di Laura Pasotti
osservatoriodiritti.it, 4 dicembre 2019
Dopo 41 anni di prigione, Trudu è morto all'ospedale di Oristano a poche ore dalla sentenza della Corte costituzionale sull'articolo 4 bis. L'avvocato: "La sua storia dice che in Italia l'ergastolo c'è e che il diritto alla salute di chi è dentro non è lo stesso di chi è libero".
di Luigi Manconi
La Repubblica, 4 dicembre 2019
Secondo il buon senso, che - non dimentichiamolo - è altra cosa rispetto al senso comune, e secondo l'originaria saggezza dei giureconsulti "meglio un colpevole in libertà che un innocente ai ceppi". In realtà, non si tratta di un'affermazione così ovvia, perché allude al fatto che la giustizia rappresenta sempre anche un rischio, dal momento che - come tutti gli affari umani - essa non è né può essere perfetta.
Di conseguenza, si può trovare di fronte al dilemma tragico di dover scegliere tra l'ingiustizia di lasciare impunito un colpevole e l'ingiustizia, forse il massimo oltraggio al diritto, di penalizzare e privare della libertà un innocente. L'equilibrio tra queste due opzioni è opera faticosa, ma non impossibile. La riforma della prescrizione, che entrerà in vigore tra meno di un mese, è una pessima e squilibratissima soluzione.
Con la legge Bonafede, infatti, viene mutata in profondità la natura stessa dell'istituto della prescrizione, pretendendo di curare la disfunzione della durata eccessiva dei processi con un'altra, peggiore, patologia: sospendere il corso della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, così rischiando di configurare un vero e proprio ergastolo processuale.
Non si esagera, se si pensa che, con questa normativa, una sentenza di condanna o di assoluzione può intervenire anche dopo decenni. E si tratterebbe, probabilmente, di una riforma inutile se è vero - come affermavano il Csm (dicembre 2018) e l'allora procuratore generale presso la Cassazione - che circa il 60% delle prescrizioni matura nella fase delle indagini. Rispetto alla maggior parte dei procedimenti, dunque, la nuova legge non avrà alcun impatto positivo né alcuna vera efficacia, in assenza di una complessiva rimodulazione di tutti i "tempi" e le fasi dell'attività giudiziaria e del dibattimento.
E, anzi, incidendo su uno dei maggiori fattori di accelerazione dei gradi di giudizio successivi al primo (essendo il rischio prescrizione uno dei criteri di priorità in tal senso), la riforma avrà effetti negativi (ancora il Csm) sulla durata complessiva dei procedimenti. Non a caso, sia nel sistema tedesco che (persino!) nella proposta formulata dalla "Commissione Gratteri", la sospensione della prescrizione dopo il primo grado non è mai disgiunta da una serie di correttivi, volti a impedire che l'imputato resti tale a vita, e da rimedi compensativi.
Tra questi, anche uno sconto di pena per chi riporti condanna a seguito di un procedimento di durata eccessiva: il che permetterebbe di riequilibrare, almeno in parte, il sacrificio delle garanzie individuali realizzato in nome della "condanna a tutti i costi". Di ciò non c'è alcuna traccia nella "riforma Bonafede". Va detto, tuttavia, che la prescrizione risulta a gran parte dell'opinione pubblica come qualcosa di estremamente sgradevole, se non propriamente iniquo. Il suo abuso e in particolare, l'uso strumentale, al fine di procacciarsi una ingiusta impunità, attraverso meccanismi pretestuosi di differimento del processo o di sottrazione a esso, appare un'offesa al senso di giustizia.
E talvolta può essere effettivamente così, ma ciò non deve portare in alcun modo a dimenticare quale è il fondamento pratico e teorico di quell'istituto e della sua saggia ragionevolezza. La prescrizione, infatti, trova origine nella volontà di "correggere" la memoria collettiva quando essa rischia di cristallizzare, in un passato ormai superato, una vita e un'identità nel frattempo evolutesi. Basti pensare che, anche rispetto a condannati per terrorismo, la giurisprudenza ha riconosciuto il diritto a non essere qualificati mediaticamente come tali, dopo che, anche espiando la pena subita, si siano prese le distanze da quel passato.
