di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 26 novembre 2019
I risultati della visita della delegazione del Garante nelle carceri molisane. Il detenuto era nel reparto di "medicina protetta" dell'ospedale di Campobasso senza televisore, esposto tutto il giorno al sole e senza climatizzatori.
Anche le carceri molisane, e non solo, sono state sotto la lente di ingrandimento del Garante nazionale delle persone private della libertà. La visita a Campobasso, Isernia e Larino dal 23 al 27 luglio 2018, è stata effettuata dalla delegazione composta da Mauro Palma e Daniela de Robert, rispettivamente presidente e componente del Collegio del Garante, e da Fabrizio Leonardi, Gilda Losito (per i primi due giorni), Antonio Martucci e Claudia Sisti, dell'Ufficio del Garante. La delegazione si è avvalsa della consulenza di Daniele Piccione, in qualità di esperto.
In particolare l'autorità del Garante ha ravvisato criticità sulla tutela della salute. "Come è noto - si legge nella relazione-, la Regione Molise ha nominato un Commissario ad acta per l'attuazione del piano di rientro dai disavanzi del servizio sanitario molisano. Tale situazione, che si protrae da diversi anni, comporta una inevitabile ricaduta anche sul sistema sanitario negli Istituti di pena, con tagli sulle risorse umane e materiali".
In particolare, è emersa una scarsa presenza dei medici specialisti negli Istituti, con lunghi tempi di attesa per le analisi e le visite e un numero elevato di visite non programmate in ospedale con accompagnamento da parte della scorta. "Tutto ciò - relaziona il Garante - crea un corto circuito tra esigenze di tutela della salute e esigenze di sicurezza che richiedono una soluzione condivisa".
Tra le varie criticità, una che salta inevitabilmente all'occhio, è quella che riguarda il reparto di "medicina protetta" dell'ospedale "Antonio Cardarelli" di Campobasso. Le camere presentano finestre ad ante fisse che non possono essere aperte per il necessario ricambio di aria. Tale circostanza è aggravata dall'assenza di aria climatizzata e dall'esposizione al sole della camera per la maggior parte della giornata.
"Tale situazione - osserva il Garante -, nel rispetto delle esigenze di sicurezza e prevenzione di possibili atti autolesivi o suicidari, appare in contrasto non solo con le regole penitenziarie europee del Consiglio d'Europa, ma anche con regole di vivibilità nel caso di prolungate degenze".
Il piccolo reparto risulta non munito di alcun locale diverso dalla stanza di degenza, ove avvengono anche i colloqui con i familiari, né di alcuno spazio esterno ove trascorrere, quando le condizioni di salute lo consentono, almeno un'ora al giorno - ciò anche in considerazione dell'impossibilità di aprire le finestre.
Inoltre, non vi è un televisore e neppure un telefono per comunicare con familiari o avvocati. In sintesi, le persone detenute non godono di fatto dei diritti riconosciuti negli Istituti dall'ordinamento penitenziario. "Alla condizione di detenzione e di malattia - si legge sempre nella relazione - si aggiunge di fatto una condizione di solitudine oggettiva e di impotenza aggravata dall'assenza di diritti".
La delegazione del Garante, sempre nel reparto, ha incontrato una persona proveniente dall'Istituto di Larino, S. I., che era ricoverata da ben 62 giorni, ininterrotti. Si tratta di un detenuto in regime di alta sicurezza (AS3), sottoposta a cicli di radio terapia a seguito di neoplasia alla gola, con evidenti e gravi difficoltà di comunicazione a causa della patologia, ricoverato in quel Reparto dal 21 maggio e sottoposta a divieto di incontro (con la persona eventualmente ricoverata e detenuta nell'altra stanza).
Ciò vuol dire che la persona, per mesi, è stata ininterrottamente ricoverata in un ambiente chiuso, senza ricambio d'aria, senza televisore, esposto tutto il giorno al sole e senza condizionatori d'aria. Aspetti che sono stati valutati dal Garante "offensive della dignità della persona ricoverata e, come tali, possibilmente sintetizzabili in quel concetto di "trattamento inumano o degradante" vietato inderogabilmente dall'articolo 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali".
di Mario Nasone*
Corriere della Calabria, 26 novembre 2019
Sarà presentato il 16 dicembre al consiglio regionale il primo rapporto sulla violenza di genere in Calabria promosso dall'osservatorio regionale sulla violenza di genere e curato dalla prof. Giovanna Vingelli dell'Università della Calabria e dai dirigenti Maria Picci e Domenico Tebala dell'Istat. Un servizio a costo zero per la Regione che per la prima volta, con le poche risorse disponibili, ha cercato di fare una fotografia del fenomeno della violenza sulle donne che in Calabria costituisce, dopo la ndrangheta, una questione criminale e sociale che colpisce migliaia di donne e bambini.
Un rapporto che ha avuto sul piano regionale la collaborazione delle Procure Generali di Reggio e Catanzaro e delle Questure e che si è dovuto scontrare con la mancanza di un sistema informativo strutturato in grado di potere fornire dati omogenei e tempestivi. Un lavoro che rappresenta da questo punto di vista l'inizio di una azione di monitoraggio sui bisogni e sulle risorse in grado di offrire dati numerici e qualitativi più completi ed esaustivi.
