di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 29 novembre 2019
Nonostante alcune situazioni gravissime (tra tutte, quella di un ragazzino condannato a morte in Sud Sudan all'età di 15 anni), l'Africa subsahariana guida da alcuni anni il movimento degli stati per l'abolizione della pena di morte. Ne ha parlato Antonio Salvati nel suo recente libro "L'Africa non uccide più" (Infinito Edizioni), che abbiamo recensito qui ad agosto.
Se ne parlerà anche domani, alla vigilia dell'appuntamento Cities for Life, nell'XII Incontro internazionale dei ministri della Giustizia, intitolato "Prepariamo la strada, sconfiggiamo l'odio: per un mondo senza la pena di morte" organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio alla Camera dei deputati. L'impegno abolizionista di un numero sempre maggiore di stati, le campagne delle organizzazioni non governative, le prese di posizione di leader religiosi e laici: tutti questi fattori stanno cercando di mettere in un angolo quei paesi che ancora applicano la pena di morte, poco più di 20, assai meno della metà dei cosiddetti "mantenitori". La strada verso l'abolizione della pena di morte è ancora lunga ma sappiamo già da tempo che la domanda non è se la pena di morte verrà cancellata a livello mondiale, ma quando.
di Antonella Napoli
Il Dubbio, 29 novembre 2019
Intervista a Wole Soyinka, drammaturgo e saggista. "La maggior parte delle volte ci troviamo obbligati a sottometterci a una forza maggiore, ma ogni tanto qualcuno si ferma, si erge e dice no. Soprattutto tra i più giovani. Quello è un buon giorno per qualsiasi democrazia, che sia compiuta o meno".
Parola di Wole Soyinka, drammaturgo e saggista nigeriano, il primo africano a vincere il premio Nobel per la letteratura nel 1986. Incontrato a margine del congresso mondiale dell'International Press Institute di Abuja, in Nigeria, con al centro il tema della libertà di pensiero e di espressione, abbiamo affrontato con l'autore tematiche di stringente attualità.
Da metà novembre Soyinka è in Italia per presentare il suo ultimo lavoro, la raccolta di saggi Del Potere e Della Libertà in cui l'autore interviene su temi a lui sempre cari: le migrazioni, l'integrazione e, appunto, il potere e l'abuso dello stesso. In questi scritti inediti, Soyinka esprime parole di concreta speranza, una ferma convinzione: "La libertà è la vera casa dell'uomo, e l'uomo può costruirla sia in paesi ricchi che in condizioni di povertà, che non è miseria né schiavitù".
Il "dogma del potere", come lei lo definisce, sembra estendersi anche in realtà apparentemente immunizzate dall'antidoto della democrazia. Qual è la sua visione?
Oggi l'umanità si confronta con lo stesso nemico che la libertà ha avuto sin da quando gli uomini si sono riuniti in società, quel nemico è conosciuto come il Potere. Oggi la più grande minaccia con cui ci confrontiamo, in Africa come in Europa o nel resto del mondo, è l'arroganza politica e il fanatismo religioso, che sono portatori di repressione e chiusura intellettuale e di pensiero. Per questo è necessario alzare la testa, combattere l'avanzata di politiche sovraniste. Chi non protegge i propri diritti favorisce il sorgere del fascismo, nei luoghi più inaspettati.
Lei ha messo più volte in guardia sul pericolo dell'autocensura nel suo Paese ma resta ottimista per il futuro della libertà di stampa?
In Nigeria al momento il livello di libertà di stampa raggiunge a malapena il 55% ma, se si riuscisse ad aggirare le aree grigie che implicano sottomissione e le pressioni di cui nella maggior parte dei casi l'opinione pubblica non è a conoscenza, potrebbe migliorare in un paio d'anni.
Quanto costa difendere la libertà di stampa e di pensiero?
Non è facile affermare i proprio diritti in contesti come quello nigeriano e africano in generale. Ma bisogna avere il coraggio di far saltare l'arroganza e la presunzione di coloro che cercano di controllare il diritto delle persone alla libertà di parola anche se si rischia di perdere quella personale. Non far nulla per proteggere i propri diritti è il modo certo per perderli per sempre.
Il suo è stato un impegno pagato a caro prezzo. Ha vissuto a lungo in esilio negli Usa. Dopo la morte di Abacha è tornato in Nigeria. Ha anche rinunciato alla green card negli Stati Uniti. Perché?
