di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 4 gennaio 2020
L'impegno del ministero della Giustizia dopo il caso dei bambini a Sollicciano. Bambini in carcere, l'istituto a custodia attenuata per le detenute madri si deve fare. Parola del ministero della giustizia. "L'obiettivo principale resta la realizzazione degli Icam su tutto il territorio nazionale, quindi anche a Firenze". Con queste parole, che non lasciano spazio a dubbi, il ministero si esprime con favore alla realizzazione della struttura per detenute madri che consentirebbe ai bambini di Sollicciano di crescere lontano dalle sbarre.
Un progetto, quello dell'Icam fiorentino, partito nel 2010, quando venne ratificato un protocollo d'intesa tra Ministero, Regione e Comune per realizzare la struttura nella palazzina messa a disposizione gratuitamente dalla Madonnina del Grappa, a Rifredi. Da allora, nonostante siano passati dieci anni, poco o niente è stato fatto. "La salvaguardia dei bambini è certamente la priorità" aveva detto il ministro della giustizia Alfonso Bonafede ieri al Corriere Fiorentino.
A chiamare in causa il Governo era stato l'appello dell'associazione Progetto Firenze, che da anni si occupa di carcere, e del cappellano di Sollicciano don Vincenzo Russo, secondo cui "stiamo giocando sulla pelle di bambini innocenti". Sempre nei giorni scorsi, un segnale di sblocco della situazione era arrivato dalla Società della Salute, che gestisce la ristrutturazione della palazzina. "L'Icam sarà pronto entro due anni" era stato detto. Tempi che comunque restano piuttosto lunghi, ma che potrebbero adesso accorciarsi date le intenzioni del ministero della giustizia. Nel frattempo, l'assessorato all'istruzione di Palazzo Vecchio ha raccolto la proposta lanciata al Corriere Fiorentino del direttore del carcere Fabio Prestopino di portare all'asilo nido o in ludoteca i piccoli reclusi. Un progetto condiviso anche dal ministro Bonafede, che aveva detto: "Siamo pronti a interloquire con tutte le istituzioni per consentire che i bambini vengano accompagnati in strutture pubbliche".
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 4 gennaio 2020
L'imprenditrice che si è rifiutata di pagare la mazzetta. "È stato più difficile che dire no alla 'ndrangheta". È stato un Natale terribile quello di Cinzia Falcone, la 46enne imprenditrice di Cosenza, titolare di una scuola di inglese, che ha denunciato e fatto arrestare il prefetto Paola Galeone.
Dalla cerimonia di consegna di un'onorificenza alla sconcertante richiesta di mazzetta, l'incredulità, la riflessione, il consulto in famiglia e la denuncia. Nel giro di poche ore. "Sono entrata nella stanza del capo della Mobile di Cosenza e mi sono ritrovata a ripetere tutto quello che era successo davanti al questore. E poi hanno chiamato il capo della polizia, il ministro dell'Interno. E mi ripetevano: "Ma si rende conto di quello che sta dicendo?".
Era il 24 dicembre, la notte per l'ansia ho avuto un malore. Ma mi sono resa veramente conto della portata di quello che avevo fatto quando sono andata all'appuntamento-trappola con addosso quell'apparato che videoregistrava, ho consegnato i soldi segnati e sono andata via. Una telefonata con la parola d'ordine convenuta e l'hanno fermata. E finalmente è finito tutto. O forse tutto deve ancora cominciare. Perché adesso ho paura".
Signora Falcone, di cosa ha paura? Ha denunciato un esponente dello Stato, non un mafioso...
"Sì lo so, ma adesso sono stremata e ho paura che questo mio gesto, del quale sono orgogliosa proprio per il profondo rispetto che ho dello Stato, mi si possa ritorcere contro. Io vivo e lavoro in una terra bellissima ma complicata come la Calabria, è già partita la macchina del fango su di me e sulla mia associazione che si occupa dell'accoglienza dei migranti e la Animed della lotta alla violenza contro donne e bambini. Ma ho anche ricevuto 4.000 messaggi di solidarietà. In Calabria c'è tanta gente onesta. Purtroppo la 'ndrangheta, che non è più quella con il cappello nero, sa come piegarci. Prima o poi dobbiamo ribellarci. Proprio il giorno prima avevo sentito l'appello del procuratore Gratteri. Non avrei potuto agire diversamente. Avevo già detto dei no in passato ma nessuno è stato difficile come questo".
Spieghi perché...
"Perché dallo Stato non te l'aspetti. Eravamo nel palazzo del governo, davanti a me avevo il ritratto del presidente Mattarella e il tricolore. E il prefetto mi chiedeva di fare una truffa e consegnarle una somma miserabile, 700 euro. Per un attimo ho pensato di non aver capito bene. E però, prima di congedarmi, la Galeone mi ha lanciato un messaggio inequivocabile. Parlando della gara per il centro di accoglienza dei migranti a cui partecipavo, mi ha detto: "C'è un documento che non va, ma non ti preoccupare, sistemiamo tutto". Solo dopo ho scoperto che eravamo esclusi da quella gara. Lei lo sapeva, io no. L'ho appreso dopo dalla testimonianza di un funzionario. E con quel messaggio pensava di conquistare la mia complicità".
Ma che rapporti aveva lei col prefetto Galeone? Tra le tante voci che girano si dice che soffrisse di ludopatia...
