di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 gennaio 2020
La denuncia dell'organizzazione Medici per i Diritti Umani (Medu). Sovraffollamento, assenza di servizi ed estrema precarietà delle condizioni igienico-sanitarie per le oltre mille persone migranti che popolano i casali abbandonati.
A distanza di dieci anni dalla rivolta dei braccianti, non è cambiato ancora nulla nel ghetto di Rosarno, piccolo centro della Piana di Gioia Tauro fino ad allora conosciuto solo per gli agrumeti e per la presenza capillare della 'ndrangheta.
A denunciare la situazione è l'organizzazione Medici per i diritti umani (Medu), la quale sottolinea che gli oltre 400 braccianti lavorano ancora in condizioni di sfruttamento come nel 2010, quando solo allora l'opinione pubblica scoprì che i migranti sono costretti a vivere in edifici abbandonati, casolari diroccati o baraccopoli improvvisate in condizioni drammatiche e umilianti.
Quell'anno erano circa 1500 i lavoratori stranieri, per lo più giovani uomini provenienti dai Paesi dell'Africa subsahariana occidentale e regolarmente soggiornanti, presenti nella Piana. Oggi, a dieci anni di distanza, Medu denuncia che il numero resta pressoché invariato - dopo aver raggiunto picchi di oltre 3000 presenze negli anni passati - e altrettanto sconcertanti restano le condizioni di vita e di lavoro.
"D'altra parte - denuncia sempre Medu-, ieri come oggi, le istituzioni locali - spesso commissariate per infiltrazioni mafiose - e quelle nazionali appaiono incapaci di qualsivoglia pianificazione politica efficace, coraggiosa e lungimirante, limitandosi invece a riproporre il circolo vizioso sgombero- tendopoli- baraccopoli, che da dieci anni lascia invariate le piaghe dello sfruttamento lavorativo, del degrado abitativo e dell'abbandono dei territori".
Se infatti nel 2010 i lavoratori impiegati nella raccolta trovavano rifugio in una ex fabbrica in disuso - una delle tante costruite con i finanziamenti della legge 488 del 1992 e poi abbandonate - e in un'altra struttura abbandonata nella zona industriale di San Ferdinando, oltre che nei numerosi casolari diroccati sparsi nelle campagne dei Comuni limitrofi, in assenza di qualsivoglia servizio di base, oggi il sovraffollamento, l'assenza di servizi e l'estrema precarietà delle condizioni igienico- sanitarie restano invariati per le oltre mille persone che popolano i casali abbandonati.
I medici per i diritti umani denunciano che poco è cambiato anche per le oltre 400 persone che affollano l'ennesima tendopoli ministeriale - sorta in seguito allo sgombero della baraccopoli abitata da circa 2500 migranti avvenuto a marzo 2019 - e che versa in condizioni di sovraffollamento e degrado. La carenza di soluzioni abitative adeguate rende i lavoratori sempre più invisibili, poiché costretti a disperdersi in abitazioni di fortuna nelle campagne, e sempre più esposti allo sfruttamento e al caporalato.
Dal 2014 Medu opera nella Piana con una clinica mobile, per garantire la tutela della salute e dei diritti fondamentali e l'accesso alle cure e ai servizi socio-sanitari da parte della popolazione degli insediamenti precari del territorio.
Da dicembre 2019 la clinica mobile è di nuovo attiva nella Piana di Gioia Tauro e fornisce assistenza sanitaria e socio-legale alla popolazione degli insediamenti precari, in particolare presso la tendopoli ufficiale sita nella zona industriale di San Ferdinando, il campo container di contrada Testa dell'Acqua e i casolari abbandonati nelle campagne di Drosi e Rizziconi. Un clima di assurda disperazione come fosse un girone dantesco, nel quale è emerso che un migrante può arrivare a lavorare anche dodici ore al giorno, con una paga di appena un euro per ogni cassetta di agrumi raccolta.
Davanti agli sfruttamenti, Medu ha chiesto l'introduzione di efficaci meccanismi di incontro legale tra la domanda e l'offerta di lavoro e il potenziamento di quelli esistenti e l'adozione di un piano graduale e strutturato di inclusione socio- abitativa dei lavoratori agricoli nei Comuni in via di spopolamento della Piana, anche attraverso pratiche di intermediazione abitativa già dimostratesi efficaci nel territorio della Piana e in altri territori.
