di Bruno Tinti
Italia Oggi, 5 dicembre 2019
Per sveltire i processi basterebbero poche cose. Ecco quali. Martedì 3 dicembre ho scritto del teatrino della politica, dove è andata in scena la farsa della legge fiscale. Siccome però il teatro c'è in quanto ci siano i teatranti; e siccome la politica italiana è composta (ahimè) di teatranti; ecco che oggi ci troviamo a parlare del teatrino della riforma della giustizia.
Qui però, più che di una farsa, si tratta di una tragedia. Perché i teatranti, benché tutti d'accordo sul raggiungere un non-risultato (funzionale al loro scopo ultimo, incrementare o almeno non diminuire il consenso elettorale) cercano di conseguirlo con modalità diverse.
L'opposizione, garantendo l'impunità al suo tradizionale bacino elettorale, indignato per la dilagante criminalità comune (a dispetto delle statistiche che la danno in forte diminuzione) e indulgente nei confronti della criminalità economica (tanto più perché in forte incremento). La maggioranza impegnata in riforme di bandiera (prescrizione, durata dei processi) prive di concreta fattibilità: sia per radicata ignoranza, sia per fumisterie pseudo garantiste.
Entrambe comunque unite nella protezione degli interessi economici dell'avvocatura. Naturalmente, nessuno parla apertamente di tutto ciò: è tutto un vociare di diritti indefettibili dei cittadini; di inaccettabile durata dei processi, vera tortura per gli imputati e rovina economica per chi affronta interminabili processi civili; di abuso di carcerazione preventiva; di mancata separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri (che non c'entra niente con la rapidità ed efficienza del processo, anzi lo pregiudica; ma gli avvocati ci provano sempre). Sicché, ecco come stanno davvero le cose.
La riforma della prescrizione, voluta fortemente dai grillini. Ovvero, come fare la cosa giusta nel modo sbagliato. Finché il processo penale rimane quella fabbrica di inutili formalità e di interminabili gradi di giudizio che è ora (Tribunale della Libertà, reiterabile per N volte a scelta dell'avvocato; udienza preliminare; Tribunale; Appello; Cassazione con possibilità di ricominciare il processo in Tribunale o in Appello per N volte), se la prescrizione venisse interrotta dopo la sentenza di primo grado, la durata media del processo penale passerebbe da 8 anni a 16.
Dunque è evidente che, prima, si deve riformare il processo penale e, poi, si deve riformare la prescrizione. Tutti i teatranti strepitano che la riforma del processo penale (e civile) è proprio quello che vogliono fare loro. Ed è tutto un fiorire di termini indefettibili. Il processo non deve durare più di 4 o 6 anni complessivamente; e, con riferimento alle singole fasi, 2 anni in Tribunale, 1 anno in Appello e 1 in Cassazione.
E le indagini del Pm, quelle poi non devono superare i 6 mesi, l'anno, l'anno e mezzo. Non uno che spieghi come un indagine come Telekom Serbia, con più di 10 rogatorie estere, con decine di migliaia di documenti da studiare e mettere in relazione tra loro (che io, lavorando in pratica solo su questo procedimento, coadiuvato da due bravissimi colleghi, ci ho messo 3 anni a concludere) potrebbe essere terminato in 6 mesi o un anno mezzo che sia.
E, di procedimenti di questo tipo ce ne sono centinaia. I teatranti mi ricordano Procuste, quel bel tipo che tagliava le gambe a chi era più alto di X e stirava i corpi di quelli che erano più bassi. Poi naturalmente i poveretti morivano ma la cosa non lo riguardava (anzi, era proprio quello che voleva).
Lo stesso discorso vale per Tribunale, Appello e Cassazione. Considerando poi che, in Tribunale, il nostro demenziale codice di procedura prevede che tutto quanto fatto dal Pm venga buttato dalla finestra e si ricominci daccapo, con quel sistema che si vede in televisione, l'accusa che interroga, poi la difesa che interroga, poi l'accusa che ricomincia, poi la difesa.
Con la differenza che, almeno, negli Usa il giudice interviene e dice agli avvocati di piantarla e, se insistono, li persegue per oltraggio alla Corte; mentre, qui da noi, il giudice, se volesse intervenire (e infatti non lo fa) deve redigere una ordinanza motivata che può essere impugnata in Cassazione.
Il rimedio è ovvio. Abolire l'Appello: tanto chi l'ha detto che, se la sentenza di primo grado viene ribaltata in Appello, vuol dire che il giudice di primo grado s'è sbagliato? E perché non dovrebbe essersi sbagliato i giudice dell'Appello? Il che avrebbe una serie di conseguenze positive a cascata. Circa 2.500 giudici (con annesse strutture amministrative) andrebbero a integrare i circa 3 mila che lavorano in Tribunale.
Un raddoppio della forza lavoro e, ovviamente, del prodotto finale, le sentenze. E soprattutto un incremento esponenziale dei patteggiamenti (ci si mette d'accordo sulla pena tra accusa e difesa e il processo non si fa). Perché, chi è così idiota da confessarsi colpevole subito e finire in galera invece che farsi processare, se condannato andare in Appello dove la pena comunque non potrà essergli aumentata, da qui in Cassazione, con il 40% circa di probabilità di godere della prescrizione?
