di Valentina Ascione
Il Riformista, 30 novembre 2019
"Umiliati e offesi". Come il titolo del romanzo di Dostoevskij. Così l'avvocato Domenico Pennacchio descrive il calvario di Marina, sua assistita, mamma di 32 anni di Napoli che ha trascorso in carcere 2 anni e 10 mesi con l'accusa di aver tentato di uccidere le sue due figlie di 3 mesi e 3 anni imbottendole di medicinali: barbiturici, calmanti, sciroppi a base di ammonio, benzodiazepine. Accusa da cui Marina è stata assolta con formula piena prima dal Tribunale di Roma, il 15 luglio scorso, e poi dal Tribunale di Napoli una settimana fa. Nessun tentato omicidio. La donna è innocente.
I valori di alcune sostanze nel sangue delle bimbe erano altissimi non perché Marina le stesse avvelenando, ma perché l'organismo delle piccole non era in grado di metabolizzare velocemente quei principi attivi, che così ristagnavano negli organi per molto tempo, come se fossero state avvelenate, scrive il Corriere della Sera che per primo ha raccontato la vicenda.
La conseguenza, molto probabilmente, di una patologia genetica che nessuno dei sanitari delle due strutture ospedaliere che avevano avuto in cura le bambine, il Santobono di Napoli e il Bambin Gesù di Roma, avevano preso in considerazione. E che è emersa grazie a un genetista nominato dalla difesa. Ora Marina è libera e aspetta di poter riabbracciare le sue bambine che al momento si trovano in una struttura protetta.
Il suo dolore, però, nessuno potrà cancellarlo, dice la donna che ha gridato invano la propria innocenza per ben 34 mesi, dietro le sbarre della sua cella. Prima a Pozzuoli, dove ha rischiato anche il linciaggio da parte delle altre detenute, perché la legge non scritta del carcere non perdona chi commette delitti contro i bambini. E quindi a Benevento dove è stata trasferita. Una lunga reclusione che le ha anche impedito di allattare e veder crescere la terza delle sue figlie, nata solo due mesi prima dell'ingresso in carcere della donna il 16 gennaio del 2017.
"Ci sono voluti tre lunghi anni e due lunghi dibattimenti per far emergere la verità", afferma l'avvocato Pennacchio. "Una verità che sarebbe potuta venire a galla molto prima se coloro che hanno avuto la possibilità di decidere sulla questione avessero avuto la libertà mentale di farlo senza pregiudizi. Invece pubblici ministeri, consulenti dell'accusa, magistrati del Tribunale dei minorenni che si sono approcciati a questa vicenda, si sono lasciati suggestionare dal fatto che queste due sorelline avessero avuto qualcosa di lontanamente analogo, ma non hanno mai voluto approfondire i fatti. Il sillogismo è stato: la stessa mamma, due sorelline con la stessa patologia, quindi è stata la mamma. Non c'è stato lo sforzo di approfondire quali fossero i sintomi delle due bambine, che tipo di sostanze fossero state riscontrate nelle urine dell'una e nel sangue dell'altra", accusa l'avvocato Pennacchio.
"Per fortuna abbiamo trovato dei magistrati, sia a Roma che a Napoli, che non hanno avuto pregiudizi. Il tribunale di Roma ha pronunciato una sentenza di assoluzione nonostante i periti nominati dallo stesso tribunale avessero ritenuto responsabile la madre. Il tribunale, quindi, non ha recepito acriticamente la ricostruzione dei propri periti, ma ha ritenuto più credibile e condivisibile la tesi prospettata della difesa, anche grazie ai propri consulenti tecnici, perché era la sola che teneva conto di tutto quanto emerso dalle cartelle cliniche sia del Santobono di Napoli, che del Bambin Gesù di Roma", spiega il legale. Le procure di Roma e di Napoli avevano chiesto rispettivamente per Marina 12 e 14 anni per il tentato omicidio delle due sorelline commesso, secondo l'accusa, a novembre del 2015 e del 2016.
La prima delle bambine, Vittoria, di 3 mesi - scrive il Corriere ripercorrendo la vicenda - arriva al pronto soccorso dell'ospedale napoletano a novembre del 2015 con vomito, diarrea, cianosi, irrigidimento del corpo. Per alcuni medici si tratta di una forma di epilessia, per altri di emiplegia alternante. Alla piccola viene somministrato prima uno sciroppo a base di barbiturici, poi un altro medicinale a base sedativa, Dosi massicce che non portano a nulla e Vittoria entra in coma con nello stomaco un mix di principi attivi dei farmaci che aveva assunto. Dopo un mese, nonostante la terapia fosse stata sospesa, nel corpo della piccola ci sono ancora tracce di sedativi e ammonio. I medici si convincono che sia stata all'avvelenata e la madre Marina viene segnalata al Tribunale dei minorenni.
Ma la storia non finisce qui. A novembre dell'anno successivo l'altra figlia Asia, di 3 anni, viene trasferita dal Santobono al Bambino Gesù di Roma a causa di una violenta crisi respiratoria. Nel passaggio da un ospedale all'altro non viene però trasferita la cartella clinica. Viene trasmessa soltanto una nota di accompagnamento dove non sono riportati i farmaci con cui la bambina è stata trattata a Napoli.
L'analisi delle urine rileva la presenza di benzodiazepine, per i medici non ci sono altre spiegazioni e anche stavolta sotto accusa finisce la mamma. Ma l'avvocato Domenico Pennacchio con i suoi consulenti ha dimostrato che quelle tracce di sedativi altro non erano che il principio attivo del medicinale usato in rianimazione a Napoli, il principio attivo che, proprio a causa della probabile mutazione metabolica e genetica, il corpo della bimba non era riuscito ad espellere.
Secondo i pubblici ministeri Marina sarebbe stata affetta della sindrome di Polle: un disturbo mentale che spinge un genitore a infliggere un danno fisico ai figli per farli ritenere malati e attirare invece l'attenzione su di sé. Ma la difesa riesce a smontare al tesi del consulente dei pm e due successive perizie psichiatriche dimostrano come la donna non si affetta da alcun disturbo della volontà, ma sia assolutamente capace di intendere e di volere. E ora la sola che Marina vuole è riabbracciare le sue bambine.
Il Centro, 30 novembre 2019
Dopo le spettacolo le detenute hanno trovato il coraggio di aprirsi ricordando le loro storie. Alle toccanti parole del testo teatrale di Dacia Maraini "Una casa di donne" hanno fatto eco le parole di chi la prostituzione e la violenza le ha vissute sulla propria pelle.
Le protagoniste dell'incontro che si è svolto ieri al carcere di Teramo, promosso dall'associazione culturale "Hanna Arendt" con il patrocinio della Provincia in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, sono state le detenute della sezione femminile. In silenzio e con occhi attenti hanno seguito il monologo recitato dall'attrice Ottavia Orticello e la storia di Manila, la protagonista, che decide di prostituirsi tra paure, cuori infranti, sogni e sofferenze mai dimenticate, ha dato loro il coraggio di aprirsi.
