di Mahya Karbalaii
L'Espresso, 12 gennaio 2020
Da quando sono cominciate le sanzioni i prezzi sono folli. A causa dell'aumento dei costi crollano i matrimoni, le cure dentistiche, gli sport. Lo scontro aperto coinvolge un Paese già stremato dalle sanzioni. E anche in questi giorni drammatici sembrano essere le preoccupazioni economiche in cima ai pensieri degli iraniani.
In Fadak Boulder Hall, Shiva inizia ad arrampicarsi su una via. Prima sistema le dita della mano destra su un appiglio e poi quella di sinistra. Avvicina il suo corpo al muro, premendo le dita dei piedi su due mini-appoggi. In una frazione di secondo, lancia il suo corpo magro ma muscoloso verso l'alto e afferra un appiglio. "Brava! Sei un mostro!", gridano le altre ragazze nella sala per incoraggiamento.
Tre giorni alla settimana la Fadak Boulder Hall in Piazza di Tajrish, a nord di Teheran, è riservata esclusivamente alle donne. Negli altri giorni della settimana, tranne il venerdì che è festivo, possono allenarsi gli uomini. Con la separazione dei sessi, le ragazze possono esercitarsi in top e pantaloncini. Arrampicarsi è diventato molto popolare negli ultimi anni, anche perché Teheran è circondata da montagne che offrono luoghi meravigliosi per scalare. Per la preparazione o durante l'inverno, tanti però si arrampicano nelle palestre.
"Da quando che le sanzioni sono tornate, le attrezzature per l'arrampicata sono diventate talmente costose che quasi nessuno può più iniziare", spiega Nasreen Abdolrahimi, 34enne, Campionessa asiatica di Ice e Dry Tooling. "Mentre un anno fa un paio di scarpe da arrampicata straniere costava 7 milioni di Rial (150 euro) oggi ne costa 40 milioni (circa 850 euro). Ora per 7 milioni di Rial puoi trovare solo un marchio iraniano. Ho acquistato la mia ascia per l'arrampicata su ghiaccio nel 2017 per 15 milioni di Rial. La stessa ascia oggi costa 180 milioni di Rial. I prezzi sono così folli, che cominciare questo sport oggi è assolutamente impossibile".
Nasreen, che si arrampica sin dalla bambina, lavora come allenatrice da 15 anni. "Nella nostra sala boulder, abbiamo avuto un'idea per far praticare più possibile questo sport: quando i ragazzi acquistano un nuovo paio di scarpe, chiediamo loro di donare le loro vecchie scarpe alla palestra. In questo modo, i nuovi arrivati possono iniziare l'allenamento senza i costi iniziali dell'attrezzatura".
Sebbene questa geniale idea abbia aiutato molti giovani a provare il Boulder, meno persone possono permettersi l'ingresso alla palestra, visto che la situazione sta diventando più dura in Iran. "Abbiamo sicuramente meno di metà delle iscrizioni rispetto a un anno fa", continua Nasreen, "Diverse persone hanno perso il lavoro e quindi non possono permettersi di pagare per lo sport o molti di loro lavorano su due turni o più ore e non hanno tempo di venire in sala". Shiva, che ha già fatto Top sulla via, si toglie le sue scarpe di marca La Sportiva. È un dentista e lavora in due ambulatori; uno nel centro della città e l'altro nel nord, il quartiere dei benestanti. Nei giorni in cui lavora al nord, viene ad arrampicarsi prima o dopo il lavoro, a seconda dei suoi turni. Con 18 anni di esperienza, guadagna molto più della media in Iran, ma anche il suo settore è influenzato dalle sanzioni, così come le sue entrate.
"I prezzi dei materiali per l'odontoiatria aumentano di settimana in settimana", spiega Shiva, "fino a due anni fa potevamo effettuare grandi ordini di materiale, oggi a causa dell'inflazione, i fornitori non lo accettano. Ad esempio, la scatola per l'anestesia del carpool costava 750 mila rial; oggi costa 4,5 milioni di rial. Il dental bonding ora costa 8 milioni di rial, mentre prima ne costava 3. I prezzi dei compositi si sono quadruplicati".
Sebbene Shiva e il suo partner provino a mantenere le loro tariffe più basse possibile per non perdere molti clienti, non c'è quasi nessuna richiesta di cure non essenziali come lo sbiancamento dei denti o l'ortodonzia. "Le persone ora vengono solo per problemi urgenti. Per adulti e bambini la situazione è diversa: mentre a volte gli adulti cercano di usare antidolorifici per un po', non esitano a portare i loro figli non appena hanno dolore a un dente. Tuttavia, anche qui vedi un cambiamento: oggi, si limitano solo a dove c'è un dolore e pospongono il fissaggio di un altro dente a quando c'è un vero problema".