Quanto al processo civile, basterebbe adottare la procedura prevista per le controversie in materia di lavoro: una citazione, una memoria di risposta, tutti i documenti al giudice, interrogatorio dei testimoni, eventuale perizia e poi tutti ad aspettare la sentenza. Invece, oggi, è previsto uno scambio di memorie tra gli avvocati che occupa, considerati i termini processuali previsti dalla legge, circa 1 anno e tre mesi.
Cioè, più di un anno in cui non si fa niente, tranne ripetere - a rate - quello che avrebbe potuto essere detto in una volta sola. Tutto ciò è ovvio; e anche banale. E allora? Come ho scritto all'inizio, ignoranza, fumisterie pseudo garantiste e, soprattutto, interessi economici dell'avvocatura. Chi glielo dice agli avvocati (250 mila in Italia, 40 mila in Francia) che il loro volume di affari è dimezzato o anche peggio? Niente Appello, via il 50% dei processi (oggi si appella tutto, tanto è gratis).
Niente memorie obbligatorie, sono più o meno il 50% dell'attività parcellata. E, oltre a tutto questo, il timore della classe dirigente di vedersi sottoposta a un effettivo controllo di legalità: se abolisci la prescrizione, quante corruzioni, finanziamento illecito, falsi in bilancio, insider trading e frodi fiscali verranno processate invece che andare al macero?
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 5 dicembre 2019
I membri togati del Csm, cioè i magistrati che fanno parte del Consiglio superiore della magistratura, hanno approvato un documento di censura a Matteo Renzi, che è un senatore della Repubblica ed è anche il capo di uno dei partiti di governo.
La censura a Renzi è dovuta al fatto che Renzi, giorni fa, aveva criticato i magistrati della procura di Firenze. I togati del Csm dichiarano che ciò non deve essere consentito. Al momento non si sono sentite reazioni significative dal mondo politico. La politica sembra ormai seppellita, o rincantucciata in piccoli nascondigli, tremante, in fuga dalla strapotenza giudiziaria.
Ci sono precedenti nella storia della Repubblica a questa sedizione dei magistrati? Beh, ce n'è uno, che da un certo punto di vista è ancora più grave: siamo nel 1985 e il Csm si riunisce per censurare alcune frasi di Bettino Craxi, presidente del Consiglio, il quale aveva criticato i magistrati della Procura di Milano che, secondo lui, avevano indagato poco e male sull'uccisione del giornalista del Corriere della Sera Walter Tobagi.
In quel caso l'attacco del Csm era addirittura al presidente del consiglio in carica, e per questo l'attacco può essere considerato maggiormente eversivo, rispetto a quello di oggi: eversivo lo giudicò il Presidente della Repubblica che interviene per fermarlo. Tuttavia, in quell'occasione, era il plenum del Csm che era riunito per discutere, in questo caso invece è una frazione di quel plenum, e cioè la componente togata, che assume l'iniziativa in contrasto aperto con la politica, e, in definitiva, con le istituzioni della democrazia.
Non solo: in questo caso c'è un problema in più. Che i magistrati di Firenze difesi dai togati dovrebbero in realtà essere messi sotto accusa dai togati. Perché? Perché questi magistrati della procura di Firenze sono quelli ai quali sono sfuggite di mano carte coperte dal segreto istruttorio (sull'inchiesta Open, cioè sull'inchiesta contro Renzi e i finanziamenti alla sua corrente), che sono finite nelle mani dei giornalisti. Dunque possono essere indiziati, forse, per il reato di violazione del segreto di ufficio (da uno a tre anni di carcere) e certamente possono, anzi devono essere considerati probabili responsabili di violazione del codice di disciplina che prevede che sia sottoposto a procedimento chiunque, anche se non dolosamente, permetta la fuga di notizie. Il Csm, se non si deciderà a procedere all'indagine disciplinare e a sollecitare la Procura di Genova (competente su Firenze) perché proceda all'indagine giudiziaria, si troverà evidentemente in una situazione di illegalità.
Per capire la gravità della situazione che si sta creando, nel silenzio di politica e giornali (ormai è difficile, nel campo giudiziario, rintracciare un giornalista che non sia abile e arruolato nel reggimento guidato dai Pm) basta ricordarsi di come reagì il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, quando seppe che il Csm voleva riunirsi per condannare una presa di posizione del Presidente del Consiglio. Mandò i carabinieri, guidati da un generale, per impedire la riunione.
Per completezza di informazione, riportiamo il testo integrale del documento sottoscritto dai togati. Eccolo qui: "I sottoscritti Consiglieri chiedono l'apertura di una pratica ex art. 36 reg. interno a tutela dei magistrati della Procura di Firenze, ed a presidio dell'autonomia e indipendenza della giurisdizione. Nei giorni scorsi, a seguito delle perquisizioni disposte dalla Procura di Firenze, il senatore Matteo Renzi si è espresso in più occasioni con dichiarazioni del seguente tenore: "Penso che siamo in presenza di un vulnus al gioco democratico, di una ferita al gioco democratico".
