Ansa.it, 3 dicembre 2019
Si sta inoltre ratificando il Piano prevenzione dei suicidi. Dal primo gennaio 2020, nel carcere di Trento, ci sarà una copertura 24 ore su 24 dell'assistenza sanitaria da parte di un medico sempre presente. Si sta anche ratificando il Piano locale della prevenzione dei suicidi e delle autolesioni, che verrà firmato alla fine di quest'anno, per consentire alle varie componenti di essere coinvolte negli interventi riabilitativi e di prevenzione e tutela nei confronti dei detenuti.
Lo ha comunicato il direttore sanitario dell'Apss, Claudio Dario, al termine dell'incontro in Commissariato del governo in cui si è discusso della situazione del carcere di Spini, anche per fare il punto a poco meno di un anno dalla rivolta scoppiata dopo la morte di un detenuto che si era suicidato. "C'è stato già un adeguamento dell'assistenza infermieristica e c'è anche un importante presidio psicologico e psichiatrico, soprattutto ai fini di una riabilitazione dei detenuti più critici che con la chiusura degli ospedali psichiatrici, qualche anno fa, sono presenti nei nostri carceri".
di Silvia Morosi
Buone Notizie - Corriere della Sera, 3 dicembre 2019
Salvatore Torre ha 48 anni ed è in carcere da quando ne aveva 20. Ergastolano a Bollate (Mi), legge molto e scrive storie che sono state premiate. Intervista via mail: "La letteratura per interrogarmi sul mondo là fuori".
"Ricordo il fucile di precisione che uno dei tre emissari di mio padre mi lasciò per mirare [...], un primo assaggio del mondo reale della malavita. Avevo dodici anni, forse tredici". Così Salvatore Torre racconta in una pagina di Atonement - Storia di un prigioniero e degli altri (Espiazione) il suo avvicinamento alla vita criminale.
"Mio padre spesso ospite delle patrie galere e mia madre sempre al lavoro. Mi dava forza solo l'idea di essere parte di una comunità in cui sussistevano delle regole e dei principi ai quali ero tenuto a obbedire. Ereditai la mentalità malavitosa. L'avvicinamento al crimine organizzato fu una conseguenza. Meno scontata era la possibilità che io potessi concorrere a degli omicidi. Le cose invece andarono così".
Quasi cinquant'anni, ergastolano fine pena mai, in carcere da quando ne aveva venti, ha trovato anche nella letteratura - conosciuta e amata da quando è detenuto - un motivo per non arrendersi. In questo libro ha raccolto la sua storia e quelle di altri uomini e donne incontrati nelle carceri di tutta Italia, "vite come la mia, rovinate e rovinose".
Da qualche mese, dopo aver trascorso la maggior parte della sua esperienza detentiva in regime di Alta Sicurezza, si trova nel carcere di Bollate (Milano), in Media Sicurezza e possiamo dialogare con lui via mail: "Qui posso usare il computer dentro la cella, singola, colorata a mio piacimento, arredandola con scrittoio, cassettiera, mobiletto con scomparto per libri, ventilatore e tre vasi di piante". A Saluzzo "era possibile ricevere i libri solo attraverso il lavorante bibliotecario, finché non lo divenni io stesso".
Nella lettura ha trovato il suo rifugio, anche smettendo di fumare nel 1996, per la paura che alla pena si potesse accompagnare la malattia, una qualsiasi. L'istinto di conservazione "Da bambino - scrive - andavo a scuola di malavoglia, mentre l'insegnante spiegava io sognavo di imitare Tarzan.
La lettura, che non fosse quella dei fumetti per ragazzi, la scoprii durante quel mese trascorso in isolamento nel minorile di Messina. I ragazzi di Jo di Alcot, Kim di Kipling, Cuore di De Amicis, Il richiamo della Foresta di London e molti altri romanzi riempirono quelle ore di solitudine". Sulla parete della cella di isolamento del minorile, dove fu rinchiuso 32 giorni di fila, "scrissi qualcosa che avevo appena letto nel libro di Twain, una incitazione a non mollare che feci mia e sotto vi incisi il mio nome".
Alla letteratura - come strumento di salvezza - si avvicinò realmente durante la detenzione da ergastolano. "Fu dovuto, credo, all'istinto di conservazione: un ramo al quale aggrapparmi per non scivolare nell'apatia e nello squilibrio psichico".
