di Liana Milella
La Repubblica, 12 gennaio 2020
A cominciare dagli "amici curiae" si potrà entrare nei giudizi, sarà possibile raccogliere ufficialmente pareri al di fuori del perimetro della Corte. E infine nei giudizi sollevati da un giudice potranno partecipare soggetti interessati che avranno accesso agli atti. La Consulta "ascolta le voci di fuori". Detto altrimenti "le voci di fuori entrano alla Corte". È questo il primo passo che compie la nuova presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia, la giurista milanese votata all'unanimità dai colleghi giudici l'11 dicembre.
In quei giorni, a far notizia, sembrava soprattutto il fatto che a presiedere il "giudice delle leggi" fosse, per la prima volta in Italia, una donna. Quasi oscurando l'identità giuridica di Cartabia, docente di diritto costituzionale che da anni lavora con i colleghi esteri, pronta a portare anche in Italia tutto quello che c'è di giuridicamente e proceduralmente utile in quelle esperienze.
Eccola, allora, mettere a segno la prima scommessa. Le "voci di fuori", ad esempio quelle degli "amici curiae", entrano alla Corte dalla porta principale. Dopo la pausa di Natale, Cartabia appone la sua prima firma su una rivoluzione, neppure tanto piccola, nei giudizi della Corte. Un'apertura all'esterno - appunto a cominciare dai cosiddetti "amici curiae" - che potranno entrare nei giudizi dai quali finora sono stati tenuti fuori, alla possibilità di raccogliere ufficialmente pareri al di fuori del perimetro della Corte, infine al fatto che nei giudizi sollevati da un giudice entrino anche in questo caso soggetti interessati che avranno accesso agli atti. Si tratta di cambiamenti destinati a trasformare, nel tempo, il meccanismo del giudizio costituzionale.
Le modifiche al regolamento, decise l'8 gennaio, saranno operative non appena verranno pubblicate sulla Gazzetta ufficiale. È una questione di giorni. Ovviamente riguarderanno i "giudizi futuri", certo non ancora la decisione del 15 gennaio sul referendum leghista, ma sortiranno l'effetto di aprire il palazzo, rendere le decisioni più partecipi rispetto a opinioni differenti, che fino a oggi avevano spazio soltanto sui giornali. Pensiamo a tutti i temi etici, dal fine vita, alla fecondazione, alle coppie gay, all'ergastolo.
In futuro invece, come accade nelle Corti europee, in quella dei diritti umani di Strasburgo ad esempio, gli "amici curiae" assumeranno un ruolo ufficiale. Scrive la Corte nella nota che ha reso pubbliche le novità: "Qualsiasi formazione sociale senza scopo di lucro e qualunque soggetto istituzionale, se portatori di interessi collettivi o diffusi attinenti alla questione in discussione, potranno presentare brevi opinioni scritte per offrire alla Corte elementi utili alla conoscenza e alla valutazione del caso sottoposto al suo giudizio".
Finora si trattava solo di memorie scritte, che per lo più restavano fuori dai giudizi. Come nel caso Cappato, quando la Corte a novembre ha deciso sull'aiuto al suicidio (che ha poi portato alla piena assoluzione di Marco Cappato). Un esperto come Massimo Donini aveva inviato dei pareri. Che però sono stati acquisiti solo in modo informale. In futuro quel contributo potrà entrare a pieno titolo nel giudizio e potrà assumere un peso nella decisione finale, dall'interno della Corte, e non solo come una qualsiasi opinione esterna.
Degli esempi? I sindacati, la Confindustria, l'Anci o l'Ance, associazioni come la Coscioni, Antigone, Scienza e vita, il Garante dei detenuti, tant'è che Mauro Palma, che oggi riveste quel ruolo, già promuove il passo della Corte. Nel novero rientrano tutti quei soggetti che fino a oggi hanno cercato di partecipare alle decisioni, ma sono stati respinti perché la Corte era chiusa all'esterno. Oggi, in linea con la lunga tradizione Usa, la stessa Corte si apre alle associazioni senza scopo di lucro. Vedremo se soggetti istituzionali come le authority potranno entrare nei giudizi. Anche gli "esperti di chiara fama" potranno diventare interlocutori ufficiali della Corte, qualora essa "ritenga necessario acquisire informazioni su specifiche discipline".
