Il Centro, 1 dicembre 2019
A Palazzo Fibbioni la presentazione di "Parole di vita nuova" del giornalista Orazio La Rocca. Martedì 3 dicembre, alle 17.30, a Palazzo Fibbioni, presentazione del volume "Parole di vita nuova", curato dal giornalista Orazio La Rocca (Marcianum di Venezia), con prefazione di don Luigi Ciotti. Un libro dedicato agli elaborati - tesi di laurea, racconti, poesie, disegni - proposti alla II edizione del Premio nazionale Sulle Ali della Libertà, promosso dall'Isola Solidale e svolto tra gli istituti di pena italiani, che ha ottenuto la medaglia di rappresentanza dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Gli elaborati sono stati valutati da una commissione di esponenti del mondo della cultura, del giornalismo e del sociale presieduta da monsignor Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena, e da Stefano Anastasia, Garante dei detenuti del Lazio. L'iniziativa è stata patrocinata dal Miur, dai ministeri della Giustizia, Interni, Lavoro, Regione Lazio, dell'VIII Municipio di Roma Capitale, dalla Comunità ebraica di Roma, Acli Roma, Coordinamento nazionale degli Operatori per la Salute nelle carceri italiane, Fondazione Ozanam, Associazione Antigone e Fidu (Federazione italiana diritti umani).
La presentazione è promossa da Roccaraso Futura, in collaborazione con Isola Solidale e l'agenzia giornalistica Comunicatio. Intervengono, tra gli altri, il sindaco Pierluigi Biondi, il vice presidente vicario del consiglio comunale, Ersilia Lancia, Gianmarco Cifaldi, docente dell'Università D'Annunzio Chieti-Pescara e Garante dei detenuti della Regione Abruzzo; Barbara Lenzini, direttrice della Casa circondariale dell'Aquila; don Renzo D'Ascenzo, già cappellano del carcere dell'Aquila, Orazio La Rocca, autore del libro; Fabiana Gubitoso, dell'Osservatorio sul carcere della Camera penale dell'Aquila; Alessandro Amicone, presidente Roccaraso Futura, Alessandro Pinna, presidente Isola Solidale.
italiaatavola.net, 1 dicembre 2019
Sono sempre più numerose le esperienze all'interno degli istituti di pena, che mirano al reintegro dei detenuti. A Milano un punto vendita solidale con le eccellenze provenienti da tutta Italia. Dal panettone al cioccolato, dai taralli pugliesi alla passata di pomodoro, tanti prodotti sono biologici e artigianali. Il panettone Giotto sfornato dalla pasticceria "più ricercata" d'Italia oppure quello, pure lui rigorosamente artigianale, preparato nel laboratorio di Dolci sogni liberi. E poi i cookies al cioccolato o i baci di dama al farro o all'avena e cacao della Banda Biscotti. E poi gli ovetti, il torrone al cioccolato, i croccantini alla mandorla e la crema di nocciola di Sprigioniamo i sapori. Sono solo alcuni dei molti prodotti "made in carcere" dedicati al Natale e che popolano gli scaffali del Consorzio Viale dei Mille di Milano, luogo di incontro delle cooperative sociali e delle imprese che lavorano negli istituti di pena italiani.
Si tratta di un negozio in cui si può trovare tutto quanto viene realizzato da detenuti e detenute nell'ambito di progetti di recupero che puntano ad abbattere la recidiva offrendo l'opportunità di imparare una professione anche per il "dopo" e cioè quando, a pena espiata, si ritorna liberi. In Italia i detenuti sono oltre 60mila; di questi circa duemila quelli che lavorano in coop e aziende esterne e interne tra i quali anche nel settore food.
Ecco, quindi, che dietro il punto vendita milanese c'è un'iniziativa sociale che riguarda l'Italia intera: promuovere l'economia carceraria con l'obiettivo di aumentare la percentuale di coloro che lavorano dietro le sbarre dando così maggior respiro non a una speculazione finanziaria ma a un business virtuoso, pulito e solidale, nella convinzione che chi ha imparato un lavoro e lavora ha meno probabilità, una volta uscito di prigione, di ritornare a delinquere.
Così il Consorzio, tra le altre cose, riserva ampio spazio al mondo del food, prodotti bio e artigianali, realizzati da uomini e donne detenuti o in semi libertà. Prodotti che in questo periodo possono essere una buona idea per Christmas Box, cesti natalizi disponibili già confezionati e in diverse taglie o che si possono comporre a piacere con una selezione delle eccellenze gastronomiche realizzate all'interno di alcune carceri italiane.
