di Giovanbattista Tona
Il Sole 24 Ore, 2 dicembre 2019
Il giudice penale può sequestrare e poi confiscare un bene che già faccia parte dell'attivo di una procedura fallimentare o più in genere di natura concorsuale? Una questione delicata poiché vede contrapposti l'interesse dello Stato alla confisca rispetto alle pretese dei creditori insinuatisi nel fallimento, su cui la giurisprudenza ha dato risposte diverse e contrastanti.
Il Tribunale di Potenza con la decisione del 18 aprile scorso ha revocato in sede di incidente di esecuzione una confisca disposta con una sentenza passata in giudicato quattro anni prima. E lo ha fatto con il conforto di un precedente della Corte di Cassazione. Nella vicenda di cui si sono occupati i giudici lucani, nella sentenza di condanna di un imprenditore per reati tributari, emessa nell'ottobre 2015 e divenuta irrevocabile l'anno successivo, era stata disposta la confisca per equivalente, fino a concorrenza dell'imposta evasa, dei suoi depositi bancari e dei titoli.
Alcuni mesi prima della sentenza che disponeva la confisca il Tribunale fallimentare aveva accertato lo stato di insolvenza della ditta individuale facente capo all'imprenditore condannato ed essa era stata sottoposta alla procedura dell'amministrazione straordinaria. Nel 2019 i commissari straordinari si erano rivolti al giudice dell'esecuzione chiedendo la restituzione dei titoli e delle somme di cui ai depositi bancari per farli confluire nella procedura.
Il Tribunale di Potenza ha accolto la richiesta evidenziando in sostanza che la confisca non doveva essere disposta con la sentenza, la quale era intervenuta diversi mesi dopo l'apertura della procedura di amministrazione straordinaria. Secondo il Tribunale, infatti, il presupposto della confisca è che il condannato abbia la disponibilità dei beni.
Ma se i beni sono già assoggettati a procedura concorsuale, tale presupposto non può sussistere perché la dichiarazione di insolvenza comporta il venir meno in capo al fallito del potere di disporre del proprio patrimonio e la gestione transita in capo al curatore. Sul punto i giudici potentini richiamano la sentenza 45574/2018 della terza sezione della Cassazione che si era espressa in questi termini.
L'orientamento a favore - Non mancano però pronunce opposte. A meno di un anno dopo la sentenza citata dai giudici di Potenza, la quarta sezione della stessa Corte, con la sentenza 7550/2019, non solo ha affermato la legittimità del sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente per reati tributari di somme di denaro appartenenti a società fallita, ma ha ritenuto che tale misura potesse essere adottata anche quando le somme risultavano assegnate ai creditori con piano di riparto dichiarato esecutivo ma non ancora eseguito. Secondo i giudici della quarta sezione i beni del fallito, anche se passano nelle mani del curatore, restano del fallito e sono sequestrabili fino alla materiale consegna ai creditori. Un'interpretazione che riprende i precedenti orientamenti della Cassazione favorevoli alla prevalenza dell'interesse dello Stato alla confisca rispetto alle pretese dei creditori insinuatisi nel fallimento.
Quest'orientamento era stato affermato in più occasioni. In primo luogo, per le ipotesi di confisca diretta o per equivalente del profitto dei reati tributari, prevista dall'articolo 12-bis, comma primo, del Dlgs 74/2000, quando il bene è ricompreso nell'attivo di un concordato preventivo e quindi per l'avvio di questa procedura su di esso vengono fatti valere dei diritti di credito; tuttavia l'obbligatorietà della confisca fa prevalere il vincolo posto dal giudice penale sugli interessi dei creditori (Cassazione 28077/2017). E, a tale prevalenza della misura ablatoria sugli interessi dei creditori si è fatto riferimento anche per la confisca obbligatoria del profitto o del prezzo del reato, prevista dall'articolo 322 ter del Codice penale per i reati contro la pubblica amministrazione (Cassazione 23907/2016).
Il Codice della crisi - La questione avrà inoltre diversa soluzione con l'entrata in vigore nell'agosto del 2020 del Codice della crisi, dove si stabilisce all'articolo 318 che, dopo la dichiarazione di apertura della liquidazione giudiziale, il sequestro preventivo di beni dell'attivo viene revocato su richiesta del curatore.
di Margherita Terasso
Messaggero Veneto, 2 dicembre 2019
"Da intellettuale ed eroe civile, Maurizio Battistutta aveva scelto come luogo del fare il carcere, uno dei più difficili, e nella sua utopia lo aveva trasformato nel luogo da disfare e rifare con un meleto: oggi iniziamo a realizzare il suo sogno".