Un confronto che si svolgerà in camera di consiglio, alla presenza delle parti del giudizio. E proprio sulle parti del giudizio arriva l'ultima novità, sicuramente quella che farà più discutere, perché "nei giudizi in via incidentale, proposti da un giudice nel corso di un giudizio civile, penale o amministrativo, potranno intervenire anche altri soggetti, sempre che siano titolari di un interesse qualificato, inerente in modo diretto e immediato a quel giudizio". Oltre ai 15 giudici, all'Avvocatura dello Stato per conto del governo o delle Regioni, agli avvocati delle parti coinvolte, diventerà ufficiale la presenza di chi, a prescindere dal caso specifico trattato, avrà un interesse all'esito della decisione.
di Marisa Ingrosso
Gazzetta del Mezzogiorno, 12 gennaio 2020
Intervista al responsabile del Dap: "Quando ci sono momenti di squilibrio internazionale è facile immaginare dei riverberi anche all'interno degli istituti penitenziari". Il fragore dell'assassinio del gen. Qasem Soleimani in Iraq da parte delle Forze armate Usa è stato udito nitidamente in tutto il mondo islamico (e non solo), schiantandosi nel petto anche delle migliaia di detenuti presenti in Italia.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 12 gennaio 2020
Dunque la giustizia non funziona perché c'è troppa gente che fa appello. Non tutti lo dicono proprio apertamente (alcuni, i più disinibiti, sì): ma la teoria è appunto che la giustizia sarebbe affaticata per colpa dei troppi che impugnano le decisioni di cui sono insoddisfatti. E di qui il vagheggiamento, ma spesso proprio la proposta, di ridurre ulteriormente la possibilità che il cittadino chieda la riforma di un provvedimento ritenuto ingiusto.
È pur vero che i processi sono tanti (ma sono tanti anche perché c'è una selva di leggi che incriminano tutto), ed è vero che gestirli efficacemente è difficile. Ma dietro lo schermo tecnico di queste rappresentazioni lavora oscuramente una concezione speciale e inconfessabilmente incivile della giustizia, e cioè l'idea che la difesa non costituisca un diritto da proteggere ma una specie di riprovevole insubordinazione che bisogna reprimere: l'atto di rivolta compiuto da chi osa non piegare la testa davanti alla celebrazione di un rito che si pretende impassibile.
Chi chiede un secondo giudizio è dunque responsabile di una duplice colpa: quella di non accettare l'esito del processo, e quella di contribuire in tal modo ad aggravare il lavoro dei magistrati impedendogli di fare giustizia come si deve. Naturalmente, si spiega, con pregiudizio dei cittadini onesti, chiamati a pagare per l'intasamento provocato dai malvissuti che depositano ricorsi per conseguire impunità.
Il fatto che la Costituzione della Repubblica dica che la difesa è un diritto inviolabile importa abbastanza poco. Così come è trascurabile la precisazione che quel diritto è inviolabile "in ogni stato e grado del procedimento". Eliminiamolo, il diritto di ricorrere, di fare appello; e pace, poi, se a quel punto la nostra legge suprema proteggerà un diritto ridotto a un simulacro, perché non ha più nessuna sede di esercizio. Hai il diritto di pregare, ma ti smantello le chiese.
La verità è che l'esistenza di quel diritto è assai mal sopportata, e quel che si suggerisce è che ad esercitarlo possa essere a tutto concedere l'innocente, così trascurando di considerare che innocenti, sempre per Costituzione, devono essere ritenuti tutti almeno sino alla decisione definitiva. Un impiccio insopportabile, per alcuni, e infatti la loro pretesa è che diventi definitiva la decisione unica, un colpo e via. Il sospetto che il diritto di impugnare una sentenza protegga un bene più vasto e importante, e cioè che lo Stato non sia sfrenato e incontrollabile nel suo potere di infliggere la violenza del processo e della pena, è completamente estraneo agli intendimenti dell'apostolato giudiziario. Si preoccupano della possibilità che il colpevole la faccia franca, e sono indifferenti davanti alla certezza che con la preclusione del diritto di difesa è l'ingiustizia di Stato a farla franca.
