di Rosaria Amato
La Repubblica, 9 gennaio 2020
Con l'addio al secondo grado di giudizio più facile un ruolo forte della Corte dei conti. Cinque progetti di legge e due commissioni parlamentari al lavoro per la riforma della giustizia tributaria. Una quadra difficile da trovare soprattutto da quando nel dibattito è entrato il presidente del Consiglio Conte, annunciando prima nel discorso di fine anno e poi nell'intervista a Repubblica del 6 gennaio che la giustizia tributaria "va ridotta a soli due gradi di giudizio". L'affermazione è contestata da magistrati, avvocati e commercialisti, che, senza negare le ragioni della riforma (la revisione dell'attuale sistema sarebbe dovuta avvenire a 5 anni dall'entrata in vigore della Costituzione) rivendicano il diritto del cittadino ad avere un giudice imparziale e due gradi di giudizio di merito.
E nelle parole di Conte leggono un assist alla Corte dei conti, che in un comunicato del 24 ottobre si candidava come giudice per la "salvaguardia degli interessi dell'Erario e del Fisco". "La riforma deve essere gestita nell'ambito del giusto processo - dice Daniela Gobbi, presidente dell'Associazione Magistrati Tributari. Non è chiaro se si vuole abrogare il secondo grado di merito, che costituisce un importante filtro per la Cassazione: l'80% delle cause si fermano lì.
In questo modo si intaserebbe la Cassazione, prolungando i tempi della giustizia. Oppure se si vuole trasferire la competenza alla Corte dei conti: ma la materia tributaria non è materia contabile, ci sono in gioco diritti fondamentali, il giudice deve valutare le questioni di diritto nella loro interezza".
Forte anche di un andamento decrescente dell'arretrato negli ultimi sette anni (i ricorsi pendenti sono scesi dagli oltre 720 mila del 2011 ai 373.685 di fine 2018), l'Amt ha scritto a Conte per chiedere un incontro. Contro le affermazioni del premier anche l'Uncat (l'associazione degli avvocati tributaristi), e il Consiglio nazionale dei commercialisti. "Si tratta di un grado di giudizio assolutamente necessario nell'ambito della giurisdizione tributaria", dice il presidente del Consiglio Nazionale dei commercialisti Massimo Miani, sottolineando che l'abrogazione "si risolverebbe in un unicum nel nostro sistema processuale, oltre a limitare, del tutto ingiustificatamente, il diritto di difesa dei contribuenti".
La Corte dei conti non si esprime. Ma l'Associazione Magistrati della Corte dei conti sì, contestando "talune affermazioni tese a etichettare la Corte quale garante dell'Erario anziché del contribuente": "Siamo garanti solo ed esclusivamente della corretta applicazione della legge", rivendica il presidente dell'Associazione, Luigi Caso, ricordando che la Corte svolge già funzioni a tutela del cittadino, come nel giudizio sulle pensioni.
Neanche al Senato, dove le commissioni Finanze e Giustizia sono al lavoro per unificare i 5 progetti di legge (4 già depositati, ai quali, a breve, si aggiungerà quello del M5S), hanno preso bene la sortita di Conte: "Bisogna rispettare l'autonomia del Parlamento: siamo in una fase di costruzione e di ascolto, poi ci sarà la redazione di un testo unificato che cercherà di mettere insieme le istanze principali", dice Andrea Ostellari (Lega), presidente della commissione Giustizia. "La riforma deve portare con sé certezza del diritto, dei tempi, delle competenze - dice Luciano D'Alfonso, capogruppo Pd in commissione Finanze. Fondamentale sarà disporre anche per il processo tributario di una magistratura "dedicata" riconosciuta come tale".
di Giovanni Altoprati
Il Riformista, 9 gennaio 2020
Giuseppe Spadaro, attuale presidente del Tribunale dei minorenni di Bologna, pagherà per tutti: sarà lui la vittima sacrificale dell'inchiesta "Angeli e demoni". Con un ribaltone di fine anno, il Csm ha stroncato la sua aspirazione di andare a dirigere la Procura dei minorenni di Roma. Per lui un solo voto su cinque, quello della togata di Magistratura indipendente Loredana Micciché.
