di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 3 dicembre 2019
Corte di cassazione - Sezione VI - Ordinanza 18 novembre 2019 n. 29925. Tra il bastone e la carota. Alla fine la maggioranza (con fatica e senza Italia Viva) trova la quadra sulla riforma del penale tributario. E, se per le imprese le modifiche approvate nel corso della notte sono sicuramente assai significative, per le persone fisiche il trattamento viene, in parte, ammorbidito. In dettaglio, l'obiettivo dei cambiamenti concordati tra ministero della Giustizia e Mef, è stato di non colpire con rigore eccessivo l'occasionale colpevole di delitti non caratterizzati da condotte fraudolente.
In questa prospettiva, si introduce l'estensione della causa di non punibilità del pagamento del debito tributario ai 2 delitti tributari più gravi, le 2 diverse ipotesi di dichiarazione fraudolenta, per le quali però contestualmente si aumentano sia i minimi sia i massimi di pena. In sostanza anche gli autori di questi 2 reati potranno, versando quanto dovuto più sanzioni amministrative e interessi, evitare di essere colpiti sul piano penale. A patto che il ravvedimento sia antecedente a qualsiasi attività di accertamento. Il che, in realtà, rischia di depotenziare la misura.
Si è poi attenuato l'aumento delle pene per i delitti di dichiarazione infedele e di omessa dichiarazione, pure in un contesto di inasprimento rispetto al regime attuale: per il primo reato infatti si lima di 6 mesi il massimo di pena, portandolo da 5 anni a 4 anni e 6 mesi. Un cambiamento non banale perché rende impossibile la custodia cautelare. E sempre sulla dichiarazione infedele, risorge, il decreto legge l'aveva cancellata del tutto, un'area di irrilevanza penale per le valutazioni che complessivamente considerate (non più singolarmente) differiscono di meno del 10% da quelle corrette.
Come pure l'abbassamento di 1 anno del massimo del carcere, da 6 a 5, sia nell'ipotesi del singolo contribuente sia del contribuente sostituto d'imposta, ha come conseguenza il fatto di impedire l'effettuazione di intercettazioni, alle quali invece il testo in discussione aveva aperto (come segnalato sul Sole 24 Ore del 26 ottobre).
Tramonta anche l'abbassamento delle soglie di rilevanza penale, che il decreto ha abbassato con la conseguenza di allargare l'area delle condotte sanzionabili, per le due fattispecie di omessi versamenti, Iva e ritenute. Resteranno così, in vigore quelle attuali, di 150.000 euro per le omesse ritenute e di 250.000 per omesso versamento dell'Iva.
Per quanto riguarda la confisca di sproporzione, per la quale l'ultimissima correzione della nottata esclude l'applicazione retroattiva, le modifiche approvate puntano a selezionare i reati più gravi in rapporto a due criteri alternativi, si spiega, a seconda della struttura del reato:
- per i reati che necessariamente richiedono, per la punibilità, il superamento di una soglia di evasione d'imposta (è il caso della dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici, e dell'ipotesi di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte), la confisca per sproporzione viene limitata ai casi in cui sia stata accertata una evasione di imposta superiore a 100.000 euro;
- per gli altri reati, la confisca per sproporzione viene limitata ai casi di emissione di fatture per operazioni inesistenti o di indicazione di elementi attivi inferiori a quelli effettivi o di elementi passivi fittizi per importi superiori a 200.000 euro. L'obiettivo è di limitare la misura a condotte che, in ogni caso, sono idonee a produrre un'evasione fiscale di entità rilevante, variabile a seconda dell'aliquota applicabile e comunque vicina, nella maggior parte dei casi a 100.000 euro.
Sempre sulla confisca di sproporzione, la misura è limitata alle persone fisiche condannate. La sproporzione riguarda i beni o le altre utilità di cui il condannato non può giustificare la provenienza e di cui, anche per "schermi", risulta essere titolare o avere la disponibilità a qualsiasi titolo in misura del tutto sproporzionata al proprio reddito. In applicazione della disciplina generale, chiarisce la relazione all'emendamento, il condannato potrà giustificare la provenienza dei beni sul presupposto che il denaro utilizzato per acquistarli è provento o reimpiego dell'evasione fiscale a condizione che l'obbligazione tributaria venga estinta.