Per l'associazione occorre anche il riconoscimento della residenza presso gli insediamenti informali, condizione imprescindibile per consentire l'accesso ai diritti fondamentali; la sensibilizzazione e il sostegno alle aziende che rispettino i diritti dei lavoratori, quindi l'attivazione di politiche che favoriscano la regolarità del soggiorno dei migranti, requisito indispensabile per poter accedere a un lavoro con diritti e dignità.
ottopagine.it, 14 gennaio 2020
Mercoledì 15 gennaio la casa circondariale di Foggia ospiterà per la seconda volta tra le sue mura, dopo il concerto dello scorso 30 ottobre, la musica di Luca Pugliese, ventiduesima tappa della sua tournée musicale per le carceri. S'intitola "Un'ora d'aria colorata" la missione artistico-culturale che dal gennaio 2013 vede impegnato il poli-disciplinare artista campano (musi-cantautore, pittore, architetto) a far dono gratuito della sua musica alla popolazione detenuta di numerosi istituti di penitenziari del paese. Un'iniziativa solidale che, oltre a richiamare l'attenzione sullo stato delle nostre carceri, chiama in gioco il ruolo sociale dell'arte e dell'essere artisti.
"La dignità dell'uomo" afferma l'artista "è un diritto universale che non ammette deroghe e l'arte è un diritto di tutti. La musica è aria dipinta. Portare un po' di musica in luoghi dove tutto è troppo poco e troppo stretto, mi rende vivo e mi fa sentire utile al mondo. La magia di questo tour è quella di aver scoperto e toccato con mano il potere aggregativo della musica, la capacità della musica, in luoghi come il carcere, di farsi vero e proprio focolaio di libertà.
Le emozioni che questa esperienza mi ha finora restituito sono veramente rare, le mie canzoni e la mia musica godono di un'energia totalmente diversa da quando ho deciso di regalarle a chi ne ha veramente bisogno. Sono inoltre più che mai convinto che, se vogliamo migliorare il nostro paese, dobbiamo cominciare dal basso, recuperando e riabilitando chi ha sbagliato, e che ciò non è solo doveroso, ma è anche possibile. Io metto gratuitamente a disposizione una mia competenza; se tutti dessero qualcosa gratis per alleviare la sofferenza altrui, sicuramente il mondo starebbe più in armonia con se stesso".
Il concerto bis al carcere di Foggia, fortemente voluto, su espressa richiesta dei detenuti ad alta sicurezza, dalla direttrice dell'istituto dott.ssa Giulia Magliulo, dal comandante del corpo di polizia penitenziaria Luca Massimiliano Di Mola e dal capo area trattamentale Giovanna Valentini, vedrà Luca Pugliese esibirsi nella veste live che, proprio a partire dalla tournée carceraria, si è consolidata come quella da lui preferita: la versione one man band. Da diversi anni or sono, infatti, si esibisce così: cassa al piede destro, charleston al piede sinistro, chitarra, voce, a volte anche armonica a bocca.
Strabiliante "uomo orchestra" e cantautore e interprete raffinato, nelle sue esibizioni Luca Pugliese porta in scena il background più profondo della sua esperienza musicale, aperta alla contaminazione e costantemente alla ricerca di nuove suggestioni.
Ultime, ma solo in ordine di tempo, le suggestioni musicali tratte dal repertorio classico napoletano - che della tournée nelle carceri sono la colonna portante - e da quello latinoamericano, che, assieme a brani propri e a grandi classici del cantautorato italiano, offrono un viaggio musicale unico nel suo genere, in cui epoche, stili e tradizioni differenti trovano un epicentro comune grazie a un grintoso talento interpretativo e a una rara capacità di farli propri.
