di Carlo Nordio
Il Messaggero, 27 novembre 2019
Quando, un anno fa, il Parlamento approvò la Legge che sospendeva la prescrizione dopo la sentenza- di primo grado, il governo promise solennemente che la sua entrata in vigore, differita al 1 Gennaio 2020, sarebbe stata accompagnata da una radicale riforma volta ad accelerare il processo penale.
All'epoca lo definimmo un vasto e utopistico programma, perché la riscrittura di un codice richiede tempi di preparazione e di discussione incompatibili con quelli ipotizzati. Ma, in teoria, un programma coerente, perché se davvero la sospensione della prescrizione fosse subordinata ad un' effettiva velocizzazione dei processi il problema sarebbe risolto da sé: i reati non si prescriverebbero più per il semplice motivo che verrebbero accertati e puniti in tempi brevi.
I primi dubbi sulla sincerità di quella promessa erano già sorti quando era stato respinto un emendamento dell'on. Bartolozzi, volto a collegare le due riforme promulgandole insieme, come sarebbe stato ragionevole.
Ma il governo ribadì che, anche se approvati in momenti differenti, i due provvedimenti sarebbero stati, alla fine, simultanei: insieme stanno, o insieme cadono. E le perplessità aumentarono. Caduto il governo di allora, della riforma del processo non si è più sentito parlare, se non in termini generici e con intenzioni cartacee, intendendosi per tali le norme che impongono, sulla carta, la riduzione dei tempi senza apprestare le idonee strutture organizzative e ordinamentali.
In conclusione, tra un mese il mostro giuridico della prescrizione entrerà in vigore, e i processi continueranno a durare un'eternità. Questa anomalia, come abbiamo detto più volte, confliggerà con il diritto dell'imputato a una durata ragionevole del giudizio, e con quello delle vittime a un sollecito risarcimento, che avviene solo con la sentenza definitiva.
Un colossale pasticcio contro il quale hanno protestato, una volta tanto uniti, avvocati, magistrati, e, cosa ancor più singolare, la destra e la sinistra. Si, la sinistra, perché il Pd, allora come oggi, ha manifestato e continua a manifestare il suo dissenso, chiedendo il rinvio di questa sciagurata novità.
Oggi tuttavia il Pd è al governo. E qui si impongono due considerazioni La prima. I protagonisti di questa singolare vicenda stanno ancora lì. Il presidente Conte e il ministro della Giustizia Bonafede sono gli stessi che un anno fa si impegnarono alla contestualità dei due progetti, e tuttavia sembrano smentire sé stessi. Perché di fronte alla recente richiesta dell'opposizione di un decreto legge che rinvii la riforma della prescrizione hanno dichiarato che intanto si proceda, e poi quella del processo verrà da sé.
Per dirla in linguaggio accademico, il simul stabunt simul cadent è stato sostituito da un rozzo exequatur. Che in termini brutali significa: arrangiatevi con quello che avete, e andate in Russia con le scarpe di cartone. Ora, benché la politica non sia necessariamente l'arte della lealtà e della coerenza, Conte e Bonafede dovranno pur dare una spiegazione di questo voltafaccia. La daranno, e saranno convincenti? Vedremo.
La seconda. Il Pd un anno fa non era al governo. Ma sarebbe assurdo se cercasse di cavarsela chiamandosi fuori dalla responsabilità di un simile imbroglio. Perché, e questo rende onore alla sua componente garantista, si è sempre opposto a una riforma così smaccatamente giacobina. Ora sta a lui se accogliere la proposta dell'opposizione rinviandone l'entrata in vigore, o adeguarsi al diktat grillino smentendo sé stesso e i suoi esponenti più autorevoli, primo fra tutti l'ex ministro della giustizia Orlando.
È vero che sinora ha ingoiato numerosi bocconi amari, ma questo sembra addirittura indigesto e forse avvelenato. Il Pd ha una solida tradizione di cultura politica, e non si affida a slogan emotivi come i suoi soci. Ma se dovesse cedere anche su quest'ultimo baluardo, non gli resterebbe che affidarsi al popolo delle sardine.