Massimo Brianese ha introdotto così, ieri, il momento della piantumazione di un melo nel prato all'ingresso del carcere di via Spalato. Un appuntamento emozionante per ricordare l'amico, per 20 anni anima dell'associazione Icaro e Garante Diritti delle persone private delle libertà personali per il Comune di Udine scomparso il 22 febbraio del 2017.
"Maurizio sognava un meleto al posto del carcere e, richiamando una lettera di John Ber-ger, si rivolgeva al sindaco per esprimere il bisogno di dedicare più attenzione ai luoghi dimenticati della città - ha detto Roberta Casco, presidente di Icaro. Auspichiamo riforme che mettano al centro i diritti, la persona e la presa di responsabilità, che si punti sulla promozione della legalità e si lavori per una giustizia riparativa". Franco Corleone, garante dei detenuti della Toscana e autore del libro "Via Spalato" insieme a Casco ha fatto il punto sulla difficile situazione del
carcere udinese. "Ha una storia di sofferenze e tragedie -ha detto, sottolineando che risolvere i problemi sociali chiudendo le persone colpevoli di reati dentro un carcere sia un'illusione da superare -. Ma si lavora per migliorare le condizioni della struttura: si realizzerà la sezione di salute mentale, sono stati individuati i fondi per gli spazi dedicati alla semi libertà ed è stata bandita la gara per i lavori di sistemazione della sala convegni".
Ha ribadito la necessità di ristrutturare la casa circondariale anche il sindaco Pietro Fontanini. "I detenuti devono espiare le loro colpe, ma in questo percorso vanno aiutati per ritornare nella società in una posizione collaborativa - ha detto -: l'opinione pubblica è sempre più cattiva e solo cambiando questo atteggiamento si potranno fare passi avanti".
Il primo cittadino ha aggiunto che "si potrebbero piantumare meleti anche, per esempio, nello spazio dell'ex caserma Piave, che verrà demolita". È intervenuto anche don Pierluigi Di Piazza: "Piantiamo un melo come segno di coinvolgimento in un impegno reale affinché si realizzi il sogno di una vita dignitosa per i detenuti - ha detto. Non possiamo accettare che prevalga la mentalità vendicativa del "fateli marcire in carcere e buttiamo via la chiave"".
Presenti, tra gli altri, Irene Iannucci, fino a poche settimane fa direttrice del carcere udinese, Roberto Fraticci, responsabile dell'area educativa, e Natascia Marzinotto, Garante dei detenuti.
La Repubblica, 2 dicembre 2019
Sebastiano Lo Giudice, 42 anni, esponente della cosca dei "Carateddi", è all'ergastolo col 41 bis. "Istruitevi, aprite gli occhi e non rovinatevi la vita". Non prendete esempio da persone come me che si sono rovinati la vita", "abbandonate la droga e l'alcol e godetevi la vita lavorando onestamente e con dignità", così "non dovete avere la paura di chi bussa alla vostra porta".
È l'invito ai giovani dei rioni a rischio di Catania che arriva dal boss ergastolano Sebastiano "Iano" Lo Giudice, 42 anni, detenuto da quasi dieci anni in regime di 41 bis nel carcere di Spoleto per associazione mafiosa, estorsioni, traffico di droga e per diversi omicidi commessi tra il 2001 e il 2009. Lo fa con una lettera inviata al suo legale, l'avvocato Salvatore Leotta, fatta pervenire all'Ansa, al quotidiano "La Sicilia" e al sito "Live Sicilia", e che è passata al vaglio delle autorità competenti prima di essere resa nota.
Lo Giudice è un esponente di vertice della cosca dei "Carateddi" legata al clan Cappello-Bonaccorsi che negli anni scorsi ha dato vita a una sanguinosa faida mafiosa contro Cosa nostra capeggiata dalla famiglia Santapaola-Ercolano. Secondo il suo legale "non ha manifestato intenzione di collaborare con la giustizia, ma vuole evitare che altri giovani commettano i suoi stessi gravissimi errori".
"Istruitevi, aprite gli occhi e lasciate perdere i falsi miti", scrive Lo Giudice, che invita a "dare il giusto valore alla vita" perché poi, osserva, "sarà troppo tardi" e "le sofferenze resteranno soltanto a voi e alle vostre famiglie". "Ho visto tanti bravi ragazzi - aggiunge - perdersi senza capirne la motivazione e sono certo che, se potessero tornare indietro, non rifarebbero più gli stessi errori". Quindi, sottolinea, "abbiate la forza di dare una svolta alla vostre vite e non date adito alle millanterie dei quartieri perché prive di fondamento e fine a se stesse".