Prima Verga, Stendhal, Maupassant, Dumas, poi il suo preferito, Dostoevskij, "capace di far emergere la nascosta umanità, i sentimenti più profondi e le speranze che agitano l'essere umano nei momenti di sofferenza. È attraverso la letteratura che ancora oggi continuo a interrogarmi sulla vita interiore e sul mondo fuori. La scrittura, invece, mi mette di fronte ai miei limiti, anche emotivi", spiega.
Il primo salto al pubblico è stato il Premio Goliarda Sapienza, nel 2011:"Da allora ho partecipato ogni anno e questo percorso mi ha portato a scrivere Atonement, un'occasione per guardare in faccia i miei fantasmi e non averne più paura". Certo, finché non prevarrà la cultura della rieducazione rispetto alla repressione, questo rimarrà il problema principale. Perché la pena realizzi il suo scopo dovrebbe "instaurare con il condannato un rapporto di fiducia che lo consapevolizzi del fatto che cambiare il suo comportamento deviante sia utile innanzitutto a sé", conclude.
"Ventotto anni dopo il mio ultimo arresto, colgo ogni occasione per raccontare a quel ragazzetto l'esistenza di un altro mondo possibile. Non mi sono arreso perché, nonostante tutto, sono innamorato della vita e ho un debito di amore verso mia madre".
Il carcere, conclude monsignor Dario Viganò, che ha conosciuto Torre e ha scritto la prefazione, "deve rappresentare per i reclusi un tratto dell'esistenza che ha come obiettivo non solo quello di pagare un debito con la giustizia, ma anche di individuare le strade possibili per una rinnovata esistenza, offrendo cammini di riappropriazione di sé. Papa Francesco su questo è chiaro: se si chiude in cella la speranza, non c'è futuro per la società".
Il Salvatore di oggi - insomma - non coincide con quello "cresciuto nella borgata di una cittadina siciliana ad alta concentrazione malavitosa, che passò dai giochi alle pistole, come un fatto scontato", conclude Antonella Bolelli Ferrera, curatrice del libro. Un uomo che "ha curato la mente e anche il corpo, smettendo di fumare, allenandosi e seguendo una dieta equilibrata".
E sorride: "Quando lo vai a trovare, non mancano mai un termos di caffè, biscotti e caramelle (in fondo, ti sta ospitando a casa sua), ma lui non tocca nulla, non si lascia tentare".
radiolaquila1.it, 3 dicembre 2019
È questo il titolo del convegno organizzato dall'associazione "Voci di dentro" Onlus e dal Rotary Club Pescara Nord con il patrocinio dell'Ordine dei Giornalisti dell'Abruzzo e della Camera Penale di Pescara, in programma giovedì 5 dicembre alle ore 15 nell'Aula Alessandrini all'interno del Palazzo di Giustizia di Pescara.
Interverranno l'ex magistrato Gherardo Colombo saggista, fondatore dell'associazione "Sulle regole", Umberto Curi professore emerito di Storia della filosofia all'Università di Padova e docente all'Università San Raffaele di Milano, Caterina Iagnemma dottore di ricerca in Diritto Penale all'Università Cattolica di Milano, Francesco Lo Piccolo giornalista, presidente di "Voci di dentro", Giuseppe Mosconi già Ordinario di Sociologia del Diritto all'Università di Padova, la giornalista Rai Angela Trentini autrice del libro "La speranza oltre le sbarre". Con la partecipazione di Rita Bernardini di "Nessuno tocchi Caino".
L'incontro, moderato da Fabio Ferrante di "Voci di dentro", sarà preceduto dai saluti di Massimo Di Cintio, presidente del Rotary Club Pescara Nord, del presidente del Tribunale di Pescara Angelo Mariano Bozza, del presidente della Camera Penale di Pescara Vincenzo Di Girolamo, e del presidente dell'Ordine dei Giornalisti dell'Abruzzo Stefano Pallotta.
Il convegno, pensato da Voci di dentro, associazione che da oltre dieci anni si occupa di carcere, vuole essere un momento di riflessione sul diritto penale sempre più lontano dai suoi paradigmi fondativi (tipicità del reato, proporzionalità eccetera) e sempre più vicino a una criminalizzazione di segmenti sociali (poveri, stranieri, immigrati).
I relatori da più punti di vista esamineranno le fragilità del principio della retribuzione, l'irriformabilità del sistema carcere sempre più discarica sociale, le distorsioni operate dai media nella rappresentazione della pena.
