cittadellaspezia.com, 5 dicembre 2019
Con "Senza porte né finestre", il videomaker aveva realizzato un film all'interno del carcere della Spezia Villa Andreino. "Senza porte né finestre" di Francesco Tassara vince la rassegna "Fotogrammi dal carcere" alla XXII edizione del Marano Ragazzi Spot Festival, manifestazione realizzata in partenariato con Libera - Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, Fondazione Pubblicità Progresso e Rai responsabilità sociale, svoltasi a Marano di Napoli in collaborazione con l'IPM di Nisida. Il film, girato all'interno del carcere della Spezia Villa Andreino, è frutto di un laboratorio teatrale svolto dall'associazione Rcr Libera Iniziativa per i detenuti del penitenziario, protagonisti del film stesso affiancati da artisti esterni.
Il soggetto, una realtà parallela costruita dai sogni di chi vive in cella, è scritto dal regista insieme a Luciana Consiglio, Riccardo D'Ambra (Visibì) e Andrea Bonomi (Mitilanti). Le riprese audio e video sono di Michele Borgia e Tassara.
Le musiche sono di Visibì e German Jerson Bolanos. Gli interpreti sono Michele Longinotti, Sandro Giordano, Fortunato La Scala, Mohamed Grich, Francesco Ferrari, Franco Picelli, Giovanni Pitino, Gogo Wiliame, Tarik Fouhamy, German Jerson Bolanos, Andrea Bonomi, Leonardo e Samuele Artino Innaria, Luciana Consiglio ed Andrea Ruiu.
I numeri della kermesse sono stati importanti: cinque concorsi per un totale di 161 film, in rappresentanza di 32 Paesi. L'associazione Agita Teatro è la curatrice della giuria che ha premiato il progetto spezzino come vincitore del 2019 tra gli altri video realizzati negli istituti penali di tutta Italia. Il film racconta una condizione di vita sospesa in un non tempo, la giornata di alcuni detenuti rinchiusi tra quattro mura ma liberi di spaziare per il mondo intero attraverso la parola, i sogni, il ricordo, la poesia e le aspettative. L'opera nasce dalla trasposizione di un testo teatrale originale costruito in carcere insieme ai detenuti.
leccesette.it, 5 dicembre 2019
Giovedì 5 e venerdì 6 dicembre, nella Casa circondariale "Borgo San Nicola", appuntamento con lo spettacolo conclusivo del laboratorio "Tracce", a cura di Koreoproject con la direzione artistica, la regia e la coreografia di Giorgia Maddamma e l'organizzazione di Sara Bizzoca.
Quali sono le nostre tracce, i nostri percorsi, ciò che segnamo e le scie della nostra storia che lasciamo? Giovedì 5 e venerdì 6 dicembre la Casa Circondariale "Borgo San Nicola" di Lecce ospiterà lo spettacolo conclusivo del laboratorio "Tracce" a cura di Koreoproject con la direzione artistica, la regia e la coreografia di Giorgia Maddamma. In scena dieci detenuti che in questi mesi hanno seguito tre laboratori tematici e che condivideranno il palco con la danza di Giorgio Mogavero, Mariella Rinaldi e Sara Bizzoca, le sculture di Matteo Lucca e la musica di Marco Bardoscia. Il reportage fotografico è curato del fotogiornalista Fabio Serino che ha seguito i laboratori catturando con i suoi scatti i momenti più avvincenti e nascosti dei protagonisti. La replica di venerdì 6 sarà aperta al pubblico (prenotazioni chiuse) e alla stampa.
"Il termine traccia denota solitamente un segno, un'orma o una scia; lasciare una traccia di sé è una delle aspirazioni di ogni essere umano. Passare alla storia, raggiungere fama durevole oltre il breve arco dell'esistenza, affidare l'anima alla memoria dei posteri come surrogato dell'immortalità", sottolinea Giorgia Maddamma.
"Murakami ha scritto che ognuno lascia la sua impronta nel luogo che sente appartenergli di più. Lo spazio che viviamo si trasforma in relazione al nostro modo di vivere. In maniera più o meno marcata, lasciamo tracce della nostra presenza, attraverso le conseguenze delle abitudini del nostro fare quotidiano. A volte ci dimentichiamo che il nostro stesso corpo è la rappresentazione della nostra storia, porta dentro di sé le tracce del nostro passato, dei vissuti trascorsi.
