di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 2 gennaio 2020
Si moltiplicano le normative che entrano in vigore anche un anno dopo l'approvazione e ora pure quelle dove l'assegno normativo si rivela "scoperto" allo scadere dell'annata.
Dalla "legge postdatata" alla "legge cabriolet". Il Capodanno 2020, con l'entrata in vigore della nuova prescrizione dei processi, lungo la scala del progressivo scadere di qualità dell'iter legislativo scende l'ulteriore gradino del passaggio appunto dalla "legge postdatata" - cioè approvata il 9 gennaio 2019 ma, proprio come per l'incasso degli assegni problematici, rinviata di 12 mesi nell'entrata in vigore - alla "legge cabriolet": quella dove l'assegno normativo si rivela "scoperto" allo scadere dell'annata, non servita (a chi pure l'aveva solennemente promesso) ad approvare intanto la mille volte annunciata riforma parallela della giustizia penale.
Scena tuttavia surclassata dal record assoluto di un'altra legge (quella sulle intercettazioni) che, benché dall'approvazione nel 2017 già rinviata per tre volte nella sua entrata in vigore al primo gennaio 2020, solo 24 ore prima - il 31 dicembre 2019 - ha visto in Gazzetta Ufficiale l'affannata quarta proroga al 29 febbraio: varata dal governo sotto Natale con sprezzo del ridicolo per l'asserita "straordinaria urgenza" (formale presupposto dell'ennesimo disinvolto ricorso allo strumento del decreto legge) di completare in meno di due mesi quelle dotazioni tecnologiche non predisposte in tre anni da tre governi.
"Postdatate" e "cabriolet", a loro modo, sono pure le modifiche ai due cosiddetti decreti sicurezza e al nuovo testo sulla legittima difesa, tuttora disperse a dispetto delle "rilevanti criticità" additate dal presidente della Repubblica ormai 5 e 9 mesi fa. E il baldanzoso azzeramento della riforma dell'ordinamento penitenziario, operato dagli ultimi due governi e sostituito da niente, come risultato ha chiuso il 2019 con sempre più detenuti (61.174) in sempre meno posti (49.476, da cui detrarne 3.000 inagibili). Palla avanti e poi si vede, insomma. Che però di rado è il modulo per vincere le partite.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 2 gennaio 2020
Martedì il vertice di governo. Restano distanti le posizioni tra Pd e Cinque Stelle. È tutt'altro che stemperata la polemica sulla prescrizione all'interno della maggioranza. Ma, assodata l'entrata in vigore del blocco dopo il primo grado, ora la linea di scontro si sposta sul processo penale e sulle misure per dare concretezza alla asserita volontà di tutte le forze politiche di assicurare tempi certi ai giudizi penali.
Con un vertice già fissato per martedì prossimo, 7 gennaio, e con un paletto sostanziale messo dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, "quello che è uscito dalla porta non può rientrare dalla finestra".
E cioè: qualsiasi tentativo di resuscitare la prescrizione appena soppressa, deve essere accantonato. No secco quindi alla proposta Pd, cristallizzata nel disegno di legge depositato venerdì alla Camera e al Senato, per una semplice, seppure ampia, sospensione dei termini, nemmeno se scollegata dall'esito del giudizio di primo grado (come invece prevedeva la Orlando, che il temporaneo stop dei tempi lo contemplava solo in caso di condanna).
Ma no anche a quella prescrizione processuale, suggerita dal Pd, con decadenza dell'azione penale in caso di mancato rispetto dei (predeterminati) tempi di ogni grado di giudizio. Bonafede ha "concesso" al massimo una corsia preferenziale per lo svolgimento degli appelli di chi è stato prosciolto in primo grado e una forma agevolata di accesso al risarcimento per eccessiva durata, già previsto dalla Legge Pinto.
Proposta considerata indigeribile dal Pd e assolutamente al di sotto del necessario. Così sul tavolo restano in vista del summit le indicazioni messe a punto dal ministero della Giustizia nel disegno di legge di riforma del processo penale.
