L'Osservatore Romano, 4 gennaio 2020
L'intenzione di preghiera del mese di gennaio. "In un mondo diviso e frammentato, voglio invitare alla riconciliazione e alla fratellanza tra tutti i credenti e anche tra tutte le persone di buona volontà". Con questo appello Francesco inaugura il quinto anno dell'iniziativa "Il video del Papa", attraverso la quale, con un videomessaggio diffuso ogni mese su internet, affida una speciale intenzione alla Rete mondiale di preghiera.
All'inizio di un 2020 purtroppo segnato dalla persistenza nel mondo di vecchi conflitti e da nuove prospettive di scontri e di guerra, il Pontefice chiede a tutti gli uomini di buona volontà di implorare insieme il dono della riconciliazione e di mobilitarsi per "diffondere i valori della pace, della convivenza e del bene comune".
Nel video - preparato dall'agenzia La Machi, che si occupa della produzione e della distribuzione, in collaborazione con Vatican Media, che ne ha curato la registrazione - le parole del Papa sono accompagnate da una scena in cui due uomini si fronteggiano mentre fra di loro, a terra, una lunga miccia accesa sembra correre inesorabilmente verso una deflagrazione. Gli sguardi, dall'iniziale diffidenza, si aprono a un sorriso d'intesa finché, insieme, i due spengono la miccia.
È questa l'efficace traduzione in immagini dell'invito che Francesco ha rilanciato anche attraverso il suo account Twitter @Pontifex: "Preghiamo affinché i cristiani, coloro che seguono le altre religioni e le persone di buona volontà promuovano insieme la pace e la giustizia nel mondo". Parole che si affiancano a quelle già espresse dal Pontefice nel messaggio per la celebrazione della 53a Giornata mondiale della pace: "Dobbiamo perseguire una reale fratellanza, basata sulla comune origine da Dio ed esercitata nel dialogo e nella fiducia reciproca. Il desiderio di pace è profondamente iscritto nel cuore dell'uomo e non dobbiamo rassegnarci a nulla che sia meno di questo".
Il gesuita Frédéric Fornos, direttore internazionale della Rete mondiale di preghiera (che include anche il Movimento giovanile eucaristico), commentando questo videomessaggio che apre la serie del 2020, spiega: "Francesco, con questa intenzione di preghiera, all'inizio di un nuovo anno, rivolge un appello alla speranza. Ci ricorda che "ogni guerra, in realtà, si rivela un fratricidio che distrugge lo stesso progetto di fratellanza inscritto nella vocazione della famiglia umana", e che questi conflitti nascono nel cuore dell'uomo e dalla paura".
E aggiunge: "Come porre fine a questa sfiducia?" si chiede il Papa. Cercando una vera fraternità. La preghiera, ci dice Francesco, "suscita sempre sentimenti di fraternità, abbatte le barriere, supera i confini, crea ponti invisibili ma reali ed efficaci, apre orizzonti di speranza".
La Rete mondiale di preghiera è un'opera pontificia la cui missione è quella di mobilitare i cattolici alla preghiera e all'azione di fronte alle sfide alle quali sono chiamate la Chiesa e l'umanità. Oggi è presente in 98 Paesi. Attualmente il video - attraverso il sito internet thepopevideo.org - è pubblicato in 14 lingue - le ultime a essere aggiunte sono state il vietnamita, il polacco, lo swahili e il kinyawarda - e nel 2019 le sue edizioni sono state viste da oltre 12 milioni di persone.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 4 gennaio 2020
A Hong Kong il 2020 è iniziato com'era terminato il 2019: una manifestazione di massa e l'intervento repressivo della polizia. Ci sono, però, un paio di novità nella strategia adottata dalle forze di polizia. Intanto, la decisione di dichiarare illegale una manifestazione tre ore dopo il suo inizio. Il pretesto è stato la devastazione di una banca da parte di un piccolo gruppo di violenti. A decine e decine di migliaia di persone già in piazza, è stato dato l'ordine di sgomberare entro 30 minuti. Poi, senza preavviso, è partito un candelotto di gas lacrimogeno. La folla ha reagito iniziando a lanciare sassi e altri oggetti pesanti contro gli agenti. Sono partite anche diverse bombe Molotov. A quel punto è cominciato il consueto massiccio impiego di gas lacrimogeni e cannoni ad acqua da parte della polizia. Alla fine gli arresti sono stati 287.