"Ho lavorato in strada a Milano e nessuno mi ha mai aiutata a liberarmi dai miei aguzzini", ha detto Ana (i nomi sono di fantasia), una ragazza albanese, "ho visto tante ragazze come me portate in Italia e sono orgogliosa di essere fuggita da sola in una casa-famiglia dove ho ripreso la mia vita. Mi sono sposata e ho due figli. Ma qualcosa si deve fare per fermare questo sfruttamento". C'è chi ha parlato della violenza più subdola, quella che si consuma tra le mura domestiche. "Ho subito maltrattamenti da mio marito anche con armi e sono stata in coma", ha raccontato una ragazza marchigiana, "sono andata al consultorio, ma non ho ricevuto l'aiuto adeguato e ogni denuncia cadeva perché non avevo testimoni. Me lo ritrovavo ovunque nonostante il provvedimento di divieto di avvicinamento".
Storie di violenza fisica, ma anche psicologica derivante da dipendenze come quella da gioco. "La ludopatia porta scompiglio nelle famiglie a chi ne soffre e a chi gli sta vicino", ha spiegato con le lacrime agli occhi Giada, "sono stata aiutata da un'associazione che ha seguito mio marito, ma lo Stato perché permette il gioco?".
Per le detenute il pomeriggio è stato un'importante motivo di sfogo e hanno chiesto agli ospiti che si sono confrontati con esse - la presidente di "H.Arendt" Guendalina Di Sabatino, la senatrice e parlamentare europea, prima presidente nazionale della commissione pari opportunità Elena Marinucci, la presidente della Casa internazionale delle donne Irene Giacobbe, il presidente di "Bee Free" Oria Gargano, la docente di criminologia Laura Di Filippo, la consigliera di parità della Provincia Beta Costantini, il segretario provinciale della Cgil Giovanni Timoteo, la giornalista Edda Migliori, segretario provinciale Cgil e alcune studentesse delle scuole superiori accompagnate dalle docenti - di tornare per un altro incontro. Lo spettacolo teatrale è stato poi riproposto nella sala polifunzionale della Provincia con il convegno "Prostitute prostituite: l'uso del corpo delle donne tra sex work e schiavitù sessuale".
met.provincia.fi.it, 30 novembre 2019
"La scrittura antidoto alla solitudine", così l'assessora all'istruzione e al lavoro Cristina Grieco commentando la premiazione dei vincitori del premio Emanuele Casalini. "Questo novembre sottolinea più forte che mai quanto la Toscana sia la regione dei diritti e della civiltà. Mi piace ricordarlo all'indomani del premio letterario Emanuele Casalini, riservato ai detenuti delle carceri italiane che ha appena compiuto diciott'anni festeggiati alle Sughere di Livorno con i vincitori del premio che ho avuto l'onore di conoscere. Mi piace ricordarlo alla vigilia della Festa della Toscana, che domani celebra 20 anni dalla sia istituzione e che ogni volta mette in luce il valore dell'impegno per la promozione dei diritti umani, della pace e della giustizia come elemento costitutivo dell'identità della nostra regione".
Così l'assessora all'istruzione e al lavoro Cristina Grieco commentando la premiazione dei vincitori del premio Emanuele Casalini, che quest'anno ha visto classificarsi al primo posto Ghassen Hammami, recluso proprio nella Casa Circondariale di via delle Macchie, che ha vinto con la poesia "La felicità", quindici fulminanti versi di geniale semplicità che sintetizzano la condizione carceraria e i rimpianti che comporta. Secondo classificato Francesco Veneziano, con "Non potete fermare il vento", arrivato a Livorno dal carcere di Milano, dopo aver ottenuto un permesso per l'occasione.
Nella sezione della prosa, giunto dal carcere di Massa, è stato premiato Luciano Sacchi per il racconto "La vita in fiamme": nel suo intervento appassionato e commosso, ha dovuto ammettere che solo l'esperienza dolorosa della detenzione gli ha fatto scoprire doti inaspettate che non avrebbe mai coltivato da libero, come quella di attore teatrale (ha interpretato Prospero nella "Tempesta" di Shakespeare allestita in prigione) e, con questo riconoscimento, di scrittore.
Li ha premiati Ernesto Ferrero, scrittore, critico letterario e per vent'anni direttore del Salone del Libro di Torino, in qualità di presidente della giuria, durante la cerimonia svoltasi di fronte al pubblico dei detenuti, alla presenza del direttore del carcere Carlo Mazzerbo e di ospiti tra i quali, oltre all'assessora Grieco, il garante dei detenuti Eros Cruccolini, il rappresentante dell'Unitre Davide Casalini e il dirigente scolastico dell'Istituto Vespucci Maria Teresa Corea, il vescovo Simone Giusti, il prefetto Gianfranco Tomao.
"La letteratura, la scrittura, sono stimoli fondamentali per la riflessione e possono essere un efficace antidoto alla solitudine e alla difficile condizione della vita in carcere - ha detto Grieco - Per questo l'intuizione di Emanuele Casalini è stata lungimirante. L'occasione del Premio, come ha ricordato il presidente Rossi nelle sue riflessioni sul Premio, costituisce un invito a trovare la volontà e il coraggio necessari per mettere su carta i propri pensieri, generando con questo gesto l'occasione per iniziare un cammino di "auto-terapia" e di reinserimento.
La Toscana a questo tiene molto. É anche per questo che abbiamo voluto creare un Polo universitario penitenziario regionale in collaborazione con le Università toscane e che, da molti anni, sosteniamo progetti importanti come la promozione del teatro in carcere. "L'istruzione e la formazione - ha proseguito - sono strumenti di riscatto individuale e di integrazione sociale attiva, in grado di accompagnare e sostenere i percorsi di emancipazione: per questo finanziamo i progetti di formazione collettiva e individuale delle persone in stato di detenzione e la certificazione delle loro competenze, affinché siano effettivamente spendibili nel mercato del lavoro.
A questo scopo il sistema regionale di Web-Learning Trio - che costituisce un modello di formazione su misura, direttamente fruibile da casa - è stato offerto, fin dagli esordi, anche nelle carceri toscane". "Ringraziamo - ha concluso l'assessora Grieco - gli organizzatori del Premio Casalini per l'impegno nel portare avanti un progetto di altissimo valore che ci rende orgogliosi di vivere in Toscana, una regione capace, storicamente, di esprimersi a favore della dignità dell'uomo, la chiave di volta per alimentare e far crescere la civiltà e la democrazia".
di Giada Ferraglioni
open.online, 30 novembre 2019
Le poesie lette dai detenuti nel carcere di San Vittore. Volontari, educatori e detenuti si incontrano nei corridoi di San Vittore per leggere poesie. Una testimonianza su come sopravvivere al carcere, nonostante il carcere. "Non vorrei mai essere venuto qui, in Italia. Dove uno straniero rimane tale per sempre. Non vorrei aver conosciuto l'eroina. Non vorrei aver lasciato mio padre da solo. Non vorrei aver creduto in lei, che ho sposato. Non vorrei essere rimasto a Milano"
Quando il ragazzo con i ricci neri inizia a leggere questi versi, è difficile pensare che non siano i suoi. Le parole di Bruno Brancher gli escono naturali, senza che debba cambiare sguardo o espressione per renderle credibili. E anche quando Elena, una donna con i capelli raccolti in uno chignon alto e stretto, finisce di recitare una poesia di Alda Merini, nessuno pensa che ci sia bisogno di aggiungere altro.
