di Flore Murard-Yovanovitch
Il Manifesto, 26 novembre 2019
Intervista a Omer Shatz. Parla l'avvocato che denuncia all'Aja le colpe europee nei respingimenti in Libia. "In mare è in corso una guerra ma il nemico non sono gli Stati, bensì civili vulnerabili che preferiscono morire che tornare nei campi".
Lo scorso mese di giugno è stato presentato alla Corte penale internazionale (Cpi) un esposto che accusa l'Unione europea e gli Stati membri di "crimini contro l'umanità" per le politiche migratorie che hanno causato migliaia di morti in mare e respingimenti in Libia.
La responsabilità europea nelle morti è dimostrata in un documento di 242 pagine che analizza ogni scelta, decisione, dichiarazione pubblica dei funzionari e dei politici dei Paesi membri e delle istituzioni comunitarie. Al cuore della denuncia, che prende in esame il periodo dal 2014 ad oggi, la consapevolezza delle autorità italiane e europee nella creazione di quella che è la "rotta migratoria più mortale del mondo" e delle conseguenze letali dei respingimenti sistematici dei migranti in Libia.
I reati ipotizzati riguardano l'"omissione di soccorso" - l'Ue non avrebbe intenzionalmente salvato i migranti in difficoltà in mare per scoraggiare gli altri, nella consapevolezza del crescente numero di morti a seguito del passaggio dall'operazione "Mare nostrum" a "Triton" (2014-2016): quasi 20.000 morti; e "crimini per procura" - dopo che le navi delle Ong sono intervenute salvando i migranti e sbarcandoli in Europa, l'Ue ha delegato alla sedicente Guardia costiera libica l'intercettazione e il refoulement dei migranti nei campi libici, commettendo - secondo gli autori dell'esposto - crimini contro l'umanità di persecuzione, deportazione, detenzione, schiavitù, stupro, tortura e altri atti inumani (2016-2019): 50.000 i civili respinti in Libia.
In particolare, vengono chiamati in causa i Paesi che hanno svolto un ruolo cruciale nella definizione della politica europea sulla migrazione, cioè Italia, Germania e Francia. Tra i nomi che compaiono negli atti d'accusa ci sono quelli dei primi ministri Matteo Renzi, Paolo Gentiloni, Emmanuel Macron e Angela Merkel. Ma anche quelli degli ex ministri dell'Interno Marco Minniti e Matteo Salvini. Ora l'ufficio della procura dell'Aia dovrà decidere se acquisire la denuncia, un primo passo che potrebbe portare all'apertura di una inchiesta.
Tra gli avvocati che hanno preparato il caso ci sono l'esperto di diritto internazionale dell'Istituto di studi politici di Parigi, Omer Shatz, a cui il manifesto ha rivolto alcune domande, e l'avvocato franco-spagnolo Juan Branco, consigliere di WikiLeaks. I due esperti discutono oggi della loro tesi alle ore 14.30 all'Università Europea di Firenze (School of Transnational Governance).
Avvocato Shatz, che esito prevede potrà avere il vostro esposto alla Cpi?
Il risultato non potrebbe essere più certo. Legalmente non esiste uno scenario in cui funzionari dell'Ue e degli Stati membri non possano essere processati per i crimini contro l'umanità commessi in Libia e nel Mediterraneo centrale. Se la Corte continuerà ad indagare per gli stessi crimini solo gli attori africani, lasciando ai loro omologhi europei piena impunità, sarà per sempre percepita come uno strumento colonialista e un tribunale parziale. Quindi, in un certo senso, la Cpi deve scegliere se sacrificarsi per salvare l'Ue: una scelta difficile, visto che l'Ue è il principale finanziatore e sostenitore della Corte.
Che conseguenze può avere la scelta della procuratrice Fatou Bensouda di indagare solo sui crimini commessi nei centri di detenzione contro migranti e rifugiati e di perseguire solo i trafficanti di esseri umani ed alcuni esponenti libici coinvolti nel traffico?
La procuratrice sta indagando solo 3 o 4 individui, che non sono i principali responsabili, e tutti africani. Poiché la corte ha completamente fallito in otto anni di indagini, ha rinviato i suoi poteri ai singoli Stati che non hanno interesse a indagare su questi crimini; perché i governi - libici ed europei - sono i principali trafficanti di esseri umani. Infine, la Cpi ha condiviso le sue prove e informazioni-chiave con i principali sospettati, contaminando l'intera indagine.
L'Italia ha appena rinnovato gli accordi con la cosiddetta guardia costiera libica, l'Ue prosegue la propaganda, l'inchiesta della Cpi evita di perseguire i più alti rappresentanti dell'Italia e della Ue... Come pensate di rompere questa impunità?
Al di là delle gravi implicazioni sulla legittimità e la credibilità di questo tribunale, se la Cpi non vuole andare avanti con le indagini sugli attori dell'Ue noi procederemo con l'azione penale nei tribunali nazionali sulla base della giurisdizione universale. Prima o poi, alla Cpi o altrove, ci sarà un secondo tribunale di Norimberga, perché per la prima volta dalla seconda guerra mondiale l'Europa è direttamente implicata in crimini contro l'umanità.