Un nome che peraltro evoca immagini funeste, perché "scatole di sardine" erano chiamati i carri di latta dove i nostri soldati morivano imprigionati sotto il fuoco degli inglesi. Una fine che anche il Pd rischia di fare, se si lascia imprigionare dalla demagogia grillina.
di Andrea Alberto Moramarco
Il Sole 24 Ore, 27 novembre 2019
Tribunale di Ferrara - Sezione penale - Sentenza 28 maggio 2019 n. 513. Commette il reato di truffa il venditore che, mediante l'alterazione del reale chilometraggio di un'autovettura, eseguita con intervento sul relativo tachimetro, faccia apparire una percorrenza chilometrica di gran lunga inferiore a quella reale, così inducendo in errore l'acquirente sulle reali condizioni di usura del mezzo e sulla congruità del prezzo pattuito. Questo è quanto emerge dalla sentenza n. 513/2019 del Tribunale di Ferrara.
I fatti - Vittime della truffa sono due coniugi i quali, alla ricerca di una autovettura usata, rispondevano ad un annuncio online inserito dal titolare di una società concessionaria di autoveicoli di un paese nelle vicinanze. Dopo aver trovato l'accordo con il venditore sul prezzo, la coppia si faceva consegnare direttamente l'autovettura, sostanzialmente fidandosi delle rassicurazioni fornite sulle buone condizioni della macchina. Dopo poche settimane, tuttavia, la vettura presentava i primi problemi e, a seguito di controlli eseguiti presso un'officina ufficiale della casa automobilistica di appartenenza dell'auto, gli acquirenti scoprivano che l'automobile aveva percorso già 4 anni prima dell'acquisito più di 200 mila km, contro i 95 mila dichiarati dal venditore nell'annuncio. Di qui i vani tentativi di contattare il titolare della concessionaria e la successiva querela per truffa.
La decisione - Instaurato il processo penale contro il titolare della società concessionaria, il Tribunale ritiene integrati gli estremi del reato ex articolo 640 del codice penale, essendo tra l'atro l'imputato già stato più volte segnalato nelle banche dati in uso alle forze dell'ordine per condotte truffaldine attuate con le medesime modalità. Ebbene, il giudice afferma che la ricostruzione dell'accaduto denota "chiaramente una volontà ingannatoria, che ha tratto in errore gli acquirenti dell'autovettura circa le reali caratteristiche e lo stato di usura della stessa". Difatti, i messaggi con i quali l'automobile veniva presentata nell'annuncio online sono di natura mendace e hanno indotto i coniugi "ad acquistare l'automobile a un prezzo maggiore rispetto a quello di mercato". Anzi, sottolinea il Tribunale, se gli stessi coniugi avessero conosciuto il reale chilometraggio del veicolo, con ogni probabilità non si sarebbero affatto determinati all'acquisto.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 27 novembre 2019
Corte di cassazione - Sezione I - Sentenza 26 novembre 2019 n. 48014. Contagio e non epidemia se la trasmissione del virus, nello specifico Hiv, riguarda un numero di persone cospicuo ma non ingente in un lungo arco di tempo. La Corte di cassazione, con la sentenza 48014, conferma la condanna a 22 anni di carcere per Valentino Talluto, processato per aver contagiato con l'Hiv 32 donne conosciute in una chat.
La Suprema corte oltre al ricorso dell'imputato ha respinto anche quello del Pg che chiedeva la condanna per il reato di epidemia. Ad avviso del Pg, l'abrogazione dell'articolo 554 del Codice penale sul contagio di sifilide e blenorragia, non comportava come affermato nella sentenza impugnata, l'impossibilità di ravvisare la responsabilità del reato di epidemia. Nello specifico però, per la Suprema corte mancano gli elementi del reato. Un crimine che si caratterizza per la "diffusività incontrollabile all'interno di un numero rilevante di soggetti e quindi per una malattia contagiosa, dal rapido sviluppo ed autonomo, entro un numero indeterminato di soggetti e per una durata cronologicamente limitata".