Oltre il pluripremiato panettone Giotto e ai dolcetti preparati dalla Banda Biscotti dell'Istituto di Verbania, tante le specialità regionali: i taralli pugliesi Campo dei Miracoli realizzati a Trani o il caffè Hue Hue o Alte terre confezionato nella casa Circondariale Lorusso e Cotugno di Torino e gli amaretti siciliani morbidi, i dolci alla pasta di mandorle, lo sciroppo di carrube Dolci Evasioni, marchio dell'istituto di pena di Siracusa. Delle donne detenute alle Lazzarelle di Pozzuoli (Napoli) ci sono invece le confezioni di tisane alla camomilla o alla liquirizia, mentre da Cremona arrivano le conserve Rigenera, dalla semplice passata di pomodoro, ai sughi per condire la pasta ai peperoni, alle melanzane o al soffritto, fino alla giardiniera.
Dalla collaborazione tra la Cooperativa Sociale Ippogrifo e la Casa Circondariale di Sondrio è nata la pasta fresca o secca gluten free di mais e riso e pure trafilata al bronzo ed essiccata lentamente che fa il paio con quella di semola di grano duro o integrale prodotta all'Ucciardone di Palermo. Infine, tra i molti prodotti esposti negli scaffali, vanno citati le birre 'Vale la pena' di Rebibbia e la 'Malnatt' di Opera (Milano) e i vini e le grappe della Coop agricola Il Gabbiano che in Valtellina si dedica anche al recupero dei detenuti.
corrierepl.it, 1 dicembre 2019
L'appello di padre Zerai. Nei centri di detenzione libici le condizioni di vita di centinaia di africani sono disumane. Molte vite sono a rischio, mentre in Libia si continua a combattere, se non vi sarà un piano o un intervento internazionale per salvare i detenuti, poveri e inermi. Lo conferma all'Agenzia Fides abba Mussie Zerai, sacerdote eritreo da anni impegnato nel sostegno agli immigrati.
Il sacerdote ha raccolto alcune testimonianze dal campo di Zawiya, dove "circa 650 persone, donne e uomini di diverse nazionalità di cui 400 eritrei ed etiopi vivono costantemente nella paura. Si avvertono spari nelle vicinanze ma i detenuti sono chiusi lì, senza protezione, senza vie di fuga in caso di attacco, rischiano la vita". Afferma padre Mussie: "Lanciamo un appello a tutte le istituzioni europee e delle agenzie per i diritti umani. Si mobilitino per mettere in atto un piano straordinario di evacuazione di questi fratelli e sorelle che oggi si trovano in queste condizioni. Ogni rinvio mette in pericolo la vita di centinaia di vite umane".
Le condizioni di vita nei centri di detenzione libici, rileva, sono al limite dell'umano. Nelle testimonianze raccolte da don Zerai a condivise con l'Agenzia Fides, i detenuti affermano: "Sono mesi che non riceviamo nulla per l'igiene personale, siamo costretti a bere acqua salata della quale non sappiamo la provenienza. Problemi di salute sono all'ordine del giorno, i più gravi sono i malati di Tubercolosi: circa 40 persone, di cui 10 non hanno mai avuto nessuna assistenza, tre sono in condizione gravissime, con il grave rischio di trasmettere a tutti noi la malattia".
Le organizzazioni internazionali sembrano disinteressarsi di questi migranti africani interni, che raccontano: "Operatori della Ong Medici senza Frontiere si sono presentati un mese fa, poi non li abbiamo più visti. I membri di Acnur (Alto Commissariato Onu per i rifugiati) sono passati alcuni giorni fa, si sono limitati a prelevare le impronte digitali di 34 persone, ignorando le persone malate da tempo, cosi come le persone che sono in attesa di reinsediamento dal febbraio del 2018".
Spiega padre Zerai che i migranti si sentono abbandonati, molti sono caduti in depressione, altri tentano la fuga per prendere la via del mare, in preda alla disperazione. "Si registrano sette casi di tentato suicidio tra coloro che sono nel campo da un anno e più, costretti a spostarsi da un lager a un altro, senza vedere uno spiraglio per il loro futuro. Poche settimane fa una donna nigeriana malata che non ha trovato le cure è morta. Anche una bambina di tre anni ha perso la vita dopo una caduta, per la mancanza di un tempestivo soccorso".
In questa situazione e in uno scenario segnato dalla persistente conflittualità interna, conclude don Zerai, "è quanto mai urgente un serio impegno e un intervento dei governi europei e delle istituzioni internazionali per cambiare le sorti e ridare una speranza concreta a questi fratelli".
di Beppe Severgnini
Corriere della Sera, 1 dicembre 2019
Gli immigrati si possono trovare e mandare via, mettere in regola o aspettare che diventino fantasmi. Ma i fantasmi disperati possono costituire un pericolo. Qualche numero, poi ragioniamo. Sono circa 81.000 i migranti e rifugiati arrivati in Europa attraverso il Mediterraneo da gennaio a ottobre 2019. Dato in diminuzione, ma aumenta la percentuale dei morti/dispersi: da 1 ogni 40 nel 2016 a 1 ogni 18 nel 2019. E in Italia, quest'anno? A fine ottobre, 9.648 sbarchi, e 5.526 persone arrivate in Friuli-Venezia Giulia, provenienti dai Balcani.