Dopo l'elezione di Trump mi sentivo a disagio. La sua politica xenofoba e razzista mi ha spinto verso questa decisione. Lo avevo anticipato ai miei amici già durante la campagna elettorale. Quanto Trump è stato eletto la scelta di non volermi più sentire cittadino americano si è concretizzata nell'atto formale di restituire la green card. Ma torno spesso in America, e continuerò a farlo, per conferenze e soprattutto rivedere amici. La Nigeria è casa mia, in fondo da qui non sono mai andato via.
Nel 2014 le è stato diagnosticato un carcinoma prostatico in fase iniziale. Ha combattuto il male e ha fatto di questa esperienza un messaggio di speranza. Ora come sta?
Sono passati un po' di anni. Da allora, dopo aver subito un trattamento che ha fermato il cancro, sono in buona salute. Cerco di prendermi cura di me stesso, passo molto tempo all'aria aperta. Sono l'esempio vivente che sconfiggere questo terribile male è possibile. A chi si ammala sento di poter dire che, se la si affronta con resilienza e determinazione, si può uscire vincitori dalla battaglia contro il cancro.
di Andre Giove
newnotizie.it, 29 novembre 2019
L'effetto terapeutico sui detenuti è straordinario. Il carcere Pendleton Correctional Facility nello stato dell'Indiana ha deciso di accogliere i gatti abbandonati e di fargli accudire dai detenuti. L'effetto sulle persone e sui gatti è straordinario: "I detenuti imparano il concetto di responsabilità".
Straordinaria iniziativa del carcere Pendleton Correctional Facility nello stato dell'Indiana. I responsabili hanno consentito l'ingresso ai mici abbandonati o maltrattati in passato, consentendo ai detenuti di prendersene cura.
Questa rivoluzionaria idea di portare i gatti in carcere sembra proprio funzionare per entrambe le parti coinvolte. Queste le dichiarazioni dei responsabili del carcere: "I detenuti imparano il concetto di responsabilità, ad interagire in un gruppo usando metodi non violenti per risolvere i problemi e ricevono l'amore incondizionato di un animale domestico, qualcosa che molti di questi detenuti non hanno mai conosciuto". L'effetto terapeutico appare sbalorditivo e i responsabili del carcere hanno evidenziato un aumento progressivo dell'autostima e del senso di responsabilità nei detenuti.
L'idea è stata lanciata dalla Animal Protection League. I responsabili del carcere Pendleton Correctional Facility l'hanno fatta loro, lanciando il programma di recupero psicologico sia dei detenuti che degli animali: "Il programma Mckc ha ridotto l'ozio dei detenuti, ha insegnato loro cosa sia la responsabilità e ha aumentato la loro autostima. Dall'inizio del programma, i detenuti si sono iscritti a corsi scolastici, hanno iniziato dei lavori, obbediscono alle regole di convivenza e hanno migliorato la loro igiene per poter partecipare all'iniziativa. La presenza di animali ha portato serenità e ha rafforzato lo spirito di gruppo".
di Rita Bernardini
Il Riformista, 28 novembre 2019
Ci sono 60mila detenuti ma solo 45mila posti: va ripensata l'esecuzione penale riducendo l'accesso al carcere e aumentando le misure alternative. Altrimenti continueremo a piangere i morti di un sistema criminogeno. Ha iniziato ad ingoiare accendini, lamette, stuzzicadenti, poi una forchetta e, da ultimo, dei chiodi. Ha provato anche ad impiccarsi, ma noi familiari - affermano disperate zia e madre - lo abbiamo saputo dai giornali locali, non perché qualcuno ci ha avvertiti.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 28 novembre 2019
Dall'inizio dell'anno sono 45 i casi su un totale di 120 morti. Due suicidi in cella a pochi giorni di distanza. L'ultimo martedì scorso nel carcere di Monza, ma non è stato un gesto inaspettato. Si chiamava Mario Pagano, 46enne, da poco arrestato perché aveva preso a martellate la moglie e dopo il gesto aveva tentato di uccidersi buttandosi dal balcone. Al momento del fermo era stato trasferito nel reparto Psichiatria. Qui aveva cercato un'altra volta di togliersi la vita.
di Camilla Folena
dire.it, 28 novembre 2019
Il 4% dei detenuti è affetto da disturbi psicotici, contro l'1% della popolazione generale. La depressione colpisce il 10% dei reclusi, mentre il 65% convive con un disturbo della personalità. Significativa, infine, la percentuale di popolazione carceraria che soffre di disturbo da stress post-traumatico, con particolare riferimento ai detenuti migranti: si va dal 4% al 20%.
