comune.modena.it, 15 gennaio 2020
Venerdì 24 gennaio alla Casa circondariale Sant'anna. Partecipano l'autrice, Viola Ardone, e Bruno Ventavoli, giornalista direttore dell'inserto "Tuttolibri" del quotidiano "La Stampa" e direttore del Premio letterario nazionale per le carceri Sognalib(e)ro. Iniziativa promossa dal Comune di Modena in collaborazione con la Direzione generale del Ministero della Giustizia - Dipartimento amministrazione penitenziaria, Giunti editore, e con il sostegno di Bper Banca.
Viola Ardone è nata a Napoli nel 1974, è insegnante di latino e italiano al liceo e scrittrice. Ha pubblicato La ricetta del cuore in subbuglio (2013) e Una rivoluzione sentimentale (2016) entrambi editi da Salani. Il suo ultimo libro è Il treno dei bambini (Einaudi, 2019), in corso di traduzione in ben 25 lingue. Il romanzo racconta una storia commovente ispirata ai "Treni della felicità" (come li chiamò l'allora sindaco di Modena Alfeo Corassori) grazie ai quali nel secondo dopoguerra quasi settantamila bambini provenienti dalle zone più povere dell'Italia meridionale ebbero un'occasione per riscattarsi da fame e analfabetismo, accolti da famiglie in Emilia. È il 1946, infatti, quando Amerigo, dieci anni e occhi che hanno visto troppe cose, lascia il suo rione di Napoli per salire su un treno. Assieme a migliaia di coetanei del Sud attraversa la penisola e trascorre alcuni mesi in una famiglia di Modena, dove il Partito Comunista ha creato una rete di solidarietà per strappare i bambini alla miseria.
Bruno Ventavoli è il giornalista responsabile dell'inserto "Tuttolibri" del quotidiano "La Stampa", traduttore dall'ungherese, vive e lavora a Torino. È autore di gialli ambientati ora in ambito mitologico, ora nelle periferie delle grandi città dell'Italia del nord, tra pornografia, prostituzione, immigrazione clandestina e nuova tratta degli schiavi, animando trame ben congegnate con una scrittura briosa e immaginifica, ricca di metafore sorprendenti. In "Al diavolo la celebrità" ha ricostruito la carriera cinematografica di Stefano Vanzian, in arte Steno.
Sognalib(e)ro. Il premio letterario nazionale per le carceri nasce con l'obiettivo di promuovere lettura e scrittura negli istituti penitenziari dimostrando che possono essere strumento di riabilitazione, principio sancito dalla Costituzione.
La finalità di Sognalib(e)ro è promuovere lettura e scrittura nelle carceri come strumento di riabilitazione, dando espressione compiuta all'articolo 27 della Costituzione della Repubblica Italiana. Di particolare rilievo umano, culturale e sociale, il progetto consiste in un concorso letterario che prevede l'assegnazione di due premi, uno a un'opera letteraria valutata e votata dai detenuti, l'altro a un elaborato prodotto dai detenuti stessi, che potrà, essere pubblicato da Giunti editore.
Per la seconda edizione del premio sono stati individuati dal ministero della Giustizia 16 istituti, dove sono attivi laboratori di lettura o di scrittura creativi: la Casa Circondariale di Torino Lorusso e Cotugno, quella di Modena, la Casa di Reclusione di Milano Opera, quelle di Pisa, Brindisi, Verona, Saluzzo, Trento, Pescara, Firenze Sollicciano, Napoli Poggioreale, Sassari, Paola, Ravenna; quelle femminili di Roma Rebibbia e Pozzuoli.
Come già nell'edizione 2018, il premio si articola in due sezioni. Nella Sezione Narrativa italiana (che comprende anche il Premio speciale Bper Banca), una giuria popolare composta dagli aderenti ai gruppi di lettura degli Istituti attribuisce il premio valutando il migliore di una rosa di tre romanzi: La straniera di Claudia Durastanti (La nave di Teseo, 2019); Fedeltà di Marco Missiroli (Einaudi, 2019); Le assaggiatrici di Rosella Postorino (Feltrinelli, 2018).
La Giuria è composta da gruppi di detenuti in ogni istituto. Ogni componente dovrà esprimere la preferenza attribuendo 3 punti al libro migliore, 2 al secondo e 1 punto al terzo. Ogni gruppo è seguito da un operatore incaricato, che raccolti i voti della giuria interna (sono stati complessivamente oltre 100 i lettori votanti) li trasmette al Comune di Modena.
