di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 8 gennaio 2020
Ci risiamo. Ogni volta che si pronunciano le parole "permesso-premio" è come agitare il classico drappo rosso davanti al toro. È capitato nei giorni scorsi alla notizia che, dopo 25 anni di carcere, l'ergastolano Alberto Savi aveva trascorso il natale in famiglia.
Savi è il minore dei tre fratelli che sul finire degli anni Ottanta insanguinarono l'Emilia con rapine, ferimenti, omicidi. Si chiamavano la "banda della Uno bianca". Erano poliziotti, erano feroci. Sono stati arrestati, processati, condannati all'ergastolo. Il maggiore dei tre, Roberto, ha chiesto per due volte la grazia, gli è stata rifiutata. Alberto, il minore, era già uscito in permesso altre due volte, ma il fatto era passato inosservato.
Ma questa volta la sua uscita dal carcere ha coinciso casualmente con la data dell'uccisione di tre carabinieri, che venivano commemorati proprio negli stessi giorni. E la commozione si è trasformata in rabbia, non solo da parte dei parenti delle vittime, ma dal solito contorno di giornalisti, esponenti politici, magistrati. Ma la rabbia non può ispirare il legislatore né il magistrato. E neanche le parti civili, crediamo.
Anche se è più difficile dirlo. Perché è vero che, in questo come in altri casi, gli assassini sono pur sempre vivi e le vittime sono morte. Ma la giustizia ha funzionato, visto che i colpevoli hanno avuto un regolare processo e sono stati condannati alla pena massima prevista dal nostro ordinamento. In cui non è contemplata la pena di morte, per fortuna. E siamo sicuri che nessuno tra i parenti delle vittime che protestano ogni volta che un condannato per un grave delitto ottiene un permesso di uscita dal carcere sarebbe favorevole al ripristino della pena capitale. Nessuno vuole vendetta, si sente ripetere, ma solo "giustizia".
Pure, la frase è sempre la stessa: buttare via la chiave. Cioè, inconsapevolmente, pur non volendo uccidere si vuole creare i sepolti vivi. Chi ha ucciso deve a sua volta essere ucciso, lasciato a languire in una sorta di segreta fino a morirne. Senza speranza, quasi una sorta di Dorian Gray mummificato nell'immagine di come era quel giorno, quando era giovane, spavaldo e assassino. Il suo invecchiamento non è previsto, e così il suo cambiamento.
Alberto Savi, che ieri era l'immagine stessa di Caino, oggi ha 54 anni e ha trascorso metà della sua vita in carcere. Secondo le statistiche della natalità oggi in Italia, ha una previsione di vita di circa altri 30 anni. Se ha ottenuto già tre permessi, significa che il magistrato di sorveglianza, e con lui tutta la squadra che ha osservato il suo percorso, ha rilevato il cambiamento.
E non crediamo che oggi lui si rimetterebbe mai dentro una Uno bianca con le armi in pugno. È un'altra persona, e ha scontato 25 anni di carcere, una vita. Non è giunto il momento di dare concretezza all'articolo 27 della Costituzione, di crederci davvero? O consentiamo alla rabbia, quella dei parenti ma anche quella di giornalisti-politici-magistrati, di farsi legislatore e giudice? E quindi di comminare, nei fatti, una nuova forma di pena di morte?
Ma la rabbia non è figlia unica, è gemella siamese della vendetta, la vendetta impotente dello Stato che non riesce a processare in tempi congrui, a dare giustizia a colpevoli e innocenti e neanche alle vittime dei reati. Di fronte al proprio fallimento, di fronte all'ipocrisia della finta obbligatorietà dell'azione penale, di fronte all'incapacità di applicare processi brevi e misure alternative, si sceglie la via della vendetta. Che cosa è se non vendetta, come nella favola del lupo e l'agnello, nei confronti dei soggetti deboli del processo, cioè l'imputato e la vittima, l'abolizione della prescrizione, il processo eterno? La vendetta è l'opposto della giustizia.
La terza sorella è meno conosciuta delle altre due, è la paranoia, quella che fa invocare (si potrebbero citare tanti famosi processi) la ricerca dei mandanti, ogni volta che una sentenza non ci soddisfa del tutto. Capita nei processi sulle stragi o sui grandi eventi come sciagure ferroviarie o incendi. La ricerca paranoide del capro espiatorio "in alto" è molto consolatoria ma non porta lontano. Come del resto la rabbia e la vendetta. Perché quando le tre sorelle, rabbia, vendetta e paranoia entrano dalla porta, è la giustizia a uscire dalla finestra.
di Danilo Paolini
Avvenire, 8 gennaio 2020
A marzo saranno quattro anni dall'entrata in vigore del reato di omicidio stradale. Non aggravante, si badi, ma reato a sé stante, previsto dall'articolo 589-bis del Codice penale che punisce con il carcere da due a sette anni "chiunque cagioni per colpa la morte di una persona con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale", pena che aumenta (da 8 a 12 anni) se il delitto è commesso "in stato di ebbrezza alcolica" o di alterazione indotta da droghe.
