Famiglia Cristiana, 28 novembre 2019
Tutti i bambini sono uguali, anche i 100mila bambini che hanno la mamma o il papà in carcere e per questo vengono emarginati e stigmatizzati. Bambinisenzasbarre Onlus si impegna dal 2002 per tutelare il diritto di questi piccoli di mantenere il rapporto con il genitore detenuto, affermando allo stesso tempo il diritto-dovere di quest'ultimo a esercitare il suo ruolo.
Per questo ha creato gli Spazi Gialli, luoghi di accoglienza, ascolto, interazione e attenzione dove accogliere i bambini che entrano in carcere per incontrare la mamma o il papà. Gli istituti penitenziari in cui è presente sono, per ora, in Lombardia, Piemonte, Toscana, Liguria, Campania, Puglia e Sicilia.
Per costruire nuovi Spazi Gialli Bambinisenzasbarre lancia la campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi "Loro non hanno colpe", attiva dall'1 al 28 dicembre 2019 con numero solidale 45594. Il valore della donazione sarà di 2 euro per ciascun Sms inviato da cellulari e di 5 euro per le chiamate da rete fissa. A supporto della campagna, inoltre, nel mese di dicembre Bambinisenzasbarre organizza la quinta edizione di La partita con papà: in 68 carceri italiane, i detenuti potranno giocare una partita a calcio con i loro figli, condividendo un momento di normalità e vicinanza nonostante la reclusione.
di Luciana Matarese
huffingtonpost.it, 28 novembre 2019
"Sono contenta che il Codice Rosso stia funzionando, tutte le donne che incontro e che mi scrivono sostengono di sentirsi più incoraggiate a denunciare". La senatrice fa un primo bilancio del Codice Rosso e chiede di ridurre i tempi del processo penale, "ma Bonafede sonnecchia". Spiega che nella Lega "mi trovo benissimo".
Sui diritti difende Salvini e Fontana, sconfessa Pillon. Giulia Bongiorno non nasconde la propria soddisfazione. Il Codice rosso, la legge ideata per tutelare le donne vittime di violenza con la showgirl Michelle Hunziker, dal 2007 con lei nella fondazione "Doppia Difesa" onlus, proposta da ex ministra per la Pubblica Amministrazione nel Governo Conte I ed entrata in vigore ad agosto, sta registrando riscontri positivi.
Avvocata penalista, da anni in prima fila, anche in politica, nella difesa delle donne maltrattate, legale di Giulio Andreotti prima, poi con Gianfranco Fini, nel 2013 candidata con Scelta civica di Mario Monti e nel 2018 con la Lega di Salvini, oggi è senatrice. Le sue posizioni sui diritti civili - è favorevole alle unioni civili omosessuali e all'inseminazione artificiale - non sono in linea con una parte del Carroccio, ma lei non se ne cura. E liquida chi, come Mario Adinolfi, dal fronte dei detrattori, l'ha definita "Nichi Vendola al femminile", con un sibilante "Tamquam non esset" ("Come se non esistesse", ndr).
Lanciatissima secondo i rumors più ventilati per un posto di rilievo con il ritorno - accreditato dai sondaggi - della Lega al Governo, per un periodo è stata indicata pure come probabile candidata sindaca di Roma. "Un'ipotesi da escludere completamente", taglia corto. E alla cronista che obietta che siamo certi che da qualche parte la ritroveremo, risponde con un molto abbottonato: "Mi può trovare al mio studio e in Parlamento".
In questo momento, spiega, è concentrata sul nuovo progetto educativo, sempre contro la violenza di genere, che sta per lanciare con "Doppia Difesa" e in occasione della giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, la prima da quando il Codice rosso, la sua legge, è entrata in vigore, parla con HuffPost dell'impatto della norma, delle cose fatte e di quelle da fare. Non risparmiando bordate ai Cinque Stelle, gli ex alleati nel Conte I, per non avere portato a termine l'annunciata riforma sulla giustizia, "che - scandisce - servirebbe per far funzionare al meglio il Codice rosso e tutelare ancora di più le donne dalla violenza".
Intanto, senatrice Bongiorno, sembra che il Codice rosso abbia dato una scossa al sistema...
"Quando, con Michelle, abbiamo pensato a questa legge non volevamo aggiungere una norma alle tante già presenti nel nostro Paese, volevamo una legge che facesse funzionare le altre, che sanasse la lacuna derivante dal fatto che spesso una donna che denuncia si ritrova sola. Penso al caso di Noemi Durini, la sedicenne pugliese uccisa dal fidanzato nonostante la mamma avesse già chiesto aiuto. Ma c'è un'obiezione che ancora sento e che mi dà fastidio".
Quale?
"Mi amareggia sentir dire talvolta che è una legge che intasa i tribunali, quasi le donne fossero detriti. Mi fa piacere, invece, che i magistrati mi dicano che la legge funziona, al pari di quella contro lo stalking, che incardinai da presidente della Commissione Giustizia della Camera. Le mie più grandi soddisfazioni derivano da queste due leggi. E non ho voluto dare al Codice rosso il mio nome per un motivo preciso".
Perché?
"Perché appartiene a tutti, a cominciare, ovviamente, dalle donne".
"Nessuna donna sarà più sola", assicurò dopo l'approvazione della legge. L'introduzione di pene più aspre garantiranno il mantenimento di questa promessa?
"L'inasprimento delle pene fa parte della pluralità di norme contenute nel Codice rosso. Quella centrale, per me il cuore, è la norma in base alla quale una donna che denuncia viene aiutata nel giro di 48 ore. Quel mio "non sarete più sole" mirava a rassicurare le donne sul fatto che le loro denunce sarebbero state finalmente prese in carico e l'autore di violenza punito. Purtroppo il nostro sistema penale è un po' una fisarmonica".
