camerepenali.it, 25 novembre 2019
Il "patriottismo costituzionale" è il testimone che il presidente uscente della consulta offre al paese: la politica e le istituzioni sappiano essere all'altezza di raccoglierlo. i penalisti italiani rendono omaggio al Presidente Giorgio Lattanzi al termine del suo mandato.
A due settimane ormai dal termine del suo mandato di Giudice e poi di Presidente della Corte Costituzionale, Giorgio Lattanzi in una splendida intervista al Corriere della Sera ha reso ben chiaro - a chi voglia intenderlo - il valore irrinunciabile ed anzi salvifico del patto sociale fondativo della nostra democrazia costituzionale.
I valori costituzionali vanno condivisi ed applicati, non omaggiati come un vuoto atto d'obbligo: questo è il preoccupato monito del Presidente Lattanzi, il quale non a caso si sofferma a lungo sulle reazioni alla recente sentenza sull'ergastolo ostativo, denunciando senza mezzi termini la "falsità" delle conseguenze allarmistiche per la sicurezza sociale da più parti attribuite ad una decisione peraltro ancora non conosciuta nelle sue motivazioni.
L'Unione delle Camere Penali ha dal primo momento denunziato l'inaudita gravità di quegli attacchi rozzi e sconsiderati ad una sentenza che ha semplicemente rimesso in linea la legge ordinaria con il principio di finalità rieducativa della pena sancito nell'art. 27 della Costituzione.
Dal surreale giudizio di "stravaganza" formulato dal frastornato segretario di un partito al Governo del Paese, alla immediata ricerca di possibili iniziative di contrasto annunziate dal Ministro di Giustizia, fino all'inaudito invito da parte di magistrati della Repubblica, perfino componenti del Consiglio Superiore della Magistratura, perché il legislatore intervenisse a porre rimedio agli effetti preconizzati come catastrofici di quella decisione, lo spettacolo andato in scena a seguito della sentenza sull'ergastolo ostativo ha rappresentato la fotografia desolante ed anzi allarmante dell'analfabetismo costituzionale di una intera classe dirigente del Paese.
Il richiamo forte, appassionato e ad un tempo allarmato del Presidente Lattanzi al "patriottismo costituzionale", cioè alla necessità di operare nella vita pubblica e nei comportamenti privati in nome di una reale, consapevole e non retorica condivisione dei principi fondativi del nostro patto sociale, rappresenta il formidabile testimone che una politica sempre più immiserita e pavida farebbe bene a raccogliere, ove mai ambisse a dare un segno di reazione e di riscatto dalla ammorbante rozzezza dell'imperante populismo giustizialista.
I penalisti italiani, che sono sempre stati e continueranno ad essere i "patrioti costituzionali" di cui questo Paese ha vitale necessità, rendono omaggio al magistero di un Presidente della Consulta che, giungendo perfino a portare i giudici della sua Corte a toccare con mano la dura realtà delle carceri italiane, ha saputo dire, non a parole ma per fatti concludenti, che la Costituzione è ancora viva, e rappresenta la guida cui affidare il Paese con fiducia e coraggio.
La Giunta dell'Unione delle Camere Penali Italiane
di Martina Del Chicca
La Nazione, 25 novembre 2019
L'interrogazione del senatore del M5s Ferrara al ministro Di Maio: "Dove sono finiti gli organi del giovane carpentiere morto in cella?". Le autorità francesi sostengono che Daniele Franceschi sia morto stroncato da un infarto. Era il 25 agosto 2010.
A ritrovarlo "a terra con il viso verso il suolo, tutto rosso", fu il compagno di cella, nel carcere francese di Grasse. Si chiama Abdel il giovane franco-algerino che due giorni dopo la tragedia scrisse una lettera a mamma Cira. "Daniele - raccontò Abdel - negli ultimi tre giorni stava molto male e nessuno era venuto a visitarlo, nonostante le continue richieste di aiuto, fatta eccezione per una volta in cui fu portato in infermeria dove gli dettero semplicemente delle pastiglie".