Le domande d'asilo? Su circa 72.500 domande esaminate nel 2019, 80% sono state respinte, 11% hanno ottenuto lo status di rifugiato, 7% la protezione sussidiaria, l'1,5% la protezione umanitaria. 71.000 nuovi immigrati sono scivolati nella irregolarità fra giugno 2018 e giugno 2019, anche a causa del Decreto Sicurezza. Il numero degli irregolari in Italia è oggi stimabile in 620mila persone.
I dati sono stati diffusi venerdì dalla Fondazione Migrantes. Il numero che mi ha colpito di più? I morti annegati, cui ci stiamo abituando, come se una famiglia scomparsa in mare fosse una nuvola di passaggio nel cielo. E il totale dei clandestini: 620mila, uno ogni cento abitanti. Un altro istituto serio - Ismu, Iniziative e Studi sulla Multietnicità - parlava di 533mila persone (al 1° gennaio 2018).
A questo punto, una domanda al tonitruante Matteo lombardo (anche il Matteo toscano produce un certo fracasso, ultimamente: ma su altre questioni). Senatore Salvini, il governo in cui lei era ministro dell'Interno non doveva risolvere il problema? Il contratto di governo Lega-M5S parlava di "circa 500mila migranti irregolari sul territorio". Li espelleremo tutti!, aveva assicurato. Poi, in primavera, ha cominciato a dire che i clandestini erano solo 90mila (forse gli sbarchi tra gennaio 2015 e aprile 2019?). Evidentemente suonava meglio.
Che dite, proviamo a essere seri? Tra gli irregolari in Italia non ci sono solo i migranti del mare cui è stato rifiutato l'asilo o la protezione, ma anche stranieri con visti turistici scaduti e altri rimasti senza permesso di soggiorno. Con queste 600mila persone si possono fare tre cose: trovarle e mandarle via (come?), metterle in regola o aspettare che diventino fantasmi. Ma i fantasmi disperati - criminalità e terrorismo insegnano - possono diventare pericolosi. È un rischio che vogliamo correre?
di Marco Belli
gnewsonline.it, 1 dicembre 2019
Sono 20, per lo più giovani adulti. In carcere stanno scontando pene brevi per crimini non gravi. E sono stati scelti proprio per questo motivo, oltre che per le loro attitudini lavorative e la buona condotta. Sono i 20 detenuti del Centro penitenziario "Ceresova" di Città del Messico, selezionati per sperimentare il progetto di lavori di pubblica utilità che le autorità statali, su impulso del locale Ufficio delle Nazioni Unite per la Lotta alla droga e al crimine, hanno voluto implementare nel sistema penitenziario messicano ritagliandolo sul modello italiano "Mi riscatto per...".
Qui tutti li conoscono come "la primera brigada", una denominazione che ricorda una certa cinematografia di ambientazione bellica. Ma che tuttavia vuole sottolineare, fin dal nome, l'importanza e la responsabilità che pende su questi ragazzi. Saranno loro infatti a realizzare la prima uscita in assoluto a Città del Messico di detenuti ammessi ai lavori di pubblica utilità.
In questi ultimi due mesi sono stati adeguatamente formati professionalmente alla cura e alla manutenzione di giardini e orti e fra meno di un mese usciranno dal carcere, accompagnati da una pattuglia di poliziotti, per occuparsi di alcune aree verdi della capitale messicana. Sarà la prima volta che con il loro lavoro totalmente gratuito e volontario, come previsto dal modello italiano di riferimento, restituiranno qualcosa alla collettività in termini di impegno sociale.
La delegazione del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, che in questi giorni si trova nuovamente in Messico per offrire il proprio contributo alla fase esecutiva di realizzazione del progetto, li ha incontrati ieri nel Centro penitenziario "Ceresova".
Agli ospiti hanno voluto mostrare il bellissimo orto urbano da loro realizzato e curato con maniacale attenzione; altri erano impegnati a perfezionarsi nello sfalcio e nella rasatura dell'erba. Tutti sfoggiavano le loro divise verdi, sulle quali campeggiava, nella parte posteriore e all'altezza delle spalle, la scritta "Empleos de Pùblica Utilidad". Una scritta che in poco più di sei mesi è passata dall'essere soltanto una ambiziosa idea, al farsi importantissima realtà del sistema penitenziario messicano.