In che senso?
"Nel codice penale vengono stabilite pene che poi, sulla base del codice di procedura penale e di altre leggi speciali, vengono diminuite. Resiste, in Italia, una confusione tra garantismo e certezza della pena. Essere garantisti vuol dire che fino al terzo grado di giudizio c'è la presunzione di innocenza, ma dopo il terzo grado è allucinante prevedere sconti di pena. Se inasprimento vuol dire effettività della pena che ben venga".
La sua legge prevede formazione specifica delle forze dell'ordine, ma dal fronte critico c'è chi fa notare che non sono state stanziate risorse.
"Nell'unica legge di bilancio in cui io abbia potuto dire la mia, quella del Governo passato, sono state previste risorse significative per le assunzioni sia nel settore giustizia che, in generale, in quello della pubblica amministrazione. Da ministro del settore ho previsto il turn over al 100%, dopo decenni che non si faceva. Non mi pare che l'attuale manovra vada in questa direzione, che preveda le stesse risorse stanziate nella precedente".
I più critici evidenziano anche la carenza di personale giudiziario, di risorse per le associazioni e per i centri antiviolenza.
"Abbiamo stanziato fondi specifici per le assunzioni nel settore Giustizia e più in generale, di tutto quello della Pubblica amministrazione, l'ho già detto. È evidente che il Codice rosso debba essere letto insieme a quella legge di bilancio. E poi andava portata avanti la riforma della Giustizia, mi sarei aspettata che il ministro procedesse in questa direzione".
Si riferisce a Bonafede?
"Certo, andava portata avanti la riforma per ridurre i tempi della giustizia e invece mi pare che il ministro stia sonnecchiando".
Dai centri antiviolenza continuano a segnalare che nel sistema di tutela manca il pezzo relativo al "dopo" denuncia, che le donne, nel percorso di recupero dell'autonomia, si ritrovano tante volte da sole.
"In me i centri antiviolenza troveranno sempre una sponda. Le associazioni impegnate nel contrasto alla violenza di genere sono state supplenti in momenti in cui lo Stato era poco presente ed è reale l'esigenza che la loro azione sia supportata da risorse adeguate. Ma se, anche con il Codice Rosso, alle donne diciamo "Denunciate, denunciate", e poi il processo che ne scaturisce continua a durare sei, sette anni, per quelle stesse donne, che si ritroveranno con l'autore di violenza come controparte processuale, l'uscita dalla violenza rischia di trasformarsi in un nuovo calvario. Va velocizzato il processo penale, ma la riforma Bonafede non è in grado di rispondere a questa esigenza".
Cosa intende?
"Quando ho visto la riforma, mi sono chiesta dove fosse effettivamente. È astratta, un libro fatto di pagine bianche, non indica soluzioni. Non è un caso che il Pd non abbia dato il via libera. Per me è chiaro il retro-pensiero che fa da sfondo a questa riforma".
Cioè?
"L'obiettivo è mettere in campo una serie di norme sul patteggiamento e altri riti speciali, formule processuali per svuotare la pena, eliminare i dibattimenti. Noi della Lega ci batteremo perché ciò non avvenga. Siamo convinti che il dibattimento sia essenziale per accertare la responsabilità e lotteremo fino in fondo per la certezza della pena".
A marzo, alla ripresa dell'esame del suo ddl alla Camera, in un tweet, poi cancellato, lei scrisse: "Così si può appurare se si ha a che fare con una isterica o con una donna in pericolo di vita e in tal caso salvarla". Oggi lo scriverebbe ancora? Anche così, si avvalorano stereotipi che ancora resistono sulle donne, o no?
"Se è stato cancellato è assai probabile non lo avessi scritto io. Sono espressioni che non utilizzo, quel tipo di linguaggio non mi appartiene. Di certo, con il Codice rosso, il pubblico ministero ha a disposizione una sorta di filtro dell'urgenza: può verificare, in tempi rapidi, se la violenza denunciata è particolarmente grave da richiedere un intervento immediato".
Con l'allora sottosegretario alle Pari Opportunità, il Cinque Stelle Spadafora, avevate previsto un fondo "anti ostaggio" per le donne che vogliono allontanarsi temporaneamente dall'abitazione e non andare nelle case rifugio. Che ne è stato, ora che Spadafora è ministro del Governo col Pd?
"Spero che quel fondo non sia stato toccato, mi auguro che Spadafora, persona seria, non si sia fatto sfuggire quel denaro. Indicazioni certe non posso darne, essendo la Lega fuori dall'esecutivo".
A proposito della Lega, lei si è battuta contro l'omofobia e per le unioni civili omosessuali. Come si trova in un partito in cui c'è l'ex ministro Fontana che ha sostenuto che le famiglie Arcobaleno non esistono?
"Fontana viene descritto come un mostro e anch'io, prima di conoscerlo, pensavo avesse posizioni molto distanti dalle mie. Fermo restando che nello stesso partito possono esserci punti di vista diversi. È stato travolto da critiche ingiuste, gli sono stati attribuiti virgolettati su dichiarazioni mai rese, io preferisco commentare il vero Fontana. Ma posso dirle una cosa?".
Prego.
"Nella Lega mi trovo meglio di quanto avessi mai potuto immaginare".
Salvini, però, ha preso le distanze dalle adozioni omo-genitoriali. Nel suo partito c'è chi ha sferrato attacchi pesantissimi contro la legge 194. E c'è il senatore Pillon, col suo ddl, testo al quale lei stessa non ha risparmiato critiche e obiezioni.
