tg24.sky.it, 6 gennaio 2020
Le associazioni di categoria hanno indetto l'astensione dalle udienze per tre settimane. Uno stop che arriva per protestare contro la legge Orlando e per aumentare garanzie e tutele della magistratura onoraria. Garantiti solo gli atti indifferibili e urgenti. Un nuovo sciopero, dal 6 gennaio all'1 febbraio 2020, è stato indetto dai giudici di pace che sospenderanno dunque per tre settimane le udienze. Lo stop, voluto dalle associazioni di categoria Unagipa e Angdp, arriva per chiedere la revisione della legge Orlando.
I motivi dello sciopero - Dopo che sono fallite le mediazioni negli ultimi mesi del 2019, i giudici di pace continuano la protesta per ottenere tutele e garanzie che, secondo quanto fanno sapere le associazioni di categoria, al momento sono negate dalla legge Orlando. Nello specifico, lo stop mira ad ottenere maggiori garanzie di indipendenza, il diritto alla previdenza e all'assistenza sociale, la revisione delle regole sul trasferimento, quelle sull'incompatibilità e sui criteri di attribuzione del compenso.
Quali attività verranno sospese e quali proseguiranno - Nel periodo di stop, i giudici di pace assicureranno una sola udienza a settimana: tutte le altre attività giudiziarie e amministrative rimarranno sospese in quanto si dovrà ritenere sospeso qualsiasi termine imposto dalla legge e dal Consiglio superiore della magistratura. Inoltre, per l'intero periodo, i giudici di pace si asterranno dalla partecipazione ai corsi di formazione, distrettuale e nazionale, ma anche da ogni altra attività legata al proprio ufficio. Verranno dunque garantiti solo gli atti indifferibili ed urgenti previsti dal codice di autoregolamentazione dello sciopero, come approvato dalla Cgsse.
dì Luciano Quarta
La Verità, 6 gennaio 2020
In occasione della conferenza stampa di fine anno, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ha espresso il proposito di mettere mano alla riforma della giustizia tributaria con modalità che riducono e comprimono ancora di più i già angusti spazi di tutela del contribuente. Eliminando, cioè, uno dei due gradi del giudizio di merito allo scopo di rendere più rapida la definizione dei contenziosi tributari.
Ma proprio un giurista - che si è definito "l'avvocato degli italiani" - propone una drastica limitazione del diritto di difesa del cittadino contribuente? E poi, chiunque abbia una minima conoscenza del settore sa bene che la giustizia tributaria è estremamente celere proprio nei due gradi di giudizio di merito. Uno dei quali il premier sembra voler cancellare. Tutti sanno che il vero collo di bottiglia sta nel giudizio in Cassazione (quando ci si arriva).
Qui, i processi attendono diversi anni prima di essere trattati, nonostante un filtro capillare sull'ammissibilità dei ricorsi ne scremi un buon 70%: tutte cause che non arrivano neppure alla discussione in udienza. L'annunzio del premier, quindi, ha provocato l'immediata reazione dell'avvocatura.
L'Unione delle Camere degli avvocati tributari ha definito questa ipotesi di riforma coree "il punto di caduta più basso dopo la sostanziale abolizione della prescrizione e l'inasprimento del carcere per i presunti evasori". Come non convenire? Se i poteri repressivi del fisco e la sua capacità di invasione della sfera del contribuente vengono ampliati a dismisura, in uno stato dì diritto degno di questo nome, simmetricamente dovrebbero essere implementati gli strumenti di tutela del contribuente, sia per garantire un adeguato ed effettivo controllo giurisdizionale sia per evitare che il potere trascenda nell'arbitrio o nell'abuso vero e proprio.
Quello a cui assistiamo, invece, è il fenomeno opposto: cresce la pervasività dei poteri del fisco e, insieme, vengono ridotti gli spazi di tutela per il cittadino. La necessità che venga rivisto il sistema della giustizia tributaria è urgente, ma ci sono diversi progetti di riforma in parlamento, anche presentati dalla maggioranza, che faticano a raggiungere la discussione in aula.