ansa.it, 12 gennaio 2020
Operativo nuovo Ufficio centrale, modello esportato all'estero. Il lavoro in carcere costituisce "la via maestra" per il recupero e il reinserimento sociale dei detenuti. Ne è convinto il capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Francesco Basentini, che di recente, d'intesa con il ministro della giustizia Alfonso Bonafede, ha costituito e reso operativa presso il Dap una nuova unità, l'Ufficio centrale per il lavoro dei detenuti.
di Ricarda Concia
Il Riformista, 12 gennaio 2020
Mi permetto di intervenire nel dibattito sulle morti stradali, perché da 20 anni mi occupo in Germania di "reati stradali", della loro prevenzione e ho scritto migliaia di perizie. Cinquanta anni fa, nel 1970, in Germania abbiamo avuto più di 21.000 morti stradali, con 20 milioni di mezzi come macchine, moto, camion in circolazione. Nel 2017, 47 anni dopo, abbiamo avuto 3.180 decessi per incidenti stradali, ma nello stesso tempo 58 milioni di mezzi in circolazione e 20 milioni di abitanti in più. Questo significa quasi il triplo dei mezzi stradali in circolazione e nello stesso tempo l'85% dei morti in meno.
Come è potuto accadere tutto questo? La tecnologia, la maggiore sicurezza dei mezzi in circolazione? No, non solo. Abbiamo messo in piedi un sistema di prevenzione rivolto a coloro che hanno commesso infrazioni stradali legate all'abuso di alcool, droghe e infrazioni ripetute. Un sistema che guarda oltre la semplice sanzione amministrativa, abbiamo introdotto un percorso che prevede la sottrazione di alcuni diritti civili come la patente che per essere riacquistata necessita di un percorso terapeutico molto profondo.
Alla fine di questo percorso terapeutico/psicologico chi vuole riacquistare la patente deve sottoporsi ad una perizia medico-psicologica non prima di un anno dal momento in cui gli viene ritirata la patente.
Un anno è un tempo lungo, in cui la persona a cui è stata ritirata la patente si confronta con le problematiche legate al fatto che non può guidare la macchina, con tutte le implicazioni legate alla vita quotidiana (spostamenti, lavoro, mobilità, relazioni, doveri familiari). In questo anno il cliente si deve misurare con i suoi comportamenti "distruttivi" e dimostrare di aver compreso fino in fondo le ragioni delle sue azioni (guida in stato di ebbrezza, guida spericolata) e essere consapevole di dover avere un nuovo approccio alla vita e al rispetto delle regole. Attenzione, non si alimenta in nessun modo il senso di colpa o il rimorso, anzi, l'unico strumento è quello della consapevolezza. I periti come me, vengono accreditati da un ufficio pubblico legato al ministero dell'Interno. Sono nata nel 1966 e non ho conosciuto famiglia in Germania che non avesse un parente o un amico morto di incidente stradale.
Pensando alle tragedie di Roma e dell'Alto Adige, la mia esperienza mi induce a pensare che queste erano morti evitabili. La soluzione non può essere aumentare le pene, né il reato di omicidio stradale, perché già esiste in Italia come in Germania un reato che si chiama omicidio o omicidio colposo.
L'unico strumento è quello della prevenzione. Prevenire cosa? È molto triste per me sapere che i casi di Roma e dell'Alto Adige hanno a che fare con comportamenti recidivi. Cosa è stato fatto per aiutare i due ragazzi colpevoli a non ripetere un comportamento "distruttivo" per gli altri e per se stessi? Comportamento che li ha portati a uccidere degli innocenti e anche a distruggere le loro esistenze. Cari amici italiani è inutile girarci intorno, la maggior parte delle persone che provocano morti stradali per droga, alcool o eccesso di velocità hanno dei problemi. Si tratta di affrontare il problema da una ottica razionalistica: chi presenta i problemi di cui sopra è un pericolo per se stesso e per gli altri, si può affrontare solo collettivamente.
di Furio Colombo
Il Fatto Quotidiano, 12 gennaio 2020
L'implacabile calendario della Rete fissa con esattezza le ricorrenze e ti obbliga a celebrarle. Nei giorni scorsi sono cadute, e sono state ricordate di seguito, tre ricorrenze di grandi fatti che hanno segnato in modo aspro e profondo la vita italiana.