Effettivamente le sanzioni stanno cambiando i modelli di consumo in vari settori. L'Iran è il secondo mercato più grande di cosmetici in Medio Oriente, dopo l'Arabia Saudita. Ma adesso i saloni di bellezza sono frequentati solo dalle famiglie ad alto reddito e per servizi che non possono fare da soli, come il taglio dei capelli.
Le cerimonie nuziali in Iran sono normalmente grandi feste in cui gli sposi spendono molti soldi per la preparazione in cosmetici e in abiti. "Anche in questo settore abbiamo meno clienti", si lamenta Fariba. "Se un anno fa, in un mese avevamo in media 15 spose, adesso abbiamo a malapena una sposa al mese". In realtà con la situazione che peggiora, tanti cercano di emigrare dal paese. Ma ci sono anche alcuni che cercano di sfruttare la mancanza di concorrenti e la crescente domanda per i prodotti che ora non entrano dall'estero.
"Le sanzioni hanno diversi effetti negativi nel breve periodo", spiega Ahmad Sadeghian, fondatore e membro del consiglio di amministrazione della società Tak Makaron, uno dei maggiori produttori di pasta in Iran, "Ma hanno anche buoni effetti a lungo termine. Se non abbiamo accesso ai mercati esteri per acquistare determinati beni, alla fine impareremo a produrli".
La carenza di materie prime straniere e anche i loro prezzi più elevati ha portato diversi produttori a sostituire le loro esigenze con la produzione locale. Questa nuova tendenza incoraggia i produttori locali a migliorare la loro qualità al fine di costruire un rapporto più forte con i loro nuovi clienti. "Il mercato dei prodotti iraniani è diventato abbastanza competitivo ora", continua Sadeghian, "inoltre, per far fronte alla nuova situazione economica, molte aziende iraniane hanno capito che se vogliono sopravvivere, devono gestire i propri costi. Alcuni anni fa, le persone potevano gestire la propria attività con minore attenzione alle spese. Tuttavia le recenti difficoltà li spingono a diventare più efficienti. Ciò spiega anche in parte perché alcune aziende hanno licenziato la forza lavoro in esubero".
La necessità di modernizzare i metodi di gestione attira alcuni consulenti dai paesi sviluppati da parte di tante aziende iraniane. Tak Makaron è un esempio che ha assunto degli esperti dal Belgio per poter produrre una farina di migliore qualità. "Attualmente i nostri consulenti vivono nella città di Yazd", afferma Sadeghian, "e trovano l'Iran pieno di potenzialità. Conosco altri consulenti stranieri in altre società. Puoi sempre trovare alcune persone nel mondo, che la pensano diversamente. Se dobbiamo imparare e migliorare, perché non dovremmo usare questi esperti?".
Ma, naturalmente, non è facile trovare quei manager che sono disposti a vedere il lato dinamico dell'Iran. "Durante l'ultimo periodo delle sanzioni, molti paesi partecipanti hanno perso un mercato considerevole", dice Alireza Kolahi Samadi, membro del Board of Representatives della Camera di commercio di Teheran. "Ad esempio la produzione dei pezzi d'auto: per decenni, i produttori iraniani sono stati affezionati ai prodotti tedeschi, ma durante le ultime sanzioni, siamo stati costretti a trovare queste parti altrove. Anche se inizialmente avevamo paura del mercato cinese, gradualmente lo abbiamo capito sempre meglio. Alla fine abbiamo identificato i produttori di qualità e stabilito una solida relazione con loro. Con la revoca delle sanzioni nel 2015 in alcuni settori non avevamo più bisogno di prodotti europei. Lo stesso scenario può ripresentarsi. Le collaborazioni con gli indiani si stanno sviluppando molto bene ora. Se sostituiamo i produttori europei, perché dovremmo cambiare in seguito?".
"Ogni paese desidera vivere in pace", continua Kolahi, "Ma ciò che in realtà gli Stati Uniti stanno imponendo a tutto il mondo, si basa solo sul loro potere economico. Bisogna chiedersi quanti dei movimenti statunitensi e le loro politiche estere sono legali a livello internazionale". Le industrie iraniane hanno imparato diverse lezioni dalla guerra di otto anni contro l'Iraq e dall'ultimo periodo di sanzioni nel 2012. L'Iran è un paese giovane con il 60% della popolazione di età inferiore ai 35 anni. Molti di questi giovani hanno un titolo universitario. Nel 2016, quasi cinque milioni sono stati scritti nelle università.