Un rapporto che ha fatto emergere, accanto alle tante buone prassi, anche le gravi criticità che impediscono alla nostra regione di disporre di un sistema di prevenzione e di protezione delle donne in grado di contrastare il fenomeno. Meritoria l'azione delle forze dell'ordine che stanno lentamente facendo riacquistare alle donne fiducia nelle istituzioni, come conferma il dato dell'aumento delle denunce. Positiva l'azione del sistema scolastico che vede molte scuole impegnate non in iniziative spot ma in progetti che prevedono percorsi formativi strutturati che vedono gli studenti protagonisti, come il percorso sperimentale adotta la storia di una vittima di femminicidio voluto dall'osservatorio e dal Miur.
Rimane invece precaria la situazione dei centri antiviolenza e delle poche case rifugio che ricevono finanziamenti a singhiozzo e insufficienti a reggere i costi del servizio, con zone come la Locride e la Piana ancora sprovvisti di centri accreditati. Inapplicata la legge regionale 20/2007 anche nella parte che impone ai comuni di assegnare alloggi alle donne che denunciano, considerato anche l'aumento del patrimonio immobiliare a loro disposizione grazie alle confische dei beni ai mafiosi.
Carenze evidenziate anche dalle forze dell'ordine che fanno una grande fatica a trovare una sistemazione abitativa alle donne dalle quali hanno raccolto la denuncia. Con situazioni paradossali di alcune di esse che, in mancanza di soluzioni, sono dovute ritornare con i figli minori nella casa dalla quale si erano allontanate.
Costrette a riprendere la convivenza con il compagno violento che avevano denunciato. Lo stesso accade per la formazione professionale e l'inserimento lavorativo delle donne che vorrebbero acquistare una autonomia economica e che solo raramente trovano sbocchi occupazionali o sostegni a fare impresa. A fronte di queste criticità gravi l'auspicio è quello di vivere il 25 novembre, giornata internazionale della violenza sulle donne, come uno stimolo per tutti, soprattutto della politica regionale che si sperava riuscisse a approvare la nuova normativa, il progetto di legge 285 fermo da mesi in terza commissione. Dare concretezza alle tante riflessioni e manifestazioni che si stanno organizzando in tutta la regione, offrire riferimenti, assumersi la propria quota di responsabilità è la risposta che le donne che vivono questa condizione drammatica attendono.
*Coordinatore Osservatorio regionale sulla violenza di genere
di Michela Offredi
Corriere della Sera, 26 novembre 2019
Lib(e)ri è il progetto che ha coinvolto la casa circondariale di via Gleno. 15 libri in formato A5, realizzati a mano. Sette detenuti hanno anche avuto la possibilità di visitare la mostra "Libera. Tra Warhol, Vedova e Christo".
Dalle sbarre del carcere alla libertà dell'arte, che consente di evadere con la mente e il corpo. E di portare la propria voce anche fuori dalle mura. È accaduto a 15 detenuti, di diversa età, della casa circondariale di Bergamo. Negli scorsi mesi hanno partecipato al progetto Lib(e)ri e ora si preparano ad esporre alla Gamec.
Da domani al 6 dicembre lo spazio Servizi educativi della Galleria accoglierà una mostra con 15 opere, realizzate durante il percorso nato dalla collaborazione fra le due realtà. "La bontà dell'iniziativa è testimoniata dal fatto che ormai da più di 10 anni viene proposta con regolarità. A richiederla sono gli stessi ospiti che hanno la possibilità di esprimersi in un modo diverso - spiega Anna Maioli, responsabile dell'Area trattamentale della casa circondariale -. Quest'anno a 7 di loro è stata data la possibilità di visitare il museo e la mostra "Libera. Tra Warhol, Vedova e Christo".
Un'occasione per riflettere sul concetto di legalità, ma anche per conoscere l'istituzione museale e il mondo dell'arte che "devono essere accessibili a tutti, indipendentemente dalla propria condizione", osserva Giovanna Brambilla, responsabile dei Servizi educativi della Gamec. A essere presentati sono 15 libri in formato A5, realizzati a mano e stampati con un vecchio tirabozze a caratteri mobili e in metallo. Custodiscono pensieri, appunti, disegni dei detenuti. E dimostra-no come la libertà della scrittura superi le barriere e "come è sempre possibile sottolineare il valore della propria umanità", prosegue Brambilla.
A fare da guida all'esposizione (aperta tutti i giorni, escluso il martedì, dalle 10 alle 18, ingresso libero) saranno gli alunni dell'istituto Vittorio Emanuele II, che hanno fatto visita ai detenuti, li hanno intervistati sul senso delle opere e hanno poi scritto i testi del catalogo.