Nella vicenda specifica il contagio ha riguardato un numero di persone per quanto cospicuo, certo non ingente e in un tempo molto ampio: nove anni. Circostanze "che rendono il fatto estraneo alla descrizione tipizzante appena prima illustrata". Secondo la Cassazione, dunque, "l'ampiezza del dato temporale in cui si è verificato il contagio, in uno col fatto che un altrettanto cospicuo numero di donne, che pure ebbero rapporti sessuali non protetti con l'imputato, non furono infettate, militano nel senso della carenza, nella vicenda in esame, della connotazione fondamentale del fenomeno epidemico, che giova a qualificare la fattispecie in termini di reato di pericolo concreto per l'incolumità pubblica, ossia la facile trasmissibilità della malattia ad una cerchia ancora più ampia di persone".
Tuttavia i giudici non escludono che, in altri casi, possa configurarsi - ad esempio con il concorso di più persone - l'accusa di aver diffuso una epidemia. "Non persuade l'assunto dei giudici di appello - si legge nella sentenza - che non possa parlarsi di diffusione rilevante per la fattispecie di epidemia se non vi sia un possesso di germi patogeni in capo all'autore segnato da separazione fisica tra l'oggetto, quel che viene diffuso, e il soggetto, ossia chi diffonde". "La norma non impone questa relazione di alterità e non esclude che una diffusione possa aversi pur quando l'agente sia esso stesso il vettore dei germi patogeni"
di Giovanni Altoprati
Il Riformista, 27 novembre 2019
Nel fine settimana a Genova l'incontro che si tiene ogni due anni: è il primo dopo il terremoto Palamara. Ma l'attenzione è già spostata sulla primavera quando ci saranno le elezioni per il rinnovo sindacale. Le varie correnti pronte a darsi battaglia.
Quello che si terrà nel fine settimana al teatro Carlo Felice di Genova è l'ultimo congresso dell'attuale Associazione nazionale magistrati. Le elezioni per il rinnovo del sindacato unico delle toghe sono già in programma per la prossima primavera. Grande escluso dell'evento, il pm Luca Palamara, fino a qualche mese fa ras indiscusso dei magistrati italiani.
Il 34° congresso nazionale cade, infatti, all'indomani dello scandalo sulle nomine che ha travolto il Csm, con le dimissioni di ben cinque consiglieri togati su sedici ed il pensionamento forzato del procuratore generale della Cassazione, Riccardo Fuzio. Solo l'intervento autorevole del Quirinale, in un drammatico Plenum di giugno, in cui si evocò addirittura il fantasma della P2, ha evitato lo scioglimento anticipato dell'organo di autogoverno delle toghe.
Scioglimento che avrebbe minato ancora di più la credibilità delle magistratura, già in caduta verticale. In questi mesi i magistrati hanno operato la rimozione collettiva di quanto accaduto a maggio, cercando di mettere Palamara, e quello che ha rappresentato, sotto il tappetto della propria coscienza. Ma Palamara, leader di Unicost, il gruppo centrista delle toghe, forte di oltre 2500 preferenze ai tempi d'oro, era parte attiva di un sistema efficiente ed efficace: quello della spartizione degli incarichi in base ai rapporti di forza.
Ma, come spesso accade in Italia, il passaggio da piazza Venezia a piazzale Loreto è rapidissimo ed ora Palamara è sospeso dal servizio e i tantissimi beneficiari della lottizzazione togata fanno fatica a pronunciarne il nome. Cosa resterà dunque di questi quattro anni di Anm? L'immagine di una magistratura sempre più balcanizzata, con le correnti che si combattono senza esclusioni di colpi per avere più direttivi, più incarichi fuori ruolo, più posti al Massimario della Cassazione e alla Scuola superiore della magistratura.
Dopo lo scandalo Palamara, infatti, nulla è cambiato. Tutte le ultime nomine del Csm sono riconducibili alle correnti che detengono l'attuale maggioranza. L'esperienza della giunta unitaria, tutti i quattro gruppi associativi intorno allo stesso tavolo, è stata poi a dir poco fallimentare. Piercamillo Davigo, il primo ed ultimo presidente della giunta unitaria, dopo solo un anno decise di rompere. Motivo?