Le predette dichiarazioni non si limitano ad una critica, sempre legittima, del merito del provvedimento, ma costituiscono commenti che alimentano un clima di delegittimazione nei confronti dei magistrati della Procura di Firenze, come si evince dal contenuto dei numerosi post pubblicati sui social e delle dichiarazioni rilasciate agli organi di informazione nelle ultime ore. Per questo si impone l'esigenza dell'intervento del Consiglio a tutela dell'indipendenza ed autonomia della giurisdizione".
Il comunicato propone di negare a un senatore della repubblica (ma se non fosse un senatore non cambierebbe molto) la libertà di opinione e di parola. Poi dice che uno fa demagogia se cerca precedenti negli anni del fascismo.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 5 dicembre 2019
Corte costituzionale - Sentenza 4 dicembre 2019 n. 253. Si incrina la monoliticità della "spazza-corrotti". Non potranno più essere negati permessi premio ai condannati per reati contro la pubblica amministrazione sulla base dell'assenza di collaborazione con la giustizia. È uno degli effetti della sentenza della Corte costituzionale n. 253 scritta da Niccolo Zanon, depositata ieri.
La pronuncia, proverbialmente nota come quella sull'"ergastolo ostativo" estende, lette le motivazioni, il passaggio da assoluta a relativa della presunzione che impediva la concessione dei permessi premio non soltanto ai condannati per reati di mafia.
La dichiarazione di illegittimità costituzionale parziale investe così tutti i reati inseriti nell'articolo 4bis dell'Ordinamento penitenziario e, ultimi tra questi, dall'inizio dell'anno quasi tutti i reati contro la pubblica amministrazione. Tra l'altro, la Cassazione ha chiamato - con l'ordinanza n. 31853/2019 - espressamente in causa la Corte costituzionale per pronunciarsi sulla legittimità dell'inserimento dei condannati per reati di peculato nel perimetro dell'articolo 4bis.
La Corte, con la sentenza di ieri, affronta il tema della rilevanza da dare alla collaborazione. E osserva che, sulla base dei principi di ragionevolezza, di proporzionalità della pena e della sua tendenziale funzione rieducativa, un conto è l'attribuzione di un valore premiale al comportamento di chi, anche dopo la condanna, fornisce una collaborazione utile ed efficace, un altro è la previsione di un trattamento peggiorativo al detenuto che non collabora, considerata persona radicata nel crimine organizzato e perciò socialmente pericolosa.
Se nella fase cautelare, quando si procede per associazione mafiosa, è il carcere l'unica soluzione prevista dall'ordinamento (ma le esigenze cautelari possono essere contraddette da altri elementi), nella fase di esecuzione della pena, assume invece ruolo centrale il trascorrere del tempo, che "può comportare trasformazioni rilevanti, sia della personalità del detenuto, sia del contesto esterno al carcere, ed è questa situazione che induce a riconoscere carattere relativo alla presunzione di pericolosità posta a base del divieto di concessione del permesso premio".
Mentre non è irragionevole presumere che il condannato non collaborante non abbia tagliato i legami con l'organizzazione criminale di originaria appartenenza, lo è invece impedire che quella presunzione sia superata da elementi diversi dalla collaborazione. L'assolutezza della presunzione impedisce al magistrato di sorveglianza di valutare in concreto il percorso carcerario del singolo condannato, in contrasto con la funzione rieducativa della pena, intesa come recupero del reo alla vita sociale.
La valutazione dei cambiamenti dovrà essere effettuata dal magistrato di sorveglianza con estremo rigore, visto che si tratta del reato di affiliazione a un'associazione mafiosa. A corroborarla dovranno essere le relazioni dell'autorità penitenziaria e le informazioni acquisite dal comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza. La sentenza, infine, spiega con necessità di coerenza interne l'allargamento: "la mancata estensione a tutti i reati previsti dal primo comma dell'articolo 4bis, Ordinamento penitenziario dell'intervento compiuto dalla presente sentenza sui reati di associazione mafiosa e di "contesto mafioso" finirebbe per compromettere la stessa coerenza intrinseca dell'intera disciplina di risulta".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 5 dicembre 2019
Corte di cassazione - Sentenza 46898/2019. L'impresa può fare ricorso in Corte d'Appello, anche nel merito, contro il provvedimento con il quale il tribunale nega il controllo giudiziale. Le Sezioni unite penali (sentenza 46898) indicano la strada che l'imprenditore, colpito da un'interdittiva antimafia, deve prendere se il tribunale nega la misura di prevenzione patrimoniale. I giudici ricordano che il controllo giudiziario (articolo 34,bis) é stato introdotto con la legge 161/2017 all'interno del Codice antimafia e può essere richiesto dal titolare dell'impresa destinataria di informativa prefettizia, per evitare sequestri, confisca e proseguire l'attività.
La giurisprudenza si è spaccata tra le sentenze che hanno considerato ammissibile il solo ricorso per Cassazione, e quelle che hanno motivato le ragioni della inesistenza, nell'ordinamento, di qualsiasi base legale alla configurazione di tale mezzo di impugnazione come di altri. La prima tesi fa leva sul richiamo nella norma alla procedura camerale, che contiene al suo interno la previsione della ricorribilità per Cassazione del provvedimento emesso all'esito della camera di consiglio. E l'argomento è la necessità di una tutela, imposta dalla Carta con l'articolo 111, dei diritti garantiti come la libertà di impresa.