Ma oggi c'è la possibilità che l'Iran perda questi giovani. Non ci sono statistiche ufficiali su quanti iraniani lascino definitivamente il paese ogni anno. Ma secondo Hossein Abdoh Tabrizi, l'economista ed ex-Segretario Generale della Security and Exchange Organization of Iran, già nel 2018 1,5 milioni degli iraniani stavano aspettando il loro visto di emigrazione solo per il Canada e l'Australia.
Questa cifra equivale al 2% della popolazione totale e al 4 per cento di quelli di età inferiore ai 30 anni. Resta ancora sconosciuto quanti iraniani abbiano chiesto di emigrare in altri paesi e quanti richiedano asilo. Tuttavia, l'amarezza di questo movimento può essere sentita in uno scherzo che gli iraniani si raccontano: "La situazione nel paese è diventata tale che tranne Reza Pahlavi, il figlio dello Scià, che vive in America ma vorrebbe ritornare, tutti gli altri cercano di andarsene via".
di Tommaso Di Francesco
Il Manifesto, 12 gennaio 2020
Ora l'Iran ammette l'abbattimento del Boeing che ha provocato la morte di 176 civili anch'essi iraniani, molti con doppia nazionalità. Dopo l'intervento della guida suprema Khamenei che aveva chiesto "una indagine onesta e la verità" erano state consegnate a Kiev le scatole nere, e ora l'ammissione: "È stato un errore". Rialzano la voce sui duri del regime sotto tiro per l'assassinio di Soleimani, i moderati come il ministro degli esteri Zarif e e il premier Rohani che accusano: "I colpevoli pagheranno" e definiscono "imperdonabile" l'abbattimento. È quasi una resa dei conti. Anche perché è una specie di auto-bombardamento, per ora molto più pesante in termini di sangue di ogni ritorsione possibile che poteva arrivare da Trump.
Così, mentre il potere a Teheran anche per effetto dell'abbattimento del Boeing è sotto accusa e torna in piazza la protesta studentesca perfino al grido "Khamenei vattene", a Washington lo psycho presidente canta vittoria su tutti i fronti e mette in un angolo la timida protesta dei democratici, quasi archiviando il voto sul veto ai poteri di guerra presidenziali.
È lo stesso Trump del quale non riusciamo a dimenticare il ghigno furbastro, quando dopo avere annunciato dure risposte all'attacco pur "telefonato" dei missili iraniani contro la base in Iraq, ha detto con smorfia malcelata: "Qualcuno si è sbagliato", parlando del disastro del Boeing. Era quasi sorridente lo staff militare che gli stava intorno Casa bianca.
In un colpo solo, dopo l'uccisione di Soleimani, la risposta di Teheran - con tanto di informazione a Iraq e Usa del lancio dei missili - era senza vittime americane e allo stesso tempo gli iraniani si sono colpiti da soli "per errore". Poi ieri la verità e la sequela di orrore mediatico, non bastasse quello vero, che mette sotto accusa la sola "barbarie" iraniana che abbatte un aereo civile.
Quasi a voler dimenticare che la gerarchia della guerra, nella fattispecie americana, ha passate e presenti responsabilità - anche perché uccidere Soleimani, il numero 2 iraniano e leader in pectore del Paese, vuol dire dichiarare guerra all'Iran e di fatto dichiararla "zona di guerra". E poi come si può dimenticare l'abbattimento di un aereo civile iraniano con 290 persone a bordo (66 erano bambini) sui cieli dello stretto di Hormuz da parte di due missili della nave Vincennes nel 1988 contro quello che "per errore" l'aviazione Usa definiva un aereo militare. Nelle parole del presidente Ronald Reagan era stato "un atto di autodifesa verso quello che si credeva fosse un aereo militare iraniano", anche allora in una zona di guerra, dichiarata tale da Washington che contro lo "Stato canaglia" avevano armato l'allora "nostro" Saddam Hussein.
Uno stile, non dell'errore ma dell'"orrore umano" per il quale non c'è giustificazione che tenga, ma che a quanto pare viene fatto proprio anche dai militari e dai pasdaran di Teheran.
Perché quell'aereo o è stato scambiato per un inizio di raid aerei Usa contro obiettivi nella capitale iraniana; oppure - peggio e davvero sarebbe molto più criminale - è stato abbattuto perché tornando in difficoltà di volo all'aeroporto di partenza, rischiava di precipitare mettendo a repentaglio obiettivi militari sensibili.