La serie impressionante di vite umane stroncate da investimenti automobilistici in queste ultime settimane mette in discussione non tanto l'efficacia della sanzione in sé, ma la filosofia di fondo: affidarsi al solo inasprimento delle pene per affrontare fenomeni sociali gravi e spaventosi. È un po' il discorso che si fa in alcuni Stati degli Usa, dove si conta sulla pena di morte per arginare omicidi e stragi, ma poi la violenza continua a imporsi come diffuso "stile di vita" e le armi automatiche si comprano nei supermercati. Per sua definizione, la repressione non previene.
Sì, si può contare sull'effetto deterrente, ma per funzionare deve restare in piedi almeno un po' di stigma sociale, di riprovazione collettiva. Precedenti al fatto, s'intende, in quanto a tragedia avvenuta tutti sono pronti a indignarsi o a gridare contro chi era al volante, con i soliti eccessi barbari e, magari, senza ancora sapere come siano andate le cose. Il fatto è che siamo ormai come anestetizzati, abituati a certi comportamenti scellerati divenuti di massa.
E non si tratta di alcune zone del Paese, come purtroppo la geografia tragica della cronaca sta a dimostrare. Si va dalla "semplice" inciviltà alla follia potenzialmente omicida, dall'auto lasciata in doppia o tripla fila ("ma solo per pochi minuti, ero nel negozio qui davanti...") al sorpasso con la doppia striscia continua, dal parcheggio negli spazi riservati ai disabili o sulle strisce pedonali alla circolazione contromano ("ma erano pochi metri!"). Si potrebbe continuare, purtroppo: il messaggio sul cellulare (sempre "un attimo"), l'alcol ("solo due bicchieri"), la droga (i fiumi di cocaina che inondano le nostre città hanno un sicuro impatto, di certo non positivo, sui comportamenti al volante e al manubrio). Soprattutto nei grandi centri urbani, si esce di casa consapevoli dei seri rischi che si corrono.
A Roma, per esempio, ci sorprendiamo spesso con la mano a mezz'aria in segno di ringraziamento all'automobilista che si ferma all'attraversamento pedonale, quasi fosse una cortesia che ci usa. E alla fine, paradossalmente e purtroppo, lo è: la regola sta diventando l'eccezione. Di fronte a una simile regressione, avvenuta gradualmente, la politica non ha saputo che rispondere come ha fatto con tante altre materie: con la scorciatoia facile facile, e perciò inefficace, delle "pene più severe". Se contassimo tutte le volte in cui le pene sono state inasprite, dovremmo concludere che il nostro è il Paese più virtuoso del mondo. Ma sappiamo ormai che si tratta soltanto di un'illusione.
La sanzione è necessaria, naturalmente. Ma accanto alla risposta penale, anzi prima, serve anche altro, molto altro. Non si cambiano le teste e i cuori delle persone per legge, è indispensabile uno sforzo collettivo, un cambiamento generale di mentalità, una nuova cultura della comunità.
E considerando quanto abbiamo ormai eroso di quel patrimonio umano e civile che l'Italia era stata capace di ricostruire sulle macerie della dittatura e della seconda guerra mondiale, si tratta di un'impresa titanica che dovrà necessariamente partire dal ruolo educativo della famiglia e dal lavoro fondamentale della scuola. Nel suo messaggio di Capodanno, il presidente della Repubblica ha chiesto a tutti di sviluppare "una cultura della responsabilità". Almeno proviamoci.
di Angelo Busani
Il Sole 24 Ore, 8 gennaio 2020
Corte di cassazione - Sezione II - Sentenza 7 gennaio 2020 n. 209. Rischia il reato di falso ideologico il notaio che "avalla" la dichiarazione, resa da un donante nel contesto di un contratto di donazione, di aver usucapito l'immobile oggetto della donazione. Lo si desume dalla sentenza della cassazione n. 209. I l caso riguarda una grave vicenda di concorso esterno in associazione a delinquere di stampo mafioso e di truffa: la sentenza parla di una "complessa attività posta in essere" "attraverso la fittizia intestazione di terreni e mediante fittizi contratti di locazione" con lo scopo di consentire al sodalizio di stampo mafioso "di usufruire di contributi comunitari ottenuti illecitamente" "facendo apparire la titolarità di numerose particelle di terreno su cui si svolgevano attività agricole". Si può quindi immaginare che la gravità dei fatti presi in considerazione dai giudici abbia avuto un ruolo determinante nel far ritenere il notaio "corresponsabile" del comportamento di chi dichiara l'avvenuta usucapione fino a diventare reo del reato di falsità ideologica.