Per un opposto orientamento invocare la Costituzione sarebbe fuorviante, perché il provvedimento del tribunale non incide sulla libertà personale e non ha carattere di definitività e, ancora meno, natura di sentenza. La libertà di impresa è limitata dalla interdittiva del prefetto e va dunque tutelata in sede di giustizia amministrativa.
Una conclusione rafforzata da una finalità pubblicistica tesa ad assicurare che l'attività di impresa non venga utilizzata per accrescere lo sviluppo delle associazioni mafiose. Ad avviso delle Sezioni unite entrambe le tesi hanno dei limiti e non servono a fornire al problema una risposta sistematica, per la quale è necessario fare riferimento al sistema delle impugnazioni delle misure di prevenzione patrimoniale.
I giudici decidono per analogia muovendosi sul terreno dei "casi analoghi". La conclusione è che le decisioni del tribunale sulle richieste di controllo giudiziario, al pari di quelle sulla ammissione alla amministrazione giudiziaria, "legate con le prime in un unico sottosistema" debbano essere soggette al mezzo di impugnazione generale, e dunque al ricorso in Corte d'Appello, anche nel merito, come previsto, dall'articolo 10 del Codice antimafia, per le altre misure patrimoniali. Una scelta necessaria per evitare disparità di trattamento normativo, in presenza di effetti del tutto simili su beni e interessi omogenei tutelati dall'ordinamento.
ilmetropolitano.it, 5 dicembre 2019
Si sono tenuti lo scorso 3 Dicembre presso la Sala Monteleone del Consiglio regionale della Calabria "Gli Stati Generali dell'Esecuzione Penale in Calabria", promossi dal Garante regionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Agostino Siviglia, d'intesa con il Ministero della Giustizia, Provveditorato regionale dell'Amministrazione Penitenziaria della Calabria e il Dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità.
Una "titanica impresa" che ha registrato la corale partecipazione dei livelli apicali dell'Amministrazione Penitenziaria calabrese, rappresentata dal Provveditore regionale Liberato Guerriero e dal Vicario Rosario Tortorella, dalla gran parte dei direttori, comandanti di polizia penitenziaria e funzionari giuridico-pedagogici dei dodici istituti penitenziari presenti in Calabria, insieme ad una nutrita componente dell'intero corpo di Polizia penitenziaria. Hanno inoltre preso parte ai lavori i Dirigenti Generali dei Dipartimenti Sanità e Lavoro della Regione Calabria, Antonio Belcastro e Roberto Cosentino, insieme al Coordinatore regionale della sanità penitenziaria calabrese, Luciano Lucania, oltre a numerosi direttori delle diverse Asp territoriali e referenti delle aree sanitarie dei vari istituti penitenziari calabresi, nonché il Presidente della cooperativa che gestisce la Rems di Santa Sofia d'Epiro.
I lavori si sono aperti con la relazione introduttiva del Garante regionale Agostino Siviglia che ha ripercorso l'excursus storico-politico della legislazione penitenziaria italiana, a partire dalla Costituzione Repubblicana fini ai giorni nostri, per poi focalizzare l'attenzione sulla realtà del sistema penitenziario calabrese e sulla prospettiva strategica per la costruzione di una solida piattaforma culturale-operativa comune, nell'ottica della realizzazione di una nuova governance della pena, interistituzionale e multidisciplinare.
Un tentativo certamente ambizioso ma che a giudicare dalla corale presenza degli massimi livelli regionali dei vari settori interessati costituisce, a parere del Garante, "una speranza, pure venata di certezza, che la strada giusta è imboccata". "Del resto - ha affermato Agostino Siviglia - la fatica e la bellezza del tentare hanno spesso il potere di meravigliarci".
È stata poi la volta degli indirizzi di saluto istituzionali del Presidente del Consiglio regionale della Calabria, Nicola Irto, primo firmatario delle legge regionale che ha istituto il Garante dei detenuti calabrese, che si è soffermato, fra l'altro, sulle gravi problematiche che affliggono anche la Polizia Penitenziaria, quotidianamente preposta alla salvaguardia della sicurezza in carcere, con importanti funzioni anche in ordine al trattamento penitenziario. Irto ha inoltre espresso la propria personale soddisfazione per il varo di una legge regionale, quella sul Garante dei detenuti, che costruisce un atto di civiltà giuridica e sociale riallineando la Calabria al resto delle regioni italiane.
Il Provveditore Guerriero ha, invece, posto l'attenzione sull'importanza di una modalità di intervento sistemica in ordine all'esecuzione penale, che anche attraverso il contributo della società esterna al carcere, possa davvero favorire la rieducazione ed il reinserimento sociale delle persone detenute. Estremamente significativa la presenza e l'intervento di saluto del Procuratore della Repubblica del Tribunale di Reggio Calabria, Giovanni Bombardieri, che ha sottolineato come ci tenesse particolarmente a partecipare all'importante iniziativa sul tema dell'esecuzione penale in Calabria, perché, ha detto, "la Procura non manda soltanto le persone in carcere, ma mira anche a salvaguardare i diritti delle persone detenute, affinché una volta scontato il loro debito con la giustizia possano davvero intraprendere un percorso di cambiamento e reinserimento nella società".
