di Bruno Sassani*
Il Dubbio, 11 gennaio 2020
Nel corso del 2019 ci sono stati moltissimi convegni e lavori sul tema della nuova Azione di classe e l'attenzione è ben motivata dalle numerose e importanti novità contenute nel testo di legge, anche se non tutte positive. L'azione di classe risarcitoria si inserisce nel codice di procedura civile, ed arriva salutata da un malcelato orgoglio, dopo la prima, raffazzonata legge (mai entrata in vigore), e quella attualmente in vigore (art. 140bis cod. cons.).
La legge non è perfetta, ma critiche radicali sarebbero ingenerose. Si tratta di una miscela di spunti positivi e negativi; le lacune e contraddizioni non sono più di quelle riscontrabili abitualmente nei nuovi prodotti normativi ma questo non impedisce che le aspettative restino alte.
L'aspettativa principale è legata all'idea che finalmente l'Italia si sarebbe dotata di un collaudato sistema giudiziale di regolamentazione del mercato. Si suole ripetere che l'azione di classe è una modalità efficiente e sperimentata per risolvere controversie su larga scala, ma non è sempre chiaro se il problema sia evitare un effettivo spreco di risorse ovvero creare, attraverso l'offerta, una domanda altrimenti inesistente. Ci si muove per sgravare il sistema giudiziario da un eccesso di cause individuali, ovvero per aprire le aule di giustizia alle tante cause che (per le loro dimensioni minute) non ne solcherebbero mai la soglia?
Questa irresoluzione aleggia su una legge pur rispettabilmente impegnata a trovare ragionevoli compromessi tra i tanti problemi che si pongono. A cominciare dal peccato originale del c. d. opt- in che la condiziona rendendola una ibridazione. La struttura dell'adesione mal si presta, come sostanzialmente riconoscono tutti gli esperti, a gestire efficientemente l'apparato del risarcimento collettivo ma è evidentemente difficile superare il tabù della estraneità dell'opt- out al sistema italiano. Remore dovute all'idea di incostituzionalità del vincolo automatico e alla sotterranea paura dell'abuso di massa. L'incostituzionalità forse è immaginaria e la giustificazione antropologica non è del tutto infondata, ma manca la volontà di superarle.
L'esperienza delle decisioni giurisprudenziali non è peraltro incoraggiante. La Corte di cassazione si è più volte distinta per l'incomprensione dei problemi che le si ponevano: esemplari in tal senso le S.U. n. 2610/ 2017 che negano il ricorso per cassazione contro l'ordinanza di inammissibilità dell'azione collettiva sull'equivoco della permanenza dell'azione individuale (e la nuova disciplina dell'impugnazione dell'ordinanza su reclamo resta ambigua ed inadeguata).
Parimenti Cass. n. 14486/ 2019, coeva alla nuova legge (anche se assunta nella vigenza della precedente), finisce per trasporre meccanicamente soluzioni proprie del danno individuale al danno nella dimensione dell'azione di classe con gli ovvi problemi di rigetto nel trapianto. Il riepilogo del caso dice tutto: disservizio ferroviario comprovato; azione di classe a favore degli utenti del servizio vittime del disservizio; accoglimento in appello con fissazione del risarcimento in € 100 pro capite; ricorso dell'azienda per non omogeneità del danno non patrimoniale sofferto dagli utenti; accoglimento del ricorso perché il danno è o futile o non è omogeneo. Se ne deduce che soffrire un disservizio non dà alcun diritto e, quindi, diecimila situazioni di eguale sofferenza di disservizio non danno parimenti alcun diritto (10.000 moltiplicato 0 uguale 0), che ogni pregiudizio che superi la soglia della sofferenza da disservizio è pregiudizio individualizzato e che il diritto scaturente dalla sofferenza di tale pregiudizio non presenta l'omogeneità che giustifica l'azione di classe.
Questo modello di ragionamento non tiene conto che la stessa distinzione tra danno materiale e danno morale assume una valenza sui generis una volta calata nella dimensione collettiva. Una dimensione in cui l'aderente può evidentemente scegliere (e di fatto qui aveva scelto) la risarcibilità al minimo riducendo la sua pretesa al ristoro di una sofferenza de- individualizzata, cioè equalizzata ad un minimo comune denominatore. Richiedere l'elemento della gravità della lesione individuale e la sua apprezzabilità seriale (parole della Suprema) è contraddittorio. Non il migliore benvenuto alla nuova legge e alla sua decantata funzione regolatrice del mercato.
*Professore ordinario di Diritto processuale civile all'Università di Tor Vergata
di Maurizio Pagliassotti
Il Manifesto, 11 gennaio 2020
"Fuori mi aspettano in molti e sento il loro affetto: la mia famiglia, i compagni, gli amici. Ma qui dentro ci sono esseri umani, tanti, che fuori non hanno nessuno e questo mi dà il tormento più della mia detenzione": queste le parole che Nicoletta Dosio ha affidato ieri al senatore Tommaso Cerno, Pd, primo parlamentare che si è recato presso il carcere torinese Lorusso Cutugno dove da undici giorni è detenuta l'ex docente di greco e latino. Parole che raccontano l'essenza di questa donna di 73 anni.