Per la morte di Daniele - deceduto in attesa di un processo, per il presunto utilizzo di una carta di credito falsa in un casinò di Cannes - è stato condannato a un anno per omicidio involontario il medico del carcere Jean Paule Estrade, ritenuto colpevole di non aver curato il giovane carpentiere. Di cui si è perso il cuore, che poteva raccontare qualcosa; si sono persi i polmoni, i reni, la milza. Nessun organo di Daniele Franceschi, dopo l'autopsia all'ospedale di Pasteur, è stato restituito alla famiglia, che per questo non ha potuto avere una perizia di parte. Una contro-verifica, con uno specialista di fiducia.
"Il caso Franceschi deve essere riaperto", scrive a distanza di nove anni in un'interrogazione parlamentare il senatore Gianluca Ferrara, del Movimento Cinque Stelle, al ministro degli esteri Luigi Di Maio. "Sulla morte in carcere del giovane carpentiere - prosegue Ferrara - la famiglia non ha mai avuto risposte chiare dalle autorità francesi". Alla famiglia non sono stati mai restituiti gli organi, nonostante le ripetute richieste ufficiali dell'avvocato Aldo Lasagna. E non sono mai arrivati spiegazioni ufficiali.
Poi, all'inizio dell'anno mamma Cira ha ricevuto un biglietto, che ha aperto un inquietante pista. Una lettera anonima che lascia intendere che gli organi di Daniele, oltre 8 anni fa, potrebbero essere stati espiantati e trapiantati in altri corpi. "Che fine hanno fatto gli organi?" chiede ancora Ferrara. "Una domanda che rimane senza risposta, e nel rapporto fra due stati che fanno parte dell'Unione Europea questa è una situazione inaccettabile".
"La lettera anonima - prosegue il senatore - introduce nuovi elementi al caso che andrebbe riaperto. A distanza di molti anni è necessario chiudere questa vicenda assicurando giustizia e risposte certe ai familiari della vittima". La battaglia di mamma Cira Antignano ha trovato una nuova voce, sperando che la richiesta e l'interrogazione non rimangano inascoltate. Un'altra volta.
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 25 novembre 2019
Cassazione - Sezioni Unite penali - Sentenza 13 novembre 2019 n. 45936. Il curatore fallimentare è legittimato a chiedere la revoca del sequestro preventivo a fini di confisca e a impugnare i provvedimenti in materia cautelare reale. Lo hanno detto le sezioni Unite penali con la sentenza 13 novembre 2019 n. 45936.
L'appello verso le ordinanze di sequestro preventivo - A supporto la Corte valorizza il disposto dell'articolo 322-bis del codice di procedura penale, che, nel disciplinare l'appello avverso le ordinanze in materia di sequestro preventivo, indica quali soggetti legittimati a proporre l'impugnazione, oltre al pubblico ministero, all'imputato e al difensore di questi, anche "la persona alla quale le cose sono state sequestrate e quella che avrebbe diritto alla loro restituzione" (disposizione, questa, peraltro già dettata nel precedente articolo 322, in materia di riesame del decreto di sequestro preventivo, e puntualmente riportata nel successivo articolo 325, a proposito del ricorso per cassazione avverso le ordinanze che decidono nelle procedure di riesame e di appello).
Questa formulazione normativa, secondo le sezioni Unite, rende evidente il riferimento del legislatore alla persona alla quale le cose sono state sequestrate e a quella che avrebbe diritto alla loro restituzione, come soggetti diversi e non coincidenti, derivandone la legittimazione in capo anche a quest'ultima, da identificare nella persona che, anche senza vantare un diritto reale sul bene, sia tuttavia titolare di una situazione di fatto tutelata dall'ordinamento tale da dare luogo a una posizione giuridica autonoma del soggetto rispetto al bene: la persona avente diritto alla restituzione della cosa sequestrata, legittimata all'impugnazione dei provvedimenti dispositivi o confermativi del sequestro, è dunque identificabile in ragione della "disponibilità autonoma e giuridicamente tutelata del bene".
E una disponibilità rispondente a queste caratteristiche, secondo il giudice di legittimità, è senza dubbio esistente in capo al curatore rispetto ai beni del fallimento, giacché, come disposto dall'articolo 42, comma 1, della legge Fallimentare "la sentenza che dichiara il fallimento priva dalla sua data il fallito dell'amministrazione e della disponibilità dei suoi beni esistenti alla data di dichiarazione di fallimento", trasferendosi tale disponibilità, da quel momento, dal fallito proprio agli organi della procedura fallimentare (tra essi, il curatore fallimentare, incaricato dell'amministrazione della massa attiva nella prospettiva della conservazione della stessa ai fini della tutela dell'interesse dei creditori).