Sempre quello, le modalità di assegnazione degli incarichi. Era comunque utopistico tenere insieme Magistratura indipendente, la destra giudiziaria, con Magistratura democratica, il gruppo di sinistra. Da un lato la corrente del disimpegno. concentrata sulle tutele sindacali dei magistrati, dall'altro chi da sempre rivendica l'impegno attivo nella vita pubblica.
Md fece campagna pancia a terra contro la riforma costituzionale voluta da Matteo Renzi ed è stata la più feroce avversaria di tutti i provvedimenti targati Matteo Salvini: dalla legittima difesa ai vari decreti sicurezza. Cosa succederà l'anno prossimo nessuno è in grado di dirlo. La magistratura in questi anni ha cambiato per un terzo la sua composizione.
Con l'abbassamento dell'età pensionabile da 75 a 70 anni è sparita tutta la generazione di magistrati che era entrata in servizio negli anni 70. Anni di grande cambiamento, quelli dei pretori d'assalto. Le nuove leve non hanno la stessa passione di chi li ha preceduti.
Anche perché entrano in servizio sempre più tardi, quando il sacro fuoco giovanile si è ormai spento. E chi comanda negli Uffici? I capi, oltre mille le nomine effettuate nella scorsa consiliatura del Csm, sono il prodotto della gestione Palamara, con cui bisognerà prima o poi fare i conti. Per il momento, però. i magistrati italiani stanno imitando lo struzzo.
nuovabrianza.it, 27 novembre 2019
Detenuto muore nella Casa circondariale di via Sanquirico a Monza. L'uomo, 46 anni, si è ucciso impiccandosi nella sezione B del carcere di Monza al quartiere San Rocco. Ne hanno dato notizia gli operatori dell'Areu, l'Azienda regionale emergenza urgenza, che è stata chiamata a intervenire all'interno del carcere poco dopo le 10 di martedì 26 novembre. Gli operatori del 118 hanno cercato inutilmente di rianimarlo invano sul posto.
Ancora un dramma nel carcere di Monza a distanza di un solo mese. In via Sanquirico 6, al quartiere San Rocco, sono giunte immediatamente un'ambulanza e un'auto medica. Le condizioni dell'uomo però sono apparse subito disperate. Il personale medico ha iniziato subito l'intervento di soccorso con una rianimazione cardiopolmonare che però non è servita a nulla. Il detenuto è stato dichiarato morto poco dopo il loro intervento. Ora si dovrà capire cosa sia accaduto e ricostruire la dinamica della morte dell'uomo.
La vicenda umana riaccende i riflettori sul tema delle condizioni nelle carceri. Nello specifico sul numero di detenuti negli istituti penitenziari. Nella maggior parte dei casi al di sopra dei limiti consentiti. Un mese fa, sempre nel carcere di via Sanquirico a Monza, un morto per un arresto cardiaco. Il 50enne è spirato al Pronto soccorso dell'ospedale San Gerardo. Donato Capece, segretario generale SAPPE ha definito allarmante la situazione sanitaria delle carceri che somigliano a "moderni lazzaretti di manzoniana memoria".
"In Lombardia vi sono 18 istituti penitenziari sui 190 nazionali. La capienza regolamentare regionale stabilita per decreto dal Ministero sarebbe di 6.199 detenuti. L'ultimo censimento ufficiale ha contato 8.618 reclusi. Questo dato conferma come la Lombardia sia la Regione con il maggior numero di detenuti". Ha spiegato il segretario regionale della Lombardia Alfonso Greco Greco.
Redattore Sociale, 27 novembre 2019
Riprendono le lezioni del corso di Arci Firenze nel carcere di Sollicciano, ideato e condotto dalla scrittrice Monica Sarsini, aperto ai detenuti e agli esterni. L'iscrizione, da quest'anno gratuita, è aperta fino al 5 dicembre. Tornerà dal prossimo 14 gennaio "Scrittura d'evasione", il corso di scrittura creativa promosso da Arci Firenze, giunto alla sua quinta edizione.