Il rapporto tra tempo e diritto vive con particolare intensità nell'istituto della prescrizione. E ciò lo rende affine a quell'oblio che una sentenza della Corte di Cassazione del 1958 ha definito "diritto al segreto del disonore", in grado di riequilibrare la memoria collettiva e la biografia individuale. E, di conseguenza, capace di realizzare il diritto di ciascuno a essere (e a essere rappresentato come) altro e diverso da chi si è stati al momento del compimento del crimine.
Ciò al fine di evitare che la proiezione eterna del passato pregiudichi il futuro e la stessa possibilità di mutamento dell'esistenza. Cruciale è la definizione del momento in cui l'esigenza di "giustizia" deve essere superata dal diritto del singolo a non vedersi sottoposto indefinitivamente al peso di un'imputazione: e dunque, a non essere "eternamente giudicabile", a causa dell'incapacità dello Stato di esercitare concretamente il potere di punire.
La definizione di questo momento è dettata dall'incidenza del tempo trascorso sul permanere dell'interesse dello Stato a sanzionare il reato. Affievolito, quell'interesse, dall'attenuarsi della percezione collettiva del danno prodotto dal crimine. E, perciò, dalla mutata valutazione del disvalore sociale del delitto. Non a caso sono considerati, imprescrivibili, quei reati, quali la strage e il genocidio che, secondo Jacques Derrida sono come "ferite della stessa identità collettiva", poste in un certo senso "fuori dal tempo".
E davanti a queste "ferite", "la pretesa punitiva dello Stato è irrinunciabile". Al di fuori di questi casi, la prescrizione del reato definisce il momento in cui il punire (anche solo l'accertare la "verità processuale") sarebbe inutile, perché una pena tardivamente inflitta non sarebbe comunque in grado di assolvere quella sua propria funzione, che consiste nel ristabilire il rapporto di fiducia della cittadinanza nei confronti dell'ordinamento e dell'amministrazione della giustizia.
di Michele Passione
Il Dubbio, 4 dicembre 2019
Non del nostro amore, verranno a chiederci conto; di cosa è stato, e non è più. Il giudice di cognizione è uomo del passato, quello di sorveglianza del futuro. Il primo guarda al fatto, per come si è verificato, se è accaduto davvero, chi lo ha commesso, quale sanzione meriti; il secondo dovrebbe interessarsi all'Uomo che cambia.
Un'accezione ancipite del tempo, che invece si vorrebbe eterno, immobile, marmoreo. Incuranti dei cambiamenti, quando niente e nessuno resta uguale a se stesso. Il tempo è una variabile indipendente dal volere e potere dell'uomo; il tempo è democratico, scorre per tutti (anche se il fluire del tempo è più pesante per gli anziani, i malati, i detenuti), ma c'è qualcuno che pensa, in malafede, che basti togliere la sabbia dalla clessidra, le lancette all'orologio, per risolvere il problema. Come con la povertà, anche per la prescrizione, scriviamo una bella legge, e il problema è cancellato; nulla sarà più come prima. Restano, invece, tempi di indagini fuori controllo ed extra large, ma basta cambiare il numero dei registri (45, 44, 21), e ci teniamo mani libere.
Ci teniamo, anche, difetti di notifiche, testi assenti, giudici che cambiano (ma anche su questo il Governo "sta lavorando", che se a giudicare è un altro da quello che ha raccolto la prova poco importa, mica crediamo ancora a ' ste storie). Le persone aspettano, tutto fa acqua; fuori piove un mondo freddo, ma dal primo gennaio splenderà il sole, ci è stato detto così. A un certo punto verranno a chiederti cosa ricordi, e non ricorderai.
Verranno a chiederti conto di quello che hai fatto, perché tu ne risponda, e la pena sarà effettiva, ma non efficace, perché troppo distante da quanto accaduto. Sarà una pena incostituzionale. Forse sarai assolto, ma dovrai stare sospeso, per anni e anni. Impossibile fare progetti, perché magari qualcuno cambierà idea su di te.