Eppure a luglio la strada per Roma sembrava spianata: a suo favore si era espresso addirittura Piercamillo Davigo. Strano destino, dunque, per l'ufficio giudiziario bolognese e per il suo presidente, sempre elogiato durante ogni ispezione ministeriale, soprattutto per aver innalzato la produttività eliminando arretrato, nonostante carenza di personale amministrativo e sottodimensionamento dell'organico dei giudici.
Durante la sua presidenza sono stati anche emessi provvedimenti innovativi, ad esempio in materia di stepchild adoption. Un modello, insomma, nel complesso mondo della giustizia minorile.
Fino a quest'estate quando esplode, appunto, l'inchiesta "Angeli e demoni" e Spadaro finisce sotto i riflettori dei mass media per i presunti allontanamenti illegittimi dei bambini di Bibbiano.
Nato 55 anni fa in Calabria, magistrato dal 1990 e dal 2013 a Bologna, Spadaro per il Csm è un giudice con "un vero e proprio amore per la funzione". "Senza dubbio - si poteva leggere nel parere redatto per la sua domanda - il magistrato più idoneo, per attitudini e merito" ad occupare il posto a Roma. Scoppiato lo scandalo, lui ed il suo ufficio si dichiarano le "prime vittime" degli assistenti sociali coinvolti nell'inchiesta. All'inizio dell'estate il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede avvia un'indagine amministrativa sul Tribunale dei minorenni di Bologna.
L'11 novembre il Guardasigilli richiede una nuova d'indagine "sui rapporti tra giudici e operatori che potrebbero aver determinato situazioni d'incompatibilità, e sulle misure adottate dal presidente". Il supplemento d'ispezione è motivato dal fatto che nelle intercettazioni di "Angeli e demoni" erano emersi rapporti di vicinanza tra uno dei giudici bolognesi e gli psicologi Claudio Foti e Nadia Bolognini, al centro delle indagini.
Il 27 agosto Spadaro aveva comunque sostituito il magistrato in questione. Ma oltre all'ispezione ministeriale, Spadaro deve fronteggiare l'Ordine degli avvocati di Reggio Emilia che aveva inviato a Bonafede e al Csm un rapporto sulle presunte inadempienze del Tribunale bolognese. Ci sono procedure di sospensione della potestà genitoriale, e addirittura di adottabilità dei bambini, "in cui da oltre un anno non vengono fissate le udienze".
Si evidenzia "il sistematico, mancato reperimento dei fascicoli in cancelleria e negli uffici dei magistrati" e lo "smarrimento di fascicoli". La presidente dell'Ordine, Celestina Tinelli, ha sostenuto che spesso "gli avvocati non possono nemmeno partecipare alle udienze". Il 14 novembre Spadaro si presenta allora davanti alla Commissione d'inchiesta sugli affidi minorili, varata dalla Regione Emilia-Romagna.
"Mi hanno chiamato sequestratore di bambini", ricorda, raccontando le offese e le minacce ricevute sui social media. "Siamo tra i migliori in Italia", aggiunge con orgoglio, illustrando i numeri del suo ufficio. Un dato, però, insospettisce la Commissione: tra il 2018 e 2019 i Servizi sociali avevano chiesto al Tribunale 100 allontanamenti e i suoi giudici ne avevano respinti ben 85.
Come mai gli assistenti sociali avevano chiesto allontanamenti infondati nell'85 per cento dei casi? E come mai, davanti a questi errori, i giudici non avevano preso provvedimenti? Spadaro risponde: "Perché i Servizi sociali non chiedevano 100 allontanamenti, altrimenti sarebbe stato un dato estremamente allarmante e io stesso sarei andato in Procura a segnalarlo". Gli assistenti sociali avevano presentato 100 "segnalazioni di potenziale pregiudizio", cioè relazioni assai meno definitive. E non così preoccupanti. Tutto chiarito? Affatto: per l'opinione pubblica e per il Csm ormai è lui il colpevole.
di Raffaella Calandra
Il Sole 24 Ore, 9 gennaio 2020
Da Patrizia Aldrovandi a Ilaria Cucchi, da Rudra Bianzino a Domenica Ferrulli. Combattono per la verità in casi controversi dove, sul banco degli imputati, siedono poliziotti e carabinieri. Una lotta in cui rabbia e sofferenza si intrecciano senza fine.