"Non saprei dirle, certo una richiesta simile, rischiare per una cifra così bassa... Io l'ho conosciuta un anno e mezzo fa quando si è insediata. La mia associazione è punto di riferimento per un centro di accoglienza di migranti a Camigliatello e la prefettura mi ha invitato a collaborare per il lavoro che faccio coni ragazzi contro la violenza. Ne ero lusingata. Proprio per questo mi è crollato il mondo addosso quando mi sono sentita fare quella proposta indecente e con quale disinvoltura. "Non ti preoccupare, poi ti dico come fare, ci vediamo fuori", mi ha detto. E poi in quel bar, mentre io sudavo freddo dalla tensione, mi rassicurava pure: "Serena, serena, respira. Perché sudi?". Io vengo da una famiglia umile, sa, ma sono stata educata al valore dell'onestà. E ho fatto quello che andava fatto. Certo, ai ragazzi nelle scuole dico sempre: non è più tempo di girarsi dall'altra parte, bisogna scegliere da che parte stare. Ma poi quando tocca a te, accidenti quanto è difficile".
La risposta degli altri pezzi dello Stato però è stata pronta. Le hanno subito creduto?
"Sì, entrando in questura ho trovato lo Stato buono, mi sono subito sentita al sicuro. Mi sono fidata. Mi ascoltavano allibiti ma si sono immediatamente attivati con i riscontri: il questore Giovanna Petrocca aveva le mani tra i capelli per lo stupore, la rabbia. Poi hanno messo a punto il piano di intervento e dopo quattro giorni sono andata all'appuntamento con l'apparato di registrazione addosso e le banconote segnate".
Lei ha assistito al momento in cui la Galeone è stata fermata?
"No, appena le ho dato i soldi sono uscita e sono andata in una traversa vicina. Ho dato il segnale convenuto per avvertire dell'avvenuta consegna e sono andata via".
Adesso il prefetto è ai domiciliari. Lei è nell'occhio del ciclone. Rifarebbe tutto?
"Assolutamente sì. La Calabria è una terra particolare, i poteri forti non li vedi ma te li senti addosso. Negli anni ho già ricevuto tante minacce. "Chi mangia da solo muore affogato" mi mandavano a dire per il Centro di accoglienza. Sono venuti a imporre chi doveva fare le pulizie, chi doveva gestire la mensa. Ma io adesso ho voglia di credere che una ribellione è possibile. Mi dicono che altri imprenditori, dopo quello che ho fatto, si sono presentati per collaborare e raccontare altro. Mi auguro sia solo l'inizio".
di Alberto Zorzi
Corriere del Veneto, 4 gennaio 2020
La triste storia di un detenuto del carcere di Venezia. Il garante. "Struttura sovraffollata". Ci aveva già provato la vigilia di Natale, tagliandosi le vene, ma era stato salvato in extremis grazie all'intervento degli agenti della Polizia penitenziaria, avvisati dai compagni di cella che se ne erano accorti. Ma questo non gli ha impedito di provarci una seconda volta, un paio di giorni dopo: e questa volta - purtroppo - con successo. Un po' per una profonda depressione, un po' per le liti con altri detenuti nordafricani, che l'avrebbero anche picchiato. Per questo, dopo che lo aveva chiesto con insistenza anche per potersi ricongiungere con alcuni amici, un detenuto di 33 anni di origine colombiana ma residente da anni a Marghera, il giorno di Natale era stato trasferito dal braccio sinistro a quello destro del carcere di Santa Maria Maggiore.
Dopo che era stato monitorato con attenzione tutto il giorno, di sera un agente si è però accorto che era chiuso in bagno da troppo tempo. Ha chiamato i colleghi e quando sono entrati l'hanno trovato impiccato con i lacci delle scarpe. Una tragedia che, come ha ricordato ieri il Garante nazionale per i detenuti Mauro Palma, ha portato il numero dei suicidi nelle carceri italiane a quota 53 in tutto il 2019. E la procura di Venezia, con il pm di turno Elisabetta Spigarelli, ha disposto l'autopsia per escludere qualsiasi tipo di "giallo".
Il giovane era in carcere per droga e pare che fosse egli stesso tossicodipendente. Era stato arrestato alcuni mesi fa ed era ancora in attesa di giudizio. Inizialmente era stato molto attivo, frequentando la biblioteca del carcere, dove si era procurato libri e riviste, e molti lo ricordano come un bravissimo disegnatore. Ma secondo le testimonianze di chi gli aveva parlato di recente, era divenuto triste perché era nato proprio il giorno di Natale e non sopportava l'idea di trascorrerlo in cella, oltre ai problemi con gli altri compagni.
Dopo l'episodio del 24 dicembre erano stati informati i medici, ma non si è ritenuto necessario di fargli effettuare una visita, anche psichiatrica. E pur essendo controllato, è riuscito a beffare tutti con dei lacci delle scarpe che forse non avrebbe dovuto avere, visto il suo stato di malessere.
La tragedia rilancia il tema della situazione critica del carcere veneziano, nonostante non si siano più toccati gli oltre 350 detenuti di qualche anno fa.
"Ma a dicembre erano 267 - dice il garante provinciale dei detenuti Sergio Steffenoni - il problema è soprattutto quello dei servizi: di recente ho scritto al tribunale di Sorveglianza e al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria per segnalare che gli educatori sono passati da 3 a uno e mezzo, dopo il pensionamento di uno di loro. Così non si riescono a dare risposte e poi, se tutte le carceri sono affollate, un detenuto in difficoltà non può nemmeno essere trasferito".