Se sei stato assolto forse un pm farà appello, e vorrà risentire un testimone, ma lui non si ricorderà come sono andate le cose, dopo tanto tempo. Forse sei stato una vittima, e vorresti una closure che ti aiuti a ricucire lo strappo, oltre al risarcimento del danno patito, "Ci dispiace, abbiamo a cuore i suoi diritti, ed infatti innalziamo le pene, cambiamo le regole, magari l'ascoltiamo in remoto, in tre giorni, ma per questo torni tra qualche anno, non abbiamo fretta".
Il sonno della ragione erige pali incatenati in strade a senso unico, biascica bias spendibili in salotti televisivi, chiude gli occhi sui fatti di questo mondo per raccontarne altri; il pifferaio suona la sua musica, mentre i topi incantati lo seguono fino al fondo del burrone, dal quale non riusciranno a risalire. Un tempo infinito; mentre anche l'ergastolo si apre alla valutazione dell'Uomo, costruiamo maschere senza volto da indossare, per farci trovare pronti, quando verranno a cercarci, senza che importi se questo è l'Uomo del tempo che fu.
bambinisenzasbarre.org, 4 dicembre 2019
Campagna di Bambinisenzasbarre Onlus per sostenere gli Spazi Gialli, luoghi di accoglienza e ascolto che preparano i bambini all'incontro con il genitore in carcere. Nel mese di dicembre detenuti e figli in campo insieme in 68 istituti penitenziari per "La partita con papà". Tutti i bambini sono uguali, anche i 100mila bambini che hanno la mamma o il papà in carcere e per questo vengono emarginati e stigmatizzati.
Ciò significa anche che ci sono 100mila figli che, a causa del distacco dovuto alla detenzione, corrono un alto rischio di interrompere il legame affettivo con il proprio genitore, fondamentale strumento di protezione e prevenzione per contrastare fenomeni di abbandono scolastico, disoccupazione, disagio sociale, illegalità e detenzione. Si stima infatti che, senza un'adeguata tutela della relazione con il genitore, il 30% dei figli di detenuti sia a rischio di diventare detenuto a sua volta (Federazione dei Relais Enfants Parents, Parigi).
Bambinisenzasbarre Onlus si impegna dal 2002 per tutelare il diritto di questi bambini, sancito nella Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia, al mantenimento del rapporto con il genitore detenuto, affermando allo stesso tempo il diritto-dovere di quest'ultimo a esercitare il suo ruolo. Per questo ha creato gli Spazi Gialli, luoghi di accoglienza, ascolto, interazione ed attenzione dove ogni giorno accoglie 10mila bambini che entrano in carcere per incontrare la mamma o il papà. Gli istituti penitenziari in cui è presente sono, per ora, in Lombardia, Piemonte, Toscana, Liguria, Campania, Puglia e Sicilia.
Per costruire nuovi Spazi Gialli e raggiungere così i 90mila bambini che ancora li stanno aspettando, Bambinisenzasbarre lancia la campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi "Loro non hanno colpe", attiva fino al 28 dicembre 2019 con numero solidale 45594. Lo Spazio Giallo è un sistema di accoglienza pensato per i bambini che entrano in carcere per trascorrere del tempo con il genitore detenuto, un luogo fisico destinato all'attesa dell'incontro insieme a operatori formati che accompagnano i bambini e le famiglie nell'esperienza della detenzione.
L'ingresso in un penitenziario, luogo estraneo e perturbante, può essere un'esperienza traumatica per i bambini se non viene resa comprensibile con l'aiuto degli adulti di riferimento (familiari, insegnanti, ecc.), che invece tendono spesso a costruire dei tabù a causa del pregiudizio sociale e del rischio di emarginazione sociale (a scuola, nel quartiere, nello sport).
I bambini, attraverso strumenti di comunicazione non verbale come il gioco e il disegno, e i genitori, attraverso i "gruppi di parola", vengono aiutati a esprimere le emozioni e le preoccupazioni legate al complesso periodo di vita che stanno attraversando; a condividere il momento con altre famiglie nella stessa situazione; ad affrontare con maggiori strumenti di consapevolezza il tempo complesso della detenzione.