Nuovo Sud, 3 dicembre 2019
"Da presidente della Regione, mi vergogno, dopo aver visitato questo istituto, di dire che questo sia un luogo di rieducazione. Chi sbaglia ha il dovere di pagare, lo Stato ha però il dovere di recuperare chi ha sbagliato e questo è certamente l'esempio peggiore".
Lo ha detto il presidente della Regione, Nello Musumeci, all'uscita dal carcere "Di Lorenzo" di contrada Petrusa ad Agrigento. Nei giorni scorsi, il governatore - facendo riferimento alla notizia delle violenze che sarebbero state perpetrate nei confronti dei detenuti, ospitati nel reparto di isolamento, - aveva scritto al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Sulle presunte violenze, la Procura della Repubblica di Agrigento ha anche avviato un'inchiesta.
"Al ministro vorrei dire tante cose e gliele dirò perché lo incontrerò e gli devo dire che quello di Agrigento non è il solo istituto che si trova in queste condizioni - ha aggiunto Musumeci. Quindi noi abbiamo la necessità, anche con il garante per i diritti dei detenuti nominato dalla Regione, di fare un quadro completo e presentarlo al governo centrale".
di Claudio Pelagallo
inliberauscita.it, 3 dicembre 2019
Anche quest'anno la Casa Circondariale di Velletri ha aderito all'iniziativa dell'associazione "Bambini senza sbarre", in collaborazione con il Ministero della Giustizia, che vede impegnati papà e bambini in una tenera partita di pallone. Una bella giornata di sole e sorrisi ha dato il benvenuto al mese di dicembre e dato il via a questa iniziativa che permette ai figli dei detenuti di condividere un momento di gioco con i propri papà a differenza dei formali colloqui che quotidianamente tantissimi bambini vivono, varcando le porte degli istituti penitenziari.
Questa mattina i bambini sono stati accolti dalla Direttrice, dal personale della casa circondariale e dai volontari dell'associazione Vol.a.re. iniziando, come tutti i campioni, con una bella colazione! Indossate le "maglie" sono stati accompagnati al campo sportivo dove ad attenderli c'erano i loro impazienti papà.
Un istruttore professionista ha dato il via ai giochi e così tra staffette, palloncini e goal si è condivisa una mattinata di sport e genitorialità, tutto supportato dal tifo delle mamme dei bambini, del personale di polizia penitenziaria e da altri detenuti. La mattinata si è conclusa con una bella merenda condivisa da tutte le famiglie all'interno dell'area verde, papà, mamme e i piccoli campioni che per qualche ora hanno vissuto un incontro diverso.
I genitori detenuti vivono una doppia privazione della libertà, la loro e quella dei loro figli, il mantenimento degli affetti e la genitorialità sono parte integrante del percorso del detenuto. I bambini allo stesso tempo hanno il diritto di vivere i propri genitori anche se detenuti e queste iniziative hanno l'obiettivo di garantire questi diritti, tutelando soprattutto i più piccoli.
xdi Claudio Pelagallo
inliberauscita.it, 3 dicembre 2019
Anche quest'anno la Casa Circondariale di Velletri ha aderito all'iniziativa dell'associazione "Bambini senza sbarre", in collaborazione con il Ministero della Giustizia, che vede impegnati papà e bambini in una tenera partita di pallone. Una bella giornata di sole e sorrisi ha dato il benvenuto al mese di dicembre e dato il via a questa iniziativa che permette ai figli dei detenuti di condividere un momento di gioco con i propri papà a differenza dei formali colloqui che quotidianamente tantissimi bambini vivono, varcando le porte degli istituti penitenziari.
Questa mattina i bambini sono stati accolti dalla Direttrice, dal personale della casa circondariale e dai volontari dell'associazione Vol.a.re. iniziando, come tutti i campioni, con una bella colazione! Indossate le "maglie" sono stati accompagnati al campo sportivo dove ad attenderli c'erano i loro impazienti papà.
Un istruttore professionista ha dato il via ai giochi e così tra staffette, palloncini e goal si è condivisa una mattinata di sport e genitorialità, tutto supportato dal tifo delle mamme dei bambini, del personale di polizia penitenziaria e da altri detenuti. La mattinata si è conclusa con una bella merenda condivisa da tutte le famiglie all'interno dell'area verde, papà, mamme e i piccoli campioni che per qualche ora hanno vissuto un incontro diverso.