Concluderanno i lavori una serie di approfondite analisi sulla concezione della giustizia riparativa, sulle possibili ricadute nel sistema penale, sul perdono responsabile. Ai partecipanti saranno riconosciuti 4 crediti formativi professionali dell'Ordine dei Giornalisti d'Abruzzo e 3 crediti formativi dall'Ordine degli Avvocati di Pescara.
gonews.it, 3 dicembre 2019
Donate da cinque ditte del territorio consentiranno ai detenuti di spostarsi nei luoghi dove svolgono lavori socialmente utili. Sono state presentate questa mattina (2 dicembre) a palazzo comunale le 12 biciclette city bike a disposizione della Casa Circondariale "Le Sughere" di Livorno. Le biciclette sono infatti destinate ai detenuti che, nell'ambito del progetto "Mi riscatto per Livorno", svolgono lavori socialmente utili in città. La bicicletta permetterà ai detenuti di spostarsi più facilmente e raggiungere in minor tempo i luoghi di lavoro.
Al momento sono nove i detenuti - definiti di "media sicurezza" in quanto colpevoli di aver commesso reati minori - che lavorano a fianco di Aamps e dell'associazione Reset in lavori di pubblica utilità. Nei giorni festivi lavorano a fianco di Reset per la pulizia del parco delle Terme del Corallo, mentre nei giorni feriali svolgono attività presso le stazioni ecologiche ed in particolare presso i cassonetti con tessera collocati nel centro città per fornire informazioni utili ai cittadini. Prossimamente presteranno servizio anche presso il cimitero di Antignano.
A donare le biciclette sono state cinque ditte locali: Bikestore, Quattro Ruote, Lumar Impianti, Magraf e Piccolo Birrificio Clandestino che erano presenti alla cerimonia di consegna dei mezzi. Le biciclette, di colore giallo, portano tutte la scritta "Mi riscatto per Livorno", il progetto teso al reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti, finalizzato ad accorciare la distanza sociale tra chi si trova dentro il carcere e il resto della società.
I nove detenuti, selezionati da una equipe dell'area trattamentale del carcere, sono già attivi da alcuni mesi, ma la distanza tra la Casa Circondariale e la Stazione da dove partono gli autobus diretti ai luoghi di lavoro, rende difficoltosi i loro spostamenti. Da qui la dotazione di biciclette che faciliteranno il loro lavoro oltre a rivestire un ruolo di responsabilizzazione.
"Questo dell'utilizzo di un mezzo di spostamento come la bicicletta - ha sottolineato Patrizia Critti, funzionario giuridico pedagogico - rientra in un percorso di reinserimento del detenuto nel tessuto sociale. Il detenuto si sente utile ed impara un lavoro; al tempo stesso dandogli fiducia si assume delle responsabilità".
Presenti alla cerimonia di consegna delle biciclette, oltre al Garante dei Detenuti Giovanni De Peppo e l'Ispettore Superiore Emilio Giusti anche gli assessori Andrea Raspanti (Sociale) e Giovanna Cepparello (Ambiente) che hanno sottolineato l'importanza del progetto e la forte collaborazione tra Amministrazione e Carcere per far sì che la popolazione reclusa rappresenti una risorsa per il territorio.
di Giuliano Ramazzina
Il Resto del Carlino, 3 dicembre 2019
Preoccupata la senatrice Stefani (Lega): "Il ministero ci garantisca sicurezza". Le rassicurazioni di Gaffeo. "Abbiamo già avuto in paio di incontri in Prefettura e la situazione è sotto controllo".
È lo stesso sindaco di Rovigo, Edoardo Gaffeo, a confermare che nel carcere di Rovigo arriveranno cento detenuti per mafia, nell'ambito di un pacchetto veneto che ne porterà anche duecento nel carcere di Vicenza. Allo stato dei fatti, un centinaio sono già arrivati a Vicenza e una sessantina a Rovigo, ma nel giro di poche settimane tutti i posti di alta sicurezza delle due carceri saranno occupati da condannati per 416 bis, cioè associazione a delinquere di stampo mafioso.
Le rassicurazioni del sindaco però non possono ridimensionare l'esistenza di un caso che presenta implicazioni politiche, sociali e di organizzazione carceraria. Il problema è che sono arrivate in Veneto notizie circa l'arrivo di alcuni famigliari dei detenuti e quindi c'è preoccupazione in un regione dove si sono verificati casi di infiltrazioni mafiose col dubbio che adesso manchino uomini e mezzi per contrastare questo tipo di criminalità.