Il cuore della vostra tesi è che i politici europei avessero piena consapevolezza dei loro atti e delle loro conseguenze, sia nella creazione della "rotta migratoria più letale del mondo", sia dei crimini perpetrati nei campi di prigionia in Libia...
Stiamo assistendo a due fenomeni sorprendenti: il primo è il modo in cui l'Europa ha inventato dal nulla, con la disumanizzazione e la reificazione dei "migranti", una categoria fittizia di civili, solo allo scopo di colpirli. Ciò che è iniziato con la discriminazione e la criminalizzazione, è diventato poi rigetto e in ultima analisi sterminio. Questa deriva è accaduta a piccoli passi, così il processo per il quale siamo arrivati a tollerare il massacro sistematico di 20.000 bambini, donne e uomini, e il trasferimento forzato e la schiavitù di 50.000 sopravvissuti nei campi di concentramento, è quasi "invisibile". Il secondo fatto, è che descriviamo tutto questo come una "tragedia" o disastro naturale, mentre si tratta in realtà, in modo innegabile, di una decisione consapevole: una politica intenzionale, attentamente calcolata e pianificata con cura.
Parliamo dei rappresentanti al più alto livello europeo, tra cui Commissionari Ue, direttori di Frontex, ex ministri dell'Interno come Marco Minniti e Matteo Salvini? Psicologicamente abbiamo difficoltà a percepire che l'Ue, una democrazia liberale, sia implicata in atroci crimini...
Sono totalmente d'accordo. In risposta al nostro caso, la Commissione europea ha dichiarato che il suo "obiettivo primario è quello di salvare vite nel Mediterraneo"; ma se questo fosse vero, perché allora impediscono alle Ong di salvare vite in mare? Perché criminalizzano coloro che agiscono sulla base del diritto internazionale? Hanno anche detto che i campi in Libia devono essere chiusi e i sopravvissuti evacuati. Ma se fosse vero, perché continuano a rimandarci ogni giorno centinaia di persone?
Con il suo collega Juan Branco ha letto migliaia di pagine di rapporti, fonti diplomatiche, documenti interni della Commissione europea, di Frontex: quale idea vi siete fatta della catena di comando dell'Unione europea?
L'Ue è un apparato di potere molto burocratico, dove ogni parte del puzzle può razionalizzare al massimo il proprio processo decisionale. La dissonanza dell'Ue tra il suo discorso e la pratica è orwelliana, mentre si è arresa de facto alle teorie di destra populista sulla presunta "sostituzione etnica". L'Ue paga le milizie libiche per eseguire i crimini che non può commettere da sola, ad esempio il respingimento e l'internamento nei campi di concentramento; mentre paga anche l'Unhcr e l'Iom per mantenere in vita i sopravvissuti e fargli accettare di tornare nei loro Paesi; l'Unione europea finanzia l'operazione Sophia per addestrare le milizie libiche e gestire i droni per monitorare il refoulement. Abbiamo quindi a che fare con un apparato di potere molto sofisticato, che utilizza mezzi materiali, finanziari, tecnologici e simbolici per razionalizzare al massimo le proprie azioni illecite, tenerle lontane dall'attenzione pubblica ed evitare le proprie responsabilità.
Infatti, dal cuore della civiltà occidentale, rimandiamo esseri umani in campi paragonabili ai Lager.... siamo di fronte ad una chiara svolta storica: qual è il peso morale per tutti noi, cittadini di uno spazio politico dove sono commessi tali crimini?
Ci siamo purtroppo abituati al modo in cui viene definita la popolazione bersaglio: i migranti come gruppo sono una invenzione degli ultimi anni. Prima parlavamo di "immigrati" o "emigranti". A differenza degli Ebrei, Bosniaci, Uiguri, Yazidi, e Rohingya c'è poco di comune tra i membri di questo gruppo "migrante", a parte la loro caratteristica di essere in movimento: provengono da diverse nazionalità, religioni, culture e contesti socioeconomici, le loro motivazioni per il transito sono diverse. L'unico elemento comune per perseguitarli è il loro desiderio di fuggire da un'area di conflitto armato. Come scriveva Saviano, c'è una guerra tranquilla nel Mediterraneo. Ma il nemico di questa guerra non sono Stati o combattenti, ma civili vulnerabili che preferiscono "suicidarsi" in mare per non soffrire ulteriormente nei campi. Sono nato sulle rive del Mediterraneo e come padre di un bambino penso ogni giorno a come si sia trasformato questo bellissimo Mare nostrum, nel più grande cimitero del mondo, pieno di bambini morti di cui non conosceremo mai il nome. Il male radicale o banale forse significa proprio questo: non riuscire a capire come una "cortese" Unione europea, sia coinvolta in un'impresa così letale. L'ironia è che costruendo muri per proteggere i valori dell'Europa - la nozione liberale di diritto dell'uomo, i principi dei diritti umani - essi stessi vengano distrutti in modo irreversibile. Non c'è mai stata una "crisi migratoria" ma una "crisi esistenziale dell'Europa".
di Cristin Cappelletti
open.online, 26 novembre 2019
I documenti ottenuti dall'International Consortium of Investigative Journalism rivelano un sistema di prigionia di massa. Un lavaggio del cervello sistematico per milioni di uiguri musulmani detenuti in Cina nella regione dello Xinjiang. È quanto rivelano i documenti ufficiali delle autorità cinesi di cui è entrato in possesso l'International Consortium of Investigative Journalists (Icij), a cui appartengono anche la Bbc e il The Guardian.