Tutti i voti trasmessi riferiti alla medesima opera, sommati determinano il vincitore. Il premio consiste nell'invio di titoli scelti dall'autore a tutti gli Istituti partecipanti, accrescendo così il loro patrimonio librario. Lo scrittore vincitore, inoltre, potrà presentare il proprio libro nelle carceri partecipanti.
Nella sezione Inedito, invece, una giuria di esperti presieduta da Bruno Ventavoli e composta dal disegnatore satirico Makkox, con gli scrittori Barbara Baraldi e Paolo di Paolo affiancati da Antonio Franchini, editor Giunti, attribuirà il premio a un'opera inedita (romanzo, racconto, poesia) prodotta da detenuti o detenute sul tema "Ho fatto un sogno...".
La giuria sceglierà a maggioranza il miglior testo (tra i 62 presentati) esprimendo la valutazione con un giudizio sintetico. Il premio consiste nella donazione di libri alla biblioteca del carcere dove è recluso il vincitore, da parte della editrice Giunti.
Qualora i testi vincitori possiedano le caratteristiche necessarie, saranno pubblicati dalla medesima casa editrice in un'antologia tematica. Il Comune di Modena si riserva ulteriori iniziative di divulgazione dei testi in concorso, come pubblicarli con casa editrice civica digitale il "Dondolo", diretta da Beppe Cottafavi).
La partecipazione al Premio è stata aperta ai cittadini italiani e stranieri, comunitari ed extracomunitari, senza limiti di età, attualmente detenuti negli istituti penitenziari individuati dal Ministero della Giustizia. A ogni detenuto è stato consentito partecipare a una o a entrambe le sezioni. La serata finale di Sognalib(e)ro con le premiazioni e la partecipazione dell'autore o dell'autrice vincitori si svolgerà a Modena il 20 febbraio al Teatro dei Segni in via San Giovanni Bosco 150, a cura di Bruno Ventavoli e del Teatro dei Venti.
In programma la lettura pubblica delle riflessioni e dei commenti dei detenuti che hanno votato le opere in concorso; la cerimonia di premiazione dei partecipanti alle due sezioni; la presentazione dello studio scenico sull'Odissea, realizzato dal Teatro dei Venti con alcuni degli attori detenuti della Casa Circondariale di Modena e della Casa di Reclusione di Castelfranco Emilia.
di Stefano Bizzi
Il Piccolo, 15 gennaio 2020
Problemi nella cucina da quindici anni. Una donazione ha permesso l'acquisto. A Natale i profumi della pasta pasticciata, del pollo arrosto e delle patate al forno hanno di nuovo invaso le celle e i corridoi del carcere di Gorizia. Il merito è stato di una donazione che ha permesso di acquistare e installare nella cucina della casa circondariale di via Barzellini un forno. A feste concluse, don Alberto De Nadai e Steven Stergar hanno voluto ringraziare pubblicamente chi ha permesso di migliorare la vita dei detenuti.
Entrambi notano che tra i tanti problemi riscontrabili all'interno del carcere, quello della cucina pare essere il più sottovalutato e trascurato dal momento che si trascina da oltre 15 anni. Al di là del fatto che la struttura si trovi nel seminterrato, i problemi erano dovuti principalmente al malfunzionamento del piano cottura a gas e del forno e ai danni a due delle quattro piastre elettriche. E questo costringeva a rigidi menù.
Nel corso degli incontri del sabato pomeriggio dedicati alla formazione dei detenuti per l'avviamento a un inserimento sociale e lavorativo tenuti dagli stessi don Alberto e Stergar è emerso il desiderio di avere in cucina almeno un forno "adeguato" alle esigenze che potesse permettere una maggiore varietà di menù, ma anche la realizzazione di corsi formativi di cucina.
"Questo stimolo, presentato all'istituzione carceraria è stato messo in disparte dalla frase "non ci sono soldi", ricorda Stergar aggiungendo: "Nonostante le difficoltà amministrative, la sensibilità di tanti cittadini che conoscono l'impegno di don Alberto sui problemi dei carcerati, ha permesso, anche con offerte, l'acquisto di un nuovo forno.