Come una cartina geografica, ci indica dove sono localizzate le esperienze e quali le emozioni ad esse associate. A differenza della "memoria classica" che si attiva per ricordi cognitivi, quella corporea lo fa con veri e propri ricordi fisici, attraverso le sensazioni e le reazioni fisiologiche", prosegue la direttrice artistica del progetto.
"Ecco perché il nostro linguaggio, quello del movimento esprime la purezza del nostro essere. Attraverso il nostro linguaggio artistico racconteremo storie di ognuno dei partecipanti, trasformandole in tracce musicali e di movimento, e con il supporto dell'arte della scultura punteremo a "visualizzare" la nostra storia e renderla eterna.
L'interesse e la priorità educativa, cioè il vero tema che si voluto trattare, è il raggiungimento dell'universo interiore dei detenuti, universo tutto da scoprire e da far affiorare, al fine di condurli a descrivere il proprio mondo in maniera personale e rendere la loro visione una visione universale e teatrale". Info e prenotazioni
di Antonio D'Orrico
Corriere della Sera, 5 dicembre 2019
"La misura del tempo" (Einaudi Stile libero): romanzo che è "un legal thriller e un viaggio nel tempo". Una donna torna dal passato dell'avvocato Guerrieri: lui era alle prime armi in uno studio legale e lei, più grande d'età, lo guidò nel passaggio da ragazzo a uomo.
A Bari, città del romanzo, forse commentarono, sghignazzando, che gli fece da nave scuola, ma le cose furono più complicate, spirituali e non solo carnali. Il futuro avvocato imparò da Lorenza a conoscere i libri e i film giusti, a capire meglio il bene e il male.
Lorenza, che ambiva a fare la scrittrice, è rimasta una supplente di italiano, vive nella casa dei genitori (completando "un'orbita triste attorno ai propri sogni"), e ha un figlio di 25 anni condannato in primo grado per omicidio. Ed è questo il motivo per cui Lorenza riappare nella vita di Guerrieri alla vigilia del processo d'appello. L'avvocato accetta il caso (quasi disperato).
"La misura del tempo" di Gianrico Carofiglio è un legal thriller e un viaggio nel tempo (perdonate il bisticcio di parole). Il libro fonde le due anime (ma forse è una sola) dello scrittore: quella giudiziaria e quella esistenziale (per dirla in parole semplici). Ho sempre creduto nella prima e nel personaggio di Guerrieri. Ho invece avuto qualche dubbio iniziale (anche grosso) sulla seconda. Mi sbagliavo. Per finire, una divagazione alla Tristram Shandy (l'autore mi capirà).
Carofiglio è diventato un personaggio pubblico, un protagonista dei dibattiti televisivi. I primi tempi era un po' rigido (capita ai magistrati, ai letterati, a chi da ragazzo era molto timido; tutte caratteristiche riscontrabili in lui). In seguito si è sciolto, è diventato più simpatico, gradevole, autorevole (vedendolo nei salotti tv, ho poi più volte notato ospiti femminili guardarlo con malcelata concupiscenza). Nella Misura del tempo, malgrado la malinconia di molte pagine (che si riassume nella frase di Marcello Mastroianni: "Mi piace cenare con gli amici. Allora, perché devo morire?"), Carofiglio mi sembra di ottimo umore. E ha ragione di esserlo.
di Antonio Carioti
Corriere della Sera, 5 dicembre 2019
Le inchieste, i testimoni, l'ombra dei servizi: cosa sappiamo 50 anni dopo. L'intreccio tra eversori e apparati dello Stato. L'indagine riaperta negli anni Novanta. L'Italia repubblicana conosceva da sempre la violenza politica, ma la bomba esplosa cinquant'anni fa a Milano, nella sede della Banca nazionale dell'Agricoltura in piazza Fontana, segnò una svolta agghiacciante.