I documenti classificati sono arrivati all'Icij attraverso una catena di uiguri esiliati. Il governo cinese sostiene però da tempo che i campi dello Xinjiang offrano istruzione e formazione volontaria contro l'estremismo alla minoranza uigura. Dai documenti trapelati, ribattezzati China Cables, emerge invece come Pechino abbia dato istruzioni precise su come gestire questi posti: cioè prigioni di massima sicurezza, con una rigida disciplina, punizioni e divieto di fuga, dove la vita dei detenuti viene monitorata continuamente.
Negli ultimi due anni attraverso descrizioni, testimonianze di ex detenuti, e immagini satellitari è emerso un sistema di campi gestiti dal governo nello Xinjiang abbastanza grande da contenere un milione o più di persone. Ultima in ordine di tempo è la rivelazione fatta dal New York Times che attraverso documenti classificati ha svelato gli ordini impartiti dal presidente cinese Xi Jinping in merito alla repressione degli uiguri: "Nessuna pietà".
Ma quello messo in atto da Pechino è un sistema pensato nei minimi particolari, un sistema di massima sorveglianza orwelliana grazie al supporto di tecnologia super sofistica fornita, secondo diverse denunce, da aziende cinese come Huawei e da tecnologia statunitense super specializzata. Secondo Adrian Zenz, accademico tedesco esperto della regione e sui campi, quello che sta avvenendo in Cina "è probabilmente la più grande detenzione di minoranze etno-religiose dopo l'Olocausto". Ma Pechino nega: "I documenti, i cosiddetti documenti di cui state parlando sono vere e proprie macchinazioni. Se volete noi possiamo fornire molta documentazione sul tipo di educazione vocazionale del centro detentivo. Non ascoltate le fake news, le fabbricazioni dei fatti", ha dichiarato l'ambasciatore cinese a Londra, Liu Xiaoming.
Campi di "rieducazione": cosa dicono i documenti - A partire dal 2017 circa un milione di uiguri, secondo le stime del governo statunitense, sono stati rinchiusi in campi che Pechino definisce "centri di istruzione e formazione professionale". Un programma che la Cina giustifica nel contesto della sua lotta contro il terrorismo islamico. In questi campi costruiti in tutto Xinjiang, la regione autonomia a nord ovest della Cina, i detenuti sono costretti a imparare il mandarino, a rinunciare a presunti pensieri "estremisti" e a sottoporsi a un indottrinamento quotidiano sul partito comunista cinese.
Diversi ex detenuti hanno affermato di aver subito torture e abusi sessuali. Abduweli Ayup intervistato da Al Jazeera, ora esule a Istanbul, ha dichiarato di essere stato violentato da 20 uomini in una sola notte durante il suo periodo di internamento e di essere stato più volte umiliato torturato. Storie che si intrecciano con quelle che di donne che raccontano di essere state anch'esse violentate e perfino costrette ad abortire. I documenti classificati rivelano come ogni aspetto della vita di un detenuto venga monitorato e controllato: "Gli studenti devono avere una posizione fissa sul letto, un posto fisso in classe e una stazione fissa durante il lavoro, ed è severamente vietato che questo venga cambiato".
Linee guida rigide per garantire una sorveglianza ravvicinata 24 ore su 24. Regolamenti che stabiliscono anche "disposizioni per alzarsi, telefonare, lavarsi, andare in bagno, organizzare e fare le pulizie, mangiare, studiare, dormire, chiudere la porta e così via". "Le porte del dormitorio - si legge - devono essere chiuse due volte per gestire e controllare rigorosamente le attività degli studenti per prevenire fughe durante le lezioni, i periodi di alimentazione, le pause del bagno, l'ora del bagno, le cure mediche, le visite della famiglia".
E proprio le famiglie rimangono per mesi all'oscuro del destino dei familiari, rastrellati per strada e deportati dall'oggi al domani. Ai detenuti non è permesso di tenere cellulari e le chiamate a madri, padri, figli, fratelli sono consentite solo una volta alla settimana, mentre le video chiamate sono concesse una volta al mese. Un modo, si legge nei documenti, "per rassicurare la famiglia e il detenuto sul suo stato di salute".
Oltre i confini cinesi: la longa manus della repressione di Pechino - Il file più lungo, il cosiddetto telegramma, istruisce inoltre il personale del campo su come prevenire le fughe, mantenere la totale segretezza sull'esistenza dei campi, sui metodi di indottrinamento forzato, come controllare le epidemie di malattia e quando consentire ai detenuti di vedere i parenti o persino usare il bagno. Il documento, che risale al 2017, mette inoltre a nudo un sistema di valutazione del comportamento per infliggere punizioni o ricompense per i detenuti. Un sistema che aiuta a determinare, tra le altre cose, se i detenuti possono entrare in contatto con la famiglia e quando vengano rilasciati.