I benefattori accompagnano sempre il loro gesto con la frase "Lei sa dove metterli" e infatti uno di questi, venuto a conoscenza del progetto si è dedicato spassionatamente alla causa". Si è trattato di una persona che a suo tempo aveva vissuto l'esperienza del carcere ed è riuscita a riprendere in mano la propria vita. "Con volontà e umanità, non trascurando i suoi impegni lavorativi - spiega ancora Stergar - ha cercato, trovato, trasportato e, infine, installato il forno superando vari ostacoli burocratici".
Rivolgendosi a tutte le persone che nel tempo gli sono state vicine nella condivisione dei suoi progetti, don Alberto sottolinea in ogni caso: "L'acquisto del forno ha permesso di cambiare pacificamene una situazione che per tantissimi anni ha vissuto incatenata a cattivi pensieri e, di conseguenza, a cattivi comportamenti".
"La proposta concreta del forno - conclude l'assistente spirituale del carcere goriziano - fa sentire i detenuti e anche noi volontari meno soli nelle nostre disarmate battaglie per la dignità delle persone. Dal laboratorio di formazione del sabato sta rinascendo una "detenzione nuova", piena di voglia di cambiare in meglio la vita di tutti. È solo una prima minima tappa verso un ben più coinvolgente impegno sociale e politico perché non ci può essere carità senza giustizia".
Il Gazzettino, 15 gennaio 2020
Tre immigrati irregolari detenuti nel Cpr sono stati riacciuffati, è caccia agli altri cinque fuggitivi. Lungo il perimetro del Cpr (Centro per il rimpatrio) di Gradisca d'Isonzo, in provincia di Gorizia, sono state installate 200 telecamere collegate a un moderno impianto centralizzato che diffonde le immagini in diretta. Eppure otto migranti irregolari detenuti all'interno della struttura sono riusciti a portare a termine la fuga.
È accaduto domenica pomeriggio, secondo la ricostruzione delle forze dell'ordine, ma i fatti sono stati resi noti solamente ieri. I cittadini stranieri, che si trovavano in regime di detenzione amministrativa all'interno del centro riaperto meno di un mese fa, sono riusciti a raggiungere l'esterno della struttura scavalcando il muro di cinta grazie all'uso degli idranti anti-incendio, utilizzati come corde da arrampicata.
Un piano architettato e riuscito in tutti i suoi dettagli. Per tre di loro, però, la fuga è durata poco: il contingente di vigilanza, formato da polizia di Stato, carabinieri e Guardia di finanza ha individuato i primi due fuggitivi ancora nel territorio comunale di Gradisca d'Isonzo, quindi a breve distanza dal Cpr isontino.
Il terzo migrante irregolare è stato rintracciato dopo alcune ore a Palmanova, a più di dieci chilometri di distanza. I cittadini individuati sono stati riportati all'interno del Centro per il rimpatrio. Degli altri cinque fuggitivi invece non c'è alcuna traccia, e le ricerche sono ancora in corso. L'allarme, all'interno della struttura, è rimasto alto anche ieri, per il timore che il gesto degli otto migranti fuggiti domenica potesse essere emulato da altri detenuti del Cpr.
Quanto alle modalità di fuga, sono state rese note nei dettagli nel pomeriggio di ieri: i migranti avrebbero infranto alcune lastre di protezione per superare la prima barriera, dopodiché hanno messo in pratica l'arrampicata sul muro di cinta grazie alle pompe anti-incendio. Infine un volo di quattro metri per atterrare sulla campagna che circonda la struttura.
All'inizio dell'anno altri tre migranti erano fuggiti dallo stesso centro di detenzione amministrativa. All'interno del Cpr attualmente sono presenti 61 migranti, tenuto conto della fuga riuscita dei cinque soggetti che si sono allontanati senza essere in seguito rintracciati. Molti dei cittadini che si trovano nel perimetro dell'ex caserma di Gradisca arrivano da altri Cpr di tutta Italia.
Il prefetto di Gorizia, Massimo Marchesiello, ha parlato di "criticità da risolvere all'interno della struttura" e di "Centro per il rimpatrio che deve ancora entrare a regime". La situazione è potenzialmente esplosiva: nelle ultime settimane sono stati segnalati anche atti di autolesionismo e almeno un tentativo di suicidio.
di Claudio Del Frate
Corriere della Sera, 15 gennaio 2020
"Col decreto Salvini assistenza non garantita". "L'italia - scrive il tribunale federale - ha tagliato i fondi per l'accoglienza". Al centro del caso una donna nigeriana che aveva chiesto asilo alle autorità elvetiche e che ha bisogno di cure mediche.