I venti de "la primera brigada" hanno concluso la fase formativa e sono pressoché pronti a uscire per le strade di Città del Messico. Le autorità carcerarie stanno soltanto aspettando che i giudici della magistratura messicana sottoscrivano le linee guida per la definizione dei requisiti giuridici per la selezione dei detenuti da immettere nel progetto a pieno regime, una volta superata la fase sperimentale. Non appena saranno consegnate al sistema penitenziario statale della capitale messicana, le porte di "Ceresova" si apriranno e "la Primera Brigada" potrà finalmente uscire per lavorare sul territorio.
di Mauro Spignesi
caffe.ch, 1 dicembre 2019
Il "nonno" delle prigioni ticinesi ha 72 anni. È il detenuto più anziano fra i 234 che in media occupano giornalmente le strutture carcerarie cantonali. Negli altri 66 istituti di detenzione a livello nazionale ci sono in tutto 44 anziani over 70. Ma in particolare ci sono 325 reclusi, condannati o in attesa di giudizio, che hanno oltre 60 anni. Perché la popolazione carceraria invecchia rapidamente. Un fenomeno che tuttavia non è legato a un incremento della criminalità che vede responsabili persone di questa fascia di età ma piuttosto da sentenze particolarmente dure e dalle difficoltà di ottenere la libertà condizionale o trattamenti alternativi, soprattutto per chi è recidivo. Una tendenza riportata in uno studio condotto a livello nazionale dal Centro svizzero di competenze in materia d'esecuzione di sanzioni penali e realizzato da due criminologi, Holger Stroezel e Christoph Urwyler, che hanno cercato di mettere insieme una istantanea per capire come si evolverà la situazione per questi detenuti.
Una fascia ritenuta particolarmente fragile in un ambiente difficile, in particolare sotto il profilo dell'assistenza sanitaria, visto che a loro si dedicano in media circa 20 minuti al giorno. O meglio, nel dettaglio, in quasi un terzo dei casi monitorati dallo studio si arriva sino a 40 minuti per i prigionieri più anziani. I responsabili degli istituti, peraltro, hanno affermato che ciò non implica "ulteriori oneri amministrativi". Una parte, ma solo una parte, di questa fascia della popolazione carceraria può svolgere attività sportive, lavorare e avere pasti personalizzati.
"Da noi ci sono persone anziane detenute, ma bisogna dire che non hanno mai dato problemi e noi peraltro riusciamo agevolmente a garantire loro tutta l'assistenza necessaria", spiega il direttore delle Strutture carcerarie cantonali, Stefano Laffranchini. In Ticino ci sono attualmente sei detenuti che hanno un'età compresa fra i 60 e i 65 anni, altrettanti che hanno fra i 65 e 70 anni, e appunto uno solo che ha 72 anni.
A livello nazionale la situazione è più variegata. Al momento dello studio erano 369 le persone di oltre 60 anni in carcere. Per loro non sono previsti trattamenti particolari, come celle singole. Ci sono poi i reclusi che hanno bisogno di assistenza medica e sono 530. Sono ospitati soprattutto in ospedali, cliniche psichiatriche o altre strutture protette. "Si tratta - spiega Laffranchini - in particolare di detenuti affetti da patologie particolarmente gravi, come ad esempio quelli che soffrono di Alzheimer, che hanno quindi bisogno di una cura attenta e costante che difficilmente si può garantire in un istituto penitenziario". Sono invece parecchi i reclusi nelle 66 strutture prese in considerazione dallo studio che hanno bisogno di cure continue. Inoltre, a livello nazionale è stato accertato che quasi un istituto su due dispone di attrezzature tecniche per l'assistenza ai reclusi over 60 e riesce a mettere in campo misure per prendersi cura di loro. Infine, la tendenza, secondo i ricercatori, è un invecchiamento della popolazione carceraria. Insomma, il "nonno" della Stampa sarà una normalità.
di Marta Musso
La Repubblica, 1 dicembre 2019
A dieci anni dall'introduzione della cannabis a uso medico in Italia, un riassunto in dieci punti su tutto quello che c'è da sapere sulla sostanza. Per fugare dubbi ed evitare disinformazione.
In Italia la cannabis terapeutica viene prescritta per curare e gestire i sintomi di molte patologie, tra cui il dolore nella sclerosi multipla o nelle lesioni del midollo spinale, il dolore cronico di origine neuropatica o oncologica, per il glaucoma e per la sindrome di Tourette. E ancora: per nausea causata da chemioterapia, radioterapia, terapie per l'Hiv, anoressia.