La stanza del figlio non l'ha mai chiusa. E, in questi anni, lei ha continuato a portarvi la vita da fuori. E i suoi pensieri. Il cane, il gatto. Gli amici. Nel tempo, all'odore di Federico si è mescolata prima l'incredulità e la rabbia, poi la determinazione. Mista a un dolore che "non passa mai e a quel vulcano che continua a bruciare sempre".
Nella stanza del figlio, ogni tanto, lei conduce anche le lacrime. Insieme alla ricerca di un nuovo equilibrio. Qui tutto continua a restare sospeso tra il letto, l'armadio, la scrivania. Ed è "con tutto questo dentro, che ho seguito ogni passaggio del caso Cucchi.
Direttamente sulla mia pelle", sospira Patrizia Moretti Aldrovandi. La pelle di una mamma, che da quattordici anni piange il figlio, Federico, morto a diciott'anni, al rientro da una festa. Morto dopo un fermo di polizia e un violento pestaggio: 54 lesioni sul corpo.
Come fu per Stefano Cucchi. "Ma oggi è già diverso da allora, oggi qualche passo avanti è stato fatto rispetto a quel giorno". L'attimo che ha travolto tutto ha una data: è il 25 settembre 2005. Quel giorno, lei e il marito, Lino, arrivano all'obitorio di Ferrara. Erano stati chiamati che il sole era già alto da ore. In quel momento, davanti al corpo gonfio, tumefatto e insanguinato di Federico, comincia la battaglia di Patrizia.
Che è stata la stessa lotta, innanzitutto di comprensione, di Ilaria Cucchi, di Lucia Uva, di Domenica Ferrulli, di Rudra Bianzino. O ancora di Luciana Rasman. O, se pur in un contesto differente, di Heidi Giuliani, mamma di Carlo, ucciso durante i disordini del G8 di Genova. Storie diverse, ma anche simili, di madri, di sorelle, di figli, di individui che erano nelle mani dello Stato e che, nelle mani dello Stato, sono morti. Famiglie al cui dolore si è aggiunto l'affronto dei pestaggi.
"Per me, come sarà anni dopo per l'aria Cucchi, tutto è cambiato con la foto di quel corpo", premette Patrizia Moretti. E stata "durissima, ma mostrare quell'immagine è stata una scelta quasi obbligata", ammette. Nella voce è ancora intatto il travaglio di quei giorni. "All'inizio, non volevo farlo, non volevo esporre il corpo di Federico, ma quel ritratto parlava. Raccontava quello che aveva subito. E noi abbiamo toccato con mano che, se non hai il sostegno dell'opinione pubblica, tutto viene facilmente archiviato, dimenticato".
Allora, esaurite le parole, Patrizia stampa le fotografie, le mostra nelle piazze di Ferrara, le porta ai cronisti. E ottiene che "i giornali locali allentino il freno" davanti a quei genitori che gridano per il figlio, il figlio morto dopo una festa con gli amici a Bologna, dopo un fermo di polizia e dopo "un'asfissia da posizione": con il torace schiacciato a terra dalle ginocchia degli agenti.
Sulla stampa, da quel momento in poi, le "brevi" cominciano a diventare trafiletti, poi articoli. La storia diventa così un caso nazionale, anche grazie all'eco del blog che Patrizia, da antesignana, decide di aprire per far conoscere quello che è accaduto a Federico e alla sua famiglia. Scrive lo studioso Marco Belpoliti: "Appena le fotografie si accoppiano alle parole producono un effetto di certezza". Le domande che rischiavano di restare insolute, "una volta abbracciate dall'opinione pubblica, vengono invece acquisite anche dalla giustizia.
Nel nostro caso, infatti, le indagini hanno avuto un'accelerazione in una seconda fase", ricostruisce Patrizia Moretti. Una fase terminata nel 2009 con la condanna a tre anni e mezzo di carcere, per eccesso colposo nell'uso legittimo delle armi, di quattro poliziotti. La Cassazione conferma tutto, ma, a causa dell'indulto, gli agenti escono di prigione dopo sei mesi. Dopo un anno, sono di nuovo al lavoro.
Contemporaneamente, comincia il secondo processo per i depistaggi. "E questo è il principale punto di contatto con il caso Cucchi e il filo conduttore con altri analoghi. Ed è anche il punto su cui è più urgente intervenire, per un cambiamento", scandisce Patrizia mentre scorre il tempo coni pensieri. Va indietro, ai giorni della loro battaglia, mediatica e giudiziaria, e va avanti, a quelli più recenti della determinazione di l'aria Cucchi.