"Nicoletta Dosio - ha detto Cerno uscendo dal penitenziario - è una donna energica, profondamente umana, che ha deciso di spendersi anche dentro il carcere in favore degli ultimi e delle ultime di questo mondo. Io, per quanto mi riguarda, mi farò portavoce della richiesta di amnistia per i No Tav perché le inchieste e i processi sono stati usati per reprimere un dissenso legittimo. Penso che sia il minimo, visto che hanno ragione".
Come era prevedibile la carcerazione di Nicoletta Dosio esce dalla cronaca ed entra in una dimensione politica dalle conseguenze imprevedibili. Intorno a lei, come agli altri incarcerati del Movimento No Tav, si stringe un mondo di solidarietà e affetto; oggi è il giorno della manifestazione No Tav a Torino, idea nata dopo che Dosio è finita dietro le sbarre volontariamente, per riportare al centro del dibattito politico l'infinita vicenda della Torino-Lione, derubricata a "capitolo chiuso" dal governo precedente e da quello attuale.
Ma la val Susa non è d'accordo, anche perché in Francia aumentano i pareri contrari ed è polemica su un presunto conflitto di interessi della ministra Borne. Il corteo partirà da piazza Statuto alle 14 e si annuncia come uno dei più partecipati di sempre: sono attesi decine di autobus in arrivo da tutta Italia. Manifestazione che si annuncia pacifica, come sono sempre stati i cortei che da quasi venti anni attraversano Torino per dire "no" al tunnel di base della Torino-Lione.
Il primo fu nel 2001, al tempo della conferenza intergovernativa italo francese, una delle molte che hanno ribadito l'assoluta irrinunciabilità dell'opera, che però mai si è concretizzata. Venti anni fa marciarono in duecento: oggi saranno almeno 30mila. Il Procuratore generale Francesco Saluzzo ha decretato una sorta di coprifuoco sul Tribunale di Torino: resterà chiuso e presidiato dalle forze dell'ordine, anche se non si trova lungo il percorso del corteo ed è lontano oltre un chilometro dal punto di partenza.
Intanto le manifestazioni di solidarietà ai No Tav incarcerati si ripetono da dieci giorni in tutta Italia e non solo. Sulla pagina social di Nicoletta Dosio sono pubblicate quotidianamente le foto di manifestazioni piccole e grandi: sono nati gruppi di solidarietà a San Francisco, Gaza, Buenos Aires, nonché in una miriade di comuni italiani.
Ieri la Rete No Tav Roma ha manifestato con un blitz davanti al ministero della Giustizia aprendo uno striscione con scritto "Nicoletta libera tutti", distribuendo volantini e parlando con i passanti. "Siamo davanti a questo ministero che dovrebbe garantire la giustizia nel nostro paese e invece garantisce il privilegio di pochi e la repressione per chi resiste ai soprusi. Chiediamo libertà immediata per tutti gli arrestati nella lotta popolare contro il raddoppio della Torino-Lione" hanno dichiarato alcuni di loro.
La Repubblica, 11 gennaio 2020
Comunicato di Comunità Jonathan, Oliver, Il germoglio, Betana, Francesco d'Assisi, Padre Arturo - Napoli. L'importante che la grave vertenza aperta dalla Nuova Cucina Organizzata ha ricevuto dal vertice politico della Regione ed in particolare dal presidente Vincenzo De Luca, ci riempie di gioia e di speranza.
Una battaglia scaturita da un approccio burocratico ad un problema politico, approccio che impediva il riconoscimento dei sacrosanti diritti degli utenti e degli operatori che in questi anni, con enormi difficoltà, sono riusciti a creare un modello operativo di gestione e utilizzo dei beni confiscati alla criminalità organizzata capace di creare opportunità di riqualificazione del territorio e di inclusione socio-lavorativa per soggetti deboli.
Un esito che ci lascia fiduciosi per un'altra vertenza che vede su posizioni contrapposte la Regione, con il suo assessorato alla Sanità, e le comunità che accolgono minori dell'area penale. Quei minori, per capirci, che fanno notizia solo nella cronaca cittadina perché protagonisti di violenza agita e subita.
Nello specifico parliamo di un problema che vede la Regione tagliare i fondi alla sanità per i minori in conflitto con la giustizia e le comunità che difendono il diritto alla salute con l'accesso gratuito al servizio sanitario pubblico per i minori dell'area penale che accolgono.
La vertenza nasce da un approccio discriminatorio della Regione, che riconosce ai circa 80 minori e giovani adulti in custodia cautelare negli Ipm di Nisida e Airola l'accesso gratuito al servizio sanitario pubblico per gli interventi di prevenzione e cura e lo nega ai circa 150 minori e giovani adulti collocati in misura cautelare in comunità (che come i ragazzi ristretti negli Ipm sono in regime di limitazione della libertà personale).