E la domanda che circola anche a Rovigo è perché si sia deciso di dirottare in Veneto un così elevato numero di condannati per mafia, e quali iniziative si intendano attuare per controllare che non s'infiltrino nel tessuto economico. Di questo stato d'animo si è fatta portavoce la senatrice della Lega, Erika Stefani, che ha presentato un'interrogazione al ministro della Giustizia, pensando a un'azione comune tra tutti i soggetti interessati per non sottovalutare le conseguenze che potrebbe avere l'arrivo in Veneto di un così elevato numero di condannati per mafia, 'ndrangheta, camorra e sacra corona unita.
"Con l'interrogazione - sottolinea la senatrice Stefani - chiedo quali iniziative il ministero intenda mettere in atto per garantire la sicurezza del territorio ed evitare contatti tra l'interno e l'esterno del carcere. Quello mafioso è un reato frutto di relazioni, da qui nasce l'associazione a delinquere". Che l'arrivo dei cento detenuti 'scomodi' crei preoccupazione è comprensibile, ma bisogna non sconfinare nell'allarmismo. Ne è convinto Giuseppe D'Alba dell'associazione Libera ed ex coordinatore.
"Questi - sostiene - sono condannati che stanno scontando la pena e che la scontino a Roma, Palermo o Rovigo poco cambia. Personalmente vedo il carcere come una possibilità di recupero, qualcuno pensa a ripercussioni sul territorio per la presenza dei parenti, ma abbiano gli anticorpi per gestire la situazione e quindi non serve creare allarmismo".
Il sindaco Gaffeo, su questa falsariga, non vede problemi di convivenza per la comunità locale. "Non credo che ci saranno - commenta - é chiaro però che occorre tenere alta l'attenzione e faremo tutto quello che serve per monitorare la situazione, ma non mi aspetto che ci siano sconvolgimenti".
Ma a livello di organizzazione carceraria siamo pronti a ricevere a Rovigo questo tipo di criminalità? Bastano più agenti o serve anche un'attività di intelligence sul territorio? L'Ussp, sindacato degli agenti di polizia penitenziaria ha messo subito le mani avanti. "Gli arrivi - afferma Leonardo Angiulli, segretario regionale del sindacato - necessitano di un potenziamento di personale. Numeri e carenze - osserva - che si assommano. Ora al caso Vicenza si aggiunge anche quello di Rovigo".
Insomma, mentre si sta completando il trasferimento dei detenuti, il piatto piange anche nel carcere rodigino. Si poteva evitare questo 'carico' non desiderato per la città? "La Polizia sa fare il proprio lavoro - conclude il sindaco Gaffeo - se hanno fatto una valutazione di questo genere vuol dire che con risorse aggiuntive ci sarà la possibilità di gestire in sicurezza la nuova situazione carceraria".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 dicembre 2019
Il Garante di Parma, Roberto Cavalieri, critica la struttura penitenziaria cittadina. Per la prima volta un detenuto al 41bis è stato scoperto con tre cellulari a disposizione: un IPhone e due apparecchi Android. Parliamo del camorrista Giuseppe Gallo, recluso al carcere di Parma e, dopo il ritrovamento, trasferito nel giro di 24 ore al carcere di Tolmezzo. Come ha potuto ottenere i telefoni visto la meticolosità dei controlli, quasi maniacale, per chi è recluso al cosiddetto carcere duro?
I controlli sui detenuti in regime speciale sono infatti maggiori rispetto a quelli effettuati sui reclusi normali: vi sono perquisizioni con il metal detector ogni volta che entrano o escono dalla cella, accompagnato dal controllo delle suole delle scarpe. In alcuni istituti - come ha osservato il Garante nazionale delle persone private della libertà nel suo rapporto tematico sul regime del 41bis, poi, è stata rilevata la prassi della perquisizione con denudamento (e talvolta anche con flessioni) non motivata da alcuna specifica situazione o provvedimento. Tale pratica era già stata criticata dalla Corte costituzionale che ne aveva censurato l'utilizzo consuetudinario di tale misura, considerandolo illegittimo, quando attuato in maniera sistematica e consuetudinaria.
Anche i colloqui con i familiari hanno regole ferree. Lo svolgimento dei colloqui visivi avviene presso locali adibiti, muniti di vetro a tutta altezza, tale da non consentire il passaggio di oggetti di qualsiasi specie, tipo o dimensione. Il chiaro ascolto reciproco da parte dei colloquianti viene garantito con le attuali strumentazioni predisposte.
