale quando vuole ed è ovvio che sia così e che qualcosa si perda, quando un sostituto procuratore si ritrova sulla scrivania più di cinquecento fascicoli".
fidal.it, 10 gennaio 2020
Iniziativa Fidal e Dap-Fiamme Azzurre: i carcerati idonei a misure alternative diventano giudici di atletica leggera. Dal carcere ai campi di atletica diventando giudici di gara. "Torniamo in pista" è il progetto ideato dalla Fidal e dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria-gruppo sportivo Fiamme Azzurre, che ha l'obiettivo di agevolare il recupero dei detenuti attraverso lo sport e la socializzazione.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 10 gennaio 2020
Davvero il carcere, previsto dal diritto penale, è compatibile con il principio di umanità? Forse è ora di trovare soluzioni alternative. Si è appena concluso un anno che ha visto approfondirsi, come mai in passato, il solco tra le scelte della politica e quelle delle istituzioni di garanzia su una materia, quale quella penale, che proprio perché incide su questioni estremamente sensibili (la libertà e la sicurezza), dovrebbe invece sottrarsi da ogni possibile uso di parte.
Ristretti Orizzonti, 10 gennaio 2020
Mercoledì 15 gennaio alle ore 18 presso Moby Dick Biblioteca Hub culturale, in via Edgardo Ferrati 3a, Roma, presentazione del libro "Naufraghi... in cerca di una stella" un esperimento di pratica filosofica in carcere, a cura di Fernanda Francesca Aversa e Emilio Baccarini.
Nell'immaginario di ogni filosofo, almeno nella tradizione occidentale che inizia dalla Grecia, c'è un carcere che fa da sfondo o scena almeno a due dialoghi di Platone, l'Apologia di Socrate e il Fedone. Ciò che viene rappresentato nel primo dialogo è la difesa che Socrate propone per sé di fronte alle accuse che gli vengono mosse. Nell'apologia di Socrate sembra di essere nel pieno di un dibattimento in cui vengono presentati gli argomenti pro e contro.
La rivendicazione dell'innocenza in nome della giustizia e della verità, ma anche l'esigenza di non tradire mai la passione per la ricerca che rende pienamente sensata l'esistenza, sono le coordinate a cui mantiene fede Socrate. Nel secondo, invece, siamo di fronte a uno dei dialoghi teoretici più suggestivi scritti da Platone. Insieme ai curatori interverranno alcuni degli autori, Eligio Resta e Filippo La Porta, modera Stefano Anastasìa, saluti della Presidente del Tribunale di sorveglianza Maria Antonia Vertaldi.
calabriaeconomia.it, 10 gennaio 2020
Oggi 10 gennaio, il Consiglio Direttivo della Camera Penale A. Cantafora di Catanzaro unitamente ad alcuni soci parteciperà presso la Casa Circondariale Ugo Caridi di Catanzaro alla presentazione del libro "Dolci C(reati)" scritto dal detenuto Fabio Valente ed edito dalla casa editrice Città del Sole di Reggio Calabria.
Nel corso della presentazione, coordinata dalla direttrice dell'istituto penitenziario, dott.ssa Angela Paravati, porgeranno il loro saluto il Provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria, dott. Liberato Guerriero, il Presidente del Tribunale di Sorveglianza, dott.ssa Laura Antonini, il Garante nazionale delle persone private della libertà, dott. Palma, ed il Presidente della Camera Penale A. Cantafora, Avv. Ermenegildo Massimo Scuteri.
La mattina vedrà poi la delegazione della Camera penale effettuare una visita al carcere unitamente al dott. Palma. La presentazione del libro del detenuto Valente, rientrante nell'ambito di un più ampio progetto di rieducazione fortemente voluto dalla direttrice dell'istituto penitenziario è stata, sin da subito, sostenuta dalla Camera Penale, la quale ha fatto coincidere la stessa con il convegno dal tema "Lo stato delle carceri fra politiche securitarie e condanne internazionali" che avrà luogo nel prosieguo della giornata presso la Sala delle Culture del palazzo della Provincia.
Quello che ne viene fuori è una giornata di studio, approfondimento e dibattito sul carcere, sull'esecuzione della pena e sul principio rieducativo sulla scorta dell'esperienza di Catanzaro ed alla luce dei recenti interventi giurisprudenziali nazionali e sovranazionali.