Questa divisione crea delle vere e proprie gabbie di utenti ed operatori, di serie A e serie B. Una discriminante inaccettabile che divide i minori dell'area penale ed esclude la maggior parte di loro dal diritto alla salute. Chiaramente i ragazzi che sono in comunità pagano anche il prezzo della debolezza delle comunità stesse, soffocate dalle cronica precarietà di un sistema che non funziona e dove gli stessi operatori hanno difficoltà a vedersi riconosciuti diritti e competenze professionali nonostante continuino a svolgere ruolo di supplenza delle istituzioni.
Questa debolezza, tuttavia, non ci impedisce di denunciare lo scempio di una soluzione che taglia i diritti inalienabili, come quello alla salute, ai minori che accogliamo. Quegli stessi minori a cui dedichiamo il nostro impegno nella direzione dell'integrazione attraverso la cultura della responsabilità sociale.
Una contraddizione forte e difficile da spiegare ai nostri ragazzi, anche perché attorno al mondo dell'infanzia negata dei minori che delinquono, della criminalità minorile, c'è tanta ipocrisia e la conseguenza è che invece di mettere mano alle disuguaglianze si preferisce tagliare i servizi per le fasce più deboli.
La tensione nelle comunità è forte perché anche la comunicazione della dottoressa Gemmabella, dirigente della Giustizia minorile della Campania, e l'appello di Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Campania, che denunciano l'illegittimità del provvedimento della Regione, a tutt'oggi sono rimasti inascoltati, caduti nel vuoto, nessuna risposta sia a livello politico che tecnico.
Un silenzio assordante, in particolare quello del direttore dell'Asl NA3 Sud distretto di Nola, il quale, dopo una prima comunicazione, non ha più risposto. Silenzio che testimonia una miopia culturale e politica, le cui conseguenze le pagano i ragazzi.
di Gianluca Rotondi
Corriere di Bologna, 11 gennaio 2020
Quando, giovedì pomeriggio, il presidente della Corte d'Assise Michele Leoni ha letto il dispositivo della sentenza che l'ha condannato all'ergastolo per concorso nella strage del 2 Agosto, Gilberto Cavallini era a bordo di un treno che lo riportava a Terni, dove sta scontando gli altri otto ergastoli che ha accumulato nella sua lunga e sanguinosa carriera di terrorista nero. Il "Negro", responsabile di omicidi efferati e a sangue freddo di magistrati, carabinieri, poliziotti e camerati considerati delatori, è in carcere dal settembre del 1983 e fu l'ultimo dei Nar a finire dietro le sbarre. Ed è ancora l'ultimo di quella generazione di neofascisti eversivi a non avere saldato il suo debito con la giustizia, sebbene abbia scontato finora 37 anni di carcere. I suoi ex compagni d'armi, e dall'altro giorno complici dell'eccidio alla stazione, sono liberi da un pezzo e si sono rifatti una vita.
Cavallini, 68 anni, un figlio di 40 nato nell'anno della strage, cresciuto in una famiglia di destra, con uno zio fascista ucciso dai partigiani e fin da giovanissimo picchiatore della Milano anni 70, è stato detenuto ininterrottamente fino al 2000, anno in cui ha iniziato a beneficiare di misure alternative. Ma è stata solo una parentesi. Nel 2002 torna l'attrazione fatale per il crimine e le armi: lo trovano con una automatica col colpo in canna in uno zaino, 50 proiettili e un motorino intestato a pregiudicati. Fine dei benefici.
Dopo anni è di nuovo libero di lasciare il carcere di Terni per andare a lavorare come contabile in una cooperativa e farvi rientro la sera. I tempi sono ormai maturi per la liberazione condizionale, su cui si esprimerà ad aprile il Tribunale di Sorveglianza. Difficilmente il nuovo ergastolo per la strage allungherà la sua detenzione. Il reato per il quale è stato condannato in primo grado è stato commesso prima del suo ingresso in carcere e degli altri che gli sono costati gli ergastoli. E il cumulo delle pene non può superare i 33 anni.
Lo prevede la legge, così come prevede che si possa tornare liberi anche con più ergastoli alle spalle. È quel che è successo agli ex compagni d'armi Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, arresati nel 1981 e nel 1982, che liberi lo sono ormai da un pezzo. La semilibertà è arrivata per loro tra il 98 e il 99. Rispettivamente 3 e 4 anni dopo che la Cassazione renderà definitivo l'ergastolo per il 2
Agosto. I rapporti con Cavallini, capo anziano dei Nar, si sono interrotti da anni dopo le accuse adombrate circa i suoi legami con Zio Otto, cioè Carlo Digilio, l'armiere di Ordine Nuovo. Mambro e Fioravanti, una figlia 18enne e una vita ormai ruotinaria a Roma, si sono sempre proclamati innocenti, come del resto tutti i Nar.