Con la propria decisione le sezioni Unite procedono così a integrale revisione di quanto in precedenza sostenuto dalla sentenza delle stesse sezioni Unite, 25 settembre 2014, Uniland, che si era espressa invece nel senso della mancanza di legittimazione del curatore fallimentare a proporre impugnazione avverso il provvedimento di sequestro preventivo funzionale alla confisca del beni della società fallita; superando, nel contempo, anche quell'orientamento che aveva già limitato il principio della sentenza Uniland alla sola ipotesi in cui il sequestro preventivo fosse stato adottato in epoca anteriore alla dichiarazione di fallimento (cfr. sezione III, 12 luglio 2106, Amista).
bitontolive.it, 25 novembre 2019
Il Consigliere regionale di Forza Italia ha depositato un'interrogazione diretta al presidente Emiliano. "Una situazione esplosiva, che compromette la sicurezza degli agenti di polizia penitenziaria e la stessa funzione rieducativa della pena: la Regione deve immediatamente intervenire, in quanto ente competente, per far fronte all'emergenza psichiatrica nelle strutture detentive presenti sul nostro territorio ed è per questo che ho depositato un'interrogazione consiliare diretta al presidente-assessore alla Sanità, Emiliano.
Nelle carceri pugliesi, secondo gli ultimi dati ufficiali, il tasso di sovraffollamento è del 65,3% e siamo tristemente la prima regione d'Italia in questo. Nel frattempo, però, si registra una drammatica insufficienza dell'organico della Polizia penitenziaria, che è sceso da circa 2.400 unità nel 2001 a meno di 1.900. E, se da un lato il numero di detenuti è alle stelle e quello degli agenti continua, invece, a diminuire; dall'altro c'è una vera emergenza: sono sempre più frequenti gli episodi di scompenso psichico nel corso dell'espiazione della pena.
Detenuti con gravi problemi di salute mentale ricevono un'assistenza specialistica carente e per giunta sono allocati in sezioni comuni, a stretto contatto con la restante parte della popolazione carceraria. Il risultato è immaginabile: esiste un pericolo concreto per l'incolumità degli agenti di polizia penitenziaria, sotto organico e spesso in difficoltà anche a garantire la sicurezza ordinaria. Negli ultimi anni si sono registrate numerose aggressioni in danno del personale di sorveglianza e sanitario.
L'ultima qualche giorno fa a Bari, e a farne le spese sono stati due agenti. Dal 2008 la nuova normativa nazionale ha affidato alle Regioni e alle Asl la competenza in materia di sanità penitenziaria, eppure in Puglia non è stato dato seguito alle nuove prescrizioni in quasi tutte le strutture carcerarie. In particolare, le novità viaggiano su due binari: la realizzazione di reparti psichiatrici, la cui gestione in capo al personale medico e infermieristico in tutte le strutture circondariali, e la sistemazione dei pazienti con disturbi in aree dedicate esclusivamente a loro. Ciò per tutelare gli agenti di polizia e tutti coloro che operano nelle strutture, ma anche gli stessi pazienti problematici che spesso si abbandonano ad episodi di autolesionismo o addirittura a tentativi di suicidio, perché non adeguatamente assistiti".
di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 25 novembre 2019
Nasce l'Ufficio centrale per il lavoro dei detenuti, "Mi riscatto per... il futuro": così l'amministrazione giudiziaria eleva a sistema Paese un modello virtuoso nato localmente. Presentato il 13 novembre scorso presso l'aula universitaria del carcere romano di Rebibbia, questa nuova realtà chiude il cerchio dei 70 protocolli cittadini "Mi riscatto per..." che hanno permesso l'avviamento al lavoro di circa 4.500 detenuti italiani.
di Candida Morvillo
Corriere della Sera, 25 novembre 2019
Intervista a Elena, 89 anni, madre dell'ex presidente della Provincia di Milano morto il 9 ottobre: "Andrò con i miei nipoti alla cerimonia dell'Ambrogino d'oro alla memoria. Per pagare gli avvocati, ho venduto la casetta comprata col Pep, mio marito".