Detenuto si toglie la vita in carcere a Venezia, di Eugenio Pendolini (La Nuova Venezia)
Santa Maria Maggiore, a compiere il gesto estremo un 33 enne senza fissa dimora arrestato per furto. La Procura dispone l'autopsia. Ha deciso di usare le lenzuola per compiere quel gesto estremo, lontano dagli occhi di chi lo aveva in sorveglianza, che non gli ha lasciato scampo. È stato trovato così, con un cappio intorno al collo, un detenuto all'interno del carcere di Santa Maria maggiore, a Venezia. I fatti risalgono al 29 dicembre, ma sono stati resi noti soltanto ieri da Mauro Palma, Garante nazionale delle persone private della libertà, durante la trasmissione di Radio Radicale condotta dall'esponente del Partito Radicale Rita Bernardini.
A decidere di farla finita è stato un giovane uomo di 33 anni di origini straniere, arrestato nei mesi scorsi per furto aggravato perché compiuto in un luogo pubblico. Senza fissa dimora, l'uomo era ancora in attesa di giudizio e viene descritto come una persona instabile, da chi ci ha avuto a che fare nelle ultime settimane. I controlli erano all'ordine del giorno nella sua cella, ma non sono stati sufficienti per prevenire il suicidio. Come deciso dal pubblico ministero Elisabetta Spigarelli, sul corpo del 33enne è stata disposta l'autopsia per certificare le cause della morte.
Con l'ultimo caso di Venezia, salgono a 53 i suicidi nel corso del 2019 all'interno delle carceri italiane. Un numero spropositato, per un'istituzione il cui compito è di punire chi disobbedisce alla legge al fine di reinserirlo all'interno della società.
E il dato si aggiunge al cronico sovraffollamento delle prigioni. Nella casa circondariale di Santa Maria Maggiore, ad esempio, ad oggi il totale dei detenuti è di 261 su 159 posti regolamentari (oltre 2.500 in Veneto). E nel resto d'Italia va ancora peggio: la medaglia d'oro per la regione con il maggior numero di detenuti va alla Lombardia (8.610), seguita da Campania (7.844), Lazio (6.528).
A ciò, si aggiunge poi la carenza di personale penitenziario all'interno delle strutture. "E la situazione si aggrava", racconta chi conosce dall'interno la realtà, "nei casi di lunghi piantonamenti nei reparti psichiatrici così manca personale per la sorveglianza dinamica nei reparti". Anche Nicola Pellicani, deputato Pd che ha constatato da vicino la situazione delle carceri veneziane, torna sul dramma di fine anno a Santa Maria Maggiore e sulla situazione complessiva.
"L'ennesimo suicidio è un fatto tragico", le sue parole, "che testimonia un problema purtroppo comune in tutta Italia. La direzione, il personale tutto, fa miracoli per cercare di far funzionare al meglio il carcere, ma i limiti appaiono evidenti, anzitutto nella struttura.
Il personale è costretto a fare turni di 8 ore anziché di 6 come previsto. Tutto è più difficoltoso, dal trasferimento dei detenuti, alle manutenzioni, per non parlare della sorveglianza". Fondamentale, per Pellicani, è promuovere occasioni di lavoro nelle carceri. "E poi", conclude il deputato, "bisogna chiedersi se per i piccoli reati il carcere sia il luogo più idoneo".
reggiosera.it, 4 gennaio 2020
il sindacato autonomo di Polizia penitenziaria racconta le difficili condizioni in cui i detenuti si trovano a vivere e gli agenti a lavorare. "I colleghi in turno si sono astenuti dalla mensa e hanno deciso di digiunare. È impensabile che si preparino e si cucinino i pasti in locali dove soffitto e pareti sono ricoperti di muffa. Senza dimenticare le temperature bassissime: nella mensa degli agenti ci sono otto gradi". Anna La Marca, agente penitenziaria alla sezione femminile della casa circondariale reggiana e vicesegretario regionale del Sinappe, il sindacato autonomo di Polizia penitenziaria, racconta così le condizioni in cui i detenuti si trovano a vivere e gli agenti a lavorare.
"La situazione rasenta il sopportabile: stiamo tutti al freddo. Anche gli accasermati, pur pagando una sorta di affitto al ministero, non hanno riscaldamento. L'acqua delle docce è appena tiepida. Nella mensa degli agenti si muore di freddo, il momento del pasto è diventato fonte di tensione e stress. Le cuoche cucinano e servono con giacconi, cappelli e sciarpe. Va avanti così da anni, ogni ottobre è la stessa storia. Per ovviare a questo disagio, qualche anno fa abbiamo ricevuto in prestito dalla Protezione civile dei 'cannoni' che sparano aria calda, ma non sono sufficienti per tutto l'istituto. Peraltro, molti non sono adatti agli interni: ci sono vani in cui non si respira per la puzza di benzina e cherosene".
Oltre 400 i detenuti a oggi accolti nella casa circondariale reggiana, quasi completamente non riscaldata adeguatamente. Niente doccia calda, né nella sezione maschile, né in quella femminile. "Per fortuna - dice La Marca la neve e le notti di gelo sono state ancora poche, ma siamo solo all'inizio di gennaio. In carcere fa freddo: anche i detenuti cominciano a essere nervosi, e hanno ragione. Così si rischia di far esplodere una situazione già estremamente delicata. Noi dobbiamo lavorare, loro stanno scontando una pena: perché' non si decide di intervenire?".