La lunga giornata di lavori ha visto poi l'alternarsi delle tre tavole rotonde sui temi della sanità in carcere, della rieducazione penale e del reinserimento socio lavorativo, coordinate, rispettivamente, dal Garante Siviglia, dalla funzionaria del Prap Irrera e dal Dirigente interdistrettuale dell'Uepe Molinari, seguite dagli interventi programmati della sessione pomeridiana. Si sono, pertanto, alternati nei lavori, magistrati, direttori di istituti penitenziari, funzionari giuridico-pedagogici, comandanti di polizia penitenziaria, dirigenti sanitari, docenti universitari, esperti di settore e rappresentanti del mondo del volontariato e delle professioni che interagiscono con il complesso mondo del sistema penitenziario calabrese.
Le azioni concrete che, in particolare, si è stabilito di intraprendere afferiscono, in specie, alla prossima ricostituzione e convocazione di due Osservatori permanenti regionali, rispettivamente, sulla sanità penitenziaria e sul lavoro, oltre all'imminente costituzione del Polo Universitario Penitenziario Calabrese, proposto dal prof. Arturo Capone delegato dal Rettore dell'Università Mediterranea di Reggio Calabria, Marcello Zimbone.
Azioni concrete, dunque, che tracciano un percorso chiaro e netto da seguire per il miglior funzionamento del sistema penitenziario in Calabria, con il corale coinvolgimento di tutti gli attori interessati. Il Garante regionale dei detenuti, nell'esprimere, in chiusura dell'evento, grande soddisfazione per l'intensa e faticosa giornata di lavori, si è riproposto di dare a questa iniziativa cadenza annuale, al fine di registrare i progressi compiuti e le disfunzioni ancora da sanare.
"È stata davvero una bella giornata per l'esecuzione della pena in Calabria", ha concluso Siviglia, "non era facile, in poche settimane, riuscire a coinvolgere, praticamente, tutti i rappresentanti di settore per dare avvio ad una nuova modalità di intervento sui problemi della privazione della libertà, assiologica e multidisciplinare.
La corale partecipazione di tutti gli interessati è la prova che insieme si può fare in modo che qualcosa accada davvero. Che è possibile, oltre che indispensabile, organizzare bene il bene, perché il male è molto bene organizzato".
L'Unione Sarda, 5 dicembre 2019
Al termine del progetto di formazione del Csen Sardegna negli istituti di Sassari, Nuoro e Cagliari, gli allievi del corso hanno ricevuto il diploma. Ora possono lavorare in tutte le strutture dove serve un Tecnico sportivo. Anche lo sport può rivelarsi strumento di redenzione, la via attraverso cui ritornare a una vita normale dopo aver pagato per i propri errori, può costituire occasione di riscatto sociale.
Lo sanno bene i trenta detenuti delle carceri di Sassari, Nuoro e Cagliari che attraverso lo sport e la formazione si sono giocati una occasione importante per dare una svolta alle loro vite e inserirsi, appena possibile, nel mondo del lavoro.
Il progetto - Il progetto in questione, "Liberi nello Sport", organizzato dal Csen Sardegna in collaborazione con la Regione e gli Istituti penitenziari isolani, è durato 7 mesi e ha preso corpo attraverso insegnamenti teorici e pratici. La genesi, lo svolgimento e i risultati ottenuti nel singolare corso di formazione saranno inoltre oggetto di un film di 8 ore realizzato da Directa Sport che documenta le fasi più importanti dell'iniziativa e contiene le interviste ai protagonisti.
Una occasione di lavoro - Quel che conta tuttavia è il risultato finale della pregevole iniziativa. Adesso i trenta partecipanti possiedono un titolo professionale ufficiale, il diploma Nazionale di Istruttore di Body Building e Fitness, e possono ambire a inserirsi a pieno titolo nel mondo del lavoro nel settore sportivo. In pratica potranno trovare una occupazione in qualsiasi struttura dove sia prevista la figura del Tecnico sportivo. Senza contare che attraverso il corso gli allievi hanno avuto la possibilità di fare educazione corporea e motoria, abituandosi a una cultura sportiva fondata sui valori della continuità, della pratica, dell'autodisciplina e dell'aggregazione.
La consegna dei primi 10 diplomi - Nella giornata di mercoledì la prima manifestazione per festeggiare il raggiungimento dell'obiettivo. Nella Casa Circondariale di Sassari - Bancali "Giovanni Bachiddu" è avvenuta la cerimonia per la consegna ai detenuti che hanno frequentato il corso dei primi dieci diplomi di istruttore di body building e fitness. A ciò si aggiunge l'abilitazione al primo soccorso con l'utilizzo del defibrillatore semiautomatico, conseguito grazie al corso Blsd.