Un tribunale svizzero ha bloccato l'espulsione verso l'Italia di una donna nigeriana richiedente asilo ritenendo che, in seguito al decreto Salvini, l'Italia non sia più in grado di garantire una adeguata assistenza umanitaria e sanitaria ai migranti. Lo ha reso noto l'agenzia Swissinfo citando una sentenza del tribunale amministrativo federale del 17 dicembre scorso. Secondo l'agenzia, il provvedimento seguirebbe una linea tenuta dai giudici elvetici anche in altri casi analoghi.
Dalla Nigeria alla Svizzera - Protagonista del caso è una donna proveniente dalla Nigeria e che si era stabilita in un primo tempo in Italia (dove si era anche sposata). Da qui però la donna era fuggita in Svizzera, in seguito a una serie di violenze subite dal marito, dove aveva presentato domanda di asilo politico.
Nel luglio del 2018 la Segreteria di Stato per l'immigrazione (Sem) di Berna aveva però respinto la domanda interpretando alla lettera l'accordo di Dublino: l'esame della richiesta di asilo spetta al primo Stato in cui il migrante fa ingresso, in questo caso l'Italia. Per la donna si prospettava un accompagnamento alla frontiera di Chiasso ma la sentenza del tribunale federale ha bloccato l'espulsione invitando la Sem a riesaminare più da vicino il caso della donna prestando attenzione "alle condizioni effettive e concrete della presa a carico delle famiglie in Italia nei centri di prima accoglienza".
Il precedente del 2014 - La sentenza del tribunale federale, presieduta dalla giudice Emilia Antonioni, ritiene che in Italia, in seguito al decreto Salvini siano peggiorate le condizioni di accoglienza dei richiedenti asilo, in particolare quelli che devono avere accesso a cure mediche specialistiche, come nel caso della donna nigeriana al centro del contendere.
Tutto questo perché il decreto ha smantellato il sistema degli Sprar (che prevedevano un'accoglienza diffusa, in piccoli gruppi), concentrando invece l'accoglienza in strutture di grandi dimensioni. Il tribunale - secondo quanto riporta Swissinfo - ha anche rilevato che le sovvenzioni statali per l'assistenza ai migranti sono state tagliate. I giudici si sono mossi anche sulla base di una precedente sentenza del 2014 (caso Tarakhel) in cui si raccomandava di espellere migranti solo nel caso venisse loro garantita dal paese di destinazione una adeguata assistenza umanitaria, sanitaria e giuridica.
"Tenere conto del decreto Salvini" - "Tenuto conto dei cambiamenti avvenuti in seguito all'entrata in vigore del Decreto Salvini - dice un passo della sentenza - il Tribunale è del parere che la giurisprudenza Tarakhel deve essere estesa alle persone che soffrono di malattie (somatiche o psichiche) gravi o croniche, che necessitano una presa a carico immediata al loro arrivo in Italia". Da qui la richiesta di allontanare la donna nigeriana - e tutte le persone che si trovassero nella sua identica situazione - solo dopo essersi assicurati che l'Italia garantisca livelli di assistenza adeguati. Il dipartimento dell'immigrazione ha a sua volt a diffuso una nota in cui afferma che la sentenza viene applicata solo nei casi "di persone e famiglie che necessitano di cure mediche immediate".
1.114 espulsi verso l'Italia - Il flusso di migranti tra l'Italia e la Svizzera risente dell'andamento generale degli sbarchi dal sud del Mediterraneo ed è drasticamente calato negli ultimi anni. Tuttavia ancora oggi diverse centinaia di persone l'anno riescono ad attraversare il confine di nascosto. Applicando l'accordo di Dublino sui richiedenti asilo le autorità elvetiche tra gennaio e novembre del 2019 hanno rimandato in Italia 1.114 richiedenti asilo.
recensione di Francesco Petrelli*
Il Dubbio, 15 gennaio 2020
Quel vincolo che lega la natura del processo a libertà e democrazia. Il motivo per cui le comunità degli uomini abbiano voluto e continuino a volere il processo, nonostante l'atto del giudicare sia tanto "necessario" quanto "impossibile", è da cercare proprio nell'ostinato e azzardato tentativo di superare quello "stallo" creando quell'"imperfetto" ma ineliminabile strumento conoscitivo che è il processo penale. Glauco Giostra, nel suo saggio edito da Laterza, "Prima lezione sulla giustizia penale", ne illumina la fluttuante ingegneria, il suo essere un esile ponte gettato fra due sponde, fra la res judicanda e la res judicata.