Ora, per usare le parole del professor Cesare Glendi, uno dei padri della giustizia tributaria, mentre la disciplina dell'organizzazione della giustizia tributaria "è tanto sgangherata e inadeguata da renderne impossibile una peggiore", al contrario, mettere le mani sulle regole del processo tributario in modo sbagliato può creare danni seri. Che cosa si aspetta, dunque, ad accelerare l'iter dei disegni di legge? Se, poi, l'inquilino di palazzo Chigi vuole davvero occuparsi di questa riforma, farebbe bene a rispolverare la toga di avvocato degli italiani che diceva di voler indossare.
di Luigi Garofalo
key4biz.it, 6 gennaio 2020
Intelligenza artificiale al servizio dello Stato è uno degli obiettivi inseriti da Paola Pisano, ministro per l'Innovazione tecnologica e la Digitalizzazione, nel Piano Nazionale Innovazione. Ecco come il ministero intende impiegare l'IA per "gestire in maniera efficiente una serie di procedimenti amministrativi". L'Intelligenza artificiale (IA) è la nuova elettricità. E mentre Cina e Stati Uniti si fronteggiano per raggiungere la supremazia tecnologica nel mondo, in particolare sull'IA, l'Europa e l'Italia non possono restare a guardare.
Così Piano Nazionale Innovazione Paola Pisano, ministro per l'Innovazione tecnologica e la Digitalizzazione, prevede l'impiego dell'IA al servizio dello Stato. "L'intelligenza artificiale e i big data sono in grado di guidare i decisori pubblici verso scelte sempre più consapevoli, gestendo in maniera efficiente una serie di procedimenti amministrativi, specie se ripetitivi e a bassa discrezionalità", si legge nel Piano. Progettare, sviluppare e sperimentare soluzioni di intelligenza artificiale applicata ai procedimenti amministrativi e alla giustizia eticamente e giuridicamente sostenibili significa dare attuazione moderna ai principi costituzionali che vogliono un'amministrazione efficiente e un processo giusto trasparente e breve. "Non è qualcosa che si possa scegliere se fare o non fare, è qualcosa che si deve fare", mette nero su bianco il ministero dell'Innovazione e per la digitalizzazione (MID).
Ma come utilizzare l'IA per la PA? "Abbiamo intenzione di introdurre e promuovere l'utilizzo di applicazioni di intelligenza Artificiale", è scritto nel Piano Nazionale Innovazione, "nella gestione di procedimenti amministrativi, dei servizi con particolare attenzione al mondo della giustizia". Il primo passo sarà identificare, spiega il MID, i "procedimenti", particolarmente adatti per l'utilizzo di sistemi di IA (rapporti tra le amministrazioni, servizi verso le imprese e i cittadini). Successivamente, continua il dicastero guidato da Pisano, occorre insieme ai Ministeri competenti, definire le soluzioni di intelligenza artificiale idonee a governare i procedimenti nel rispetto dei principi etici e giuridici destinati a confluire nello Statuto etico giuridico dell'intelligenza artificiale, al quale sarà chiamato a lavorare l'AI Ethical Lab-el.
Che cos'è l'AI Ethical Lab-el? La strategia per la promozione, sviluppo e adozione di soluzioni di intelligenza artificiale sostenibili prevede la creazione di una "Alleanza per l'intelligenza artificiale sostenibile", spiega il MID nel Piano Nazionale Innovazione, un comitato al quale saranno invitati a aderire soggetti pubblici e privati.
Il primo compito del Comitato sarà quello di elaborare, sulla base dei risultati dei diversi gruppi di esperti nazionali e europei che hanno già affrontato il tema, uno statuto etico-giuridico dell'intelligenza artificiale che, oltre a fissare un set minimo di principi-guida, stabilisca un insieme di regole minime per la qualificazione di soluzioni di intelligenza artificiale destinate al settore pubblico come a quello privato, una sorta di certificazione di sostenibilità etico-giuridica della soluzione che potrebbe poi tradursi in un certificato di superata valutazione di impatto etico sulla società.