Nella sentenza, al riguardo, si legge che le indagini della polizia giudiziaria avevano appurato la natura demaniale dei terreni oggetto della donazione e che tale titolarità demaniale "sarebbe stata non difficilmente accertabile da parte dell'ufficiale rogante e comunque era ben nota al donante, che non poteva ignorare di non essere titolare del diritto di proprietà sui fondi oggetto dell'atto di donazione".
La Cassazione inoltre sottolinea che si trattava di mappali che in catasto risultavano privi di intestatario, "il che avrebbe dovuto indurre il pubblico ufficiale a ritenere la natura demaniale dei beni, poiché nel nostro ordinamento non esistono beni immobili di nessuno ma o appartengono a un privato o vengono di diritto acquisiti al patrimonio dello Stato". In ambito notarile, nei casi in cui il soggetto alienante non abbia un titolo d'acquisto, ma dichiari di aver usucapito il bene che intende alienare, si ritiene che si possa comunque procedere alla stipula del contratto, sia pure con il monito di tenere il massimo della prudenza possibile.
Nemmeno la mancanza di intestazione catastale in capo a chi dichiara l'avvenuta usucapione (non esistendo un titolo d'acquisto, non è evidentemente possibile procedere ad alcuna voltura catastale) viene considerata un impedimento (Circolare del Consiglio Nazionale del Notariato del 28 giugno 2010). Si ritiene, infatti, che la questione del cosiddetto "allineamento soggettivo" (preteso dall'articolo 29, comma 1-bis, legge 52/1985) e, cioè, la coincidenza tra il soggetto alienante, le risultanze dei Registri immobiliari e quelle dei Registri catastali, troverebbe un limite nelle ipotesi in cui il "disallineamento" sia "fisiologico".
Tale situazione si avrebbe, dunque, proprio nelle situazioni in cui il mancato aggiornamento dei Registri immobiliari e del catasto derivi da ragioni di "carattere sistematico" come avviene per le ipotesi di acquisti per i quali è irrilevante la pubblicità immobiliare e che prescindono da chi abbia avuto la precedente titolarità dei beni di cui è affermata l'intervenuta usucapione.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 8 gennaio 2020
Corte di cassazione - Sezione IV - Sentenza 7 gennaio 2020 n.131. Via libera alla sospensione del processo per messa alla prova anche per ricettazione e furto pluriaggravato. Un "beneficio" che il giudice non può negare neppure se l'imputato ha dei precedenti penali. La Corte di cassazione, con la sentenza 131 del 7 gennaio, chiarisce che per individuare i reati per i quali è ammessa la sospensione del procedimento con messa alla prova, il giudice deve tenere presente solo la pena edittale massima prevista per la pena di base. E deve farlo senza considerare le circostanze aggravanti, comprese quelle per le quali la legge prevede una pena diversa da quella ordinaria del reato e da quelle ad effetto speciale. Una strada da seguire - precisano i giudici - nell'ottica di un'estensione dell'ambito applicativo della messa alla prova e anche in ragione della mancata previsione letterale da parte della legge "degli accidentalia delicti".
Partendo da questi principi la Suprema corte ha accolto il ricorso di un imputato condannato, a due anni di reclusione e 800 euro di multa, per il reato, riqualificato (rispetto all'originaria ricettazione) di furto pluriaggravato. Il tribunale, con una decisione avallata dalla Corte d'Appello, non aveva riconosciuto al ricorrente le attenuanti generiche a causa dei plurimi precedenti penali, ritenendo non esistenti elementi positivi che deponessero a suo favore. Per la Corte territoriale, correttamente il primo giudice, aveva respinto la richiesta di sospensione del reato con messa alla prova, visti i limiti edittali del reato di ricettazione e, a maggior ragione del riqualificato reato di furto con più aggravanti.
La cassazione precisa però che la messa alla prova si applica, una sola volta, ai reati puniti con la pena massima di quattro anni, sola o unita alla pena pecuniaria, Un ristretto ambito applicativo che è stato tuttavia ampliato estendendolo anche ai delitti indicati dall'articolo 550 comma 2 del Codice di rito penale, tra i quali oltre che il furto aggravato rientra anche la ricettazione.
piacenzasera.it, 8 gennaio 2020
Due redattori di "Universi" - Hassan Haidane e Roberta Capannini - ci raccontano gli incontri che l'Università Cattolica di Piacenza ha dedicato al carcere di Piacenza e alle attività per il riscatto dei detenuti.