Eppure, sebbene siano passati dieci anni dalla sua introduzione, ci sono ancora molte difficoltà per l'accesso al farmaco, dalla prescrizione da parte del medico alla possibilità di reperirla in farmacia. Se ne è parlato al 39esimo Congresso nazionale della Società italiana di farmacologia (Sif), tenuto nei giorni scorsi a Firenze, durante il quale è emerso come permanga ancora oggi una alta variabilità tra le farmacie, anche della stessa Regione, nella preparazione galenica del prodotto finale.
Sebbene infatti esistano linee guida ministeriali, infatti, quello che ancora manca è uno standard di produzione per cui il rapporto tra i due componenti principali, ossia il Thc e il Cbd, sia sempre lo stesso. Ma chi può prescrivere la cannabis terapeutica e dove può essere reperita? E ancora: come si assume? Per fare un po' più di chiarezza su queste e altre domande, ecco un vademecum con tutte le informazioni da sapere, stilato con l'aiuto di Alfredo Vannacci, professore associato di Farmacologia e Tossicologia dell'Università di Firenze e membro della Società italiana di farmacologia.
1. Per il trattamento di quali patologie è stata autorizzata?
"I derivati della cannabis non sono allo stato attuale una vera e propria terapia farmacologica, non hanno uno specifico bersaglio molecolare e non curano una malattia, nel senso in cui generalmente si intende l'azione di un farmaco convenzionale", racconta Vannacci. "Sono invece a tutti gli effetti prodotti fitoterapici ad azione sintomatica potenzialmente utili in diversi quadri patologici". In particolare, prosegue l'esperto, il loro utilizzo è autorizzato per il trattamento del dolore cronico (oncologico, neuropatico o associato a spasmi muscolari in patologie neurologiche), per il controllo di nausea e vomito da chemioterapici, per la cachessia e l'anoressia causate da tumori o HIV, per il controllo dei movimenti muscolari involontari in alcune patologie neurologiche e per la riduzione della pressione endooculare nel glaucoma. "In tutti questi casi - avverte l'esperto - non deve essere utilizzata come prima scelta, ma solo in caso di fallimento (o eccessivi effetti avversi) della terapia farmacologica standard".
2. Da dove proviene?
I derivati della cannabis disponibili in Italia provengono sia dall'estero che da una produzione nel nostro Paese. "La materia prima di provenienza estera è stata la prima ad essere disponibile in Italia, e si tratta attualmente di prodotti provenienti soprattutto dall'Olanda, con proporzioni diverse di principi attivi", spiega Vannacci. "Più recentemente è stata introdotta la materia prima italiana, realizzata ad opera dello Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze e nota con la sigla FM2".
3. Chi la può prescrivere e dove si recepisce?
Le preparazioni a base di cannabis possono essere prescritte da qualsiasi medico abilitato, mediante prescrizione magistrale non ripetibile (Rnr). Tuttavia, se vengono prescritte a carico del Ssn, a seconda della Regione in cui si è residenti, è possibile che solamente alcuni medici o alcune strutture siano abilitati a prescriverla. "C'è da dire che nella nostra esperienza il loro utilizzo avviene soprattutto in ambiente ospedaliero da parte di reumatologi e terapisti del dolore, specialmente anestesisti e rianimatori", spiega Vannacci. "Una volta ricevuta la prescrizione, la preparazione magistrale può essere fatta preparare in qualsiasi farmacia dotata di un laboratorio di galenica".
4. Come si prepara e come si ottiene dal farmacista?
Le farmacie, prosegue l'esperto, non possono distribuire la cannabis direttamente nei flaconi originali ottenuti dai produttori. Il farmacista, quindi, può dispensare la cannabis al paziente solo dopo averla ripartita nelle dosi indicate in ricetta. "Non è possibile dare più cannabis di quella prescritta dal medico e non è possibile ripartire la cannabis in dosi diverse da quelle indicate in ricetta", sottolinea Vannacci.
5. Come si assume?
"Le preparazioni possibili sono molte, ma allo stato attuale quelle principalmente utilizzate sono le cartine per decozione in tisana e le cartine per vaporizzazione mediante vaporizzatori", spiega l'esperto. Di recente, alcuni medici preferiscono prescrivere l'estratto di cannabis in olio di oliva, in modo che possa essere assunto in gocce, ma, riferisce Vannacci, la sua azione è al momento discussa.
6. Quali sono i livelli di Thc e Cbd raccomandati?
I rapporti tra Thc e Cbd cambiano a seconda della materia prima di partenza: esistono prodotti con rapporto Thc : Cbd 1:1, altri con rapporto 20:1 a favore del Thc e altri con rapporto 1:9 a favore del Cbd. "Ovviamente gli effetti terapeutici sono differenti", continua l'esperto, "ma la attuale ricerca sulle prove di efficacia non è ancora in grado di stabilire se esista effettivamente un rapporto ideale per le diverse indicazioni".