L'insofferenza dei detenuti si somma allo scoraggiamento degli agenti penitenziari: "In molti hanno scelto di adire le vie legali. C'è chi soffre di alcune patologie e ha cominciato a sentirsi male: asma, allergie. Per non parlare del logoramento nervoso". Nei giorni scorsi, il Sinappe ha inviato una lettera al Provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria, al Servizio igiene degli alimenti e nutrizione, al Servizio igiene pubblica e ai Nas per denunciare le condizioni in cui versa il carcere. Si parla di "estrema insalubrità del locale ove vengono preparati i pasti per il personale in servizio che presentano rilevanti infiltrazioni d'acqua e vistose chiazze di muffa.
La sala dove si consumano i pasti è in condizioni ancora peggiori perché', oltre alla muffa, il locale registrerebbe temperature polari a causa della rottura dell'impianto di riscaldamento". Il Sinappe chiede il controllo dei locali e l'eventuale chiusura per il loro risanamento. Oggi è arrivata la risposta di Gianluca Candiano, direttore dell'istituto, che annuncia un incontro con il responsabile del servizio mensa il 7 gennaio: "Nell'immediatezza assicuro degli interventi di prime cure presso i locali Mos (mensa obbligatoria di servizio, ndr) e il laboratorio cucina da parte della Mof (manutenzione ordine prefabbricati, presso la quale lavorano alcuni detenuti, ndr).
Questo almeno per un primo intervento di rifacimento manutentivo della soffittatura e dei muri laddove sono presenti chiazze di muffa". Ma "per noi non è sufficiente - ammonisce La Marca - la muffa va trattata in un determinato modo, gli ambienti devono essere risanati, non basta ripitturare per nascondere la chiazza. È necessario e urgente un intervento drastico e profondo, non un susseguirsi di lavori di rattoppo. Così si crede di risparmiare, ma è esattamente il contrario".
di Livio Sacchi
Il Riformista, 4 gennaio 2020
Per quale motivo tutti (o quasi tutti) vogliono vivere in città? Perché le città hanno tanto successo? Perché ci piacciono? Le risposte a tali interrogativi sono certamente molte e anche molto diverse fra loro: la ricerca di un lavoro, di un ambiente più vivace e stimolante, di una maggiore concentrazione di servizi, anche culturali. Siamo tuttavia convinti che, al di là di quelle citate e delle moltissime altre che sarebbe possibile citare, il principale motivo per cui le città piacciono così tanto è invece, sostanzialmente uno solo ed è che in città c'è più libertà che altrove: in città ci si sente - e probabilmente si è, nei fatti - più liberi che altrove. "Stadt Luft macht frei - L'aria delle città rende liberi", diceva un vecchio adagio tedesco risalente al Medio Evo.
In quei tempi, chi viveva in città era libero dalle restrizioni feudali e, in parte, da quelle religiose. Ma ancora oggi, affrancando le identità dei singoli dalle aspettative familiari e sociali e permettendo a chi vi abita di diventare ciò che vuole, le città consentono qualcosa di molto prossimo all'autodeterminazione del proprio essere. Non è cosa da poco; si tratta anzi di una cosa molto, molto importante. Un esempio? Suketu Mehta, nel suo libro su Mumbai, a proposito quindi di una delle grandi città del mondo contemporaneo, racconta: "È un luogo dove non conta di che casta sei, dove una donna può cenare da sola in un ristorante senza essere molestata e dove ci si può sposare con chi si preferisce. Per i giovani di un villaggio indiano il richiamo di Mumbai non è solo una questione di denaro. È anche una questione di libertà". Le città sono insomma i luoghi dove si determina libertà, e ciò vale persino in quei paesi in cui di libertà ve n'è poca.
Che le città piacciano è testimoniato dalla loro enorme espansione recente. Ma, a proposito di città, va ricordato che i primi due decenni del XXI secolo appaiono segnati da alcuni aspetti particolarmente significativi: la quantità di nuove infrastrutture e nuovi edifici realizzati, che non ha precedenti storici, nemmeno nei periodi di ricostruzione post-bellica; il crescente ricorso a nuove tecnologie, nuove tecniche costruttive, nuovi materiali; la sempre più diffusa consapevolezza in tema di sostenibilità, a fronte di un pianeta i cui equilibri ambientali sono effettivamente sempre più precari; l'ibridazione tipologica e la sempre maggiore complessità dell'edificato; ma anche la pervasiva sensazione di crisi - economica, prima di tutto, ma anche culturale, di valori e, in alcuni paesi come il nostro, demografica - e la speranza di uscirne, se non di esserne già fuori. Le città sono importanti per tutti noi: pur occupando, com'è noto, meno del 4% della superficie della Terra, ospitano oltre il 50% della popolazione mondiale e consumano il 75% dell'energia, rilasciando all'incirca il 70% delle emissioni nocive. Inoltre, secondo il McKinsey Global Institute, le prime 600 città del mondo, con poco più del 20% della popolazione, producono più del 50% del Pil. È chiaro che giocano un ruolo centrale quando si parla del nostro futuro.