I genitori detenuti vivono una doppia privazione della libertà, la loro e quella dei loro figli, il mantenimento degli affetti e la genitorialità sono parte integrante del percorso del detenuto. I bambini allo stesso tempo hanno il diritto di vivere i propri genitori anche se detenuti e queste iniziative hanno l'obiettivo di garantire questi diritti, tutelando soprattutto i più piccoli.
asgi.it, 3 dicembre 2019
È una figura cruciale per la tutela delle persone private della libertà, vanno valutate le competenze e la capacità di fare rete con il territorio, chiedono associazioni e garanti locali in una lettera al Consiglio Regionale del Piemonte.
Egr. Presidente, Preg. mi Consiglieri, il Consiglio regionale del Piemonte sta discutendo la nomina del nuovo Garante Regionale delle Persone detenute e private della libertà. Alla figura del Garante fanno esplicito riferimento alcune fonti di diritto internazionale come il Protocollo opzionale delle Nazioni Unite per la Prevenzione della tortura (Opcat).
L'adesione a tale protocollo prevede che lo Stato debba predisporre un meccanismo nazionale indipendente (Npm) per monitorare, con visite e accesso a documenti, i luoghi di privazione della libertà al fine di prevenire qualsiasi situazione di possibile trattamento contrario alla dignità delle persone. Per tale compito il Garante nazionale, coordina i Garanti regionali, dando ad essi "forme" e procedure comuni.
La quasi totalità delle Regioni italiane ha correttamente deciso di istituire la figura del Garante regionale, in Piemonte la legge istitutiva è la l. reg. 28/2009. Si tratta di un ruolo che necessita competenza e profonda conoscenza della materia, essendo la privazione della libertà il più delicato dei poteri che l'autorità pubblica può praticare sui consociati.
Quella del Garante è dunque una figura cruciale per la tutela delle persone private della libertà, di cui deve essere garantita l'indipendenza, come dimostrano recenti inchieste della magistratura. Si tratta inoltre di una figura con compiti gravosi e in continua espansione, dovendosi occupare anche della detenzione amministrativa e di ogni situazione di privazione della libertà de facto, si pensi all'ambito sanitario (Trattamenti Sanitari Obbligatori, internamento psichiatrico, case di cura per persone incapaci di intendere e volere).
Un ruolo che deve sapere "fare rete" con le istituzioni pubbliche e private che si occupano dell'esecuzione penale e della privazione della libertà e deve garantire che questa si svolga nei limiti della legge e nel rispetto dei principi costituzionali.
Siamo un gruppo di associazioni, professionisti e cittadini che da anni operano a vario titolo nell'ambito dell'esecuzione penale, e siamo preoccupati che la nomina di un Garante senza una reale e comprovata conoscenza della materia, possa screditare il suo stesso ruolo istituzionale e non essere funzionale agli obiettivi previsti dalla legge regionale. È proprio l'art. 2 della l.r. n. 28/2009 a prevedere che la scelta del Garante avvenga " Tra persone che abbiano ricoperto incarichi istituzionali di responsabilità e rilievo nel campo delle scienze giuridiche, dei diritti umani, ovvero delle attività sociali negli istituti di prevenzione e pena e negli uffici di esecuzione penale esterna o che si siano comunque distinte in attività di impegno sociale". In questo senso si erano già espressi i Garanti comunali piemontesi, in una lettera-appello inviata alcune settimane fa.
Chiediamo dunque che il Consiglio regionale valuti con attenzione le effettive competenze dei candidati alla carica, riservandosi, se necessario, un'attività istruttoria suppletiva. Chiediamo inoltre di poter essere ricevuti per approfondire le problematiche del sistema penitenziario piemontese e avanzare proposte sul ruolo della Regione e del Garante. Sperando che questa Nostra richiesta possa essere ascoltata, porgiamo distinti saluti.