Ecco che si riaprono troppe "zone di guerra" nella crisi iniziata con la scellerata eliminazione di Soleimani, l'uomo che ha guidato la campagna contro l'Isis in Siria e già interlocutore per gli stessi Stati uniti in molte aree di conflitto come l'Afghanistan. Senza dimenticare l'Iraq e la Siria dove non è ancora finita: ora a Baghdad manifestano perché vogliono un Paese non più sotto il gioco di Stati uniti e Iran; a Idlib invece Stato islamico e al-Qaeda festeggiano l'uccisione di Soleimani.
Non esistono più, se mai sono esistiti, obiettivi solo militari nella guerra. Nella modernità, almeno a partire dalla guerra civile americana, il poeta e scrittore Herman Melville testimoniò l'invenzione di cannoni e bombe al solo scopo di incendiare le città. Tanto più con la nuova guerra hi-tech con protagonisti computer e droni. Del resto le guerre "umanitarie" occidentali hanno avuto come scopo non dichiarato - è bastato chiamare le vittime civili "effetti collaterali" - di terrorizzare le popolazioni, trasformarle in fuggiaschi, spingerle a rivoltarsi e così isolare politicamente i governi nemici.
La "zona di guerra" nella globalizzazione dei conflitti trova una sanguinosa legittimità. Le consuetudini civili, la vita di tutti i giorni, le vie sotto casa e perfino il divertimento - a Teheran così si devono sentirsi anche grazie a Trump - in città, paesi e coste dove brulicano micidiali basi militari nascoste da parchi e boschi, sono a nostra insaputa da tempo diventate zone di guerra. Varrebbe la pena o no lavorare per la costruzione di "zone di pace"?
di Floriana Bulfon
L'Espresso, 12 gennaio 2020
"Per noi è come stare in prigione". Nei campi profughi continuano gli arrivi. Mentre la guerra in Siria continua e si dimentica la speranza di tornare a casa. Marea ha nove anni ed è barricata in tre metri per due di plastica bianca. Fuori una distesa di vite incagliate in un mare di fango. Marea però non le vede.
Chiude gli occhi e trema ogni volta che il vento scuote la tenda aprendo uno squarcio luce. È così da quando lo scorso ottobre nel suo giardino ha visto "il cielo piangere". Lo chiama così l'attacco turco che ha distrutto la sua casa a Qamishli in Siria. Da allora il suo mondo s'è chiuso in questa monade, d'unità assoluta e minimale. Settore D, n° 24 del campo rifugiati di Bardarash, nel nord est del Kurdistan iracheno.
È qui insieme a 10mila persone, in una terra dove i profughi si stratificano. L'ondata di curdi siriani cacciati da Recep Tayyip Erdogan e abbandonati dagli americani, si aggiunge a quella dei compatrioti iracheni scampati dalla furia di Daesh. Solo in questa provincia i campi che ospitano il popolo in fuga sono una ventina.
E ogni volta che la situazione sembra assestarsi, una nuova emergenza mette a dura prova il paese. A Bardarash avevano già iniziato a smontare, convinti che tutto fosse finito e invece si ricomincia e c'è persino chi come Ahmed vive un eterno ritorno: "Ho quindici anni ed è già la seconda volta che faccio avanti e indietro dalla Siria".
L'Organizzazione internazionale delle migrazioni nel 2008 parlava di un numero di sfollati interni "senza precedenti". Erano oltre 2 milioni. Oggi è ancora peggio: si sono aggiunti altri 230mila rifugiati come Ahmed e Marea. Sovrapposti l'uno sull'altro, mutano l'essere e lo stare mentre niente attorno sembra cambiare. Si muovono a tentoni cercando di inventare una quotidianità. C'è chi vende banane e sigarette portando le ceste di plastica al collo e chi come Ibrahim difende i libri dalla pioggia. "Avevo appena superato il test per accedere alla scuola di inglese. Mi ero impegnato tanto, invece ora non potrò inscrivermi", spiega.