È questa l'atmosfera che si respira nella casa di reclusione di San Vittore, nel pieno centro di Milano, durante il reading "Voci dentro e fuori dal carcere", organizzato dalle Biblioteche in Rete in occasione dell'inaugurazione della biblioteca nel carcere dedicata a Brancher: una figura ambigua della letteratura, per nulla immacolata, che ha passato la vita a entrare e uscire da riformatori e galere. Spiombatore, armiere, ladro. A 57 anni tornò a San Vittore per aver tentato di uccidere la compagna, che lo aveva lasciato dopo essersi innamorata di un'altra donna.
A leggere i suoi testi e i suoi versi non poteva essere certo il primo che passava. Bisognava che li leggesse chi non aveva bisogno di tirar fuori del pulito o del buono dalle sue pagine, ma che le interpretasse per quello che erano: la testimonianza di una storia vera, nel bene o nel male. C'era bisogno di chi, come Brancher, nella scrittura e nella lettura non cercasse assoluzioni né redenzioni, ma nuove domande da porsi e diverse prospettive per continuare a stare al (e nel) mondo.
Storie vere come le vite di chi San Vittore lo abita oggi, oggi che è una casa circondariale - dove, cioè, sono detenute persone in attesa di giudizio e quelle condannate a pene inferiori ai cinque anni. L'evento, organizzato nella cornice di Book City, è uno sguardo rubato a ciò che succede in quello che altro non è se non un quartiere della città.
"Un pezzo della città, al centro della città", come lo ha definito il direttore Giacinto Siciliano. "Dove ci sono persone che provengono da ogni parte, e che da qui poi torneranno fuori".
Mai più carcere cimitero dei vivi - "Le carceri italiane, cimitero dei vivi; erano così cinquant'anni fa, sono così oggi, immutate". Era il 1904 quando Filippo Turati pronunciò alla Camera dei Deputati parole di condanna contro la condizione delle carceri in Italia. Ancora oggi la questione è tutt'altro che risolta, nonostante il principio di umanità e la rieducazione dei detenuti siano diritti stabiliti dalla Costituzione.
E "mai più un carcere cimitero dei vivi" è stato l'impegno dei padri costituenti, per dare e ridare dignità ai soggetti all'interno dei vari istituiti di detenzione. Se l'articolo 27 sancisce che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato", quello che è accaduto a San Vittore il 15 novembre di quest'anno è forse l'esempio massimo di quello che si intende. Il reading, che ha coinvolto una ventina di detenuti (i giovani adulti, le donne del reparto femminile, altri dal terzo, dal quinto e dal sesto reparto), diventa un'occasione eccezionale. Un momento straordinario che educatori, volontari e professori cercano di rendere ordinario, per sopravvivere al carcere nonostante il carcere.
Un progetto non certo facile a San Vittore, che da casa circondariale - e quindi soggiorno provvisorio - vede un via vai continuo di facce, quasi mai le stesse. Ma che diventa un ginnasio di civiltà per il sistema detentivo più in generale, gestito da persone che cercano "di dare un senso a 'sta vita balorda".
Una "bellissima biblioteca" - Era il 1989 quando l'allora direttore del carcere, il giovane Luigi Pagano, affrontò la prima grana della sua esperienza a San Vittore. Brancher, che di anni ne aveva 57, aveva deciso di lasciarsi morire di fame. Preoccupato dalla piega che poteva prendere la faccenda, Pagano lo invitò nel suo ufficio per una chiacchierata. I due si scambiarono qualche parola, finché il detenuto non gli disse semplicemente: "Voglio morire, ormai ho perso tutto. Ho già 57 anni". "E che sarà mai?", gli rispose Pagano. "C'è gente che riinizia da 3, lei con le esperienze che si ritrova può permettersi di farlo a 57".
Con lo stupore del direttore, Brancher annuì e decise di lasciar perdere quello sciopero. Solo un aneddoto, forse nemmeno tra i più potenti delle vicende carcerarie che ogni giorno attraversano le case di detenzione italiane, ma che un accenno di verità la racchiude: nessuno si salva da solo. Libri, persone, affetti: sono queste le cose che hanno trasformato il Brancher delinquente nel Brancher scrittore. E proprio a lui, e a questa piccola verità, è ora dedicata la biblioteca del carcere.
Durante il reading, uno dei detenuti, il responsabile della biblioteca, toglie la tendina rossa che copre la targa. È un foglio bianco con su scritto: "Leggere mi ha sempre aiutato. Anche quando facevo il cattivo e finivo in galera. Ma non ero cattivo davvero. A San Vittore c'era una bellissima biblioteca, è stato lì che ho cominciato a riflettere".
Altri detenuti leggono altri versi di Brancher. C'è chi è più malinconico, chi è più agitato, chi la prende come un'occasione per divertirsi. Il mix di emozioni coinvolge anche chi assiste da esterno. Si ride, si piange, si sbadiglia e ci si distrae insieme agli altri, senza chiedersi se si rida, si pianga, si sbadigli o ci si distragga al fianco di qualcuno che ha spacciato droga fino a un mese prima, o che magari ha tentato di uccidere un amico o una parente. Ma è proprio questa ambivalenza dello stare insieme che si impara dal carcere, non diversa da quella della vita di tutti i giorni: non si sa mai chi si ha di fronte. Anzi, a pensarci bene, qui lo si sa addirittura un po' meglio. In fondo, qui è tutto un po' più sincero.
Un obiettivo in comune: gli organizzatori del reading - I tasselli che hanno costruito un puzzle così complesso sono stati moltissimi. "Voci dentro e fuori dal carcere", il reading itinerante accompagnato dalla voce e dalla musica di Paola Odorico e Carlo Marinoni, si è inserito nel programma "Bookcity per il sociale", la cui responsabile è Antonella Minetto. Un evento seguito passo passo da Costanza Formenton e Silvia Introzzi di Fondazione Mondadori. Il Sistema Bibliotecario urbano del Comune di Milano, poi, ha costituito una rete di partner che hanno dato vita al progetto "Biblioteche in rete a S. Vittore", che collabora con la casa circondariale attraverso una logica inclusiva, sia per genere che per cultura. Attorno a questa realtà gravita una rete straordinaria di professori, come Luca Leccese, di educatori e di volontari, come Enrica Maria Borsari, Elvio Schiocchet, Sergio Seghetti, Ileana Montagnini e Cinzia Chinaglia.
di Fulvio Vassallo Paleologo
Il Riformista, 30 novembre 2019
Il Tribunale dei ministri di Roma avrebbe "scagionato" l'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini, archiviando le accuse di omissione di atti d'ufficio e abuso d'ufficio mosse nei suoi confronti per aver negato lo sbarco della Alan Kurdi (Ong Sea Eye) nell'aprile scorso. I giudici Maurizio Silvestri, Marcella Trovato e Chiara Gallo hanno affermato che la responsabilità di assegnare un porto sicuro alle navi con a bordo migranti soccorsi in mare spetta allo Stato di primo contatto, che "non può che identificarsi in quello della nave che ha provveduto al salvataggio".
Nel caso della Sea Eye, battente bandiera tedesca, dunque, la nave avrebbe dovuto rivolgersi alla Germania per ricevere l'indicazione di un porto sicuro nel quale approdare. Per il Tribunale dei ministri di Roma, le disposizioni normative vigenti al riguardo sarebbero inadeguate, e la indicazione di un "porto di sbarco sicuro" resterebbe affidata a "una concreta e fattiva cooperazione tra gli Stati interessati che, fino a oggi, è di fatto scritta solo sulla carta".