Dove si prevede una durata non superiore a 6 anni (3 per il primo grado, 2 per l'appello, i per la Cassazione, come stabilito dalla legge Pinto) per i procedimenti penali a più elevato tasso di complessità, per esempio quelli in materia di criminalità organizzata e terrorismo, ma anche i più gravi delitti contro la pubblica amministrazione e l'economia.
La durata, sempre nel penale, scende a 4 anni complessivi per i fascicoli di competenza del giudice unico, con l'ulteriore precisazione che, dal 2022, la durata complessiva scenderà ancora sino a 3 anni, 1 anno per grado di giudizio.
A 5 anni è prevista la durata per i residui giudizi attribuiti al tribunale in composizione collegiale. A presidio l'eventuale sanzione disciplinare per il magistrato che, per negligenza, non rispetti i tempi in più di un quanto dei fascicoli a lui assegnati.
di Valentina Errante
Il Messaggero, 2 gennaio 2020
Adesso è davvero legge. Esulta Luigi Di Maio e, soprattutto, manifesta tutta la sua soddisfazione il Guardasigilli, Alfonso Bonafede: la prescrizione è stata abolita. E mentre il Pd resta scettico e l'Unione camere penali annunciano battaglia "per arrivare all'abrogazione della legge Bonafede", che sembra non piacere a nessuno se non ai pentastellati, bisogna fare i conti con l'appesantimento del carico di lavoro per i Tribunali: secondo i dati 2018, diffusi dal ministero della Giustizia, sono circa 30mila i processi che, con lo stop dopo il primo grado, rischiano di rimanere "aperti" senza termine.
Un numero che potrebbe crescere, se si considerano i procedimenti in corte d'appello. Gli effetti non saranno immediati, dal momento che la norma non è retroattiva. E i tempi sono ancora più lunghi di quanto valutato dal premier Giuseppe Conte: le conseguenze della nuova legge si potranno avvertire nel 2028, visto che la prescrizione, per i reati meno gravi, è attualmente di sette anni. Secondo i dati forniti dal ministero della Giustizia, i procedimenti penali prescritti in Corte d'appello e Cassazione, nel 2018, sono stati 29.862.
I numeri sono in calo: dal 2016 al 2018 da 136.888 si è passati a 117.367 (-14 per cento). L'imbuto è la Corte d'Appello, dove i processi che si chiudono con la prescrizione negli ultimi due anni sono aumentati del 12 per cento. Una media di un processo su quattro. A determinare la flessione complessiva, comunque, è il numero dei procedimenti interrotti durante le indagini preliminari (dai 72.840 del 2016 si è passati a 48.735 del 2018).
Una cifra che resta comunque molto elevata, perché riguarda quasi il 41 per cento dei procedimenti. La riforma non riguarderà, almeno in primo grado, il 75 per cento dei processi che in questa fase, finora, vengono definiti. E lo stop non avrà gli stessi effetti nei diversi distretti del Paese. Le statistiche, infatti, variano a seconda delle Corti d'Appello.
A Milano, Lecce, Palermo, Trieste, Caltanissetta e Trento, durante il secondo grado di giudizio, la percentuale di prescrizioni non raggiunge il 10 per cento. A Venezia e Torino, invece, i giudizi che si interrompono in corte d'Appello superano il 40 per cento dei procedimenti definiti. L'appesantimento potrebbe riguardare anche Catania, che nel 2018 aveva raggiunto il 37,8 per cento di estinzioni per prescrizioni, seguita da Perugia e Roma con il 36 per cento.
"Il primo gennaio del 2020 - commenta Di Maio, in una diretta Facebook - è un giorno importante perché entra finalmente in vigore la legge sulla prescrizione. Prima si perdeva tempo e si riusciva a farla franca, ora se vieni condannato in primo grado la prescrizione non esiste più, devi arrivare a sentenza". Il leader del Movimento Cinque Stelle rivela che "Se è saltato il governo ad agosto è anche perché non si voleva approvare la prescrizione" e annuncia la legge per accorciare i tempi del processo.