Una donna gira tra le pozzanghere con una cartellina piena di fogli. "Non riesco a fargli usare altri colori. Solo il rosso e il nero. Questi bambini hanno paura delle luci e dei rumori perché pensano ai bombardamenti, vivono un senso di smarrimento". Anna Pelamatti è una psicologa e lavora per l'ong italiana Aispo, legata all'ospedale San Raffaele di Milano che qui gestisce un centro di salute mentale e sostegno per minori. Fuad urla e se la prende con tutti: a sei anni disegna sempre la stessa casa con dentro un uomo. Gli cadono i fulmini in testa. È suo padre, rimasto in Siria per difendere le poche cose rimaste. Haia invece colora di nero una guerriera che difende i bambini. In realtà è sua zia Sena. Ha quarant'anni e l'ha adottata. Sena cerca il cherosene che è già finito e guarda sempre in basso "perché ho vergogna di stare qui".
Arriva da Afrin, il cantone più a est del Rojava, il primo occupato dai turchi: "da lì siamo andate a Kobane, scappiamo da due anni. Da Daesh e da Erdogan che vuole terrorizzarci per far lasciare l'area libera così da ripopolarla. È un progetto di sostituzione etnica. Ma io voglio tornare per riprenderci la nostra vita". La mamma di Marea invece vuole tirare fuori dall'inferno sua madre e sua sorella. I trafficanti per portarle fino al confine chiedono 400 dollari. "Per scappare ho venduto gli orecchini d'oro, loro non li hanno". Altri pensano di scavare un buco sotto alla recinzione, vogliono raggiungere le case dei parenti. "Qui è come stare in prigione", dicono. Le forze di sicurezza pattugliano e concedono il permesso solo dopo accurati controlli, perché tra le tende potrebbero essere nascosti i terroristi del sedicente Stato Islamico, scappati dopo il collasso dei centri di detenzione siriani. La rete dell'Isis è già dispersa sui monti, nelle zone contese tra Baghdad ed il Kurdistan, e ha dimostrato di saper sopravvivere alle peggiori disfatte, adattandosi in fretta alle nuove condizioni sul campo per mettere a segno altri massacri.
Fuori dalla cinta del campo un signore cammina stretto nel suo completo blu. È elegantissimo, le scarpe lucide. Si chiama Samman el Daniel e ha un bel negozio di tende. È uno sfollato da Mosul, scappato proprio da quel Califfato "che non è un'organizzazione terroristica ma un'ideologia: se non viene combattuta su questo piano non verrà mai cancellata". È qui da tre anni. Guarda dentro Samman e si augura che "escano da lì e si rimettano in piedi".
Ritrovare la normalità e dover accettare che la normalità siano cimiteri e cemento spezzato di case distrutte in ondate di battaglie combattute fino alla morte. Ferite sempre aperte e tentativi di cancellare un mosaico di identità diverse per imporre un'unica etnia e una sola religione.
È la "terra adorata separata da un tratto sottile chiamato confine" evocata dal poeta Hemin Mukriyani. Oggi il Kurdistan iracheno è una regione indipendente e abbastanza stabile, ma segnata da anni di crisi finanziaria, stipendi del personale pubblico in ritardo e poche possibilità di lavoro. Una sessantina di chilometri a sud-ovest di Arbil, il campo di Makhmour ospita ancora 12mila curdi turchi fuggiti nel 1994 durante l'offensiva contro con il Pkk, il partito dei lavoratori di Ocalan considerato da alcuni paesi un'organizzazione terroristica.
Meno di duecento chilometri più a sud, a Barika, i rifugiati curdi scappati dall'Iran in un paio di decenni hanno trasformato una situazione precaria in permanente e hanno di fatto costruito una città. Accanto altri curdi fuggiti dalla guerra iniziata in Siria nel 2012. E poi arabi e yazidi iracheni: ad Asthi sono oltre 10mila. Rasha Ahmed è arrivata qui nel 2015, ha ventisei anni ed è separata. Era un'estetista prima che le bandiere nere negassero ogni possibilità di bellezza femminile. E allora si è data da fare.
In una tenda ha aperto il salone di cosmetica dove accorrono decine di donne. "Si chiacchiera e ci si trucca. Bastano due euro, vanno per la maggiore sopracciglia folte e mèche bionde. Ma per le grandi occasioni il make-up richiede ore". Accanto, tra bandoni di latta e insegne di organizzazioni umanitarie che nel tempo sono passate qui, si apre la magia. Una tenda atelier dove sono esposti abiti da sposa. Rasha compra stoffe in conto vendita e le confeziona. Prezzo medio 300 euro. "Perché qui ci si sposa, si fa anche festa ed è un diritto di tutte noi farci belle per vivere".