di Francesco Semprini
La Stampa, 14 gennaio 2020
Niente intesa per il cessate il fuoco. Il generale irritato dal ruolo della Turchia e dal riconoscimento del Parlamento di Tripoli. "Così come è l'accordo non lo firmiamo". Khalifa Haftar riparte da Mosca a tarda notte a bordo del suo Falcon 900 lasciando aperta la questione del cessate il fuoco in Libia a cui aveva aderito ieri pomeriggio il Governo di accordo nazionale in base all'intesa patrocinata da Turchia e Russia. Il Generale aveva preso tempo sino a stamane per valutare e meglio comprendere le condizioni, poi il silenzio e la partenza improvvisa. L'adesione di principio giunta nel fine settimana dalle forze di Tripoli e dall'autoproclamato Esercito nazionale libico di Bengasi aveva spianato la strada verso la capitale russa dove erano giunti ieri il capo del Consiglio presidenziale del Gna, Fayez al Sarraj, il generale Haftar, il presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, Aguila Saleh, e il presidente dell'Alto consiglio di Stato con sede nella capitale, Khaled al Mishri, espressione queste ultime degli organi legislativi della dicotomia politica e territoriale libica. Il documento è passato all'esame delle parti: Sarraj e Al Mishri hanno firmato l'accordo, Haftar e Saleh no. Il generale "giudica positivamente la bozza di accordo ma vuole più tempo per esaminarla, sino a domani mattina" (stamane), aveva spiegato il ministro degli Esteri Serghei Lavrov.
Lo strappo - Attorno la mezzanotte italiana è poi giunta la decisione di non aderire. "Non ci sarà alcuna firma sull'accordo di Mosca per diversi motivi, il più importante dei quali è l'intenzione della Turchia di sfruttarlo imponendosi attraverso esso come attore di riferimento in Libia per legittimare i due memorandum d'intesa firmati con il Presidente del Gna. Al contempo non è accettabile il riconoscimento implicito del parlamento parallelo di Tripoli (Consiglio di Stato) come nuovo organo in conflitto con il parlamento legittimo di Tobruk, oltre alla frammentazione delle forze armate", recita una nota confidenziale fatta circolare da funzionari vicini al generale. Da Bengasi tuttavia avvertono che la vicenda non è chiusa e nella giornata di oggi potrebbero giungere sviluppi al riguardo. Il diniego del generale - avvertono fonti del Palazzo di Vetro - è frutto anche dalla pressione degli Emirati che più di altri hanno investito sulla campagna militare di Bengasi per assicurarsi una "silver share" anche sulle attività economiche ed energetiche della Tripolitania.
Le 7 condizioni - Alle parti è stato sottoposto un accordo in sette punti. Ovvero osservare incondizionatamente il cessate il fuoco; normalizzare la vita a Tripoli e nelle altre città libiche e procedere a una de-escalation militare; assicurare l'accesso e la distribuzione di aiuti umanitari; formare una commissione militare 5+5 come previsto dal piano d'azione della missione delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil); designare rappresentanti che partecipino al dialogo economico, militare e politico promosso dall'inviato Onu Ghassan Salamé; formare gruppi di lavoro per individuare soluzioni politiche intra-libica; tenere il primo incontro dei gruppi entro gennaio 2020. Fonti vicine alla trattativa spiegano che, al di là dei sette punti "elevati", ci sono nodi da sciogliere sul terreno come la liquidazione dei mercenari, lo scioglimento delle milizie e il loro assorbimento in forze di sicurezza istituzionali e il ritiro di Haftar con la conseguente ridefinizione di territori e competenze.
Le imposizioni di Haftar - Ipotesi a cui l'armata della Cirenaica, in una nota, oppone un perentorio diniego affermando di voler mantenere le posizioni conquistate vicino a Tripoli: "Abbiamo intenzione di liberare tutta la Libia da milizie e gruppi terroristici. Non arretriamo di un passo". Posizione incompatibile con quella individuata dai due "broker" ovvero Turchia e Russia, e secondo cui ad Haftar e al suo esercito dovrebbero competere la sicurezza dei pozzi petroliferi, la cui competenza gestionale rimane però affidata all'autorità Noc allineata con Tripoli. E le attività di antiterrorismo, una delega che andrebbe incontro alle rivendicazioni dell'Egitto il quale vede nel generale Haftar il vero bastione contro il terrore sulla sponda sudorientale del Mediterraneo. Un quadro che di fatto ridimensionerebbe molto la figura del generale il quale non solo non incasserebbe incarichi politici ma neanche la titolarità dell'intero apparato militare libico. Evidentemente troppo poco per il generale che alza così la posta approfittando di "un cessate il fuoco che - sottolinea Salamé - è più fragile che mai", come dimostrano le violazioni avvenute nella notte alla periferia della tormentata capitale libica.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 gennaio 2020
Rapporto "La sicurezza dell'esclusione", realizzato da Action Aid e Openpolis. Esplosione dell'emergenza degli irregolari e difficoltà del nuovo schema di capitolato di gara per i centri di accoglienza, con bandi andati deserti e ricorsi presentati da alcuni candidati. È ciò che emerge dal rapporto "La sicurezza dell'esclusione - Centri d'Italia 2019", realizzato da Action Aid e Openpolis che offre una prima valutazione dell'impatto delle politiche migratorie del primo governo Conte. Gran parte del lavoro di analisi, suddiviso in due parti, si sofferma sulle conseguenze che la legge sicurezza immigrazione sta producendo sul sistema d'accoglienza nel suo complesso, denunciando nel contempo quanto sia difficile raccogliere le informazioni necessarie per monitorare il sistema dell'accoglienza e le sue evoluzioni per un'assenza quasi totale di trasparenza. Indicazioni sul disfacimento complessivo di un sistema e delle tutele dei richiedenti asilo che già molti attivisti, enti del terzo settore e operatori coinvolti nel sistema d'accoglienza avevano ampiamente previsto e che i movimenti avevano cercato di contrastare con mobilitazioni territoriali e di carattere nazionale. Ma nonostante un ampio fermento sociale, la legge Salvini è ancora lì, e, a oggi, la sua abrogazione pare che non sia tra le priorità del governo 5stelle-Pd.