Tra questi, ecco la seconda novità, anche tre osservatori di un gruppo locale per i diritti umani. Questo è uno sviluppo preoccupante, dato che si tratta di persone che svolgono un lavoro fondamentale per documentare le violazioni dei diritti umani durante le proteste e cercare di assicurare in questo modo l'accertamento delle responsabilità.
di Umberto De Giovannangeli
Il Riformista, 4 gennaio 2020
Un atto di guerra. Un'"azione difensiva". Variano le definizioni e i punti di vista, ma una cosa è certa: l'uccisione del generale Qassem Soleimani, uno degli uomini più potenti dell'Iran, rischia di far esplodere la polveriera mediorientale, con conseguenze che andrebbero molto al di là di questa cruciale area del mondo. Nulla sarà come prima: su questo non c'è diversità di vedute nelle capitali arabe, a Gerusalemme, nelle cancellerie europee, a Bruxelles come a Mosca. E naturalmente a Washington, da dove è partito l'ordine di eliminare il comandante della Forza Quds, il reparto di élite dei Pasdaran.
L'operazione americana è stata condotta con l'uso di un drone che ha individuato come obiettivo l'auto che avrebbe dovuto portare a Baghdad Soleimani e il numero due della milizia paramilitare sciita Hashd Shaabi, Abu Mahdi al-Mohandes, appena sbarcati nell'aeroporto cittadino. Al razzo che ha ucciso il militare iraniano ne sono seguiti altri che hanno provocato almeno 12 morti, secondo quanti riferiscono fonti russe. "Su istruzioni del presidente i militari americani hanno intrapreso una decisa azione difensiva con l'uccisione del generale Qassem Soleimani per proteggere il personale americano all'estero". Con questo comunicato il Pentagono ha annunciato il raid compiuto vicino Baghdad. Secondo il Pentagono Soleimani stava "attivamente mettendo a punto piani per colpire i diplomatici americani e uomini in servizio in Iraq e in tutta la regione". Questo il primo commento su Twitter di Donald Trump al raid della notte scorsa.
Prima di questo tweet, il presidente americano - che aveva già espresso lo stesso concetto a fine luglio - aveva postato la bandiera degli Stati Uniti. Soleimani "era responsabile direttamente o indirettamente della morte di milioni di persone tra cui l'enorme numero di manifestanti uccisi" in Iran. Così su Twitter ha poi commentato Trump. The Donald ha deciso: nell'anno presidenziale, il ruolo da rivestire non è quello del presidente che riporta a casa i ragazzi in divisa impegnati al fronte, ma quello del commander in chief che ha assestato un colpo durissimo, forse mortale, all'Impero del male del Terzo Millennio: l'Iran.
L'eliminazione del comandante-ombra è una mossa politica, l'apertura in grande stile della campagna elettorale. E poi cosa c'è di meglio che una guerra contro lo Stato canaglia, finanziatore del peggiore terrorismo per cancellare la procedura di impeachment. Non sarebbe la prima volta: 1974, impeachment per Richard Nixon, bombardamento in Cambogia; 1998: Bill Clinton rischia l'impeachment per il caso Lewinsky, bombardamento natalizio su Baghdad. Ed ora, ci prova The Donald. E poco importa della reazione di Mosca, tanto meno delle cancellerie europee, che per Trump contano meno di zero. Ma ora è allarme rosso.
L'ambasciata Usa a Baghdad ha sollecitato i cittadini americani a "lasciare l'Iraq immediatamente" dopo l'attacco in cui è rimasto ucciso il generale Soleimani. E nella base americana Union III è scattato il livello di allerta estrema. L'avamposto è sede del Combined Joint Task Force-Operation Inherent Resolve e Joint Operations Command-Iraq, la coalizione internazionale anti-Isis e il commando delle operazioni militari irachene. Tutto il personale ha così l'obbligo di indossare giubbotto antiproiettile ed elmetto.
È proibito inoltre girare da soli, usare strutture ricreative e fare qualsiasi movimento al di fuori della base. Nessuno si fa illusioni: la reazione iraniana, diretta o attraverso le milizie sciite mediorientali, ci sarà. E sarà durissima. Il primo a saperlo è Israele, dove è scattato lo stato di massima allerta. "L'opera e il percorso del generale Qassem Soleimani non si fermeranno qui. Una dura vendetta attende i criminali, le cui mani nefaste si sono macchiate del sangue di Soleimani e degli altri martiri dell'attacco avvenuto la notte scorsa".