Bonafede, si dice orgoglioso ma anche lui punta a una riforma complessiva: "Adesso dobbiamo metterci al lavoro - ha sottolineato il Guardasigilli - compatti per la riduzione dei tempi del processo perché è giusto che tutti i cittadini abbiamo diritto a un processo che abbia una durata breve e ragionevole nel penale e nel civile".
E dopo le critiche arrivate dall'Anm, l'Unione camere penali torna ad annunciare la propria mobilitazione: "Prosegue la battaglia contro l'abolizione della prescrizione". Comincia così la nota con la quale gli avvocati penalisti, presieduti da Domenico Caiazza, comunicano "lo stato di agitazione a sostegno di questa campagna politica che, lungi dall'essersi conclusa, prosegue ora con obiettivi ancora più ambiziosi e determinati".
L'attacco a Bonafede è diretto: "Nonostante il prossimo e preannunciato vertice di maggioranza - si legge nella nota - perdura il silenzio del ministro della Giustizia in ordine alla richiesta dei dati statistici su quali siano i reati che ogni anno si prescrivono, fino ad oggi non a caso sistematicamente nascosti alla pubblica opinione".
Gli avvocati paventano un ricorso giurisdizionale e ribadiscono il proprio sostegno al progetto di legge Costa (Forza Italia) per l'abrogazione di quella che definiscono "la controriforma Bonafede della prescrizione". L'obiettivo è il referendum.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 2 gennaio 2020
Di Maio: "L'abbiamo tolta di mezzo". Bonafede: "Sono orgoglioso". Martedì il vertice con Conte, il Pd indica una via d'uscita al ministro ma la trattativa è molto difficile.
Cos'è cambiato da ieri mattina nel processo penale lo spiega con incontrollata franchezza il ministro Di Maio, naturalmente in diretta Facebook: "Dal primo gennaio è entrata in vigore la legge che toglie di mezzo la prescrizione". È quello che tutti i critici della riforma introdotta quasi un anno fa dal governo M5S-Lega, ma rimasta sospesa fino a ieri, hanno sempre spiegato. I 5 Stelle hanno cancellato, "tolto di mezzo", l'istituto della prescrizione.
Che adesso dopo la sentenza di primo grado non esisterà più e i reati si potranno perseguire a vita. Per tutti, non solo "se vieni condannato", come dice Di Maio, ma anche se vieni assolto in primo grado. La prescrizione non viene "sospesa", come pure recita testualmente l'articolo uno della legge anti corruzione, semplicemente perché non c'è un termine di conclusione della sospensione.
Viene cancellata, "così come siamo stati abituati a conoscerla non esiste più", dice - in un'altra diretta Facebook - il Ministro della giustizia Alfonso Bonafede non usa alcuna cautela nel maneggiare l'argomento che pure divide di netto la sua maggioranza: da una parte i 5 Stelle dall'altra Pd, Italia viva e Leu. "Io rispetto l'opinione di tutti", premette, e prontamente si smentisce: "Devo dire che sono molto orgoglioso". Orgoglioso di una riforma che per i suoi alleati è niente di meno che incostituzionale.
Con queste premesse, il primo appuntamento politico del nuovo anno si conferma molto difficile. Martedì 7 gennaio davanti al presidente del Consiglio torneranno a litigare Bonafede, il sottosegretario Giorgis che è un esponente del Pd e i rappresentanti dei partiti della maggioranza. Italia viva addirittura ha intenzione di non farsi vedere, considerando inutile un vertice a riforma della prescrizione già entrata in vigore. Vero è che, trattandosi di norma di diritto sostanziale, si applicherà solo ai reati commessi dal 1 gennaio, e dunque i suoi effetti pratici si vedranno tra qualche anno. Resta il fatto che una eventuale correzione lascerebbe in vigore, per tutto il tempo che servirà a farla diventare legge, il regime che da ieri si applica ai nuovi reati.