Quest'ultima ha ascoltato il 14 novembre 2019 il presidente della Corte emettere, in primo grado, condanne a dodici anni per due carabinieri per omicidio preterintenzionale: è il secondo processo celebrato per la morte del fratello. Il dibattimento sui depistaggi si era aperto invece due giorni prima. Tra le parti civili, ci sono anche l'Arma dei carabinieri e i ministeri della Difesa e dell'Interno. "Io ho sentito, invece, quell'assenza.
Noi abbiamo provato un grande senso di isolamento e di abbandono. Da questa percezione nasce la scelta della lotta pubblica come unica soluzione", constata Patrizia Moretti. Il baciamano di un maresciallo alla sorella di Stefano Cucchi, nell'aula bunker di Rebibbia, è stato "un gesto estemporaneo, piaciuto" anche a Patrizia, che, ugualmente, ricorda di aver ricevuto "attestati di solidarietà da agenti, ma anche da capi della Polizia e da ministri dell'Interno. Ma poi, basta. Le azioni successive le stiamo ancora aspettando", allarga le braccia.
Ed è qui, in questo snodo del processo di elaborazione del lutto, che si concentra maggiormente la sua rabbia. Al pensiero di quei poliziotti, "nelle cui mani è morto mio figlio", che sono rientrati al lavoro "come se nulla fosse: la condanna non prevedeva l'interdizione dai pubblici uffici e nessun procedimento disciplinare interno è stato mai avviato".
Anni dopo, per il caso Cucchi, anche su questo fronte, le conseguenze sono state diverse: l'Arma ha iniziato un iter che potrebbe portare fino alla destituzione dei militari. E già prima, un altro muro era caduto, quello dell'omertà che spesso silenziava molti misfatti consumati all'interno dei corpi militari.
Una regola non scritta, protratta nel tempo, ma alla fine infranta. "Per la morte di Federico, nessuno ha mai raccontato qualcosa di diverso da quanto concordato a tavolino", ricorda riferendosi al processo per i depistaggi. Processo che si è concluso in Cassazione con otto mesi di carcere per uno degli agenti e l'annullamento per prescrizione per un altro.
Invece, contro i carabinieri condannati per la morte di Stefano Cucchi sono state messe a verbale soprattutto le accuse di altri carabinieri. Che c'erano, che all'inizio hanno taciuto, ma che alla fine hanno rotto la consegna del silenzio. E denunciato. Questo - stando all'accusa della Procura di Roma - nonostante i tentativi dei graduati di tacere la verità, di modificare la ricostruzione dei fatti.
E "l'Arma che si è costituita parte civile e che ha preso le distanze dai reati è un segnale positivo di un'evoluzione, di un percorso culturale in atto", dice Patrizia. Perché, ne è convinta, questa trasformazione dovrebbe iniziare proprio "nelle caserme, fuori dai riflettori". Superando anche alcuni tabù. A cominciare dal fatto che "come mi hanno raccontato molti poliziotti, non è ben visto il ricorso a un supporto psicologico, necessario per gestire l'uso della forza". Con Ilaria, Patrizia ha condiviso molte cose, oltre allo stesso avvocato, Fabio Anselmo. "Me la presentò la prima volta che venne a Ferrara a parlargli".
E con lei, come con altri, si è creata una rete. "Ci siamo incontrati in occasioni pubbliche, abbiamo condiviso le nostre storie. E sono nate anche amicizie, come quella con Lucia Uva", la sorella di Giuseppe, morto a 43 anni nel 2008, dopo essere stato fermato e trattenuto in caserma a Varese. I due carabinieri e i sei poliziotti coinvolti sono stati però assolti, in via definitiva dalla Cassazione, dall'accusa di omicidio preterintenzionale e sequestro.
È soprattutto nei momenti più attesi e difficili che il loro reciproco sostegno diventa anche pubblica vicinanza. Così Lucia Uva, per la sentenza d'appello, ha voluto essere in Tribunale a Milano, al fianco di Domenica Ferrulli, la figlia di Michele, il manovale morto d'infarto, dopo un fermo nel 2011. Anche a lei è toccato ascoltare, con sconcerto, la voce del giudice far cadere le accuse per i quattro poliziotti processati.