È il messaggio lanciato dall'ayatollah Ali Khamenei, Guida suprema dell'Iran, che ha proclamato tre giorni di lutto nazionale dopo il raid aereo americano all'aeroporto di Baghdad Anche il presidente iraniano, Hassan Rouhani, poco prima di nominare il vice di Soleimani, Esmail Qaani, nuovo capo della Forza Quds, si è scagliato contro gli Stati Uniti: "Gli iraniani e altre nazioni libere del mondo si vendicheranno senza dubbio contro gli Usa criminali per l'uccisione del generale Qassen Soleimani - ha dichiarato - tale atto malizioso e codardo è un'altra indicazione della frustrazione e dell'incapacità degli Stati Uniti nella regione per l'odio delle nazioni regionali verso il suo regime aggressivo. Il regime americano, ignorando tutte le norme umane e internazionali, ha aggiunto un'altra vergogna al record miserabile di quel Paese".
Un altro alto rango della Forza Quds, Mohammad Reza Naghdi, citato dall'agenzia Fars giura che la vendetta sarà sanguinosissima: gli Usa devono cominciare a ritirare le loro forze dalla regione islamica da oggi, o cominciare a comprare bare per i loro soldati - ha affermato - Il regime sionista dovrebbe fare le valigie e tornare nei Paesi europei, da dove è venuto, altrimenti subirà una risposta devastante dalla Ummah (la comunità, ndr) islamica. Possono scegliere, a noi non piacciono gli spargimenti di sangue.
Vendetta promettono Hezbollah, Hamas, la Jihad islamica palestinese, le milizie yemenite... Il leader sciita iracheno Moqtada al-Sadr ha già dato ordine ai suoi combattenti, su Twitter, di "tenersi pronti", riattivando così la sua milizia ufficialmente dissolta da quasi un decennio e che aveva seminato il terrore tra le fila dei soldati americani in Iraq. In Medio Oriente il 2020 nasce nel segno di guerra. Ed è solo l'inizio.
di Maurizio Molinari
La Stampa, 4 gennaio 2020
L'eliminazione del generale dei pasdaran Qassem Soleimani è frutto della volontà del presidente americano Donald Trump di ridimensionare il potere militare iraniano in Medio Oriente e pone ora l'interrogativo su come il regime degli ayatollah difenderà la propria ambizione all'egemonia sull'intera regione.
Sin dall'arrivo alla Casa Bianca Trump ha dimostrato di voler ridurre il ruolo strategico che l'Iran era riuscito a costruirsi durante gli otto anni dell'amministrazione Obama: il ritiro dall'accordo nucleare del 2015 ha privato Teheran della legittimità del programma nucleare; le sanzioni contro il sistema petrolifero hanno fatto venir meno il flusso di denaro che alimentava operazioni militari e terroristiche; il sostegno ai legami (in gran parte ancora segreti) fra Paesi sunniti e Israele ha creato un contrappeso strategico; gli attacchi cibernetici hanno fiaccato le difese della Repubblica islamica.
Ma il tassello più importante per Ali Khamenei, Guida Suprema della Rivoluzione, era Qassem Soleimani: da 22 anni capo della Forza Al Quds dei Guardiani della rivoluzione, regista della guerriglia sciita in Iraq (costata agli Usa almeno 600 morti), stratega della vittoria di Bashar Assad in Siria, ideatore del massiccio arsenale missilistico con cui Hezbollah minaccia Israele, inventore dei ribelli Houthi come clava contro l'Arabia Saudita e, più in generale, primo protagonista dell'ambizioso disegno della "Mezzaluna sciita" ovvero la creazione di una continuità territoriale fra Iran, Iraq, Siria e Libano dominata dagli sciiti - per la prima volta dalla nascita dell'Islam - a scapito degli Stati sunniti e dei loro alleati americani.
Gli incontri privati al Cremlino con Vladimir Putin sulla Siria, le petroliere nel Golfo bloccate dalle sue mine, l'industria petrolifera saudita ferita dai suoi droni hi-tech e l'aver creato dal nulla gli Hezbollah iracheni - 25 mila uomini - devono aver fatto percepire a Soleimani una sorta di onnipotenza, tanto più che era riuscito a scampare a più tentativi di eliminazione da parte di Israele e il suo unico superiore era il grande ayatollah Khamenei in persona.