"Quando, prima ancora che mi candidassi con la Lega, gli ho detto che avrei voluto presentare la legge del Codice Rosso, Salvini ha immediatamente telefonato i leader degli altri principali partiti per parlare loro dell'iniziativa. Così, ancor prima che iniziasse la legislatura, io sapevo già che Martina, Berlusconi e Di Maio su questo erano d'accordo. Salvini è un uomo che fa fatti concreti. Per me contano quelli".
E la sua contrarietà al ddl Pillon?
"È vero che quella proposta conteneva una serie di disposizioni che non condividevo. Ne abbiamo parlato nelle sedi naturali, ossia nei gruppi del partito. Significherà qualcosa se non è diventata legge, no?".
Ecco, che significa? Non l'ha archiviato il nuovo Governo?
"Il ddl Pillon non è andato avanti perché noi abbiamo deciso che non era una priorità. Non lasciamo ad altri meriti che non hanno".
La ministra Bonetti ha promesso 30 milioni di euro alle Regioni per i centri antiviolenza, annunciato un progetto di micro-credito per aiutare le donne vittime a recuperare la loro autonomia, il ministro Gualtieri 12 milioni di euro per supportare gli orfani di femminicidio. Misure efficaci secondo lei?
"Le iniziative che sostengono donne e bambini vittime di violenza sono sempre positive. Non sentirà mai da parte mia critiche sulla base dell'appartenenza partitica. Non mi interessano i colori politici, la battaglia contro la violenza di genere è una grande battaglia culturale, di valori".
Da ministra lei ha firmato una direttiva che impone all'amministrazione pubblica di utilizzare in tutti i documenti di lavoro termini non discriminatori. Poco dopo il via libera al Codice rosso assicurava: "Il mio impegno a favore delle donne non finisce certo qui". Cosa ha in mente?
"A quella direttiva tengo molto perché è un altro segno concreto della mia battaglia. Con "Doppia Difesa", io e Michelle presenteremo a breve un nuovo programma, che parte dall'educazione nelle scuole. Vedremo se quando la Lega tornerà al Governo su questa iniziativa potremo incentrare un'altra norma. Abbiamo già dimostrato di essere capaci di trasformare in leggi idee e proposte nate fuori dal Parlamento. Con il Codice rosso ci siamo riusciti".
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 28 novembre 2019
A Bologna e a Roma, in Liguria e in Basilicata: tante storie non sarebbero finite nel nulla con lo stop dopo il primo grado. La salvifica prescrizione per imputati colpevoli non fa avere giustizia sul fronte penale, neppure a tanti cittadini comuni vittime di malasanità o ai familiari di pazienti morti. Sia l'omicidio colposo sia le lesioni personali gravissime colpose hanno come termine di prescrizione 7 anni e 6 mesi.
Ma il Pd, come gli avvocati penalisti, fanno ancora barricate contro il blocco dopo il primo grado. Per esempio, gli accertamenti delle responsabilità nell'ambito delle colpe mediche sono molto difficili, i tempi delle perizie lunghissime e così la tagliola della prescrizione è spesso garantita.
Da Nord a Sud. A Bologna, Daniela Lanzoni è morta di setticemia dopo l'asportazione di un rene sano a soli 54 anni. Lei ha perso la vita in questo modo assurdo mentre gli imputati del Policlinico Sant'Orsola, accusati di omicidio colposo, l'hanno fatta franca grazie alla prescrizione dichiarata al processo d'appello, il 25 ottobre 2016. La donna è morta il 27 settembre 2007, due giorni dopo l'inutile operazione eseguita per un incredibile scambio di cartelle cliniche: una Tac e un altro referto intestato a una paziente con lo stesso cognome ma più vecchia di ben 32 anni hanno portato i medici ad asportarle un rene perfettamente funzionante. In primo grado era stato condannato a un anno e 10 mesi l'ex primario di Urologia Giuseppe Severini, imputato oltre che per omicidio colposo anche per falso.
Il tecnico radiologo Stefano Chiari era stato condannato per omicidio colposo a l anno. Il Sant'Orsola si era costituito parte civile così come i familiari della vittima, risarciti. In Liguria, Valentina, studentessa di 19 anni, è morta per un aneurisma cerebrale nel dicembre 2005 all'ospedale Santa Corona di Pietra Ligure. Due medici dell'ospedale di Savona furono condannati in primo grado rispettivamente a 1 anno e a 8 mesi per omicidio colposo per non aver eseguito degli esami specifici che avrebbero potuto salvare la vita della ragazza. In Appello, i giudici di Genova, il 25 marzo 2014, hanno dichiarato prescritto il reato.
Nel 2010, al Fatebenefratelli di Roma, per setticemia post intervento muore Dragana Zivanovic, ricercatrice, 40 anni. Durante l'operazione, un sondino difettoso aveva messo in circolo liquidi infetti. Un fatto sottovalutato che ha provocato la morte della donna. Nel 2018 viene condannato a 8 mesi l'endoscopista che aveva usato il sondino difettoso. Ottavio Bassi. Solo nel 2016 invece, si arriva a celebrare l'udienza preliminare per il procedimento parallelo a carico di 5 medici imputati per non aver diagnosticato l'infezione.
Il primo grado comincia a febbraio2017 e un anno fa il reato è stato prescritto. Imputati salvi. È inchiodato su una sedia a rotelle Giuseppe Locaso, 46 anni, di Marconia di Pisticci, in Basilicata. La pena a vita, per la vittima, è dovuta a una diagnosi sbagliata, nel 2004, all'ospedale "Madonna delle Grazie" di Matera. Reato prescritto in primo grado, dopo 8 anni, per i medici imputati di lesioni gravissime colpose. Giuseppe Locaso aveva un ematoma diagnosticato troppo tardi all'ospedale materano e così il paziente ha subito la lesione del midollo spinale che lo costringe a vivere sulla carrozzella.