Un futuro carico di incertezze, che non deve tuttavia spaventarci. Si pensi, per esempio, al tema dell'inclusione, peraltro strettamente legato a quello della libertà. Pensiamo a quanto accade nelle tre maggiori città americane. A New York si calcola che il 65% dei residenti appartenga a una minoranza etnica: si tratta di una città in cui le minoranze, messe insieme, costituiscono insomma una solidissima maggioranza. Non sarà forse anche questo il motivo per cui tutti quelli che vi abbiano trascorso un sia pur breve periodo di vita si siano subito sentiti a casa? Passiamo, sull'altra costa, a Los Angeles. Giuseppe Sala, nel suo recente libro, riporta che il sindaco Eric Garcetti pare abbia scritto al presidente Trump più o meno così: "vorrei ricordarti, a te che parli di muri ai confini, che più del 50% delle aziende che operano a Los Angeles sono state fondate da quelli che tu chiami immigrati. Sappi che io farò di tutto per difendere un modello di grande città contemporanea che funziona". Ricordiamo infine Chicago, una metropoli che è uscita bene dalla crisi e che è oggi una delle più attraenti degli Stati Uniti. Dal 2019 ha un nuovo sindaco, Lori Lightfoot: donna, afro-americana, lesbica.
di Aldo Cazzullo
Corriere della Sera, 4 gennaio 2020
"Tolo Tolo" è un film politico, palesemente "anti-salviniano". Senza per questo voler appiccicare nessuna etichetta a un artista che vuole restare di tutti. Il film di Checco Zalone non fa molto ridere. Alla fine anzi fa piangere, con la scena dell'agnizione (per non dire parolacce: riconoscimento, tra padre e figlio). Per il film di un comico, è un bel guaio. Questo non significa che Checco non abbia infilato le sue gag, le sue battute, le sue trovate. Ce ne sono: molte e godibili come sempre. Ma inserite in un contesto talmente amaro che la risata a volte si strozza in gola.
"Tolo Tolo" commuove e ci fa sentire un po' in colpa, anche se non muore nessuno. Soprattutto, spiazza. Perché affronta un fenomeno epocale del nostro tempo, capovolgendo il punto di vista. Finora abbiamo sempre guardato i migranti con i nostri occhi. Ci siamo impauriti per il dumping sociale - riduzione di salari e diritti - legato all'afflusso di manodopera a basso costo; e per i problemi di sicurezza, che sarebbe ipocrita negare.
Checco guarda e racconta la questione dal punto di vista dei migranti. Restando sé stesso: l'italiano becero, ossessionato dalle mode - sushi e acido ialuronico - diffidente dello Stato e degli altri. L'italiano che ieri, in "Quo vado?", raccontava il nostro Paese visto dalla Scandinavia; e ora dall'Africa. Solo lui poteva farlo.
Anche perché nessuno, nel nostro cinema notoriamente intento a rimirarsi l'ombelico, può spendere i milioni di euro necessari a girare in Kenya e nel Sahara, sapendo che saranno ripagati dal botteghino. Ieri gli incassi - pur restando eccezionali - hanno un po' rallentato. Può darsi che il passaparola non sia sempre positivo. All'uscita del cinema, gli spettatori discutono. Di solito "Tolo Tolo" piace più alle donne che agli uomini. Di sicuro non è il film che ti aspetti da Checco Zalone.
È anche un film politico, e non solo perché il meridionale senza arte né parte che diventa ministro degli Esteri si chiama Luigi come Di Maio; e perché a un certo punto compare Vendola nella parte di se stesso, distolto dalla cura dei suoi fiori dalla telefonata del pugliese ostaggio dei trafficanti (l'ex governatore si lancia in una delle sue complicate metafore sinistrorse; Macron, chiamato da un francese, paga e lo fa liberare). È un film palesemente anti-salviniano, senza per questo voler appiccicare nessuna etichetta a un artista che vuol restare di tutti. I neri non sono buoni. Omar, l'amicone, si rivela un traditore.
Però i neri sono poveri. Deboli. In una parola, umani. I buoni non esistono: tantomeno i giornalisti (il francese è un odioso reporter che si fa bello con i reportage umanitari, oltre che con il suddetto acido ialuronico, ma poi abbandona i compagni di viaggio nelle carceri libiche). Checco non tradisce sé stesso. Non rinuncia all'ironia, compresa l'irresistibile satira dell'Africa consolatoria della Disney, con la "cicogna strabica che sbaglia rotta", abbandonando i bambini a un destino di miseria, "ed è pure una mignotta". Insomma Zalone non diventa politicamente corretto o sentimentalista. Però "Tolo Tolo" può davvero cambiare, almeno un po', il sentimento dell'italiano medio verso i migranti. Il produttore Valsecchi non sarà d'accordo; ma questo non vale meno di un incasso record. Che poi magari arriverà comunque: il film va visto. Perché è bellissimo.
Avvenire, 4 gennaio 2020
L'impresa sociale "Cotti in fragranza", promossa dall'Istituto penale minorile Malaspina di Palermo, dal Centro studi Opera Don Calabria e dalla Fondazione San Zeno, offre lavoro vero a nuovi giovani con reati e condanne alle spalle e fa breccia anche nei cuori dei critici gastronomici, tanto da conquistare il titolo di "miglior progetto solidale" del 2019 conferito dal Gambero Rosso.
La nota rivista di settore ha stilato una lista di "Best of the year" toccando numerose sfere di interesse e premia "il bel progetto di economia carceraria nato nel carcere minorile Malaspina di Palermo nel 2016 - scrive Gambero Rosso. Un'intelligente dimostrazione di come sia possibile far rivivere spazi storici della città". "Questo riconoscimento è prova del fatto che stiamo riusciti a diventare un'impresa", commenta Lucia Lauro, responsabile del progetto e con Nadia Lodato anima della cooperativa Rigenerazioni Onlus.
di Leo Lancari
Il Manifesto, 4 gennaio 2020
Depositata a Palazzo Madama la memoria difensiva dell'ex ministro dell'Interno. Che punta a coinvolgere Conte e Di Maio. Sette mail per dimostrare che la decisione di non far sbarcare i migranti dalla nave Gregoretti non fu un'iniziativa personale dell'allora ministro dell'Interno ma una scelta collegiale del governo. "So di aver fatto il mio dovere, sempre nell'esclusivo interesse della mia patria", ha ripetuto ancora ieri Matteo Salvini.