"Sosta forzata" è una pubblicazione che ha una redazione composta dai detenuti del penitenziario delle Novate di Piacenza a San Lazzaro, autorizzata dal tribunale cittadino nel 2005. Ma non ha solo lo scopo di raccontare le situazioni di disagio dei detenuti, finiti in carcere per diverse cause. Alcuni di loro sono immigrati e talvolta clandestini, perciò spacciano droga per sopravvivere.
La rivista ha anche un altro obiettivo: restaurare i rapporti fra i "puniti" e la società, così facendo possono fare i primi passi per il reinserimento e sociale e per trovare anche un posto di lavoro. L'istituzione carceraria organizza anche attività culturali, come il teatro, e tramite un'associazione fondata nel 1985 in Italia, ha a disposizione una biblioteca e vengono pubblicate delle poesie scritte dai processati.
Hassan Haidane
Martedì 3 dicembre ho partecipato alla lezione aperta "Dentro e fuori dal carcere" organizzata dalla Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università Cattolica di Piacenza. La lezione è iniziata con la visione di uno spezzone del film "I Miserabili", proposta dalla professoressa Elisabetta Musi, per sottolineare che molte volte il carcere invece di aiutare la persona a capire la gravità di quello che ha commesso per diventare una persona nuova incrudisce e inasprisce il carcerato perché diventa una istituzione che crea separazione nella società: fuori i giusti e dentro i cattivi.
È stato rimarcato che anche la peggior persona non deve essere etichettata con il gesto che ha compiuto e che il carcere non dovrebbe essere una istituzione discriminatoria e punitiva, ma servire per far prendere coscienza alla persona della gravità degli atti commessi per tentare di rimettersi a disposizione della comunità, ovvero la pena dovrebbe essere una occasione rieducativa di crescita e di cambiamento.
Mi sono sembrate importanti anche le osservazioni fatte dal professor Alberto Gromi sulle problematiche delle strutture carcerarie stesse, sulla necessità di spazi adibiti allo studio, al lavoro, alla socializzazione anche con la propria famiglia per ripristinare la dignità dei carcerati, la loro autostima e la crescita personale.
E questo è vero, tuttavia il mio pensiero è andato alle persone offese e mi sono domandata se sia poi così corretto pensare ai diritti di persone che hanno commesso un reato oppure se non vada data la precedenza ai diritti delle persone offese e ai diritti dell'intera società che si deve sentire protetta. Io credo che sia importante distinguere fra i vari reati a seconda della loro gravità.
A proposito di reati minori, mi è sembrata interessante la messa alla prova, di cui hanno parlato Carla Chiappini dello Svep e Giada Paganini, un provvedimento, nato inizialmente per i minori ma poi gradualmente esteso anche ad altre età, per cui il processo viene sospeso; si tratta di un atto di fiducia con cui si trova, in collaborazione con i servizi sociali, un progetto individualizzato e condiviso e se tutto va a buon fine il reato viene cancellato come se non si fosse mai stato commesso.
L'attività descritta dalle due volontarie è quella della formazione di gruppi molto eterogenei per età, esperienze di vita ed estrazione sociale, all'interno dei quali la scrittura autobiografica e la condivisione spontanea diventano uno strumento per un momento di riflessione sulla propria esperienza e sul proprio stile di vita. Per responsabilizzare la persona ovvero farla diventare un cittadino migliore, non più buono ma più consapevole perché mostrando che esistono più opportunità si dimostra che con l'autodeterminazione ognuno può scegliere la via da intraprendere.
Roberta Capannini
fanpage.it, 8 gennaio 2020
Il protocollo tra il Provveditorato campano dell'amministrazione penitenziaria e la Procura di Napoli, firmato a dicembre, servirà a reclutare detenuti come ausiliari giudiziari a causa della grave carenza d'organico. I sindacati denunciano due pesi e due misure: "Nulla contro il reinserimento sociale e lavorativo, ma si affidano fascicoli a detenuti, mentre un lavoratore giudiziario non può avere precedenti penali e se indagato viene sospeso dal servizio. Servono invece nuove assunzioni qualificate". Critico anche il Comitato lavoratori giustizia: "Così passa il messaggio che negli uffici giudiziari può lavorare chiunque senza aver studiato e superato un concorso. L'utenza non viene rispettata".
Non è stato ancora reso pubblico nei dettagli, ma ha già provocato malumori e perplessità negli ambienti giudiziari. Il protocollo d'intesa per la promozione di progetti di lavoro di pubblica utilità, destinati a chi è in carcere, tra il Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria campana e la Procura della Repubblica di Napoli reca la firma del 13 dicembre scorso ed è stato già diramato agli uffici di competenza coinvolti. Tutto tenendo fede all'articolo 27 della Costituzione, secondo cui "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato", e per evitare che la macchina della giustizia collassi a causa dei pochi ausiliari idonei, che sono presenti cioè in numero insufficiente rispetto alla mole di lavoro.