A supporto della campagna, inoltre, nel mese di dicembre Bambinisenzasbarre organizza la quinta edizione di La partita con papà, in collaborazione con il Ministero di Giustizia - Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria. In 68 carceri italiane, da Belluno a Palermo, i detenuti potranno giocare una partita a calcio con i loro figli: grazie all'iniziativa padri, madri e figli potranno quindi condividere un momento di normalità e vicinanza nonostante la detenzione.
L'evento coinvolgerà 2.800 bambini e 1.700 genitori, insieme agli agenti della polizia penitenziaria e agli educatori, e rappresenterà una preziosa occasione per sensibilizzare le istituzioni, i media e tutta la cittadinanza sul tema dei diritti dei figli dei carcerati e sulla lotta all'emarginazione e allo stigma a cui sono soggetti.
Gli Spazi Gialli e "La partita con papà" si inseriscono nel "Sistema Giallo", l'intervento olistico che declina il "carcere alla prova dei bambini" e che ha trovato la sua formalizzazione nella Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti. La Carta, unica in Europa, applicata nelle carceri italiane, firmata il 21 marzo 2014 - rinnovata nel 2016 e 2018 - dai Ministri della Giustizia, dall'Autorità garante dell'Infanzia e dell'adolescenza e da Bambinisenzasbarre, è stata accolta come riferimento guida per la Raccomandazione dei 47 Paesi del Consiglio d'Europa nell'aprile del 2018.
Agi.it, 4 dicembre 2019
Va ascoltato l'allarme dei funzionari del trattamento penitenziario secondo cui "il nostro impegno è diventato pericoloso e insostenibile". Lo afferma il togato del Csm Sebastiano Ardita dopo l'audizione svolta a Palazzo dei Marescialli in cui sono stati sentiti dirigenti e funzionari del trattamento. "Ogni funzionario del trattamento - è emerso dell'audizione svolta nell'ambito dei lavori della commissione del Csm sulla esecuzione penale presieduta da Sebastiano Ardita (presente anche il laico Stefano Cavanna) - ha in carico fino a 150 detenuti rispetto ai quali è chiamato a svolgere l'attività di osservazione, e di trattamento e a redigere l'indagine socio-familiare indispensabile per la relazione di sintesi": un carico ingestibile "che comporta la redazione di relazioni che finiscono per essere burocratiche", ma quelle relazioni sono alla base delle decisioni della magistratura, che deve giudicare sulla richiesta dei detenuti che vogliono anticipare l'uscita dal carcere.
di Barbara Alessandrini
L'Opinione, 4 dicembre 2019
Gli avvocati penalisti sono, da ieri, nuovamente in piazza contro la legge che abolisce la prescrizione in appello, fortemente voluta dal ministro Alfonso Bonafede. Solo il mese scorso alla protesta promossa dall'Unione camere penali italiane (Ucpi) hanno aderito, con l'astensione dalle udienze, anche parte di settori dell'avvocatura civile ed amministrativa e altri soggetti della vita associativa forense.
Nel mirino della nuova astensione, proclamata dal 2 al 6 dicembre e accompagnata da una lunga maratona oratoria nazionale non stop che si svolge a Roma, in piazza Cavour, non soltanto la norma che dal 1 gennaio modificherà l'istituto della prescrizione aprendo la strada al "processo infinito" ma anche il tema, già sollevato durante la protesta dello scorso mese, della disinformazione nei confronti dei cittadini che puntualmente accompagna, da quando si è aperta la stagione del populismo giudiziario, il varo di norme in materia penale.
Non c'è dubbio che alla società sia sempre servita una versione parziale delle decisioni adottate dal legislatore in materia di politica giudiziaria. È accaduto e sta accadendo anche ora quando si affrontano in modo sommario i contenuti di una riforma che colpirà in discesa i diritti fondamentali di ciascun cittadino che dovesse incorrere in un procedimento giudiziario, prolungando ben più di quanto avviene già oggi, ed i tempi sono estenuanti, la definizione dei processi penali. Con il risultato di arrecare un ciclopico danno sia per i diritti degli imputati ma anche delle persone offese.