Cagliari e Nuoro - Lo stesso tipo di manifestazione per la consegna dei diplomi si terrà giovedì e venerdì nelle carceri di Cagliari e Nuoro con il resto dei detenuti che hanno preso parte al progetto. I diplomi ai primi dieci partecipanti che hanno raggiunto l'obiettivo sono stati consegnati nella struttura di Bancali dai presidenti nazionale e regionale del CSEN, Francesco Proietti e Francesco Corgiolu, alla presenza della direttrice del carcere sassarese, Elisa Milanesi, del comandante della Polizia penitenziaria e del garante dei diritti dei detenuti, Antonello Unida.
I quattro moduli - Per la formazione dei partecipanti sono state utilizzate, come spiega la nota stampa diffusa da Csen, metodologie didattiche che comprendevano lezioni frontali ma anche discussioni, dimostrazioni, esercitazioni e tirocini. In tutto si è trattato di 56 ore di lezioni spalmate su quattro moduli formativi, con quattro ore dedicate all'esame finale. I detenuti interessati hanno acquisito la preparazione necessaria a progettare un programma di allenamento in grado di conciliare le fasi di riscaldamento con quelle del fitness cardiovascolare e/o di dimagrimento con attività isotoniche, fino a giungere alle fasi di defaticamento, che spesso includono anche lo stretching.
noidicalabria.it, 5 dicembre 2019
Il Garante per l'Infanzia e l'Adolescenza della Regione Calabria, Antonio Marziale, ha incontrato oggi il personale e i detenuti del carcere minorile di Catanzaro, unica struttura in tutta la Calabria.
"Come ogni anno - dichiara Antonio Marziale - mi sono recato a Catanzaro per formulare gli Auguri di Natale ai ragazzi detenuti e al personale che vi opera con grande attenzione. Voglio subito ringraziare la Vicedirettrice, la dottoressa Chiara Crociani, per la sua disponibilità, così come gli operatori di polizia penitenziaria, gli assistenti sociali e i volontari che quotidianamente prestano assistenza ai giovani detenuti.
A Catanzaro, voglio ricordarlo - afferma Marziale - sono in atto detenuti 19 ragazzi, quattro italiani e quindici stranieri, di età tra i 14 e i 23 anni di età, che scontano pene per reati che vanno dall'omicidio al furto. Trovo prioritario, per l'attività di un Garante, che proprio in questi giorni che ricordano l'Avvento, un gesto, una parola, siano spesi anche per chi ha sbagliato, commesso gravissimi reati, perché comunque si tratta di esseri umani che torneranno in libertà.
A loro ho detto che fuori da quei muri c'è una società che li aspetta, una realtà difficile all'interno della quale dovranno però collocarsi in maniera quanto più esemplarmente possibile, proprio perché reduci da una esperienza così forte, terribile, come la detenzione carceraria e la privazione della libertà. Ai ragazzi ho chiesto di riflettere sulle limitazioni che sono state loro, giustamente, imposte, sul valore della libertà e il decidere il proprio tempo come meglio credono, senza gli effetti sanzionatori della giustizia. Mi augurano che tutti ci riescano, per loro stessi e le loro famiglie".
A conclusione della visita, il Garante Marziale ha donato all'Istituto di pena dei libri per arricchire la biblioteca. "Ho voluto - infine - riaffermare a questi ragazzi come la cultura, il sapere, siano i deterrenti più efficaci per discernere il male e allontanarlo da sé, con la speranza che ciò sia accolto nella loro vita quotidiana".
rpiunews.it, 5 dicembre 2019
Convegno con Gherardo Colombo e Rita Bernardini. "Dalla pena al perdono, riflessioni su giustizia e sistema carcere", è il titolo del convegno organizzato dall'associazione "Voci di dentro" Onlus e dal Rotary Club Pescara Nord con il patrocinio dell'Ordine dei Giornalisti dell'Abruzzo e della Camera Penale di Pescara, in programma domani giovedì 5 dicembre alle ore 15 nell'Aula Alessandrini all'interno del Palazzo di Giustizia di Pescara.
Interverranno l'ex magistrato Gherardo Colombo saggista, fondatore dell'associazione "Sulle Regole", Umberto Curi professore emerito di Storia della filosofia all'Università di Padova e docente all'Università San Raffaele di Milano, Caterina Iagnemma dottore di ricerca in Diritto Penale all'Università Cattolica di Milano, Francesco Lo Piccolo giornalista, presidente di "Voci di dentro", Giuseppe Mosconi già Ordinario di Sociologia del Diritto all'Università di Padova, la giornalista Rai Angela Trentini autrice del libro "La speranza oltre le sbarre". Ha inoltre confermato la partecipazione Rita Bernardini di "Nessuno tocchi Caino".
L'incontro, moderato da Fabio Ferrante di "Voci di dentro", sarà preceduto dai saluti di Massimo Di Cintio, presidente del Rotary Club Pescara Nord, del presidente del Tribunale di Pescara Angelo Mariano Bozza, del presidente della Camera Penale di Pescara Vincenzo Di Girolamo, e del presidente dell'Ordine dei Giornalisti dell'Abruzzo Stefano Pallotta.