Infine, il ministero dell'Innovazione prevede di offrire gratuitamente online una piattaforma di e-learning per l'educazione di base all'intelligenza artificiale, così da consentire a chiunque di prepararsi alla trasformazione che avanza a casa, in famiglia, a scuola o al lavoro.
di Gianni Parrini
Il Tirreno, 6 gennaio 2020
"L'ipotesi di spostare il carcere fuori dalle Mura dovrà essere ripresa in considerazione". Così si è espresso il senatore Andrea Marcucci qualche giorno fa, al termine della canonica visita di fine anno ai detenuti del San Giorgio. Il Tirreno prende la palla al balzo per cercare di capire se la questione è effettivamente sul tavolo della politica e per quali motivi non si è mai concretizzata. I problemi del San Giorgio vengono spesso denunciati dai sindacati di polizia: riguardano in primis la carenza di personale, ma la struttura (un antico convento) e la collocazione (in centro) non semplificano le attività e offrono pochi spazi per i progetti di recupero dei detenuti (115 nel 2019 per una capienza di 77). Da qui l'esigenza di trovare una collocazione più adeguata.
La volontà di trasferire il San Giorgio fuori dalle Mura è presente (a livello di proposito) anche nel Piano strutturale. Ma qualche anno fa l'amministrazione è andata oltre le manifestazioni d'intenti e l'idea non è tramontata. Suona più o meno così: utilizzare il complesso di Maggiano per farne il fulcro di un progetto innovativo, una sorta di cittadella dedicata al sociale e alla rieducazione dei soggetti che hanno avuto problemi con la giustizia. Non un "super carcere" ma una semplice casa circondariale, ovvero una struttura in cui per legge sono detenute le persone in attesa di giudizio (come la maggior parte degli ospiti del San Giorgio) o i soggetti che hanno ricevuto condanne inferiori ai cinque anni. Con l'aiuto di un architetto di San Concordio si buttò giù un progetto di massima: oltre alla casa circondariale comprendeva una struttura per il recupero di giovani problematici, con spazi per progetti legati all'agricoltura.
Venne pure sondato il gradimento della Fondazione Tobino, che di un simile progetto avrebbe potuto essere il volano. Messa nero su bianco l'idea, il sindaco Alessandro Tambellini, l'assessore Serena Mammini e l'allora deputata Raffaella Mariani si presentarono a Roma, al ministero della Giustizia, per illustrarla al Guardasigilli Andrea Orlando (Pd). A parole il progetto fu giudicato interessante e la delegazione lucchese se ne torno a casa ad attendere una risposta ufficiale che si sperava esser positiva.
Qualche mese dopo, siamo nel 2016, a palazzo Orsetti arrivò la tanto attesa missiva, ma il contenuto non era quello che ci si aspettava. Dal dicastero risposero che il San Giorgio avrebbe sì potuto essere trasferito ma non a Maggiano, bensì ad Antraccoli. Sul piatto risorse pari a 16 milioni. Il ministero aveva risposto ma non al progetto di Tambellini, bensì a un'ipotesi risalente a una dozzina di anni addietro (attorno al 2004), all'epoca della giunta di Pietro Fazzi. La zona indicata era quella che corre sul lato lucchese di via della Madonnina: nel piano regolatore del 2004 è indicata come area destinata a servizi. Per intenderci, è la stessa di cui si parlava come possibile sede dell'ospedale San Luca (poi realizzato a San Filippo) e dove passeranno gli assi viari.
Alla lettera il Comune non ha risposto: un po' perché il ministero faceva riferimento a un "supercarcere" ben diverso dal progetto pensato dal Comune; un po' perché nel decennio intercorso tra l'idea fazziana e il placet del ministero, in quell'area si è costruito molto. E qui torna Maggiano: l'amministrazione è pronta a riproporre il progetto, tanto più che dell'ex manicomio (e di Arliano) si tornerà a parlare con la Regione. Il Comune è disponibile a cambiare la destinazione delle strutture per renderle appetibili agli occhi di eventuali investitori (pubblici o privati) e permettere alla Regione di rifarsi per i mancati introiti di Campo di Marte.
Il Sole 24 Ore, 6 gennaio 2020
Gratuito patrocinio - Istanza - Art. 95 T.U. spese di giustizia - Falsità od omissioni - Verifica dell'elemento soggettivo del reato. Ai fini dell'integrazione del reato di cui all'art. 95, T.U. spese di giustizia, in caso di effettiva sussistenza delle condizioni di reddito per l'ammissione al beneficio, non è sufficiente che l'istanza contenga falsità od omissioni, dovendo il giudice verificare l'elemento soggettivo del reato, al fine di escludere l'eventuale inutilità del falso; occorre cioè verificare se, alla stregua delle risultanze processuali, la falsità o l'omissione fosse realmente espressiva di deliberato mendacio o reticenza sulle effettive condizioni reddituali o non fosse piuttosto frutto di disattenzione, come tale non qualificabile come dolo.
• Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 6 dicembre 2019 n. 49572.
Falsa dichiarazione dei redditi ex art. 95 dpr n. 115/92 - Errore incolpevole - Determinazione del reddito imponibile - Inammissibilità. La responsabilità per il reato di cui all'art. 95, d.P.R. n. 115/2002 non deriva dalla riconosciuta e dichiarata consapevolezza delle conseguenze anche penali delle falsità eventualmente contenute nella dichiarazione resa ai fini della ammissione al beneficio, bensì dalla violazione della medesima norma, che riconduce la sanzione penale alla falsità totale e parziale, nonché alle omissioni della dichiarazione sostitutiva della certificazione, non potendo neppure di regola assumere rilievo la deduzione di una ignoranza incolpevole, ai sensi dell'articolo 47 c.p., in quanto gli articoli 76 e 79 T.U. Spese di giustizia che vengono richiamati dall'articolo 95 cit. legge, non costituiscono norme extra penali, in quanto non possono ritenersi del tutto estranee al settore di appartenenza, o destinate a regolare rapporti avulsi dalla disciplina penalistica, inserendosi al contrario nello stesso contesto normativo ove è collocata la norma incriminatrice e segnando appunto il confine delle condizioni di reddito oltre le quali, la manifestazione del richiedente è suscettibile di sanzione penale.
• Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 24 luglio 2019 n. 33257.
Difesa e difensori - Patrocinio dei non abbienti - Dichiarazioni sostitutive e altre comunicazioni sul limite di reddito - Falsità e omissioni - Reato di cui all'art. 95, d.p.r. n. 115 del 2002 - Verifica dell'elemento soggettivo del reato - Necessità. Le false indicazioni o le omissioni anche parziali dei dati di fatto riportati nella dichiarazione sostitutiva di certificazione o in ogni altra dichiarazione prevista per l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato di cui all'art. 95, d.P.R. n. 115 del 2002, indipendentemente dalla effettiva sussistenza delle condizioni di reddito per l'ammissione al beneficio, devono essere sorrette dal dolo generico rigorosamente provato che esclude la responsabilità per un difetto di controllo da considerarsi condotta colposa, e salva l'ipotesi del dolo eventuale.
• Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 14 febbraio 2018 n. 7192.
Difesa e difensori - Patrocinio dei non abbienti - Reato di cui all'art. 95 d.p.r. n. 115 del 2002 - Effettiva sussistenza di un reddito che consenta l'ammissione al beneficio - Inutilità del falso - Verifica dell'elemento soggettivo - Necessità. In tema di gratuito patrocinio a spese dello Stato, ai fini della integrazione del reato di cui all'art. 95, d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, in caso di effettiva sussistenza delle condizioni di reddito per l'ammissione al beneficio, non è sufficiente che l'istanza contenga falsità od omissioni, dovendo il giudice procedere a una rigorosa verifica dell'elemento soggettivo del reato, al fine di escludere l'eventuale inutilità del falso. (Fattispecie in cui la Corte ha annullato la sentenza che aveva ritenuto la responsabilità dell'imputato, il cui reddito non era ostativo all'ammissione al patrocinio a spese dello Stato, senza adeguatamente motivare sulla inattendibilità della prospettazione difensiva secondo la quale il fatto era ascrivibile a un errore dovuto al rilascio di due distinti Cud).
• Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 5 ottobre 2017 n. 45786.
di Daniela Ghio
Il Gazzettino, 6 gennaio 2020
Moraglia ha incontrato le 80 detenute e 2 bambini "Come tra padre e figlie". La visita del patriarca Francesco Moraglia nel carcere femminile della Giudecca non ha formalità ma è, come spiegano le stesse detenute, l'incontro del padre con le sue figlie. Nella casa di reclusione femminile al momento ci sono 80 ospiti e due bambini. Con ciascuno di loro Moraglia si è fermato a parlare, ha stretto la mano, dato una carezza, un sorriso e un messaggio di speranza.