Un percorso apparentemente lineare che, al contrario, svela sotto i passi di chi lo percorra la complessità di un organismo vivente con i suoi principi vitali e con le sue patologie. E sebbene si tratti di un organismo la cui struttura complessa non è altro che una macchina cognitiva volta alla ricostruzione dei fatti e delle responsabilità di un reato, tuttavia quella sua stessa funzione si intreccia, non solo con i limiti intrinseci delle nostre capacità conoscitive ("I limiti epistemologici alla ricerca della verità"), ma anche con tutti quei valori morali e quei principi etico- politici di cui è intessuta la nostra convivenza civile che ci impongono di rinunciare ad una prova se quella acquisizione dovesse comportare la violazione di tali principi e il tradimento di quei valori ("I limiti valoriali alla ricerca della verità").
Ed è proprio quest'ultimo aspetto a mettere in tensione il sistema ed a svelare come nel fondo il processo penale porti inevitabilmente con sé un intero bagaglio valoriale che da millenni ci fa interrogare sul fatto se la ricerca del reo e la repressione del crimine siano in ogni caso più importanti dei principi, se dunque la preda valga più delle regole della caccia e se, infine, violare quelle regole non significhi rinnegare proprio la nostra stessa natura di animali politici destinati a sottoporre noi stessi al limite della ragione.
Da quando la più antica furia vendicativa del ghenos si scontrava con i nuovi valori della polis, sino al più moderno scontro fra pulsioni securitarie ed equilibri costituzionali, fra diritto penale del nemico e difesa della dignità dell'individuo, un filo rosso sembra snodarsi nel tempo alla ricerca di quel limite razionale. È tuttavia anche vero che il processo penale, come spiega l'Autore, non può raggiungere i suoi scopi se la comunità in cui vive non ne condivide le regole ed i valori fondanti, se non accoglie come razionalmente adeguato il suo metodo di ricerca e di conoscenza e come convenzionalmente vero il suo risultato, così "riattivando il moto circolare che esprime la vitalità democratica e civile del Paese".
Quella profonda unità di senso che secondo Glauco Giostra si deve cogliere all'interno di una comunità nel riconoscimento delle regole del processo, dovrebbe tuttavia risultare tanto più necessaria proprio con riferimento alla legittimazione della figura del Giudice che in una moderna società democratica non può non trovare la sua radice più credibile in una riaffermata "terzietà".
Se oltre che essere "imparziale" - visto che, come riconosce l'Autore, appare assai improbabile che il testo costituzionale contenga una ridondante endiadi il Giudice dovrà essere anche "terzo", occorrerà riconoscere che quella effettiva "terzietà" non si potrà realizzare pienamente se non attraverso un netto rifiuto di ogni condivisione ordinamentale, disciplinare e di carriera del giudice e del pubblico ministero, la cui persistenza priva il processo penale di un suo essenziale punto di equilibrio.
Sarebbe, infatti da chiedersi se tutte quelle derive istituzionali, quelle prassi degenerative e quelle "torsioni" del sistema processuale, che affliggono oggi la giurisdizione penale, così acutamente e puntualmente individuate dall'Autore (dalla applicazione in chiave sostanziale delle nullità, alla interpretazione della norma che "esonda dagli argini dell'alveo semantico tracciato dalla legge" risolvendosi di fatto nel compimento di "scelte politiche") non abbiano una origine proprio in quella mancata riforma ordinamentale che avrebbe dovuto accompagnare ab origine l'introduzione del modello accusatorio nel nostro Paese, in quell'ormai lontano 1989.
Riflettere dunque sui fondamenti, anche quelli apparentemente più elementari, del sistema processuale è quanto mai importante e necessario in un momento in cui i presupposti liberali delle nostre stesse democrazie vengono messi in dubbio.