In fila ci sono una ragazza araba e una yazida. "Abitiamo insieme, ci stiamo riuscendo anche se Daesh ce lo voleva impedire, nonostante tutto non gliel'abbiamo permesso", spiega Murad Salih. Arriva dal Sinjar ed è un sopravvissuto, la gente è stata sterminata. Anche Murad si è inventato un lavoro perché "tutti vorrebbero tornare a casa, ma non possiamo. È pericoloso, i terroristi di Daesh stanno attaccando di nuovo, c'è il rischio che risorgano. E allora ho pensato di mettermi a disposizione, di aiutare a salvare esseri umani".
Murad ogni mattina apre le porte della clinica che fornisce assistenza medica, ginecologica e vaccinazioni di Emergency. È il loro logista: accoglie i pazienti, controlla il generatore di corrente, la presenza dell'acqua, ripara i piccoli e grandi problemi. Qui vicino a Sulimani, città verso il confine della frontiera iraniana, Gino Strada ha aperto anche un centro di riabilitazione. Era il 1998. I pazienti vengono sottoposti a trattamenti di fisioterapia, all'applicazione di protesi e possono frequentare corsi di formazione professionale per imparare un lavoro compatibile con la disabilità. Uno dei primi a ricevere aiuto è stato Muhamed Saied Dilashad, colpito da un razzo iraniano a inizio degli anni Ottanta. Da allora non ha più il braccio sinistro. Se ne sta seduto accanto a un ragazzino che indossa con orgoglio la maglietta del Napoli.
"Ciao, italiano?", gli sorride. Nulla da fare, tiene la testa bassa e trema. Muhamed lo consola: "Vedrai che potrai giocare a pallone". Daud è arrivato stamattina da un villaggio vicino a Mosul. Era in giro a portare le pecore ed ha appoggiato un piede su una mina. Ha perso la gamba sinistra e la mano. A quattordici anni. In questo centro di Emergency artigiani modellano sogni, fogli materici che diventano arti. Sono ortopedici come Shadman Murad-khan Shakaram. Quando aveva diciassette anni viveva ad Halabja, non lontano da qui.
"Era guerra da giorni, ma quando abbiamo visto gli aerei sembrava bello, perché non c'è stato un rumore forte. Abbiamo pensato "siamo fortunati, le bombe non sono esplose". E invece erano armi chimiche di Saddam Hussein. Ci siamo salvati solo perché eravamo poveri, vivevamo in periferia e il vento si è messo a soffiare dall'altra parte". Un'uccisione pianificata, nei villaggi sparsi tra le montagne al confine con Iran gli abitanti portano ancora i segni.
Shadman aiuta tutti perché si sente fortunato. E non importa che entrino anche iracheni che in quegli anni facevano parte dell'esercito oppressore. Qui si realizzano gratuitamente protesi per arti per riprendere la vita. Daud a fine giornata sorride. Il padre gli ha portato un pallone e lui tira un calcio forte contro il muro. Oltre duecento chilometri più in su Marea stringe con una mano la mamma e con l'altra la dottoressa Pelamatti. Un passo alla volta affonda nelle pozzanghere anche se fuori piove ancora.
Il Manifesto, 12 gennaio 2020
Testimonianza da un campo di prigionia per migranti in Libia, ricevuta e diffusa da don Mussie Zerai, presidente dell'Agenzia di cooperazione per lo sviluppo Habeshia. "Ci sentiamo abbandonati, molti di noi sono caduti in depressione, altri tentano la fuga per prendere la via del mare. Abbiamo casi di tentato suicidio, tra chi è qui da un anno e più".
Circa 650 persone, donne e uomini di diverse nazionalità di cui 400 eritrei ed etiopi, viviamo costantemente nella paura, perché sentiamo continuamente spari nelle vicinanze, noi chiusi qui, senza protezione, senza vie di fuga in caso di attacco, rischiamo la vita. Il nostro lager è usato anche come deposito di armi, questo fatto aumenta il rischio che diventiamo probabile obiettivo militare. Tra il 27 e il 28 dicembre 2019 hanno bombardato alcune strutture molte vicine al nostro, questo fatto aumenta il terrore che pervade tutti noi.
Dal punto di vista interno a questo lager, si può dire che viviamo in un porcile. Sono mesi che non riceviamo nulla per l'igiene personale, siamo costretti a bere acqua salata di cui non sappiamo la provenienza, problemi di salute sono all'ordine del giorno, i più gravi sono le persone colpite da Tbc, circa 40 persone, di cui dieci non hanno mai avuto nessuna assistenza, tre sono in condizione gravissime, di cui nessuno si sta prendendo cura, con il grave rischio di trasmettere a tutti noi la malattia. Si erano affacciati per un attimo medici, circa un mese fa, poi non li abbiamo più visti.