Per la chiusura, il 6 dicembre è in programma un workshop di formazione dal titolo "Lib(e)ri: il senso di un dialogo tra museo, carcere, scuola e territorio", che vedrà la partecipazione delle figure coinvolte nel progetto ma anche di alcuni assessori del Comune. "Racconteremo il nostro percorso e inviteremo i presenti ad aprirsi a questo luogo che, contrariamente a quello che si crede, è parte integrante della città", conclude Brambilla.
quinewssiena.it, 26 novembre 2019
Protocollo tra Società della salute, istituzioni e associazioni per la messa alla prova dei detenuti con pene inferiori ai quattro anni. Anche in diversi Comuni del senese si potrà ricorrere alla messa alla prova, ovvero la misura che consente agli imputati puniti con la sola pena pecuniaria o con la pena detentiva non superiore a quattro anni, di accedere a un programma di trattamento riabilitativo alternativo alla pena. Lo rende noto la Società della salute senese.
L'iniziativa è frutto di una convenzione con il ministero della giustizia e di un protocollo di intesa fra Società della Salute Senese, Fondazione Territori Sociali Altavaldelsa (Ftsa), la Società della Salute Altavaldelsa, l'Ufficio di Esecuzione Penale Esterno (Uepe di Siena e Grosseto), la Casa Circondariale di Siena, la Casa di Reclusione di San Gimignano, l'associazione Aleteia - Studi e ricerche giustizia riparativa e mediazione e l'associazione Apab.
Il programma prevede come attività obbligatorie: l'esecuzione di lavori di pubblica utilità presso i Comuni che hanno aderito all'accordo, l'attuazione di condotte riparative, finalizzate a eliminare le conseguenze dannose o pericolose derivanti dal reato, il risarcimento del danno cagionato e, ove possibile, l'attività di mediazione con la vittima del reato.
"Dopo due anni di lavoro finalizzati al raggiungimento dell'accordo - sottolineano i responsabili delle associazioni Aleteia, Apab e Il Telaio delle Idee, che svolgono la preziosa attività di promozione e facilitazione della misura - siamo veramente lieti della sottoscrizione di questo Protocollo d'Intesa che, da un lato, permette, di rendere più efficace il percorso di reinserimento sociale e di responsabilizzazione di coloro che hanno commesso un reato, consentendo loro di accedere, in ogni fase del procedimento penale, a servizi di giustizia riparativa e, dall'altro, di conferire risorse per contribuire al miglioramento dei vari servizi offerti da enti locali e da associazioni".
"È un passo importante - aggiunge Giuseppe Gugliotti, presidente della Società della Salute Senese - che testimonia l'attenzione delle nostre Società della Salute e dei nostri Comuni nei confronti di progetti di reale promozione delle persone e, allo stesso tempo, ne evidenzia la capacità di cogliere opportunità per coinvolgere risorse nelle attività di servizio alla comunità".
di Maurizio Bianchi
bandieragialla.it, 26 novembre 2019
In carcere, le diseguaglianze sociali assumono un significato particolare. Nel carcere di Bologna i più fortunati, circa il 15% della popolazione presente, hanno l'opportunità di lavorare, fissi o a rotazione, e quindi possono permettersi un reddito per soddisfare i propri bisogni, aggiungendo risorse proprie a ciò che passa l'amministrazione penitenziaria per la minima sopravvivenza. Fra l'altro la situazione economica di ognuno di noi non è protetta da privacy, dal momento che ogni detenuto può guardare, attraverso il modello 100, lo stato del conto corrente di tutti i compagni di sezione.
La questione del lavoro, quindi, nella vita detentiva è centrale in relazione alla disuguaglianza; molti detenuti, soprattutto stranieri, per ottenere un'occupazione lavorativa, arrivano addirittura a compiere atti di autolesionismo pur di ottenere una mansione lavorativa retribuita.
Diverse volte abbiamo visto che ad atti di autolesionismo è seguita l'ammissione al lavoro e per questo viene da pensare che i criteri di ammissione alle attività remunerate non sono poi così certi e che queste azioni vengano commesse strumentalmente per conquistare quel "di più" che consente di vivere la detenzione in modo meno pesante.
I posti di lavoro sono pochi ed alcuni sono, come detto, a rotazione: alcuni sono assunti Mof (Manutenzione Ordinaria Fabbricati), altri alla Fid (l'officina meccanica "fare impresa Dozza"), altri ancora alla lavanderia o in cucina; ci sono poi i lavori di ordinaria amministrazione, in cui vengono impegnati addetti alle pulizie dei vari reparti, alla manutenzione di aree verdi e gli "spesini", che si occupano di raccogliere l'elenco delle spese dei detenuti e distribuire i generi alimentari e non venduti da imprese esterne per il sopravvitto.
Sono proprio gli "spesini" che accedono alle informazioni sui conti correnti e hanno quindi il termometro della ricchezza e della povertà in carcere: ciò che si ha nel conto corrente diventa quindi anche qui un'etichetta, con cui si è ascritti al catalogo dei poveracci o di quelli che, invece, possono permettersi i "lussi" da detenuto abbiente.