Secondo le stime del rapporto sono 40.000 le persone che si sono ritrovate irregolari nel 2019 a causa della soppressione della protezione umanitaria. E queste cifre sono inevitabilmente destinate ad aumentare nel 2020 poiché la legge ha generato una stretta anche nelle procedure e nei responsi delle Commissioni territoriali, sempre più restìe a concedere una forma di protezione. Del resto i rimpatri, che sembrerebbe un altro strumento di propaganda politica, sono stati nel 2018 circa 5.615. A questo ritmo si stima che per rimpatriare i 680mila cittadini stranieri irregolari servirebbero oltre 100 anni, senza contare il costo economico di una tale opinabile operazione.
Il rapporto si sofferma ampiamente anche sulle conseguenze delle nuove regole delle gare di appalto per la gestione dei centri. Regole "volute per razionalizzare il sistema e tagliare i costi e i servizi di inclusione, si scontrano con la difficoltà, anche di natura politica, dei gestori di farvi fronte e delle prefetture di applicarle. Diversi i bandi deserti, quelli ripetuti o che non riescono a coprire il fabbisogno dei posti nei centri".
Sempre secondo il rapporto è "un affare che attrae i gestori a carattere industriale, grandi soggetti privati anche esteri in grado di realizzare economie di scala, e allontana i piccoli con vocazione sociale e personale qualificato".
La seconda parte del rapporto, invece, approfondisce l'impatto del nuovo capitolato di gara (collegato al Decreto sicurezza) sul funzionamento della macchina dell'accoglienza. "Un provvedimento - si legge nel rapporto - che snatura il senso e il ruolo del sistema trasformando i Centri di accoglienza straordinaria (Cas) in luoghi di desolata attesa e sospensione esistenziale piuttosto che di avvio all'integrazione".
di Antonio Polito
Corriere della Sera, 14 gennaio 2020
Dal film "Sorry we missed you" di Ken Loach al caso di Cédric Chouviat, i nuovi precari: sono autisti, motociclisti, ciclisti, che affollano le nostre metropoli portando pasti, pacchi e lettere. La notizia era a una colonna sul Corriere, in una pagina interna.
Se non avessi visto la sera prima l'ultimo film di Ken Loach, "Sorry we missed you", forse non l'avrei neanche letta: "Fattorino morto per un controllo", diceva il titolo. Cédric Chouviat, 42 anni, padre di cinque bambini, viene fermato dalla polizia a Parigi mentre guida lo scooter che gli serve per fare consegne, ogni giorno dalle sei del mattino: si innervosisce, gli agenti anche, partono insulti e spintoni.
La situazione degenera, i poliziotti lo buttano giù, ventre a terra, per mettergli le manette. Gli si ferma il cuore, gli agenti stessi gli praticano il massaggio cardiaco, muore dopo tre giorni di coma. Frattura della laringe, pare che sia un pericoloso effetto collaterale della tecnica del "placcaggio ventrale". La polizia parigina è sotto accusa.