Il convegno, pensato da Voci di dentro, associazione che da oltre dieci anni si occupa di carcere, vuole essere un momento di riflessione sul diritto penale sempre più lontano dai suoi paradigmi fondativi (tipicità del reato, proporzionalità eccetera) e sempre più vicino a una criminalizzazione di segmenti sociali (poveri, stranieri, immigrati).
I relatori da più punti di vista esamineranno le fragilità del principio della retribuzione, l'irriformabilità del sistema carcere sempre più discarica sociale, le distorsioni operate dai media nella rappresentazione della pena. Concluderanno i lavori una serie di approfondite analisi sulla concezione della giustizia riparativa, sulle possibili ricadute nel sistema penale, sul perdono responsabile. Ai partecipanti saranno riconosciuti 4 crediti formativi professionali dell'Ordine dei Giornalisti d'Abruzzo e 3 crediti formativi dall'Ordine degli Avvocati di Pescara.
di Guido Catalano
coratoviva.it, 5 dicembre 2019
Ne hanno discusso i Rotary Club con esperti e addetti ai lavori. "Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato". A dirlo è l'articolo 27 della Costituzione Italiana che nel suo terzo comma specifica il senso del carcere come luogo non di prigionia, bensì di recupero di chi ha commesso un reato.
Ed è di questo tema che il Rotary Club di Corato, in un incontro interclub con i Rotary di Bisceglie, Bitonto Terre dell'Olio e Molfetta, ha scelto di affrontare insieme a chi quotidianamente vive la realtà del carcere per professione, interpretando il recupero del detenuto come propria missione professionale.
Molto più di un convegno, quello che si è tenuto nella serata del 3 dicembre, ma la rappresentazione di esperienze vissute sul campo. "Oltre le sbarre", questo il titolo dell'iniziativa del Rotary Club, è un invito a comprendere la complessità della realtà carceraria e le iniziative che costantemente gli operatori mettono in atto proprio per rispondere all'articolo 27 della Costituzione.
A parlare alla platea intervenuta sono stati il prof. Claudio Sarzotti, docente di filosofia del diritto dell'Università di Torino ed esperto di diritto penitenziario, il direttore del carcere di Trani Giuseppe Altomare e Tommaso Minervini, sindaco di Molfetta ed educatore professionale specializzato ed esperto di giustizia ripartiva.
Proprio partendo dall'enunciato costituzionale il prof. Claudio Sarzotti ha fatto luce su uno dei principali fondamenti del nostro ordinamento penale che costituisce, inoltre, l'espressione di una delle basilari funzioni della pena. Come è noto nei moderni sistemi giuridici il significato della punizione non è unico ma polivalente: si tratta quindi di un concetto che si estrinseca in una pluralità di funzioni.
La vita nelle carceri non è semplice. Il sovraffollamento che caratterizza la gran parte degli istituti penitenziari italiani rischia di essere un freno alle attività di rieducazione del detenuto. Attività complesse e delicate che perdono di efficacia in condizioni di sovraffollamento. Di questo ha discusso il direttore degli istituti penitenziari di Trani Altomare che ha tra l'altro puntualizzato la posizione di condanna assunta dalla Corte Europea dei Diritti Umani nei confronti dell'Italia, assimilando il sovraffollamento carcerario alla tortura.
Ad una situazione di sovraffollamento nello spazio degli istituti penitenziari, però, non corrisponde un potenziamento di professionalità in grado di condurre il processo di rieducazione del detenuto. Di questo aspetto si è occupato il dott. Tommaso Minervini che, nel suo intervento, ha posto in evidenza la necessità di potenziare sia il sistema carcerario sia il sistema di supporto ai detenuti, con psicologi e supporti morali per la rieducazione e l'inclusione sociale.
All'interno delle carceri, grazie anche al contributo di aziende, associazioni e privati cittadini, si vanno sempre più sviluppando iniziative che puntano al recupero sociale della persona detenuta, attraverso attività di formazione e avviamento al lavoro.
Caso emblematico è il progetto "Ripartiamo dalla pasta", che da diversi anni vede impegnato il pastificio Granoro e la scuola di cucina "Factory del Gusto". Una iniziativa partita nel 2013 con l'obiettivo di formare, con lezioni teoriche e pratiche, i detenuti sul processo di lavorazione industriale della pasta secca, di semola, di grano duro nell'ottica finale di far comprendere le caratteristiche intrinseche del prodotto per una sua migliore rielaborazione al momento della sua preparazione. Una attività che oltre ad avere un carattere formativo in campo alimentare riesce a migliorare l'autostima e l'immagine di sé, individuale e di gruppo e a costruire una conoscenza accademica più approfondita intorno al tema dell'alimentazione.
di Orazio La Rocca
Famiglia Cristiana, 5 dicembre 2019
Nell'ambito del progetto "Lo sport generatore di comunità", Us Acli e Isola Solidale hanno promosso a Roma diverse lezioni per formare direttori di gara aperti anche a persone recluse provenienti da Regina Coeli, Rebibbia, Casal del Marmo e da altri istituti italiani.