Questa è la storia di una madre che sopravvive al figlio, lei 89 anni e malata da tempo, lui 67, che se ne va il 9 ottobre scorso, portato via da un cancro che lo colpisce al culmine di anni di processi finiti in niente. Filippo Penati, già sindaco di Sesto San Giovanni, poi presidente della Provincia di Milano, braccio destro di Pier Luigi Bersani, era stato indagato per corruzione, concussione e altri reati, in parte assolti, in parte prescritti.
Questa è anche la storia di un mondo di lotte antifasciste e operaie tramandate di generazione in generazione, e di speranze che non sopravvivono né alla madre né al figlio, se non cristallizzate nell'autobiografia di una famiglia che lui si siede a scrivere negli ultimi mesi. "L'uomo che faceva le scarpe alle mosche" esce postumo per La nave di Teseo giovedì.
Elena Penati ha appena letto le bozze. Sta seduta con le spalle curve e lo sguardo indomito nel salottino del suo bilocale a Sesto. Sulla parete, decine di foto dell'unico figlio, col grembiule alle elementari, con la fascia tricolore... Sapeva che il suo Filippo lavorava a un libro, non che avrebbe scritto la storia sua e di suo marito, il Pep, e insieme la storia di una cittadina e di un secolo.
S'inizia con lo sciopero generale del 1920 dove s'incontrano i suoi nonni paterni, Teresa e Pippo, che morirà in un campo di concentramento, si prosegue coi nonni materni, Turiddu e Melina, emigrati dalla Sicilia nel 1946, primi "terroni" in tutto il circondario, si atterra nel dolore degli ultimi giorni. Elena fissa il piccolo televisore spento. Dice: "Ormai non guardo più i telegiornali, non m'interesso più. Da quando hanno indagato mio figlio, ho perso la fiducia".
In cosa l'ha persa? Nella giustizia?
"Nel partito. Il partito gli ha chiesto subito indietro la tessera e si è costituito parte civile contro di lui".
Penati con il padre Giuseppe Penati con il padre Giuseppe
Lei aveva la tessera del Pd?
"No, ma era qualcosa in cui credevo. Mio marito ha avuto il padre ucciso a Mauthausen perché aveva scioperato alla Breda controllata dai nazisti. Vennero a prenderlo, gli dissero: Penati è venuta la tua ora. Filippo stesso ricordava sempre con orgoglio che il nonno s'era rifiutato di nascondersi e s'era fatto trovare a casa, pronto e vestito di tutto punto".
Suo figlio, nel luglio 2018, annunciando di avere un tumore, disse che era conseguenza delle vicende giudiziarie.
"Così è. Aveva fiducia nella giustizia, ma la politica l'aveva addolorato e si arrabbiava perché la verità non veniva fuori. Cercava di resistere. Diceva "sono forte". Anch'io lo dico, ma ora che lui non c'è più, la mia testa funziona e il corpo sento che mi abbandona di momento in momento".
Il libro si apre con suo figlio che l'accompagna dal medico.
"Sono stata ricoverata due volte, ma finché lui c'era, tenevo duro. Sono stata io a capire che stava male: l'ho visto a Telenova e gli ho sentito un fischio nella voce. Gli ho prenotato una visita. Dopo la diagnosi, passava a trovarmi e faceva la battuta: mamma, facciamo come quelli della Lega... Teniamo duro".
Che pensò quando lo seppe indagato?
"Fu uno shock, ma ero sicura al cento per cento della sua innocenza. È stato un bravo bimbo, un bravo giovanotto, un bravo sindaco... È morto senza niente. Stava in affitto in 50 metri qui a Sesto. Per pagare gli avvocati, ho venduto la casetta comprata col Pep a Rapallo e i soldi non
sono bastati".
Il 7 dicembre avrà l'Ambrogino d'oro alla memoria.
"Caspita se ci andrò. E coi miei due nipoti, che sono i suoi figli, due gioielli".
Com'è stato leggere il libro?
"Ho pianto. Di più quando lui racconta che mi vede nella sala d'aspetto del dottore, minuta, curva, ma in ordine e coi capelli fatti. Ho pianto quando mi chiama "la terrona del '30"".
La prima "terrona" di Sesto.
"Al Pep, per sicurezza, dissi che ero toscana. Poi, lo portai a casa e mi fece: però tuo papà l'è terùn. E io: lui sì, io no. Mio padre, prima di conoscerlo, invece, aveva preso informazioni. Gli dissero: è comunista. E lui: allora, è un bravo ragazzo".