Lavorano da tempo alle dipendenze del partito Radicale per l'associazione Nessuno tocchi Caino, possono contare su uno stipendio di poco superiore ai mille euro, partecipano a dibattiti sulla terribile stagione di piombo e sangue di cui sono stati protagonisti. Hanno alle spalle rapine e omicidi brutali. Si sono lasciati dietro morti in divisa, giovani di sinistra, camerati "infami" e altre pagine inquietanti. Delitti che hanno rivendicato e ammesso, così come in alcuni casi hanno ottenuto un confronto con i familiari delle persone che hanno giustiziato. Mai con i parenti delle vittime della strage, un'enormità che hanno sempre allontanato da sé.
I conti con la giustizia li hanno pagati da tempo, non quelli economici che lo Stato ha chiesto loro di rifondere: 2 miliardi di euro. Così dai loro stipendi da impiegati ogni mese viene prelevato un quinto, non basterebbero altre dieci vite per saldare il conto. La Mambro, che per l'associazione dei radicali si occupa di campagne contro la pena di morte, ha testimoniato, come Giusva, al processo contro Cavallini. Hanno ripetuto che sono stati sacrificati per coprire altri scenari e che con i servizi non hanno mai avuto a che fare. Ma sui rapporti di Cavallini Fioravanti ha detto di non potere mettere la mano sul fuoco.
Un altro ex compagno di quella sanguinaria formazione terroristica, Luigi Ciavardini, appena 17enne quel 2 Agosto, lavora da tempo nel volontariato in una cooperativa che si occupa del reinserimento dei detenuti. Condannato come gli altri per aver partecipato agli omicidi del giudice Mario Amato e del poliziotto Franco "Serpico" Evangelista, Ciavardini ha una storia molto diversa dai suoi più anziani camerati.
La sua militanza nei Nar si riduce a una manciata di mesi, quelli che dal gennaio all'ottobre del 1980 segneranno per sempre la sua vita. Figlio di un agente di polizia, entra giovanissimo nei movimenti studenteschi romani di destra per poi confluire in Terza Posizione e infine abbracciare i Nar di Mambro, Fioravanti e Cavallini.
La sua storia giudiziaria (da minorenne) è un unicum. Viene scarcerato nel 1985 ma 4 anni dopo viene di nuovo arrestato per una rapina milionaria a una gioielleria di Pescara: condannato in primo grado è assolto in appello, quando si scoprirà il vero autore, l'anarchico bolognese Horst Fantazzini. Torna libero, ma dura poco.
Nel 91 arriva la condanna per l'omicidio Amato che lo terrà dietro le sbarre fino al 2000, l'anno in cui finisce sotto processo per l'eccidio. Il Tribunale dei minori lo assolve ma l'appello ribalta il verdetto: 30 anni per la bomba (l'ergastolo per i minori non esiste). Nel 2006 quando la Cassazione conferma la condanna, è in carcere a Poggio Reale per una rapina dalla quale viene assolto con formula piena. Sconta meno di 20 anni, prima di tornare libero. Insieme ai Nar, gli unici altri condannati (ma per aver depistato le indagini) sono Licio Gelli, il faccendiere Francesco Pazienza e gli ufficiali del Sismi Giuseppe Belmonte e Pietro Musumeci.
Di carcere, tra sconti e condoni, ne hanno fatto poco. Il capo della P2, burattinaio delle vicende più oscure del Paese e sospettato d'aver finanziato gli esecutori dell'eccidio, per Bologna non ha mai pagato e se n'è andato da tempo con i suoi inconfessabili segreti, così come Belmonte. L'ex generale Musumeci compirà 100 anni a maggio e si è eclissato nella sua Sicilia. Pazienza, il direttore ombra del super Sismi che invece la pena l'ha scontata, è tornato a vivere nella sua villa ligure. Parla ancora della strage, che attribuisce al colonnello Gheddafi, e ha chiesto senza successo di poter testimoniare nel processo Cavallini.
di Salvatore Scuto e Giulio Enea Vigevani
Il Sole 24 Ore, 11 gennaio 2020
È tempo di affrontare l'intreccio tra le dinamiche correntizie in seno all'Associazione Nazionale Magistrati e la composizione e le funzioni del Consiglio superiore della magistratura. Il 2019 è stato amaro per la magistratura italiana, investita dalla constatazione di una seria patologia nel sistema di selezione dei capi degli uffici e, più in generale, di una pericolosa degenerazione del sistema di autogoverno del Consiglio superiore della magistratura.
L'indagine dell'autorità giudiziaria di Perugia nel "caso Palamara" ha disvelato, con le parole del Presidente Mattarella, "un quadro sconcertante e inaccettabile". È emersa l'esistenza di meccanismi a dir poco opachi nelle nomine a incarichi direttivi, ove l'appartenenza a una corrente giudiziaria o i desiderata politici facevano premio sulla competenza. E ha condotto al pensionamento anticipato del procuratore generale della Corte di cassazione e alle dimissioni di cinque consiglieri togati del Csm, alcuni dei quali sebbene non fossero indagati. Si è trattato di un vero e proprio sommovimento tellurico, che ha posto seriamente a rischio la tenuta dell'organo, rimasto in piedi grazie all'argine responsabilmente eretto dal Capo dello Stato.