Ma l'azione di Pechino si estende anche oltre i suoi confini. I documenti descrivono le direttive esplicite volte ad arrestare anche gli uiguri con cittadinanza straniera e per rintracciare coloro che vivono all'estero attraverso l'aiuto di ambasciate e consolati cinesi. Tanti i cittadini kazaki di etnia uigura che sono stati trattenuti in Cina durante viaggi nello Xinjiang deportati in una dei campi di "rieducazione" con il tacito assenso dei rispettivi governi. La repressione di Pechino non ha colpito però solo gli adulti. Negli ultimi anni in parallelo al nascere di nuovi campi e strutture di internamento è aumentato anche il numero degli orfanotrofi. I bambini, strappati alle famiglie deportati nei campi subiscono lo stesso programma di indottrinamento in un tentativo da parte di Pechino di eliminare per sempre la cultura e l'identità uigura.
Chi sono gli uiguri? - Minoranza turcofona di religione musulmana, gli uguri hanno vissuto prevalentemente in Asia centrale, in particolare nella regione ora conosciuta come Xjinjiang. Infatti è solo nel 1911 che l'allora Turkestan dell'Est, finisce sotto il controllo del governo cinese. Dopo alcune esperienze di autonomia governativa, nel 1949 viene creato uno Stato del Turkestan orientale. Avrà vita breve perché, nello stesso anno, lo Xinjiang diventerà ufficialmente parte della Cina comunista. Gli uiguri hanno dovuto a lungo affrontato l'emarginazione economica e la discriminazione politica come minoranza etnica, che ora rappresentano quasi 11 milioni di persone in un paese in cui quasi il 92% della popolazione di 1,4 miliardi è di etnia cinese Han. La maggior parte degli uiguri cinesi vive nello Xinjiang, una regione prevalentemente montuosa e desertica nell'estremo nord-ovest del paese.
I problemi con Pechino - Le tensioni tra Uiguri, da un lato, e il governo e la popolazione cinese Han della regione, dall'altro, sono spesso sfociate nella violenza. Nel 2009, gli uiguri iniziarono delle rivolte nella capitale dello Xinjiang, Urumqi. In quegli scontri 200 persone rimasero uccise, vittime che per le autorità cinesi sarebbero state in prevalenza Han. La Cina ha incolpato i separatisti uiguri e ha promesso di eliminare l'ideologia islamica militante tra la popolazione uigura. In una dichiarazione al The Guardian, la Cina ha affermato che i campi sono uno strumento efficace nella sua lotta contro il terrorismo e non violano la libertà religiosa.
Secondo l'ambasciata cinese nel Regno Unito "da quando sono state prese le misure, negli ultimi tre anni non c'è stato nessun singolo episodio di terrorismo. Lo Xinjiang si è trasformato di nuovo in una regione prospera, bella e pacifica". "Le misure preventive non hanno nulla a che fare con l'eradicazione dei gruppi religiosi - scrive l'ambasciata. La libertà religiosa è pienamente rispettata nello Xinjiang".
di Pino Dragoni
Il Manifesto, 26 novembre 2019
Informazione nel mirino. Pesante avvertimento ai giornalisti di Mada Masr. La direttrice Lina Atallah: "È solo l'inizio". Il raid delle forze di sicurezza sembra collegato a un'inchiesta pubblicata sul figlio maggiore del presidente e sulle tensioni all'interno dei servizi.
La redazione di Mada Masr, sito di informazione indipendente egiziano, è stata attaccata domenica dalle forze di sicurezza. Diversi membri del giornale sono stati trattenuti per alcune ore e tre di loro, tra cui la direttrice Lina Atallah, sono stati portati in una stazione di polizia e rilasciati solo in serata. Appena il giorno prima era stato arrestato durante una perquisizione notturna in casa un altro redattore, Shady Zalat, detenuto per più di 24 ore in un luogo sconosciuto.
Il raid è avvenuto intorno alle 13.30 di domenica, quando circa venti uomini in borghese hanno fatto irruzione negli uffici della redazione. Ai presenti sono stati immediatamente confiscati computer portatili e telefoni, poi ispezionati dagli agenti. Le forze di sicurezza hanno ripetutamente interrogato alcuni giornalisti nel corso del pomeriggio, mentre le comunicazioni con l'esterno venivano completamente interrotte e a nessuno, compresi gli avvocati, veniva concesso di accedere all'interno.
Anche due collaboratori stranieri, un cittadino statunitense e una britannica, sono stati fermati, identificati e interrogati, mentre due giornalisti francesi arrivati per un'intervista con Atallah sono stati trattenuti e poi rilasciati in seguito a pressioni dei funzionari diplomatici arrivati sul posto. Alla fine, anche Shady Zalat è stato rilasciato, quando il sequestro della redazione era ancora in corso, abbandonato su un'autostrada nel deserto all'estrema periferia della capitale.