Non so se si può sostenere che in carcere vi siano solo poveri, ma una cosa è certa: la povertà non si misura solo con i soldi, perché proprio in un posto come questo ci si rende conto che si può essere poveri e ricchi al tempo stesso. La ricchezza che ogni detenuto conserva nell'anima è la speranza di riuscire a uscire al più presto da questo incubo, ricostruendo la propria vita in modo positivo per sé e per i propri cari.
di Manlio Dinucci
Il Manifesto, 26 novembre 2019
L'Italia istituzionale tace, ma a Ghedi e ad Aviano sono stoccate 70 ogive nucleari Usa. E ne stanno per arrivare di nuovissime. Silenzio di tomba nell'arco istituzionale italiano, sempre loquace sul Papa, sulle parole pronunciate da Francesco il 24 novembre a Hiroshima e a Nagasaki: "L'uso dell'energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine. È immorale il possesso delle armi atomiche". Parole imbarazzanti per i nostri massimi esponenti istituzionali che, come i precedenti, sono responsabili del fatto che l'Italia, paese non-nucleare, invece ospiti e sia preparata a usare atomiche statunitensi, violando il Trattato di non-proliferazione a cui ha aderito, che proibisce agli Stati militarmente non-nucleari di ricevere armi nucleari e di averne il controllo direttamente o indirettamente. Responsabilità ancora più grave perché l'Italia, come membro Nato, si è rifiutata di aderire al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari votato a grande maggioranza dall'Assemblea generale dell'Onu: che impegna gli Stati firmatari a non produrre né possedere atomiche, a non usarle né a minacciare di usarle, a non trasferirle né a riceverle direttamente o indirettamente, con l'obiettivo della loro totale eliminazione.
Imbarazzante per i governanti la domanda che papa Francesco fa da Hiroshima: "Come possiamo parlare di pace mentre costruiamo nuove e formidabili armi di guerra?". In Italia le bombe nucleari attualmente stimate sono in circa 70, tutte del modello B61, ma stanno per essere schierate sul territorio italiano le nuove e più micidiali bombe nucleari Usa B61-12 (in numero ancora sconosciuto) al posto delle attuali B-61. La B61-12 ha una testata nucleare con quattro opzioni di potenza selezionabili: al momento del lancio, viene scelta la potenza dell'esplosione a seconda dell'obiettivo da colpire. A differenza della B61 sganciata in verticale sull'obiettivo, la B61-12 viene lanciata a distanza e guidata da un sistema satellitare. Ha inoltre la capacità di penetrare nel sottosuolo, anche attraverso il cemento armato, esplodendo in profondità per distruggere i bunker dei centri di comando e strutture sotterranee, così da "decapitare" il paese nemico in un first strike nucleare.
Altrettanto imbarazzante è l'altra domanda del papa: "Come possiamo proporre la pace se usiamo continuamente l'intimidazione bellica nucleare come ricorso legittimo per la risoluzione dei conflitti?". L'Italia, quale membro della Nato, ha avallato la decisione di Trump di cancellare il Trattato Inf che, firmato nel 1987 dai presidenti Gorbaciov e Reagan, aveva permesso di eliminare tutti i missili nucleari a gittata intermedia con base a terra schierati in Europa, compresi quelli installati a Comiso. Gli Usa mettono a punto nuovi missili nucleari a raggio intermedio con base a terra, sia da crociera che balistici (questi capaci di colpire gli obiettivi in pochi minuti dal lancio), da schierare in Europa, di certo anche in Italia, contro la Russia e in Asia contro la Cina. La Russia ha avvertito che, se verranno schierati in Europa, punterà i suoi missili nucleari sui territori in cui saranno installati.
Le potenze nucleari posseggono complessivamente circa 15.000 testate nucleari. Oltre il 90% appartiene a Stati Uniti e Russia: ciascuno dei due paesi ne possiede circa 7 mila. Gli altri paesi in possesso di testate nucleari sono Francia (300), Cina (270), Gran Bretagna (215), Pakistan (120-130), India (110-120), Israele (80), Corea del Nord (10-20). Altri cinque paesi - Italia, Germania Belgio, Olanda e Turchia - hanno insieme circa 150 testate nucleari statunitensi dispiegate sul proprio territorio. La corsa agli armamenti si svolge ormai però non sulla quantità ma sulla qualità: ossia sul tipo di piattaforme di lancio e sulle capacità offensive delle testate nucleari.
E quando Papa Francesco afferma che l'uso dell'energia nucleare per fini di guerra è "un crimine non solo contro l'uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune", che mette in pericolo il futuro della Terra, ecco che non dovrebbe tacere chi è impegnato nella difesa dell'ambiente: perché la più grave minaccia per l'ambiente di vita sul pianeta è la guerra nucleare, ed è prioritario l'obiettivo della completa eliminazione delle atomiche. Sarà ora recepito l'avvertimento di papa Francesco nella Chiesa e tra i cattolici - che in Giappone sono in prima fila contro ogni riarmo e riforma della Costituzione di pace?
di Loredana Biffo
caratteriliberi.eu, 26 novembre 2019
Nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, vale la pena di ricordare le donne combattenti della Repubblica islamica dell'Iran, che conducono una lotta quarantennale contro l'oppressione del regime clericale fondato da Khomeini. Le donne della Resistenza iraniana, si trovano in prima linea nel conflitto provocato dalla dittatura teocratica e fortemente misogina instaurata da Khomeini nel 1979: si tratta dell'unico caso al mondo di opposizione a base femminile.