Ma tale e tanto potere lo ha portato a commettere l'errore fatale: l'assalto all'ambasciata Usa a Baghdad del 31 dicembre, con centinaia di miliziani sciiti penetrati dentro la zona di sicurezza, ha fatto percepire alla Casa Bianca di essere ad un passo dall'umiliazione. Se Trump non avesse reagito avrebbe ripetuto l'errore di Jimmy Carter davanti al sequestro dei diplomatici Usa a Teheran nel 1979 e l'errore di Barack Obama davanti alla brutale uccisione del console americano a Bengasi nel 2011. Era stato Soleimani a ordinare il blitz di Baghdad con l'intento di vendicare l'attacco aereo Usa subito dai suoi Hezbollah iracheni pochi giorni prima, al fine di ottenere la più nitida immagine dell'impotenza di un'America incapace di difendere a Baghdad la sua più grande sede diplomatica al mondo.
E se, nella notte fra il 2 e il 3 gennaio, Soleimani era arrivato a Baghdad era proprio per coordinare da vicino la continuazione dell'assedio alla sede Usa con Abu Mahdi al-Muhandis, suo vice e capo delle milizie sciite. Ma per Soleimani è stato un fatale eccesso di sicurezza: avendo vissuto in prima persona negli ultimi anni il ritiro degli Usa dalla Siria ed il loro indebolimento in Iraq e nel Golfo, ha pensato che il "Grande Satana" fosse in ginocchio al punto da poterlo trafiggere propri lì, nel cuore di Baghdad, dove aveva deposto Saddam Hussein nel 2003.
Sottovalutare l'America è l'errore più comune da parte dei suoi avversari - da Breznev ad Arafat, da Milosevic a Saddam, da Bin Laden ad Al-Baghdadi - e Soleimani lo ha ripetuto dimenticando che l'arsenale Usa in Medio Oriente resta comunque senza rivali, inclusi i missili che lo hanno eliminato. Restituendo all'America un potere di deterrenza militare che sembrava non voler più usare. Adesso il cruciale interrogativo è come Khamenei difenderà il progetto della "Mezzaluna sciita" - ovvero il disegno di una regione sottomessa all'Iran - dopo lo smacco subito.
L'imponenza delle risorse finora dedicate, le qualità dei vice formati da Soleimani e la vocazione rivoluzionaria dell'Iran khomeinista suggeriscono che Khamenei dovrà rispondere alla sfida di Trump in maniera talmente evidente da non apparire indebolito, soprattutto sul temibile fronte interno. Saranno dunque tempi e modi della reazione di Teheran a descrivere la strada scelta da Khamenei per consumare una "vendetta" da cui dipende la sua credibilità di leader.
Di sicuro il duello con Trump si preannuncia come un protagonista dell'anno appena iniziato: può avere un impatto sull'intero Medio Oriente e può giovare al candidato alla rielezione alla Casa Bianca.
di Tommaso Di Francesco
Il Manifesto, 4 gennaio 2020
Tutto quello che nel discorso di fine anno del Presidente Mattarella era solo accennato come augurio - "il nostro bel Paese, proteso nel Mediterraneo e posto, per geografia e per storia, come uno dei punti di incontro dell'Europa con civiltà e culture di altri continenti..." - nel giro di 48 ore è stato bombardato. Quel Mediterraneo si affaccia su un mondo in guerra e quella nuova guerra ormai ci coinvolge. Prima è arrivata la decisione della Turchia di inviare truppe in Libia - in frantumi dopo la scellerata impresa della Nato che ha abbattuto Gheddafi nel 2011 - in appoggio al "nostro" alleato Serraj.
A capo di un governo "riconosciuto dalla comunità internazionale", che governa solo parte della Tripolitania ed è insediato a Tripoli, ora sotto assedio del leader della Cirenaica Khalifa Haftar, il generale appoggiato da Egitto, Francia, Russia e Stati uniti; e ieri notte ha fatto il resto il drone del gangster internazionale, il "pazzo atlantico" Donald Trump che, alle strette interne con l'impeachment e preoccupato dei destini elettorali, sulla pista dell'aeroporto di Baghdad ha spostato l'attenzione, uccidendo il generale iraniano Soleimani, il leader in pectore di Teheran (responsabile tra l'altro d'essere stato tra i pochi a combattere davvero lo Stato islamico e al-Qaeda) e l'alleato iracheno dell'Iran al-Muhandisi.