Un sommovimento che ha anche inciso in profondità sull'equilibrio su cui, sino a quel momento, si era retto l'assetto della magistratura, con la crisi delle correnti maggiormente coinvolte nell'inchiesta, Magistratura Indipendente e Unità per la Costituzione, e la "presa del potere" di Area- Democrazia per la Giustizia, la corrente più orientata a sinistra, e Autonomia e Indipendenza, guidata da Piercamillo Davigo, sorta di recente dopo una scissione da Magistratura Indipendente.
In poche parole, il trojan che ha squarciato il velo sulle notturne frequentazioni di membri del Csm con politici e dirigenti di alcune correnti della magistratura e le fluviali rivelazioni degli atti di indagine emerse sui media hanno per ora determinato solo un cambio di maggioranze nel Csm, ad onta delle migliori intenzioni dichiarate da tutti i protagonisti con toni stentorei ed ottimistici.
Lo stesso esito dell'elezioni suppletive, che ha visto penalizzati i candidati più lontani dalla vita delle correnti, costituisce la riprova che nulla di fatto è cambiato.
Ora, nel 2020, sembra giunto il tempo di affrontare l'intreccio tra le dinamiche correntizie in seno all'Associazione Nazionale Magistrati e la composizione e le funzioni del Consiglio superiore della magistratura. Il disegno tratteggiato dall'Assemblea Costituente per garantire l'autonomia della magistratura dagli altri poteri fu originale e raffinato: fu creato un Csm formato in prevalenza da magistrati ordinari eletti dai loro colleghi ma con la presenza di membri di diritto o di nomina parlamentare (tra cui individuare il vicepresidente), proprio per superare i rischi di corporativismo. Del resto, la stessa Costituente era consapevole che non stava dando vita a un organo meramente amministrativo ma a un soggetto dotato, con le parole di Paolo Barile, di una "politicità intrinseca".
In questa logica, è coerente con il progetto costituzionale un Csm espressione del pluralismo culturale presente nella società e nella stessa magistratura e in più di un momento le correnti hanno svolto una importante funzione di tutela dell'indipendenza della magistratura nel rapporto tra società, giustizia e politica. I nostri Padri fondatori non avrebbero invece certo apprezzato un organo corporativo, pervaso dall'influenza di correnti attente soprattutto a logiche distributive, come il Csm sembra oggi, a seguito di un lungo e complesso processo involutivo.
Due esempi poco noti aiutano a comprendere il livello di autoreferenzialità in cui oggi si muove tale organo, ben al di là della nozione costituzionale di autonomia.
La legge 12 aprile 1990 n. 74 introduceva all'art. 2 comma 3, la regola secondo cui i dirigenti di segreteria del Csm fossero nominati a seguito di concorso pubblico cui potevano partecipare i possessori del titolo di laurea in giurisprudenza. Non solo tale norma non ha mai avuto attuazione ma è stata nel 2012 dichiarata dallo stesso Csm implicitamente abrogata... dalla voluta omissione proprio da parte dell'organo cui si riferiva. Ne deriva a che ancor oggi tali dirigenti sono magistrati, spesso selezionati in base al solo principio di appartenenza e che dunque confezionano pareri ed atti non sempre al riparo delle esigenze della corrente che li ha designati.
Significativo è anche quanto accaduto in seno al Plenum del Csm il 6 novembre scorso, in relazione all'applicazione delle regole introdotte nel 2007 sul passaggio di un magistrato dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa. La normativa prevede l'istituzione di un corso di qualificazione professionale organizzato presso la Scuola della Magistratura, cui sarebbero stati destinati tutti i magistrati intenzionati a tramutare la loro funzione.
La questione della mancata applicazione di tale norma, posta da un membro laico del Consiglio, ha prodotto una levata di scudi da parte di molti membri "togati", a difesa di una prassi volta a salvaguardare il diritto del singolo magistrato di spostarsi da una funzione all'altra. In entrambi i casi sembra emergere una tendenza del Csm a esercitare le proprie prerogative non sempre in aderenza ai limiti che la legge stessa impone e, dunque, un rischio di una degenerazione della funzione verso un autoreferenziale esercizio del potere.
Ma come si è giunti a tale questo "quadro sconcertante e inaccettabile"? E che fare per frenare almeno le patologie più evidenti? Le ragioni di questo progressivo degrado dell'organo costituzionale sono molte: prime fra tutte, l'affievolimento dei legami culturali e ideologici all'interno delle correnti e il ruolo sempre più invadente dell'Anm.