L'arresto di Zalat sabato era suonato come un preoccupante avvertimento per i giornalisti di Mada. "È solo l'inizio - aveva commentato Atallah -, questo è un messaggio per dire che è arrivato il nostro turno". In effetti Mada Masr, nonostante le difficoltà di questi anni, è stata una delle pochissime piattaforme di informazione riuscite a sopravvivere alla repressione e alle restrizioni della dittatura. Nata nel 2013, poco prima del colpo di stato, Mada viene fondata da un gruppo di giornalisti espulsi da una importante società di informazione e in poco tempo si afferma come uno dei siti più in vista del panorama egiziano. Senza cedere alla faziosità di una politica estremamente polarizzata, ma mantenendo sempre chiara la sua ispirazione e la vicinanza alle lotte civili, politiche, sociali e per i diritti umani, insieme a una grande professionalità, Mada Masr ha fatto del lavoro di inchiesta, di documentazione e ricerca una cifra del suo stile di informazione.
Anche dopo l'oscuramento del sito in Egitto nel 2017 (insieme ad almeno altri 500 siti) ha continuato a operare, cercando di restare accessibile al pubblico egiziano attraverso alcuni stratagemmi che aggirano il blocco. Ma Mada Masr (pubblicato in arabo e in inglese) è anche una fonte imprescindibile di notizie, analisi e approfondimenti e punto di riferimento per la stampa straniera e i ricercatori di tutto il mondo. Il sito ha spesso pubblicato in esclusiva notizie provenienti dall'interno degli apparati di stato, senza mai paura di toccare argomenti tabù, come i servizi di sicurezza o l'esercito.
Il raid di domenica sembra legato proprio a una di queste inchieste, uscita pochi giorni fa, che riguarda direttamente il figlio maggiore del presidente Abdel Fattah al-Sisi, Mahmoud. Secondo diverse fonti interne al Servizio di intelligence generale e un'altra fonte vicina alle autorità degli Emirati Arabi, il giovane Mahmoud al-Sisi (un ufficiale di alto livello nello stesso servizio di sicurezza) starebbe per essere rimosso dal suo incarico e inviato in una missione di lungo periodo a Mosca, come delegato militare. Non un declassamento dunque, ma comunque un modo per allontanarlo dagli apparati, dove il suo operato sembra aver generato tensioni e malessere, anche per l'influenza crescente esercitata sul padre-presidente. Nell'Egitto di al-Sisi, soprattutto negli ultimi anni, non è più chiaro quali siano le linee rosse da non superare, il potere agisce in modo arbitrario, spesso senza una logica prevedibile.
Mada Masr in ogni caso non si arrende. Ieri in un messaggio pubblicato dalla pagina Facebook la redazione ha ringraziato per la solidarietà ricevuta, annunciando: "Siamo sani e salvi e pronti a tornare". "La nostra unica opzione - scrive Atallah - è lottare per poter continuare a fare il nostro lavoro".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 26 novembre 2019
Musa Mahmudi e Ehsanullah Hamidi, due difensori dei diritti umani molto noti in Afghanistan, sono stati arrestati il 21 novembre da uomini della Direzione per la sicurezza nazionale mentre si stavano recando nella capitale Kabul per incontrare alcuni ambasciatori dell'Unione europea. Da allora, non si hanno più loro notizie.
Nei giorni precedenti l'arresto, Mahmudi e Hamidi avevano denunciato alla stampa locale e internazionale l'esistenza di una rete di pedofili nella provincia di Logar. Nel corso delle loro ricerche avevano scoperto oltre 100 video di violenze sessuali ai danni di minori, alcuni dei quali sarebbero morti. Da lì erano iniziate le minacce di morte nei loro confronti, anche da parte di autorità della provincia: colpevoli di "aver disonorato la gente di Logar". Un giorno prima della sua sparizione, Mahmudi aveva detto a un suo collega di sentirsi in pericolo e di ritenere che la Direzione per la sicurezza nazionale stesse per arrestarlo.
di Daniela Sacchi
ilformat.info, 25 novembre 2019
Musicoterapia nei penitenziari per migliorare la qualità della vita dei detenuti lungo il percorso di espiazione della pena, per favorire il recupero, la riabilitazione e il reinserimento socio-lavorativo. È l'oggetto di una petizione al Ministro della Salute Roberto Speranza, presentata in occasione del concerto "Musipax - Quando le sette note regalano la libertà". La manifestazione, che ha registrato una straordinaria partecipazione di pubblico, si è svolta domenica 24 novembre nella Basilica parrocchiale di San Gioacchino di Piazza dei Quiriti a Roma.
di Simone Baroncia
korazym.org, 25 novembre 2019
Nei giorni scorsi Papa Francesco i responsabili della pastorale carceraria in occasione dell'incontro sullo Sviluppo Umano Integrale e la Pastorale Penitenziaria Cattolica, denunciando la grave situazione dei carcerati: "Molte volte la società, mediante decisioni legaliste e disumane, giustificate da una presunta ricerca del bene e della sicurezza, cerca nell'isolamento e nella detenzione di chi agisce contro le norme sociali, la soluzione ultima ai problemi della vita di comunità.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 25 novembre 2019
Sarebbe facile la tentazione di sostenere che la giustizia si è fermata a Vallo della Lucania. E tuttavia è ancora un'Italia divisa quella che emerge dall'indagine del Sole 24 Ore sulla durata della giustizia civile. Una divisione che corre tra Nord e Sud e tra controversie stesse.