La Resistenza ha denunciato la situazione politico-sociale di un paese che vive in condizioni drammatiche, e in cui si registra la costante violazione di qualsiasi diritto: politico, di stampa, sociale e umano. In particolare il regime teocratico fonda la sua essenza proprio sulla sottomissione delle donne, attraverso un'applicazione letterale della sharia. Ciò rende unica in tutto il mondo musulmano l'egemonia femminile sulla Resistenza iraniana, che non a caso vede a capo, nel ruolo di Presidente eletta, una donna: Maryam Rajavi.
Le donne in Iran sono il motore del cambiamento, lo si vede chiaramente nel loro ruolo nelle proteste che da più di un anno scuotono il paese e che si sono intensificate negli ultimi giorni da quando il regime ha annunciato l'aumento del prezzo del carburante, fatto che ha intensificato la lotta legata ad un malessere generalizzato del popolo intero. La discriminazione di genere, e la segregazione a cui sono sottoposte, anziché indebolirle, hanno reso le donne sempre più forti e ribelli. Esse sono le vittime predestinate del governo degli ayatollah. L'abbassamento dell'età legale ed il matrimonio forzato per le bambine, la discriminazione nell'istruzione, la povertà e altri fattori hanno fatto si che decine di migliaia di queste abbandonino la scuola.
Sono 77 i campi di studio vietati alle ragazze (quelle che appartengono alle classi medio alte e che riescono a portare avanti gli studi) molte università non danno l'accesso alle donne. Anche in campo sportivo subiscono pesanti limitazioni, nelle gare internazionali, dove devono gareggiare con il velo per non incorrere nell'arresto una volta rientrate in patria, inoltre non possono entrare negli stadi. È stato un fatto di cronaca recente che ha fatto il giro del mondo il caso di Sahar Khodayari, la 22enne che si è data fuoco per protesta a causa del divieto di entrare allo stadio.
Non più di qualche mese fa un importante ayatollah ha dichiarato in seguito a proteste della comunità internazionale, che la "questione femminile non è negoziabile". Le donne in Iran sono quelle che pagano il prezzo più alto per le proteste che portano avanti, vengono arrestate per "Atti contro la sicurezza nazionale", torturate, violentate e uccise nelle famigerate carceri del regime.
Raheleh Rahemipour: è stata arrestata il 10 settembre 2017 nella sua abitazione di Teheran. Colpevole di aver chiesto al regime notizie del fratello scomparso, Hossei Rahemipour e di sua nipote Golrou Rahemipur, nata in carcere da Reheleh Rahemipour detenuta per sedizione, la bambina è stata separata dalla madre a soli 14 giorni e fatta sparire.
Mansoureh Behkish: condannata nel febbraio 2018 a 8 anni di reclusione per aver chiesto giustizia per 6 dei suoi fratelli e cognati giustiziati negli anni 80. Si tratta di una delle più note attiviste che chiedono giustizia per le vittime del grande massacro di prigionieri politici del 1988.
Mryam Kalangari: di anni 65 prelevata dalla sua abitazione e reclusa nel carcere di Arak il 13 gennaio 2018 nonostante utilizzasse un deambulatore e soffra di varie patologie tra cui complicazioni cardiache, polmonari artrite reumatoide e non sia in grado di sopportare la condizione carceraria. Condannata a 5 anni di reclusione con l'accusa di "Propaganda contro lo Stato".
Sono innumerevoli i casi di donne vittime della ferocia del regime, ma il loro motto è "combattere l'oppressore fino alla morte". La libertà delle donne iraniane, è indissolubile dalla libertà di quell'intero popolo.
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 26 novembre 2019
È necessario partire dalla straordinaria valenza simbolica acquisita dall'Ebraismo agli occhi degli europei, costruita su due capisaldi: Cristianesimo e Shoah. Per capire la realtà profonda dell'antisemitismo, oggi più forte che mai, che cosa in esso si nasconda davvero in Italia come altrove, è necessario innanzi tutto partire da un dato: dalla straordinaria valenza simbolica acquisita dall'ebraismo agli occhi degli europei. Una tale valenza si è costruita su due capisaldi, il Cristianesimo e la Shoah. Grazie a essi l'Ebraismo oggi si presenta virtualmente come il momento iniziale e al tempo stesso il punto d'arrivo dell'intera storia d'Europa, in certo senso l'alfa e l'omega di tale storia, il principio e la fine.
Il principio, allorché l'emanazione religiosa neotestamentaria del giudaismo uscì dalla Palestina e si diffuse su questo continente dando forma e sostanza a quella civiltà europea che è ancora la nostra; e insieme però anche il punto terminale della vicenda che ebbe allora inizio. La fine da cui l'Europa non si risolleverà più, segnata dal suo suicidio storico tra le fiamme dell'Olocausto. Per l'Europa, insomma, l'Ebraismo è divenuto una sorta di luogo simbolico dell'Origine e contemporaneamente della Catastrofe.