La propaganda sovranista ha subito salutato la decisione come una "vittoria" dell'ex ministro dell'Interno Salvini, che da quando si è insediato, a partire dal caso Aquarius nel giugno del 2018, ha sistematicamente eluso gli obblighi di soccorso in mare che incombono agli Stati, negando la tempestiva indicazione di un porto sicuro di sbarco. "Finalmente un po' di buonsenso", ha commentato Salvini.
Una scelta di "buon senso" che produrrà altre tragedie come gli ultimi naufragi avvenuti nei pressi delle coste libiche e di Lampedusa. Una scelta "di buon senso" che permetterà di tenere lontane le navi di soccorso delle Ong, ma anche le navi commerciali, e i pescherecci di diversa nazionalità dalla zona di ricerca e salvataggio nella quale, nel Mediterraneo centrale, più frequentemente si verificano tragedie che in diversi casi rimangono senza testimoni. Una scelta di "buon senso" che contrasta con il diritto internazionale del mare, che nel nostro ordinamento interno può assumere una precisa efficacia cogente, per effetto dei richiami operati dalla Costituzione italiana agli articoli 10, 11 e 117.
Un richiamo che il Tribunale dei Ministri di Roma ha evidentemente sottovalutato, ritenendo in sostanza che, nel caso di soccorsi in alto mare, tutto dipenda dagli accordi raggiunti tra gli Stati, e che nel tempo che occorre per raggiungere queste intese, le persone possono pure annegare, per i ritardi negli interventi di salvataggio, conseguenza della mancanza di mezzi disponibili, o essere condannate a vagare per settimane in acque internazionali.
Le norme internazionali sulla ricerca e sul salvataggio (Sar) dei naufraghi in pericolo in alto mare sono contenute: nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos) stipulata a Montego Bay nel 1982 e recepita dall'Italia dalla legge n. 689 del 1994, che sancisce che ogni Stato contraente deve obbligare i comandanti delle navi che battono la propria bandiera nazionale a prestare assistenza ai naufraghi trovati in mare ovvero a portarsi immediatamente in soccorso di persone in pericolo quando si abbia notizia del loro bisogno di aiuto.
Si deve ricordare poi la Convenzione per la salvaguardia della vita umana in mare (Solas-Safety of Life at Sea, del 1974, ratificata dall'Italia con la legge n. 313 del 1980 e la Convenzione di Amburgo del 1979 resa esecutiva dall'Italia con la legge n. 147 del 1989 e alla quale è stata data attuazione con il D.P.R. n. 662 del 1994. Da tutte queste Convenzioni emerge un obbligo di salvataggio in mare della vita umana che, derivante da una consuetudine marittima risalente nel tempo, riguarda sia i comandanti delle navi che gli stessi Stati contraenti. Rientra nell'obbligo di ricerca e soccorso in mare l'individuazione di un porto sicuro dove sbarcare i naufraghi dopo le prime attività di soccorso.
Sulla base della Convenzione di Amburgo ogni Stato contraente deve assicurare l'organizzazione di un adeguato "servizio SAR" all'interno dell'area assegnata alla propria responsabilità, oltre a doversi far carico, a certe condizioni, quale primo soggetto investito della segnalazione, anche degli eventi che accadono al di fuori della propria area di responsabilità-prevede in capo all'Autorità nazionale che ha coordinato il soccorso anche il dovere accessorio di assicurare che lo sbarco dei naufraghi avvenga in un "luogo sicuro".
L'archiviazione del procedimento penale instaurato a carico di Salvini per la mancata indicazione di un porto sicuro di sbarco risente di una lettura del diritto internazionale del mare che si basa su una interpretazione aberrante dell'obbligo degli stati concernenti la indicazione di un porto di sbarco sicuro. Un obbligo che di fatto verrebbe cancellato, stando a una interpretazione che si presta, se si dovesse consentire il riconoscimento del principio della bandiera che batte la nave soccorritrice, a traversate pari alla metà della circumnavigazione del globo, e comunque a diverse settimane di navigazione, per sbarcare i naufraghi (si pensi alle numerose navi commerciali che battono bandiera panamense).
A meno di ritenere che i giudici romani abbiano voluto adottare una decisione ad navem, nei confronti delle navi private delle Organizzazioni non governative, esattamente come, prima e dopo l'entrata in vigore del decreto sicurezza bis, erano ad navem le misure interdittive dell'ingresso nelle acque territoriali adottate dal ministro dell'Interno contro le Ong e soltanto contro le navi umanitarie.
di Emanuela Cimmino*
Ristretti Orizzonti, 30 novembre 2019
È stato un dibattito costruttivo e significativo quello della violenza contro le Donne realizzato in due giornate nel carcere di Bollate, il 26 ed il 27 Novembre 2019. Un momento per riflettere sulle cause, per fare prevenzione, ma soprattutto per parlare di cosa è violenza e di cosa non lo è e dunque cos'è l'Amore e cosa non è Amore. Protagonisti di un dibattito dinamico ed interattivo gli alunni detenuti della scuola superiore ad indirizzo alberghiero e gli alunni detenuti della scuola media alla quale già l'anno scorso fu proposto uno spazio di discussione rispetto al tema della violenza dal titolo Fiabe spezzate. Ideatrice e moderatrice del dibattito, il Funzionario Giuridico Pedagogico dott.ssa Cimmino.
Ma l'Amore cosa è ha previsto la proiezione di cortometraggi che hanno visto come protagoniste donne con i loro monologhi e scene di violenza nella forma di quella psicologica e con essa tutte le sfaccettature, la privazione della libertà, il non avere più una identità personale, il non avere più una vita, la paura. E solo quando la ragazza del primo corto, nei panni di una donna abusata, violata nella sua voglia di vivere, costretta a mentire alle amiche, solo dopo essersi resa conto che i lividi sul volto non sono frutto dell'Amore che tanto pensava di ostentare a quelle stesse amiche alle quali raccontava sempre una versione diversa, usa l'affermazione "ho paura", ed ancora "ho paura", l'attenzione si è spostata di riflesso sulla consapevolezza. L'importanza della consapevolezza, di saper scindere l'Amore cosa è da cosa non è Amore.
Mi chiamo Valentina e credo nell'Amore, è così che apre il bellissimo monologo sulla violenza, Paola Cortellesi e che ha rappresentato per gli alunni detenuti, la storia di tante Valentina; donne che credono nell'Amore, donne che rinunciano a molto, donne che perdonano gesti, "È solo nervoso", "È stanco", "È geloso, e se è geloso, significa che mi ama", "La colpa è mia". E poi, quando lui torna un giorno, più aggressivo che mai, tormentato da una infrenabile gelosia, non la trova, Valentina ha vinto, Valentina è scappata, Valentina ha denunciato, Valentina ha trovato una via di fuga, una via d'uscita. " La colpa non è mia, la colpa non è mia". "Mi chiamo Valentina e voglio ancora credere nell'Amore"
Uno spazio quello di Ma l'Amore cosa è all'interno del quale si è parlato di fiabe e come ci sono sempre state raccontate, di Principesse e Principi azzurri, di stereotipie, di pari opportunità, di genere, di diritti. Uno spazio che ha concesso agli alunni ristretti di discutere attraverso piccoli focus of group scrivendo su bigliettini cosa è per loro Amore su un lato e cosa non è Amore sull'altro. L'Amore è rispetto, è fiducia, è complicità, è bene, è lasciare l'altro/a libero/a, è tenerezza, è condivisione. Non è Amore, violenza, tradimento, possessione, odio, aggressione, cattiveria.