Dove la domanda di giustizia ha risposte molto diverse, quanto a tempi, da ufficio giudiziario a ufficio giudiziario. Con conseguenze non proprio banali in termini di accesso alla giurisdizione. Quest'ultimo, infatti, dovrebbe essere a tutti assicurato senza distinzioni. Tanto meno quelle fondate sul luogo di amministrazione della giustizia.
di Pietro De Leo
Il Tempo, 25 novembre 2019
Parla il portavoce del Psi ai tempi di Craxi: "Coi partiti pietosi di oggi la supplenza giudiziaria non è nemmeno un male". "Distruggere la prima repubblica fu un peccato mortale".
"Ero seduto al mio tavolo di lavoro, nella redazione de L'Avanti. Scrivevo un articolo. Sentii dei passi dietro di me, era Pietro Nenni. Mi disse: hai deciso il titolo? Gli risposi che l'avrei scritto una volta finito il pezzo. E lui mi riprese: male, il titolo va deciso all'inizio, perché così si hanno le idee chiare".
Più che di aneddoti, Ugo Intini è una miniera di fotografie che aiutano meglio a capire il presente. "Ecco, questo per dire che una volta esisteva una staffetta generazionale. Gli anziani passavano il testimone ai giovani", spiega colui che fu nella cabina di comando, da portavoce, nel Psi di Bettino Craxi.
E oggi?
"Ho scritto un libro che si chiama "Lotta di classi", nel senso di classi di età. Oggi in Italia ci sono troppi vecchi, pochi giovani e male istruiti, non si fanno figli, e non si vogliono gli immigrati. Mi pare non ci sia una gran prospettiva. La dico chiara e impopolare, tanto ormai non devo fare mica campagne elettorali. Bisogna fare più figli, formare meglio i nostri giovani, e fare entrare un po' più immigrati, ma quelli giusti. Un Paese efficace se li sa scegliere, da noi invece vengono i peggiori. Però sono percorsi da costruire da qui a vent'anni, e non lo fa nessuno, perché la politica oramai guarda solo al momento attuale".
Lei nei ruggenti anni 80 è stato portavoce del Psi, un partito che guardava molto alla tecnologia. Oggi, la tecnologia ha fatto irruzione nella politica...
"Sì, e tutto questo ha causato un fenomeno particolare: c'è maggior ventaglio di conoscenza e minore capacità di approfondimento". E siamo anche ad un linguaggio completamente distorto. "Una terza fase, direi. Nel 900 i leader erano grandi giornalisti. Da Mussolini a Nenni e Pertini, fino allo stesso Beffino Craxi. Poi si passò ai grandi comunicatori Tv che divennero leader politici, pensiamo a Reagan che era il segretario del sindacato attori, e qui da noi Berlusconi. Oggi, i leader sono quelli che sanno utilizzare meglio i social. Ma non ha giovato alla qualità politica".
Situazione anche figlia dello scadimento della forma partito...
"I partiti erano il cemento dell'unità nazionale. Un comunista veneto e un comunista siciliano, per fare un esempio, erano prima comunisti, e poi veneto e siciliano. Erano i luoghi in cui il leader si incontrava con il semplice militante, il ricco con il povero. Distrutti i partiti, è stata tolta anche questa spina dorsale".
Qual è il limite della politica di oggi?
"Oggi è tutto globale: innanzitutto la finanza, poi lo sport, lo spettacolo, persino il crimine. Tranne la politica".
In che senso?
"Nel secolo scorso, un terzo dell'umanità abitava in Europa. Oggi, meno del 7%. Dunque l'ambito minimo in cui contare politicamente è quello europeo. E l'Europa deve riuscire a contare nel mondo".
Craxi, però, in un'intervista espresse molta preoccupazione sul processo di integrazione europea...
"Craxi era preoccupato perché vedeva avanzare l'unità europea soltanto sul piano economico e non politico. E questo è un grande limite del processo. Io stesso lo sottolineai alla Camera intervenendo sull'introduzione della moneta unica. Ero favorevole, ma avvisai: mai si era vista una moneta appesa al nulla. Se la moneta è appesa al nulla, prima o poi cade".
L'accelerazione verso il progetto unitario europeo è avvenuta all'inizio degli anni 90, quasi contestualmente alla fine della Prima Repubblica. C'è una qualche correlazione?
"La fine della Prima Repubblica ha una correlazione più che altro con la caduta del Muro. Il nostro sistema politico era stato concepito per affrontare la Terza Guerra Mondiale, che era la Guerra Fredda. Finita quella, evidentemente andava cambiato. Bisognava farlo in modo razionale, è stato fatto in modo traumatico".
I partiti, allora, erano solidi. Perché non c'avete pensato voi, a cambiare quel sistema?
"Perché non ci si accorge subito dei grandi eventi, non abbiamo tratto subito le conseguenze".
E perché la politica non riuscì ad affermare il primato sulla magistratura?