7. Quali sono i suoi principali effetti?
L'effetto principale è quello analgesico, unito a un effetto miorilassante. Inoltre, sembra essere piuttosto rilevante anche l'effetto ansiolitico, che sarebbe soprattutto a carico della componente Cbd. "Oggi non esistono piani terapeutici basati sulle prove di efficacia per le varie patologie, anche se appare plausibile che indicazioni diverse possano giovarsi di preparazioni con una proporzione differente dei principi attivi", spiega Vannacci. In linea generale, suggerisce l'esperto, indicazioni quali anoressia e nausea/vomito necessitano di dosi più basse (soprattutto di Thc), dosi maggiori per gli spasmi muscolari e dosi ancora più alte, ma variabili da persona a persona, per la terapia del dolore. "Non è poi da sottovalutare il fatto che le concentrazioni di principi attivi sono molto variabili e risentono anche della preparazione, del tempo di infusione, della temperatura e delle modalità di assunzione", spiega Vannacci.
8. Ci sono limiti di età?
Per l'assunzione della cannabis terapeutica non ci sono limiti di età definiti. "Ma ovviamente l'utilizzo nei pazienti pediatrici e negli adolescenti deve essere condotto con estrema cautela", spiega Vannacci. Come ricorda l'esperto, inoltre, di recente un farmaco a base di Cbd è stato approvato proprio per l'utilizzo in alcune forme di epilessia infantile e dovrebbe a breve essere disponibile anche in Italia. "I derivati della cannabis - avverte Vannucci - non dovrebbero essere usati in gravidanza e allattamento, dal momento che ci sono dimostrazioni del passaggio dei principi attivi attraverso la placenta e nel latte materno".
9. Quali sono gli effetti collaterali?
Una dose eccessiva di Cannabis può causare uno stato depressivo o ansioso e può provocare attacchi di panico o psicosi. "Nella nostra esperienza gli effetti avversi non sono molto frequenti e sono generalmente lievi, tuttavia possono manifestarsi disturbi soprattutto a carico del sistema nervoso (disturbi dell'umore, stordimento, stato soporoso), allergie o reazioni gastrointestinali", spiega Vannacci.
10. Può dare dipendenza?
"Come è noto, la cannabis stimola il sistema cerebrale di gratificazione, per cui il rischio che possa indurre un abuso è sempre presente", spiega Vannacci. Tuttavia, se viene utilizzata con le modalità e le dosi previste, in genere non si verificano problemi. "Sicuramente - conclude l'esperto - i preparati a base di Cannabis sono controindicati in pazienti con disturbi psichiatrici e in individui con una storia pregressa di tossicodipendenza e/o abuso di sostanze psicotrope e/o alcol".
di Chiara Clausi
Il Giornale, 1 dicembre 2019
Gnawi condannato per una hit contro la violenza della polizia. Già 16 milioni di ascolti. E il governo teme l'effetto boomerang. L'atmosfera è grigia, triste, le voci arrabbiate, dolenti, le parole forti di chi è senza scampo. E il video della canzone del rapper Gnawi, 31 anni, vero nome Mohammed Mounir, condannato ad un anno di prigione per aver insultato la polizia. Il pubblico marocchino ha reagito all'arresto con un atto di amore e indignazione.
Ha scaricato in massa la canzone considerata offensiva nei confronti delle forze dell'ordine, "Aasha chaab", cioè "Viva il popolo". La hit ha raggiunto i 16 milioni di ascolti, un record in Marocco. Ma oltre la musica, c'è la politica. E questo preoccupa le autorità del Regno. Gnawi, interpreta la rabbia delle regioni più povere, il Sud che si rifà alle tonalità musicali africane, e il Rif berbero, aspro e indomabile.
Il processo è diventato così un atto di accusa contro il potere. "Sono un artista, il mio compito è difendere i miei diritti e i diritti delle persone - si è difeso in aula Gnawi. Questa non è la prima volta che mi umilia la polizia. Da quando sono nato, ho continuato a subire umiliazioni". La sua hit è anche un messaggio rivolto ai giovani marocchini disillusi.
"Dimmi, staremo davvero zitti per questa umiliazione?", è l'attacco di un testo che denuncia torture, abuso di droghe, corruzione e suggerisce che la povertà sarà eliminata entro il 2020 "perché tutti avranno lasciato il Paese".