Portato a casa il risultato e consentito a tutti i social di marca grillina di rivendicare il successone, nelle intenzioni di Bonafede di prescrizione non bisognerebbe più parlare. Ma solamente mettersi "al lavoro compatti per la riduzione dei tempi del processo perché è giusto che tutti i cittadini abbiano diritto a un processo che abbia una durata breve e ragionevole". Più che giusto è un preciso obbligo costituzionale, per raggiungere il quale Bonafede si affida alla più volte annunciata riforma del processo penale.
Nelle bozze che circolano da mesi, dal tempo del precedente governo, non si va oltre qualche accelerazione in tema di notifiche. Ecco allora che il dissenso tra i 5 Stelle e gli altri partiti di governo verte sulle conseguenze da prevedere nel caso questa durata "ragionevole" non dovesse essere garantita. Per i grillini prevale l'interesse dello stato: "Nessuna rinuncia dello stato a una verità definitiva", hanno scritto ieri sul blog. Per gli altri deve prevalere il diritto dell'imputato che non può essere sottoposto all'"ergastolo processuale", a un procedimento cioè potenzialmente eterno.
Con molto ottimismo, il Pd tiene aperta una via d'uscita per Bonafede: "Non chiediamo abiure", ripete il responsabile giustizia Verini. I dem offrono un loro disegno di legge che dà un senso alla "sospensione" della prescrizione: congelata per un temine massimo di due anni e mezzo tra il processo di primo grado e l'appello e di un altro anno tra l'appello e la Cassazione.
Avendo una proposta agli atti, il Pd troverà più semplice non votare il disegno di legge di Forza Italia che invece cancella semplicemente la riforma Bonafede (e così riporta in vita quella dell'ex guardasigilli Pd Orlando). Ma dal giorno successivo al vertice, l'8 gennaio, il testo di Forza Italia si farà strada in commissione alla camera; i renziani si dicono pronti a votarlo e allora il Pd dovrà bere fino in fondo l'amaro calice, votando contro e schierandosi in difesa della riforma Bonafede. Altrimenti il governo andrà sotto.
di Errico Novi
Il Dubbio, 2 gennaio 2020
Nella delibera dell'Ucpi il piano per ribaltare le "mistificazioni populiste". I fronti, sulla nuova prescrizione, sono due: uno politico, l'altro strettamente parlamentare. Ma nella controffensiva alla riforma in vigore da ieri, il primo livello è presidiato dai penalisti prima che dai partiti.
È una delibera dell'Ucpi, approvata a San Silvestro, a fissare infatti la road map: "Pieno sostegno alla legge Costa", che cancella appunto la norma voluta dal guardasigilli Bonafede, e "incontri con le forze politiche sulla possibilità di costituite un comitato promotore del referendum", ovviamente abrogativo.
Due passaggi che non a caso coincidono con i "piani" del parlamentare oggettivamente più attivo nell'opporsi alle nuove regole sull'estinzione dei reati, Enrico Costa. A Capodanno il deputato di FI individua gli stessi snodi: "Abrogazione lampo", con il sì alla sua proposta in un solo articolo, oppure "non resterà che il referendum abrogativo".
Ma è ancora nella delibera con cui l'Ucpi proclama lo "stato di agitazione degli avvocati penalisti italiani" che si coglie la possibile svolta per la battaglia garantista, a partire proprio dalla legge che abolisce la prescrizione dopo il primo grado. L'associazione presieduta da Gian Domenico Caiazza individua infatti un ulteriore obiettivo, che sembra strettamente funzionale all'iniziativa contro la norma Bonafede, ma che in realtà può aiutare a promuovere una visione liberale di giustizia finora messa in minoranza nel Paese.