Tra le cause, alla base della violenza, prevale la debolezza, la piccolezza dell'uomo, il non avere carattere, l'impulsività. Per alcuni, condizioni di dipendenza da sostanze, che potrebbe incidere, ma non è la sola causa, o la causa. Quello di Ma l'Amore cosa è, un'occasione per fare luce però anche sulla violenza al contrario e quindi una visione tutta al maschile con opinioni decisamente discutibili.
La lettura del mito Il Filo di Arianna con i suoi Teseo, Minosse, Minotauro ed il labirinto, ha dato il La perché gli alunni lavorassero alla rappresentazione ora grafica ora attraverso una sola parola una via d'uscita.
Occasione per immaginare ad un piano di fuga metaforica, quella della porta in fondo al corridoio, senza sbarre ovviamente; ma rimanendo sul tema, le vie d'uscita sono state rappresentate con la Conoscenza, si ha la necessità di conoscere la violenza e su cosa fare per fronteggiarla; l'Affetto perché si ha bisogno di piccoli gesti, di quelli belli come la carezza, come la sensazione di sentirsi protetti; la Legalità intesa come Giustizia, una giusta Giustizia. Parole scritte a pro di slogan. Ed ancora un cuore, un fiore, una corda aperta slegata, le vie d'uscita dal labirinto della Violenza, quelle rappresentante in occasione del dibattito sulla Violenza Ma L'Amore cosa è, nel carcere di Bollate.
*Funzionario Giuridico Pedagogico C.R Milano Bollate
ilcittadinomb.it, 30 novembre 2019
"Dona un libro" è il progetto di Fidapa, Inner wheel e Soroptimist di Monza per aiutare il carcere a migliorare gli spazi di incontro tra i detenuti e i loro figli: ecco come sostenerlo. Un libro come amico, per riappropriarsi del proprio ruolo di genitore e figlio, per trascorrere del tempo insieme, anche se all'interno del carcere. Nasce da questa riflessione il progetto "Dona un libro" pensato da Fidapa Modoetia Corona Ferrea con Inner Wheel e Soroptimist di Monza. Da domani (30 novembre) e fino al 10 gennaio sarà possibile recarsi in una delle librerie monzesi che aderiscono all'iniziativa (Feltrinelli, Istituti Nuovi, Libraccio, Libri e Libri, Tutti giù per terra e Virginia& co) per acquistare un volume per l'infanzia che sarà messo da parte e consegnato alla casa circondariale.
"Il progetto interculturale - spiega la presidente di Fidapa, Tiziana Achilli - si pone l'obiettivo di allestire, nei luoghi destinati ai colloqui con le famiglie delle mini biblioteche per favorire l'accoglienza dei minori e rendere meno traumatico lo spazio di condivisione". I libri donati saranno presenti nella ludoteca, nelle stanze dei colloqui, nel piccolo appartamento realizzato lo scorso anno da Soroptimist, nella stanza della musica donata da Inner Wheel.
"Sappiamo quanto possa essere traumatico per un genitore raccontare al proprio figlio la verità - spiega La direttrice del carcere Maria Pittaniello - per questo con la funzionaria del servizio pedagogico, Marika Colella, abbiamo un progetto di sostegno alla genitorialità con un educatore che potrà essere d'aiuto nell'incontro tra le famiglie".
Non c'è un elenco di titoli scelti, ma ognuno potrà scegliere liberamente tra le proposte per l'infanzia o lasciarsi guidare dall'esperienza dei librai. All'iniziativa partecipa la casa editrice Sperling & Kupfer che ha già donato dei libri, come il comune di Triuggio che donerà cinquanta titoli. Perché lo spazio di lettura sia il più multiculturale possibile sono graditi testi anche in lingua araba, spagnola ed inglese. "Un'idea semplice - il commento dell'assessore alle politiche sociali e alla famiglia Desirée Merlini - ma un bellissimo regalo di natale per i bambini e le loro famiglie".
di Roberto Ciccarelli
Il Manifesto, 30 novembre 2019
Barriere burocratiche e tecnologiche, sbarramenti linguistici e patrimoniali, sospensioni del sussidio e una via crucis tra patronati e sedi dell'Inps. È la storia dei beneficiari del cosiddetto "reddito di cittadinanza" che vivono nelle occupazioni delle case a Roma. Stranieri da anni nella capitale, italiani precari e disoccupati, giovani e non, vivono in attesa di un Sms e in molti casi lottano contro la legge "Renzi-Lupi" che nega la residenza a chi occupa per necessità una casa e si vede negare il sussidio. La campagna "Vogliamo tutto" chiede l'allargamento della platea del "reddito" e la rimozione degli ostacoli per la sua richiesta.
Paola (nome di fantasia) ha fatto domanda per il "reddito di cittadinanza" due volte e ora pensa di farlo per la terza volta. Pur rientrando tra i criteri patrimoniali stabiliti dalla legge che ha istituito il sussidio, le sue richieste sono state respinte. Si era mossa già a marzo questa studentessa universitaria in lingue che si vive in un'occupazione abitativa a Roma insieme al fratello e alla madre. E il primo tentativo sembrava essere andato a buon fine. Sul suo cellulare è stato recapitato un messaggio con la buona notizia, ma non è stato comunicato l'importo. Poi, più nulla. Chiedendosi che fine avesse fatto la domanda, dopo quattro mesi Paola ha chiesto informazioni alla sede di competenza dell'Inps.
Le hanno spiegato che alla sua richiesta mancavano alcuni documenti. Solo che nessuno ha pensato di dirglielo. Allora Paola ha presentato una nuova domanda rivolgendosi al sindacato Asia Usb di San Basilio. Pensava così di avere trovato un modo per risolvere i problemi tecnici. Ma nemmeno in questo caso ci è riuscita. Allora è tornata all'Inps, ma ancora nulla. "È finita così la mia storia con il reddito di cittadinanza" racconta. Ora c'è anche un altro problema: fino al luglio scorso viveva nell'occupazione di via Cardinal Capranica nel quartiere di Primavalle dove aveva la residenza. Dopo lo sgombero l'ha persa, rendendo difficile la presentazione della domanda per il "reddito di cittadinanza". "È una doppia beffa: non si esce dall'estrema povertà e si elimina ogni alternativa".
La doppia pena del povero e occupante per necessità - Ho incontrato Paola ieri, sotto una capricciosa pioggia intermittente, a un presidio promosso dai movimenti per il diritto all'abitare in piazza San Giovanni in Laterano a Roma. Eravamo in attesa di una delegazione che è stata ricevuta alla sede dell'Inps di via dell'Amba Aradam per denunciare l'esclusione di migliaia di persone che avrebbero diritto alla misura del "reddito di cittadinanza". La "beffa" di cui parla Paola nella sua storia è stata creata dalla legge che impedisce di accedere al "reddito" a chi ha la residenza fittizia - ovvero un indirizzo di residenza che non corrisponde al luogo di effettiva dimora, e che permette alle persone che vivono in situazione di precarietà abitativa o in occupazione per necessità di accedere ai servizi del territorio.