"Io ho perso la vita, la mia bella gioventù, l'amore dei miei figli e delle persone che mi amano veramente - conclude Lo Giudice - se avrò la possibilità mi godrò i miei nipotini, altrimenti accetterò di morire in carcere come la Giustizia ha deciso, ma vorrei essere curato e scontare la mia pena con la mia dignità, senza avere problemi".
soveratounotv.net, 2 dicembre 2019
Gli alunni dell'Ite Cambretta di Soverato delle classi 5 A Turismo e 4 B Afm, frequentanti il Pon 10.2.5 A- Fse Pon Cl 2018-242 "I giovani cittadini del futuro ... in una società globale della legalità" al fine di conoscere la realtà del territorio, nel pomeriggio del 26 novembre, accompagnati dalle docenti di Diritto Susanna Perri e Rossella La Rosa, rispettivamente esperto e tutor del progetto, hanno fatto visita alla casa circondariale di Siano sotto la guida attenta della Direttrice Dott.ssa Angela Paravati.
In accoglienza, la Direttrice dopo aver salutato i ragazzi ha illustrato loro la vita dei detenuti nel carcere dall'entrata ai momenti di socializzazione e momenti scolastici. La visita è proseguita alla conoscenza della struttura.
Al momento di varcare i cancelli della Casa circondariale i ragazzi sono apparsi silenziosi e visibilmente coinvolti. È stata una esperienza toccante perché il contatto diretto con i luoghi dove vivono quotidianamente i detenuti ha dato modo di trasformare le conoscenze teoriche in una significativa crescita personale. Soltanto conoscendo la condizione carceraria dei detenuti, i giovani studenti, si sono resi conto di quanto sia importante la rieducazione e il rimpianto per la perdita della libertà che è stata loro giustamente tolta per aver commesso un reato.
Gli alunni hanno continuato il percorso visitando le celle nella sezione di alta sicurezza dove hanno potuto cogliere la durezza di dover scontare la pena lontano dalla famiglia e dalla società e nello stesso tempo, visitando i laboratori di pittura, ceramica e riutilizzo di materiali di scarto, hanno potuto riflettere anche sull'importanza della forma rieducativa della pena.
Al rientro a casa durante il viaggio i ragazzi hanno espresso apprezzamento e gratitudine per aver vissuto questa esperienza di forte umanità che li ha emozionati nel pensare a quanto sia preziosa la libertà e il rispetto delle norme del vivere sociale.
Un ringraziamento per aver reso possibile questa esperienza formativa va alla Dott.ssa Angela Paravati direttrice della casa circondariale di Siano per aver guidato i ragazzi durante la visita, l'ispettore di polizia Granato Noè, l'educatrice Enza Di Filippo e tutti gli agenti penitenziari incontrati
di Giacomo Mameli
La Nuova Sardegna, 2 dicembre 2019
Nel libro in edicola curato da Luciano Piras il lungo tour della band nuorese nelle carceri sarde e della penisola. Gli antichi greci dicevano che "l'usignolo in gabbia non canta". Leggendo le novantasei pagine con trentatré capitoli di "Liberi dentro" di Luciano Piras che la Nuova Sardegna propone in edicola ai suoi lettori (prima edizione del 2010, adesso ristampato da Grafiche Ghiani e arricchito da una prefazione del cantante Roberto Vecchioni) si potrebbe parafrasare quel proverbio e dire che l'uomo non parla quando è in gabbia. Se è muto è basalto, non uomo. Gabbia-carcere dove, se non si parla, non si ha anima. Perché manca la parola, il verbum che è l'essenza del vivere.
Se non comunichi, se non sei libero di dialogare, non sei persona viva, non trasmetti sentimenti, siano pure di odio o di rancore. Una invocazione alla non punibilità? Assolutamente no. Si chiede con forza, con la passione civile e l'impegno etico che contraddistingue da sempre l'autore, che venga attuato l'articolo 27 della Costituzione. Chiede il rispetto del "senso di umanità" perché "le pene devono tendere alla rieducazione del condannato". Non è accettabile far vivere anche i responsabili di reati gravissimi in "carnai da terzo mondo".
La nostra Carta è quasi un'utopia, ma in quella direzione bisogna andare, insistendo come fa Piras, giornalista che ama stare vicino alle sofferenze delle fasce più fragili della società, i vip non gli interessano, ama strada e mercati, non i Billionaire. Basta leggere i numeri, le denunce delle commissioni d'inchiesta in campo regionale e nel resto dei penitenziari d'Italia.
Piras ripropone per i distratti un libro utile, da leggere e da meditare, dati di fatto, documentati riga dopo riga, racconta verità che scuotono. La cronaca recente ci ha svelato le torture atroci su Stefano Cucchi a Roma. Non è un fatto isolato. Casi altrettanto drammatici sono stati segnalati anche in Sardegna (vogliamo ricordare, per tutti, quel giovane di Fonni soffocato - anni Sessanta del secolo scorso - con un fazzoletto in stanze della polizia di Stato).