L'avvocatura penale, dunque, è tornata da ieri a farsi sentire spiegando alla società civile la necessità che venga cancellata o almeno rinviata la nuova disciplina sulla prescrizione. A meno che non ci si vuole arrendere alla trasformazione dei processi penali in una macchina senza tempo che, tra l'altro, intasa ulteriormente il sistema giustizia.
Già, perché, anche volendo tralasciare considerazioni molto "indigeste" al Guardasigilli attinenti al diritto di un qualsiasi imputato di non subire il "fine processo mai" o allo strettissimo legame che nel nostro ordinamento esiste tra l'istituto della prescrizione e il principio di presunzione di innocenza e l'inviolabilità del diritto di difesa, è presto intuibile che cancellare la data di prescrizione dai fascicoli equivarrà, tra l'altro, ad eliminare per il giudice l'unico motivo, l'unico pungolo per pronunciarsi velocemente con sentenza.
La prescrizione è e resta un sacrosanto contrappeso alle inefficienze della macchina giudiziaria di cui stabilisce il limite entro il quale deve arrivare la definitiva risposta di giustizia nel caso in cui il procedimento non sia giunto a evidenziare elementi di colpevolezza o di innocenza. Il che, ricordiamolo, non è colpa né degli avvocati né degli imputati.
Ma torniamo su quella che gli stessi penalisti hanno definito un'operazione verità, per strattonare la cortina di silenzio stesa finora dai media sul cortocircuito logico, prima che giuridico, per cui abolire l'estinzione del reato per decorrenza dei termini una volta emessa la sentenza di primo grado, sia che si tratti di condanna che di assoluzione, in alcun modo velocizzerà la macchina processuale.
L'omissione è antica, una delle tante sbianchettature che il sodalizio tra media e politica mette in atto davanti all'opinione pubblica, cavalcandone invece ed insieme alimentandone il populismo giudiziario, la concezione della legittimità del processo eterno, come strumento di vendetta e che vuole l'imputato colpevole, invece che un percorso di accertamento della verità. Tutta robaccia che fa il paio con la diffusa concezione della legalità a senso unico a cui si ispirano e intendono dare risposta quelle riforme securitarie ed efficientiste lesive di garanzie e diritti costituzionalmente previsti nel giusto processo.
Di questa politica giudiziaria ci siamo nutriti finora. Questa politica, breccia dopo breccia, intende contrastare l'Ucpi nella battaglia per il diritto penale liberale e il giusto processo. Perché l'esito di quel modo di intendere l'autorità giudiziaria resta e sempre resterà un forcaiolismo becero e fondamentalmente nemico primo del buon funzionamento del sistema giustizia. Per contrarre tempi infiniti ed inefficienze del sistema giudiziario, è la sfida lanciata dei penalisti e di quei pur residuali settori da sempre garantisti della politica, anche la società civile deve essere alfabetizzata ed informata della priorità di metter mano prima di tutto ad una riforma del processo penale capace di ridurne i tempi morti e di individuare meccanismi per limitare il numero dei dibattimenti.
La sfida è ciclopica, bisogna ammetterlo, ma ce la si può fare. Perché quella che il presidente dell'Ucpi, Gian Domenico Caiazza, definisce "una giungla di menzogne" ai danni dei cittadini, "a cominciare dalla vulgata che l'istituto della prescrizione sia perseguita dagli avvocati con mille artifizi", ha sempre taciuto su quel 60 per cento delle prescrizioni che si estinguono durante le indagini preliminari, mentre il 75 per cento fino a sentenza di primo grado.
A fare il punto sulle mille altre cause dell'eccessiva durata dei processi, ci ha poi pensato uno studio che Eurispes ha recentemente condotto proprio in collaborazione con l'avvocatura penale e presentato il mese scorso: 64 per cento cause fisiologiche nei procedimenti, dai tentativi di conciliazione all'assenza dei testi, alle richieste di messa alla prova; il 16,2 per cento disfunzioni interne agli uffici del Giudice del Pm e dell'imputato. Numeri che i cittadini hanno non il diritto ma l'obbligo di conoscere anche se il campo di scontro è ancora aperto e la battaglia al momento segna un netto vantaggio per il ministro Alfonso Bonafede che ha dimostrato tutta la sua avversione alle ragioni effettive dell'intasamento della macchina giudiziaria ed un pavido rifiuto delle proposte presentate dal mondo dell'avvocatura al tavolo ministeriale.