Quanto era comunista il Pep?
"Quando la Garelli andò in crisi, lo chiamarono alla Ercole Marelli. Passò tutte le selezioni, poi fu convocato da un dirigente che gli chiese che quotidiano leggesse e lui: l'Unità. Poi disse "scusi ingegnere, perché me lo chiede? Abbiamo lottato vent'anni per la libertà e ognuno legge il giornale che vuole". Non lo presero".
Lei non se ne rammaricò?
"No: era nel giusto. Lo era anche quando, chiamato alle armi dalla Repubblica di Salò, disertò, per non andare con chi gli aveva ucciso il padre. Stette mesi nascosto nella paglia e perciò soffrì di fegato tutta la vita. Ci sposammo il 28 ottobre 1950, ma abbiamo sempre fatto l'anniversario il 29, per non festeggiare il giorno della marcia su Roma. E il 25 aprile, a casa nostra, era come Natale: col pranzo e tutto".
Sfumata la Marelli, suo marito che fece?
"Io vendetti la casa ereditata al paese e aprimmo una latteria. Poi dovemmo chiuderla e aprimmo una cartoleria. Filippo aveva 16 o 17 anni e, d'estate, vendeva i nostri prodotti ai negozi: s'era fatto clienti che gli compravano di tutto. Era bravo. Gli abbiamo insegnato sincerità, lavoro e onestà".
Chi gli ha raccontato le cose scritte nel libro?
"Il papà, finché c'è stato. È mancato nel 1999, a 73 anni. Aveva nei polmoni la polvere dell'acciaieria, ma aveva amato tanto la fabbrica. Era un operaio specializzato. Si vantava dicendo che, col tornio, faceva pure le scarpe alle mosche. Più di recente, Filippo mi chiese di raccontargli bene: il giorno della Liberazione in cui fui presa ostaggio col mitra da un soldato canadese e il giorno del 1945 in cui il Pep venne inseguito e sparato da due fascisti che, invece, colpirono e uccisero un vecchio che passava di lì; mio padre che aveva perso i denti e io, ragazzina, che a pranzo, gli portavo la zuppa con la bici; i vestiti che cucivo da sarta già a 13 anni e poi "la curt del Cairo", dove il Pep era nato e dove anch'io andai a vivere. La chiamavano così perché era zeppa di gente. Era favolosa per l'umanità e la solidarietà che c'era".
Com'è adesso Sesto San Giovanni?
"Non ci sono più le fabbriche, ma la gente è ancora bella e sana. Il mio vicino, Mosè, egiziano, ha la moglie velata, ma ha quattro figli molto educati. Quando Filippo stava in ospedale, mi ci accompagnava ogni volta che volevo. Non m'aspettavo che Filippo morisse, non me l'aspettavo neanche quando a tutti diceva: io muoio tranquillo".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 25 novembre 2019
Sarebbe facile la tentazione di sostenere che la giustizia si è fermata a Vallo della Lucania. E tuttavia è ancora un'Italia divisa quella che emerge dall'indagine del Sole 24 Ore sulla durata della giustizia civile. Una divisione che corre tra Nord e Sud e tra controversie stesse.
Dove la domanda di giustizia ha risposte molto diverse, quanto a tempi, da ufficio giudiziario a ufficio giudiziario. Con conseguenze non proprio banali in termini di accesso alla giurisdizione. Quest'ultimo, infatti, dovrebbe essere a tutti assicurato senza distinzioni. Tanto meno quelle fondate sul luogo di amministrazione della giustizia.
Il Centro, 25 novembre 2019
La Corte dei Conti bussa a soldi e chiede a Giulio Petrilli, ex presidente dell'Aret, di pagare 167mila euro (162mila se la cifra verrà pagata entro i termini stabiliti). Una cartella esattoriale dal titolo "Recupero spese dello Stato sentenza Corte dei Conti" è stata recapitata a Petrilli, che ha scritto una nota per raccontare la sua vicenda personale ed esprimere, così, tutto il suo disappunto".
"Io", scrive Petrilli, "chiedo il risarcimento per sei anni di ingiusta detenzione. Acclarata da sentenze definitive. Accusa: banda armata. Poi assolto, tredici carceri speciali in sei anni. Attendevo una risposta in tal senso da parte della presidenza del Consiglio dei ministri, dopo l'ultima delle mie richieste. Speravo e spero.