Ma fermiamoci prima: un uomo di 42 anni, cinque figli, che per vivere fa consegne con lo scooter, dalle sei del mattino. Se qualcuno ha visto come me il film di Ken Loach riconoscerà nella povera vittima di Parigi la sindrome - fatta di spossatezza, alienazione e rabbia - che accompagna le giornate dei "nuovi proletari", autisti, motociclisti, ciclisti, che affollano le nostre metropoli portando pacchi e lettere e pasti, nuovi schiavi della "società signorile di massa", per usare il titolo di un fortunato libro di Luca Ricolfi.
Persone spesso non più giovani, neanche povere in senso tradizionale. Working poor, si dice in inglese. Gente cioè con un lavoro ma senza una vita, perché il lavoro si mangia la vita. Persone che accettano un impiego così perché hanno famiglia, ma che spesso perdono la famiglia perché fanno un lavoro così.
I nuovi negrieri - I nuovi negrieri li attraggono con la più moderna delle seduzioni: un lavoro autonomo, in cui sono padroni del mezzo, e non hanno il limite di un orario o di un salario, possono guadagnare bene se corrono molto, se consegnano in tempo, se il cliente è soddisfatto. Un'apparente libertà rispetto al posto fisso, o al lavoro manuale di un tempo, che può anche giustificare sogni di ascesa sociale, di un decoro piccolo-borghese, comprare un giorno una casa col mutuo, dare una scuola migliore ai figli.
Ma è una finzione. La trappola sta proprio in quel rapporto di lavoro non dipendente, che libera il datore di lavoro da ogni responsabilità e vincola invece il lavoratore a ritmi da schiavo, segnati da penali, multe, mancati guadagni, rate del mezzo da pagare. L'operaio della società industriale, nella fabbrica o nel cantiere, vendeva la sua forza-lavoro.
I nuovi proletari vendono il loro tempo, ed è peggio. Non per caso la prima battaglia del movimento operaio fu sul tempo di lavoro: il primo maggio del 1886 fu indetto uno sciopero generale in tutti gli Stati Uniti per la giornata di otto ore. Finì con il massacro di Haymarket, a Chicago. Tre anni dopo la Seconda Internazionale fece di quella data, il Primo Maggio, la festa dei lavoratori. I vecchi proletari si ribellavano perché non avevano da perdere che le loro catene; i nuovi non hanno da perdere che il loro tempo di vita, e con esso le famiglie, gli affetti, ogni gioia.
Il film - Nel film di Loach, ambientato nel nord dell'Inghilterra, anche la moglie del protagonista lavora così: fa la badante, assiste anziani e malati a domicilio, viene pagata a visita da una società di servizi, più ne fa più guadagna.
Una delle sue assistite, un'anziana sindacalista che era stata con i minatori negli anni 70, allibisce quando scopre che non ha un orario fissato per contratto. Il marito, invece, ha comprato un furgone bianco, diecimila sterline a rate, per poter andare in giro a consegnare pacchi senza fermarsi mai, sotto il controllo di uno scanner satellitare - "la pistola" lo chiamano - che registra tutto, e se tarda a ripartire dopo una consegna comincia a fare bip bip, portandosi appresso nel bagagliaio una bottiglia di plastica vuota per fare la pipì quando gli scappa senza perdere tempo.
Lo ha fatto per i figli, e invece è proprio questa scelta che lo rende assente, stanco, nervoso, un padre peggiore, e fa saltare gli equilibri di una famiglia fin lì unita, forte, bella. Alla fine del film i figli glielo rimproverano: we missed you, ci sei mancato. Il ragazzo adolescente è sull'orlo del comportamento antisociale, la bambina, undicenne, sull'orlo di una crisi di nervi. La moglie esaurisce le sue riserve di affetto e pazienza.
E lui a pezzi, ferito, pesto, assonnato, con una costola rotta, si rimette all'alba alla guida del van cui disperatamente ha affidato la sua vita, ma che gliela sta strappando. Fasi così il capitalismo ne ha già conosciute nella sua storia, quando un salto tecnologico gli consente nuove condizioni di sfruttamento, e le usa tutte perché il profitto è la sua legge.