Non basta. Proprio in ragione della Shoah, l'Ebraismo ha assunto - oggi soprattutto - anche il carattere di luogo simbolico di un giudizio sull'Europa che evidentemente non può che essere di irrimediabile condanna. Un giudizio che dal 1945 in avanti - e ben a ragione - esso ha rivendicato ed espresso in una molteplicità di forme. Attraverso le innumerevoli testimonianze autobiografiche, i tanti racconti, le smaglianti analisi e i bellissimi libri dei suoi storici e intellettuali, aventi tutti per argomento la persecuzione e lo sterminio; così come attraverso una richiesta incessante di risarcimento simbolico che ha come momento centrale la rievocazione instancabile, l'enfasi sulla memoria. La medesima funzione ha avuto in un certo senso anche la presenza di Israele. Una presenza ingombrante, che tuttora condiziona ogni mossa dei Paesi europei in quell'area cruciale del mondo costringendoli a una continua scelta, sempre difficile e imbarazzante, tra l'obbligatorio ricordo del passato e le ragioni della realpolitik? presente. Una presenza, quella di Israele, che per giunta non si stanca di mortificarci contrapponendo alla nostra pavida debolezza una rude fiducia e familiarità con la forza per noi inconcepibili.
In mille modi insomma l'Ebraismo sta lì, piantato come un fastidioso memento che impedisce all'Europa di dimenticare le proprie colpe legate indissolubilmente alla tragedia di un declino storico ormai a un passo dall'irrilevanza. Ma essere chiamati in giudizio non piace a nessuno. Anche se a farlo sono le Vittime, i Giusti per definizione: che proprio per questo, però, quasi sempre non sono amati per nulla, e anzi come si sa, risultano assai spesso antipatici. È per l'appunto questa sorda antipatia, è l'insofferenza per quanto detto finora, ciò che si muove nel fondo dell'odierno antisemitismo. Lo si può dire in un modo ancora più crudo: è l'insofferenza verso chi sentiamo aver acquisito una sorta di oggettiva superiorità morale ma a spese delle nostre disgrazie e delle nostre vergogne.
Se un tale sentimento può avere lo spazio che ha, ciò avviene, tuttavia, anche per la responsabilità della cultura democratica europea. La quale, quasi vergognandosi di sé e della propria tradizione storicista, si è arresa ai canoni del multiculturalismo, dell'eticismo, del pacifismo di principio, dell'approccio "postcoloniale", egemoni nelle università degli Stati Uniti e nella loro cultura. Sicché - a cominciare dalla fine della Seconda guerra mondiale e sempre di più avvicinandoci ai giorni nostri - essa ha offerto una narrazione della storia europea virata progressivamente in negativo. La terribile vicenda novecentesca con l'ombra cupa delle sue guerre e dei suoi massacri è stata in un certo senso proiettata all'indietro su tutto il nostro passato, finendo per costruirne una versione dominata di fatto dalla negatività. Soprattutto nei manuali scolastici, nella divulgazione e nel sentire comune, si è così affermata un'immagine della storia d'Europa - cioè alla fine un'immagine della nostra identità - fatta in massima parte di élite inadeguate, di risorgimenti falliti, di inutili stragi, di religioni causa per antonomasia di guerre e violenze, di disprezzo per le donne, di discriminazione nei confronti di ogni genere di diversità, di razzismo, di traffici di schiavi, di masse oppresse, di bellicismi sempre delittuosi, di sopraffazione e sfruttamento ai danni dell'universo mondo. In una prospettiva dove a prevalere sembra essere sempre stato il dato dell'interesse materiale. E dove, per converso, viene messa una sordina su tutta quella parte della storia che invece ha fatto dell'Europa odierna, guarda caso, il luogo dove milioni di dannati della terra cercano disperatamente asilo.
Ne risulta che l'atteggiamento diciamo così censorio che l'Ebraismo non può non avere verso il passato europeo (o che comunque come ho già detto esso per così dire oggettivamente incarna agli occhi degli stessi europei) cada sul terreno già in precedenza concimato da una lezione di autostima negativa quotidianamente impartita agli abitanti del continente.
È facile supporre allora come l'antisemitismo che oggi rialza la testa dappertutto, più che la manifestazione di un'effettiva avversione diretta nei confronti degli ebrei, rappresenti in realtà qualcos'altro. Vale a dire l'effetto aggressivo di un avvilimento, una forma di ottusa rivalsa per la capillare mortificazione che l'identità europea si trova a subire da tempo. Di rivalsa, e insieme diciamo pure d'invidia: nei confronti di un'identità storica che appare circonfusa della luce fulgida del martirio e della vittoria agli occhi di chi, invece, ha un'identità di cui non sa bene che cosa farsi e a proposito della quale sa solo che di certo non ha motivo di menare alcun vanto.
È una sorta di antisemitismo "indiretto", "di risulta", ad alimentare il quale gioca - sto parlando in particolare dell'Italia - un ultimo fattore: l'uso politico dell'Ebraismo da parte dei non ebrei. Cioè l'uso che gli esponenti politici non ebrei - solo loro, solo e sempre esponenti della politica, e dunque perlopiù, ahimè, personaggi agli occhi dell'opinione pubblica largamente screditati - fanno spesso e volentieri dell'Ebraismo.