camerepenali.it, 28 novembre 2019
Il 30 novembre l'Unione delle Camere Penali Italiane organizza la V Giornata nazionale dei braccialetti. L'evento principale si svolgerà presso l'Istituto Penitenziario di Sollicciano, mentre in diverse sedi locali si terranno incontri ed iniziative di vario genere. Il braccialetto elettronico è una procedura di controllo che consente, almeno parzialmente, di coniugare due esigenze fondamentali del nostro ordinamento e cioè le esigenze cautelari ed il principio costituzionalmente garantito di libertà personali.
di Errico Novi
Il Dubbio, 28 novembre 2019
Il pm Maresca, audito ieri a Montecitorio su indicazione del Movimento. Parte da un esempio concreto. Dalla sua Corte d'appello. "Sono un pm della Dda di Napoli. Posso dire che da noi la prescrizione è un fenomeno drammatico". Catello Maresca, sostituto della Procura partenopea, è pacato quanto impietoso. I deputati della commissione Giustizia lo ascoltano in silenzio.
"Da noi, il dato dei reati prescritti ormai è strutturale e non deriva certo dalla cattiva volontà dei giudici: non si può intervenire però con un provvedimento che semplicemente nullifica la prescrizione, senza dei corollari". Sembra di sentir parlare un deputato di opposizione, al massimo del Pd. Il dottor Maresca va avanti: "In assenza di quei corollari", scandisce, "un intervento che non sospende ma, come in questo caso, in realtà blocca la prescrizione è un azzardo".
Prima di raccontare le altre considerazioni proposte dal magistrato della Procura di Napoli nell'incredibile audizione svolta ieri dalla commissione Giustizia di Montecitorio, ci si può anche fermare un attimo qui. E precisare un dettaglio: Maresca non è stato sorteggiato a caso. È stato audito ieri, subito dopo il vicepresidente dell'Unione Camere penali Nicola Mazzacuva, non perché da lui ci si aspettassero valutazioni analoghe a quelle dell'avvocatura. Tutt'altro. A proporre di sentire Maresca sulla prescrizione sono stati i deputati 5 Stelle. Ebbene sì. I parlamentari del Movimento si sono trovati "a essere smentiti dal loro stesso testimone", come nota con ironia il capogruppo dem in commissione Giustizia Alfredo Bazoli. I pentastellati avevano cercato con assoluta onestà un interlocutore tecnicamente accreditato.
Ma Maresca si rivela impietoso, netto, oltre che chiarissimo. Dice, è vero, che "l'inviolabile principio della ragionevole durata del processo e l'istituto della prescrizione sono due elementi ontologicamente distinti". Ma alla fine, dal confronto con i deputati, emerge che persino chi, come lui, non ritiene lineare affidare la ragionevole durata dei processi alla mera prescrizione dei reati, indica tra i "corollari" di cui sopra anche una "prescrizione della fase processuale". Ossia proprio quel meccanismo che, nella devastante guerra fredda con i 5 Stelle e il guardasigilli Alfonso Bonafede, il Pd propone con insistenza.
di Errico Novi
Il Dubbio, 28 novembre 2019
Il pm Maresca, audito ieri a Montecitorio su indicazione del Movimento. Parte da un esempio concreto. Dalla sua Corte d'appello. "Sono un pm della Dda di Napoli. Posso dire che da noi la prescrizione è un fenomeno drammatico". Catello Maresca, sostituto della Procura partenopea, è pacato quanto impietoso. I deputati della commissione Giustizia lo ascoltano in silenzio.
"Da noi, il dato dei reati prescritti ormai è strutturale e non deriva certo dalla cattiva volontà dei giudici: non si può intervenire però con un provvedimento che semplicemente nullifica la prescrizione, senza dei corollari". Sembra di sentir parlare un deputato di opposizione, al massimo del Pd. Il dottor Maresca va avanti: "In assenza di quei corollari", scandisce, "un intervento che non sospende ma, come in questo caso, in realtà blocca la prescrizione è un azzardo".