Doveva essere un intervento di routine e si è trasformato in tragedia a vita per la paziente. Nessuna conseguenza per il responsabile. A Bari, in una clinica privata, a fine 2007,unadonnadi 63 anni è rimasta paraplegica dopo un'operazione per un'ernia del disco. Il neurochirurgo imputato per lesioni colpose gravissime è stato salvato dalla prescrizione in Appello, nel 2015. Ma in questo Paese, dove la prescrizione scorre dalla consumazione del reato e non dalla sua scoperta, può finire in nulla anche un processo per un reato mostruoso come quello di stupro nei confronti di una bambina.
Certo, è un esempio estremo, ma è accaduto perché pur essendo i tempi di prescrizione, in astratto, lunghi (17 anni e 6 mesi per violenza sessuale su minore di 10 anni, 15 anni su minore sopra i 10 anni) quando i fatti sono sul tavolo di un magistrato sono di solito passati molti anni. Infatti, a fine ottobre 2017, la Corte d'appello di Venezia ha dichiarato la prescrizione del reato di violenza sessuale commesso da un uomo che aveva abusato di sua figlia oltre vent'anni fa, quando aveva appena 8 anni.
Molti anni dopo, la vittima ha trovato il coraggio di denunciare anche grazie all'aiuto della madre, dei fratelli e del fidanzato. Il padre stupratore, in primo grado, era stato condannato dal tribunale di Treviso a 10 anni. Due anni fa, la prescrizione lo salva anche perché nel frattempo la Cassazione a Sezioni Unite aveva annullato l'allungamento del termine di prescrizione previsto nel caso delle cosiddette "aggravanti a effetto speciale", riconosciute in casi del genere. Ma è ovvio che se ci fosse stato il blocco della prescrizione almeno in primo grado, il padre stupratore sarebbe andato in carcere.
di Ilaria Proietti
Il Fatto Quotidiano, 28 novembre 2019
Il Pd, da ieri, è più ottimista di raggiungere un accordo sulla prescrizione con gli alleati di governo del Movimento 5 stelle. Anche se la cautela è d'obbligo e si tratta con la pistola sul tavolo. Ma lasciano ben sperare le aperture pentastellate sulla modifica alle norme sulle cosiddette manette agli evasori contenute nel decreto Fiscale.
Che per i dem possono e devono essere riviste, limitando le pene più severe ai soli reati fraudolenti. S e ne è parlato in tarda mattinata nel corso di un vertice di maggioranza al Tesoro con il ministro dell'Economia Gualtieri e alla fine erano tutti d'accordo sul rivedere le norme sulla confisca allargata limitandola solo alle condotte che non siano esenti dal dolo specifico. E pure a limare le pene, rispetto a quanto previsto originariamente, per alcune fattispecie sanzionate dal decreto Fiscale ora all'esame del Parlamento.
E così la giornata si è fatta carica di speranze di essere vicini al punto di caduta per un possibile accordo anche in materia di prescrizione. "Le nuove norme potranno tranquillamente entrare in vigore da gennaio come previsto. Ma a patto che, nel frattempo, nel ddl Bonafede sul processo penale vengano inseriti alcuni paletti", spiega Alfredo Bazoli, capogruppo del Pd in Commissione Giustizia alla Camera.
Quali paletti è presto detto: che si tenga distinta la questione della prescrizione del reato (cioè la prescrizione sostanziale) e quella processuale. O, in alternativa che, come in altri Paesi come la Germania, che siano previsti sconti di pena nel caso in cui i tempi della giustizia siano stati troppo lunghi. Ma si batte prevalentemente sulla prima ipotesi. "Che - spiega ancora Bazoli - consentirebbe di far convivere il blocco della decorrenza dei termini della prescrizione sostanziale su cui spingono i 5 Stelle, con la nostra esigenza che vengano specificati i termini passati inutilmente i quali il processo si estingue".
Ma bisogna tornare a parlarsi per mettere nero su bianco una normativa che tenga insieme le esigenze di tutti. Perché, per esempio, di decadenza processuale i 5 Stelle non vogliono sentir parlare e non da ora. Già quando l'alleato di governo era la Lega, alle profferte di questa natura formulate da Giulia Bongiorno per conto di Matteo Salvini, si disse chiaramente di no. Ma tutto sommato, alla possibilità che alla fine, con un accordo politico, si possano appianare le questioni di natura più squisitamente giuridica, si guarda con ottimismo dal Nazareno.
"Il tema non è la prescrizione, ma il processo e la necessità di garantire un equilibrio dei tempi", scandisce il vicesegretario dem, Andrea Orlando. Che ieri mattina incontrando alla Camera il professor Guido Alpa - il "maestro" dell'attuale presidente del Consiglio, che era lì per un convegno nella Sala della Regina- è stato folgorato dai suoi ragionamenti sull'esigenza di abbinare lo stop alla prescrizione a un processo che abbia tempi ragionevoli. "Che poi - sottolinea Orlando - è quello che ha detto anche il presidente Conte quando si dice convinto che alla fine si riuscirà a trovare un compromesso accettabile".
Anche per i 5 Stelle che sono parsi più possibilisti rispetto al muro contro muro degli ultimi giorni con i dem: il Guardasigilli Alfonso Bonafede ieri ha teso la mano. "Sono convinto che troveremo una soluzione, nell'interesse dei cittadini, investendo sulla riforma del processo penale", ha detto, pur ribadendo un no secco a qualunque tipo di rinvio dello stop della decorrenza dei termini a partire dalla sentenza di primo grado da gennaio, perché "è una conquista di civiltà".