"Avevamo pensato di trasformare questa rete in un'associazione, ma alla fine sono stata io a sottrarmi", quasi si scusa Patrizia, che è la mamma di Federico, ma anche di Stefano. "Non ce la faccio più, ormai scoppio solo a piangere, ho avuto bisogno di sottrarmi alla sfera pubblica. Un tempo, la battaglia all'esterno mi ha dato forza, ora ho bisogno della mia dimensione privata". Di attraversare l'aria sospesa della stanza del figlio.
di Frank Cimini
Il Riformista, 9 gennaio 2020
È persino inevitabile. Puntualmente ogni tot di tempo emerge il disastro che è stato fatto non arrivando a una soluzione politica per i cosiddetti "anni di piombo". Ci troviamo di nuovo in uno di questi momenti perché nei mesi scorsi, sollecitato dalle autorità francesi a loro volta un po' stufe delle insistenze italiane, il nostro Parlamento aveva ratificato la convenzione di Dublino 1996: in materia di estradizioni non prevale più la legge del Paese che riceve la richiesta ma quella dello Stato che presenta la richiesta.
Quindi non conta più che i fatti di 40 anni fa per la Francia sono prescritti. In Italia non lo sono ancora e quindi 14 persone che a Parigi e dintorni si erano rifatte una vita rischiano adesso fortemente di essere imbarcate su un aereo e arrivare a Fiumicino per finire magari immortalati dagli iPhone di qualche ministro della Repubblica, come era accaduto a Cesare Battisti.
E la "nuova" fase era iniziata proprio con la consegna dalla Bolivia all'Italia, in violazione di regole e trattati internazionali, dell'ex militante dei Pac. Perché il presidente Mattarella, quello che insieme al suo predecessore Napolitano non si era fatto scrupolo di graziare quattro agenti della Cia condannati per il sequestro e le torture ai danni di Abu Omar, prometteva: "E adesso gli altri". Così le autorità nostrane tornavano alla carica con i cugini di oltralpe.
Riunioni e incontri a livello di servizi segreti e di polizia fino all'esplicito "consiglio" francese: ratificate Dublino 1996 e la risolviamo finalmente. I grandi giornali si accorgevano in ritardo della novità giuridica e con determinazione andavano all'attacco. Ora è il turno di Repubblica, un quotidiano che è sempre stato tra i più ostili a una soluzione politica dal momento che fu tra i tifosi più accaniti dello stato di eccezione praticato senza dichiararlo formalmente.
Repubblica ha avviato una vera e propria campagna affinché questi settantenni, alcuni dei quali vicini agli ottanta, tornino "a saldare i loro conti" con la giustizia dell'emergenza. Della madre di tutte le emergenze. Iniziò allora la fine dello stato di diritto proseguita poi con i professionisti dell'antimafia di sciasciana memoria e la farsa di Mani pulite. Una soluzione politica per quei fatti che ora tornano di moda appare purtroppo sempre più lontana, molto di più di quando poteva essere trovata. Il clima politico non è favorevole. Anzi. Ma che giustizia è mettere in galera, tanto per fare, un nome Giorgio Pietrostefani a quasi 50 anni dal delitto Calabresi per il quale è stato condannato? È la vendetta di una politica che non ha mai voluto fare i conti con il passato per evitare che emergessero anche le sue responsabilità e quelle dello Stato davanti a una sovversione interna la cui risoluzione fu interamente delegata alla magistratura.
Furono approvate leggi premiali imposte dalle toghe che fanno danni ancora oggi e che sono paradossalmente servite ai magistrati per aumentare il loro potere di casta nei confronti della politica. Ma il sistema paese sembra pronto a celebrare il ritorno in Italia e l'ingresso nelle celle di 14 anziani alcuni malandati di salute come una vittoria della democrazia.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 9 gennaio 2020
Corte di Cassazione - Sezione III - Sentenza 8 gennaio 2020 n. 220. Non scatta il plagio della banca dati a carico di chi utilizza indirizzi email senza avere la consapevolezza della loro illecita provenienza. Va provato dunque l'elemento psicologico del comportamento che costituisce reato ai sensi della legge sul diritto di autore in particolare per aver posto in essere la condotta penalmente rilevante descritta dall'articolo 171-bis della legge 633/1941, cioè l'uso di un data base senza l'assenso del suo autore. La Corte di cassazione con la sentenza n. 220 di ieri affronta un caso di cronaca che riguardava una nota società vittima del trafugamento di dati relativi a decine di milioni di utenti cui indirizzava comunicazioni elettroniche commerciali e servizi personalizzati. Un'attività di cosiddetto direct email marketing, cioè l'invio online di messaggi pubblicitari effettuato verso una lista preselezionata di utenti.