Bisognerà aspettare un paio di settimane per capire se quanto il leader leghista va dicendo da quando il Tribunale dei ministri di Catania ha chiesto l'autorizzazione a procedere nei suoi confronti per sequestro di persona avrà convinto oppure no i membri della Giunta delle immunità del Senato. Mercoledì prossimo la commissione comincerà ad esaminare la memoria difensiva dell'ex ministro messa a punto dall'avvocato Giulia Bongiorno e depositata ieri a Palazzo Madama. "Nei prossimi giorni, in qualità di relatore, metterò a punto la proposta che sottoporrò all'esame della Giunta. Il termine entro il quale dobbiamo pronunciarci è di trenta giorni dal ricevimento della memoria", ha confermato ieri il presidente dell'organismo, Maurizio Gasparri. In realtà di giorni ne serviranno molti meno visto che la data entro la quale la Giunta dovrà pronunciarsi è già stata fissata per il 20 gennaio (poi, a febbraio, la parola definitiva spetterà all'aula).
La strategia studiata da Salvini con il suo legale è semplice: riuscire a coinvolgere gli ex alleati di governo, a partire dal premier Giuseppe Conte e da Luigi Di Maio, nella decisione di non far sbarcare per sei giorni - a partire dal 26 luglio dell'anno scorso - 131 migranti che si trovavano sulla nave Gregoretti della Guardia costiera. In pratica lo stesso schema già adottato per l'analogo caso della nave Diciotti.
"La gestione dei migranti - scrive oggi l'ex ministro nella memoria difensiva - non rappresentava l'espressione della volontà autonoma e solitaria del ministero dell'Interno", ma si inseriva "nel perimetro di un preciso indirizzo dell'esecutivo allora in carica".
A dimostrazione di questa tesi viene messo a disposizione della Giunta il "carteggio" di cui Salvini aveva parlato nei giorni scorsi. Sette mail scambiate tra il 26 luglio e il 2 agosto tra alti funzionari di Palazzo Chigi, Farnesina e Viminale nelle quali si affronta la questione dello smistamento dei migranti tra i Paesi dell'Unione europea.
Le mail che dimostrerebbero quanto Salvini afferma sono quelle scambiate tra il consigliere diplomatico d Conte, Pietro Benassi, il capo di gabinetto del Viminale Matteo Piantedosi e alti funzionari della Farnesima come il segretario generale Elisabetta Belloni e il rappresentante italiano all'Ue, l'ambasciatore Maurizio Massari.
Salvini cita anche la lettera che Conte scrisse nel luglio del 2018 ai vertici dell'Unione europea per sollecitare "l'adeguamento immediato del piano Eunavfor Med-Sophia (la missione europea nel Mediterraneo, ndr) in relazione ai porti di sbarco, che non avrebbero dovuto essere solo italiani". Infine vengono ricordate le dichiarazioni rese dai ministri Alfonso Bonafede ("Gregoretti? Europa deve farsi carico del problema", rilasciata il 30 luglio) e Di Maio ("L'Italia non può sopportare nuovi arrivi di migranti, quei migranti devono andare in Europa", del 31 luglio).
Per l'ex presidente del Senato Pietro Grasso il contenuto della memoria rischia di trasformarsi in "un boomerang" per Salvini: "Il governo non è stato coinvolto nell'assegnazione del Pos (porto sicuro, ndr) e nello sbarco dei migranti, ma solo nella ricerca di Paesi disponibili per il ricollocamento, fase che nulla ha a che fare con il reato contestato al senatore Salvini. La sua memoria quindi lo inchioda alle sue responsabilità personali", ha detto il senatore di LeU. Sulla stessa linea anche l'ex M5S Gregorio De Falco, per il quale la memoria difensiva "di tutto si occupa tranne della questione che gli viene imputata, cioè che vi sia stata una scelta collegiale del governo sul trattenimento dei migranti a bordo della Gregoretti". A Grasso rispende infine il leghista Gian Marco Centinaio: "Grasso evidentemente non ha compreso o finge di non comprendere. La memoria dimostra la linea governativa nell'interesse pubblico".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 4 gennaio 2020
"La sveglia suona: è l'alba. Dal mare giunge un canto d'amore, da lontano il suono delle campane di Ventotene. Dalla "bocca di lupo" guardo il cielo, azzurro come non mai, senza una nuvola, e d'improvviso un soffio di vento mi investe, denso di profumo dei fiori sbocciati durante la notte.
Ricado sul mio giaciglio. Acuto, doloroso, mi batte nelle vene il rimpianto della mia giovinezza che giorno per giorno, tra queste mura, si spegne. La volontà lotta contro il doloroso smarrimento. È un attimo: mi rialzo, mi getto l'acqua gelida sul viso. Lo smarrimento è vinto, la solita vita riprende: rifare il letto, pulire la cella, far ginnastica, leggere, studiare".
È un passaggio di Sandro Pertini quando descrive la sua reclusione al carcere di Santo Stefano. Il futuro presidente della Repubblica italiana, fu ospite, suo malgrado, della cella n. 36, dal dicembre 1929 al dicembre 1930. A perenne memoria, all'ingresso principale del carcere, è stata affissa una lapide in marmo.