Associazione Antigone Piemonte
ASGI - Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione
Associazione Volontari Penitenziari ODV, Ivrea
Associazione Itaca, Biella
CNVG (Conferenza nazionale Volontariato e Giustizia) - sede regionale del Piemonte
Osservatorio nazionale sulle condizioni detentive dell'Associazione Antigone
Strali - Avvocati per il contenzioso strategico
I Garanti territoriali del Piemonte
Paolo Allemano, Garante comunale di Saluzzo
Don Dino Campiotti, Garante comunale di Novara
Sonia Caronni, Garante comunale di Biella
Anna Cellamaro, Garante comunale di Asti
Bruna Chiotti, Garante comunale di Saluzzo
Rosanna Degiovanni, già Garante comunale di Fossano
Rosita Flaibani, Garante comunale di Vercelli
Paola Ferlauto, Garante comunale di Asti
Monica Cristina Gallo, Garante comunale di Torino
Manuela Leporati, Garante comunale di Vercelli
Silvia Magistrini, Garante comunale di Verbania
Armando Michelizza, Garante comunale di Ivrea
Paola Perinetto, Garante comunale di Ivrea
Davide Petrini, Garante comunale di Alessandria
Alessandro Prandi, Garante comunale di Alba
Marco Revelli, Garante comunale di Alessandria
Mario Tretola, Garante comunale di Cuneo
di Andrea Alberto Moramarco
Il Sole 24 Ore, 3 dicembre 2019
Corte d'appello di Roma - Sezione II penale - Sentenza 15 maggio 2019 n. 6346. In caso di detenzione o coltivazione di sostanze stupefacenti all'interno dell'abitazione del convivente, quest'ultimo non è imputabile per concorso nel reato se non viene dimostrato il suo apporto alla condotta criminosa del partner, anche in forme che agevolino o rafforzino il proposito criminoso, configurandosi in tal caso una mera connivenza non punibile. Questo è quanto si desume dalla sentenza della Corte d'appello di Roma n. 6346/2019.
Il caso - La vicenda oggetto della decisione riguarda una coppia di conviventi, trovati in possesso presso l'abitazione di proprietà della donna di un quantitativo di marijuana pari a 110 g. e a 19 piante di Cannabis Indica, da cui era complessivamente possibile ricavare oltre 380 dosi. Tratti a giudizio per rispondere del reato ex articolo 73 del testo unico in materia di stupefacenti (Dpr n. 309/1990) in concorso tra loro, i due venivano condannati dal Tribunale, che non prendeva in considerazione la tesi del consumo personale della sostanza, in relazione all'uomo, per la mancanza in casa sia di contanti che di buste di confezionamento; né la tesi dell'assenza di concorso nel reato, in relazione alla donna, per la mancanza della prova di un suo contributo alla coltivazione e custodia della sostanza medesima.
La distinzione tra connivenza non punibile e concorso di reato - Giunti in appello, il verdetto rimane immutato circa la posizione dell'uomo, per via del quantitativo sproporzionato rispetto alla finalità di uso personale, ma cambia nei confronti della donna. Ebbene, secondo la Corte d'appello nella fattispecie non si è in presenza di un concorso nel reato, bensì di una cosiddetta connivenza non punibile, ovvero quella situazione nella quale un soggetto è a conoscenza della commissione di un reato ma non arreca alcun contributo alla sua realizzazione, né sotto il profilo causale né sotto il profilo psicologico.
In altri termini, spiega il Collegio, come affermato dalla giurisprudenza di legittimità proprio con riferimento ai reati in materia di stupefacenti, si configura una connivenza non punibile "a fronte di una condotta meramente passiva, consistente nell'assistenza inerte, inidonea ad apportare un contributo causale alla realizzazione dell'illecito, di cui pur si conosca la sussistenza, mentre ricorre il concorso nel reato nel caso in cui si offra un consapevole apporto - morale o materiale - all'altrui condotta criminosa, anche in forme che agevolino o rafforzino il proposito criminoso del concorrente, caratterizzato, sotto il profilo psicologico, dalla coscienza e volontà di arrecare un contributo concorsuale alla realizzazione dell'evento illecito". Ciò posto, nel caso di specie, secondo i giudici, non è ben spiegato dall'accusa il tipo di apporto che la donna può aver dato alla consumazione del reato da parte del compagno, non potendo essere confusa la titolarità dell'immobile in cui è stata rinvenuta la sostanza stupefacente con una partecipazione effettiva all'azione criminosa.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 3 dicembre 2019
L'illecita concorrenza con violenza e minaccia, scatta quando gli atti, commessi nell'esercizio di un'attività commerciale, industriale o comunque produttiva, sono tali da contrastare od ostacolare la libertà di autodeterminazione dell'impresa concorrente. Questa la decisione, presa dalle Sezioni unite della Corte di cassazione, anticipata da un'informazione provvisoria, in attesa delle motivazioni . A rimettere gli atti al Supremo consesso era stata la terza sezione penale per dirimere un contrasto segnalato più volte dal massimario.