La vicenda - In pochi mesi, alcuni dipendenti della società, che aveva ovviamente un diritto di esclusiva sul proprio data base ritenuto "trafugato", avevano dato vita a una nuova società operante nello stesso settore di mercato e che con un esiguo capitale subito annoverava nella propria banca dati un numero considerevole di indirizzi di posta elettronica praticamente al pari dell'azienda da cui provenivano.
L'elemento psicologico - Nel caso affrontato dalla sentenza si esclude la responsabilità per il reato di abusivo utilizzo della banca dati in violazione del diritto di autore, di una ex dipendente che risulta sicuramente coinvolta nella creazione dell'azienda concorrente e che aveva insistito affinché l'amministratore di sistema della vecchia società accettasse di dimettersi per essere assunto da parte del nuovo soggetto. L'ex dipendente ed ex amministratore di sistema in effetti era stato imputato in base all'articolo 615 -ter del Codice penale per l'accesso abusivo al data base dell'azienda di provenienza, ma ciò non vale a dimostrare che chi lo aveva spinto al passaggio fosse cosciente del trafugamento.
di Giampaolo Piagnerelli
Il Sole 24 Ore, 9 gennaio 2020
Corte di cassazione - Sezione III penale - Sentenza 8 gennaio 2019 n. 235. La misura cautelare personale degli arresti domiciliari sussiste solo in presenza di un pericolo concreto e attuale. La vicenda. La Cassazione - con sentenza n. 235/2020 - ha precisato che il responsabile del distretto meridionale di Eni spa, avesse per diversi anni concorso all'inquinamento da idrocarburi del centro Olio Val d'Agri e per questo condannato.
L'imputato, però, ha presentato ricorso facendo presente che al momento era stato trasferito in Turkmenistan e che, quindi, non potesse rappresentare un pericolo attuale per attuare la misura cautelare. In particolare la Cassazione ha evidenziato come gli arresti non potessero certamente esser inflitti in considerazione della possibilità che in futuro al ricorrente potessero essere affidati incarichi sul territorio nazionale, analoghi a quelli nell'esercizio dei quali è stata realizzata la condotta contestata.
Una motivazione errata. A tal proposito i Supremi giudici hanno puntualizzato che si trattava chiaramente di motivazione del tutto congetturale, fondata su un'ipotesi di cui non sono indicate le ragioni per le quali l'assegnazione dell'imputato ad altro incarico in altra società del gruppo Eni, operante nel Turkmenistan, consentisse di ritenere attuale il pericolo di reiterazione di condotte analoghe, che presupponessero poteri gestionali in imprese operanti e nel medesimo settore.
altarimini.it, 9 gennaio 2020
è allarme nelle carceri regionali. La casa circondariale "Casetti" di Rimini si piazza a livello regionale fra i migliori istituti penitenziari per presenza di educatori e tasso di sovraffollamento, ma la situazione emiliano-romagnola preoccupa ovunque e ha suscitato l'attenzione della Conferenza regionale volontariato e giustizia presieduta da Paola Cigarini, che nell'ultimo incontro di metà dicembre ha fatto il punto con i rappresentanti di alcune delle associazioni che operano nelle carceri regionali.
Sovraffollamento, pochi educatori, sempre più casi di autolesionismo e disagio psichico, assistenza medica o psichiatrica depotenziata, alternanza o assenza di direttori e comandanti di polizia penitenziaria sono fra i problemi rilevati più urgenti, talvolta alternati talvolta compresenti nello stesso carcere.
Stando ai dati pubblicati nel sito dell'associazione Antigone, Ravenna è l'istituto messo peggio con 88 persone detenute invece che 49 e quindi un tasso di sovraffollamento del 179,6 per cento, seguito da Bologna con 870 detenuti invece di 500 (174 per cento), Ferrara con 364 detenuti invece che 244 (149 per cento), Modena con 544 detenuti invece di 369 (147,4 per cento), Reggio Emilia con 435 detenuti invece di 297 (146,5 per cento), Parma con 638 invece di 456 (139,9 per cento), Piacenza con 510 detenuti invece di 395 (129,1 per cento), Rimini con 151 detenuti invece di 118 (128 per cento) Forlì con 169 detenuti invece di 144 (117,4 per cento). L'unico carcere che ha un rapporto inverso è Castelfranco Emilia con 87 reclusi su 221 posti disponibili è un'occupazione della struttura del 39 per cento.