Le date di ingresso di Pertini si rilevano da due missive. La prima redatta sul treno Roma- Napoli 23 dicembre 1929 è scritta dallo stesso Pertini alla madre per comunicarle il suo trasferimento sull'isola. Da questa lettera si rilevano il genuino amore di un figlio per la propria madre, la tenacia di un ribelle, e la forza di un uomo indomito che ha creduto, combattuto e pagato caramente per i suoi ideali: "Mia buona mamma - scrive Pertini - sono riuscito a procurarmi un pezzo di lapis e un po' di carta e tento di scriverti nonostante questi maledetti ferri che mi stringono i polsi.
Voglio che ti giungano i miei auguri per il nuovo anno, mamma, e farò di tutto perché a Napoli questa mia lettera sia imbucata. Sono qui solo in una piccola cella del vagone cellulare. Mi portano a Napoli e verso il 27 mi porteranno al reclusorio di S. Stefano. Mamma buona e santa, non ti rattristare per questa mia nuova sorte. Pensa, mamma, che lotto per un ideale sublime, tutta luce. Se tu sapessi con quale gioia, e con quanta fierezza io alzai dalla gabbia dopo la lettura della sentenza il grido della mia fede "Viva il Socialismo", "Abbasso il fascismo". E allora mi saltarono addosso furenti, turandomi la bocca quasi a soffocarmi, ma io nulla sentivo".
La seconda lettera, scritta da Andreina Costa Gavazzi, figlia di Anna Kuliscioff, a Filippo Turati, datata 23 dicembre 1930, riporta il trasferimento di Pertini a Turi, dove è testualmente detto: "la presente per informarla, d'urgenza, che ricevo proprio ora dalla fidanzata del nostro Sandro la notizia che fino dal 10 corrente egli è stato trasferito alla Casa di pena di Turi (provincia di Bari). È un reclusorio meno duro di Santo Stefano? Non ne so nulla".
Anche Sandro Pertini, in un suo scritto, ha lasciato testimonianza della sua permanenza in Santo Stefano: "Non sapevo a cosa andavo incontro. S. Stefano era rimasto il vecchio carcere dei Borboni, con celle umide e malsane, e quando la guardia aprì la mia cella, con accento meridionale disse: "Qui dentro c'è stato Luigi Settembrini". All'alba ci portavano un caffè acquoso e alle dieci il rancio che era una minestra di pasta e ceci o pasta e fagioli, che doveva bastare tutto il giorno".
Il carcere di Santo Stefano venne realizzato nell'età dell'illuminismo, quando si era passati alla concezione dell'istituzione carceraria come centro del sistema penale. Un carcere adibito per gli ergastolani, dove, nonostante il secolo dei lumi, non si risparmiavano le pene corporali. Lo svolgersi delle interminabili giornate spesso era rotto dal crudele spettacolo delle punizioni a cui i condannati assistevano dalle grate delle finestre o dallo spioncino delle porte.
In effetti, il regolamento interno, così come di qualsiasi altra prigione, prevedeva, oltre a piccoli premi per i condannati modello, anche dure punizioni per coloro i quali non si attenevano alle regole di condotta disciplinanti l'andamento della giornata. Accanto alle punizioni di carattere più leggero vigevano punizioni corporali che per la loro brutalità potevano anche portare alla tomba: cella oscura a pane e acqua, raddoppio delle catene alle caviglie e ai polsi, incatenamento al puntale (anello murato nel pavimento), battiture in cella o all'aperto in presenza degli altri detenuti.
L'ergastolo di Santo Stefano, inquadrabile sicuramente tra quelli a sistema durissimo, era un carcere senza speranze, dove l'ozio ed i vizi spadroneggiavano e dove la quotidianità dei reclusi era scandita dalla battitura delle grate alle finestre, dallo stridere dei cancelli, dalle bestemmie e maledizioni dei forzati rivolte nel nulla e dai lamenti di coloro i quali, insubordinati alle regole interne, erano bastonati al centro del cortile, quale monito per i compagni obbligati ad assistere al triste spettacolo come accennato, da dietro gli sportellini delle porte delle celle. Da quell'inferno gli ergastolani con fine pena mai, potevano uscire solamente in due modi: o da morti, oppure con una evasione. In realtà nemmeno da morti: le spoglie dei reclusi morti durante l'esecuzione della pena, venivano tumulate nel piccolo cimitero dell'isola.
La prima grossa evasione in massa fu attuata nel 1806 dal brigante "Fra Diavolo" di Itri (il cui vero nome era Michele Pezza), che dopo l'evasione arruolò i detenuti tra le fila della sua banda per combattere a fianco dei Borboni, contro i Francesi. Questo episodio determinò la chiusura della prigione per undici anni. Solo nel 1817, per volontà del ministro Medici, i cancelli di Santo Stefano furono riaperti per ospitarvi sempre più detenuti politici e meno criminali. Altra evasione, solo programmata ma fallita nella sua realizzazione, fu quella ideata dal patriota Luigi Settembrini ed appoggiata all'esterno da Giuseppe Garibaldi, che sarebbe dovuta avvenire tra il 1855 ed il 1857. Settembrini fu recluso nel carcere di Santo Stefano agli inizi del 1851 e ne uscì agli inizi del 1859.