Un'opportunità concreta di reinserimento sociale e lavorativo, ma restano i dubbi sull'emergenzialità della convenzione - Ai detenuti verrà affidata la cosiddetta movimentazione, cioè il trasporto di atti e fascicoli nell'ambito di precisi iter operativi, individuati da un gruppo di lavoro congiunto delle amministrazioni contraenti e sottoposti all'autorizzazione del magistrato di sorveglianza. Sarà il Provveditorato campano a selezionare tra i reclusi presenti nei suoi istituti penitenziari quelli più validi a partecipare al progetto.
Una best practice, quella messa in atto grazie alla collaborazione fra due soggetti istituzionali, per ridare dignità ad un terzo soggetto debole. Il quale, invece di essere lasciato tutto il giorno senza far nulla in cella, può acquisire una professionalità che potrà spendersi una volta terminata l'espiazione della pena. Nessuna critica, dunque, è stata mossa alle finalità di reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti, i dubbi da parte degli addetti ai lavori pongono altri tipi di riflessioni ed interrogativi.
"Perché si affidano fascicoli a detenuti, ma ad un lavoratore giudiziario si chiede l'essere immune da precedenti penali e se indagato, viene sospeso dal servizio?" - "La piena comprensione per il nobile fine del reintegro sociale, peraltro sempre al vaglio della magistratura di sorveglianza, soddisfa - si chiede Mario de Rosa, segretario regionale Confsal-Unsa, l'organizzazione sindacale maggiormente rappresentativa nel Ministero della Giustizia - gli standard di sicurezza richiesti dalla particolare tipologia dell'attività di una Procura, impegnata in più campi ma soprattutto nel contrasto alla criminalità organizzata? La movimentazione dei fascicoli verrà affidata a detenuti, cioè a soggetti in espiazione della pena a seguito di condanna definitiva. Né, a mio avviso, la conoscenza del contenuto di tale protocollo può rafforzare la fiducia, già a livelli molto bassi, del cittadino comune nella giustizia".
La preoccupazione è che, da una parte, in tempi di spending review si dimentichi la delicata questione della tutela della riservatezza e, dall'altra, si crei una disparità di trattamento. Due pesi e due misure. "Al detenuto si affidano fascicoli, ma a chiunque aspiri ad un impiego - spiega il sindacalista - si chiede, previa esclusione, l'essere immune da precedenti penali e, se nel corso del suo rapporto contrattuale è destinatario di una iscrizione nel registro degli indagati per fatti gravi, viene sospeso dal servizio e privato del 50% del salario. È successo ad un lavoratore giudiziario napoletano, sospeso e senza stipendio fino al termine del processo, pur senza essere stato destinatario fino ad oggi e a distanza di sei mesi di alcuna misura cautelare".
La carenza d'organico negli uffici giudiziari colmata con i progetti di lavoro di pubblica utilità previsti dalla legge per i detenuti, a titolo volontario e gratuito - La situazione è emergenziale, destinata ad aggravarsi per il progressivo pensionamento del personale ausiliario: i fascicoli aumentano, i rinforzi non arrivano e si rischia la paralisi del servizio.
Da qui la necessità di promuovere iniziative, come il protocollo d'intesa, volte a reperire con urgenza aiuti esterni. Lo prevede l'articolo 20 ter della legge 354/75 che dispone la possibilità per i ristretti di "chiedere di essere ammessi a prestare la propria attività a titolo volontario e gratuito nell'ambito di progetti di pubblica utilità, tenendo conto anche delle specifiche professionalità e attitudini lavorative".
"La legittimità del protocollo è indubbia - ci tiene a sottolineare de Rosa -. Analoghe esperienze sono già presenti nei tribunali di Milano e di Roma, si inquadrano in quella politica giudiziaria, praticata sempre più frequentemente, di copertura dei vuoti di organico di talune qualifiche mediante la fruizione, a titolo gratuito o a basso costo, di unità lavorative con progettualità quali Alternanza scuola-lavoro o Garanzia giovani".
Nel caso specifico si intende fronteggiare la grave carenza di personale ausiliario della Procura. "Ma - continua il responsabile sindacale - la responsabilità di eventuali errori, o anche omissioni, verificate a distanza di anni ricadranno poi sul personale di ruolo dell'amministrazione, come già abbiamo avuto modo qualche volta di constatare? Si decida lo Stato a procedere a nuove assunzioni o a trovare soluzioni che abbiano minor impatto anche emozionale".