Il 12 dicembre 1969 vennero assassinate e ferite, a tradimento e a caso, persone innocenti e ignare, alle prese con gli impegni del lavoro e della vita quotidiana. Si colpiva nel mucchio, senza alcun riguardo. Da quel momento nessun cittadino poteva più ritenersi al sicuro. Mezzo secolo dopo, il bilancio che se ne può trarre è duplice.
Da una parte la democrazia italiana ha respinto con successo l'aggressione del terrorismo, cominciata allora. Dall'altra non vi è stata giustizia: l'eccidio resta senza colpevoli, anche se dalle inchieste giudiziarie e dalle ricerche storiche emerge con sufficiente chiarezza che la responsabilità va addebitata all'estrema destra neonazista.
Molti interrogativi però rimangono aperti, specie in riferimento al ruolo equivoco svolto da alcuni apparati di sicurezza. E resta il dovere della memoria verso le vittime e i loro cari, verso coloro che furono ingiustamente accusati (come l'anarchico Giuseppe Pinelli, morto mentre era trattenuto illegalmente dalla polizia), verso la città e il Paese intero.
I fatti. Su questi due versanti si muove il libro La strage di piazza Fontana (in edicola da sabato 7 dicembre), aperto da una prefazione di Giangiacomo Schiavi, con il quale il Corriere della Sera ha voluto portare un proprio contributo al dibattito. Abbiamo cercato di ricostruire i fatti: un contesto storico segnato da forti tensioni; la meccanica dell'azione terroristica, con cinque attentati (due a Milano e tre a Roma) in poche ore; l'avvio delle indagini, la perdita di credibilità della pista anarchica e l'affiorare di quella nera, con la scoperta di rapporti inquietanti tra eversori e servizi segreti.
Inoltre abbiamo ripercorso, con Luigi Ferrarella, il tortuoso iter giudiziario, il controverso trasferimento del processo da Milano a Catanzaro, le condanne in primo grado e le assoluzioni in appello, la riapertura dell'inchiesta negli anni Novanta, le nuove sentenze, gli ultimi filoni battuti dagli inquirenti. Abbiamo puntato i riflettori anche su alcuni aspetti particolari: Giovanni Bianconi narra la sorte di tre coraggiosi magistrati (Vittorio Occorsio, Emilio Alessandrini, Antonino Scopelliti) che si occuparono degli attentati avvenuti nel 1969 e poi vennero assassinati per altre ragioni; Gianfranco Bettin esplora l'ambiente in cui maturò la trama criminale, l'estremismo di destra del Nordest.
I testimoni - Abbiamo dato la parola ai testimoni: il nostro collega Giacomo Ferrari, che era nella banca in cui esplose l'ordigno; un maestro del giornalismo come Corrado Stajano, che fu tra i primi ad accorrere sul posto. E poi ci siamo rivolti, con Giampiero Rossi, all'Associazione delle famiglie delle vittime di piazza Fontana (17 furono in tutto i morti), che si è battuta coraggiosamente per ottenere giustizia e da parecchi anni svolge un lavoro encomiabile per evitare che vada dispersa la memoria di quanto accadde.
Sul punto più spinoso, cioè sulle ragioni dell'eccidio e su quanta responsabilità portino alcuni settori dello Stato, specie per la mancata individuazione dei responsabili, abbiamo chiamato a confrontarsi due studiosi di opinioni diverse, Aldo Giannuli e Vladimiro Satta, che hanno dato vita a una discussione a tratti polemica, ma pacata e civile nei toni.
Piazza Fontana è un evento lontano, ma denso d'insegnamenti. Bene hanno fatto il Comune e il sindaco Giuseppe Sala, nel cinquantesimo anniversario, a preparare una nuova installazione nel luogo dell'eccidio e a programmare una serie d'iniziative commemorative, alla quali parteciperà il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Milano ha superato quella terribile prova, ma non la dimentica.
di Massimo Ammaniti
Corriere della Sera, 5 dicembre 2019
In molti Paesi i giovani sono in prima fila nelle manifestazioni di piazza per l'ambiente e contro la corruzione dei governi e delle élite finanziarie. E cominciano a incidere. Cile, Hong Kong, Repubblica Ceca, Libano e adesso anche Italia, solo per citare alcuni Paesi in cui i giovani sono in prima fila nelle manifestazioni di piazza per protestare contro le sopraffazioni e le corruzioni dei governi e delle élite finanziarie. Probabilmente l'universo dei giovani si sta risvegliando dopo che per molto tempo li avevamo considerati troppo dipendenti dalla famiglia e privi di autonomia, addirittura "bamboccioni" come ne parlò Padoa Schioppa.