È possibile che in un prossimo futuro anche ai detenuti sarà offerta la possibilità - debitamente autorizzati dalle autorità giudiziarie e sportive - di dirigere partite di calcio ufficiali nei campionati giovanili, dilettanti e - perché no? - anche semi professionisti e professionisti. "Certo che è possibile", rispondono decisi i responsabili dell'area sportiva delle Acli, la storica associazione dei lavoratori cristiani, al punto che - dopo una lunga fase di gestazione, da pochi giorni hanno dato vita ad una serie di corsi ad hoc per formare nuovi "fischietti" da utilizzare nei vari campi di calcio della Penisola, con una novità che ha tutto il sapore di una scommessa vinta, o, se si vuole, di un muro che, grazie al gioco del calcio, è stato abbattuto per permettere di avvicinare il mondo delle carceri al mondo dello sport ufficiale che prende vita e forma fuori dalle celle.
Quasi un "miracolo" nel suo genere messo a segno dalla sezione sportiva delle Acli di Roma che per la prima volta ha avviato il suo tradizionale corso annuale di preparazione arbitrale anche a persone recluse provenienti dalle carceri romane di Regina Coeli, di Rebibbia, Casal del Marmo e di altri istituti italiani. Le lezioni sono iniziate nei giorni scorsi l'associazione "L'Isola Solidale", istituzione di volontariato impegnata nel recupero dei detenuti attraverso corsi di formazione lavorativa ed ora anche sportiva, con sede sulla via Ardeatina, a Roma, dove i tecnici dell'U.S. Acli di Roma - grazie al progetto "Lo sport generatore di comunità" finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali - formeranno i futuri arbitri di calcio. Tra i partecipanti al corso - completamente gratuiti, con cadenza bisettimanale fino al prossimo mese di marzo - per la prima volta sono stati ammessi un gruppo di detenuti ospiti su decisione del magistrato della stessa Isola Solidale, nella quale - in applicazione delle leggi 266/91, 460/97 e 328/2000 - sono ospitate una quarantina di persone che hanno commesso reati per i quali sono state condannate, che si trovano agli arresti domiciliari, in permesso premio o che, giunte a fine pena, non hanno riferimenti familiari precisi e sono costrette a vivere in stato di difficoltà economica. Un progetto tanto caro alle gerarchie ecclesiastiche romane, sulla scia - confessano all'Isola Solidale - delle esortazioni a favore del reinserimento sociale dei detenuti lanciate dai vescovi di Roma degli ultimi 50 anni, a partire da Giovanni XXIII il primo pontefice a visitare Regina Coeli, seguito da Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI ed ora da papa Francesco, che non a caso nella Pasqua 2019 ha celebrato la Lavanda dei Piedi proprio tra i carcerati di Regina Coeli.
Alla conclusione del programma del corso - tenuto dal responsabile della formazione arbitrale calcio dell' US Acli Roma, Francesco Paone - gli allievi potranno accedere alla qualifica arbitrale dopo aver superato prove di esame scritte ed orali. Alla fine del corso, coloro i quali risulteranno idonei alle prove d'esame, effettueranno delle prove pratiche sul campo che consisteranno nella direzione di gare ufficiali di Calcio a 5, Calcio a 8 e Calcio a 11 davanti a un pubblico di tifosi, tecnici e familiari.
"Grazie all'US Acli di Roma - spiega Alessandro Pinna, presidente dell'Isola Solidale - siamo riusciti attraverso la pratica sportiva più popolare, il calcio e tutto quanto ruota intorno ad esso, ad abbattere ogni barriera legata al pregiudizio nei confronti di chi, per svariati motivi, è chiamato a pagare il suo debito con la giustizia in un istituto penitenziario. Una sfida impensabile fino a poco templ fa, ma che ci apprestiamo a vincere offrendo ai nostri ospiti la possibilità di iniziare un nuovo percorso riabilitativo partendo, mediante il corso di formazione arbitrale, anche dallo sport in quanto tale e dalle manifestazioni sportive, vale a dire da eventi concreti a forte impatto popolare come sono i tornei di calcio che si svolgono in tutte le fasce d'età previste dai regolamenti istituzionali, a partire dalle fasce d'età più piccole".
Il progetto, che vede come punto di riferimento il Centro Nazionale Sportivo Libertas e come partner l'US Acli, ha l'obiettivo - spiegano gli organizzatori - di strutturare e formalizzare interventi efficaci e duraturi favorendo, attraverso lo sport, il miglioramento delle condizioni di vita dei soggetti in esecuzione di pena e il loro reinserimento sociale e lavorativo. Inoltre, questa iniziativa si pone in continuità con gli interventi avviati in collaborazione con gli istituti penitenziari anche a seguito del protocollo firmato dall'US Acli con il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria nell'ottobre 2016, per sviluppare programmi motori, sportivi e formativi utili al periodo detentivo, al percorso rieducativo e al reinserimento sociale. Un programma giustamente ambizioso e necessario che ora si avvale anche del primo corso arbitrale aperto a chi è recluso in carcere.
"Da anni lavoriamo insieme all'Isola Solidale - spiega infatti Luca Serangeli, presidente dell'Unione Sportiva delle Acli - a partire dal torneo delle parrocchie romane San Giovanni Paolo II e questo corso per arbitri è un ulteriore passo in avanti nel progetto che ci vede impegnati nelle attività di recupero e di reinserimento anche delle persone detenute".
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