Parlo della strage di Piazza Fontana, della strage di Bologna e della uccisione mafiosa di Piersanti Mattarella. Impossibile non notare subito che, nella lista celebrata in sequenza di tre gravi crimini, solo uno (Mattarella) può essere definito con una parola (mafia) che i fatti successivi hanno confermato, in un contesto storico su cui hanno potuto lavorare e allargare la conoscenza dei fatti, giornalisti, giudici, storici e politica.
Piazza Fontana, mentre la racconti oggi per chi non sa o dimentica, era e resta un fatto misterioso che appare più grande col tempo, proprio perché non ha un contesto (chi c'era, chi voleva, perché?) e non ha colpevoli. Una fitta rete di depistaggi ha contagiato e squilibrato subito ogni possibile ricostruzione dell'evento, pattuglie diverse di imputati si sono susseguite, in inchieste e processi diversi, alla sbarra, e non ci sono mai stati eventi a cui si possano accostare le parole verità o certezza.
C'è voluto del tempo per passare dagli anarchici ai fascisti come presunti colpevoli. Ma il tempo e lo spazio si erano intanto dilatati al punto da isolare i fatti e trasformare la tragedia in faldoni, mentre l'attenzione si è voltata altrove. Si è sentito, questo sì, l'odore del potere, cioè la presenza di gente adatta per lavorare a una strage, gente che, almeno nell'ultimo ciclo di processi, non sembrava essere - o essere stata-tanto lontano dai mandanti.
L'odore veniva da destra, ma giornalismo, libri e giudici non hanno potuto approfondire o sapere di più. La roulette di quell'evento di morte gira ancora e la pallina non si è fermata. La strage di Bologna, un evento molto più grande in tanti sensi, si è diretta verso un esito strano: personaggi sproporzionatamente piccoli della brutta vita italiana di quegli anni, rivengono presentati con sicurezza come gli autori di un evento grandissimo, che avrebbe dovuto avere per forza (salvo disgrazia) mandanti capaci di pensare e ordinare un cambiamento brutale della storia italiana.
Invece ritroviamo di fronte al fatto più grave e arrischiato dello stragismo mai accaduto in Italia, affidato, come per caso, a dei giovani di passaggio, esperti solo in lotte fra bande armate, omicidi secondo decisioni personali o a scontri a fuoco con la polizia che li conosceva e li braccava. Viene in mente la domanda chiave: chi li ha mandati, considerata l'ampia scelta che gli organizzatori di un simile piano avrebbero avuto nel inondo febbrile e affollato de i tecnici dell'esplosivo, nei Paesi industriali e in Medio-Oriente in quegli anni?
È utile ricordare una vicenda americana (terrorismo interno) paragonabile a Bologna per assurdità della strage e numero delle vittime (168 morti, tra cui 20 bambini): l'esplosione che ha distrutto l'edificio federale di Oklahoma City, funzionari e pubblico, il 29 aprile 1995.Anche in quel caso la polizia federale si è orientata subito a destra, in questo caso nel mondo religioso-fondamentalista che due decenni dopo avrebbe votato Trump.
E ha puntato sul soldato McWeight, militante del culto, esperto di esplosivi, sulla base di una evidenza non smentibile. È stato lui a portare il furgone con l'esplosivo nel garage dell'edificio saltato in aria. E lo ha fatto nel "giorno della vendetta". Infatti il 29 aprile di due anni prima la polizia federale, nel tentativo di indurre alla resa il predicatore fondamentalista David Koresh che distribuiva armi ai suo i fedeli, aveva provocato l'esplosione dell'edificio e la morte di sessanta militanti (20 bambini).
Colpisce la differenza. Nella vicenda americana tutto è collegato e tragicamente ragionevole. La vicenda italiana ci presenta personaggi solitari e isolati che hanno compiuto una strage immensa senza che nessuno glielo abbia chiesto. Colpisce il fatto che l'ultimo processo di questi giorni, e l'ultima condanna all'ergastolo, tanti anni dopo i fatti che stiamo narrando, ci presenti un co-responsabile ancora più piccolo, ancora senza mandanti, spiegandoci che adesso la tragica storia ha avuto il suo sigillo finale.