La leva che si è invocata per superare questa situazione è stata ancora una volta la riforma del sistema di nomina della componente togata, già modificato ben sette volte in età repubblicana. Significativa la proposta del ministro Bonafede di introdurre il sistema del sorteggio, non solo incostituzionale ma anche poco originale solo se si pensa che una simile proposta fu avanzata dall'On. Almirante nel 1970. La proposta è stata abbandonata dopo che il ministro ha incassato una sorta di consenso dell'Anm, nel corso del recente Congresso di Genova, alla abrogazione dell'istituto della prescrizione, riforma anch'essa di assai dubbia costituzionalità.
Certo, il tema di un diverso sistema elettorale appare urgente e alcune ipotesi sembrano andare in una direzione condivisibile: ad esempio, con collegi di piccole dimensioni o con sistemi che consentono di esprimere preferenze a candidati di liste diverse, il prestigio dei candidati potrebbe prevalere sulla mera appartenenza correntizia. Resta che la storia italiana ci ha insegnato che l'utilizzo della leva elettorale difficilmente sarà in grado di scardinare il potere delle correnti. Ben più accidentata ci pare la via di una riforma costituzionale, con il pericolo che l'equilibrio trovato dai Padri costituenti possa essere sacrificato, con danno della tutela dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura.
Sarebbe, invece, auspicabile l'esercizio di un forte self restraint da parte della magistratura, almeno nel tentativo di tornare a dar voce alla nobile radice culturale che nel passato l'ha caratterizzata, incarnando i valori della Costituzione e facendola essere custode delle garanzie dei cittadini. Nulla di più lontano dalla deriva autoreferenziale, chiusa ed asfittica, che oggi purtroppo si vede sempre più spesso rappresentata.
di Marco Ciotola
vesuviolive.it, 11 gennaio 2020
Criticità e sovraffollamento. Nella giornata di ieri Pietro Ioia, il neo garante dei detenuti del Comune di Napoli, ha realizzato la sua prima ispezione nelle carceri partenopee. Ad accompagnarlo alcuni membri dei Radicali Italiani, da sempre sensibili alle criticità delle strutture penitenziari italiane.
Il Garante ha visitato prima il carcere di Poggioreale e poi la Casa Circondariale di Secondigliano. A proposito della prima, InterNapoli.it ha riportato la seguente dichiarazione di Ioia: "La mia ultima visita a Poggioreale risale a 2 anni fa, quando non ero ancora garante. Due anni dopo devo constatare che nulla è cambiato, le condizioni restano purtroppo le stesse".
"I padiglioni - conferma Ioia - continuano ad essere fatiscenti, cosa che già si sapeva e le celle sono super affollate. Il carcere di Poggioreale è obsoleto, ha un secolo di vita". Cosa fare, allora, per migliorare le condizioni del carcere di Poggioreale? Per Ioia c'è una sola soluzione: "Chiuderlo, non è possibile tenere lì così i detenuti. Molti di loro dovrebbero sottolineare la malasanità, l'ingiusta detenzione perché quel carcere di segna. I detenuti con i quali ho parlato continuano a dire che vivono in celle puzzolenti, con mura pericolanti, docce senza acqua calda. Ho avuto molte richieste di colloqui privati con chi è in carcere a Poggioreale e presto li accontenteremo tutti". Diverse, invece, sono le condizioni della Casa Circondariale di Secondigliano. "La situazione - ha dichiarato Pietro Ioia - è migliore, ma anche su quel carcere sarò attento come garante".
A proposito di Poggioreale ha parlato anche Raffaele Minieri dei Radicali Italiani. "Ci sono problemi che toccano la carne viva delle persone detenute e delle famiglie che soffrono", riporta ancora InterNapoli.it. La struttura di Secondigliano, invece "è migliore, la nuova direttrice si sta impegnando tanto ma come Poggioreale l'area sanitaria va attenzionata e chiederemo al consiglio regionale della Campania di farsene carico".
di Gianmario Leone
Il Manifesto, 11 gennaio 2020
In tanti alla manifestazione di Libera. Il 2020 è iniziato con l'omicidio di un commerciante e diversi attentati. 58 morti in due anni. Un esercito pacifico di oltre 20mila persone, di mani che si stringono, di abbracci, sorrisi, di ricordi dei tanti che non ci sono più ma che rivivono ancora nei racconti di chi è rimasto e ancora oggi chiede verità e giustizia.
C'era tutto questo e tanto altro ieri a Foggia, in quella che è stata definita una passeggiata per le strade del capoluogo dauno, che ha visto una partecipazione di massa da parte dei cittadini foggiani, pugliesi e di tante altre regioni italiane, nella mobilitazione #foggialiberafoggia promossa da Libera per rispondere alla violenza mafiosa dopo l'escalation registrata in questi primi giorni del 2020. Un susseguirsi di eventi che hanno colpito la città foggiana: il primo gennaio l'incendio dei bar "Veronik" e "New Generation Cafe", il 2 gennaio l'omicidio del commerciante d'auto Roberto D'Angelo sotto la sua abitazione da dove ha preso il via il corteo, il giorno seguente la bomba sotto l'auto del manager della sanità, Cristian Vigilante presente al corteo, e infine, il 7 gennaio, l'incendio alla macelleria Chiappinelli.