Il detenuto può chiedere che i colloqui con i figli e con i nipoti minori di anni 12, avvengano senza vetro divisorio per tutta la durata, assicurando la presenza del minore nello spazio riservato al detenuto e la contestuale presenza degli altri familiari dall'altra parte del vetro. Ma il bambino viene comunque perquisito e detto colloquio è sottoposto a videoregistrazione ed ascolto. Anche i pacchi che i familiari possono spedire al detenuto, devono rispettare regole ferree e comunque vengono ovviamente ispezionati accuratamente.
C'è chi, approfittando della notizia di cronaca, parla di presunto alleggerimento del 41bis e mette sotto accusa alcune pronunce della magistratura. Ma non si capisce cosa c'entri il fatto del boss scovato con i tre cellulari, con le pronunce che hanno ridotto alcune misure inutilmente afflittive. Si pensi all'abolizione del divieto di vedere la televisione di notte, la possibilità di cuocere cibi, oppure quella di garantire le due ore di permanenza all'aria aperta.
Cosa c'entra tutto questo con i controlli mai messi in discussione? Si fa cenno anche alla famosa circolare del 2017 che ha previsto uniformità delle regole per tutti gli istituti penitenziari che ospitano il 41bis. In realtà lo stesso Garante nazionale ha osservato che la circolare ha destato alcune perplessità per la tendenza a una "omogeneità al ribasso che ha determinato, in generale, applicazioni più restrittive".
Proprio in tale circolare, infatti, si nota una definizione eccessivamente dettagliata di norme regolatrici della vita quotidiana. Anche in questo caso non si capisce cosa c'entri con l'eventuale detenzione illecita dei cellulari. Il caso specifico del recluso al carcere di Parma è ora oggetto di indagini e dovrà chiarire come sia stato possibile la detenzione dei tre cellulari.
Il Dubbio ha contattato il garante locale del comune di Parma, Roberto Cavalieri, il quale stigmatizza che questo ritrovamento sia il frutto e la conseguenza di una operazione di "smantellamento" del significato del regime dei 41bis cosi come sostengono alcuni giornali. "Trovo le ragioni di questa falla nelle condizioni di lavoro - spiega il garante Cavalieri - e della effettiva operatività del personale della Polizia Penitenziaria e dei Gom".
Il garante locale punta l'indice alla struttura del carcere. "Il problema - osserva Cavalieri - è la struttura del 41bis di Parma che è stato adattato nel reparto ex femminile sgomberato alla metà degli anni 90. Forse nessuno si è ancora accorto che dalle finestre dell'ultimo piano del reparto 41bis i detenuti possono vedere le finestre delle celle del nuovo padiglione. Cosa succederà quando questo nuovo padiglione sarò abitato?".
Il garante dei detenuti Cavalieri conclude con un auspicio: "È arrivato il momento di mandare altrove i detenuti 41bis e nel reparto che ora occupano aprire un centro clinico ospedaliero detentivo con servizi sanitari all'altezza dei bisogni dei detenuti di Parma e del Paese visto che arrivano da tutte le regioni detenuti con gravi patologie".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 3 dicembre 2019
Yasaman Aryani ha sfidato le leggi discriminatorie sul velo forzato in Iran e ora deve scontare 10 anni dietro le sbarre. Marinel Ubaldo, un'attivista delle Filippine, sta sollecitando il suo governo a dichiarare un'emergenza climatica e proteggere le generazioni future dagli impatti devastanti dei cambiamenti climatici dopo che la sua casa è stata distrutta da un tifone. Sarah Mardini e Seán Binder hanno collaborato come volontari a un'organizzazione di ricerca e soccorso in mare in Grecia e hanno portato in salvo alcune persone che si trovavano in una situazione di pericolo. Ma sono finiti in carcere con l'accusa di spionaggio, traffico di esseri umani e appartenenza a un'organizzazione criminale, fino al rilascio su cauzione nel dicembre 2018, in attesa del processo.
Loujain al-Hathloul, insieme a Iman al-Nafjan e Aziza al-Yousef, ha sostenuto pacificamente il diritto delle donne alla guida in Arabia Saudita. Per aver rivendicato pubblicamente questa vittoria, nella primavera del 2018 è finita in carcere. Nasu Abdulaziz aveva 23 anni quando degli uomini armati e con dei bulldozer sono piombati senza preavviso sulla sua comunità di Otodo Gbame, a Lagos in Nigeria, uccidendo nove persone e rendendo senzatetto almeno 30.000.