Il Medio Oriente è sull'orlo del precipizio, ancora una volta su iniziativa dell'Amministrazione Usa come per i passati quarant'anni nel lavorio scoperto di destabilizzare ogni Stato mediorientale: dagli anni Ottanta, prima istigando Saddam al conflitto armato contro il regime degli ayatollah, poi con la prima guerra del Golfo nel 1991, poi con la seconda e la strategia delle sanzioni che hanno affamato l'intero popolo, poi nel 2003 con la guerra inventata di Bush sulle "armi di distruzione di massa" che non c'erano, e infine, dopo il colpo riuscito in Libia, con la devastazione malriuscita della Siria.
Sempre con il sostegno di quei governi israeliani che, cancellata con l'assassinio di Rabin e il seppellimento di Arafat ogni possibilità di risoluzione pacifica della questione dei territori palestinesi occupati, si sono esercitati in omicidi altrettanto mirati e nella provocazione a Teheran come ha ripetutamente fatto Netanyahu, perfino bombardando centinaia di volte le forze militari iraniane e quelle di hezbollah impegnate in Siria contro Isis e al-Qaeda (quella dell'11 settembre, per intenderci), vale a dire contro l'integralismo sunnita ispirazione dell'alleato d'acciao di Usa ed Europa, l'intoccabile Arabia saudita. Con questo nuovo omicidio mirato viene bombardato anche quel poco che rimaneva in piedi dell'accordo dell'Unione europea, voluto anche da Obama, sul nucleare civile di Teheran.
Ora non si potrà più girare lo sguardo da un'altra parte, magari sulle magnifiche sorti di tal Paragone. Non c'è paragone che tenga. La risposta di rappresaglia se non subito, ci sarà. E l'Italia rischia stavolta di stare in prima linea: qualcuno ricorda che abbiamo un nostro contingente Onu in Libano, schierato tra hezbollah ed esercito israeliano alla frontiera?
Per questo, di fronte alla portata della provocazione che scompagina i già delicati equilibri del mondo - come accusa il ministro degli esteri francese - mentre si comprende il plauso a Trump del suprematista Matteo Salvini, non possono certo bastare il silenzio del presidente Conte, il "Giuseppi" di trumpiana memoria, né gli appelli del ministro degli esteri Di Maio prima con il timido invito "alla moderazione" e poi con l'esplicita e giusta memoria che in Medio Oriente "la priorità è la lotta allo Stato islamico"; tantomeno basta la "grande preoccupazione" sussurrata in un tweet dal segretario Pd Zingaretti. Se non altro negli Usa il moderato e discusso candidato democratico Joe Biden ha avuto almeno il coraggio di dire che così facendo "Trump ha gettato dinamite in una polveriera". Urge una netta presa di posizione che dichiari la distanza dell'Italia dalla nuova stagione di guerra che si affaccia appena di là dal Mediterraneo.
Non basta più nemmeno insistere che la soluzione in Libia deve essere di pace. La guerra degli omicidi mirati dei droni, della quale ieri notte abbiamo avuto una sanguinosa esemplificazione, dice che il Belpaese è sempre più una piattaforma armata protesa verso il Medio Oriente. Il governo italiano dichiari che le "nostre" basi militari, quelle Usa ma anche quelle Nato, a cominciare da Sigonella, non siano impegnate o minimamente coinvolte in questa pericolosa avventura americana. Perché l'attacco di Trump di ieri notte ci chiama in causa.
Se infatti possiamo escludere, stavolta, il coinvolgimento diretto nell'azione di lancio dalla base di droni di Sigonella, perché più credibilmente si sono serviti di basi in Iraq, Kuwait, o in Yemen, resta pur vero invece che ieri notte la conoscenza dell'atto di guerra che si è consumato a Baghdad, a Sigonella è stata più che scontata: lì ieri notte hanno operativamente seguito e lavorato per la "buona" riuscita del raid ordinato da Trump. E senza che il governo italiano e nessuno di quelli europei fossero informati. Ormai Erdogan, il Sultano atlantico, è inaffidabile per gli Usa com'è inaffidabile la base strategica turca di Incirlik.