Eppure i dati italiani di Eurostat del 2017 confermavano che il 67% dei giovani fra i 18 e i 34 anni vivevano ancora in famiglia senza una propria indipendenza lavorativa. Ma non è solo un'anomalia italiana anche negli Usa, nonostante siano il Paese di Zuckerberg che a vent'anni ha costruito con Facebook un impero finanziario, esiste un problema giovanile, perché i giovani per studiare sono costretti ad indebitarsi e non riescono a vivere in una propria casa perché gli affitti sono troppo elevati.
Questi ritardi ad accedere al mondo dei giovani adulti hanno messo in discussione uno degli assiomi della psicoanalisi: con la fine dell'adolescenza non si raggiunge più un'identità personale e sociale stabile ma si rimane in un territorio indefinito. È una fase in cui l'età adulta comincia a emergere resa più difficile dall'instabilità esistenziale secondo la definizione dello psicologo americano Jeffrey Arnett, che ha coniato la definizione psicologica "Emerging Adulthood", che indica il mancato raggiungimento di una direzione di sé.
Sarebbe tuttavia ingeneroso addebitare questo ritardo ai giovani che si rifiuterebbero di crescere, è piuttosto la società degli adulti e degli anziani che ha creato molte barriere nei loro confronti, cominciando dalla precarietà degli sbocchi lavorativi.
L'ingresso nel mondo adulto viene scoraggiato, ad esempio per votare nelle elezioni del Senato bisogna avere più di 25 anni in Italia e per candidarsi più di 40 anni. Non è un Senato aperto ai giovani, già la sua etimologia ne ratifica l'esclusività senile, confermata dall'età media di 61 anni dei senatori americani e di 55,8 anni in Italia. Anche la campagna americana per le elezioni presidenziali ne è un'ulteriore riprova, quasi tutti i possibili candidati repubblicani e democratici hanno superato abbondantemente i 70 anni.
Questo divario generazionale comincia a pesare sulle nuove generazioni che cominciano a chiedersi quale sarà il loro futuro e che eredità riceveranno da quanti detengono oggi il potere. Gli adulti e i vecchi a loro volta difendono i loro privilegi e le loro condizioni di vita con una nostalgia per il passato, evidentemente poco disposti a chiedersi che cosa lasceranno ai propri figli. Questo divario generazionale è stato confermato nel referendum in Gran Bretagna per la Brexit, in cui il 73% dei giovani fra i 18 e i 24 anni si è espresso a favore della permanenza nella Comunità Europea, mentre al contrario il 60% degli elettori con più di 65 anni hanno votato a favore della Brexit.
I giovani avendo una lunga vita davanti sono maggiormente interessati ad avere un mondo aperto agli scambi con gli altri Paesi europei, mentre i vecchi per gli anni che rimangono non vogliono staccarsi dal proprio passato. Già questo tema era al centro del famoso film di Ingmar Bergman "Il posto delle fragole" che vede la contrapposizione fra il vecchio Dottor Borg, chiuso nel suo egoismo, e i giovani autostoppisti, pieni di vitalità e di entusiasmo.
Per tornare ai giovani che manifestano contro il riscaldamento globale oppure contro la vendita libera delle armi e le disuguaglianze economiche che si accentuano sempre di più e contro il razzismo e le discriminazioni sociali, vale quello che rivendicano nei loro cartelli: "Voi avete avuto un futuro lo dovremmo avere anche noi". È questa la spinta che fa muovere milioni di giovani di tutto il mondo, non solo in Occidente, come era avvenuto per i movimenti di protesta degli anni '60 del secolo scorso, ma anche nei Paesi in via di sviluppo. E poi sono movimenti spontanei al di fuori dei partiti e delle ideologie politiche, motivati dal bisogno di garantirsi un futuro, ma anche un presente più vivibile.