Non solo dalle nuove ideologie conservatrici e sovraniste, ma anche nel sentire comune, in quella cultura della disintermediazione che ha in odio il pensiero ed ha silenziosamente trasformato l'opinione pubblica in un "pubblico senza opinione" ed il cittadino in suddito plaudente, grato al suo nuovo sovrano del ruolo generosamente assegnatogli.
Ripensare allo statuto del processo penale ed alle sue regole epistemologiche come risultato di una lunga elaborazione democratica, oltre che filosofica e scientifica, significa infatti inevitabilmente ricondurre il discorso - come ricorda l'Autore - alla radice dei rapporti fra libertà del singolo e autorità dello Stato, ed a quel vincolo profondo che lega la natura del processo alla natura della democrazia, all'interno della quale esso è nato ed è cresciuto.
Trasmutando spesso, cercando forme nuove e nuovi modelli ed anche tramontando, ma per poi risorgere e riaffermarsi con i suoi valori inestinguibili, anche quando la presunzione dell'uomo ha creduto di poterne fare a meno, scioccamente pensando che il processo penale riguardi solo la repressione dei crimini e non le libertà di ciascuno di noi. Se dunque quella barca affonda non possiamo restare ad osservarla fra i flutti con indifferenza. Dimenticando in proposito il terribile ammonimento di Blaise Pascal: "vous êtes embarqué".
*Avvocato penalista, già segretario dell'Ucpi
piacenzasera.it, 15 gennaio 2020
"Uno spicchio di cielo dietro le sbarre", il diario dal carcere di un obiettore di coscienza al servizio militare negli anni 70, scritto da Claudio Pozzi, sarà presentato nella Scuola azzurra di Fabbrica & Nuvole in via Roma a Piacenza mercoledì 15 gennaio alle ore 18.
Dialogherà con l'autore Brunello Bonocore, interverranno anche Giuseppe Bruzzone, obiettore di coscienza, Rocco Altieri, direttore del Centro Gandhi Edizioni e Federico Fioretto, Associazione Neotopia.
Il 15 dicembre del 1972 fu approvata la legge sull'obiezione di coscienza al servizio militare che permise ai giovani di poter svolgere un servizio civile alternativo. A ciò si arrivò sull'onda di un forte movimento di opinione pacifista e antimilitarista, creatosi attorno ad alcune decine di giovani che avevano affrontato il carcere pur di non contravvenire ai propri principi, come Giuseppe Bruzzone che, negli anni 66-68, rifiutò la divisa per ben quattro volte derivandone 26 mesi complessivi di carcere.
L'autore di questo libro, allora 24enne, fu uno di questi. Avendo rifiutato di fare il servizio militare, fu detenuto nel carcere militare di Gaeta per 5 mesi e 10 giorni. Tra quelle mura scrisse il diario che qui pubblichiamo. Vogliamo che i giovani e le giovani di oggi, spesso vittime della propaganda per l'arruolamento militare, conoscano la sua testimonianza e ne traggano ispirazione per il loro impegno contro la guerra.
di Claudia Fanti
Il Manifesto, 15 gennaio 2020
Nel "regno dell'impunità". Le nuove stime al rialzo della Comisión nacional de búsqueda. Neppure il governo di Andrés Manuel López Obrador (Amlo) è finora riuscito a contrastare il cancro che divora il tessuto sociale messicano, uccidendo, occultando, facendo scomparire. In un paese devastato dalla criminalità organizzata, dal connubio tra narcos e potere politico, dalla corruzione dilagante - il Tribunale permanente dei popoli lo descriveva, nel 2014, come il "regno dell'impunità in cui vi sono omicidi senza assassini, torture senza torturatori e violenza sessuale senza stupratori" - i desaparecidos risultano 61.637, di cui la quasi totalità, 60.053, tra il 2006 e il 2019. Cioè da quando l'ex presidente Felipe Calderón scatenò la guerra contro il narcotraffico, portata poi avanti con eguale energia dal suo successore Enrique Peña Nieto, al ritmo di oltre 50 persone uccise ogni giorno.