"Craxi in realtà prese di petto la questione, con quel famoso discorso alla Camera sul finanziamento illecito ai partiti. Però lo schema dei partiti del 900 post bellico aveva contro molte forze. Alcune interpretazioni vogliono che anche ambienti di intelligence statunitensi abbiano spinto per il ricambio. D'altronde, i comunisti erano stati sconfitti e dunque non serviva più quel sistema che li aveva contrastati per quasi mezzo secolo. E poi c'era chi voleva comprarsi, dall'esterno, tutti i maggiori asset italiani".
L'onda lunga del 1993, la magistratura che prevale sulla politica, c'è ancora oggi?
"La magistratura italiana è come l'esercito turco, a volte si sostituisce al potere politico. Nelle condizioni pietose in cui si trova oggi la politica, direi che in qualche caso non è neanche un male".
Allora, però, fu un dramma. Avevate sottovalutato la portata di Mani Pulite?
"Probabilmente sì".
C'è stato un momento preciso in cui avete pensato: qui è finito tutto?
"Ho rimosso molto di quel che avvenne, sul piano emotivo, in quel periodo. Però non escludo ci sia stato".
Da lì in poi fu la "diaspora". Nella seconda metà degli anni 90, dopo che Craxi andò in esilio ad Hammamet, ci fu un momento in cui sembrò che lei potesse prendere sulle spalle l'eredità del Psi. Poi perché non si riuscì a realizzare quel progetto?
"Ci provai con tutte le forze, ma i problemi erano due. Da un lato, il bipolarismo aveva spaccato i socialisti. Dall'altro, c'era la criminalizzazione molto forte dei socialisti presso l'opinione pubblica".
Lei come visse il Craxi di Hammamet?
"Lui non approvò il mio tentativo di creare una nuova forza socialista. Poi andai in Tunisia e ci chiarimmo".
A gennaio saranno i 20 anni dalla morte. Ricorda quel giorno?
"Seppi che era morto dalla radio, e cominciarono ad arrivare telefonate dei giornalisti che mi chiedevano delle interviste. Ricordo che fu molto difficile commentare e parlare".
Quel periodo, oggi, torna anche nella cultura di massa. Ci sono state le fiction sul 1992, 1993 e 1994. E sta arrivando il film di Amelio su Craxi...
"Le fiction non le ho viste, perché non voglio fermarmi a riflettere su quanti anni siano passati. Il film di Amelio lo vedrò senz'altro".
Voi socialisti, negli anni d'oro, eravate anche associati ad un certo modo "leggiadro" di intendere la vita. Quanto si favoleggiò sul vostro edonismo?
"Sicuramente ci fu anche strumentalizzazione. Ma devo dire che certi ambienti romani non mi piacevano e non li frequentavo. Un mio amico una volta mi disse che la capacità corruttrice di Roma era un dato storico: cadevano in tentazione, da secoli, cardinali di tutto il mondo. Figuriamoci se non ci dovessero cadere i politici! Intorno ai socialisti si era costruita una cattiva fama. Andreotti ad esempio, che si alzava all'alba, diceva: quando vi svegliate, io vi ho già fregato".
di Andrea Valesini
L'Eco di Bergamo, 25 novembre 2019
La riforma della giustizia penale divide la maggioranza giallorossa. Le parti stanno lavorando a un compromesso che pare ostico. Il convitato di pietra è invece il cambiamento del sistema penitenziario, che sarebbe altrettanto urgente: dal sovraffollamento al sostegno delle pene alternative, al lavoro in carcere al prendere consapevolezza di una tensione crescente nelle celle (prova ne siano le quattro inchieste aperte per aggressioni e violenze su detenuti da parte di agenti di polizia penitenziaria, da tempo sotto organico, in altrettanti istituti di pena). Ma questa seconda riforma richiederebbe coraggio: non è il tempo.
di Gianni Barbacetto
Il Fatto Quotidiano, 25 novembre 2019
"Uno scandalo veramente senza fine". È il caso Moro, secondo Sergio Flamigni, ex senatore e infaticabile ricercatore che da anni indaga sulla P2, sul terrorismo italiano, sul sequestro del presidente della Dc. Il suo ultimo lavoro, "Rapporto sul caso Moro" (Kaos Edizioni), presenta il suo contributo ai lavori della seconda Commissione parlamentare d'inchiesta sul sequestro di Aldo Moro (2014-2017).
Ma rende pubblica anche una denuncia secca per come il presidente della Commissione, il Pd Giuseppe Fioroni (preferito al più esperto Miguel Gotor), ha condotto i lavori. "In modo autocratico e disordinato", "abusando della secretazione", lavorando "quasi solo attorno all'agguato di via Fani, senza affrontare il nodo del 18 aprile, ossia la scoperta del covo di via Gradoli e il falso comunicato del Lago della Duchessa". Risultato finale: "Mantenere il delitto Moro un enigma irrisolto".
Eppure alcuni elementi raccolti dalla Commissione sono riusciti a confermare "che la verità di Stato sul delitto Moro - confezionata dalla Dc di Francesco Cossiga insieme agli ex Br Valerio Morucci e Mario Moretti e avallata dalla magistratura romana - è una colossale menzogna". Flamigni segnala "tre dati di fatto che sbugiardano quella versione dall'inizio (strage di via Fani) alla fine (uccisione di Moro)".