Tutto questo è favorito dai social network che creano un contagio mediatico fra i giovani, come è successo con Greta Thunberg per la quale uno non vale solo uno, ma anche milioni e milioni di follower. Ci troviamo di fronte a una mutazione antropologica ancora una volta sollecitata dai giovani, noi vecchie generazioni dovremmo guardare con favore questo fermento giovanile con la speranza che riescano là dove noi abbiamo fallito.
E più che chiederci chi ci sta dietro a Greta Thumberg e al movimento dei giovani, dovremmo piuttosto confrontarci col significato delle loro richieste che dimostrano una consapevolezza della gravità della situazione della Terra: "Siamo noi a fare la differenza e se nessuno interviene lo faremo noi".
di Chiara Saraceno
La Repubblica, 5 dicembre 2019
Sarebbe bello che tutti i bambini trovassero nella propria famiglia adulti in grado di sostenerli nel processo di crescita, di offrire loro sicurezza mentre imparano a diventare autonomi, affetto senza soffocarli, guida autorevole senza violenza (psicologica o fisica).
Che tutti i bambini avessero non tanto "genitori perfetti", che non esistono da nessuna parte, ma genitori responsabili e consapevoli, anche dei propri limiti, quindi anche capaci e disponibili a farsi aiutare, a condividere con altri, dentro, ma anche fuori dalla rete familiare, la responsabilità di far crescere bene un bambino.
Non sono disposizioni e capacità che si sviluppano automaticamente dal dato biologico della procreazione. Richiedono maturità, processi di apprendimento, disponibilità emotiva e cognitiva. Crescere un bambino, inoltre, non può essere una avventura solitaria. Va condivisa, innanzitutto tra genitori (se ci sono entrambi), ma anche con altri - nonni, zii, insegnanti, anche amici - che possano costituire persone di riferimento aggiuntive per i piccoli e anche sostenere i genitori in momenti di difficoltà, o stanchezza.
La normale consapevolezza dei propri limiti, la disponibilità alla condivisione delle responsabilità e la capacità di chiedere aiuto, e la possibilità di farlo, tuttavia, purtroppo non sempre ci sono, o sono sufficienti. Uno o entrambi i genitori possono essere seriamente inadeguati rispetto alla responsabilità di crescere un figlio, mettendone a rischio lo sviluppo e talvolta la vita stessa.
Possono non avere nel loro intorno famigliare e amicale una rete di sostegno sufficiente, o adeguata al bisogno, o rifiutarla per un malinteso senso di autonomia e autosufficienza. In questi casi è assolutamente necessario che si attivino reti di relazione e protezione anche istituzionali, innanzitutto a difesa del bambino, al suo diritto a ricevere cure adeguate, a crescere in un ambiente sicuro anche dal punto di vista relazionale e affettivo.
Salvo che nei casi in cui vi è il fondato sospetto, o l'acquisita certezza, di violenze e di rischi gravi per la bambina, in cui interviene il Tribunale dei minori, il primo intervento non comporta l'allontanamento provvisorio dalla famiglia, quindi il collocamento in una comunità o in una famiglia affidataria.
Comporta invece un lavoro con la famiglia, i genitori e possibilmente il loro intorno sociale, per aiutarli a far fronte alle loro responsabilità e per individuare le criticità. Queste possono essere di ordine economico, ma più spesso sono di ordine culturale, cognitivo, psicologico. Mentre le difficoltà economiche possono essere, almeno in linea di principio, di agevole soluzione, le altre lo sono meno, richiedono tempi lunghi e non sempre si risolvono.
Per compensarle, mettendo in sicurezza la bambina pur mantenendo la relazione genitoriale, può bastare un rafforzamento della rete di sostegno formale e informale e una maggiore presenza dei servizi educativi e sociali. Altre volte, tuttavia, questo non è sufficiente. Per la sicurezza del bambino ed anche per dare la possibilità ai, o al genitore di riprendersi, o di maturare un equilibrio soddisfacente, è necessario ricorrere all'allontanamento temporaneo, vuoi in modo consensuale, vuoi ricorrendo al tribunale.