Ma sempre la civiltà, la filantropia, la lotta di classe, la politica democratica, hanno di volta in volta trovato il modo di mitigare queste condizioni e di rimettere al centro l'uomo e la sua dignità. Questo è uno di quei momenti, ma i nuovi proletari non hanno ancora trovato il modo, l'organizzazione, i sindacati, i partiti, la cultura che possa impedirne la trasformazione in merce, per costruire un nuovo umanesimo anche nel mondo dei satellitari e del controllo da remoto. Il film di Ken Loach ha il merito di ricordare a tutti noi che nessuno è davvero libero, se intorno a lui lavorano degli schiavi.
di Guido Santevecchi
Corriere della Sera, 14 gennaio 2020
Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human Rights Watch, è stato respinto dalle autorità di frontiera all'aeroporto di Hong Kong. Il capo americano della organizzazione non governativa avrebbe dovuto presentare domani il rapporto annuale World Report 2020, sullo stato delle libertà in cento Paesi. In primo piano un dossier su quello che secondo i ricercatori della ong è "l'assalto cinese ai diritti umani". Il documento sarà diffuso oggi a New York.
Roth era stato diverse volte a Hong Kong, senza problemi, oggi si dice rattristato dalla svolta. L'ultima visita nel 21918 quando presentò un rapporto sulle discriminazioni nel mercato del lavoro cinese. Ma allora Hong Kong era ancora calma, ora è sprofondata da sette mesi in una crisi politica e sociale di rigetto della crescente omologazione e subordinazione alla politica dettata dal Partito-Stato di Pechino.
All'aeroporto della City i funzionari hanno detto solo che c'erano "problemi di immigrazione". A Pechino il portavoce degli Esteri è stato meno diplomatico: "E nella scelta discrezionale della Cina sovrana consentire o negare l'ingresso a un individuo nel suo territorio", ha detto il rigoroso Geng Shuang.
Tecnicamente ha ragione, perché Hong Kong fa parte della Cina, anche se è una "regione ad amministrazione speciale" fino al 21947, in base agli accordi sulla restituzione dell'ex colonia da parte britannica nel 1997. Fino agli ultimi mesi però Hong Kong era anche stata un'isola di liberalismo politico. Oggi l'impalcatura si sta sgretolando.
Ora nemmeno nella Hong Kong retta dal principio "Un Paese due sistemi" chi è sgradito al governo di Pechino può muoversi tranquillamente: la polizia ha usato lacrimogeni e pallottole di gomma anche contro i reporter che in strada seguivano gli eventi da giugno. Il sistema ormai è lo stesso: porte chiuse a chi critica o si oppone. Pechino ordina e le autorità del territorio speciale eseguono.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 14 gennaio 2020
"Un farsesco tentativo di far dimenticare le violazioni dei diritti umani": così Amnesty International, Transparency International e Civicus hanno definito, in una nota congiunta, il cosiddetto C20, un ciclo di incontri preparatori della società civile in vista del summit del G20, di cui quest'anno l'Arabia Saudita ha la presidenza. Il C20 è presieduto dalla Fondazione re Khalid, ovviamente legata alla famiglia reale.
Nelle intenzioni delle autorità saudite, il C20 dovrebbe costituire una piattaforma della società civile mondiale che potrebbe suggerire temi da inserire nell'agenda del summit del G20. È un peccato, hanno commentato ironicamente le tre organizzazioni, che l'unica "società civile" locale cui sarà consentito di partecipare al C20 è una creazione del governo mentre la maggior parte delle voci indipendenti dell'Arabia Saudita languono da tempo dietro le sbarre: come i fondatori dell'Associazione saudita per i diritti civili e politici o le attiviste per i diritti delle donne.
In un paese nel quale i partiti politici, i sindacati e le organizzazioni per i diritti umani sono messi al bando e i giornalisti indipendenti sono assassinati all'estero, quale processo di consultazione della società civile può mai aver luogo? Siamo di fronte, dunque all'ennesima campagna di pubbliche relazioni per migliorare la reputazione internazionale dell'Arabia Saudita. Come nel caso dello sport-washing, ci sarà certamente qualcuno che considererà il C20 l'ennesima conferma che il paese ha intrapreso la strada delle riforme.
di Emilia Urso Anfuso
Libero, 13 gennaio 2020
Fino alla fine del XVIII secolo, il sistema carcerario in Europa prevedeva la tortura e anche le pene corporali. Questo tipo di punizioni furono concepite dopo l'istituzione della Santa Inquisizione, che introdusse anche il carcere a vita oltre a torture che al solo leggerne la descrizione si rischia di star male.