L'impressione, insomma, è che nessuno voglia far saltare il tavolo. Oggi alla riunione dei capigruppo a Montecitorio, il Pd non appoggerà la richiesta di Forza Italia di calendarizzare con la massima urgenza in aula il disegno di legge di Enrico Costa, che cancella con un tratto di penna le norme che entreranno in vigore in gennaio. Un ramoscello d'ulivo a cui, si spera, possa seguire un segnale dal ministro della Giustizia in tempi molto contenuti.
Ossia prima che il ddl forzista venga incardinato in commissione e poi trattato in aula: una finestra temporale di un paio di settimane o tre che al Pd servirà per capire se i 5 Stelle puntano sul serio all'accordo oppure no. Se salta tutto, come spera Forza Italia, la soluzione per i dem potrà essere una sola.
"Votare il mio disegno di legge che, cancellando le norme volute da Bonafede, fa rivivere automaticamente quelle in materia di prescrizione volute dall'allora Guardasigilli dem Orlando. A quel punto - spiega Costa - con quale faccia il Pd dirà che la sua stessa legge non va più bene?".
di Cesare Maffi
Italia Oggi, 28 novembre 2019
Chi viene indagato o è colpevole e sarà condannato, o ce la farà per il rotto della cuffia. L'offensiva giudiziaria contro la fondazione renziana Open, inusitata per dimensioni, ha mandato in estasi sia i giustizialisti (capeggiati, more solito, dalla coppia Fatto-Repubblica), sia gli avversari di Matteo Renzi (per restare nella stampa, La Verità).
Beninteso, la circostanza è stata sfruttata, con immediatezza, da titolati nemici del fondatore di Italia Viva, su tutti Luigi Di Maio, il quale ha così trovato la ghiotta occasione per abbinare la propria vocazione manettara con l'insofferenza per l'anti-grillismo praticato (oggi, beninteso) da Renzi. È indubbio che riesce difficile, se non impossibile, difendersi da un simile assalto di pubblici ministeri, sostenuti da mezzi di comunicazione aprioristicamente schierati e, in certa misura, avvantaggiati dal ricordo di Tangentopoli.
Quali che siano le ricostruzioni storiche della vicenda giudiziaria che, in concreto, affossò la Prima repubblica, non si può negare che Tangentopoli fu un fenomeno popolare, che ancora serba un fascino destando rimpianti. Basterebbe ricordare il livello di stima diffusa raggiunto da Antonio Di Pietro, venerato come fosse stato madre Teresa di Calcutta, per capire come ancor oggi le notizie circolanti (finanziamento illecito ai partiti, traffico d'influenze, ossia un reato evanescente) sono comunemente tradotte in corruzione, truffa e peggio.
La reazione immediata di molti, bisognerebbe dire di troppi, è: se questi personaggi sono indicati, vuol dire che sono colpevoli. Non soltanto si pensa all'immagine, che ritorna più volte in Agatha Christie, del "non c'è fumo senza fuoco", ma si crede alla colpevolezza generale. Non esistono innocenti: chi viene indagato o è colpevole e sarà condannato, o è colpevole ma per sua fortuna sarà dichiarato innocente.
Renzi si trova in un oggettivo guaio. Non è mai stato un giustizialista, anche se qualche pecca non proprio insignificante l'ha rivelata, come quando diede una mano alla decadenza di Silvio Berlusconi dalla carica parlamentare. Adesso come può difendersi? Se addita, come dopo qualche incertezza ha fatto, gli inquirenti come magistrati che non da oggi s'intestardiscono contro di lui, la famiglia, gli amici, rischia di passare come il solito politico preso con le mani nel sacco che non trova di meglio che lanciare accuse per teorici pregiudizi a chi, invece, svolge la propria attività in nome della Giustizia (con la maiuscola, beninteso). Può soltanto rimandare agli esiti processuali, il che significa attendere anni, nell'incertezza poi del giudizio ultimo.
Non solo: quand'anche tutto si risolvesse bene per lui, in tempi brevi, rimarrebbe per l'eternità il bollo d'infamia sugli odierni indagati. Per anni e anni ciascuno di loro sarà marchiato con l'epiteto di "coinvolto nel procedimento Open", così da far capire o che ha commesso un reato o che se l'è cavata pur essendo responsabile di pesanti accuse.
di Giampaolo Cassitta
La Nuova Sardegna, 28 novembre 2019
È un stato omicidio. Lo sapevamo. Ci son voluti dieci anni per cristallizzare (almeno nella condanna di primo grado) un reato commesso all'interno di una caserma di carabinieri. Stefano Cucchi non è morto per aver assunto "droghe", non è morto perché rifiutava la terapia.
Non è morto neppure perché era cafone, rompiscatole, paranoico come alcuni detenuti quando si presentano nelle infermerie. È morto perché è stato selvaggiamente pestato e quelle lesioni sono servite a farlo morire. Gli hanno cercato l'anima a forza di botte.
Lo Stato ha vinto e ha perso. Questa prima condanna restituisce la speranza a chi si era rivolto quasi con disperazione alla giustizia: i familiari di Stefano, con la sorella Ilaria in prima linea. Ha vinto perché ha avuto il coraggio di ripartire dopo gli errori di processi sbagliati, di condanne errate e di una narrazione completamente "storpiata" da uomini che lo rappresentavano. Qui lo Stato ha perduto. È sceso negli inferi, ha camminato nella menzogna, nella paura, ha voluto fortemente nascondere la verità, depistare le indagini, ha fatto finta - e lo ha fatto per anni - che tutto fosse chiaro o che tutto fosse complicato e che, in fondo, un tossicodipendente non poteva avere la stessa dignità di medici e di carabinieri. C'è voluta tutta la forza, l'amore, la cocciutaggine, la passione di Ilaria Cucchi, la sorella che tutti vorrebbero avere vicino, la Giovanna d'Arco che ha sfidato i silenzi, i tentativi di annacquare la verità. Lo ha fatto insieme a un altro piccolo grande cocciuto: Luigi Manconi.