Prima di raccontare le altre considerazioni proposte dal magistrato della Procura di Napoli nell'incredibile audizione svolta ieri dalla commissione Giustizia di Montecitorio, ci si può anche fermare un attimo qui. E precisare un dettaglio: Maresca non è stato sorteggiato a caso. È stato audito ieri, subito dopo il vicepresidente dell'Unione Camere penali Nicola Mazzacuva, non perché da lui ci si aspettassero valutazioni analoghe a quelle dell'avvocatura. Tutt'altro. A proporre di sentire Maresca sulla prescrizione sono stati i deputati 5 Stelle. Ebbene sì. I parlamentari del Movimento si sono trovati "a essere smentiti dal loro stesso testimone", come nota con ironia il capogruppo dem in commissione Giustizia Alfredo Bazoli. I pentastellati avevano cercato con assoluta onestà un interlocutore tecnicamente accreditato.
Ma Maresca si rivela impietoso, netto, oltre che chiarissimo. Dice, è vero, che "l'inviolabile principio della ragionevole durata del processo e l'istituto della prescrizione sono due elementi ontologicamente distinti". Ma alla fine, dal confronto con i deputati, emerge che persino chi, come lui, non ritiene lineare affidare la ragionevole durata dei processi alla mera prescrizione dei reati, indica tra i "corollari" di cui sopra anche una "prescrizione della fase processuale".
Ossia proprio quel meccanismo che, nella devastante guerra fredda con i 5 Stelle e il guardasigilli Alfonso Bonafede, il Pd propone con insistenza.
Il caso di ieri è esemplare. E non potrà essere ignorato nella discussione sempre più difficile tra le due principali forze di maggioranza. Oggi la capigruppo di Montecitorio discuterà sulla tempistica con cui esaminare la legge Costa, che punta ad abrogare il blocca-prescrizione di Bonafede.
Il Pd non chiederà di accelerarne l’approdo in Aula. Non lo chiederà neppure la settimana prossima quando, dopo l’inevitabile spaccatura con l’opposizione nella capigruppo di oggi pomeriggio, sarà la stessa Aula della Camera a doversi pronunciare. Ma dopo l’endorsement con cui il premier Giuseppe Conte ha definito “giusta” la norma che abolisce la prescrizione, la frattura riguarda lo stesso governo. Conte si è mostrato imperturbabile di fonte alla prospettiva che la norma voluta dai 5 Stelle entri in vigore il 1° gennaio, senza che la riforma penale sia stata neppure discussa in Consiglio dei ministri. Dà forza a Bonafede, il quale ieri è tornato a dirsi “convinto che troveremo una soluzione”. Il ministro della Giustizia ha ribadito anche la sua intransigenza sull’entrata in vigore della norma dal 1° gennaio: “È una conquista di civiltà”.
Eppure adesso dovrà tenere conto di quanto detto ieri pomeriggio da un “esperto” invitato dai suoi stessi deputati, qual è il pm Catello Maresca: “Un processo giusto è un processo tempestivo, il potere punitivo dello Stato non può essere sine die. E la prescrizione risponde al principio garantista e liberale secondo cui una pena, per essere rieducativa, non può arrivare a troppi anni dal reato”. Fino a quella frase: “Così il provvedimento sulla prescrizione è un azzardo, perché creerà l’accumularsi di faldoni nelle Corti d’appello, e darà luogo al fenomeno degli eterni giudicabili”. Non era un avvocato delle Camere penali. Era un esperto chiamato in audizione dal Movimento 5 Stelle.
di Alberto Cisterna*
Il Riformista, 28 novembre 2019
Mentre quasi tutti i raggruppamenti politici che reggono la Repubblica ignorano confronti interni e assemblee deliberanti - preferendo in corso la mistica dell'uomo solo al comando - l'Anm celebra il proprio 34° Congresso nazionale. Un evento che evoca stagioni ormai trascorse della storia e rimanda a riti del passato quando partiti possenti (il Pci e la Dc) e sindacati onnivori misuravano idee e, spesso, rapporti di forza in un confronto non di rado decisivo per le loro stesse sorti.
Le sigle dell'associazionismo giudiziario sono tra le pochissime che sono sopravvissute allo stravolgimento epocale della vita politica del Paese dopo la caduta del muro di Berlino e se qualche nuovo nome è apparso all'orizzonte molte volte non è altro che lo spin off di raggruppamenti più numerosi che perdono costole senza soccombere in una sporogenesi che tanto somiglia a quella della politica assillata da diatribe intestine.