"Così passa il messaggio che negli uffici giudiziari può lavorare chiunque senza aver studiato e vinto un concorso, la professionalità degli operatori del settore giustizia è bistrattata" - In attesa di un confronto tra i sindacati e i dirigenti amministrativi della Procura per chiarimenti sul tema, ad intervenire nel dibattito è anche il Comitato lavoratori giustizia.
"Non contestiamo assolutamente il protocollo, di cui tra l'altro non conosciamo numeri o uffici interessati e che offre ai detenuti la possibilità di accedere ad un percorso professionale durante il periodo detentivo - commenta Anna Esposito, responsabile napoletana del Comitato - ma va fatta una considerazione generale. Da diversi anni passa il messaggio che questo lavoro, che facciamo perché abbiamo studiato e superato un concorso, lo può invece svolgere chiunque. Reclutiamo ovunque, basta che ci danno una mano: no, così non va bene".
L'amarezza è forte. "E la nostra professionalità chi la difende? - continua Esposito - Una professionalità bistrattata sotto il punto di vista economico, della carriera, della gratificazione e del riconoscimento perché accomunata a quell'immagine decadente di pubblica amministrazione, dell'impiegato per antonomasia che non fa quello che dovrebbe.
Eppure il nostro personale ha impedito il collasso dell'intero sistema, soprattutto negli anni passati, con la buona volontà, con l'attaccamento al lavoro, vincendo la resistenza al cambiamento, imparando ad usare i nuovi strumenti non previsti nei profili di partenza".
Il doppio carico di lavoro, cartaceo ed informatico, negli uffici giudiziari e la delicatezza dei compiti: "servono nuove assunzioni qualificate" - Insufficienza di personale, un turnover che penalizza le competenze e l'esperienza, formazione sporadica.
"È vero che stiamo andando nella direzione della digitalizzazione - chiarisce Anna Esposito -, ma il fascicolo processuale cartaceo non è stato eliminato e non ne è prevista una dematerializzazione al 100%. Noi al momento andiamo avanti su un doppio binario, fascicolo cartaceo ed informatico. Eppure innovazione significa sostituire un procedimento ad un altro, noi invece aggiungiamo".
La denuncia è chiara. Non basta arrivare ad un punto di non ritorno per poi cambiare rotta, perché sarebbe già troppo tardi sul piano della qualità del servizio offerto. "Il protocollo - dice la referente del Comitato - risponde alla carenza di ausiliari giudiziari. Una figura specializzata perché non paragonabile all'ausiliario che lavora in un altro ente, in quanto bisogna conoscere le urgenze, la dislocazione degli uffici. Ci saremmo aspettati nuove assunzioni, che in questo caso è possibile fare anche attraverso selezioni dei centri per l'impiego. Non è bastato, quattro anni fa, l'arrivo di dipendenti da altri settori dell'amministrazione pubblica, persino i barellieri, che abbiamo dovuto formare e paradossalmente da cui siamo stati scavalcati. Si continua con misure emergenziali e temporanee".
L'appello dei dipendenti giudiziari - "L'utenza - ribadisce la portavoce del Comitato lavoratori giustizia -, sia quella qualificata come gli avvocati, sia le persone offese che hanno fatto una denuncia e hanno diritto di venire a chiedere informazioni, deve sapere chi ha di fronte.
Un ex barelliere, un ex detenuto, un cancelliere, un tirocinante. Parliamo di qualità del servizio e dobbiamo puntare ad elevarla. Nulla contro il detenuto che deve reintegrarsi o l'ex barelliere che ha salvato vite, ma appare chiaro che adesso la mancanza di rispetto è soprattutto nei confronti dell'utenza".
ilcapoluogo.it, 8 gennaio 2020
Con 166 detenuti al 41bis il Carcere dell'Aquila è l'Istituto penitenziario che ospita il maggior numero di reclusi condannati al carcere duro. Non detenuti qualunque, ma i cosiddetti "ristretti", coloro che sono condannati cioè al carcere duro. Spesso se ne sente parlare, anche sui media, poche volte, forse mai, ci si chiede cosa voglia dire carcere duro.
Per la prima volta una telecamera è entrata nella sezione destinata ai criminali eccellenti, nello speciale di quattro puntate di Buongiorno Regione, in onda su Rai3. La prima puntata, trasmessa nell'appuntamento regionale di questa mattina, ha aperto le porte del carcere dell'Aquila.
Nel carcere dell'Aquila ci sono 166 detenuti al 41bis, sui 760 reclusi e condannati al carcere duro in tutto il territorio nazionale. Tra di loro c'è chi ha ucciso Giovanni Falcone, chi ha attentato alla vita di Paolo Borsellino, chi ha ucciso Marco Biagi, chi si è macchiato le mani nell'uccisione di Massimo D'Antona.