I dubbi riguardavano il perimetro applicativo dell'articolo 513-bis del Codice penale. Le Sezioni unite sono state chiamate a chiarire se la norma reprime solo le condotte tipicamente concorrenziali, come disegnate dall'articolo 2598 del Codice civile, "rafforzate" dalla violenza o dalla minaccia, oppure se il raggio d'azione si estende anche agli atti intimidatori comunque idonei ad impedire al concorrente di autodeterminarsi nella propria attività imprenditoriale.
Secondo un primo indirizzo, basato su un'interpretazione letterale, l'elemento oggettivo del reato starebbe nella sola repressione delle condotte illecite tipicamente concorrenziali e competitive, come il boicottaggio, lo storno dei dipendenti, il rifiuto di contrattare ecc. Azioni tutte commesse con violenze e minacce utili a inibire la normale dialettica imprenditoriale. Mentre non rientrerebbero nella fattispecie le intimidazioni finalizzate a ostacolare e contrastare la libera concorrenza di altri, ma al di fuori dell'attività concorrenziale. È il caso, ad esempio di un'aggressione diretta ai beni dell'imprenditore "rivale" o della sua persona, rispetto ai quali sono configurabili reati diversi da quello analizzato dai giudici.
Una tesi che guarda alla ratio della norma di tutela della libera concorrenza. Per il secondo orientamento invece è sufficiente l'uso della violenza e della minaccia, tale da impedire al concorrente di autodeterminarsi nello svolgere la sua attività commerciale, industriale o comunque produttiva. Il delitto c'è dunque, ed è questa la tesi abbracciata dalle Sezioni unite, con tutti i comportamenti attivi e impeditivi dell'altrui concorrenza, commessi da un imprenditore con violenza o minaccia che falsano il mercato e consentono di raggiungere, in danno al minacciato, posizioni di vantaggio sul libero mercato, che non dipende dalla sue capacità operative. Una conclusione che fa leva sull'intento del legislatore di reprimere le forme di intimidazione legate ala criminalità organizzata specialmente di stampo mafioso, per un altro verso l'interpretazione fa leva sul Codice civile che, oltre ai casi tipici di concorrenza sleale parassitaria o attiva, contiene una norma di chiusura secondo la quale sono concorrenza sleale tutti i comportamenti contrari ai principi di correttezza professionale che danneggiano le altre aziende. Da qui l'inserimento nella fattispecie esaminata non solo delle condotte tipicamente concorrenziali, ma anche tutte le intimidazioni che hanno lo scopo di ostacolare la libertà di concorrenza.
Ansa.it, 3 dicembre 2019
Si sta inoltre ratificando il Piano prevenzione dei suicidi. Dal primo gennaio 2020, nel carcere di Trento, ci sarà una copertura 24 ore su 24 dell'assistenza sanitaria da parte di un medico sempre presente. Si sta anche ratificando il Piano locale della prevenzione dei suicidi e delle autolesioni, che verrà firmato alla fine di quest'anno, per consentire alle varie componenti di essere coinvolte negli interventi riabilitativi e di prevenzione e tutela nei confronti dei detenuti.
Lo ha comunicato il direttore sanitario dell'Apss, Claudio Dario, al termine dell'incontro in Commissariato del governo in cui si è discusso della situazione del carcere di Spini, anche per fare il punto a poco meno di un anno dalla rivolta scoppiata dopo la morte di un detenuto che si era suicidato. "C'è stato già un adeguamento dell'assistenza infermieristica e c'è anche un importante presidio psicologico e psichiatrico, soprattutto ai fini di una riabilitazione dei detenuti più critici che con la chiusura degli ospedali psichiatrici, qualche anno fa, sono presenti nei nostri carceri".
di Silvia Morosi
Buone Notizie - Corriere della Sera, 3 dicembre 2019
Salvatore Torre ha 48 anni ed è in carcere da quando ne aveva 20. Ergastolano a Bollate (Mi), legge molto e scrive storie che sono state premiate. Intervista via mail: "La letteratura per interrogarmi sul mondo là fuori".