Questa volta l'appuntamento si annuncia importante non fosse altro perché celebrato a ridosso di un'imminente elezione suppletiva per ricomporre il corpo del Csm, mutilato di ben 5 consiglieri dalle vicende dei mesi scorsi, e alla vigilia della presentazione di un progetto di riforma governativo dell'organo di autogoverno che si vuole ispirato dal preciso intento di contenere il peso delle correnti dell'Anm. Un passaggio semiclandestino della brochure di presentazione del Congresso la dice lunga sul clima che aleggia nelle interlocuzioni con il potere esecutivo: "Ha confermato la Sua presenza il Vice Presidente del Csm on. David Ermini. È stato invitato il Ministro della Giustizia on. Alfonso Bonafede". Un invito, a quanto si intende, rimasto probabilmente senza una risposta definitiva e, comunque, non scontato nei suoi esiti.
È il titolo, invero splendido, di una delle tavole rotonde del Congresso a dare la misura delle preoccupazioni che in questa fase marcano l'azione politica dell'Anm: "Crisi dell'autogoverno e autogoverno della crisi". Illumina la convinzione di tanti che le convulsioni della magistratura italiana possano essere governate con una palingenesi tutta interna alla corporazione e alle sue sigle sindacali; convinzione che non è nuova e che periodicamente si riaffaccia come estrema rassicurazione per sé stessi e per gli altri, per i chierici e i laici.
Ogni corporazione ha nel proprio codice genetico la convinzione che il corpo, appunto, resti immutato al succedersi delle malattie e delle mutilazioni, si nutre della certezza che l'identità genetica sopravviva anche in una piccola goccia d'ambra e sia pronta a sprigionarsi nella sua rinnovata vitalità alla prima occasione favorevole.
E tanto più questa convinzione è radicata, altrettanto cresce la fiducia che auto-mutilando il corpo, privandolo dell'arto infetto o dell'organo collassato, la vita tornerà a scorrere, la salute sarà ristabilita. Ma questa volta la clessidra sembra aver consumato i propri ultimi granelli di sabbia. La percezione è che quello che taluno definisce l'affaire Palamara non abbia disvelato isolati contegni riprovevoli e prassi mercatorie di pochi, ma che piuttosto abbia mostrato il re, il corpo del re nella sua fragile nudità. Non un arto o un organo, ma il corpo nella sua totalità, senza pudori, senza veli.
La cifra oscura di quanto è successo è tutta da scoprire, fatti e misfatti che stanno prima e dopo questo 2019 (l'anno del trojan quasi fosse un calendario cinese) sono destinati a venire a galla. Manca ancora scoprire la mano o le mani che hanno spregiudicatamente provocato una devastante fuga di notizie mentre erano ancora in corso le attività della Procura di Perugia, mentre si stagliano con una certa precisazione quanti ne hanno tratto un provvidenziale vantaggio.
Un eventuale dibattimento innanzi ai giudici umbri che si impantani su queste vicende sarebbe un bagno di sangue per la magistratura italiana che - c'è da giurare - tanti vorrebbero scongiurare: "un giorno in pretura" al contrario con i giudici dalla parte degli inquisiti e gli spettatori a spigolare sulle frattaglie del correntismo italiano. Una sessione del Congresso genovese è dedicata al tema "Ci vedono così". Proiezione di video interviste con opinioni sulla giustizia. Se il procedimento perugino proseguisse sino all'udienza pubblica saranno scene da cineteca, come quelle di Tangentopoli con un farfugliante Forlani innanzi ai giudici o con Luca Palamara che si sta cucendo addosso il vestito, presago di guai invero, di un Bettino Craxi disposto a raccontare con sincerità il "così fan tutte" delle correnti.
È difficile dire se questa profezia sia corretta e se, al netto di qualche espediente narrativo che va perdonato, ci sia da attendersi davvero uno scenario del genere. Ma se le cose andassero così avremmo la cifra di una situazione, a un tempo, sconvolgente e triste ossia che la magistratura italiana (una parte sia chiaro e, per fortuna, largamente minoritaria, ma percepita inevitabilmente come molto rilevante) non può esporsi allo sguardo dei cittadini; essa deve ritrarsi dalla vista della gente, preferendo le tenebre alla luce (Giovanni 3,19) perché non può mettere in mostra il proprio corpo mutilato e non può consentirsi il giudizio sommario delle platee mediatiche. Uno strano sortilegio e una maledizione se si pensa alla disinvoltura di tante fughe di notizie, all'esibizione del corpo dell'arrestato già reo e colpevole, all'uso delle manette come esibizione della muscolarità inquirente. Ferite cosparse di sale che lenisce solo il pensiero che altri magistrati e altre toghe non hanno temuto di squarciare il velo e di denudare il corpo del re spogliando delle stimmate più evocative della sua sacralità: l'aurea di purezza della corporazione.
*Magistrato
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