A Roma questa misura si chiama "Modesta Valenti", dal nome di un'anziana senza dimora morta per abbandono in strada nel 1983. Grazie al beneficio di questa misura, molti occupanti nella Capitale hanno potuto esercitare perlomeno il diritto di presentare la domanda per il "reddito". Non è così in altre città. Solo 200 comuni su 7915 riconoscono questa prassi, sostiene la Federazione Italiana organismi per le persone senza fissa dimora.
Per chi vive in un'occupazione abitativa esiste una difficoltà in più: l'articolo cinque della legge "Renzi-Lupi" sul "piano casa" approvato nel 2014. La norma prevede il distacco di luce e acqua alle occupazioni per necessità e, inoltre, nega la residenza. A Roma i distacchi dell'Acea continuano, ma le situazioni sono al momento quasi sempre recuperate. Tuttavia, sono numerosi i casi di persone che hanno preso la residenza nei luoghi occupati prima dell'approvazione della controversa legge e rischiano oggi di perderla perché nel frattempo hanno subito uno sgombero.
E, pur vivendo in occupazione, risultano essere senza fissa dimora. La pena sociale a cui condanna l'articolo 5 criticato dai movimenti per il diritto all'abitare si aggiunge a quella stabilita dalla legge sul reddito di cittadinanza che nei fatti esclude chi non ha un tetto formalmente riconosciuto. La povertà e l'esclusione sociale sono il risultato di una costruzione giuridica, oltre che di decisioni politiche e di una realtà economica drammatica.
Contro questa esclusione i movimenti per il diritto all'abitare hanno organizzato uno sportello nell'occupazione di via Tiburtina 1099 che si aggiunge a un altro in via Casanate 2/A a Primavalle. Uno degli obiettivi della campagna "Vogliamo tutto" organizzata da sindacati di base, movimenti dei disoccupati, realtà di base a Catania, Cosenza, Palermo, Roma, Perugia, Messina. Uno degli obiettivi è il censimento sulle motivazioni delle domande rigettate, il superamento delle difficoltà burocratiche e l'allargamento della platea dei beneficiari del "reddito" oltre i parametri della residenza e dell'Isee. Molto spesso, infatti, chi è povero, ma lavora precariamente è escluso dal beneficio anche per poche centinaia di euro.
I parametri patrimoniali hanno escluso numerose persone in stato di necessità dal beneficio del reddito. La riduzione di un miliardo dell'investimento inizialmente stabilito per il "reddito", stabilito ai fini del bilancio dello stato, indica l'intenzione di limitare l'enorme platea potenziale dei poveri assoluti e di quelli relativi a un numero pur sempre cospicuo. Attualmente sono oltre 2 milioni le persone beneficiarie del sussidio. Il problema in Italia è che sono molte di più le persone che ne hanno bisogno: i poveri assoluti e i lavoratori poveri e precari. La nuova questione sociale è sterminata e il "reddito", per come è stato concepito, risponde male alla sua emergenza.
Centomila famiglie escluse - Quella di Paola è una delle storie dei 100 mila nuclei familiari, di cui 53 mila stranieri, che si sono visti sospendere o respingere la domanda per il "reddito". Una su dieci delle famiglie che ne hanno fatto richiesta da marzo. Presentate come "irregolari", oggetti spesso di una campagna stampa tesa a stigmatizzare la loro condizioni di povertà, molte di queste persone rientrano invece nei parametri e hanno pieno diritto a ricevere il reddito.
La più grande difficoltà che gli esclusi incontrano quando entrano in contatto con la burocrazia è quella di comprendere i messaggi che arrivano da un numero di cellulare sconosciuto sui cellulari. Tutti mostrano un messaggio, asettico e lacunoso, ma non per questo meno angosciante di un'ingiunzione, in cui l'Inps avverte di andare su una certa pagina internet, recarsi in uno dei suoi uffici, oppure alle poste, accludendo un numero di matricola. E basta. Questi messaggi possono andare persi, e quindi il beneficiario può non presentarsi alla convocazione, perdendo così il reddito o ricevendo penalizzazioni. Senza contare quelli che non hanno un cellulare, oppure lo hanno perso o, più banalmente, non hanno visto il messaggio o non lo hanno capito.
In attesa dei dati provenienti dal censimento in corso nelle occupazioni romane tra chi ha fatto richiesta del "reddito", si può dire che il sussidio medio percepito da chi è riuscito ad ottenere la tessera è all'incirca 480 euro. Ma sono diversi i casi in cui i membri dei nuclei familiari hanno inizialmente percepito anche più di mille euro. Successivamente, a causa di un'analisi della situazione patrimoniale, l'importo è stato sospeso in attesa di verifiche e, in alcuni casi di famiglie separate, o allargate, è stato drasticamente ridimensionato. Anche in questi casi ho raccolto molti racconti sulla via crucis tra patronati, sedi dell'Inps alla ricerca dell'interpretazione migliore di messaggi enigmatici.
"Le sospensioni di cui siamo a conoscenza hanno motivi formali, più che di sostanza - sostengono le attiviste del movimento dei Blocchi Precari Metropolitani - Manca un'informazione adeguata e spesso non si comprende l'urgenza delle integrazioni richieste. È capitato che le informazioni sono arrivate da canali informali come le catene di messaggi su WhatsApp. In molti altri casi i destinatari non sono pratici di Internet, non capiscono il linguaggio né sanno orientarsi tra i link. E se non parlano o non leggono l'italiano sono rovinati".
In altri casi, come quello di Antonio (nome di fantasia), il percorso è stato andato come previsto. In questo caso la domanda è stata presentata, ha seguito la trafila programmata ed è arrivata anche la convocazione al centro per l'Impiego di Cinecittà. Antonio ha seguito le indicazioni contenute nel messaggio ricevuto sul suo telefono (non uno smartphone), si è recato all'appuntamento, ha firmato la disponibilità al lavoro e ha avuto un colloquio anche con una donna che si è presentata nelle vesti di "navigator". Dopo il "patto" gli è stato detto che avrebbe ricevuto una mail. Era fine settembre. Aspetta da due mesi.
Alicia (nome di fantasia) è una cittadina emigrata dal Centro-America a Roma 29 anni fa. Vive anche lei in un'occupazione con un figlio disoccupato di 21 anni. Ha dovuto aspettare sei mesi, dice, prima di superare tutti gli ostacoli, e i successivi silenzi della burocrazia. Due giorni fa ha ricevuto un sms che le ha ingiunto a recarsi a un ufficio delle poste per ritirare la "card" del reddito. Alla mia domanda se sia oggi disposta ad accettare un lavoro ha risposto senza esitazioni: "Certo, se me lo offrono mi metto in fila davanti agli uffici anche alle sei del mattino. Vorrei solo che ci fosse un lavoro. Di questi tempi è dura".
Alla mia domanda successiva se sia disposta ad accettare le offerte di lavoro anche fuori dalla Capitale, e persino lontano dal Lazio - lo prevede la legge nel caso in cui il suo "profilo" non trovi immediatamente un interesse da parte delle aziende che dovrebbero offrirle un lavoro - Alicia è rimasta interdetta. Antonio è allora intervenuto nella nostra conversazione e le ha spiegato nel dettaglio le condizioni che i beneficiari del "reddito" accettano quando lo percepiscono. Alicia ci ha guardati con uno sguardo doppiamente interdetto. "Dipende" ha detto.