Negli ultimi due anni si contano 58 omicidi e 67 tentati omicidi. Senza dimenticare le decine di vittime registrate negli ultimi tra i migranti che lavorano come braccianti agricoli nelle campagne della Capitanta. E ancora oggi sono confinati nei ghetti. Quasi 400 le associazioni che hanno aderito e partecipato alla manifestazione. Il corteo si è snodato lungo le strade cittadine ed arrivato in piazza Cavour dove hanno preso la parola alcuni familiari delle vittime di mafia, prima della chiusura affidata a Don Luigi Ciotti. Presenti tante scolaresche accompagnate dai docenti, magistrati familiari di vittime innocenti delle mafie sacerdoti, vescovi, commercianti, rappresentanti di associazioni, sindacalisti, tantissimi politici, semplici cittadini: tutta la società era dunque presente e rappresentata a dovere. Al di là dei meri numeri, un fiume di persone ha sfilato urlando slogan come "I familiari non vogliono pietà, vogliono solo giustizia e verità", "i familiari insieme alla città chiedono solo giustizia e verità". Tante le scritte sugli striscioni tra cui: "La paura si vince con il coraggio e la legalità".
Dal palco sono intervenuti gli organizzatori della rete provinciale di Libera, le vittime innocenti di mafia: da Nicola Ciuffreda a Giovanni Panunzio da Francesco Marcone (la figlia Daniela è la vicepresidente nazionale di Libera) a Luigi e Aurelio Luciani. E infine l'arcivescovo del capoluogo dauno, monsignor Luigi Pelvi e il presidente di Libera, don Luigi Ciotti. Erano presenti al corteo anche la ministra delle Politiche Agricole Teresa Bellanova, oltre al presidente della Regione Puglia Michele Emiliano e il sindaco di Foggia Franco Landella.
"Hanno scelto di essere al nostro fianco - ha commentato Daniela Marcone, foggiana vicepresidente nazionale di Libera - per far sentire con forza il nostro 'no' alla violenza criminale mafiosa, per non lasciare sole le vittime di questa violenza, per non lasciare soli i rappresentati dello Stato, le forze dell'ordine, la magistratura impegnati quotidianamente in operazioni importanti ed efficaci, per valorizzare il lavoro di resistenza delle tante realtà di questo territorio che provano a costruire percorsi di bellezza e di cambiamento. Un 'esplosione di umanità in risposte alle bombe. Un grazie sentito a ciascuno di voi".
"Siamo qui per disinnescare la miccia della paura e della rassegnazione. Siamo qui - ha detto Luigi Ciotti dal palco - per fare emergente i tanti valori della nostra terra affinché ci sia un passaggio, un cambiamento. È importante che ci sia continuità. Noi non possiamo lasciare solo sulle spalle della magistratura e delle forze di polizia perché c'è una responsabilità di noi cittadini. Guai se non fosse così, guai se viene meno questo.
Sono 165 anni che parliamo di mafia. Aveva ragione Giovanni Falcone quando diceva che era una lotta di civiltà e legalità. Tutti devono metterci la faccia - ha concluso il fondatore di Libera - polizia e magistratura non bastano. Serve tutta la società. Oggi non c'è regione d'Italia esente dalla mafia, ma qui c'è tanta gente in piazza che manifesta. Siate orgogliosi di essere pugliesi e foggiani".
itacanotizie.it, 11 gennaio 2020
Detenuti al lavoro nella più grande riserva marina d'Europa. I reclusi del carcere di Favignana nel 2020 avranno l'opportunità di essere impiegati per la prima volta in diverse attività ricadenti nell'ambito dell'Area Marina Protetta del territorio egadino. Va detto, comunque, che da anni sono coinvolti in occupazioni temporanee retribuite sull'isola. Il lavoro è, infatti, uno dei principali strumenti, previsti dalla Costituzione e dall'ordinamento penitenziario, per la risocializzazione e il trattamento rieducativo del condannato.
Martedì 14 gennaio, in occasione della tradizionale conferenza di servizio per la programmazione delle attività, che si svolgerà presso la Casa di Reclusione di Favignana, alla presenza del magistrato di sorveglianza di Trapani Chiara Vicini, del direttore dell'Ufficio Detenuti e Trattamento del Provveditorato di Palermo, Settimio Monetini, del sindaco di Favignana-Isole Egadi e Presidente dell'Area Marina Protetta, Giuseppe Pagoto, del direttore dell'Area Marina Protetta, Salvatore Livreri Console e del direttore della Casa di Reclusione, Nunziante Rosania, sarà firmato un protocollo d'Intesa fra la casa di Reclusione, l'Area Marina Protetta e l'Uepe di Trapani, rappresentato da Maria Rosaria Asta, che consentirà l'impiego di una decina di detenuti per lo svolgimento di lavori sul territorio egadino nell'ambito delle attività e dei beni che ricadono sotto l'egida della riserva naturale.