Invece la storia resta intatta con i suoi personaggi di sempre: il bisogno legittimo e appassionato di verità delle vittime e per le vittime; la proclamazione dei colpevoli, personaggi senza potere, senza know how e senza legami conosciuti o almeno intravisti con gli ideatori di un delitto che poteva cambiare la storia. E un vuoto che fa paura e che oltrepassale risposte date finora, persino se fossero vere: che cosa c'era (e forse che cosa c'è) dietro questa tragica scena che forse non è finita?
di Fabrizio Ferrante
ottopagine.it, 12 gennaio 2020
Giovedì 9 gennaio una delegazione dei Radicali per il Mezzogiorno Europeo si è recata in visita nelle carceri napoletane di Poggioreale e Secondigliano. Presenti anche il deputato di Radicali Italiani, Riccardo Magi (a Poggioreale) e il garante dei detenuti della città di Napoli, Pietro Ioia, alle sue prime visite in carcere dopo la recente nomina.
Le due strutture presentano condizioni profondamente diverse e nel caso di Poggioreale sono apparsi evidenti i problemi legati al sovraffollamento, alla pulizia degli spazi e alla sanità erogata con tempi lunghissimi, un problema questo riscontrato anche a Secondigliano. Poggioreale ospita al momento 2080 detenuti laddove la capienza è di 1682 posti mentre gli agenti penitenziari sono 748.
La visita ha evidenziato profonde differenze anche fra i singoli padiglioni del maggior carcere napoletano: se le condizioni del padiglione Firenze (quello dei nuovi arrivi) e del nuovo padiglione Genova sono apparse incoraggianti, ben diverso è stato l'impatto coi padiglioni Livorno e Milano. Qui infatti si trovano celle con finanche nove detenuti stipati in spazi angusti con letti a castello a tre piani; riscaldamenti non sempre funzionanti e acqua calda disponibile solo poche ore al mattino, fino alle 10 circa.
Nel padiglione Milano appaiono gravissime le condizioni della struttura, delle celle e delle docce in comune, quasi completamente ammuffite e mal funzionanti. I detenuti hanno inoltre lamentato la presenza di topi e insetti negli ambienti. Situazione migliore a Secondigliano, una struttura più nuova che ospita 1422 detenuti in 1080 posti. Qui il sovraffollamento è mitigato dalla presenza di 180 semiliberi.
Le stanze sono quasi tutte da due con in più la presenza di alcuni cameroncini che ospitano tre detenuti. La delegazione ha visitato anche il polo universitario presente nella struttura, dove i detenuti hanno la possibilità di studiare e di laurearsi. Attive, grazie alla collaborazione con la Federico II, otto facoltà.
A Secondigliano vi sono 1.100 agenti su 1.080 di pianta organica ma a causa di mansioni diverse a cui molti sono destinati, ne sono presenti effettivamente appena 575. Al termine delle visite ispettive hanno rilasciato alcune dichiarazioni l'avvocato Raffaele Minieri, segretario dei Radicali per il Mezzogiorno Europeo e l'onorevole Riccardo Magi.
Questa la loro dichiarazione congiunta: "Il Governo e il Parlamento dovrebbero essere capaci di prendersi carico di un problema effettivo, gravissimo, che lede la dignità delle persone detenute. Questo populismo spinto impedisce di rendersi conto che esiste un problema vero che tocca da un lato la carne viva delle persone detenute e dei loro familiari e dall'altro lato la polizia penitenziaria e l'amministrazione. Infatti la situazione di Poggioreale è disperata e richiede un interesse effettivo e non di mera propaganda nell'interesse di tutti.
A Secondigliano la situazione è migliore, ma è evidente la difficoltà del personale che è di fatto inferiore a quello previsto dalla pianta organica perché impegnato in ulteriori incombenze. Siamo convinti che se l'opinione pubblica sapesse quali sono le reali condizioni del carcere si renderebbe conto che lì non si sta scontando una pena ma si sta ledendo la dignità dei detenuti e degli operatori.