La gamma di interventi proposti al ministro va dal rafforzamento della regola di giudizio dell'udienza preliminare per renderne effettiva la funzione di filtro, l'incremento del ricorso ai riti alternativi e l'individuazione di ulteriori ipotesi di depenalizzazione, volti ad una riduzione del numero dei processi al dibattimento, ma anche interventi che rendano certo il tempo delle indagini e dell'esercizio dell'azione penale e l'effettività delle garanzie nell'attività dell'acquisizione della prova in contraddittorio.
Inutile dire che il tetragono ministro in buona fede non si lascerà corrompere nemmeno da cifre tanto esplicite. La sua guercia impostazione resisterà anche agli altri numeri che parlano dell'unica vera urgenza, quella di ridurre i tempi dei processi piuttosto che di intervenire sull'estinzione dei reati. Perché è del buon ministro perseguire e servirsi alla bisogna della narrazione delle emergenze giudiziarie falsata che ha finora diligentemente omesso di raccontarci, ad esempio, che l'istituto della prescrizione riguarda una minima parte dei processi, le prescrizioni hanno già tempi lunghissimi, fino a 60 anni: 40 anni per il sequestro di persona a scopo di estorsione e per l'associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, 37 anni per il reato di disastro ambientale e 25 per la rapina, 30 anni per prescrivere una corruzione in atti giudiziari, 37 e 6 mesi per i casi più gravi di maltrattamenti in famiglia, un quarto di secolo per fattispecie ad elevato allarme sociale come rapina, traffico di droga, estorsione.
Senza contare che per alcune tipologie di reati i tempi per le prescrizioni sono aumentati, come per la corruzione in atti giudiziari portata da 25 a 30 anni o la corruzione per l'esercizio della funzione da 10 a 12 anni. Non solo, da città a città, "emergono ciclopiche differenze nei tempi di definizione dei giudizi: 663 giorni per i fascicoli aperti alla Procura di Brescia, 161 di Trento e per le prescrizioni dichiarate in Corte d'Appello il 43% dei reati sono estinti per decorrenza termini a Venezia, il 35 a Catania, il 26 a Bologna". Il dato più eclatante, poi, è che sono soltanto il 25 per cento dei reati totali, i prescritti dopo il primo grado, quelli appunto interessati dalla norma, ma soprattutto vanno in prescrizione soltanto il 10 per cento dei fascicoli.
Resta da comprendere perché, escludendo la malafede populista, con tempi medi attuali di 40 anni, necessari a prescrivere molti reati, si sia voluta una riforma destinata ad un bacino così esiguo. L'emergenza, insomma, emergenza non è. Ma la riforma che sospende la prescrizione ha il potere leviatano di rendere legittimo che un individuo di cui lo Stato non riesca a provare la colpevolezza o la cui assoluzione in primo grado il Pm voglia sovvertire, con tutta la calma accordatagli, rimanga in scacco dello Stato. Per sempre.
Tutto in ragione di un 2,5 per cento del totale dei casi per i quali si dà una bella sforbiciata ai principi della civiltà giuridica e dello stato di diritto tutelati dalla Costituzione. E questo può capitare davvero a qualsiasi comune cittadino. Che era ora venisse informato su cosa accade e avverrà nei tribunali e sui rischi che si abbattono su chiunque resti imbrigliato nelle maglie di questa mostruosità giuridica firmata Bonafede.
di Luca Fazzo
Il Giornale, 4 dicembre 2019
L'ex procuratore: "Vantaggi strepitosi, si cancellerebbero gli arretrati". A gettare il sasso era stato domenica scorsa Edmondo Bruti Liberati, leader storico di Magistratura democratica, con una intervista a Repubblica in cui teorizzava la necessità assoluta di una nuova legge sulla prescrizione, accusando gli avvocati di utilizzare le norme attuali per "impugnazioni puramente dilatorie" causando l'"ingorgo dei giudizi in appello" e "ricadute di lungaggini su tutta la durata del processo".