"Ricordo il fucile di precisione che uno dei tre emissari di mio padre mi lasciò per mirare [...], un primo assaggio del mondo reale della malavita. Avevo dodici anni, forse tredici". Così Salvatore Torre racconta in una pagina di Atonement - Storia di un prigioniero e degli altri (Espiazione) il suo avvicinamento alla vita criminale.
"Mio padre spesso ospite delle patrie galere e mia madre sempre al lavoro. Mi dava forza solo l'idea di essere parte di una comunità in cui sussistevano delle regole e dei principi ai quali ero tenuto a obbedire. Ereditai la mentalità malavitosa. L'avvicinamento al crimine organizzato fu una conseguenza. Meno scontata era la possibilità che io potessi concorrere a degli omicidi. Le cose invece andarono così".
Quasi cinquant'anni, ergastolano fine pena mai, in carcere da quando ne aveva venti, ha trovato anche nella letteratura - conosciuta e amata da quando è detenuto - un motivo per non arrendersi. In questo libro ha raccolto la sua storia e quelle di altri uomini e donne incontrati nelle carceri di tutta Italia, "vite come la mia, rovinate e rovinose".
Da qualche mese, dopo aver trascorso la maggior parte della sua esperienza detentiva in regime di Alta Sicurezza, si trova nel carcere di Bollate (Milano), in Media Sicurezza e possiamo dialogare con lui via mail: "Qui posso usare il computer dentro la cella, singola, colorata a mio piacimento, arredandola con scrittoio, cassettiera, mobiletto con scomparto per libri, ventilatore e tre vasi di piante". A Saluzzo "era possibile ricevere i libri solo attraverso il lavorante bibliotecario, finché non lo divenni io stesso".
Nella lettura ha trovato il suo rifugio, anche smettendo di fumare nel 1996, per la paura che alla pena si potesse accompagnare la malattia, una qualsiasi. L'istinto di conservazione "Da bambino - scrive - andavo a scuola di malavoglia, mentre l'insegnante spiegava io sognavo di imitare Tarzan.
La lettura, che non fosse quella dei fumetti per ragazzi, la scoprii durante quel mese trascorso in isolamento nel minorile di Messina. I ragazzi di Jo di Alcot, Kim di Kipling, Cuore di De Amicis, Il richiamo della Foresta di London e molti altri romanzi riempirono quelle ore di solitudine". Sulla parete della cella di isolamento del minorile, dove fu rinchiuso 32 giorni di fila, "scrissi qualcosa che avevo appena letto nel libro di Twain, una incitazione a non mollare che feci mia e sotto vi incisi il mio nome".
Alla letteratura - come strumento di salvezza - si avvicinò realmente durante la detenzione da ergastolano. "Fu dovuto, credo, all'istinto di conservazione: un ramo al quale aggrapparmi per non scivolare nell'apatia e nello squilibrio psichico".
Prima Verga, Stendhal, Maupassant, Dumas, poi il suo preferito, Dostoevskij, "capace di far emergere la nascosta umanità, i sentimenti più profondi e le speranze che agitano l'essere umano nei momenti di sofferenza. È attraverso la letteratura che ancora oggi continuo a interrogarmi sulla vita interiore e sul mondo fuori. La scrittura, invece, mi mette di fronte ai miei limiti, anche emotivi", spiega.
Il primo salto al pubblico è stato il Premio Goliarda Sapienza, nel 2011:"Da allora ho partecipato ogni anno e questo percorso mi ha portato a scrivere Atonement, un'occasione per guardare in faccia i miei fantasmi e non averne più paura". Certo, finché non prevarrà la cultura della rieducazione rispetto alla repressione, questo rimarrà il problema principale. Perché la pena realizzi il suo scopo dovrebbe "instaurare con il condannato un rapporto di fiducia che lo consapevolizzi del fatto che cambiare il suo comportamento deviante sia utile innanzitutto a sé", conclude.