Si tratta sempre di decisioni drammatiche, veri e propri atti di riduzione del danno. Per questo non sono prese a cuor leggero. Contrariamente a ciò che sostengono coloro che hanno fatto del caso Bibbiano una bandiera a favore della "famiglia naturale" a prescindere e contro i servizi sociali percepiti come prepotenti intrusi, i servizi sociali e le famiglie affidatarie non "rubano i bambini" senza motivo a genitori con cui stanno bene. Ci possono essere casi specifici in cui si è agito, anche in buona fede, troppo frettolosamente, senza adeguate verifiche.
Occorre sicuramente rafforzare i servizi di sostegno alla genitorialità e investire nella formazione e supervisione di chi opera nel campo delle fragilità famigliari, evitando decisioni troppo solitarie o basate su stereotipi del "buon genitore" (soprattutto della "buona madre"). Ma è anche necessario non adagiarsi nell'idea che la famiglia "naturale" sia sempre e comunque il luogo più sicuro e migliore in cui crescere. Non sempre, purtroppo, è così. E l'affido famigliare è uno straordinario strumento di solidarietà a favore di bambini, e genitori, in più o meno temporanea difficoltà.
di Stefano Giantin
La Stampa, 5 dicembre 2019
L'inferno in terra è una distesa di fango, punteggiata da piccole tende - alcune schiantate sotto il peso della neve - che non offrono riparo alcuno dalle intemperie. È un luogo dove centinaia di disperati, tanti con addosso miseri vestiti, alcuni con ai piedi solo dei sandali, sopravvivono alla neve, a temperature sottozero, sopra quella che un tempo fu era una discarica, vicino a colline ancora oggi disseminate di mine antiuomo.
E praticamente senza servizi igienici e senza alcun tipo di riscaldamento, mentre d'estate il problema maggiore sono i serpenti. Abitato da 500 persone Inferno nel cuore dell'Europa che risponde al nome di Vucjak, il terribile campo profughi allestito mesi fa nei pressi di Bihac, in Bosnia, dove due giorni fa è caduta la prima neve, ultimo oltraggio per almeno 500 migranti che sopravvivono nel sito. E che hanno così deciso di rifiutare ogni tipo d'aiuto, inclusi cibo e acqua.
Sciopero della fame che è una forma di protesta estrema dei migranti, hanno segnalato i media locali, contro le terribili condizioni in cui da mesi sono costretti a vivere, praticamente senza assistenza, mentre attendono la chance giusta per varcare irregolarmente la vicina frontiera con la Croazia e poi proseguire verso Nord, meta l'Europa più ricca.
Ma è anche un ultimatum, reso manifesto su cartelli ottenuti da vecchi cartoni, su cui migranti e profughi hanno scritto "aprite la frontiera" e "vogliamo passare il confine". Migranti che da martedì "rifiutano cibo caldo e tè", ha confermato ieri al portale Klix un membro della Croce Rossa. Problema che perdura da troppo tempo, quello di Vucjak, malgrado gli appelli della comunità internazionale affinché Sarajevo chiuda il campo.
L'ultimo in ordine di tempo - e il più drammatico - l'urlo indignato della Commissaria per i diritti umani del Consiglio d'Europa (CoE), Dunja Mijatovic, anche lei bosniaca, in visita in questi giorni nel suo Paese natale. E la prima tappa è stata proprio Vucjak, "una vergogna per la Bosnia-Erzegovina", qualcosa "che non avevo mai visto nella mia lunga carriera", ha affermato.
Le condizioni nel campo, ha aggiunto Mijatovic, non sono "degne di esseri umani". L'unica cosa da fare ora è "chiudere" Vucjak, subito, spostare i migranti in luoghi accettabili, dove le loro richieste d'asilo possano essere esaminate. E bisogna farlo prima che "la gente inizi a morire", perché il gelo vero, in Bosnia, deve ancora arrivare.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 5 dicembre 2019
"Situazione terribile". Vincent Cochetel a Bruxelles: "Negli ultimi 3-4 mesi ci sono addirittura persone che pagano per restare lì dentro nella speranza di essere redistribuite dall'Unchr perché fuori è ancora più rischioso per la loro vita". Della rinegoziazione degli accordi bilaterali Italia-Libia non si sa più nulla. Tra le modifiche richieste dall'Italia il miglioramento delle condizioni nei centri di detenzione dove dovrebbe essere consentito libero accesso alle agenzie dell'Onu fino al loro svuotamento e alla creazione di centri di accoglienza gestiti direttamente dalle Nazioni Unite.