Ai due bambini ha donato invece due grandi calze piene di dolci e caramelle. In cambio le carcerate gli hanno regalato un paio di pantofole rosse cucite nella loro sartoria, i prodotti dell'orto e i profumi; i volontari gli hanno donato una candela con incisi i loro nomi. Il patriarca, accompagnato dalla direttrice del carcere Antonella Reale, dal direttore della Caritas Stefano Enzo, da don Antonio Biancotto e dal cappellano del carcere padre Silvano, si è fermato a guardare a lungo il presepe allestito nella cappella: ai lati è una barca spezzata, ripescata da una remiera il giorno dopo l'acqua alta del 12 novembre; nella spaccatura, in centro, è capanna con la Sacra Famiglia, i pastori e i Re Magi.
Un giubbotto salvagente richiama gli immigrati morti in mare. "Il presepio che abbiamo costruito - spiega Mary, una delle ospiti della struttura - vuole mostrare la nostra vicinanza alla città martoriata dall'acqua alta. Abbiamo sofferto anche noi per ciò che è successo. Il carcere è un luogo di dolore ma anche luogo dove esce il nostro io più profondo e più vero". "Questo luogo di sofferenza dobbiamo intenderlo come luogo di riscatto - ha affermato il patriarca all'omelia - Le mura che vi separano dalla città sono un fallimento di tutti: qualcosa nella vita della nostra comunità non ha funzionato. Rimango colpito quando le persone sono segnate dal rapporto con i loro genitori. Ci sono dei fondamentali della vita che se in qualche modo non sono rispettati creano sofferenze in tutti. Dobbiamo dare tutti contributi perché questo spazio non diventi solo un luogo di sofferenza, come è, ma diventi luogo di rinascita, di ripartenza".
di Massimo Lensi*
stamptoscana.it, 6 gennaio 2020
Il Comune di Firenze ha recentemente inaugurato la telecamera di sorveglianza numero mille. Un obiettivo annunciato in campagna elettorale dal sindaco come risposta alla domanda di sicurezza che pervade da anni la nostra società. Una risposta illuminante, che ci racconta molto sul delicato rapporto tra politica e richieste sociali e tra controllo e disciplina.
Sul territorio comunale di Firenze sono attivi tre istituti penitenziari, in grado di contenere fino a circa novecento persone ristrette: il Nuovo Complesso Penitenziario "Sollicciano", l'Istituto Penale Minorile Meucci e la Casa Circondariale Gozzini (ex Istituto a Custodia Attenuata per il Trattamento dei Tossicodipendenti, Icatt).
Una delle chiavi di successo del populismo penale è proprio l'incontro tra preoccupazione securitaria e strumentalizzazione politica, fra il buonsenso e i propri interessi. Il populismo penale funge, infatti, da raccoglitore di insicurezze individuali trasformate forzatamente in istanze sociali. Una posizione che è sita a metà strada la "cattiva fede" sartriana e la foucaultiana mancanza di "coraggio della verità". Firenze è anche una città turistificata, all'interno della quale i meccanismi di profilazione sociale, grazie alle innovazioni tecnologiche, funzionano meglio che altrove.
Le telecamere di videosorveglianza sono la metafora più calzante della città controllata per esigere da essa il massimo del profitto in termini economici, con il necessario corollario di marginalizzare (e limitare) dissenso e contestazione. La selva di leggi in materia di sicurezza (Decreto Sicurezza Bis in testa) fa il resto. La relazione tra città e carcere, a questo punto, risulta evidente.
Michel Foucault ha sempre posto al centro del suo lavoro di indagine il concetto di Panopticon, un edificio a struttura circolare in cui un solo individuo riesce a monitorare e avere sotto controllo l'attività di tutti gli occupanti: più è alto il numero di informazioni possedute, più l'azione di sorveglianza risulta efficace e produce a sua volta delle nuove informazioni. Il Panopticon, più che rappresentare un ideale carcerario, ha funzionato come modello generale per ogni forma di organizzazione strutturale, come gli ospedali, le fabbriche e le scuole; tutti luoghi che riuniscono e permettono di tenere sotto controlli specifici segmenti sociali attraverso meccanismi quotidiani. È questa la tecnologia politica che Foucault definisce "società disciplinare".
Occorre aggiungere, che, a livello generale, la nostra giustizia penale si basa sulla responsabilità individuale. La responsabilità è un fatto decisamente culturale, ha implicazioni legali, morali, psicologiche e filosofiche. Mettendo l'individuo solo di fronte al proprio atto, la società esonera sé stessa dalla propria responsabilità nella produzione e costruzione sociale delle illegalità. Le individua, e delimita, all'interno delle categorie socialmente ed economicamente più fragili, e/o più marginilizzate per ragioni etno-razziali, in qualche caso politiche.