Una cifra, quella resa nota dalla Comisión nacional de búsqueda, che appare più alta del 54% rispetto a quella riportata nel 2018, grazie alla revisione dei rapporti trasmessi dalle procure dei singoli stati, con conseguente inclusione dei casi di scomparsa prima diversamente classificati. "Bisogna dirlo: si è voluto per molto tempo minimizzare il problema e renderlo invisibile", ha dichiarato il sottosegretario per i Diritti umani della Segreteria di governo Alejandro Encinas, diffondendo anche i dati relativi alle fosse clandestine: 873 quelle scoperte negli ultimi 13 mesi, per un totale di 1.124 cadaveri, di cui solo 395 identificati e appena 243 consegnati ai familiari.
Nessuna svolta si è finora registrata con l'attuale governo: se il numero di persone scomparse è passato dalle 5.976 del 2018 alle 5.184 dell'anno successivo, si tratta di un passo avanti davvero troppo piccolo considerando la promessa di López Obrador ai familiari dei desaparecidos di fare tutto il necessario per trovarli, senza "limiti di bilancio e tetto di spesa".
Ed è stato lo stesso presidente ad ammetterlo, definendo i risultati "ancora inferiori alle aspettative", pur evidenziando l'impegno a non "occultare assolutamente alcuna informazione". "Continueremo a lavorare perché non ci siano più desaparecidos e si riduca il numero dei reati in generale", ha dichiarato, ponendo l'accento, tra l'altro, sulla necessità di consolidare la Guardia nacional, di migliorare il sistema di intelligence e di rivolgere l'attenzione ai giovani, soprattutto riguardo al diritto allo studio.
Ma proprio la creazione di una Guardia nazionale militarizzata con compiti di sicurezza pubblica è stata oggetto di critiche assai aspre da parte dei movimenti sociali, tanto più perché in contrasto con l'impegno, affermato da López Obrador in campagna elettorale, ad allontanare l'esercito dalle strade in quanto "impreparato per tale funzione".
askanews.it, 15 gennaio 2020
Un cittadino americano è deceduto dopo aver trascorso oltre sei anni nelle carceri egiziane. Mustafa Kassem, 54 anni, aveva la doppia cittadinanza egiziano-americana ed era stato arrestato al Cairo nell'agosto del 2013, durante la repressione seguita alla presa di potere da parte dell'allora generale Abdel Fattah al Sisi, oggi presidente dell'Egitto.
Come ricorda oggi la Cnn, Kassem venne picchiato dalle forze di sicurezza e tenuto in detenzione preventiva per oltre cinque anni prima di essere condannato, nel settembre 2018, a 15 anni di prigione. Poco dopo la sentenza, inviò una lettera al presidente Donald Trump chiedendogli di aiutarlo: "Prego che lei abbia un piano per me".
Nella missiva, Kassem informò il presidente americano che soffriva di diabete e che avrebbe iniziato uno sciopero della fame "sapendo molto bene che potrei non sopravvivere". Ci sono almeno altri sei cittadini americani detenuti in Egitto, secondo quanto riferito alla Cnn da un ex prigioniero politico egiziano.
di Claudio Magris
Corriere della Sera, 15 gennaio 2020
La crociata del 2003 contro Bagdad e le "armi chimiche" (inventate) del suo dittatore ci regalò Isis e la polveriera libica. Non ripetiamo lo scriteriato errore contro l'Iran. Nel 2003 c'è stata la crociata contro l'Iraq, allora governato da Saddam Hussein. Lui e il suo regime lo meritavano, ma le conseguenze sono state un disastro.
Per giustificare la guerra in Iraq si sono inventate, mentendo, armi terribili di cui l'Iraq del feroce dittatore sarebbe stato in possesso e che era necessario distruggere. Lo dissero, mentendo - e ammettendo più tardi, troppo tardi, di aver mentito - personaggi illustri quali Colin Powell, segretario di Stato americano, e Tony Blair, primo ministro inglese.
Se Giovanni Paolo II era così decisamente contrario non era per pacifismo ad oltranza, che non dimostrò durante la guerra in Jugoslavia, né tantomeno per simpatie terzomondiste. Semplicemente conosceva la Storia; era esperto - grazie alla sua origine, alle sue vicende e alla sua conoscenza dei tremendi focolai latenti nei Paesi di frontiera e di nazionalità e religioni diverse - delle disastrose conseguenze di tali tamburi di guerra. Grazie a quella guerra in Iraq baldanzosamente proclamata si sono scatenate in quelle terre conflitti di ogni genere fra siriani, turchi, curdi, iraniani, arabi. È quella guerra ad averci più tardi regalato l'Isis, così come ora occorre fronteggiare la polveriera libica creata pure da benintenzionati interventi militari, ovviamente democratici e umanitari.