Noi abbiamo bisogno urgente di controlli medici, tutti, soprattutto che si prendano cura delle persone già in evidente stato di necessità, che li vediamo davanti a noi consumarsi, come se fossero delle candele arse dalla malattia, che li sta consumando da dentro.
Ora ci sentiamo abbandonati, molti di noi sono caduti in depressione, altri tentano la fuga per prendere la via del mare, tutto questo dalla disperazione in cui siamo lasciati a sopravvivere. Abbiamo casi di tentato suicidio, tra coloro che sono qui da un anno e più, costretti a spostarsi da un lager a un altro, senza vedere uno spiraglio per il loro futuro.
Poche settimane fa una donna malata che non ha trovato le cure è morta qui, anche una bambina di tre anni ha perso la vita dopo una caduta, per il mancato tempestivo soccorso è morta. Ecco da ogni punto di vista viviamo in pericolo costante, per non parlare delle privazioni, il degrado e le condizioni degradanti per la nostra dignità umana in cui siamo costretti a sopravvivere.
Chiediamo l'aiuto di tutte le istituzioni europee e delle agenzie umanitarie di mobilitarsi per trovare e mettere in atto un piano straordinario di evacuazione di queste persone vulnerabili che oggi si trovano nelle condizioni descritte dalle testimonianze che abbiamo raccolto. Ogni tentennamento e rinvio mette in pericolo la vita di centinaia di vite umane.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 11 gennaio 2020
"È offensivo porre il fine rieducativo della pena in contrasto col diritto degli innocenti ad appellare la sentenza". Riccardo De Vito, presidente di Magistratura Democratica e giudice di sorveglianza a Sassari, dissente criticamente dalle tesi prospettate dal consigliere del Csm, Piercamillo Davigo in particolare su quell'"anche" utilizzato per indicare la funzione rieducativa della pena.
di Simona Musco
Il Dubbio, 11 gennaio 2020
Differenziare tra condanna e assoluzione in primo grado, anziché risolvere un dubbio rischia di accrescerlo", spiega il presidente emerito della Consulta Cesare Mirabelli. "Differenziare tra condanna e assoluzione in primo grado, anziché risolvere un dubbio di legittimità costituzionale, rischia di accrescerlo, perché introduce un altro tema: la fine non solo della presunzione di innocenza ma anche dell'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge", spiega il presidente emerito della Consulta Cesare Mirabelli. Per il quale l'esercizio indefinito nel tempo della potestà punitiva dello Stato è e deve rimanere "impossibile", a garanzia "della posizione del cittadino" ma anche "di un giusto processo".
di Errico Novi
Il Dubbio, 11 gennaio 2020
L'idea di eliminare l'istituto solo per chi è condannato bocciata persino dall'ex pm. La cosa buffa dell'ennesimo day after sulla prescrizione è che la sospirata intesa non piace a nessuno. O quasi. Piace di certo a Giuseppe Conte che l'ha proposta, va bene tutto sommato al Pd che non era strafelice di mettersi all'opposizione di Salvini per una questione di principio sulla giustizia. Ma l'idea di ritoccare la riforma Bonafede nel senso di limitarla solo alle sentenze di condanna rischia di diventare problematica persino per il Movimento 5 Stelle.
di Glauco Giostra
Avvenire, 11 gennaio 2020
Legare la ragionevole durata del processo alla gravità del reato non è convincente. Necessario trovare una via di mediazione e affrontare il nodo delle responsabilità. Secondo l'italico costume, anche in tema di prescrizione del reato si è discusso con la stessa disponibilità al dialogo costruttivo che si manifesta tra opposte tifo serie allo stadio: interromperne il corso (come prevede, dopo la sentenza di primo grado, la norma ormai in vigore dal primo gennaio) sarebbe una dannazione secondo alcuni; una panacea, secondo altri.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 11 gennaio 2020
Nessun passo indietro sulla riforma che abolisce la prescrizione, ma al massimo una sua applicazione soltanto nei confronti dei condannati in primo grado; una legge che velocizzi i tempi dei processi; una norma con cui "poter chiedere conto del suo operato al magistrato che sfora i tempi in appello".
Sono queste le controproposte sulla prescrizione e sulla giustizia avanzate dal Guardasigilli Alfonso Bonafede agli alleati di governo (Pd, Italia viva, Leu) al termine del vertice di maggioranza di giovedì sera, che ha visto anche la partecipazione del premier Giuseppe Conte. Una partecipazione che sarebbe risultata decisiva a sbloccare l'impasse in cui erano di nuovo finiti i negoziati, ma che non ha evitato che alla fine i grillini elaborassero proposte dal carattere assolutamente generico, se non a tratti addirittura incostituzionale.