In favore di Yasaman, Marinel, Sarah, Seán, Loujain e Nasu Amnesty International ha avviato la sua più grande campagna mondiale di raccolta firme: Write for Rights. Fino al 21 dicembre sarà possibile sostenere questi giovani attivisti e le loro richieste. Le loro storie sono un esempio del ruolo di primo piano nei principali movimenti di protesta e per i diritti umani che i giovani hanno assunto negli ultimi anni. La campagna di raccolta firme "Write for Rights 2019" è su: www.amnesty.it
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 3 dicembre 2019
I due opposti schieramenti mostrano solo uno spicchio della nostra realtà, il dato di flusso. Ma ci sono almeno 650 mila irregolari che sopravvivono senza diritti né certezze. Il tanto dileggiato accordo maltese sui migranti, siglato a settembre con Germania e Francia, sta producendo qualche risultato nel ricollocamento degli ultimi arrivati: un esito positivo anche dovuto, si suppone, al sollievo, per talune cancellerie, di non trovarsi alle prese con Matteo Salvini; e tuttavia ancora assai scarso rispetto alle dimensioni reali del problema per noi italiani. Dimensioni che l'Europa continua a ignorare.
L'illusione ottica sui migranti, creata per opposti interessi dalla destra e dalla sinistra negli ultimi anni, ha infatti prodotto danni gravi all'immagine internazionale dell'Italia e all'efficacia delle sue posizioni. In un recente convegno sull'ascesa dei populismi europei, una intellettuale liberal autorevole come Anne Applebaum, americana naturalizzata polacca e dunque molto addentro alle vicende dell'Europa, ha avuto parole dure, su questo punto, persino verso il sistema italiano dell'informazione.
Spiegando di averci posto "sotto osservazione" nel 2018, ha comparato la copertura mediatica del tema, in crescita, con il crollo degli sbarchi (nel 2018, 23 mila contro i 119 mila del 2017: un calo poi rafforzatosi nel 2019). Da ciò ha dedotto che siano i media ad avere contributo col loro atteggiamento emergenzialista al successo del sovranismo nostrano: "In Italia l'immigrazione non è centrale, è qualcosa che i partiti sovranisti e populisti usano per guadagnare voti: la stampa la sovrastima".
Di certo in perfetta buonafede, la saggista premio Pulitzer ha quindi mostrato a giornalisti e professori del think tank Faith Angle Europe(riuniti a dibattere di Salvini e Le Pen, Brexit e Orbán, oltre che di tolleranza religiosa e Islam) solo uno spicchio della nostra realtà, esattamente quello che viene esibito ormai da tempo dai due opposti schieramenti politici: il dato parziale, di flusso.
Manca nell'analisi, a spiegare l'attenzione dei media italiani sul fenomeno, il dato di stock: ovvero i 600 mila migranti irregolari fuorusciti nel corso degli anni dal nostro pessimo sistema di accoglienza e rimasti incastrati da noi. Il numero (da rivedere al rialzo, per effetto perverso del problematico primo decreto Sicurezza voluto da Salvini quand'era al Viminale, e oggi arrivato ad almeno 650 mila irregolari secondo il ricercatore Matteo Villa dell'Ispi) racconta di una umanità dolente e clandestina che, rannicchiata in una sorta di limbo nelle pieghe delle nostre periferie, sopravvive senza diritti né certezze accanto ad autoctoni già ampiamente provati dalla crisi economica, generando tensioni, disagi, talvolta scontri tra ultimi e penultimi non certo inventati dai media. E descrive con efficacia anche la solitudine dell'Italia negli anni della grande crisi migratoria, quando le frontiere europee si chiusero attorno a noi per effetto del panico da jihadismo, lasciandoci a fronteggiare sbarchi e accoglienza come se non fossimo la vera frontiera Sud dell'Unione.
L'elemento singolare è che a questa illusione ottica hanno contribuito i principali attori della nostra scena politica per motivi contrari e simmetrici. Salvini, una volta arrivato al governo nel 2018, ha rimosso il dato di stock che aveva promesso di affrontare con decisione in campagna elettorale. La ragione è assai semplice: per diminuire quel numero così elevato bisogna fare molti rimpatri, che sono assai costosi e richiedono molti accordi bilaterali neppure abbozzati. In generale, occorrerebbe una strategia di piccoli passi concreti, poco remunerativa in termini di consenso.