In ogni caso il principale obiettivo è ridurre il numero delle presenze. In tal senso intendiamo impegnare la magistratura di sorveglianza, anche con il supporto della Corte Costituzionale, affinché faccia ciò che il legislatore per il momento non riesce a fare: dichiarare che la pena o è umana o non è".
Anche Pietro Ioia, garante dei detenuti della città di Napoli, è intervenuto al termine delle ispezioni rilevando che la struttura di Poggioreale è obsoleta e ha ribadito che andrebbe chiusa in quanto fatiscente e con enormi problemi legati alla sanità e al sovraffollamento, situazioni critiche che generano condizioni di ingiusta detenzione. Con l'occasione è stata anche annunciata la pubblicazione di report aggiornati su entrambe le strutture.
di Paolo Comi
Il Riformista, 12 gennaio 2020
La sentenza che condanna all'ergastolo Gilberto Cavallini, ex esponente dei Nar (il gruppo armato neofascista guidato da Giusva Fioravanti e Francesca Mambro) per la strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, è allo stesso tempo scontata e scandalosa.
Scontata prima di tutto perché senza mettere in discussione l'intero impianto che aveva portato, dopo cinque processi, alla condanna dei Nar (e di Fioravanti e Mambro che si sono sempre disperatamente dichiarati innocenti), era prevedibile che un processo celebrato a Bologna, dove il pregiudizio ha sempre avuto in materia la meglio sul giudizio, estendesse la responsabilità a Cavallini. Scandalosa perché proprio nel corso di questo processo sono emersi elementi che imporrebbero a qualsiasi giustizia degna del nome di rimettere in discussione quell'impalcatura, che era già fragilissima.
Conviene ricordare alcuni fatti. In un albergo di fronte alla stazione di Bologna albergavano nei giorni della strage una o più probabilmente due donne che adoperavano falsi passaporti cileni. Detti documenti falsi provenivano da una partita adoperata dal gruppo del terrorista venezuelano, ma già interno al Fronte popolare per la liberazione della Palestina, Carlos. Quel giorno, alla stazione di Bologna, era certamente presente un terrorista tedesco delle cellule rivoluzionarie legato allo stesso Carlos. A farlo sapere, pur negando ogni responsabilità nella strage, era stato lo stesso Carlos, una decina di anni fa.
È opportuno ricordare anche che la commissione parlamentare che si è occupata nella scorsa legislatura del caso Moro ha nel cassetto alcune informative del capoposto del Sismi a Beirut, colonnello Stefano Giovannone, ancora secretate, ma il cui contenuto è noto. Giovannone, nella primavera del 1980, preannunciava un imminente attentato in Italia, organizzato da una fazione dissidente del Fplp finanziata dalla Libia. Alcune settimane dopo, il principale agente italiano nel Medio Oriente, già uomo di fiducia di Moro, proseguiva informando della decisione di affidare l'attentato proprio a Carlos, che era per questo stato chiamato a Beirut e che si sarebbe avvalso però per l'esecuzione materiale di terroristi europei. In questa cornice, il ritrovamento dei passaporti falsi provenienti da una partita di documenti adoperati appunto da Carlos acquista un significato preciso.
Poi c'è la questione di Maria Fresu. Le perizie tecniche hanno fugato ogni dubbio sul caso della salma di Maria Fresu. La donna era nella sala d'aspetto della stazione dove esplose la bomba, con la figlia piccola e due amiche, una delle quali sopravvissuta. L'amica e la figlia erano state uccise non dall'esplosione ma dal crollo del soffitto. La sopravvissuta ha sempre ripetuto che Maria Fresu era vicina a loro.
Tuttavia la salma indicata come quella della donna era stata invece fatta a brandelli, come se si trovasse invece vicinissima alla bomba. Per decenni, di conseguenza, sono stati avanzati dubbi su quell'identificazione, senza trovare risposta. Stavolta, invece, è stato disposto l'esame del dna, che ha chiarito senza dubbi che quella salma non è di Maria Fresu. Si pongono così due interrogativi: chi sia la sconosciuta letteralmente polverizzata dall'esplosione e che fine abbia fatto Maria Fresu.