Disumanità? Certamente. Barbarie? Pure. Disprezzo del colpevole? Condizioni difficili per gli stessi agenti addetti alla sorveglianza? Ancora sì. Ma anche "questione di edilizia carceraria nelle strutture isolane e nazionali".
Vecchioni scrive: "La prima cosa che farei sarebbe proprio far sì che i luoghi di detenzione siano più umani, spazi più grandi, con molto tempo per leggere, per favorire la propria creatività". Le cose sono cambiate, migliorate, dopo i nuovi edifici fuori Cagliari e Sassari?
Purtroppo no. L'attualità di questo libro-denuncia è rimasta pressoché immutata. Siamo allo status quo ante, a quanto denunciavano dieci anni fa consiglieri regionali dotati di sensibilità (Bachisio Falconi, Maria Grazia Calligaris) o deputati (Guido Melis, Francesco Sanna).
La risposta positiva non c'è. In particolare per i giovani. Sandro Marilotti, ex direttore del "Cesare Beccaria" di Milano: "Il carcere attrae e contiene minori cresciuti nella povertà, nel disagio, ragazzi che rientrano nella fascia dell'emarginazione di scarto".
C'è spazio (breve) al sorriso con i concerti che - dopo tanto insistere - sono stati eseguiti dentro quelle gabbie dove, anche Oltre Tirreno, non canta e non parla l'usignolo-uomo. Bisogna esserci stati in queste "gabbie" e vedere gli occhi delle detenute e dei detenuti che ascoltavano note musicali, con le mani libere, liberi di parlare, di avere voce, di applaudire a un inno d'amore per una bambina assassinata. Concerti, poesie delicate e di umanità composte e musicate da Gigi Sanna pastore poeta e leader degli Istentales, con Luca Floris alla batteria, Tattino Canova basso, Pierfranco Meloni alle tastiere e Alessandro Damiano alla chitarra.
Canti nel solco dell'impegno civile, De André, Guccini con Bertoli. Aggiungete Maria Luisa Congiu decisa a esaltare "le virtù e la fierezza dei sardi". E finire con l'innovazione dei "fari accesi nella notte" e l'esperienza di "Lumeras" nata tra le campagne di Badde Manna di Nuoro davanti alla roccia bianca di Monte Corrasi di Oliena. E chi è uscito da quelle gabbie ha "visto lacrime andare verso il cielo".
cuneodice.it, 2 dicembre 2019
Da giovedì 12 a sabato 14 dicembre Saluzzo ospita la sesta edizione della rassegna nazionale di teatro in carcere "Destini incrociati", promossa dal Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, che raggruppa 33 compagnie teatrali provenienti da 16 regioni d'Italia, e dalla Compagnia "Voci Erranti" di Savigliano.
Per la prima volta in provincia di Cuneo (dopo Firenze 2012, Pesaro 2015, Genova 2016, Roma 2017 e Firenze 2018, ndr), l'appuntamento propone tre giornate di teatro con attori-detenuti che giungeranno nel Cuneese, in regime di massima sicurezza, provenienti dai carceri di Cosenza, Livorno, Pesaro, Palermo, oltre che di Saluzzo. Saranno proiettati, inoltre, gli spettacoli realizzati da altre 15 realtà carcerarie italiane, ma non mancheranno seminari, conferenze, mostre d'arte, dimostrazioni di lavoro.
"Destini incrociati", che vedrà la già sicura partecipazione di oltre 300 studenti provenienti da alcuni dei principali istituti scolastici della Granda, chiamati a prendere parte a laboratori di accompagnamento alla visione, si tiene con il patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, il Ministero di Giustizia/Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità e la Fondazione Piemonte dal Vivo con il contributo della Compagnia di San Paolo, della Cassa di Risparmio di Saluzzo e delle Città di Saluzzo e Savigliano. La rassegna è promossa in Rete da 22 organismi aderenti al Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, avendo come capofila l'associazione Teatro Aenigma. Per maggiori informazioni visitare il sito Internet vocierranti.org o telefonare al numero 340/3732192.
"Detenuti da tutta Italia, alcuni dei quali usciranno per la prima volta dal regime detentivo, giungeranno a Saluzzo e Savigliano nel corso della tre giorni. Il teatro in carcere è ormai in Italia un'esperienza matura sia sul piano artistico che organizzativo/progettuale, come dimostra anche il recente sviluppo del teatro negli istituti di pena per minori - afferma Grazia Isoardi, direttrice artistica della rassegna -. Evidenti sono poi gli sconfinamenti verso gli ambiti del cinema, della produzione video/fotografica ed editoriale; così come cominciano ad emergere esperienze di professionalizzazione di attori ex-detenuti".