Quando per attestare il proprio impeccabile status etico-ideologico si affrettano a cogliere strumentalmente la minima occasione per manifestare a gran voce la propria vicinanza/solidarietà/amicizia/stima, ecc., ecc. nei riguardi dell'Ebraismo.
Mostrando quasi una sorta d'interesse personale a enfatizzare oltremisura ogni più insignificante miserabile gesto antisemita per esibire quanto su quel piano sia irreprensibile la propria immagine e reprensibilissima invece quella dei loro avversari. Che un comportamento di tal genere sia davvero di vantaggio alla lotta contro l'antisemitismo, anche di questo, però, mi pare lecito dubitare moltissimo.
di Raniero La Valle
Il Manifesto, 26 novembre 2019
"Appena un istante, tutto venne divorato da un buco nero di distruzione e di morte". Così il papa ad Hiroshima. Ma lui è l'unico che resta ancorato a quel buco nero e che mette in gioco la sua autorità di leader per parlare da quel buco nero a un mondo che sembra volere sprofondarvi di nuovo. Chi ha colto fin dal suo sorgere l'inaudita novità del pontificato di Francesco, non si stupirà delle sue fermissime parole da Hiroshima e Nagasaki.
DA "queste terre che hanno sperimentato come poche altre la capacità distruttiva cui può giungere l'essere umano" per condannare le armi nucleari come "un crimine" e il pensiero stesso che le ha concepite. Un papa che ha cominciato a Lampedusa ("Vergogna!" salvare le banche e non i naufraghi), che nel memoriale della Shoà in Israele ha rinominato il peccato originale come il peccato non dell'Adam, ma di Caino, che ha aperto l'Anno santo non a Roma ma a Bangui, che ha convocato la Chiesa intera al capezzale dell'Amazzonia morente per il fuoco appiccato dagli uomini, non poteva non salire a quel buco nero.
Vi è salito come al vero nuovo altare su cui l'umano, e insieme anche il divino, sono bruciati per il sacrificio. E ha detto queste parole: "Con convinzione desidero ribadire che l'uso dell'energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l'uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune. L'uso dell'energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche, come ho già detto due anni fa. Saremo giudicati per questo... Come possiamo parlare di pace mentre costruiamo nuove e formidabili armi di guerra?".
Come sono lontani i vescovi americani che al Concilio, per assolvere la strategia della deterrenza e l'equilibrio del terrore, impedirono che si condannasse anche il solo possesso delle armi nucleari! Ora la Chiesa, finché il papa è il papa, ne condanna oltre al possesso anche la fabbricazione e il commercio, perché la corsa agli armamenti, egli ha detto appena è arrivato a Nagasaki, "spreca risorse preziose che potrebbero invece essere utilizzate a vantaggio dello sviluppo integrale dei popoli e per la protezione dell'ambiente naturale. Nel mondo di oggi, dove milioni di bambini e famiglie vivono in condizioni disumane, i soldi spesi e le fortune guadagnate per fabbricare, ammodernare, mantenere e vendere le armi, sempre più distruttive, sono un attentato continuo che grida al cielo".
Ed ha aggiunto una nuova definizione alla pace, dopo quella di Giovanni XXIII ("la pace è fuori della ragione") dicendo che "la vera pace è disarmata": o è disarmata o non è, ossia non può esserci: "Le armi, ancor prima di causare vittime e distruzione, hanno la capacità di generare cattivi sogni, esigono enormi spese, arrestano progetti di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia dei popoli. La vera pace può essere solo una pace disarmata". Essa non sta solo in un non fare (non fare la guerra) ma in un costruire continuo nella giustizia il bene di tutti.
Giustamente noi ci siamo scandalizzati al sapere che pochi ricchi hanno tanta ricchezza quanto la metà più povera della terra, ma ancora di più dovremmo indignarci al sapere che la grottesca enormità della spesa per gli armamenti (giunta, dicono gli analisti, a 1800 miliardi di dollari l'anno scorso) non solo toglie ogni speranza ai poveri, ma impedisce di porre mano alla vera emergenza che minaccia un altro buco nero per il mondo intero: la devastazione degli ecosistemi e la fine stessa della storia. Perché tutto si tiene. "È un grave errore pensare che oggi i problemi possano essere affrontati in maniera isolata senza considerarli come parte di una rete più ampia", ha detto papa Francesco a Tokyo. E non a caso parlando al recente Congresso mondiale del diritto penale, ci ha tenuto a dire che sta per mettere nel Catechismo della Chiesa cattolica un nuovo peccato, quello ecologico, che grida anch'esso, come la guerra, contro Dio e gli uomini.
Perché se il sistema politico non giunge a metterlo tra i crimini, lui intanto lo ascrive al peccato; e si sa come nella storia i due termini si siano, anche fortunosamente, intrecciati.