"Ventotto anni dopo il mio ultimo arresto, colgo ogni occasione per raccontare a quel ragazzetto l'esistenza di un altro mondo possibile. Non mi sono arreso perché, nonostante tutto, sono innamorato della vita e ho un debito di amore verso mia madre".
Il carcere, conclude monsignor Dario Viganò, che ha conosciuto Torre e ha scritto la prefazione, "deve rappresentare per i reclusi un tratto dell'esistenza che ha come obiettivo non solo quello di pagare un debito con la giustizia, ma anche di individuare le strade possibili per una rinnovata esistenza, offrendo cammini di riappropriazione di sé. Papa Francesco su questo è chiaro: se si chiude in cella la speranza, non c'è futuro per la società".
Il Salvatore di oggi - insomma - non coincide con quello "cresciuto nella borgata di una cittadina siciliana ad alta concentrazione malavitosa, che passò dai giochi alle pistole, come un fatto scontato", conclude Antonella Bolelli Ferrera, curatrice del libro. Un uomo che "ha curato la mente e anche il corpo, smettendo di fumare, allenandosi e seguendo una dieta equilibrata".
E sorride: "Quando lo vai a trovare, non mancano mai un termos di caffè, biscotti e caramelle (in fondo, ti sta ospitando a casa sua), ma lui non tocca nulla, non si lascia tentare".
radiolaquila1.it, 3 dicembre 2019
È questo il titolo del convegno organizzato dall'associazione "Voci di dentro" Onlus e dal Rotary Club Pescara Nord con il patrocinio dell'Ordine dei Giornalisti dell'Abruzzo e della Camera Penale di Pescara, in programma giovedì 5 dicembre alle ore 15 nell'Aula Alessandrini all'interno del Palazzo di Giustizia di Pescara.
Interverranno l'ex magistrato Gherardo Colombo saggista, fondatore dell'associazione "Sulle regole", Umberto Curi professore emerito di Storia della filosofia all'Università di Padova e docente all'Università San Raffaele di Milano, Caterina Iagnemma dottore di ricerca in Diritto Penale all'Università Cattolica di Milano, Francesco Lo Piccolo giornalista, presidente di "Voci di dentro", Giuseppe Mosconi già Ordinario di Sociologia del Diritto all'Università di Padova, la giornalista Rai Angela Trentini autrice del libro "La speranza oltre le sbarre". Con la partecipazione di Rita Bernardini di "Nessuno tocchi Caino".
L'incontro, moderato da Fabio Ferrante di "Voci di dentro", sarà preceduto dai saluti di Massimo Di Cintio, presidente del Rotary Club Pescara Nord, del presidente del Tribunale di Pescara Angelo Mariano Bozza, del presidente della Camera Penale di Pescara Vincenzo Di Girolamo, e del presidente dell'Ordine dei Giornalisti dell'Abruzzo Stefano Pallotta.
Il convegno, pensato da Voci di dentro, associazione che da oltre dieci anni si occupa di carcere, vuole essere un momento di riflessione sul diritto penale sempre più lontano dai suoi paradigmi fondativi (tipicità del reato, proporzionalità eccetera) e sempre più vicino a una criminalizzazione di segmenti sociali (poveri, stranieri, immigrati).
I relatori da più punti di vista esamineranno le fragilità del principio della retribuzione, l'irriformabilità del sistema carcere sempre più discarica sociale, le distorsioni operate dai media nella rappresentazione della pena.
Concluderanno i lavori una serie di approfondite analisi sulla concezione della giustizia riparativa, sulle possibili ricadute nel sistema penale, sul perdono responsabile. Ai partecipanti saranno riconosciuti 4 crediti formativi professionali dell'Ordine dei Giornalisti d'Abruzzo e 3 crediti formativi dall'Ordine degli Avvocati di Pescara.
- Livorno. Biciclette donate per i detenuti ai lavori socialmente utili
- Rovigo. Carcere, in arrivo cento detenuti per mafia
- Parma. "Quei tre cellulari al 41bis sono una falla nelle condizioni di lavoro"
- Cinque storie di coraggio dei giovani e una campagna per difenderli
- Migranti. Ci occupiamo di chi arriva, non dei migranti già in Italia