La rassegna, che a Saluzzo coinvolgerà La Castiglia, l'antico palazzo comunale, il teatro civico Magda Olivero e la casa di reclusione, con un'appendice presso il Teatro Milanollo di Savigliano, sarà occasione per restituire un ampio panorama delle nuove esperienze drammaturgiche sperimentate da registi e autori professionisti che da anni lavorano nelle realtà detentive del Paese.
Si assisterà a spettacoli nati dalle narrazioni e dalle biografie dei detenuti, spesso direttamente coinvolti anche nel processo di scrittura e allestimento. Tra i personaggi più attesi che animeranno l'evento sono attesi Elvio Fassone, scrittore, già magistrato e componente del Consiglio Superiore della Magistratura che racconterà la sua corrispondenza, ancora viva, con un giovane condannato all'ergastolo; Angelica Corporandi D'Auvare, vedova del prof. Alberto Musy, che ha trasformato la propria personale vicenda di vita in uno spettacolo teatrale. Interverrà anche Ronald Jenkins, docente di teatro alla Wesleyan University di Middletown (Connecticut) che relazionerà su alcune esperienze lavorative condotte in carcere in USA e Indonesia sulla Divina Commedia di Dante.
"La diversità di queste esperienze rispetto al teatro istituzionalizzato - spiega Vito Minoia, presidente del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere - non appare come una moda teatrale, ma come una condizione genetica che ci consente di delineare un ambito di lavoro teatrale, con una forte connotazione artistica e al tempo stesso educativa e inclusiva, una zona pratica della scena contemporanea ricca di implicazioni sociali e civili. Tra gli altri spicca il dato della sensibile diminuzione della recidiva in chi fa teatro in carcere: si riduce dal 65 al 6%".
di Carmen Greco
La Sicilia, 2 dicembre 2019
Daniela Ferrarello vincitrice dell'"Italian Teacher prize" con i 30mila euro ricevuti ha comprato una stampante 3d per un progetto-mostra nella casa circondariale di Bicocca "Vietato Non toccare"
Catania, la prof. di matematica spende per il carcere i soldi del premio. I cancelli della Casa circondariale di Bicocca (diretta da Giuseppe Russo) si apriranno agli studenti delle Superiori per visitare una piccola mostra di macchine matematiche. Una mostra come spazio di incontro tra chi è libero e chi è in carcere, tra chi è presente e chi è assente.
L'hanno chiamata "Vietato non toccare" ed è opera di detenuti e professori che l'hanno realizzata grazie ad una stampante 3d. È quella comprata dalla prof. di matematica, Daniela Ferrarello, l'ideatrice del progetto, con i soldi del "Premio Nazionale Insegnanti - Italian Teacher Prize", gemellato con il Global Teacher Prize (una sorta di Nobel degli insegnanti).
Due anni fa era stata eletta fra i cinque insegnanti più bravi d'Italia (la sua scuola è la sezione dell'alberghiero "Wojtyla" all'interno della casa circondariale di Bicocca frequentata da 48 alunni, altri 25 fanno la scuola media e 35 la primaria) e i 30mila euro del premio li ha impiegati oltre che per la stampante, anche per libri, quaderni, penne. La stampante 3d è servita per costruire le macchine matematiche prendendo spunto dal Laboratorio di macchine matematiche dell'Università di Modena e Reggio Emilia.
Una cosa insolita per un carcere nel quale "i laboratori - sottolinea il responsabile dell'area pedagogica, Maurizio Battaglia, da 30 anni in questo settore - in genere sono di tipo umanistico, invece la matematica è uno strumento potente quando si parla di pedagogia della devianza, perché il rispetto delle regole, della logica matematica, sono un insegnamento".
Un progetto che ha coinvolto tutti all'interno della casa circondariale, a partire dagli agenti della polizia penitenziaria che hanno permesso di allestire tutto in sicurezza. Non è stato facile, infatti, portare determinati materiali all'interno di una struttura di alta sicurezza come quella di Bicocca.
La stampante 3d ha dato vita a macchine matematiche come la "Bottiglia di Klein" (il pezzo di apertura della mostra) o la leva di Archimede). Per il nastro di Möbius, è bastata una strisciolina cartonata bicolore larga qualche centimetro e incollata agli estremi dopo avergli dato un mezzo giro di torsione. Se si fa scorrere un dito sulla parte "esterna" ci si ritrova (senza sollevare il dito dal nastro) nella parte interna e non si capisce più quale sia il "dentro" e quale il "fuori".
In matematica si chiamano "superfici non orientabili", perché non hanno le classiche due facce con le quali siamo abituati a pensare quando guardiamo un oggetto. Il dentro e il fuori in questo tipo di superfici si fondono, anzi si confondono. Ma ci sono anche le macchine matematiche di Archimede, la leva, lo specchio parabolico, la coclea. Riprodotte tutte in 3d. Una piccola mostra con una grande visione, quella di fare della matematica uno strumento di libertà. Al progetto hanno collaborato i prof. del Dipartimento di Matematica dell'Università di Catania Flavia Mammana, Giuseppe Scollo, Rita Cirmi e Clelia Leotta, quest'ultima autrice della progettazione 3d e di una tesi su "Vietato non toccare", relatrice la prof. Ferrarello).