Tempo quarantott'ore, e a raccogliere l'assist è un vecchio compagno di battaglia e di corrente di Bruti, l'ex procuratore di Palermo e di Torino Giancarlo Caselli. Che se ne esce sul suo blog sull'Huffington Post rincarando la dose fino al punto che pareva irraggiungibile: l'abolizione del processo d'appello. Prima condanna e carcere, senza passare dal via.
Inevitabile notare che tra le due uscite è avvenuto un fatto nuovo: la saldatura tra il Movimento 5 Stelle e l'Associazione nazionale magistrati, che nel suo congresso genovese ha sposato in pieno la linea grillina sulla prescrizione. Come la pensino i pentastellati sul processo d'appello è noto, visto che nel loro programma sulla giustizia avevano proposto - per disincentivare i ricorsi - di consentire che il processo d'appello aggravi, anziché ridurre, la condanna. Ma nemmeno questo a Caselli pare sufficiente.
"Basta con i palliativi", scrive. "Si valuti anche l'ipotesi dell'abolizione del grado d'appello, in modo da uniformare il nostro agli altri paesi di rito accusatorio. I vantaggi sarebbero strepitosi". Addirittura strepitosi? Sì: "Si potrebbe cancellare l'arretrato, circa un milione e mezzo di processi". Per accelerare la giustizia basta abolire i processi, insomma. E giù con un po' di insulti agli avvocati: il processo è "pieno di ostacoli e trappole, infarcito di regole travestite da garanzie che in realtà sono insidie o cavilli: un brodo di coltura ideale per gli avvocati agguerriti, spregiudicati e costosi".
Nel motivare la sua rivoluzionaria proposta, Caselli fa - a dire il vero - un po' di confusione, arrivando a sostenere che in Italia esiste "una pletora" di gradi di giudizio, in cui inserisce anche i provvedimenti del tribunale del Riesame (che in realtà non si occupa di colpevolezze e innocenze ma solo di esigenze cautelari) e non meglio precisati "interventi del gip" e "giudizi incidentali". "Siamo di fronte ad una grave anomalia rispetto agli altri paesi di democrazia occidentale che va corretta riducendo drasticamente i gradi di giudizio", scrive l'ex magistrato.
Curiosa la spiegazione che Caselli dà di questo eccesso di garanzie: "La moltiplicazione dei gradi di giudizio si spiega con la radicata convinzione che la magistratura e il diritto fossero ostili alle classi sociali subalterne. Per arginare i misfatti che conseguentemente la cultura popolare riteneva perpetrati nei secoli ecco l'idea dei più gradi di giudizio". È appena il caso di ricordare che il codice di procedura penale attualmente in vigore è del 1988, quando di misfatti ai danni delle classe subalterne i giudici avevano smesso di compierne da un bel pezzo.
bergamonews.it, 4 dicembre 2019
di Franco Cattaneo
L'Eco di Bergamo, 4 dicembre 2019
Parla Monica Lazzaroni, da sei anni Presidente del Tribunale di Sorveglianza a Brescia: "Il dato di conoscenza reale è fondamentale per vincere certi sentimenti di paura e perché i cittadini possano formarsi un pensiero critico".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 4 dicembre 2019
Al 30 novembre i detenuti sono 61.174 rispetto a una capienza regolamentare di 50.476 posti. L'Italia fu condannata dalla Cedu per i "trattamenti inumani e degradanti", quando nelle nostre carceri c'erano sessantaseimila reclusi.
- Prescrizione. La riforma del ministro Bonafede è una tortura per gli innocenti
- Attenzione, senza Ddl penale la riforma della prescrizione è incostituzionale
- Prescrizione, vicini al punto di rottura
- Intercettazioni, utilizzo più ampio ma solo per reati connessi
- Il domicilio dal difensore non basta per l'assenza