Per chiarire l'ipotesi che quei resti appartengano a un'altra vittima, col che troverebbe risposta almeno il primo interrogativo, sarebbero bastati cinque esami del dna. Tante sono infatti le salme compatibili con quei resti sin qui attribuiti erroneamente alla giovane mamma sarda. La corte, con l'equanimità e l'ansia di arrivare a una verità non predeterminata che ha sempre caratterizzato l'atteggiamento della procura e del tribunale di Bologna, ha deciso di non disporre quegli accertamenti.
In fondo, è stata la spiegazione, qui si giudica solo il ruolo di Cavallini. Verificare se alla marea di dubbi da sempre e da innumerevoli fonti avanzati sulla responsabilità dei Nar se ne dovessero aggiungere altri, ancora più corposi e forse decisivi, non rientrava nei compiti di quella corte. Ci penserà qualcun altro. Forse. Un giorno o a l'altro.
Nel prossimo decennio o magari in quello dopo ancora. La condanna di Cavallini è ingiusta ma non sorprendente. La sorpresa, peraltro insperata, sarebbe arrivata se una corte di giustizia avesse deciso di infrangere la menzogna di Stato che sin dalle prime ore dopo la strage, in assenza di qualsiasi indizio, aveva deciso che mettere la bomba dovessero essere stati per forza i fascisti.
di Lirio Abbate
L'Espresso, 12 gennaio 2020
L'ex Nar ribadisce la sua estraneità all'attentato del 2 agosto 1980 e in aula, prima della sentenza che lo ha condannato all'ergastolo, punta il dito contro Espresso e Repubblica: "È tattica della diffamazione". L'ex terrorista nero dei Nar, Gilberto Cavallini, condannato all'ergastolo per la strage della stazione di Bologna, prima di assistere alla lettura del dispositivo di sentenza della Corte di Assise, ha rivendicato in aula, con spontanee dichiarazioni, sue responsabilità passate, ma ha respinto ogni coinvolgimento in questo attentato del 2 agosto 1985 che provocò 85 morti e 200 feriti.
Ha rivendicato il suo ruolo violento per altri episodi, per i quali dice di stare pagando, e ha puntato il dito contro l'informazione, con i giornali del gruppo L'Espresso e Repubblica. Il pensiero del Nar Cavallini è quello di accusare platealmente l'informazione per le inchieste giornalistiche che sono state pubblicate e per le notizie che sono state raccolte sul coinvolgimento del gruppo dei neri in questa strage.
Cavallini ha sostenuto in aula che "è tutta strumentalizzazione che parte sempre da quei gruppi editoriali tristemente noti nel nostro Paese per la tattica della diffamazione, come il gruppo editoriale L'Espresso e Repubblica, che, non a caso, sono i referenti anche di molte persone qua dentro quando vogliono far sentire la loro voce".
Non si pente e accusa Espresso e Repubblica di "tattica della diffamazione". Le dichiarazioni in Aula del fascista condannato all'ergastolo per l'attentato del 2 agosto 1980Radio Radicale
Ecco, ancora una volta le nostre notizie vere e documentate fanno male ai protagonisti di queste storie che il giornalismo ha contribuito a far conoscere. E per questo motivo che continuano a diffondere pubblicamente il loro malessere per le nostre inchieste. È l'effetto del dito puntato. Se il giornalista colpisce con un sasso lo stagno immoto, il punto da cui partono i cerchi concentrici diventa l'obiettivo da colpire.
Vuole questo Cavallini? Basta puntare il dito. Se un giornalista scrive certe cose in un clima stagnante, con una parte della categoria che rinuncia a un'autonomia di pensiero e la stampa che è ferma a guardare, quel giornalista o quella testata si espone. È una vecchia storia. Una storia che l'Italia conosce bene, si ripete ogni volta che il lavoro del giornalista, spesso lasciato da solo a raccontare fatti scomodi, si scontra con gruppi di potere e vuole fare luce sulle zone d'ombra dove questi gruppi conducono i loro affari e le loro relazioni.