Il progetto di animazione sociale e culturale rivolto alla popolazione carceraria, ideato e condotto dalla scrittrice Monica Sarsini, torna dopo i successi delle passate edizioni ed anche quest'anno porterà nelle aule della scuola carceraria di Sollicciano scrittori, giornalisti e documentaristi in un ciclo di 20 incontri settimanali che da gennaio fino a maggio coinvolgerà un gruppo formato da detenuti e partecipanti esterni.
Per questa quinta edizione il motore della narrazione richiesta ai partecipanti sarà il tema del Viaggio con tutte le sue numerosissime implicazioni, dirette ed indirette, presenti nella vita di ognuno di noi. Il tema sarà sviluppato attraverso lezioni frontali e laboratori in cui si lavorerà sui testi elaborati dai partecipanti, ma anche incontri con scrittori, attori e docenti universitari, per offrire ai partecipanti una grande opportunità di confronto, formazione e crescita: uno strumento prezioso per imparare ad ascoltare se stessi e gli altri, per poi raccontare e raccontarsi.
Tra i nomi degli ospiti di questa edizione lo scrittore romano Tommaso Giagni, la giovane scrittrice di romanzi già premiata col Premio Brancati Giulia Caminito ma anche Augusta Brettoni ed il giornalista ed esperto di comunicazione Gioacchino De Chirico.In seguito all'esperienza del laboratorio di scrittura creativa nella sezione femminile, dal 2016 Monica Sarsini insieme ad Arci Firenze ha progettato un corso di scrittura creativa anche nella sezione maschile del carcere di Sollicciano, dove questa attività non era ancora stata prevista in modo continuativo. La successiva ulteriore idea di aprire il corso anche a persone esterne ha creato uno scambio attivo ed importante per i due mondi separati, partendo dal principio base che la lettura e la scrittura non sono attività solitarie e isolate, ma creano la possibilità di una riflessione collettiva.
Un progetto, quello di "scrittura d'evasione", su cui il Comitato fiorentino di Arci crede ed investe da anni con convinzione, proprio per la sua capacità di coniugare quei valori di inclusione, umanità, solidarietà, cultura e partecipazione su cui l'Associazione si fonda.Il corso sarà gratuito per tutti i partecipanti. Una novità rispetto agli scorsi, grazie anche al contributo del Comune di Firenze nell'ambito del progetto "realizzazione attività di animazione culturale e socializzazione a favore della popolazione carceraria del Nuovo Complesso Penitenziario di Sollicciano e della Casa Circondariale maschile Mario Gozzini" realizzato in Rti con Cat (Capofila) e Arci Firenze (partner).
Il progetto è realizzato grazie alla collaborazione e al sostegno dell'Istituto Cpia 1 Firenze, dei suoi docenti e della scuola carceraria. Come nelle passate edizioni, l'emittente fiorentina Novaradio di cui Arci Firenze è editore, trasmetterà al termine del corso degli estratti dai racconti.
chietitoday.it, 27 novembre 2019
Il progetto editoriale dove lavorano fianco a fianco detenuti, giornalisti, studenti, educatori, volontari di Voci di dentro che operano nelle Case circondariali di Chieti e Pescara. Mercoledì 27 novembre, alle ore 11, nell'aula magna dell'istituto "Galiani-De Sterlich" a Chieti, l'associazione Voci di dentro presenta "In carta libera": un percorso integrato di in-formazione e giornalismo sociale che vede coinvolti anche gli studenti della scuola.
L'incontro è aperto a tutti. Il progetto della Onlus "Voci di dentro" è finanziato dalla Regione Abruzzo e prevede, attraverso laboratori di scrittura e giornalismo, informatica e web journalism, grafica editoriale, fotografia e video una opportunità di formazione professionale, sociale e umana destinata a persone in stato di disagio/devianza (dipendenti da sostanze, detenuti nelle carceri di Chieti e Pescara, ex detenuti, persone in semilibertà ed affidati Udepe).