La verità è che siamo arrivati a quella svolta epocale per la quale la salvezza dell'umanità e del mondo non è più solo l'argomento delle religioni e delle Chiese, ma è l'urgenza stessa della politica e del diritto. Le due salvezze si incontrano, diventano una sola, fede e storia, grazia e libertà, sono portate dai fatti a incontrarsi in una sintesi nuova, escono dalla dialettica degli opposti. Eppure proprio ora l'irrompere dei particolarismi, dei nazionalismi, dei sovranismi sta distruggendo quel tanto di ordine internazionale che con tanta fatica si era cominciato a costruire dopo la prova della seconda guerra mondiale.
Nel messaggio di Nagasaki sulle armi nucleari il papa ha denunciato proprio questo rovesciamento che è in corso, che si manifesta nello "smantellamento dell'architettura internazionale di controllo degli armamenti. Stiamo assistendo a un'erosione del multilateralismo, ancora più grave di fronte allo sviluppo delle nuove tecnologie delle armi; questo approccio sembra piuttosto incoerente nell'attuale contesto segnato dall'interconnessione e costituisce una situazione che richiede urgente attenzione e anche dedizione da parte di tutti i leader". Ormai gli appelli, le denunce, e anche milioni di voci che si levano dalle piazze non bastano più.
Va ripresa con coraggio la strada gloriosa dell'internazionalismo, la costruzione del multilateralismo. Questo, oggi, è il vero "stato d'eccezione" su cui ieri si insediavano i vecchi sovrani. Ma per fare questo occorre tornare alla politica per promuovere una politica per la Terra; occorre fondare un diritto capace di dettare regole impegnative per tutti, un costituzionalismo mondiale e un sistema di garanzie che lo renda efficace, occorre una Costituzione per la Terra.
di Stefano Mauro
Il Manifesto, 26 novembre 2019
Dopo il 40mo venerdì consecutivo di proteste nelle strade, l'annuncio dello sciopero generale giovedì 28. 150 gli arresti in pochi giorni. Bisogna tornare al "decennio nero" degli anni '90 per assistere a una serie di arresti in massa come è avvenuto in quest'ultima settimana in Algeria. "Più di 150 persone arrestate in pochi giorni" secondo un primo bilancio pubblicato dal Comitato nazionale per la liberazione dei detenuti (Cnld) "con capi d'accusa come quello di "indossare l'emblema amazigh (berbero, ndr)" o quelli di attentato "all'unità nazionale" e "all'integrità dell'esercito" o al "divieto di adunata sediziosa".
A nove mesi dall'inizio delle proteste, di fronte a questa escalation il popolo algerino continua a contestare il regime e ad affermare la propria contrarietà alle presidenziali, previste per il 12 dicembre, visto che "si tratta più di una campagna di arresti che di una campagna elettorale". Come effetto di questa dura repressione, le proteste si intensificano sempre più. A poco meno di tre settimane dalle elezioni, il livello della mobilitazione è intatto, come è sembrato evidente durante il quarantesimo venerdì consecutivo dell'hirak (movimento), che ha visto un fiume di persone sfilare nelle strade per chiedere il boicottaggio delle presidenziali, viste come l'ennesimo tentativo del regime di "riciclarsi". Dal primo giorno di campagna elettorale, lo scorso 17 novembre, si sono moltiplicate anche le manifestazioni di dissenso nei confronti dei cinque candidati alle presidenziali. A Tlemcen centinaia di giovani hanno cercato di ostacolare l'incontro di Ali Benflis, presidente del partito Talai el Houriyat, con decine di persone arrestate e condannate in tempi rapidissimi. Stessa sorte è toccata al candidato islamista, ex ministro del Turismo, Abdelkader Bengrina, bloccato per ore in un hotel, con le immagini della sua "liberazione" da parte della polizia che hanno fatto il giro dei social.
Il Cnld ha indetto lo sciopero generale questo giovedì, 28 novembre, per "chiedere il rilascio di tutti i detenuti dell'hirak e l'immediata cessazione della repressione giudiziaria", con un appello rivolto a tutte le associazioni, i sindacati e agli esponenti della società civile. Lo stesso Cnld non esclude "l'annullamento dei risultati delle prossime elezioni presidenziali del 12 dicembre" perché il voto sarà totalmente boicottato in diverse wilaya (regioni, ndr), come in Cabilia, "compromettendo uno dei fondamenti della costituzione algerina: l'unità nazionale". Nonostante gli incontri dei candidati senza pubblico e gli inviti al boicottaggio, il vero uomo forte del regime, il generale Ahmed Gaïd Salah, non pensa ad alcun rinvio delle elezioni, ma al contrario continua ad esprimere "la sua soddisfazione riguardo alla volontà degli algerini di andare massicciamente alle urne".
Le incertezze sul voto del 12 dicembre rimangono, come confermato dal diplomatico Abdelaziz Rahabi, intervistato dal giornale online Tsa. "Mi sarebbe piaciuto un clima diverso, con la liberazione dei detenuti di opinione e l'apertura dei media (...). L'unica certezza è che non è stato possibile raggiungere un accordo politico che consentisse alle elezioni di svolgersi in condizioni adeguate e che avrebbe incoraggiato gli algerini ad andare alle urne".
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