Ma invece oggi mi viene recapitata una lettera dall'Agenzia delle Entrate nella quale mi si comunica che devo pagare 167.000 euro in quanto da presidente Aret avevo stabilizzato cinque dipendenti e ridotto fortemente l'indennità del direttore da 110.000 mila euro annui a 39.000. Sono senza parole. La Costituzione", conclude amaramente Petrilli, "che stabilisce il diritto al lavoro e l'inviolabilità della libertà personale, nel mio caso sei anni di carcere ingiusto, non vale nulla".
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 25 novembre 2019
Cassazione - Sezione IV penale - Sentenza 28 ottobre 2019 n. 43652. La titolarità di una posizione di garanzia non comporta, in presenza del verificarsi dell'evento, un automatico addebito di responsabilità colposa a carico del garante imponendo il principio di colpevolezza la verifica, in concreto, sia della sussistenza della violazione, da parte del garante, di una regola cautelare (generica o specifica), sia della prevedibilità ed evitabilità dell'evento dannoso che la regola cautelare violata mirava a prevenire (cosiddetta "concretizzazione del rischio"), sia della sussistenza del nesso causale tra la condotta ascrivibile al garante e l'evento dannoso. Lo precisa la Cassazione con la sentenza 28 ottobre 2019 n. 43652.
La responsabilità colposa - In quest'ottica va inoltre sottolineato che la responsabilità colposa non si estende a tutti gli eventi che comunque siano derivati, ma è limitata ai risultati che la norma stessa mira a prevenire. Inoltre il profilo causale della colpa più strettamente aderente al rimprovero personale implica che l'indicato nesso eziologico non si configura quando una condotta appropriata (il cosiddetto "comportamento alternativo lecito") non avrebbe comunque evitato l'evento: infatti, in tema di reati colposi, l'addebito soggettivo dell'evento richiede non solo che l'evento dannoso sia prevedibile, ma altresì che lo stesso sia evitabile dall'agente con l'adozione delle regole cautelari idonee, non potendo invece essere ascritto per colpa un evento che, con una valutazione ex ante, non avrebbe potuto comunque essere evitato.
Il principio applicato dalla Corte - La Corte ha fatto applicazione del principio ormai consolidato in tema di reato colposo, secondo cui l'applicazione del principio di colpevolezza esclude qualsivoglia automatico addebito di responsabilità, a carico di chi pure ricopre la posizione di garanzia, imponendo la verifica in concreto della violazione da parte di tale soggetto della regola cautelare (generica o specifica) e della prevedibilità ed evitabilità dell'evento dannoso che la regola cautelare mirava a prevenire (la cosiddetta "concretizzazione" del rischio). Infatti, l'individualizzazione della responsabilità penale impone di verificare non soltanto se la condotta abbia concorso a determinare l'evento (ciò che si risolve nell'accertamento della sussistenza del "nesso causale") e se la condotta sia stata caratterizzata dalla violazione di una regola cautelare, generica o specifica (ciò che si risolve nell'accertamento dell'elemento soggettivo della "colpa"), ma anche se l'autore della stessa (in ipotesi, il titolare della posizione di garanzia in ordine al rispetto della normativa precauzionale che si ipotizzava produttiva di evento lesivo mortale) potesse "prevedere" ex ante quello "specifico" sviluppo causale e attivarsi per evitarlo.
In quest'ottica ricostruttiva, occorre poi ancora chiedersi se una condotta appropriata (il cosiddetto "comportamento alternativo lecito") avrebbe o no "evitato" l'evento: ciò in quanto si può formalizzare l'addebito solo quando il comportamento diligente avrebbe certamente evitato l'esito antigiuridico o anche solo avrebbe determinato apprezzabili, significative probabilità di scongiurare il danno (tra le tante, sezione IV, 6 novembre 2009, Morelli; nonché sezione IV, 15 novembre 2018, Castellano e altri): infatti, non sarebbe razionale pretendere, fondando poi su di esso un giudizio di rimproverabilità, un comportamento che sarebbe comunque inidoneo a evitare il risultato antigiuridico (cfr. sezioni Unite, 24 aprile 2014, Espenhahn).