Lo scopo principale di Foucault era quello di evidenziare il passaggio storico dalla punizione pubblica alla sorveglianza in termini politici. Inquadrata in questa luce la questione del castigo e dell'esecuzione di pena non possono basarsi solamente su una teoria idealista della giustizia; devono necessariamente inserirsi in una teoria realistica dell'uguaglianza che renda cosciente la società tanto del proprio passato quanto del proprio presente. Altrimenti, il rischio di dividere e marginalizzare diventa una certezza da mettere in conto.
Aumentare il numero di telecamere di videosorveglianza in una città che ha alla base un modello di sviluppo tipicamente liberista, incentrato sull'industria turistica, mentre al contempo si chiede un carcere nuovo di zecca, magari con una maggiore capienza, al posto delle fatiscenti strutture esistenti, spalanca la porta alla società disciplinare preconizzata da Focault.
Le grigie e nebulose maglie di regole e leggi in materia di gestione dei dati provenienti dalla videoregistrazione dei comportamenti individuali, l'assenza e di una chiara progettualità per costruire intorno a un eventuale nuovo carcere a Firenze un forte rapporto con il territorio, potrebbe aprire la strada a un periodo di incertezze e turbolenze sociali, rendendo vani i tentativi di porre nuove tutele ai diritti sociali e individuali.
*Associazione Progetto Firenze
di Paolo Ferrero*
Il Fatto Quotidiano, 6 gennaio 2020
Nell'agosto 2018 è crollato il ponte Morandi sull'autostrada genovese e sono morte 43 persone. Poche settimane fa un viadotto della Torino-Savona è crollato, per fortuna senza fare vittime. Alcuni giorni fa, sempre nell'area genovese, vi sono stati crolli dalla volta di una galleria dell'autostrada. Per puro caso senza conseguenze alle cose o alle persone.
Il 30 dicembre, con singolare tempismo, la procura della Repubblica di Torino ha deciso che Nicoletta Dosio venisse messa in carcere per scontare oltre un anno di galera. Perché? Sempre per questioni relative alle autostrade. Infatti Nicoletta è stata condannata per vari reati (tra cui violenza privata) per aver - nell'ambito della lotta contro la Tav in Val di Susa - fatto passare alcune automobili senza pagare il pedaggio a un casello dell'autostrada.
Non entro qui nel merito delle condanne, anche se condannare Nicoletta per violenza privata fa ridere visto che si tratta di una persona determinatissima ma di 73 anni, con un fisico minuto e che per tutta la vita ha insegnato materie umanistiche in un liceo e non arti marziali in una palestra. Ma al di là dell'insensatezza specifica della condanna, il punto che voglio sollevare è generale e riguarda la giustizia nel nostro paese.
Come abbiamo visto, ci troviamo a discutere di autostrade: per tutti i crolli, veri e propri attentati all'incolumità pubblica, non mi risulta che nessuno sia andato in galera e non so se un giorno qualcuno ci finirà. Viceversa Nicoletta, per aver fatto passare alcune automobili gratis in un casello, è dentro e dovrà rimanerci per un anno.
Nicoletta Dosio, la lettera dal carcere: "Contenta della mia scelta, la lotta No Tav è lotta per una società diversa"
Chi pone in essere condotte amministrative e burocratiche che mettono a repentaglio la vita dei cittadini e provocano danni per decine di milioni di euro non viene colpito. Chi protesta pacificamente finisce in galera per oltre un anno. Si badi che in questo caso siamo a prima dei cosiddetti decreti Salvini, di cui in molti chiediamo giustamente - e inascoltati dal governo - la cancellazione.
Gli attacchi che la magistratura ha subito nel nostro paese da parte della destra ci ha resi attenti nel giudicare le sentenze, ma non ho alcun dubbio: secondo me questa situazione fa schifo e ci troviamo dinnanzi a una spudorata giustizia di classe. Siamo nella repubblica dei signori, in cui i poveracci se protestano vengono mazzolati e messi in galera. Come nell'800 e prima della Repubblica, alla cui nascita la resistenza in Val Susa ha dato qualche significativo contributo. La logica con cui lo Stato italiano si muove verso la Val Susa è quello di una forza d'occupazione che reprime la popolazione e - come evidenzia il caso di Nicoletta - sbatte in galera chi protesta.