Un'idea geniale - le macchine matematiche - per "attraversare bordi" non solo fisici ma anche mentali. Le frontiere del pregiudizio, i muri delle certezze assolute, il bianco e nero, il giusto o sbagliato. Qual è il limite fra matematica e filosofia? Non a caso grandi filosofi sono stati anche grandi matematici.
"Mi piacerebbe che le persone fuori vedessero i detenuti anche come li vedo io: persone che sono anche "altro"- dice la prof. Ferrarello mentre mostra anche le macchine matematiche di Archimede. "La Sicilia non è solo terra di mafia (un altro "pregiudizio" da superare), ma anche di matematica. Pensiamo alla leva - spiega - può aiutare anche una piccola persona a sollevare il mondo, come diceva Archimede, uno che, da solo, difese la città di Siracusa contro i romani. Fare evolvere le persone non significa cambiarle. Se stiro un quadrato, trasformandolo in un rettangolo, le lunghezze non si mantengono, ma il parallelismo dei lati sì. Ecco, la scuola deve far crescere le persone e farle evolvere, pur cambiando alcune cose di noi, ma mantenendone altre".
Per la prof. Flavia Mammana dell'Università di Catania questa esperienza in carcere ha lasciato il segno, professionale e umano. "Quando mi hanno proposto di partecipare a questo progetto non ci ho dormito la notte - confessa - avevo paura di non riuscire. Poi ho capito che certe sfide vanno accolte perché spesso le partite vanno giocate".
Quella del laboratorio di matematica era una partita iniziata con nove giocatori, tanti erano i detenuti "iscritti" al progetto, e finita con tre per effetto di trasferimenti o di uscite. I tre che sono rimasti avranno adesso il compito di fare da ciceroni alle scolaresche e anche ai docenti che verranno a visitare la mostra. Un modo anche questo, per far dialogare direttamente il "dentro" con il "fuori".
di Luca Ricolfi
La Stampa, 2 dicembre 2019
Credo che, prima o poi, si arriverà a qualcosa che limiterà la circolazione gratuita e illimitata delle informazioni su internet. Potrebbe essere un "francobollo elettronico" sulla posta trasmessa via internet, o la nascita di un circuito parallelo a pagamento, e perciò stesso sostanzialmente impermeabile allo spam e alla violenza simbolica che infesta la rete.
In una società opulenta qual è diventata l'Italia sono certo che molti sarebbero ben felici di pagare un abbonamento, verosimilmente meno costoso di quelli del calcio, per proteggersi dal flusso di informazione indesiderata che ci tormenta 24 ore su 24.
È abbastanza incredibile che non sia ancora successo nulla, nonostante due fatti incontrovertibili: la circolazione illimitata di materiale sulla rete saccheggia la nostra riserva personale di tempo; la proliferazione dei messaggi di posta elettronica, attraverso l'iper-consumo di energia sui server, danneggia l'ambiente, che pure tutti diciamo di avere a cuore (un fatto noto da almeno un decennio, ma che, sorprendentemente, solo da poco sta ricevendo la dovuta attenzione).
Quando internet non sarà più una prateria unica, su cui tutti possono scorrazzare a piacimento senza regole e senza rispetto per gli altri, certi problemi che ora infiammano gli animi, come l'hate speech (i discorsi d'odio), finiranno per appassire.
Se mandare una mail o postare un messaggio avrà un costo, succederà quel che succede in tutti i campi in cui le risorse non sono illimitate: la scarsità delle risorse indurrà un loro uso più razionale, o semplicemente meno smodato. Ma nel frattempo? Nel frattempo come facciamo a difenderci dagli scocciatori e dagli odiatori?
Sugli scocciatori non ho idee. Temo che, come nella vita è quasi impossibile liberarsi di uno scocciatore, lo stesso valga per internet e più in generale per lo spazio pubblico (ad esempio gli stadi): lo spam, l'iper-comunicazione e il tifo sono quasi impossibili da schivare. Ma sugli odiatori, sui malati di aggressività e di cattiveria, una modesta proposta per difenderci ce l'avrei. Per illustrarla, però, devo partire da una triplice osservazione: primo, il grosso dell'odio si concentra su personaggi pubblici che, per una ragione o per l'altra, sono divenuti simboli di qualcosa; secondo, quando un personaggio pubblico è sotto attacco, i media danno un enorme risalto ai messaggi che lo riguardano; terzo, la diffusione sui media dei messaggi d'odio spinge altri odiatori a imitarli, entrando a loro volta in campo.