Il progetto editoriale, partito a ottobre, prevede la costituzione di una redazione giornalistica composta da detenuti, giornalisti professionisti, studenti, educatori, mediatori e volontari di Voci di dentro che operano nelle case circondariali di Chieti e Pescara. I componenti della redazione crescono assieme, in un percorso di conoscenza reciproca, di scambio e confronto a vantaggio di tutti: i detenuti hanno l'occasione di apprendere da esempi positivi; gli studenti comprendono e interiorizzano le conseguenze negative causate da dipendenze e da comportamenti devianti. Nella consapevolezza che la scrittura non è un bene superfluo, ma necessario, un vero e proprio atto di libertà. Ai laboratori partecipano gli studenti dell'ITC Galiani De Stelich e del Convitto nazionale GB Vico. In carta libera si avvale anche della collaborazione dell'associazione Granello di Senape Padova Onlus, che gestisce 'Ristretti Orizzonti': la più importante redazione che si occupa di carcere in Italia.
di Simone Corradetti
cronachepicene.it, 27 novembre 2019
"Ci sono 80 detenuti per una capienza di 120, la Polizia Penitenziaria conta 123 unità rispetto alle 162 previste dalla legge. Si socializza molto con associazioni esterne e un detenuto. Dopo tanti anni di lontananza, ha parlato via Skype con l'anziana madre". Nel 2020 torna il periodico trimestrale, si chiamerà "L'eco del Marino".
Eleonora Consoli dirige la casa circondariale di Marino del Tronto dallo scorso giugno. Prima di arrivare ad Ascoli, aveva ricoperto lo stesso ruolo nel carcere di Fermo dal 2008. Quello ascolano è un Istituto da sempre considerato eccellente, anche perché ospitava il cosiddetto "carcere
duro" (41bis) che venne smantellato nel giugno 2018, con diversi detenuti trasferiti altrove.
Quale è la situazione attuale?
La nostra struttura conta 80 detenuti, con una capienza di 120, ma attualmente una sezione è in fase di restauro. Abbiamo diversi reparti: media sicurezza, protetti (ex appartenenti alle forze dell'ordine), articolazione salute mentale, osservazione psichiatrica, semiliberi (escono la mattina per lavorare e rientrano la sera) e alta sicurezza per chi è coinvolto in traffico internazionale di stupefacenti o finalizzati allo spaccio (articolo 4 bis).
Come siete organizzati all'interno della struttura?
La Polizia Penitenziaria ha una carenza di organico di circa il 30%. Abbiamo un totale di 123 unità, rispetto alle 162 previste dalla legge. Trenta detenuti al mese svolgono un'attività lavorativa in carcere, al servizio dell'Amministrazione. Ci sono addetti alle pulizie, alla cucina, alla distribuzione del vitto, alla consegna della spesa, alla lavanderia e l'assistenza alle persone con difficoltà motorie. Il loro lavoro serve per la rieducazione e la riabilitazione, come previsto dall'articolo 27 della Costituzione. Nelle camere detentive, le ex celle, pranzano con gli altri compagni di stanza e hanno la possibilità di farsi la doccia, direttamente al suo interno.
E l'importanza di coinvolgere soggetti esterni?
È importantissimo farli socializzare con soggetti e associazioni esterni. Infatti è iniziato "Il mio campo libero", un progetto per l'attività sportiva, e sono poi numerose le scuole che vengono in visita da noi. Abbiamo poi una scuola per i detenuti, i quali hanno già scritto un libro dal titolo "La luna è dietro le sbarre, il mare ha il colore del sole". Poi c'è il campetto da calcio, il teatro e un'area verde per far incontrare ad esempio il padre detenuto con i suoi bambini. C'è la sala colloqui, ma anche la possibilità di parlare via Skype con parenti lontani. Grazie a questa tecnologia, infatti, Un detenuto ha avuto la possibilità di comunicare con l'anziana madre dopo tanti anni di lontananza. Il sabato e la domenica, si svolgono le messe nei vari reparti, e si insegna anche catechismo. Nel 2020 ritornerà la rivista trimestrale dell'Istituto, con un nuovo nome: "L'eco del Marino".