Lui, con l'associazione a buon diritto, lui senatore testardo e mirabile difensore delle ingiustizie, lui sardo e orgoglioso, sociologo attento e passionevole. Lui e Ilaria hanno macinato parole per anni, hanno cavalcato strade impervie, gonfie di curve e piene di cartelli con la scritta "divieti d'accesso". Stefano Cucchi era un punto importante. Non era una partenza o un arrivo ma era- doveva essere - la dimostrazione che lo Stato non si vendica e protegge i cittadini: tutti i cittadini sono uguali davanti alla Legge.
Stefano ha gridato per anni senza essere ascoltato se non da pochissime persone. Un piccolo drappo di parlamentari: Emma Bonino, Rita Bernardini e Marco Perduca su tutti. Anche un altro deputato sardo del Pd, Guido Melis, si interessò a Cucchi e ne ricordo la sua voglia di arrivare a una verità, a una giustizia equa, chiara. Tutti ad aspettare la risposta che pareva non dovesse giungere mai, una risposta a quel corpo straziato, lacerato e dimenticato.
Quel corpo che nessuno ha osservato, ha interrogato, ha contemplato. Quel corpo inerme che da un carcere è finito all'ospedale senza troppe domande, con troppa velocità e poca mestizia, con troppa superficialità e molta fretta. È un tossicodipendente, un rompiscatole, uno che se l'ha cercata. Tutto orrendamente scritto, tutto terribilmente già vissuto. Stefano Cucchi è morto molte volte. Troppe. È morto dentro le prime condanne a dei poliziotti penitenziari e a un dirigente del Ministero della Giustizia completamente estranei.
È morto nei verbali scritti dai carabinieri e avvallati dai superiori. È morto quando i rappresentanti dell'arma hanno negato davanti a un tribunale - e quindi davanti al popolo - che loro non sapevano, che non ricordavano e che, in fondo, si trattava di un tossicodipendente. Uno abituato a essere "fuori". E non era così. Ma Stefano Cucchi è morto anche quando i politici ci hanno ricamato sopra, quando gli hater hanno insultato Ilaria, il padre.
Quando hanno avuto compassione per la madre. È morto tutte le volte che ognuno di noi ha pensato che sono cose normali, che capitano solo a chi se le va a cercare. È morto quando anche noi, tutti noi, abbiamo provato a lasciar perdere, che son cose che si superano. Gli hanno cercato l'anima a forza di botte e adesso, dopo questa prima condanna, quell'anima, forse, ha lanciato un debole e forte sorriso. Non a noi, ma a sua sorella Ilaria e a Luigi Manconi sì.
di Andrea Tornago
La Repubblica, 28 novembre 2019
La famiglia respinge l'archiviazione del caso: "Nessuna impronta sulla pistola o sangue, serve una superperizia". "Per la Procura il caso è chiuso, l'hanno scritto già due volte. Lo Stato che mia figlia serviva, non vuole dirmi com'è morta Sissi".
Non si dà pace Salvatore, il padre di Maria Teresa Trovato Mazza, detta "Sissi". Atleta e poliziotta penitenziaria di origini calabresi, 27 anni, cresciuta nell'esercito, prestava servizio nel carcere femminile della Giudecca quando il 10 novembre 2016 è stata trovata riversa a terra in un ascensore dell'ospedale Civile di Venezia, con la testa devastata da un proiettile calibro 9.
Per il pm veneziano Elisabetta Spigarelli non ci sono dubbi: l'agente ha tentato di togliersi la vita "senza il coinvolgimento di terzi", rivolgendo la pistola d'ordinanza contro se stessa. Ma il padre Salvatore Trovato Mazza, la madre Caterina e i famigliari sono convinti che non sia stata Sissi a sparare.
Quel giorno l'agente Trovato Mazza doveva controllare una detenuta che aveva partorito ed era ricoverata nel reparto di pediatria dell'ospedale veneziano. Le immagini delle telecamere di sorveglianza la riprendono mentre si trattiene nei pressi delle scale come se stesse aspettando qualcuno. Si dirige verso l'ascensore, un punto non coperto dal raggio della telecamera, dove succede tutto in pochi istanti.
Due minuti di buio, poi il corpo viene trovato da una passante. Nell'ottobre del 2018 i rilievi avanzati dai legali della famiglia, supportati da autorevoli periti, hanno convinto il giudice a ordinare nuove indagini, al termine delle quali la Procura ha chiesto nuovamente l'archiviazione.
Qualche giorno fa l'avvocato dei Trovato Mazza, Girolamo Albanese, ha depositato una seconda opposizione chiedendo alla magistratura di scavare più a fondo: la speranza è che il giudice ordini una superperizia. Perché se di suicidio si è trattato, quello dell'agente Sissi sembra un suicidio impossibile. Il foro di entrata del proiettile si trova in un punto strano del capo, più vicino alla nuca che alla tempia, non proprio la zona scelta da chi si punta una pistola alla testa.
E l'arma che ha sparato, la Beretta d'ordinanza, viene ritrovata completamente priva di impronte digitali e ancora in mano alla poliziotta, nonostante il rinculo e le gravissimi lesioni provocate dal proiettile rendessero quasi impossibile trattenerla. C'è poi il dato più pesante: l'assenza di tracce ematiche sulla punta della pistola, "un evento insolito" anche secondo la Procura, considerato che il sangue viene riscontrato "nel 75% dei casi" di colpi sparati a contatto o a bruciapelo.