In un tale ambito ricostruttivo, in definitiva, la violazione della regola cautelare e la sussistenza del nesso eziologico tra la condotta e l'evento non sono sufficienti per fondare l'affermazione di responsabilità, giacché occorre anche chiedersi, necessariamente, se l'evento derivatone rappresenti o no la "concretizzazione" del rischio che la regola stessa mirava a prevenire e se tale evento fosse evitabile.
di Angela Pederiva
Il Gazzettino, 25 novembre 2019
Da oggi l'Associazione "La Gabbianella" interrompe l'attività svolta per tre lustri a favore dei figli delle detenute. Come il romanzo di Luis Sepúlveda, per vent'anni ha raccontato una storia di amore e di coraggio, dimostrando che si può imparare (e insegnare) a volare al di là dei legami di sangue. Ma oggi La gabbianella lascerà il carcere femminile della Giudecca a Venezia, che insieme a Milano è una delle due città in Italia a ospitare un Istituto a custodia attenuata per madri (Icam) ed è oltretutto l'unico dove i figli delle detenute restano non fino ai 3 bensì ai 6 anni di vita.
L'associazione, impegnata dal 1999 nel settore delle adozioni e dell'affidamento, da tre lustri a questa parte si è occupata anche di quei piccolini, accompagnandoli alla scuola materna e alle visite specialistiche, portandoli a pranzo alla domenica e in spiaggia d'estate: "Ma adesso non ce la sentiamo più di continuare", dice a malincuore la presidente Carla Forcolin.
Gli accordi - All'origine dello scoramento viene indicata una mancanza di programmazione, culminata a fine ottobre in un episodio doloroso per i volontari. "Da ben sette anni spiega la signora Forcolin abbiamo firmato degli accordi importanti, di carattere interistituzionale, che hanno avuto alterne vicende, ma non sono stati mai applicati e questo ha logorato il rapporto, che una volta era davvero buono, con gli operatori.
Il protocollo d'intesa prevedeva molte cose belle, tra cui la costituzione di un gruppo di lavoro formato da cinque soggetti, con noi tra questi, che facessero dei progetti sui bambini, assieme alle loro madri. Ma tutto ciò non si è fatto mai in termini concreti, e lo dimostra, purtroppo, il fatto che, quando uno di questi bimbi ha compiuto i fatidici 6 anni, età in cui si deve lasciare il carcere, è stato posto in affidamento presso una famiglia sconosciuta a lui e alla madre, senza alcuna preparazione. Il bambino è stato portato presso la nuova casa senza nemmeno dare alla madre il tempo di fargli la valigia. Noi non abbiamo potuto accompagnarlo, anche se avremmo potuto mitigare il passaggio da una situazione all'altra".
Perché si è arrivati a tanto? "Per una serie di circostanze complicate risponde la presidente ma anche perché non si è voluto ragionare a sufficienza con la famiglia del bambino circa tutti gli scenari possibili al compimento dei suoi 6 anni. Io volevo tanto ragionare con sua madre, assieme agli assistenti sociali ed educatori, ma non si è voluto e non mi sono mai state date vere spiegazioni in merito a questo divieto".
Ecco dunque il problema: il mancato dialogo con le istituzioni. "Dopo 15 anni siamo diventati degli intrusi confida Forcolin e più abbiamo chiesto l'applicazione degli accordi, più siamo diventati dei rompiscatole invece che dei collaboratori com'era un tempo".
La petizione - In questi due decenni, La gabbianella si è occupata di circa 130 bimbi, di cui 5 in affido dal carcere. "Tutto è cominciato dal mio stesso affidamento di due gemellini che uscivano ricorda la presidente e che ora sono diventati maggiorenni". Ma che sarà ora dei figlioletti delle detenute? "Dovrebbe occuparsene il Comune. Purtroppo temo che nessuno riuscirà a dare cose come la spiaggia per tre giorni interi a settimana ai bambini, senza chiedere un soldo di finanziamento". Ma l'impegno dell'associazione non finirà qui.
"Abbiamo un mucchio di progetti annuncia Forcolin e il primo tra questi è sensibilizzare il Parlamento affinché sia rivista la legge che ha di fatto imprigionato i bambini in modo indiretto fino a 6 anni, invece che fino a 3, togliendo loro tutta la prima infanzia". Sarà così lanciata su Change.org una petizione per chiedere una riforma della norma del 2011 che ha disciplinato gli Icam ma ha anche allungato da 3 a 6 anni l'età di reclusione dei piccini.
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