Gnawi si rivolge poi agli abitanti della regione montuosa del Rif del Marocco che "sognano una terra meravigliosa" ma possono soltanto scappare, e ancora a una madre che ha visto i figli annegare in mare nel tentativo di emigrare in Europa. Alcuni versi sono dedicati ai giovani rovinati dall'hashish, dalle pillole e dalle droghe pesanti. E arriva poi la denuncia di chi ha spremuto le ricchezze del Paese "ma vuole sempre di più". E le richieste sue e della popolazione: "Voglio solo eguaglianza e cibo", "non c'è niente da mangiare, né vestiti da indossare", "ci hanno succhiato il sangue".
Secondo il suo avvocato, Gnawi è principalmente perseguito per questa sua canzone. I testi attaccano anche il re Mohammed VI, una "linea rossa" nel Paese. Il rapper è stato anche multato per mille dirham, circa 94 euro. In risposta, uno dei coautori del controversa canzone, Lz3er, ha pubblicato una nuova hit che spiega "cosa ha fatto uscire Gnawi dai suoi cardini" e ha raggiunto già 750mila visualizzazioni su YouTube.
"Non abbiamo fatto questo per puntare il dito o creare polemiche. Abbiamo espresso ciò che la maggior parte dei marocchini sente ma ha paura di dire", ha spiegato Lz3er. Amnesty International ha definito le accuse contro il rapper come "assurde" e ha detto che dovrebbe essere liberato immediatamente. Ma la situazione in Marocco è una polveriera già da tempo. Dalle proteste della primavera araba del 2011 il sovrano ha cercato di scendere a compromessi.
Ma il malcontento ha continuato a ribollire e il governo ha cercato di mantenere il controllo sui disordini reprimendo sempre più. Già nel 2011 ad un altro rapper era capitata la stessa sorte. Mouad Belrhouate è stato incarcerato per due anni, e ha poi chiesto asilo politico in Belgio. Le parole di Belrhouate sulla sua esperienza sono molto tristi.
"Anche se amo molto il mio paese, mi ha soffocato. Mi sono sentito in prigione fuori dalla prigione, eppure sogno il giorno in cui ritornerò nel mio piccolo bunker nel quartiere di Casablanca". Non meno malinconiche le parole di Gnawi nella sua hit tanto discussa: "La nostra estate si è trasformata in un autunno". E poi il rapper chiede: "Mamma, sono arrabbiato, perché dovrei stare zitto?", "mettono i nostri sogni in manette così rimarremo i loro schiavi".
di Bruna Sironi*
La Repubblica, 1 dicembre 2019
Il ricco filone aurifero che nutre milizie armate e traffici illeciti, dispensando sfruttamenti, inquinamenti. I minatori artigianali e gli abusi sulla popolazione civile dei soliti janjaweed. Il 2012 segna l'inizio della corsa all'oro nell'Africa saheliana - è l'incipit del bel reportage di Bruna Sironi, pubblicato da Nigrizia - quell'anno fu infatti scoperta una ricca vena aurifera che si estende dal Sudan fino alla Mauritania, passando per Niger, Mali e Burkina Faso.
Con quella scoperta iniziò un rapido processo di cambiamento nei rapporti di forza e nella sicurezza dei paesi dell'intera regione. Il primo giacimento fu trovato quasi per caso da un piccolo gruppo di minatori artigianali nell'aprile del 2012 sulle alture del Jebel Amir, nel Nord Darfur in Sudan. Una delle miniere si rivelò così ricca da aver fruttato milioni di dollari ai suoi proprietari nel giro di pochi anni. Fu soprannominata "Svizzera".
Si aprì la caccia per 100 mila ricercatori d'oro. Appena la notizia si diffuse, nella zona arrivarono cercatori d'oro da tutto il Sudan, ma anche da altri paesi della regione: dal Ciad, dalla Repubblica Centrafricana, dal Niger e perfino dalla Nigeria. Stime credibili dicono che in breve affluirono nella zona mineraria almeno 100mila cercatori d'oro. Ora, secondo diversi analisti, sarebbero addirittura più di un milione, mentre il Sudan è ormai diventato il secondo produttore africano del prezioso metallo.
Minatori artigianali che producono tra l'85% e il 90% dell'oro estratto. Sono state 93 tonnellate nel 2018, secondo dati ufficiali - lavorando con strumenti manuali, senza nessuna garanzia di sicurezza, né personale né per il metallo estratto, a rischio della stessa vita. Con il loro arrivo, come nelle corse all'oro del passato, si sono rapidamente diffuse nella zona armi, droga, alcool, prostituzione. Insomma ogni genere di traffico illegale che ha finito per incrementare la già drammatica insicurezza e conflittualità dell'area. Secondo una ricerca del Sudan Democracy First Group (Gruppo per la democrazia prima di tutto in Sudan) intitolata The politics of mining and trading of gold in Sudan: challenges of corruption and lack of transparency (Le politiche dell'estrazione e del commercio dell'oro in Sudan: le sfide della corruzione e della mancanza di trasparenza), chi ha approfittato della situazione fornendo controllo del territorio e protezione in cambio di una forzata partecipazione all'affare, sono state le milizie già operanti nell'area.