Ed eccomi alla proposta. Se vogliamo frenare la circolazione dell'odio, innanzitutto in rete ma non solo, la prima regola dei media dovrebbe essere: negare lo spazio. O, se preferite: non farsi strumentalizzare. Perché è un po' ipocrita indignarsi per la volgarità della comunicazione pubblica quando ci si presta quotidianamente a farle da megafono. È un circolo vizioso: i malati d'odio aspirano alla notorietà, ossia precisamente a ciò che gli autorevoli censori dei loro discorsi quotidianamente concedono loro.
Per un odiatore non è importante colpire il personaggio che odia, ma fare un salto di status grazie a un articolo su una quotidiano nazionale o a un servizio di un telegiornale. I media, spiace dirlo, sono i complici più utili degli odiatori.
Come i tossicodipendenti, che manipolano gli psicologi raccontando loro quel che questi ultimi si aspettano, così gli odiatori manipolano i media dando loro in pasto materiale che i media stessi - immancabilmente - non resistono alla tentazione di pubblicare e fare oggetto di "dibattito". Perché? Dovere di informare l'opinione pubblica? No.
Allo stato attuale non ci sono strumenti per stabilire in modo obiettivo dove stia andando il "fiume immondo" del web (così Massimo Cacciari nell'ultimo film di Elisabetta Sgarbi, Vaccini, nove lezioni di scienza). Tutto dipende dalle piattaforme che si monitorano, dalle parole-chiave che si utilizzano, dai periodi di tempo che si analizzano.
Non c'è alcun valore aggiunto, non c'è alcuna vera notizia, solo la stessa immota verità: sul web operano impunemente "legioni di imbecilli" (così li chiamava Umberto Eco). E allora perché pubblichiamo e dibattiamo di tutto? La realtà, temo, è che l'unica vera bussola del mondo dei media è suscitare emozioni, possibilmente quelle che favoriscono la propria parte politica. È questo che rende irrefrenabile l'impulso a pubblicare di tutto, anche se il pubblicarlo alimenta il male che si finge di voler combattere.
Ed è per questo la mia modesta proposta - tacere - non potrà essere ascoltata. Con questo non voglio dire che il silenzio, il rifiuto di dare visibilità alla miseria umana, sia l'unica via per combattere odio, disprezzo, volgarità. C'è almeno un caso in cui l'informazione, la discussione, anche l'indignazione, sono legittime, se non doverose.
Questo caso è quello in cui un personaggio pubblico, che ha fama, visibilità, potere, responsabilità, viola le regole minime del vivere civile, che sono fatte di rispetto, sensibilità, capacità di ascolto. In questi casi è bene parlare, perché l'odio o il disprezzo manifestato da chi ha più potere o più voce degli altri non sono neutralizzabili semplicemente ignorandoli, ma richiedono una risposta ferma.
Il punto delicato è solo questo: dobbiamo dare una risposta, ma dobbiamo darla a 360 gradi. Non si può trovare inaccettabili le cadute di stile dei nostri avversari, e sorvolare su quelle dei nostri amici, qualsiasi cosa ciascuno di noi intenda per avversari e per amici. Per quanto mi riguarda sono stato profondamente colpito da gesti come quello di Matteo Salvini, quando ha tenuto un comizio esponendo una bambola gonfiabile che rappresentava Laura Boldrini, o quando ha commentato la sentenza di condanna degli uccisori di Stefano Cucchi con la frase "la droga fa male".
Ma altrettanto mi ha turbato la campagna di odio di alcuni media e di alcuni intellettuali verso Salvini, dipinto ora come non-uomo, ora addirittura come "bestia". E ancor più mi ha sconcertato che un sedicente "artista" non abbia trovato di meglio che esporre un'opera d'arte (?) che raffigura Salvini stesso mentre spara a due immigrati-zombie, quasi che questa fosse la proposta politica della Lega in materia di immigrazione.
Finché non capiremo questo, e cioè che chi ha responsabilità pubbliche non può cavalcare la disumanizzazione dell'altro, ogni speranza di neutralizzare l'odio che circola in rete non potrà che andare delusa. Perché è la nostra faziosità che ci fa vedere il "fiume immondo" di internet non come qualcosa che possiamo sconfiggere ignorandolo, ma come una riserva infinita di strali con cui colpire i nostri avversari.
La Provincia Pavese, 2 dicembre 2019
Per il quarto anno Voghera si prepara al Natale con la rassegna dei presepi in sala Pagano: l'inaugurazione sabato 14 dicembre alle 17. Ancora una volta il clima natalizio sarà arricchito dalla possibilità di donare giocattoli usati e libri per i bimbi meno fortunati e dall'esposizione di un presepe realizzato dai detenuti del carcere.