Il Sole 24 Ore, 13 gennaio 2020
Immigrazione e stranieri - Condizione di clandestino - Rilevanza penale della condotta - Ingresso illecito - Permanenza illecita - Bene giuridico tutelato. La clandestinità è sanzionata dall'art. 10-bis T.U. immigrazione quale conseguenza di una condotta illecita e non già per effetto di una condizione preesistente ed estranea al comportamento dello straniero. Ne consegue che la rilevanza penale di tale condotta deriva dalla lesione del bene giuridico individuabile nell'interesse dello Stato al controllo e alla gestione dei flussi migratori che consiste sia nell'impedire l'ingresso illegale sia nel vietare la permanenza illegale sul territorio qualunque sia stata la modalità di ingresso.
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 13 dicembre 2019 n. 50461.
Sicurezza pubblica - Stranieri - In genere - Contravvenzione - Permanenza illegale nel territorio dello Stato - Rilievo delle modalità d'ingresso - Esclusione - Fattispecie. La contravvenzione prevista dall'art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998 tutela l'interesse statale al controllo e alla gestione dei flussi migratori secondo un determinato assetto normativo e, a tal fine, incrimina sia l'ingresso illegale nel territorio dello Stato, sia la permanenza illegale in detto territorio e tale ultima condotta prescinde dalle modalità d'ingresso nello Stato italiano. (Fattispecie in cui la Corte ha annullato con rinvio la sentenza di assoluzione dell'imputato nato in Italia da genitori tunisini).
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 18 agosto 2017 n. 39211.
Sicurezza pubblica - Stranieri - Contravvenzione di cui all'art. 10-bis, d.lgs. n. 286 del 1998 - Condotte punibili - Individuazione. La contravvenzione prevista dall'art. 10-bis del D.Lgs. n. 286 del 1998 non punisce la mera condizione di straniero irregolare, ma incrimina due specifici comportamenti, lesivi dell'interesse statale al controllo e alla gestione dei flussi migratori secondo un determinato assetto normativo e cioè, il "fare ingresso nel territorio dello Stato" (condotta attiva istantanea) e il "trattenersi" nel territorio medesimo (condotta omissiva permanente) in violazione del predetto.
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 4 dicembre 2013 n. 44453.
Sicurezza pubblica - Stranieri - Contravvenzione - Ingresso o soggiorno illegale - Natura permanente - Sussistenza. La contravvenzione prevista dall'art. 10-bis del D.Lgs. n. 286 del 1998, che incrimina la condotta dello straniero che si trattiene illegalmente nel territorio dello Stato, ha natura permanente. (Fattispecie in cui l'ingresso illegale era avvenuto prima della entrata in vigore dell'art. 10 bis della legge n. 286 del 1998, ma la condotta di permanenza era proseguita anche dopo l'entrata in vigore della norma indicata).
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 24 ottobre 2013 n. 43472.
Sicurezza pubblica - Stranieri - Reati - Ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato - Contrasto con la direttiva europea sui rimpatri - Esclusione - Ragioni. La contravvenzione prevista dall'art. 10 bis, D.Lgs. n. 286 del 1998, che punisce con una sanzione pecuniaria l'ingresso e il soggiorno illegale nel territorio dello Stato, non viola la direttiva della Commissione Cee 16 dicembre 2008 n. 115 sui rimpatri, in quanto non è accompagnata da misure di rimpatrio forzato incompatibili con la direttiva indicata.
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 26 settembre 2013 n. 39998.
Sicurezza pubblica - Stranieri - Permanenza nel territorio dello stato dopo l'ingresso illegale - Configurabilità della contravvenzione. Integra la fattispecie contravvenzionale prevista dall'art. 10-bis d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286, l'ulteriore protrazione della permanenza dello straniero nel territorio dello Stato dopo la consumazione del reato istantaneo di ingresso illegale, non occorrendo attendere, in tal caso, la scadenza del termine per la richiesta del permesso di soggiorno, previsto a favore di chi faccia legalmente ingresso nel territorio dello Stato.
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 18 ottobre 2010 n. 37051.
di Carlo Franza
Il Giornale, 13 gennaio 2020
La mostra fotografica all'Antico Oratorio della Passione della Basilica di Sant'Ambrogio a Milano. Un viaggio fotografico per documentare due mondi apparentemente lontani fra loro, ma per tanti aspetti invece molto simili e complementari: quello delle monache di clausura e quello delle detenute, il convento e il carcere. Il tutto senza alcuna morbosa curiosità e senza pregiudizi, ma anzi con grande sensibilità e attenzione.