Allarmanti anche i dati sulla presenza in istituto degli educatori, figura fondamentale per l'applicazione dell'articolo 27 della Costituzione che recita "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Rimini sarebbe l'unico carcere in regione con un numero di educatori pari a quanto previsto dall'ordinamento penitenziario, ovvero almeno uno ogni cento detenuti: ce ne sarebbero 5 a garantire il percorso di ricostruzione sociale della persona reclusa.
Ma il caso più preoccupante che viene denunciato dalla Crvg è quello di Bologna, dove su 12 educatori previsti in pianta organica alla Dozza ne sono presenti soltanto 5. All'ultima riunione della Crvg hanno preso parte rappresentanti del volontariato operativo nelle carceri di Bologna, Parma, Piacenza, Modena, Rimini e Reggio Emilia: i presenti hanno deciso di lanciare l'allarme sull'attuale sistema dell'esecuzione della pena nella regione Emilia-Romagna, invocando risposte di tipo politico, economico e amministrativo.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 gennaio 2020
Varie sigle della polizia penitenziaria hanno indetto una protesta davanti al San Martino, l'ospedale di Oristano, per denunciare la mancanza di camere adeguate per i detenuti malati. Una quarantina sono stati i rappresentanti sindacali che hanno deciso di aderire alla manifestazione, andata in scena sotto il palazzo della direzione della Assl di Oristano, in via Carducci.
I sindacalisti hanno denunciato la grave situazione che vivono i degenti e gli stessi operatori, costretti a scortare e piantonare i detenuti, molti dei quali reclusi nelle sezioni di alta sicurezza, nei reparti del San Martino. I sindacati hanno ricordato che esiste un finanziamento già dal 2016 per la ristrutturazione del presidio ospedaliero e nel quale era previsto anche la realizzazione delle camere di sicurezza.
Una delegazione di sindacalisti, accompagnati dai consiglieri regionali Annalisa Mele e Emanuele C'era, ha poi incontrato il direttore della Assl di Oristano, Mariano Meloni. Il manager della Assl ha spiegato, durante l'incontro con le organizzazioni sindacali, di aver individuato, nel reparto di Ortopedia del San Martino, i locali idonei dove realizzare le camere di sicurezza. Locali attualmente occupati dai pazienti talassemici.
"Stiamo lavorando per individuare una rapida soluzione - ha detto Mariano Meloni per risolvere entrambi i problemi". Il problema, che riguarda tutta la regione Sardegna, era stato messo in evidenza anche dall'autorità del Garante nazionale delle persone private della libertà. Infatti, oltre al discorso oggettivo dell'elevato numero dei detenuti in alta sicurezza e la carenza di figure apicali, con il risultato di avere sedi vacanti e quindi con i direttori costretti a dividersi tra più strutture, c'è la mancanza di strutture ospedaliere adatte. Con l'aggiunta che le camerette degli ospedali non sono idonee.
In maniera particolare, come si legge nel rapporto del Garante riguardante la Sardegna, non è disponibile il Servizio di assistenza intensiva (Sai) per coloro che sono detenuti in regime di Alta sicurezza o in articolo 41 bis che possa essere utilizzato a tutela della loro salute.
Infatti, il Sai dell'Istituto di Sassari - strutturato originariamente per coloro per i quali era disposta una detenzione secondo tali regimi - è stato trasformato in un Centro di osservazione psichiatrica e l'unico altro Sai della Regione, che si trova nell'Istituto di Cagliari-Uta, è esclusivamente per coloro che sono detenuti in regime di normale sicurezza.
Il Garante nazionale ha quindi raccomandato al Provveditorato regionale di provvedere con urgenza ad attivare un Sai in grado di rispondere alle esigenze di tutela della salute di tutte le persone detenute nella Regione, compresi coloro che sono in regime di alta sicurezza o in 41 Bis, attraverso la stipula di un protocollo con l'Azienda per la tutela della salute (Ats) della Regione. Chiede di essere tempestivamente informato sia dell'avvio di tale interlocuzione con le autorità sanitarie sia delle conseguenti scadenze concordate per la risoluzione del problema.