I detenuti come trascorreranno il Natale?
Ci tengo a ringraziare gli agenti per la loro umanità e professionalità. E i volontari che ci assistono sempre come la Caritas, l'Associazione Papa Giovanni XXIII e la parrocchia di Palmiano. I detenuti cucineranno e mangeranno le loro specialità, nelle proprie camere.
di Vito Totire*
labottegadelbarbieri.org, 27 novembre 2019
Un giovane di 27 anni, Costantin Fiti, è l'ennesima vittima della assenza totale di una politica di prevenzione. Un quotidiano di Bologna informa, il 23 novembre, del suicidio. Stando al monitoraggio di Radiocarcere sarebbe il 43° suicidio nelle carceri italiane del 2019 a fronte di un numero totale di 114 persone decedute.
I commenti registrati dalla stampa sono nel segno della rassegnazione e dell'impotenza. Parrebbe, da alcuni commenti, che la prevenzione fondi soprattutto - o esclusivamente - sulla vigilanza fisica che ovviamente è molto difficile con gli indici di affollamento delle carceri italiane; oppure che la prevenzione si basi solo sulla capacità di capire se e quando privare la persona di lacci e lenzuola.
Nel caso dell'ultimo suicidio (prima di questo) abbiamo inviato un esposto alla Procura della Repubblica di Bologna che non ha ritenuto di sentirci sulla vicenda né ha probabilmente aperto alcun fascicolo sul filone di indagine che abbiamo proposto.
Riteniamo doveroso insistere: occorre assolutamente valutare l'eventuale omissione colposa con previsione di misure di prevenzione.
Come per il tragico episodio che ha riguardato Stefano Monti ribadiamo le nostre istanze:
Occorre valutare l'esistenza di un piano generale di prevenzione.
Occorre accertare quali attività di prevenzione siano state adottate ad personam e con quali mezzi per monitorare, prevenire e contrastare pulsioni suicidarie; è stato valutato il rischio dell'adozione di condotte autolesive con la presa in carico da parte di esperti della prevenzione (psicologo e/o psichiatra coadiuvati, se occorre, da mediatori culturali)?
Esistono cenni e riscontri di questa attività nella cartella clinica di Costantin Fiti?
Sappiamo che il tema è difficile e che non è mai stato affrontato adeguatamente fin dai primi tempi dell'apertura di un carcere che ha visto una sequenza impressionante di eventi suicidari e para-suicidari, senza dimenticare l'evento verificatosi in Questura nel 2017 rispetto al quale le indagini si conclusero - incredibilmente - senza alcuna attribuzione di responsabilità.
Evidentemente le istituzioni considerano questi suicidi inevitabili o peggio li considerano eventi "normali".
Al contrario. Considerato che una politica di prevenzione è possibile, considerato che i fattori di rischio sono prevedibili e studiati da molti decenni, chiediamo che la Procura della repubblica di Bologna apra un'indagine approfondita sulla eventuale "omissione colposa con previsione di misure di prevenzione" e sull'eventualità di abuso di mezzi di correzione. E su questo ultimo luttuoso evento del carcere di Bologna - punta dell'iceberg di una condizione di disagio cronicizzata e diffusa - invieremo un esposto anche alla Corte europea dei diritti dell'uomo.
Il carcere è un problema di tutti. Le istituzioni continuano da decenni a tacere su una situazione di illegalità che - se verificata in qualunque altra struttura recettiva - ne comporterebbe la chiusura immediata. Per la Dozza e per le altre carceri invece "si chiude un occhio" il che viola i prìncipi elementari di giustizia e di equità ed è fonte di grave dissonanza cognitiva, paradossale per un luogo che pretende di rappresentare l'affermazione della norma sulla devianza da reprimere. Le istituzioni inoltre insistono nel respingere istanze di partecipazione e finalizzate alla trasparenza. Da tempo abbiamo chiesto di poter visionare il progetto del "nuovo padiglione" del carcere -un progetto che noi riteniamo da respingere - ma dopo la prima, la seconda e la terza istanza (a interlocutori diversi) aspettiamo dal 1° novembre 2019 (quando sono scaduti 30 giorni) una risposta che non arriva...