Papa Wojtyla non fu ascoltato perché parlava a sordi e ad ignoranti; ignoranti di storia e di geografia, così come Dick Cheney, vice presidente degli Stati Uniti al tempo di George W. Bush, non sapeva bene dove fosse Francoforte. Nella sua autobiografia Powell dichiarò, dieci anni più tardi, che le sue informazioni che avevano contribuito a provocare quella guerra non erano credibili e che sentiva il dovere di ammetterlo per salvare il suo onore di soldato. Anche Blair, pur proclamando la sua buona fede, fece un mea culpa a proposito di quella guerra, dei morti inglesi e iracheni e dello sciagurato errore politico.
Sembra ed è sperabile che ora non si voglia ripetere lo scriteriato errore con l'Iran. Il Medio Oriente brucia già abbastanza per conto suo e l'Occidente non ha bisogno di nuovi incendi.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 15 gennaio 2020
In un rapporto di 38 pagine intitolato "Senza la mia famiglia", tre organizzazioni non governative britanniche (Amnesty International, Save the children e il Consiglio dei rifugiati) hanno accusato il governo di Londra di impedire "volutamente e in modo distruttivo" i ricongiungimenti dei minorenni rifugiati con le loro famiglie.
Il rapporto, realizzato attraverso una serie di interviste con persone di età compresa tra 15 e 25 anni, tutte arrivate nel Regno Unito quando avevano meno di 18 anni, elenca gli effetti devastanti della separazione tra i minori rifugiati e le loro famiglie: ansia permanente, timore per i propri familiari rimasti nel paese di origine e, in alcuni casi, gravi disturbi mentali.
Gli operatori sociali e gli altri professionisti che seguono i minori rifugiati senza famiglia hanno espresso tutto il loro disagio sottolineando quanto la famiglia abbia un ruolo cruciale nel benessere dei minori e nella fase dello sviluppo dell'identità, dell'istruzione e dell'integrazione sociale. I minori rifugiati sono soggetti a ripetuti eventi traumatici, che si aggiungono allo stress del vivere soli e lontano dal proprio paese. Nel 2019 il Regno Unito ha riconosciuto come rifugiati solo 1070 minori, meno di tre al giorno. Nel farlo, le autorità hanno dunque riconosciuto che i richiedenti asilo erano fuggiti da conflitti, persecuzioni e altre violazioni dei diritti umani e che sarebbe stato insicuro rinviarli nei paesi da cui erano scappati. Eppure, esse impediscono a questi rifugiati di ricongiungersi ai loro genitori, ai loro fratelli e alle loro sorelle.
Infatti le norme vigenti prevedono che solo i rifugiati maggiorenni che desiderano ricostruire le loro vite nel Regno Unito possano chiedere il ricongiungimento con i familiari stretti. Non anche i rifugiati minorenni e le autorità britanniche sono le uniche in Europa a comportarsi in questo modo. Il governo di Londra sostiene, senza portare alcuna prova al riguardo, che le riunificazioni familiari potrebbero incoraggiare le famiglie a inviare in Europa dei minori non accompagnati in modo da farne delle "ancore" per gli altri membri della famiglia.
Il rapporto evidenzia anche le costanti critiche mosse al governo di Londra da alti rappresentanti della magistratura, da commissioni parlamentari e dal Comitato per i diritti dell'infanzia. Sebbene nel 2018 un'ampia maggioranza trasversale di parlamentari avesse approvato una mozione per cambiare la normativa, il governo ha continuato a bloccare e a rinviare l'iniziativa. Amnesty International, Save the children e il Consiglio dei rifugiati chiedono con urgenza che i minori rifugiati abbiano le stesse opportunità degli adulti di ricongiungersi coi loro familiari.
- Migranti. Il progetto di Lamorgese per cambiare l'accoglienza
- Milano. "La prima libertà", al Museo diocesano detenuti in scena
- Droghe. Dalla canna all'eroina, un luogo comune senza fondamento
- Haiti. 10 anni dal terremoto, ma è come se fosse accaduto ieri
- Leda Colombini, la mondina rivoluzionaria che lottava contro il carcere