La corsa ad ostacoli al reddito per gli stranieri - Barriere burocratiche e tecnologiche, sbarramenti linguistici e patrimoniali. E poi c'è l'esclusione dei cittadini extracomunitari residenti in Italia da meno di 10 anni, di cui gli ultimi due in maniera continuativa. Una discriminazione prodotta dalla xenofobia che animava il governo "gialloverde" Conte Uno che non sembra essere stata ancora messa in discussione dal suo successore "giallorosso", sebbene lo stesso presidente del Consiglio abbia annunciato la nascita di un nuovo "umanesimo" nel giorno del discorso alle Camere.
Questa esclusione è sentita anche nelle occupazioni che, insieme a molti italiani poveri, raccolgono anche stranieri nelle stesse condizioni. Molti di loro sono tuttavia residenti in Italia da molti anni, anche più dei dieci indicati dalla legge. Hanno figli, anche grandi, sono sposati. E vivono comunque in povertà. In alcuni casi hanno ricevuto un reddito, racconto. E se lo sono visti sospendere per le difficoltà raccontate. In altri casi non lo hanno nemmeno ricevuto perché soggetti ad un'altra norma capestro individuata per escludere un'altra parte dei possibili richiedenti.
Subito dopo l'approvazione della legge il 6 marzo 2019 gli avvocati dell'Asgi hanno denunciato l'incostituzionalità della norma e l'illegittimità dei requisiti che colpiscono comunque una parte importante dei tre milioni e 700 mila cittadini extra Ue residenti in Italia. I più vulnerabili sono: i rifugiati e i titolari di protezione sussidiaria. Per loro l'Inps ha disposto un modulo di richiesta ma non essendo previsti erroneamente nel decreto sono stati diversi i casi di difficoltà nella presentazione della domanda. Ugualmente illegittima è stata l'esclusione degli stranieri titolari del permesso unico di lavoro che vivono spesso in condizioni molto difficili.
A queste difficoltà se ne è aggiunta un'altra: l'obbligo per i pochi tra gli stranieri aventi diritto al "reddito" di recuperare la documentazione sui redditi provenienti dai loro paesi di provenienza. Le loro domande sono state sospese dall'Inps per otto mesi in mancanza di un decreto ministeriale che doveva stabilire l'elenco degli stati dov'è "oggettivamente impossibile" procurarsi i documenti. Ieri il decreto è finalmente arrivato dal ministero del lavoro di concerto con quello degli Esteri. Invece che redigere un elenco dei Paesi esenti, il decreto indica gli Stati i cui cittadini dovranno produrre la certificazione. Il totale dei possibili beneficiari va calcolato a partire dai circa 61.200 cittadini stranieri. Si va dai sette del Qatar ai 40 mila del Kossovo. Ovviamente solo una parte di questi è nelle condizioni economiche per accedere al reddito.
E siamo solo all'inizio - Siamo solo all'inizio di un processo che è destinato a cambiare il governo dei poveri e dei lavoratori poveri attraverso il nuovo modello del "reddito di cittadinanza". Se per alcuni l'accesso al sussidio è stato una corsa ad ostacoli, un altro percorso accidentato inizierà per chi - probabilmente più del 30% degli oltre 2 milioni di beneficiari attuali, è stato calcolato in una stima - sarà chiamato obbligatoriamente a lavorare fino a 16 ore a settimana per lavori di pubblica utilità e, nel frattempo, partecipare a corsi di formazione e infine ad accettare un'offerta di lavoro su tre. Se non nella città di residenza, anche fuori, fino a raggiungere tutto il territorio nazionale.
Tutto questo con una magra integrazione fino a tre mesi del reddito derivante dal contratto di lavoro, anche part-time, e la necessità di trovare un affitto in un'altra città. Per fare funzionare il sistema immaginato ci vorranno anni. Sarà necessaria una riforma dei centri per l'impiego, oltre che la nascita di una piattaforma digitale che incrocerà domanda e offerta di lavori che potrebbe vedere la nascita a giugno dell'anno prossimo ha detto il presidente dell'Agenzia nazionale delle politiche attive del lavoro (Anpal) Mimmo Parisi.
Nel frattempo un numero cospicuo di poveri godrà di un sussidio insperato per 18 mesi, prorogabile per altrettanti. Non è poco, considerata la situazione in cui si trova questo paese. È quello che aspetta queste persone che dovrebbe preoccupare: mobilità obbligatoria in assenza di tutele e garanzie sostanziali e universalistiche. Se per centinaia di migliaia di persone il semplice accesso a un sussidio a cui hanno diritto è una via crucis, non è escluso che possa essere qualcosa di peggio rispondere a un'autorità che obbliga a svolgere un lavoro qualsiasi anche a centinaia di chilometri da casa. Occupata e non.
di Marco Impagliazzo
Avvenire, 30 novembre 2019
Il mondo contemporaneo è complesso, richiede capacità di leggere le diversità degli eventi e di coglierne la profondità. Ma tale possibilità non è di tutti e non è offerta a tutti. Per questo spesso, oggi, cultura e politica divorziano: quest'ultima ama spesso le semplificazioni gridate. Così si stimolano le passioni, si guidano le reazioni, ma non si aiuta a comprendere.
Un mondo fatto di passioni e di emozioni riguarda infatti tutti gli aspetti della vita quotidiana, anche la giustizia, la sicurezza e le pene. Da alcuni anni le percezioni sulla giustizia sono attraversate da ondate emozionali: processi spettacolarizzati, morbosità sui dettagli di cui la stampa è piena, magistrati o avvocati come star televisive, dibattiti accesi sulle sentenze.
Il bisogno di sicurezza appare come la nuova medicina davanti allo spaesamento e alla paura. Anche il dibattito sulla pena di morte soffre di tali eccessi, e qualcuno prova a rievocarla. Sicuramente non appare più così scandalosa come solo qualche anno fa.
È per questo che occorre invece insistere sul cammino che ha portato negli ultimi anni, progressivamente, all'eliminazione della pena capitale in tanti Paesi, con successi evidenti soprattutto in Africa. È il motivo del XII Congresso internazionale dei ministri della Giustizia, che si è svolto alla Camera, con la partecipazione di rappresentanti di 22 nazioni, e questa sera, con la manifestazione davanti al Colosseo in collegamento con oltre duemila "Città per la Vita" nel mondo.
La cultura di morte rischia di allargarsi: terrorismo, guerre che non sembrano avere fine, reti criminali globali, narcotraffico. Sono eventi e fenomeni che determinano condanne a morte non ufficiali (extragiudiziali), ma comunemente sempre più accettate. Ormai gli Stati non sono più gli unici attori ad avere il monopolio della violenza.
Lo sono anche gli universi culturali e religiosi. È questo il nocciolo della crisi dell'islam, come nel caso del terrorismo di sedicente matrice musulmana, specie dopo l'11 settembre 2001. Quegli attentati furono presentati da Ben Laden come una ritorsione legittima, una condanna a morte per reciprocità: se noi soffriamo, perché voi no?