Trattandosi di un prerequisito per l'effettiva tutela del diritto alla salute - che l'articolo 32 della Costituzione qualifica come "fondamentale" - il Garante nazionale ha segnalato l'assoluta urgenza di dare seguito alla precedente raccomandazione, riservandosi di percorrere tutte le vie previste dall'ordinamento nazionale e dalle Convenzioni internazionali, qualora non si provveda. Almeno quanto risulta dal sito ufficiale del Garante nazionale, sul punto non ha ancora ricevuto risposta da parte della autorità competenti.
di Gaetano D'Amico
Il Sicilia, 9 gennaio 2020
Il Comitato esistono i diritti ha consegnato stamattina una lettera ai capogruppo in consiglio comunale affinché con urgenza il regolamento che prevede la figura del garante comunale sia il dibattuto dall'aula di palazzo delle Aquile emendato e votato. Lo scorso primo gennaio si era svolta la manifestazione davanti al carcere dell'Ucciardone in nome di Papa Francesco e Marco Pannella.
"Il 19 dicembre scorso - affermano gli esponenti del Comitato, Gaetano D'Amico, Alberto Mangano, Carla Cordaro - abbiamo fatto avere al Presidente del Consiglio Comunale una lettera con la quale abbiamo chiesto che si completi il percorso e il lavoro della VII Commissione consiliare, presieduta dal Consigliere Arcoleo, approvando il regolamento che istituisce la figura del Garante comunale dei diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale.
Il comitato sottolinea che "la situazione delle nostre carceri è disastrosa e sempre più frequenti sono le notizie di gravi violazioni di diritti nei confronti di detenuti, soprattutto per gli aspetti relativi alle condizioni di cura delle malattie e allo stato di salute in generale. - ed accentuano con positività che - Consapevoli che i diritti umani non sono trattabili e non possono che essere patrimonio di tutte le forze politiche democratiche e quindi fuori da logiche di maggioranze o di opposizione, siamo fiduciosi che questo Consiglio comunale unanime adotterà questo provvedimento. Ci contiamo e auspichiamo che questo atto si compia con la necessaria urgenza che la situazione reale richiede".
aostaoggi.it, 9 gennaio 2020
"Auspico, insieme a voi, che nascano e si sviluppino attività formative e lavorative, utili per vivere nel modo migliore il periodo di detenzione e con la finalità di assicurarvi un futuro degno e confacente alle vostre attitudini". Lo afferma il garante dei detenuti della Valle d'Aosta, Enrico Formento Dojot, in un messaggio di auguri di inizio anno rivolto ai detenuti della casa circondariale di Brissogne.
"Ogni inizio di nuovo anno porta con sé, necessariamente, aspettative e sentimenti contrastanti. Da una parte, l'incertezza per un futuro sempre meno delineato. Dall'altra, l'attesa di ciò che di positivo ci sarà. Sono le classiche due facce della stessa medaglia", scrive nel messaggio Formento Dojot.
Il Garante ricorda le carenze nella "capacità della Casa circondariale di Brissogne di operare per la creazione di lavoro, interno ed esterno", un aspetto del percorso di riabilitazione considerato "imprescindibile" al pari della "volontà di apprendere e trasformare la detenzione in qualcosa di effettivamente fruttuoso".
Nel 2020 "per alcuni di voi sicuramente si spalancheranno finalmente le porte verso la vita libera, per altri si prospetterà, ancora, la permanenza in carcere. Situazione, quest'ultima, che può indurre malinconia, se non sconforto. Ma è proprio durante il duro periodo di restrizione - aggiunge il garante - che si pongono le basi per il futuro reinserimento nella società, attraverso l'acquisizione di conoscenze che possono dare uno sbocco una volta usciti dall'Istituto".
- Napoli. Quindici detenuti lavoreranno nella Procura per trasportare i fascicoli
- Palermo. "Cotti in Fragranza", riconosciuto progetto solidale 2019 dal Gambero Rosso
- Chieti. Alla Casa circondariale presentazione del primo numero di "In carta libera"
- Massa Marittima (Gr). "Reati di gola": marmellate e succhi di frutta fatti in carcere
- Ancona. A Montacuto la presentazione del libro "Lettera ad una giovinezza in catene"