Cos'ha da dire il governo? Cos'ha da dire il Presidente della Repubblica? Tutto bene? Di fronte al vergognoso silenzio dei vertici dello Stato italiano in occasione dell'incarcerazione di Nicoletta, di fronte a questo vergognoso e vigliacco modo di procedere dello Stato italiano, è necessaria una risposta democratica e di massa. La richiesta della liberazione di Nicoletta Dosio non è un problema solo del movimento no Tav, ma di chiunque abbia a cuore la democrazia nel nostro paese. Il problema non è dato solo da Salvini, ma anche da sentenze come quella che hanno messo in galera Nicoletta.
*Rifondazione Comunista - Vicepresidente Partito della Sinistra Europea
di Savino Pezzotta
Il Riformista, 6 gennaio 2020
La parola "rivoluzione" è stata molto presente nel movimento dei lavoratori ed esprimeva una reazione alla dimensione di subordinazione del lavoro al capitale. Oggi le cose sono mutate e attraverso la contrattazione, i contratti di lavoro, il diritto del lavoro e la presenza del sindacato le cose sono cambiate e tutti avvertiamo con fastidio la presenza delle forme di sfruttamento e di autoritarismo che si verificano o che si vorrebbero determinare. Se il termine "rivoluzione" è stato sostituito da quello altrettanto impreciso di "riformismo", la parola rivoluzione continua a esercitare un suo fascino e rimane molto presente nella pubblicistica e nella retorica pubblica.
Non sembra che si possa fare a meno di questo termine se si è innamorati del nuovo in sé o se si è insoddisfatti dell'esistente, ma anche perché l'avanzata delle scoperte scientifiche e la loro costante declinazione nelle tecnologie ci costringe a rivedere in profondità le convinzioni che abbiamo sul mondo in cui viviamo e su noi stessi. Dovremmo imparare a distinguere con attenzione le rivoluzioni politiche e sociali da quelle tecnologiche e scientifiche.
Avendo chiaro che quest'ultime non sono mai violente, anche se il loro rapporto con la violenza non è nullo. Inoltre, le rivoluzioni scientifiche si muovono su un arco di tempo quasi sempre lungo. Noi stiamo vivendo all'interno di una rivoluzione scientifica e tecnologica che sta modificando non solo il nostro modo di vivere e di relazionarci, ma anche il modo di percepire il nostro "io": è la nostra soggettività che viene progressivamente mutata.
Dentro l'infosfera - In questa realtà, che l'acuta e problematizzante analisi avanzata dal filosofo Luciano Lucidi coglie appieno, l'uomo non è più un'entità isolata, bensì un'entità informazionale che interagisce con soggetti sia biologici che artefatti e ingegnerizzati in un ambiente denominato, per convenzione, infosfera, mi sono chiesto come possiamo ancora parlare di lavoro e di quale lavoro. La prima osservazione è che è in atto una radicale e profonda metamorfosi del lavoro che i concetti propri del sindacalismo risultano inadeguati a descrivere, interpretare e rappresentarla se non in termini di accompagnamento assistenziale attraverso una serie di servizi sul terreno fiscale, assicurativo, pensionistico e quant'altro, in una sorta di neo-mutualismo.
Si fanno ancora i contratti per fortuna, ma non vedo riemergere la dimensione di soggetto sociale autonomo a forte valenza politica.
Ormai il lavoro - anche se lentamente - viene organizzato dalla realtà digitale e l'uomo viene ridotto a svolgere mansioni e azioni programmate da algoritmi. Sembra che la persona possa solo essere occupata per trasportare, spostare, recuperare l'oggetto. Tuttavia mi astengo dal fatalismo e dal pessimismo come dall'ottimismo beota. Sono convinto che bisognerebbe stabilire, tramite disposizioni contrattuali o legislative, due priorità.