Il documento prevede la corretta applicazione della Legge 6.12.91 la quale configura le Aree Naturali Protette quali "luogo di sperimentazione e conduzione di modelli sociali consapevoli ed orientati allo sviluppo economico sostenibile dei territori anche attraverso progetti d'inclusione sociale" e della Legge Penitenziaria che prevede l'inserimento socio lavorativo dei soggetti sottoposti a detenzione. Il protocollo si sostanzierà in progetti da realizzarsi nel breve periodo e che prevedranno l'intervento dei detenuti in tutti gli ambiti territoriali e operativi dell'Area Marina Protetta "Isole Egadi", compresi gli aspetti formativi.
Il Gazzettino, 11 gennaio 2020
Prosegue il lavoro del Tavolo di coordinamento Grave marginalità e carcere, avviato a settembre dal Comune di Rovigo con 20 associazioni, il Centro di salute mentale, il Servizio per le dipendenze di Rovigo, l'Uepe di Padova e Rovigo e con il Garante dei diritti delle persone private della libertà.
Dopo la prima riunione di avvio, alla quale ha partecipato anche il direttore del carcere rodigino Romina Taiani, l'altro ieri a palazzo Nodari si è tenuto il secondo incontro. Durante la prima riunione, come spiega l'assessore al Welfare Mirella Zambello, è emersa la necessità di una sinergia per attivare iniziative interne al carcere con scopo riabilitativo e altre iniziative di supporto al reinserimento lavorativo di chi esce dal carcere dopo aver scontato la pena.
L'incontro di giovedì era invece mirato alle realtà che si occupano di accoglienza residenziale e ha visto la partecipazione della direttrice del carcere Taiani con l'equipe che segue la gestione delle attività interne al carcere. L'obiettivo è trovare delle opportune soluzioni per chi esce dal carcere e non ha una residenza o un luogo dove andare.
Si consolideranno inoltre, come ha spiegato Zambello, i rapporti per le accoglienze delle persone che possono svolgere misure esterne alternative alla detenzione. Al tavolo erano presenti le associazioni: Comunità Emmaus, Portaverta, Messaggeri di speranza, Arci Solidarietà, Il Manto di Martino, le Cooperative Sociali Porto Alegre, Di Tutti i colori, Alzati e vola, il Centro francescano di ascolto, la Caritas diocesana. Presenti anche l'Uepe, il Centro salute mentale e il Servizio per le dipendenze di Rovigo ed il Garante dei diritti alle persone.
di Elia Sanna
La Nuova Sardegna, 11 gennaio 2020
Applicate le disposizioni del capo del Dipartimento Francesco Basentini. La decisione per lo scenario internazionale e la possibile minaccia terroristica. Livello di attenzione elevato anche nel carcere di Bancali dove sono rinchiusi i detenuti accusati di terrorismo internazionale e compresi nel regime di Alta sorveglianza 2.
Quello di Sassari è ritenuto uno dei pochi penitenziari in Italia (insieme a quello di Nuoro) idonei per accogliere reclusi che vengono monitorati per una possibile minaccia terroristica. Il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Francesco Basentini ha appena inviato una nota ai direttori e ai comandanti degli istituti penitenziari per aumentare il livello di allerta e di sensibilità nei confronti di un possibile innalzamento della minaccia terroristica. L'iniziativa è stata presa proprio in considerazione dell'attuale scenario internazionale e della recente crisi dei rapporti fra Stati Uniti e Iran dopo l'uccisione del generale Soleimani. In particolare il capo del Dap ha chiesto di "intensificare l'attività di osservazione volta all'individuazione di eventuali segnali di criticità in ordine a tali fatti".
Le disposizioni impartite sono chiare quindi: massima attenzione dovrà essere riservata a "possibili esternazioni, da parte della popolazione detenuta, di sentimenti anti-occidentali o comunque anti-americani", che dovranno essere subito segnalate alle competenti articolazioni centrali e territoriali dell'amministrazione".
I primi accorgimenti ci sono già stati, con l'innalzamento dei livelli di vigilanza e il potenziamento della sicurezza interna ed esterna degli istituti, e nuove disposizioni sono state impartite anche per quanto riguarda i servizi di traduzione e di piantonamento dei detenuti all'esterno delle carceri.
Il carcere di Bancali è ormai da tempo inserito nella lista degli istituti dove è necessaria una attenzione particolare, perché la minaccia terroristica internazionale viene accostata al fatto che le carceri possano costituire un bacino di reclutamento importante attraverso la propaganda Jihadista. C'è da dire che il carcere sassarese di Bancali continua a essere al centro delle proteste dei sindacati per l'inadeguatezza degli organici e per la mancanza di un comandante della polizia penitenziaria e di un direttore di ruolo: "Un fatto grave se si considera la rilevanza che viene attribuita a livello nazionale alla struttura carceraria".
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