Il carcere di Bologna è un luogo di morte e va demolito, altro che nuovo padiglione! Va integralmente ristrutturato per rispondere a una nuova politica di gestione delle pene che presuppone un ribaltamento della politica sbagliata e retrograda del governo attualmente in carica, evidentemente ignaro (oppure ostile?) nei fatti dei prìncipi costituzionali.
*Portavoce del coordinamento Chico Mendes e del Centro Francesco Lorusso
di Raffaella Ianuale
Il Gazzettino, 27 novembre 2019
"Sono arrivati i 416 bis e altri ancora ne arriveranno, questo prevede un aggravio di lavoro e noi cercheremo di garantire un servizio d'ordine come è nostro dovere fare. Era da mesi che si parlava di questa situazione e ora è diventata realtà".
Fabrizio Cacciabue, direttore a scavalco del carcere Filippo del Papa di Vicenza se proprio deve trovare un lato positivo nell'arrivo dei detenuti per mafia lo ravvisa nel fatto che "evidentemente ci considerano all'altezza e si fidano", consapevole comunque che per fare questo salto di qualità il carcere va potenziato di uomini e mezzi e soprattutto deve avere un direttore in pianta stabile. Perché il carcere di Vicenza sta diventando un caso finito sul tavolo del comitato per la sicurezza e anche in parlamento attraverso l'interrogazione dell'onorevole di Fratelli d'Italia Maria Cristina Caretta.
Qui sono già arrivati sessanta detenuti accusati di associazione a delinquere, altri quaranta ne arriveranno a breve e la prospettiva è che alla fine dei trasferimenti possano diventare duecento. "Confermo, evidentemente c'è una ridistribuzione dei detenuti di alta sicurezza e stanno deflazionando altri istituti portando i detenuti da noi. In previsione già questa estate ci avevano potenziato dandoci trenta nuove unità - spiega Cacciabue - e ci hanno garantito che arriveranno ulteriori rinforzi, ma sinceramente non so quando e anche il problema del direttore appena possibile verrà risolto".
L'"appena possibile" si lega al fatto che attualmente di direttori di carcere disponibili non ce ne sono. Fabrizio Cacciabue è stato per anni il direttore del carcere di Vicenza, ma dopo il suo trasferimento alla casa circondariale di Padova riesce a garantire la sua presenza al Filippo del Papa per un paio di giorni alla settimana.
"Il bando di concorso per ricoprire questo ruolo è già stato bandito, poi per una serie di problemi burocratici è stato rinviato. Comunque ora dovrebbe essere tutto a posto e prevede quarantacinque nuovi direttori di carcere - prosegue - quindi non appena ci saranno, sicuramente uno sarà destinato a Vicenza. Diventa fondamentale considerato che questo carcere è stato scelto per ospitare un elevato numero di detenuti soggetti al 416 bis".
Si tratta per la maggior parte di detenuti che hanno reati per mafia, ndrangheta, sacra corona unita e camorra. "Avere detenuti di questo tipo - continua il direttore - comporta responsabilità maggiori perché richiedono più attenzione, quindi confidiamo che arrivino le nuove unità". Una situazione che ha sollevato le preoccupazioni di tutte le sigle sindacali della polizia penitenziaria, a partire dall'Uspp, che hanno denunciato come l'affollamento del carcere, la carenza del personale e l'arrivo dei detenuti per mafia possano mettere a rischio la sicurezza.
Il deputato vicentino della Lega Erik Pretto, componente della Commissione parlamentare antimafia, ha intanto fatto un'interrogazione urgente sull'arrivo dei detenuti per mafia a Vicenza. "Inaccettabile - dice - ho depositato un'interrogazione parlamentare urgente al ministro della Giustizia per chiedere i motivi che hanno portato alla scelta di destinarli alla nostra regione, nonostante le già precarie condizioni legate alle infiltrazioni della criminalità organizzata in questo territorio".
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