L'allora titolare del Viminale ha preferito a suo tempo convogliare l'attenzione su poche decine di profughi di volta in volta bloccati per settimane sulle navi Ong al largo delle nostre coste, enfatizzando su quei numeri minuscoli il tema della "difesa dei confini". Ora, di nuovo in campagna elettorale, il leader della Lega continua a concentrarsi sui piccoli numeri (accusando il nuovo esecutivo di avere "riaperto" porti che non sono mai stati realmente chiusi) e si tiene ben distante dai 650 mila irregolari.
Per paradosso, pure la sinistra adesso al governo preferisce glissare, ben contenta che quei 650 mila restino invisibili (anche perché buona parte di essi è tracimata nel caos da un sistema retto da governi trainati dal Pd tra il 2013 e il 2017).
Evocare il problema in tutta la sua dimensione implicherebbe scelte dolorose e, ancora, foriere di scarso consenso nella base cui sembra rivolgersi il nuovo corso del partito di Nicola Zingaretti. E metterebbe i vertici del Nazareno di fronte alla necessità di coniugare la solidarietà con la sicurezza. Magari aprendo nuovi Cie come proponeva Marco Minniti prima di essere ostracizzato dai suoi stessi compagni di partito.
Di sicuro rendendo assai difficile innalzare di nuovo la bandiera dello ius soli. È verissimo, come sostiene Applebaum, che l'immigrazione in Italia (e non solo) è un contenitore in cui si convogliano svariate ragioni di ansia: la paura della miseria, il timore che venga rovesciato il nostro stile di vita, persino l'assenza di certezze in campo religioso.
Ed è vero che, se gestita, può invece divenire la linfa necessaria a rivitalizzare la nostra esangue società. Ma occorrerà fare patti chiari con i cittadini. Spiegare loro opportunità e rischi con franchezza. Qualcosa di diverso dalla cabala dentro cui abbiamo nascosto i veri termini del problema: sino a renderlo incomprensibile anche a chi in Europa, per buona volontà o calcolo, volesse perfino darci una mano.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 3 dicembre 2019
Lo ha chiesto Lamorgese al vertice Gai di Bruxelles. Critiche le organizzazioni umanitarie. "Non è in discussione il ruolo in prima linea dell'Italia nelle operazioni di salvataggio delle vite umane in mare", ma "servono regole più sicure e norme di condotta valide per tutti gli Stati, compresi quelli di bandiera" delle navi impegnate nei soccorsi.
A Bruxelles per il vertice dei ministri dell'Interno Ue, la ministra Luciana Lamorgese arriva con una proposta che punta alla creazione di un codice di comportamento per le operazioni Sar (ricerca e salvataggio) nel Mediterraneo. In sostanza qualcosa di simile al Codice Minniti che l'allora ministro Pd chiese - non senza suscitare polemiche - alle ong di sottoscrivere, esteso però agli Stati nella speranza di riuscire a vincolarli sia ai meccanismi di redistribuzione dei migranti, che nella certificazione delle navi private che svolgono attività di soccorso "in modo esclusivo e preminente". Definizione che, pur senza nominarle mai direttamente, lascia intravvedere nuove possibili restrizioni per le navi delle organizzazioni umanitarie. "Ci sarà un confronto tra tutti gli Stati che hanno dimostrato sensibilità su questi temi" ha spiegato la titolare del Viminale al termine del vertice.
Ogni decisione è rimandata al prossimo summit dei ministri dell'Interno previsto per gennaio. Nel frattempo si lavora per "responsabilizzare" soprattutto gli Stati di bandiera delle navi nelle operazioni di sbarco e successiva redistribuzione dei migranti. Stati di bandiera che devono impegnarsi anche nell'inquadrare sul piano giuridico l'attività delle imbarcazioni private, disciplinando con norme comuni a tutti i Paesi membri i "riferimenti tecnici" che devono possedere per poter svolgere attività di ricerca e salvataggio.