Questo nel libro dei sogni perché la realtà è che la situazione nei centri di detenzione in Libia "era già cattiva ma adesso è diventata terribile", con "una sovraffollamento, molti casi di tubercolosi, una inadeguata protezione e sicurezza, numerosi casi di abusi e violenza" oltre a diversi casi legati allo "sfruttamento sessuale". E a dirlo sono proprio quelle agenzie dell'Onu la cui presenza in Libia è stata più volte sottolineata dal governo italiano come garanzia di rispetto dei diritti umani.
Ma Unhcr e Oim hanno più volte detto di non essere assolutamente in condizione di garantire dignitose condizioni di vita in Libia. E ieri a Bruxelles, Vincent Cochetel, Inviato speciale dell'Unhcr per il Mediterraneo Centrale, ha ribadito la richiesta di "chiusura totale dei centri". "Una delle nostre attività oltre ad occuparci degli sfollati interni e dei rifugiati è condurre grazie ai nostri staff delle visite nei centri di detenzione per cercare di comprendere i bisogni primari di queste persone", ha spiegato Cochetel.
Le cifre stimate indicano che ci sono più di 4.000 persone nei centri di detenzione ufficiali, quelli a cui l'Unhcr ha accesso, e si ritiene che 2.500 siano i rifugiati e i richiedenti asilo. L'inviato Onu ha poi spiegato che all'interno di queste strutture si trovano "due tipologie di persone: chi vuole lasciare la Libia imbarcandosi in modo irregolare e attraversare il Mediterraneo e chi invece paga per essere detenuto al suo interno". Quest'ultima categoria, "un trend evidenziato negli ultimi 3-4 mesi" raggruppa le persone che "preferiscono essere detenute nella speranza di poter poi essere identificate dall'Unhcr e dunque redistribuite", ha sottolineato Cochetel. Poi, ha aggiunto, ci "sono anche altre persone che preferiscono la detenzione in quanto si sentono più protette e sicure dentro questi centri". Vivere fuori nei centri abitati potrebbe essere "più rischioso per la loro vita".
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 5 dicembre 2019
Le maggiori associazioni per i diritti umani e l'Onu contro la Tanzania che, all'inizio del mese, ha deciso di vietare la possibilità di presentare denunce alla Corte africana per i diritti umani e dei popoli che è operativa dal 2010 ed è composta da giudici di tutta l'Unione africana. L'ultima mossa del regime del presidente John Magufuli per reprimere l'opposizione, la stampa e la libertà d'espressione ha causato un'immediata levata di scudi. "Abbiamo ricevuto informazioni negative sulla situazione dei diritti umani in Tanzania e questa decisione può essere letta come il tentativo di evitare di rimediare alla situazione" ha dichiarato Onesmo Ole-Ngurumwa, coordinatore della Coalizione per i diritti umani nel Paese.
La decisione del governo "impedisce ai cittadini di avere giustizia" è il commento di Anna Henga, del Centro giuridico tanzianiano. L'ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite oggi ha invitato il Paese a riconsiderare la sua decisione. E Amnesty International ha sottolineato che questo provvedimento è destinato a peggiorare la repressione in atto nei confronti di persone singole e organizzazioni non governative. La Tanzania ha il maggior numero di sentenze di condanna, circa il 40 per cento fino allo scorso settembre, emesse dalla Corte africana, la cui sede è nella città tanzaniana di Arusha.
Nel 2016 il Ruanda aveva preso per primo la decisione di uscire dall'organismo. La scorsa settimana, la Corte aveva stabilito che una parte del codice penale della Tanzania, quella in cui si prevede la condanna a morte obbligatoria in caso di reato capitale, viola il diritto a un processo equo e mina l'indipendenza giudiziaria, ma anche il diritto alla vita.