"I controlli in un carcere duro sono maggiori e già rigidi", spiega Salvatore Prudente, Responsabile Gom, Gruppo Operativo Mobile. "C'è il controllo visivo in ogni stanza oltre al controllo in un'apposita sala regia, che mostra tutte le immagini riprese dalle telecamere. Resta fuori dal controllo della telecamera solo la zona dei servizi igienici, per una questione di privacy".
Il regime del 41bis è una carcerazione speciale istituita nel 1992, dopo le stragi di Capaci e via D'Amelio. "Si tratta di un regime differenziato, quindi particolare, che comporta, ad esempio, la censura sulla corrispondenza sia in entrata che in uscita, nel tentativo di spezzare il sodalizio con l'esterno", spiega la Direttrice del Carcere dell'Aquila, Barbara Lenzini. "Ci sono, poi, delle norme che il detenuto deve rispettare. Come un colloquio al mese che viene sistematicamente ascoltato e videoregistratore", continua il Generale Mauro D'Amico, Comandante Gom.
di Elia Sanna
L'Unione Sarda, 8 gennaio 2020
Sindacalisti in presidio al San Martino. Una delegazione ricevuta dal direttore Assl. Sono arrivati da tutta la Sardegna i sindacalisti della polizia penitenziaria per protestare contro i vertici della sanità oristanese a cui si chiede ormai da anni di creare apposite camere di sicurezza nell'ospedale San Martino, per il piantonamento dei detenuti. Una quarantina sono stati i rappresentanti sindacali che hanno deciso di aderire alla manifestazione, andata in scena sotto il palazzo della direzione della Assl di Oristano, in via Carducci.
I sindacalisti hanno denunciato la grave situazione che vivono i degenti e gli stessi operatori, costretti a scortare e piantonare i detenuti, molti dei quali i Regione di alta sicurezza, nei reparti del San Martino. I sindacati hanno ricordato che esiste un finanziamento già dal 2016 per la ristrutturazione del presidio ospedaliero e nel quale era previsto anche la realizzazione delle camere di sicurezza. Una delegazione di sindacalisti, accompagnati dai consiglieri regionali Annalisa Mele e Emanuele C'era, ha poi incontrato il direttore della Assl di Oristano, Mariano Meloni. Il manager della Assl ha spiegato, durante l'incontro con le organizzazioni sindacali, di aver individuato, nel reparto di Ortopedia del San Martino, i locali idonei dove realizzare le camere di sicurezza. Locali attualmente occupati dai pazienti talassemici. "Stiamo lavorando per individuare una rapida soluzione - ha detto Mariano Meloni - per risolvere entrambi i problemi".
di Antonio Galizia
Gazzetta del Mezzogiorno, 8 gennaio 2020
Lavorare per rendersi utili alla società. Il dibattito che ruota intorno all'importanza dell'attività lavorativa per l'effettivo reinserimento dei detenuti è ampio e complesso. Nel nuovo anno, una iniziativa concreta arriva da Mola: il Comune, insieme all'Uiepe (Ufficio interdistrettuale esecuzione penale esterna) della Puglia, attiverà un progetto innovativo che punta a offrire una opportunità di reinserimento a chi ha avuto problemi con la giustizia.
I due enti realizzeranno percorsi di reinserimento di detenuti e di sostegno alle loro famiglie. L'importante obiettivo è stato fissato nel protocollo di intesa, vagliato dalla giunta e sottoscritto tra il Comune e l'Uiepe, e che verrà attuato nell'anno appena iniziato. Finalità precise dell'accordo, agevolare la preparazione e l'attivazione di percorsi individualizzati di reinserimento socio-lavorativo dei detenuti, secondo le competenze dei singoli soggetti.
A tali scopi, saranno programmate e realizzate diverse azioni. Come per esempio quella di "attivare reti di collaborazione con gli stakeholder (portatori di interesse, come aziende, organizzazioni no profit, cooperative) che partecipano ai programmi inclusivi nei confronti delle persone sottoposte a provvedimenti di giustizia".
Previste "attività di formazione, studio, analisi sugli interventi per riconciliare e ricomporre le fratture determinate dai fatti delittuosi, in ciascun attore della dinamica delittuosa: autore di reato, vittima e comunità". "Una iniziativa dalla forte valenza civile - sottolinea l'assessora alle Politiche sociali Lea Vergatti - che responsabilizza tutta la comunità nel processo di rieducazione riparativa del detenuto".
Il sindaco Giuseppe Colonna rimarca l'importanza di tale sottoscrizione: "È un'esperienza pilota per il territorio che punterà ad avviare pratiche di reinserimento virtuoso dei detenuti, mediante le quali essi potranno divenire una risorsa fondamentale per Mola".