L'evento è stato presentato in municipio: alla conferenza stampa hanno partecipato il sindaco Carlo Barbieri e il presidente del consiglio comunale, Nicola Affronti, la presidente della Consulta del volontariato, Costantina Marzano, l'educatrice Fortunata Di Tullio, la direttrice del carcere Stefania Mussio e il comandante del reparto di polizia penitenziaria Michela Morello; c'era anche il consigliere Claudio Zuffi con il volontario Giacomo Alloni.
"Continua questa bella tradizione, arricchita dal rinnovarsi della collaborazione con la casa circondariale", ha sottolineato il sindaco. I detenuti hanno realizzato una grande rappresentazione della Natività, di 15 metri quadrati di superficie. "Voghera apre sempre di più al suo carcere, è una svolta importante - ha detto Mussio. Il carcere è una realtà sociale e per farlo crescere è necessario l'aiuto del volontariato e delle istituzioni. Il presepe è stato realizzato quasi esclusivamente con materiale di riciclo". I presepi saranno visitabili (con ingresso gratuito), ogni giorno, dal 14 dicembre, dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 19.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 2 dicembre 2019
Michael Vella, 81 anni, padre di Daphne Caruana Galizia: "È cresciuta col pallino della verità". "Dafne è sempre stata di carattere forte. La prima dei miei figli, funzionava da apripista. Sin da bambina, se si metteva in testa un progetto doveva portarlo a termine. Aveva l'urgenza di dire la verità. Il suo assassinio è stato un trauma gravissimo per tutti noi. Ma forse servirà a cambiare Malta. Grazie al salvagente rappresentato dall'Unione Europea, probabilmente potremo creare una nuova democrazia, più pulita, più credibile".
Come molti anziani parla lento, Michael Vella. Ma la sua voce è ferma, lucida, lo sguardo diritto. Lui e la moglie Rose-Marie, entrambi 81enni, sono stati in piedi, silenziosi, dignitosi di una dignità che commuove, per le due ore della grande manifestazione ieri nel tardo pomeriggio nella cittadella de La Valletta.
La folla li rispetta, qualcuno va ad abbracciarli, i fotografi evitano di essere invadenti. Sono i genitori di Daphne Caruana Galizia, assassinata a 53 anni nell'ottobre 2017 perché dava fastidio a troppi potenti con le sue inchieste sui legami tra criminalità e politica. Le immagini della giornalista sono dovunque. "Mafia, mafia, mafia. Giustizia, giustizia. Il primo ministro Joseph Muscat e gli altri corrotti devono dimettersi subito", gridano in migliaia alle loro spalle. Alla fine, mentre la folla si disperde promettendo di rinnovare le proteste domani (oggi per chi legge), Michael Vella accetta di parlarci su di una panchina a lato della piazza.
Cosa le suggeriscono queste persone che inneggiano a sua figlia? Come si sente?
"Vedo che per la prima vota i maltesi parlano con una voce sola. Non colgo le solite divisioni di partito. Qui ci sono elettori laburisti e della destra conservatrice. Ma tutti chiedono la stessa cosa: la fine della corruzione, le dimissioni di questi politici prezzolati e l'avvio di inchieste serie contro i criminali, senza protezioni, senza collusioni con il potere del palazzo".
La morte di Daphne è vendicata?
"Non lo so. Dobbiamo andare avanti, insistere affinché il sistema giudiziario faccia il proprio dovere senza condizionamenti di sorta. I fatti sono gravissimi. È stato incriminato persino Keith Schembri, il braccio destro di Muscat. Ormai nessuno ha dubbi sull'evidenza che i massimi esponenti di questo governo hanno coperto, se non attivamente voluto, l'assassinio di mia figlia".
Un assassinio di Stato?
"Assolutamente sì. Ecco il motivo per cui occorre insistere. Le manifestazioni devono continuare. Quando Daphne fu uccisa noi restammo traumatizzati, ma non sorpresi. Poteva accadere, lo sapevamo. E ciò è inammissibile. Dobbiamo rifondare Malta".
I laburisti fanno quadrato attorno al premier. Che però proprio ieri in tv ha annunciato le dimissioni per il 12 gennaio...
"Alla manifestazione si è parlato di disobbedienza civile per ottenere i nostri obbiettivi e le dimissioni. Occorre passare dalle parole ai fatti".
Il ruolo dell'Europa?
"È il nostro salvagente. Se non ci fossero state le pressioni europee, la stampa europea, qui tutto sarebbe rimasto come prima. Io devo personalmente ringraziare l'ex presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, che subito dopo l'assassinio ci ha sostenuto, spingendo per l'inchiesta di polizia sorvegliata dalle commissioni di Bruxelles. Ha anche voluto intitolare a mia figlia la sala stampa dell'Unione Europea a Strasburgo".
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