Nelle sue dichiarazioni Cavallini ha detto: "Se voi credete che dei ragazzini di poco più di 20, addirittura dei minorenni siano stati o siano la lotta armata o gli esecutori da parte di organi o gruppi di potere come la P2 o criminali come la mafia, come si sta cercando di far vedere in questi giorni a mio carico, fate un grosso errore e non fate un grosso servizio né alla verità, né al Paese". Ed ha aggiunto: "Poi io sono pronto a subirne tutte le conseguenze perché mi sono imposto di accettare tutto quello che mi viene e di offrire la mia sofferenza a Nostro Signore, quindi non mi lamenterò neanche di questo.
Però non accetto che tutto questo venga spacciato, presentato come una verità alla quale sia doveroso credere. Di quello che non ho fatto non mi posso pentire. Dico anche a nome dei miei compagni di gruppo che non abbiamo da chiedere perdono a nessuno per quanto successo il 2 agosto 1980. Non siamo noi che dobbiamo abbassare gli occhi a Bologna".
Cavallini è il quarto uomo della Strage della stazione come stabilito dalla Corte di assise. A questa decisione si è arrivati dopo sei ore e mezza di camera di consiglio, al termine di un processo durato quasi due anni, 40 udienze e una cinquantina di testimoni ascoltati. Già condannato a otto ergastoli per vari delitti, Cavallini è ora in semilibertà a Terni.
Difficilmente sconterà la nuova pena inflitta che prevede il carcere a vita, quando e se sarà definitiva, visti i 37 anni in detenzione. Ma la sentenza è comunque un tassello in continuità con la verità giudiziaria che vede come responsabili gli altri tre Nar Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, compagni d'armi di Cavallini detto "il negro", il meno giovane della banda. Il prossimo passo è verso i mandanti della strage.
Corriere della Calabria, 12 gennaio 2020
Al centro del convegno, organizzato dall'Ordine locrese con la presenza di autorevoli relatori, i temi della tutela dei diritti e delle derive giustizialiste dell'opinione pubblica. Si è svolto il Convegno dal titolo "I diritti fondamentali e la loro tutela - Il ruolo di magistrati e avvocati in tempi di crisi della Giustizia" organizzato dall'Ordine degli Avvocati di Locri.
I lavori introdotti e coordinati dall'avvocato Nicola Enzo Crimeni (vicepresidente dell'Ordine) hanno avuto ad oggetto l'attuale crisi della normazione penale disarticolata dalle premesse fondative liberali e che risponde a alla domanda di giustizialismo populista, con una compressione dei diritti fondamentali sacrificati in ragione delle richieste di vendetta sociale e di accanimento punitivo che mal si conciliano con la nostra Costituzione e con gli altri principi generali dell'ordinamento.
Ai saluti istituzionali dell'assessore comunale di Locri Anna Sofia, del presidente del Tribunale di Locri Rodolfo Palermo e del presidente dell'Ordine degli Avvocati di Locri Emma Maio, sono seguiti gli interventi dei relatori Vincenzo Ferrari (Ordinario di diritto privato dell'Unical), di Giovanni Bombardieri, procuratore della Repubblica Dda presso il Tribunale di Reggio Calabria, di Margherita Saccà, sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Cosenza e segretaria della sottosezione di Anm, e di Vincenzo Comi, vicepresidente della Camera Penale di Roma) i quali hanno delineato i vari aspetti della crisi del sistema in cui il legislatore demanda al ruolo interpretativo agli operatori del diritto, che nella diversità delle funzioni tra avvocatura e magistratura devono svolgere il compito arduo in un territorio come quello calabrese, dove spesso il cittadino ha un ruolo rinunciatario e rassegnato di partecipazione alla tutela della legalità.
Dalla discussione è emerso comunque una sinergica visione di denuncia della normazione penale non corretta nei vari settori così come di un necessario ed efficace sistema di tutela del cittadino che non deve aspettare anni per conoscere l'esito del giudizio che lo veda imputato o parte offesa.
Lo Stato deve garantire l'efficienza del processo che passa attraverso l'assunzione di giudici e operatori da destinare agli uffici giudiziari calabresi, ma soprattutto che completi e renda fruibili il nuovo edificio del Tribunale di Locri che come quello di Reggio Calabria delineano il fumoso e atavico impegno delle istituzioni per risolvere i basilari problemi del territorio, anche in raffronto al Nord dell'Italia dove si impegnano le risorse necessarie.
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