Il Comune e l'Uiepe puntano, dunque, alla riabilitazione sociale attraverso il lavoro, consapevoli che soprattutto per queste persone non avere alcuna occupazione intellettuale o manuale non permette di riflettere sulla propria vita, su sé stessi e sulle situazioni che hanno portato a vivere nell'illegalità.
di Paolo Guiducci
ilponte.com, 8 gennaio 2020
Giornata a contatto, giovedì 12 dicembre, con i detenuti del carcere per una trentina di volontari grazie alla seconda edizione di Celle aperte, l'iniziativa proposta dal cappellano don Nevio Faitanini e resa possibile dalla disponibilità della direzione, rappresentata della dottoressa Carmela De Lorenzo, e del commissario capo Aurelia Panzeca.
Questa volta il Magistrato di Sorveglianza di Bologna ha autorizzato l'ingresso nelle sezioni dell'istituto penitenziario a volontari provenienti da otto differenti realtà volontaristiche, solidali o cooperativistiche del territorio riminese che a vario titolo operano dentro e attorno la Casa circondariale, occupandosi dei temi della legalità e della privazione della libertà.
C'erano rappresentanti delle associazioni Caritas Rimini onlus, Papa Giovanni XXIII, della Cooperativa Cento Fiori, della parrocchia San Benedetto di Cattolica, del Centro per le famiglie del Comune e della Diocesi di Rimini, del gruppo di volontari, della Congregazione delle suore missionarie di Cristo, di Comunione e Liberazione: un gruppo eterogeneo di persone di tutte le età e provenienze, alcune in carcere per la prima volta, attirate dall'opportunità di poter trascorrere un'intera giornata all'interno dei "Casetti" fianco a fianco con le persone recluse, con la rara opportunità di avere accesso alle sezioni dove si trovano le celle.
Dall'apertura delle celle del mattino dopo la prima conta alla "chiusura" per il pranzo delle 11.30 (anche se, con l'occasione di questa iniziativa, le celle sono state lasciate volutamente "aperte" per consentire un maggiore contatto e interscambio tra le persone detenute e i volontari in visita), fino alle due ore d'aria dalle 13 alle 15, per terminare con il bilancio condiviso dell'esperienza, che è stato tracciato da detenuti e volontari insieme nella cappella della casa circondariale dalle 15.30 alle 16.30.
"Celle aperte" è un progetto che ha pochi eguali nelle carceri italiane e che è arrivato nel carcere di Rimini grazie alla mediazione della cappellania: il buon esito della giornata dietro le sbarre è stato condiviso da tutti, ospiti, partecipanti e polizia penitenziaria, i quali hanno auspicato in modo trasversale che l'iniziativa possa ripetersi presto, e più spesso, perché in grado di alleggerire i pensieri, alleviare gli animi e rompere la routine della quotidianità carceraria, e questo non soltanto per le persone recluse.
Tra i volontari sono molte le impressioni che sono state condivise con don Nevio, don Matteo Donati della parrocchia di Cattolica e il Vicario generale della Diocesi di Rimini, don Maurizio Fabbri. Da chi ha dimenticato giudizi e pregiudizi trovandosi di fronte a persone di cui non ha voluto conoscere i reati, rispondendo così alla chiamata della sua professione di fede, a chi si è trovato inaspettatamente a confidarsi, a chi invece ha preferito fare domande anche sulle cose più pratiche, come il lavaggio dei vestiti o il funzionamento della spesa personale.
A colpire una volontaria è stato quel tempo perlopiù vuoto, quell'assenza di attività o passatempi che rischia di rendere diseducativa la permanenza in carcere e di trasformare quel vuoto in "tempo perso". Va precisato invero che quella mattina non erano presenti i detenuti quotidianamente impegnati nell'attività di pulizia dei locali dell'istituto, come anche in mensa, lavanderia e nei lavori di manutenzione del fabbricato, ovvero 29 persone, cui va aggiunta una trentina di partecipanti ai corsi di alfabetizzazione, di scuola media e di biennio di base. Senza dimenticare che poi ci sono le altre attività e momenti di confronto e animazione organizzate da parte delle diverse associazioni di volontariato che hanno accesso alla struttura.
Ad attirare un'altra volontaria è stato il bisogno di vedere con i propri occhi se in quel luogo c'era ancora speranza per l'umano, una risposta interiore che ha risuonato come un "sì". Il momento del pranzo è stato di pura condivisione, fin dalla sua preparazione. Tra una resistenza e un cenno di timidezza, molte delle persone detenute scese dalle sezioni al termine della giornata trascorsa insieme hanno voluto ringraziare al microfono chi aveva dedicato loro il proprio tempo libero e chi l'aveva resa possibile, in un intercalare di riconoscenza che ha fatto comprendere, oltre alla valenza di iniziative simili, anche la loro efficacia.
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