Pd e Italia viva esultano per la "caduta del totem della prescrizione", ma nessuno in fondo sa ancora quali sarebbero le misure ideate dal Guardasigilli per velocizzare la giustizia e garantire tempi certi, né tantomeno le norme che dovrebbero permettere un controllo disciplinare (con eventuali sanzioni) sull'operato dei magistrati ritardatari (e Dio solo sa quanto sia difficile in questo paese introdurre meccanismi effettivi di valutazione dell'attività delle toghe).
Quello che rappresenterebbe il principale cedimento di Bonafede e Conte, cioè l'ipotesi di distinguere fra sentenze di assoluzione e di condanna, confermando lo stop alla prescrizione solo nel secondo caso, in realtà rischia di configurarsi come una palese violazione del principio di presunzione di non colpevolezza stabilito dall'articolo 27 della nostra Costituzione: se si è considerati innocenti fino a sentenza definitiva, perché penalizzare i cittadini condannati solo in primo grado (e quindi formalmente ancora innocenti), gettandoli in pasto a processi molto più lunghi di quelli riservati agli "innocenti"?
La partita, dunque, resta ancora aperta, ma ciò che è certo è che il "cedimento", evidenziato con enfasi da una certa stampa e che ci sarebbe stato da parte dei grillini attorno alla riforma della prescrizione da loro approvata (con la Lega), in realtà si è tradotto finora nell'elaborazione di minime e vaghe proposte di modifica e nell'ideazione di una toppa peggiore del buco.
Al contrario, è evidente che l'eventuale adesione del Pd a queste proposte sarebbe un cedimento, in questo caso sì, di portata epocale rispetto ad alcuni princìpi costituzionali fondamentali e ai propri valori identitari di difesa dei diritti dei cittadini comuni. Sempre che, come notato ieri sul Foglio da Giovanni Fiandaca, i dem siano davvero culturalmente diversi dai pentastellati sul terreno penale. L'intervista rilasciata ieri al Dubbio da Franco Roberti, ex procuratore nazionale antimafia, oggi eurodeputato Pd ("Lo stop alla prescrizione non serve a nulla, bisogna eliminare l'appello"), rafforza questa triste sensazione.
A partire dalla prossima settimana, tuttavia, i dem saranno chiamati a prendere finalmente una posizione chiara. Da martedì in commissione Giustizia alla Camera si terrà la votazione sugli emendamenti e poi sul testo della proposta di legge del deputato di Forza Italia, Enrico Costa, che cancella la riforma Bonafede.
Un testo divenuto ancora più attuale dopo l'ipotesi avanzata da Conte e Bonafede di fermare la prescrizione solo per i condannati in primo grado: "Oggi il 48 per cento delle sentenze di appello riforma, in tutto o in parte, le sentenze di primo grado - ha ricordato Costa - Significa che l'appello ha una sua funzione ben specifica di controllo delle sentenze di primo grado che, una su due, vengono ribaltate o rimodulate. E cosa propone l'avvocato del popolo? Di fatto, di cancellare la celebrazione tempestiva del grado di appello e forse non celebrarlo mai. Inoltre si tenga conto che se c'è un condannato, di norma c'è una vittima del reato che non otterrebbe giustizia. Un obbrobrio incostituzionale".
Italia viva si è detta pronta a votare la proposta Costa. Il Pd non si sbilancia. Eppure, dopo essersi visti bocciare dai grillini l'ipotesi di introdurre una "prescrizione processuale" (cioè l'estinzione dell'azione penale qualora i processi durassero oltre il dovuto), i dem si sono visti rifiutare anche la proposta più morbida di sospendere il decorso della prescrizione dopo le sentenze di condanna in primo grado e in appello, per un periodo massimo di tre anni e sei mesi. Ora di fronte c'è un bivio: tocca scegliere.
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 11 gennaio 2020
La mediazione al vertice dell'altra notte: il doppio binario per condannati e assolti che piace ai dem. Non solo Piercamillo Davigo, consigliere del Csm, ma anche l'ex Procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha espresso dubbi di costituzionalità sul cosiddetto lodo Conte sulla prescrizione, che ha evitato giovedì sera, al fotofinish, la fumata nera per la maggioranza dopo un vertice tormentatissimo.
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