Primo: continuare a rafforzare i diritti attribuiti alla persona, in particolare in termini di libertà e di partecipazione alle decisioni (la proposta avanzata recentemente nell'accordo Fca-Psa dell'ingresso in Cda di componenti in rappresentanza dei lavoratori è sicuramente importante, anche se ritengo vada meglio precisata e rafforzata in termini giuridici in modo che i rappresentanti dei lavoratori valgano come quelli degli azionisti), di potere usufruire di un sistema formativo permanente, in modo che tutti abbiano i mezzi per stare in posizione eretta dentro un mercato del lavoro che tenderà a essere molto flessibile e quindi di sviluppare la propria carriera professionale.
Secondo punto: bisogna cercare di anticipare i cambiamenti che verranno introdotti dal digitale piuttosto che continuare a spiegarli. Il digitale sta rivoluzionando l'occupazione; fa scomparire i commerci, ne crea altri, per il momento insufficientemente interessanti per l'insieme dei lavoratori. Alla persona deve essere riconosciuta la sua parte e il suo ruolo dentro le nuove modalità di lavoro. Se anche il lavoro è collocato dentro l'infosfera e se da questa collocazione si stanno sviluppando nuove forme di lavoro e nuove dipendenze sollevano domande per quanto riguarda l'occupazione, non va però sottovalutato il nuovo rapporto che si viene a creare tra l'uomo e la macchina.
di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 6 gennaio 2020
La collettività dovrebbe rendersi conto dell'importanza delle librerie, dei teatri centrali e periferici, delle sale cinematografiche di quartiere, dei musei. Polmoni d'ossigeno culturale che fanno ricco e civile e migliore un Paese. Come le banche che rischiano di fallire, le fabbriche che chiudono, le acciaierie che si spengono, le compagnie aeree che sprofondano, il regime di povertà civile che sta immiserendo e desertificando il nostro Paese con la chiusura, una dopo l'altra, o l'umiliazione delle istituzioni culturali.
Dovrebbe considerare come una calamità, una catastrofe civile, una regressione culturale la moria delle librerie che non ce la fanno a tirare avanti, ogni teatro che chiude i battenti, ogni sala cinematografica con le saracinesche abbassate, ogni orchestra che smette di suonare, ogni museo mortificato nella mediocrità per mancanza di fondi adeguati, ogni sito archeologico lasciato a sé stesso, ogni ente lirico che boccheggia sull'orlo del fallimento.
Uno Stato con un minimo di dignità, governi di ogni colore che abbiano un minimo di sensibilità, devono sentire come prioritario lo stanziamento di risorse, anche cospicue, per salvare i pilastri di una società che non voglia avvilirsi nello squallore e nella perdita di sé. Un passato di spreco assistenzialista, di clientelismo talvolta, di sovvenzioni a pioggia, di dirigismo statalista che vuole mettere becco nella sfera della libertà culturale e artistica, non deve impedirci di essere coraggiosi e anche, se si vuole, con ironia e intelligenza, un po' fantasiosi.
Dove il mercato non arriva, lo Stato deve intervenire con strumenti nuovi, intelligenti, fruttuosi. Se alle librerie costrette a chiudere (ma anche ai teatri, ai musei, e così via) si concedesse un regime fiscale molto favorevole, se si pagasse l'affitto (oggi proibitivo) dei locali, si incentivasse l'assunzione di personale giovane e preparato, ci si accollasse l'onere delle bollette e dei costi aggiuntivi, forse si darebbe più respiro a chi sta morendo nell'asfissia.
E forse la collettività si renderebbe conto dell'importanza delle librerie, dei teatri centrali e periferici, delle sale cinematografiche di quartiere, dei musei. Polmoni d'ossigeno culturale che fanno ricco e civile e migliore un Paese che tenga a sé stesso. E sappia riconoscere l'urgenza di un'emergenza culturale che è anche un'emergenza di lavoro che sparisce. Non c'è molto tempo, il portafoglio va aperto subito. Da sinistra o da destra. Ma subito, preferibilmente insieme. Come in tutte le emergenze.
- Napoli. Epifania a Poggioreale, la Comunità di Sant'Egidio a tavola con i detenuti
- S.M. Capua Vetere (Ce). Mio padre affetto da gravi problemi al cuore, voglio portare io le medicine
- Francia. Spataro: "Parigi è tenuta a estradare i terroristi. Hanno un conto aperto con la giustizia
- Quell'irrefrenabile bisogno di costruire il nemico. Catarsi o propaganda?
- Libia. I soldati turchi in arrivo sono un problema, ma non certo il male peggiore