Sigonella - già coinvolta nella guerra in Libia e più recentemente in operazioni di intelligence nel Mar Nero per la crisi ucraina - è invece diventata da un anno con Ramstein in Germania, il centro di controllo operativo di ogni operazione armata di droni nel mondo. È così vero che in Germania la Corte costituzionale ha dato parere favorevole ai processi contro Berlino intentati dalle famiglie delle vittime civili uccise dai droni in Afghanistan. L'Italia sussurra e tace sul padrone del drone, e chi tace.
agenzianova.com, 4 gennaio 2020
Il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, ha concesso la grazia a 29 detenuti, fra i quali anche l'attivista Peter Biar Ajak e l'imprenditore Kerbino Wol Agok. Il decreto, che il capo dello Stato ha letto in diretta sull'emittente statale "Ssbc", cade una settimana dopo l'impegno da lui preso di visitare la prigione centrale di Giuba e di liberare i prigionieri con buona condotta.
Lo scorso 11 giugno, l'Alta corte di Giuba aveva condannato l'attivista Biar Ajak a due anni di carcere con l'accusa di incitamento alla violenza e disturbo della quiete pubblica, oltre che di aver rilasciato interviste ai media sulla situazione delle persone detenute presso la sede del Servizio di sicurezza nazionale (Nss).
A Wol Agok era invece stata inflitta una condanna a dieci anni di carcere per aver violato altre misure del codice penale sud sudanese. Numerosi appelli erano stati rivolti al capo dello Stato per la liberazione di questi detenuti. Nel dicembre dello scorso anno, l'organizzazione della società civile sudanese Community Empowerment per l'Organizzazione Progress (Cepo) aveva invitato il presidente a fare atto di riconciliazione, liberando non solo i detenuti per casi di minore gravità, ma anche i prigionieri politici.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 gennaio 2020
A dicembre 4 degli otto che si sono tolti la vita in cella non avevano un domicilio. L'anno 2019 non si è concluso con 52 suicidi in carcere, ma con 53. L'ultimo suicidio, avvenuto al carcere di Venezia il 29 dicembre scorso, riguarda un ragazzo (in attesa di giudizio) di 33 anni arrestato per furto, tra l'altro aggravato perché compiuto in un luogo pubblico. Era un senza fissa dimora.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 gennaio 2020
Il Tribunale di sorveglianza di Torino aveva rigettato il reclamo di un recluso per il provvedimento del Magistrato di sorveglianza di Novara. Anche se non collabora con la giustizia, il detenuto ha diritto a fare istanza per richiedere la concessione del permesso premio.
Parliamo della prima sentenza della Cassazione che si adegua alla dichiarazione della Consulta in merito all'illegittimità costituzionale dell'articolo 4bis dell'Ordinamento penitenziario, nella parte in cui non prevede la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia, anche se vi sono elementi tali da escludere l'attualità della partecipazione al sodalizio criminale e il pericolo di un ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata.
di Carlo Alberto Tregua
Quotidiano di Sicilia, 3 gennaio 2020
A fine 2019 oltre 61 mila reclusi, 1.500 in più del 2018. Sovraffollamento reale: +131,4%. Nel 27% delle carceri visitate dall'Associazione trovate celle con meno di 3 mq per persona. È in costante crescita il numero dei detenuti nelle carceri italiane: al 30 novembre 2019 erano infatti 61.174, circa 1.500 in più della fine del 2018 e 3.500 in più del 2017.
di Alessandro Bianchi
ilpost.it, 3 gennaio 2020
Dalla mezzanotte del primo gennaio è entrata in vigore la riforma della prescrizione approvata dal primo governo Conte lo scorso anno, e contenuta nel disegno di legge anticorruzione, il cosiddetto "Spazza-corrotti". La riforma, fortemente voluta dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e dal Movimento 5 Stelle, prevede il blocco assoluto della prescrizione dopo la sentenza di primo grado. La prescrizione è l'estinzione di un reato a seguito del trascorrere di un determinato periodo di tempo: con la riforma nessun processo finirà mai in prescrizione se è arrivato almeno a una sentenza di primo grado.
- "La nuova prescrizione limitata alle condanne: così medierò tra Bonafede e Pd"
- Il magistrato Auriemma: "Questa legge nega che un uomo possa cambiare"
- Riforma processo penale del ministro Bonafede: cosa prevede e cosa cambia
- Riforma della giustizia tributaria: lesivo ridurre i gradi di giudizio
- Processo tributario. Coro di no all'idea di Conte di eliminare un grado di giudizio