Nella primavera del 1855 iniziò a programmare il proprio piano di fuga, da mettere in atto verso la fine dell'estate. Da un copioso scambio epistolare clandestino con sua moglie Raffaella, si apprende che lui stesso chiese collaborazione all'esterno per sé e per altri cinque compagni di cella, stabilendo man mano le modalità del piano di fuga, preparando addirittura delle piantine con i disegni dei luoghi e le rotte marinare da seguire.
Dall'esterno Giuseppe Garibaldi partecipò attivamente al piano, tracciando su apposite carte nautiche la rotta che l'imbarcazione (The Isle of Thanet), acquistata in Inghilterra dal rivoluzionario Antonio Panizzi con una sottoscrizione fra amici, avrebbe dovuto seguire per la riuscita dell'evasione. Il piano fallì in quanto l'imbarcazione naufragò ancora prima di giungere nel golfo di Gaeta. Fallì anche un secondo tentativo. Settembrini sarà infine liberato con un altro stratagemma messo in atto a bordo del piroscafo David Stewart nel mese di febbraio del 1859 durante il trasferimento, per il decretato esilio, suo e di altri sessantasei detenuti politici in Nord- America. Il comandante della nave, per paura di ventilati fastidi diplomatici internazionali, anziché dirigersi a New York, come concordato con le autorità, fece rotta verso l'Inghilterra dove sbarcarono liberi dopo qualche giorno.
di Valerio Sofia
Il Dubbio, 4 gennaio 2020
Gli interessi delle grandi potenze dietro agli appoggi ad Al-Serraji e ad Haftar. Affluiscono soldati e mercenari in Libia, e nulla fa pensare che le cose miglioreranno, anzi. L'Italia ha da esattamente due anni una missione militare in Libia, incentrata soprattutto sull'ospedale di Misurata. Da allora, dopo aver dato un contributo importante curando tra gli altri i miliziani feriti durante la loro offensiva contro l'Isis a Sirte, il contingente italiano è rimasto relativamente passivo mentre lo scenario geopolitico della Libia cambiava vorticosamente, e il generale Haftar dalla Cirenaica andava rafforzandosi e parallelamente andava ampliando la rete dei suoi sostenitori internazionali a danno del governo di Tripoli, tanto da arrivare a minacciarlo militarmente in una prima occasione e di nuovo adesso con la capitale assediata.
Roma ha cercato di tenere aperti i canali di dialogo all'interno delle fazioni libiche, ma bisogna prendere atto che al momento l'Italia è stata del tutto scavalcata dagli eventi e dagli altri protagonisti della crisi. Che è complessa e pericolosa, e potrebbe portare la situazione del Paese alle porte dell'Italia a degenerare verso una guerra aperta che potrebbe raggiungere livelli molto superiori al recente passato e tali da oltrepassare di molto i confini della guerra civile.
Troppi infatti gli attori in gioco, senza considerare eventuali e solo per ora remote ripercussioni da quanto sta succedendo tra Iraq e Iran dopo l'uccisione del generale iraniano Soleimani. Al momento l'Iran non è tra i protagonisti della crisi in Libia (anche per la marginalità della componente sciita nel Paese), ma è praticamente l'unico soggetto poco coinvolto. È invece molto coinvolta la Turchia, che ha appena approvato in Parlamento la mozione per inviare soldati a difesa di Tripoli. Il governo di è quello internazionalmente riconosciuto, sostenuto dall'Onu come governo di unità e pacificazione, ma di fatto non gode di sostegni concreti da parte dei propri alleati, e conta solo sulle milizie delle città circostanti. Milizie molto forti tra quelle libiche, come quelle di Misurata, in grado fino ad ora di difendersi e anche di aver acquisito una certa preminenza. Milizie che hanno contribuito a sconfiggere la presenza dell'Isis in Libia. Ma che ora si scoprono troppo deboli per garantire la sopravvivenza del governo, se dalla parte di Haftar continuano ad arrivare sostegni magari occulti da parte dei pezzi grossi della comunità internazionale.
Gli Usa di Trump sono infatti ambigui, e se l'Unione Europea a parole è dalla parte del governo Onu, di fatto la Francia ha rapporti più che amichevoli con Haftar, e in passato è stata denunciata la presenza di esperti e armamenti francesi al fianco di Haftar. Meno mascherato è il sostegno russo al generale di Tobruk, e si è detto più volte che mercenari e contractor russi sono arruolati nelle sue fila, gli stessi che forse potrebbero aver aiutato le forze di Haftar ad abbattere dei droni tra cui uno italiano (e intanto ieri i libici o chi per loro hanno abbattuto un altro drone, proprio turco). Con Haftar poi ci sono soprattutto l'Egitto e gli Emirati Arabi, nemici giurati dei Fratelli Musulmani cui invece fa riferimento lo schieramento di Al-Serraji.
Questi Paesi arabi forniscono l'aviazione con a loro volta l'impiego anche di piloti mercenari. In risposta a tutto questo Al-Serraji ha chiesto un sostegno più concreto alla Turchia, amica a sua volta dei Fratelli Musulmani e nemica dell'Egitto. E il parlamento ha risposto approvando l'invio di soldati, anche se da tempo si parla dell'ipotesi che Ankara invii piuttosto miliziani siriani e mercenari. Comunque sia, l'Esercito nazionale libico di Haftar ha già annunciato che "non permetterà la presenza di qualsiasi forza turca ostile sul territorio libico", e ha aggiunto che la formazione "è pronta a combattere". In Libia si potrebbe presto assistere a qualcosa di tragicamente complicato.