Secondo i consulenti di parte sarebbero immacolati anche il polsino e la manica destra di Sissi, che rientrano in quella zona che gli esperti chiamano di "back-spatter", dove dovrebbero depositarsi le gocce di sangue e i frammenti provocati dall'entrata del proiettile: "Una contraddizione insuperabile rispetto alla tesi del suicidio", si spinge a sostenere il generale dei carabinieri Luciano Garofano, biologo ed ex comandante del Ris di Parma, che ha accettato di dare il suo contributo al pool di esperti ingaggiati dalla famiglia.
Cos'è successo dunque all'agente Sissi Trovato Mazza? Resta un giallo. Anche perché le indagini presentano lacune irreparabili, come la decisione dei medici legali di non sbendare la testa per verificare la lesione e di rimandare l'esame a un mese dopo, quando ormai sulla poliziotta era stato eseguito un invasivo intervento neurochirurgico.
"Ma le pare normale che un genitore debba cercare di dimostrare scientificamente che sua figlia non si è sparata da sola? Nessuno vuole parlare con noi - denuncia il padre Salvatore. Per lo Stato il caso è chiuso. Cosa c'è dietro? Che cos'è questo muro?".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 28 novembre 2019
Bancarotta fraudolenta e autoriciclaggio per l'imprenditore che distrae circa 3 milioni di euro da due società fallite, di cui era amministratore, per poi impiegarli all'estero per avviare altre attività. Il tutto distruggendo le scritture contabili per impedire di ricostruire le vicende societarie, denunciandone falsamente il furto.
La Cassazione, con la sentenza 48244, conferma la custodia in carcere, respingendo la richiesta dei domiciliari, considerati non idonei, neppure se presidiati dal braccialetto elettronico, a scongiurare il rischio di contatti con terzi, di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove. Per la Suprema corte legittimamente il tribunale del riesame ha affermato i pericoli ritenendo ininfluente sia il fatto che le società gestite dal ricorrente fossero fallite, sia che i suoi beni fossero sottoposti ad un sequestro del quale, tra l'altro, non era nota l'estensione.
Ad avviso dei giudici la reiterazione dei reati come quelli oggetto del procedimento, non richiede affatto l'impiego dei grossi mezzi che l'imputato negava di avere. Lo stesso vale per il rischio di inquinamento delle prove, perché l'occultamento o la distruzione della documentazione contabile non hanno consentito agli inquirenti di acquisire tutti gli atti necessari al dibattimento.
Non è abbastanza per negare il rischio di fuga neppure la circostanza che dopo il trasferimento all'estero, il ricorrente abbia continuato a frequentare l'Italia, certo non per sottostare alla giustizia interna, costretta a ricorrere ad un mandato d'arresto europeo, per ottenere la consegna per farlo rientrare.
I giudici danno un peso anche alla destrezza con la quale l'imprenditore si muoveva nel contesto sovranazionale, riprendendo all'estero l'esercizio di attività dismesse in Italia con capitali sottratti a società italiane. Uno scopo ottenuto occultando, prima del trasferimento oltreconfine, ogni traccia della sua attività illecita e chiedendo alla segretaria di custodire il personal computer della società e un quaderno con tutti i dati utili ad accedere ai conti correnti bancari.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 28 novembre 2019
Obbligo di motivazione rafforzata per il giudice che integra il programma di messa alla prova elaborato, d'intesa con l'imputato, dall'ufficio esecuzione penale esterna (Uepe). La sentenza 48258/2019 di Cassazione, in considerazione della inevitabile componente afflittiva dell'istituto, fissa dei rigidi paletti per il giudice che inserisce nel programma la durata del lavoro di pubblica utilità, nello specifico fissato nella misura massima di due anni.
La decisione non può essere presa senza una puntuale motivazione. Non basta dunque un generico richiamo ai criteri fissati dall'articolo 133 del Codice penale che, per la valutazione della congruità della pena, fa riferimento alla gravità del reato considerando più variabili. La giustificazione deve tenere in debito conto le particolarità del singolo caso. La Suprema corte ricorda che nell'elaborazione dell'Uepe ci sono indicazioni piuttosto dettagliate sulle modalità di coinvolgimento dell'imputato e dei suoi familiari nel processo di reinserimento sociale, così come sui comportamenti da tenere anche rispetto al lavoro di pubblica utilità o di volontariato.
Nelle norme del codice di procedura penale che regolano la messa alla prova c'è però una vistosa lacuna: al giudice non vengono indicati i criteri da seguire per valutare durata e intensità della pena. Dagli articoli si evince la durata: dai 10 giorni a un tetto che coincide con i termini massimi di sospensione del processo, uno o due anni a seconda della pena edittale.
Restano dunque da individuare indici di commisurazione sufficientemente certi. E allo scopo non sono utili i criteri dettati per il lavoro gratuito sostitutivo della pena detentiva, sia perché la messa alla prova scatta anche per i reati puniti con sanzione esclusivamente pecuniaria, sia perché manca una condanna da usare come parametro.
Per la Suprema corte la via più affidabile, e in linea con le indicazioni della Consulta, sta nell'applicazione analogica degli indici dettati dall'articolo 133 del Codice penale, "con una prospettiva che tenga conto ad un tempo: della valutazione virtuale della gravità concreta del reato e del quantum di colpevolezza dell'imputato, nonché della sua necessità di risocializzazione".