Monasteri e carceri sono dunque il focus della mostra "Un mondo dentro - Clausura e carcere", a cura di Eliana Gagliardoni, inaugurata giovedì 9 gennaio, alle ore 13.00, nella Sala dell'Antico Oratorio della Passione della Basilica di Sant'Ambrogio, a Milano. Per la realizzazione di questo progetto, che ha richiesto oltre quattro mesi di lavoro, Eliana Gagliardoni ha fotografato le monache di clausura di tre monasteri - due dell'ordine delle Benedettine e uno dell'ordine delle Carmelitane - per la precisione il Monastero di San Benedetto di Via Bellotti, a Milano, la comunità monastica delle Benedettine dell'abbazia di Viboldone, frazione di San Giuliano Milanese, e il Monastero di Santa Maria del Monte Carmelo di Concenedo, in provincia di Lecco.
Pochissimi fotografi hanno avuto il permesso di entrare in un monastero per fotografare la clausura e, in questo senso, Eliana Gagliardoni è stata forse l'unica ad aver ottenuto questo privilegio grazie alla speciale concessione fattale dal Vicario Episcopale della Diocesi di Milano. Dopo aver ricevuto l'autorizzazione da parte del Ministero di Grazia e Giustizia di Roma, la Gagliardoni è entrata infine anche nel carcere di Bollate, all'interno del quale ha ritratto donne detenute.
Dall'accostamento inedito tra queste due realtà nasce quindi l'idea di dar vita a "Un mondo 'dentro'". "Al di là di alte mura e finestre con sbarre che lo sguardo non può oltrepassare - spiega Eliana Gagliardoni - esistono vite, realtà nascoste. Sono vite che incuriosiscono, talvolta insospettiscono o generano opinioni pregiudizievoli. Quante persone, come me, si sono chieste quale sia il senso di una vita da recluse?
Monache di clausura e donne detenute: l'accostamento potrebbe sembrare una forzatura, ma la possibilità di una crescita interiore, sebbene parta e progredisca in contesti diversissimi e contrapposti, si rivela una grande occasione per entrambe. Si tratta di due mondi apparentemente distinti e lontani, ma invisibilmente connessi da un potente strumento: la Preghiera. Le monache di clausura pregano, non solo per sé stesse, ma anche per chi chiede un aiuto e, in tal senso, pregano soprattutto per chi vive un regime detentivo, mantenendo spesso relazioni epistolari con uomini e donne recluse".
A Eliana Gagliardoni è stata concessa l'opportunità di conoscere tutte queste donne, di varcare le porte dei loro mondi" e di condividere per qualche ora la loro esperienza. Attraverso questo progetto, reso possibile grazie al prezioso contributo, al supporto e alla collaborazione della Caritas Ambrosiana e di Don Marco Recalcati, cappellano del carcere milanese di San Vittore, la fotografa ha potuto conoscere persone di grande levatura spirituale e persone che hanno sbagliato e stanno consapevolmente pagando per i propri errori.
"Le une e le altre - conclude - mi hanno accolto con gentilezza, benevolenza e amicizia e a tutte loro, indistintamente, riservo la mia gratitudine". Per tutta la durata della mostra fotografica saranno in vendita sia le opere esposte sia dei cofanetti contenenti le fotografie più significative, intervallate da veline trasparenti con frasi di alto valore spirituale scritte dalle monache di clausura, che hanno partecipato e dato il loro personalissimo contributo alla realizzazione del progetto. Non manca un risvolto solidale. Al termine dell'esposizione, infatti, il ricavato di tale vendita verrà interamente devoluto a Don Marco Recalcati in favore di detenuti della casa circondariale di San Vittore particolarmente bisognosi e delle loro famiglie che, a causa della reclusione del proprio congiunto, versano in condizioni di grave disagio e difficoltà.
- Pontremoli (Ms). Dall'istituto penale minorile femminile un ponte per la vita
- Napoli. Detenuti al lavoro in Procura, il Provveditore: "Giusto reinserire chi ha sbagliato"
- Campania. Roberti: "No discriminazione sanitaria tra i minori detenuti e quelli affidati"
- Stalking, escluse le condotte precedenti la legge che ha previsto il reato
- Ustica più segreta di Teheran