Gli onnipresenti Janjaweed. Dapprima furono quelle di Musa Hilal, cioè i janjaweed, tristemente famosi per gli abusi sui civili perpetrati durante il conflitto in Darfur. Secondo un rapporto commissionato dal Consiglio di sicurezza dell'Onu, Musa Hilal ricavava annualmente 54 milioni di dollari dal controllo del traffico dell'oro nel Jebel Amir. Poi l'affare passò alle Rapid Support Forces di Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come Hemeti.
L'oro di Hemeti. Dopo aver spazzato via dall'area il suo ex comandante - Musa Hilal è da qualche anno in carcere a Khartoum - Hemeti nel giro di pochi anni è diventato uno degli uomini più ricchi e potenti del paese. Ora è membro del Consiglio Supremo, l'organo di presidenza transitorio, emerso dopo la caduta del regime dell'ex presidente Omar El-Bashir, ed è considerato da diversi esperti il vero uomo forte del Sudan odierno.
Al potere un miliziano senza scrupoli. La versione online di African Business gli dedica un articolo, Sudan's gold: Hemeti's untold power (L'oro del Sudan: il potere non dichiarato di Hemeti). Vi si sostiene che ha investito la fortuna ricavata dal controllo dell'oro, venduto in gran parte di contrabbando agli Emirati Arabi Uniti, per reclutare giovani darfuriani disoccupati, facendo delle Rsf una milizia di fatto interetnica forte di 40mila uomini, strettamente controllati da comandanti a lui legati da legami tribali e familiari. Dunque, in Sudan la scoperta dell'oro ha finito per portare al potere un miliziano senza scrupoli.
Sahel: armi, droga e terrorismo. Anche nei paesi dell'Africa Occidentale in questo periodo si gioca una partita non troppo dissimile. In un rapporto pubblicato il 13 novembre, intitolato Getting a grip on central Sahel gold rush (Un'infarinatura sulla corsa all'oro nel Sahel centrale), l'International Crisis Group, autorevole centro studi sulle dinamiche dei conflitti, dice che in Mali, Burkina Faso e Niger, "fin dal 2016 gruppi armati hanno preso il controllo dell'estrazione dell'oro nelle zone dove le istituzioni statali sono deboli o assenti". Anche in questi paesi i gruppi armati, compresi quelli jihadisti, si sono avvantaggiati della mancata regolamentazione dell'estrazione del prezioso metallo fatta con metodi tradizionali. Il rapporto dice che almeno 2 milioni di persone sono impegnate in un settore in cui il 50-60% della produzione non è regolamentata e avviene in zone remote. Secondo valutazioni credibili, sarebbe tra le 20 e le 50 tonnellate in Mali, tra le 10 e le 30 in Burkina Faso, tra le 10 e le 15 in Niger, per un valore complessivo stimato tra 1,9 e 4,5 miliardi di dollari.
Il controllo dei gruppi terroristici sotto lo sguardo dell'Onu. Gli stati saheliani rischiano di veder crescere in numero e in forza i gruppi armati che già agiscono sul loro territorio se non saranno in grado di regolamentare in modo stringente l'estrazione dell'oro e il suo commercio. È prevedibile inoltre che aumentino i traffici criminali - di armi e di droga soprattutto - che le risorse ricavate dal prezioso metallo possono facilmente alimentare.
Particolare attenzione va riservata all'uso che ne potranno fare i gruppi terroristici che agiscono ormai sempre più impunemente nei paesi della regione saheliana, nonostante la presenza delle forze dell'Onu e di vari stati occidentali. Potrà essere incrementato il reclutamento, garantendo salario e benefit a giovani che non hanno altro modo per lavorare. Potrà anche essere perfezionato l'addestramento, con l'utilizzo degli esplosivi necessari al lavoro minerario.
Le responsabilità degli importatori d'oro. Ma un ruolo fondamentale nello stroncare il traffico hanno anche gli importatori d'oro dalla regione. I maggiori sono Dubai, la Cina e la Svizzera.
A loro in particolare l'ICG chiede di rafforzare l'impianto legislativo che regolamenta l'importazione del metallo nei loro paesi, in modo da contribuire a tagliare le risorse dei gruppi armati e di quelli jihadisti che sono un pericolo crescente per la sicurezza di una vasta regione dell'Africa e, si può a ragione dire, del mondo intero.
di Stefania Pellegrini*
L'Espresso, 30 novembre 2019
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