Il primo dato accertato è che subito dopo la strage di via Fani, la mattina del 16 marzo 1978, i terroristi delle Brigate rosse si sono rifugiati con l'ostaggio in uno stabile di via Massimi 91 di proprietà dello Ior (la banca del Vaticano), su cui non è mai stato fatto alcun approfondimento. Non ci sono stati - come raccontato "dalla menzognera versione di Stato" - trasbordi del rapito in piazza Madonna del Cenacolo; non c'è stata una tappa successiva nel sotterraneo del grande magazzino Standa dei Colli portuensi; e non c'è stato l'approdo finale nel covo-prigione di via Montalcini.
Il secondo dato accertato dalla Commissione è che "sono una sequela di menzogne" anche il luogo e le modalità dell'uccisione del presidente della Dc raccontate dai brigatisti. Secondo la loro versione, Aldo Moro sarebbe stato ammazzato nel box auto di via Montalcini, nel baule della Renault rossa, con 11 colpi sparati alle 6-7 del mattino. Con successivo trasporto del cadavere per alcuni chilometri, da via Montalcini fino invia Caetani, al centro di Roma. Falso, secondo Flamigni: "Le vecchie e le nuove perizie hanno definito improbabile il luogo, ben diverse le modalità, e falso l'orario del delitto indicato dalla versione brigatista avallata dalla magistratura romana".
Il terzo dato di fatto è che la "verità ufficiale" sulla prigionia e sull'uccisione di Moro in via Montalcini (quella del "memoriale Morucci") è stata confezionata in carcere dal brigatista dissociato Valerio Morucci con la regia del Sisde, il servizio segreto del Viminale, con "la fattiva collaborazione della Dc cossighiana". "Il sequestro del presidente della Dc è rimasto un delitto senza verità", scrive Flamigni.
"Infatti a distanza di più di quarant'anni non c'è alcuna certezza sul luogo (o i luoghi) dove Moro fu tenuto segregato per quasi due mesi, né si sa chi, come e perché lo abbia ucciso". Secondo Flamigni, "è certo che alla strage di via Fani partecipò un tiratore scelto".
Ne parla anche uno dei testimoni oculari, il benzinaio Pietro Lalli, pratico di armi: raccontò di "aver visto sparare un esperto e conoscitore dell'arma in quanto con la destra la impugnava, e [teneva] la sinistra guantata sopra la canna in modo che questa non si impennasse". Per scoprire gli eventuali professionisti in via Fani, "la Commissione avrebbe dovuto occuparsi dell'aereo libico, diretto a Ginevra, che nel tardo pomeriggio del 15 marzo 1978 (vigilia della strage di via Fani) atterrò invece a Fiumicino con quattro persone a bordo, e che ripartì l'indomani mattina alle ore 10,05 (un'ora dopo la strage) alla volta di Parigi.
Un volo fortemente sospetto di avere trasportato uno o più killer di una particolare struttura di addestramento e supporto per organizzazioni terroristiche formata a Tripoli (Libia) dagli americani Edwin P. Wilson e Frank Terpil, entrambi ex agenti della Cia". Flamigni segnala come "episodica eccezione" al "quarantennale disastro giudiziario relativo al delitto Moro" il lavoro del procuratore generale di Roma Luigi Ciampoli, che avocò un'indagine della Procura guidata da Giuseppe Pignatone.
La requisitoria di Ciampoli dell'11 novembre 2014 "ha confutato la versione di Stato del duo Morucci-Moretti sulla dinamica dell'agguato e della strage. E non ha mancato di menzionare la 'protratta inerzia' del pubblico ministero romano che lo aveva indotto a esercitare il potere di avocazione". La "protratta inerzia" ha riguardato anche la figura e il ruolo dell'americano Steve Pieczenik (insediato al Viminale per conto del Dipartimento di Stato Usa durante il sequestro Moro).
Venne mandato a Roma da Washington - secondo Ciampoli - per quella che era una vera e propria operazione di "guerra psicologica" con tre obiettivi: garantire l'uccisione dell'ostaggio; recuperare le registrazioni degli interrogatori e degli scritti di Moro; ottenere il silenzio dei terroristi. Ciampoli ha riferito anche di aver indagato sulla presenza in via Fani di due uomini dei servizi segreti, a bordo di una moto Honda, al comando del colonnello Camillo Guglielmi.
E si è detto convinto che "in via Fani vi fosse la presenza anche di servizi segreti di altri Paesi interessati, se non a determinare un processo di destabilizzazione dello Stato italiano, quantomeno a creare del caos".
È stata secretata l'audizione in seduta segreta del 29 luglio 2015 di Luca Palamara, sostituto procuratore a Roma e membro del Consiglio superiore della magistratura: riguardava l'interrogatorio di Pieczenik svolto per rogatoria da Palamara il 27 maggio 2014. "Da allora", commenta Flamigni, "la posizione giudiziaria di Steve Pieczenik si è inabissata, col suo carico di segretezza, nel porto delle nebbie".
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