"Questa è una prova ulteriore della crescente ostilità del governo della Tanzania nei confronti dei difensori dei diritti umani. Mina l'autorità e la legittimità della Corte africana ed è un vero e proprio tradimento nei confronti degli sforzi per istituire organismi regionali forti e credibili in Africa", ha spiegato il coordinatore dell'avvocatura dell'Africa di Amnesty International, Japhet Biegon.
di Francesco Radicioni
La Stampa, 5 dicembre 2019
La Camera Usa: "Mettere sanzioni al regime". Solo una manciata di giorni dopo che Donald Trump ha firmato una legge a sostegno dei manifestanti di Hong Kong, la Camera dei Rappresentanti ha approvato la proposta bipartisan con cui si chiede alla Casa Bianca di adottare misure più dure contro le politiche di Pechino nella regione musulmana e turcofona dello Xinjiang. Con 407 favorevoli e l'unico voto contrario di Thomas Massie, lo Uyghur Human Rights Policy Act impegna l'amministrazione a identificare e imporre sanzioni su quei funzionari cinesi "responsabili o direttamente coinvolti in gravi abusi dei diritti umani" contro la minoranza uigura. Sotto sanzioni potrebbe finire anche Chen Quanguo, segretario del Partito Comunista nella regione musulmana e membro del Politburo di Pechino.
Inoltre, si prevede di rafforzare i controlli sulle esportazioni in Cina di tecnologia americana che potrebbe "essere usata per soffocare la privacy individuale, la libertà di movimento e gli altri diritti umani fondamentali".
In una nota il ministero degli Esteri di Pechino ha accusato gli Stati Uniti di "spargere calunnie sulla condizione dei diritti umani nello Xinjiang e sugli sforzi della Cina contro il terrorismo". "La situazione dello Xinjiang - aggiungeva Hua Chunying - non riguarda i diritti umani, questioni etniche o religiose, ma la lotta alla violenza, al terrorismo e al separatismo".
Dall'inizio del 2017 sarebbero stati centinaia di migliaia i musulmani - uiguri, ma anche kazaki e kirghisi - rinchiusi nei campi di rieducazione altamente sorvegliati sparsi per la regione, mentre le organizzazioni per i diritti umani denunciano che i detenuti senza un processo sono sottoposti a sessioni di indottrinamento politico e di propaganda del Partito Comunista.
La scorsa estate le autorità della Repubblica Popolare avevano prima negato le denunce delle Nazioni Unite secondo cui "almeno un milione di persone" sarebbe stata rinchiusa in quello che somiglia a "un imponente campo di internamento avvolto dal segreto", anche se qualche settimana dopo Pechino ha ammesso che alcune persone "affette da pensieri di estremismo religioso" erano state portate in "centri di formazione".
Numerosi ex-detenuti hanno denunciato che si può finire nei campi per aver pregato regolarmente, letto il Corano o avuto contatti con l'estero. Stando alle centinaia di pagine di documenti filtrati dai palazzi del potere di Pechino e pubblicate dal New York Times, la creazione di campi di rieducazione di massa avrebbe seguito il viaggio di Xi Jinping nello Xinjiang della primavera 2014. Solo poche settimane prima, terroristi armati di coltelli avevano fatto irruzione nella stazione ferroviaria di Kunming, nel sud-ovest della Cina, uccidendo 31 persone e ferendone decine.
Per garantire la "stabilità" in una regione strategica per la Cina nell'iniziativa Belt and Road, sulle strade dello Xinjiang sono stati rafforzati i controlli, mentre nelle città e nelle moschee installata un'onnipresente rete di telecamere dotate di tecnologia di riconoscimento facciale e raccolta un'enorme mole di dati personali e biometrici.
Secondo i documenti raccolti dall'International Consortium of Investigative Journalism, le autorità dello Xinjiang userebbero una piattaforma per gestire dati personali molto dettagliati - dall'altezza all'uso dell'elettricità, fino alle abitudini con i vicini - mentre l'algoritmo segnala alle autorità gli individui sospetti. In una sola settimana del giugno 2017, in una zona dello Xinjiang, circa 24 mila persone sono state indicate dalla piattaforma come "sospette" e oltre 15 mila sono finite nei campi di rieducazione.