Così siamo pari: un ragionamento che nasconde un'idea di retribuzione, esattamente ciò che sostengono i fautori del mantenimento della pena capitale. La pena capitale rappresenta la sintesi della disumanizzazione a cui opporsi: è una pena irreversibile, viene data dai poteri pubblici che dovrebbero difendere la vita, assomiglia a una vendetta, si basa sulla reciprocità con il male, lancia alla società un potente messaggio di legittimità della ritorsione. L'eccesso di semplificazione dei problemi può far crescere il sostegno ad una risposta brutale e definitiva come la pena di morte.
Al contrario, quando le questioni vengono presentate nella loro complessità, e nel loro inevitabile risvolto umano, il sostegno a misure drastiche come la pena capitale diventa molto più sfumato. E questo anche in Paesi mantenitori della pena di morte. Numerosi studi dimostrano che quando le persone sono informate della possibilità che la giustizia condanni ed esegua un innocente, della discriminazione che tale pena comporta a danno dei poveri e dei più deboli e dell'esempio positivo di Paesi che hanno abolito, il sostegno alla pena capitale si riduce.
Vale ancora quanto detto nel 1972 da un giudice in occasione della sospensione della pena capitale negli Stati Uniti: se sufficientemente informato, "il cittadino medio riconoscerebbe che la pena di morte è irragionevole, immorale e quindi incostituzionale". L'opinione pubblica è malleabile e anche quello che sembra un attaccamento alla pena capitale può sgretolarsi facilmente: lo dimostrano la rapida caduta del sostegno alla pena di morte nei Paesi che hanno abolito e sondaggi in alcuni Paesi mantenitori (dal Giappone allo Zimbabwe) che rivelano la disponibilità ad accettare una politica più mite quando questa è scelta dal governo.
E allora perché insistere, avere ancora fede nell'umanità, nella sua capacità di mobilitarsi di fronte alle ingiustizie, come quella rappresentata dalla pena di morte? Perché il contagio del bene si comunica facendolo vedere, mostrandolo. Bisogna insistere: alla fine ci sarà una vittoria della cultura della vita. E questa la forza dei tanti che nel mondo si battono contro la pena capitale. Già ora si vede come potrà essere un mondo più umano domani perché senza pena di morte.
di Ezio Menzione*
Il Dubbio, 30 novembre 2019
Il 28 novembre 2015 Tahir Elci venne assassinato. Elci era il presidente dell'ordine degli avvocati di Dyarbakir, il capoluogo del Kurdistan turco, ed era molto noto sia perché in prima fila nella difesa dei diritti umani in una regione dove essi vengono continuamente calpestati sia perché aveva appena pubblicato un libro- reportage sui bombardamenti del governo turco sulla cittadina di Cizre.
Quel mattino di novembre Elci stava tenendo un discorso di fronte all'antico "Minareto delle quattro colonne", in fondo ad una stradina nella parte vecchia della città, il quartiere di Sur. Il suo discorso voleva mettere in guardia il governo dal colpire i monumenti storici curdi, perché significava colpire l'identità stessa del popolo curdo.
Ad un certo punto spuntano correndo e con la pistola in mano due giovani, che un po' più in là avevano attaccato una postazione di polizia. I giovani si liberano delle pistole e, sempre correndo, passano vicinissimi ai molti poliziotti che controllavano il "comizio" di Elci. Questi cominciano a sparare una cinquantina di colpi, ma non colpiscono i supposti terroristi, che scappano e non saranno mai identificati, ma centrano alla testa l'avvocato Elci, che cade bocconi sul selciato proprio sotto il minareto che stava difendendo.
Passano i giorni e non viene fatto nemmeno un sopralluogo degno del nome; si recupera il girato degli operatori Tv della polizia, ma essi mancano proprio dei secondi della sparatoria. I poliziotti presenti e che hanno sparato vengono sentiti e "sterilizzati" come testimoni, ma nessuno conosce finora le loro dichiarazioni.
L'inchiesta non decolla mai. Passano 204 settimane, in cui ogni giovedì i colleghi dell'Ordine continuano a protestare davanti al Palazzo di Giustizia, ma senza risultato: l'inchiesta non prende nemmeno l'avvio e non c'è nessun indagato. L'ufficio stesso della Procura di Diyarbakir viene smantellato a seguito del tentato golpe del luglio 2016, e solo di recente è stato individuato un Pm che ha in carico l'indagine.
Il Consiglio dell'Ordine ed i colleghi però non si arrendono e danno incarico ad una agenzia londinese, esperta di video-ricostruzioni con tecnologia digitale, di ricostruire i fatti di quella mattina sulla base (principalmente) dei video girati dalla polizia e da una telecamera di un esercizio commerciale. I risultati sono usciti un paio di mesi fa in un video su Youtube e sono sorprendenti. Il video è in turco, ma con l'aiuto di google si comprende abbastanza bene.
La ricostruzione è precisissima e commovente allo stesso tempo, andando ben oltre le aspettative degli avvocati di Diyarbakir che l'avevano commissionata. Essa ricostruisce tempi e modi della sparatoria e individua con precisione le traiettorie dei colpi stessi, compreso quello che colpì Elci, indicando il poliziotto che aveva esploso quel colpo.
Manca il nome del poliziotto: quello ce lo deve mettere la procura e sarebbe operazione semplicissima, sol che la volesse compiere. Forti di questi risultati i colleghi di laggiù hanno immediatamente portato il video in procura ed il procuratore capo lo ha mandato ad Istanbul a farlo analizzare dagli esperti ministeriali, i quali hanno concluso che "dal loro punto di vista non c'è nulla di nuovo per prendere in considerazione nuovamente il caso". Conseguentemente l'indagine ed i suoi risultati sono rimasti in mano al viceprocuratore capo, che non consente che altri procuratori se ne facciano carico. L'indagine risulta ancora aperta, ma non fa nessun passo avanti.
I colleghi di Elci chiedono ed esigono che ci sia un rinvio a giudizio e si apra finalmente un processo contro il responsabile della sua morte, così facilmente identificabile. Si noti che, comunque, quale eredità del periodo dell'emergenza in Turchia, i poliziotti godono, almeno fino ad un certo punto, di un'immunità per reati commessi in servizio.
Ma, all'evidenza, qui si gioca ben altra partita: chi ha sguinzagliato i due presunti terroristi in quella stradina? come è mai possibile che quasi 50 colpi abbiano sbagliato un bersaglio facilissimo, mentre uno solo ha centrato alla testa Tahir Elci? Chi ha distrutto o occultato le prove dirette ed i video della sparatoria? C'erano ordini precisi in tal senso oppur no?
Sta di fatto che giustizia non è stata fatta e non si intende farla. Più ancora, è un caso o corrisponde ad una strategia il fatto che si sia messo a tacere un testimone dell'assedio e delle stragi della piccola città di Cizre proprio il giorno prima che cominciasse l'assedio ed il bombardamento del quartiere di Sur a Diyarbakir?
Un assedio che annullò ogni diritto per più di sei mesi, che comportò l'esodo di decine di migliaia di curdi dalla loro capitale e costò la vita ad un numero altissimo, anche se tuttora imprecisato di vittime. In questi giorni i colleghi di Diyarbakir hanno indetto un convegno di tre giorni (dal 28 al 30) proprio per puntare il dito su chi vuole continuare a tenere nascosta la verità sull'assassinio del migliore fra loro.
*Osservatore Internazionale per l'Ucpi