A queste considerazioni va aggiunto che il quadro normativo non fissa un confine rigido tra il programma di trattamento Uepe e il provvedimento con il quale il giudice dispone la messa alla prova. Non si precisa se la durata del lavoro di pubblica utilità debba essere fissata nel primo o nel secondo atto.
Una differenza che comporta un diverso obbligo di motivazione. Se il programma, accettato dall'imputato, indica la durata del lavoro, il giudice si può limitare a un giudizio di congruità. Ma se la durata non c'è ed è il giudice a stabilirla, l'obbligo di motivazione è rafforzato: non può essere un richiamo generico alla gravità del reato ma deve tenere conto delle peculiarità del caso. Nello specifico i due anni sono stati fissati nel massimo senza adeguata motivazione e senza considerare il risarcimento del danno e le attenuanti generiche. L'ordinanza è annullata e il giudice del rinvio dovrà tenere conto dei principi dettati dalla Cassazione.
di Pietro Alessio Palumbo
Il Sole 24 Ore, 28 novembre 2019
Corte di Cassazione - Sezione V - Sentenza 7 novembre 2019 n. 45369. La sentenza è per sua natura atto che può circolare solo in copia, restando l'originale allegato a raccolta. Ne discende che la trasmissione della stessa, accompagnata dalla prospettazione di conformità all'originale in conseguenza della simulata celebrazione del giudizio, si manifesta idonea a ledere il pubblico affidamento.
È irrilevante la circostanza di fatto legata alla materiale esistenza o meno dell'atto "originale" rispetto al quale dovrebbe operarsi il raffronto comparativo con la copia, perché l'attività falsificatoria effettuata con la modalità della contraffazione assume come riferimento non tanto la copia in sé, quanto il falso contenuto dichiarativo o di attestazione, apparentemente mostrato dalla copia formata ed esibita. Con la recente sentenza n°45369/2019 la Corte di Cassazione affronta la questione concentrando il fuoco di lettura sugli elementi concreti della condotta di chi fabbrica, poi trasmette, un provvedimento fittizio.
La vicenda processuale - La Corte di Appello in parziale riforma della decisione del Tribunale di primo grado che aveva affermato la responsabilità penale di un avvocato per il delitto di falso materiale in atto pubblico e falso ideologico commesso dal privato in riferimento alla formazione di una falsa sentenza, riqualificava il fatto come falso materiale commesso da pubblico ufficiale in copie autentiche di atti pubblici.
Dal che l'imputato formulava ricorso per Cassazione deducendo erronea applicazione della legge penale e della legge processuale in riferimento all'inesistenza dell'atto che si assumeva falso, consistente nella mera creazione di una sentenza civile relativa ad una causa mai instaurata, trasmessa alla parte e priva di attestazione di conformità, con conseguente esclusione dell'ipotesi di reato. Inoltre a suo dire la sentenza era viziata in motivazione in considerazione dei rapporti correnti tra lui e la persona offesa, nipote della sua compagna, che escludevano la finalizzazione del falso all'inganno a terzi, riconducendone la causale a mere ragioni di opportunità familiare con conseguente eccessiva determinazione della provvisionale in favore della parte civile.
La decisione e il principio di diritto - Secondo la Cassazione è erronea la qualificazione giuridica attribuita dalla Corte territoriale alla fattispecie in disamina, in cui è stata trasmessa a mezzo posta elettronica, una mera copia di sentenza, non corredata da attestazioni di conformità. Trattasi dunque del falso dell'atto trasmesso e non già di una inesistente dichiarazione di conformità della sentenza all'originale. In altre parole, secondo la Cassazione, la formazione della copia di un atto inesistente non integra il reato di falsità materiale, salvo che la copia assuma l'apparenza di un atto originale.
A ben vedere lo stesso soggetto che produce la copia deve compiere anche un'attività di contraffazione che vada a incidere materialmente sui tratti caratterizzanti il documento in tal modo prodotto, attribuendogli una parvenza di originalità, così da farlo sembrare, per la presenza di determinati requisiti formali e sostanziali, un provvedimento originale o la copia conforme, originale, di un tale atto, ovvero una copia comunque documentativa dell'esistenza di un atto corrispondente. La volontà di ingannare la fede pubblica, in tal modo, si realizza attraverso un comportamento inquadrabile nell'ipotesi di falso per contraffazione poiché almeno apparentemente creativo di un atto originale in realtà inesistente, sì da determinarne oggettivamente, nelle intenzioni dell'agente, un'apparenza esterna d'originalità.
Deve pertanto affermarsi che ai fini della rilevanza penale del falso in fotocopia di un atto, non importa se esistente o meno, rilevi oltre all'idoneità del documento di accreditarsi come corrispondente a un originale, l'intenzione dell'agente che quell'atto utilizzi per ingannare la fede pubblica, proponendolo come originale e conforme all'autentico secondo le circostanze del contesto concreto.
Secondo la Cassazione nel caso in esame, non vi è dubbio che la falsa sentenza, trasmessa via mail alla persona offesa, sia stata accreditata come corrispondente all'inesistente originale, tanto in riferimento alla qualità di avvocato del mittente, che alle ulteriori circostanze rappresentate alla persona offesa in merito all'iscrizione della causa, al suo andamento ed all'assicurazione del suo esito, che la copia intendeva asseverare.
Segnatamente, anche l'assenza di un fine di arricchimento lascia del tutto impregiudicata la modalità ingannatoria che la trasmissione dell'atto falso intende accreditare, qualora il contesto è caratterizzato da menzogna. Di talché costituisce falso punibile, in riferimento alle circostanze di fatto, la formazione della copia di una sentenza inesistente, quando la stessa assuma l'apparenza di una riproduzione di atto originale per sua natura non soggetto a circolazione.
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