Non si tratta, quest'ultima, di una novità. Nei mesi passati Spagna e Olanda, ad esempio, hanno fermato ong come Open Arms e Sea Watch chiedendo loro di adeguare le rispettive navi alle nuove esigenze dettate soprattutto dalla politica italiana dei porti chiusi, che costringeva migranti ed equipaggi a lunghe attese in mare prima di potersi recare verso un porto sicuro. Adeguamenti tecnici che le ong hanno più volte contestato, spiegando di non essere traghetti o navi da crociera che devono provvedere a lunghi periodi di permanenza a bordo ma, per l'appunto, mezzi di soccorso che una volta effettuati i salvataggi devono far sbarcare al più presto i naufraghi. E anche ieri le prime reazioni alle notizie in arrivo da Bruxelles sono andate in questa direzione. "Un codice già esiste, è il diritto internazionale e le ong sono le sole che lo rispettano", spiega ad esempio Marco Bertotto, responsabile Affari umanitari di Medici senza frontiere. "Se l'Italia intende vincolare gli Stati al rispetto del codice internazionale siamo d'accordo, se invece il tentativo è quello di ostacolare le navi delle organizzazioni umanitarie allora stiamo andando nella direzione sbagliata". Sulla stessa linea anche l'avvocato Salvatore Fachile dell'Asgi, l'Associazione studi giuridici sull'immigrazione, per il quale "non si può chiedere alle ong di investire in tecnologie soldi che non hanno, soprattutto a quelle italiane. Farlo significa rendere impraticabile il soccorso in mare".
Al vertice non si è parlato della riforma di Dublino ma la necessità di modificare il sistema di asilo europeo, sponsorizzata in modo particolare dalla Germania che nei giorni scorsi ha presentato una sua bozza di nuovo regolamento, è stata comunque presente. Come confermato dalle parole di Margaritis Schinas, nuovo commissario all'Immigrazione, che ha incontrato il ministro dell'Interno tedesco Horst Seehofer insieme alla commissaria per gli Affari Interni Yilva Johanson: "Siamo totalmente in sintonia con la Germania", ha assicurato Schinas. "Abbiamo bisogno di questo accordo e lavoreremo sodo per ottenerlo".
Infine l'accordo di Malta sulla distribuzione dei migranti. Lamorgese si è detta soddisfatta dei progressi ottenuti. "Attualmente - ha spiegato - sono 10-11 i Paesi che hanno dato adesione a questo tipo di protocollo e negli ultimi sbarchi è accaduta una cosa che non era accaduta prima, vale a dire che la Commissione europea ha fatto la richiesta di redistribuzione in Europa dei migranti pervenuti sulle coste italiane".
di Marco Belli
gnewsonline.it, 3 dicembre 2019
Un patto a cinque fra autorità politiche, giudiziarie e penitenziarie di Città del Messico, Ufficio delle Nazioni Unite per la lotta alla droga e al crimine e Ministero della Giustizia - Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, per completare il processo di implementazione del "Programma di lavori di pubblica utilità nel sistema penitenziario di Città del Messico".
Il testo degli Acuerdos è stato sottoscritto oggi nella sede del Gobierno de la Ciudad de México dalla Segretaria di Governo Rosa Icela Rodríguez Velázquez, dal rappresentante dell'Ufficio delle Nazioni Unite per la lotta alla droga e al crimine Antonino De Leo, dal presidente del Tribunale Rafael Guerra Álvarez, dal responsabile del Sistema penitenziario dello Stato di Città del Messico Antonio Hazael Ruíz Ortega e dal capo della delegazione del Ministero della Giustizia - Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria Massimo Parisi.
Con il documento le parti si impegnano sostanzialmente su tre fronti: realizzare, congiuntamente con il potere giudiziario di Città del Messico, le linee guida operative del Programma; creare un gruppo di lavoro, integrato con i responsabili per l'ambiente, il lavoro, i servizi e la sicurezza della pubblica amministrazione locale, che si occupi di curare l'organizzazione dei lavori di pubblica utilità; pubblicare il Manuale delle buone pratiche del modello di reinserimento lavorativo a Città del Messico.
Il "Programma di lavori di pubblica utilità nel sistema penitenziario di Città del Messico", promosso dall'Unodc, punta a contribuire al processo di reinserimento sociale dei detenuti della capitale messicana, alla prevenzione della criminalità nonché alla riduzione della recidiva. L'implementazione si basa sul successo riscosso dal modello italiano "Mi riscatto per...", che punta ad apportare benefici all'intera comunità, consentendo di cambiare la percezione dei cittadini verso le persone private della libertà e che, infine, permette al detenuto di sentirsi utile, di aumentare la propria autostima e di ripagare il proprio debito con la società.
Venti i detenuti che sono stati selezionati e che in questi giorni stanno concludendo la loro formazione come curatori e manutentori di giardini e aree verdi: la primera brigada uscirà per la prima volta dal Centro penitenziario Ceresova fra la fine di dicembre e l'inizio di gennaio 2020.
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