Si tratta dell'"impegno dei penalisti italiani contro la incivile campagna di mistificazione e di inganno della pubblica opinione sulle reali dinamiche e sulla effettiva incidenza dell'istituto della prescrizione". Ecco: è forse il terreno più interessante. Perché supera le stesse modifiche al codice in vigore da ieri: può coinvolgere forze politiche e culturali nello sforzo di contrastare la più generale deriva giustizialista nell'opinione pubblica, e può farlo a partire appunto dall'impegno degli avvocati.
Non è una sfida semplice. Ma la riforma che rende i processi penali potenzialmente infiniti è un colpo di tale durezza da poter scuotere una mobilitazione trasversale. La maggiore "consapevolezza" delle "gravi implicazioni" prodotte dalla nuova prescrizione, secondo l'Unione Camere penali, "ha consolidato il formarsi di un trasversale consenso parlamentare alla posizione di ferma contrarietà a quella riforma" anche tra "autorevoli componenti della attuale maggioranza".
Tanto che "la legge Costa vede ogni giorno crescere concrete prospettive di approvazione". Ed ecco il secondo livello, quello strettamente parlamentare. Che i penalisti pure leggono in chiave positiva. Non senza qualche buon motivo. Perché tra meno di una settimana, l'8 gennaio, scadrà in commissione Giustizia il termine per presentare emendamenti alla proposta di FI. Dopodiché si potrebbe andare in aula in tempi brevi. I numeri non lo escludono: sono sul filo. Pure a voler dare per scontato che il Pd resterà fermo nel no alla legge Costa, i componenti di 5 Stelle e dem, messi insieme, non sarebbero maggioranza: 22 su 45.
Dipende dunque da cosa faranno le altre forze di governo: nella sua intervista di fine anno alla Stampa, Matteo Renzi ha ribadito che i suoi deputati saranno "costretti a votare assieme a Forza Italia" se Bonafede non "capisce che deve cambiare approccio". Dato per certo il sì dell'intera opposizione al testo forzista, bisogna capire se con Italia viva sarebbero disposti a votare contro la nuova prescrizione anche i due nomi-cuscinetto (e decisivi): l'ex salviniano Carmelo Lo Monte e Federico Conte di Leu.
Realistico che il primo si schieri contro la riforma dei 5S, più difficile che lo faccia il deputato di un gruppo che, come Liberi e uguali, annovera anche voci pro-Bonafede, Pietro Grasso in primis. Difficile ma non impossibile, visto che Costa ieri si è detto pronto a mettere il suo testo "a disposizione di tutti, affinché si trovi la sintesi".
Vuol dire apertura a trasformare il suo unico articolo, meramente abrogativo, in qualcosa di più ampio, in cui potrebbero trovare spazio ipotesi interessanti proprio come quelle già offerte a Bonafede da Federico Conte. E certo sarebbe davvero clamoroso se a Montecitorio si compisse subito il passaggio dal piano politico a quello parlamentare nella battaglia disegnata dai penalisti.
di Paolo Comi
Il Riformista, 2 gennaio 2020
Delibera delle Camere penali: la legge sostenuta dal parlamentare di Forza Italia va approvata. Polemica durissima con Bonafede. Le Camere penali continuano la battaglia contro l'abolizione della prescrizione. La misura Che rende eterno il processo è entrata in vigore ieri.
E proprio ieri, nel giorno di Capodanno, la giunta della Camere penali ha consegnato alla stampa una delibera, molto articolata e molto polemica, nella quale chiede alle forze politiche favorevoli alla democrazia e al diritto di appoggiare la proposta di legge presentata dal parlamentare di Forza Italia Enrico Costa.
Cioè la misura per abrogare la cancellazione della prescrizione. Il documento dell'Ucpi, firmato dal Presidente Gian Domenico Caiazza e dal segretario Eriberto Rosso, inizia con una nota polemica diretta al ministro: "Nonostante il prossimo e preannunciato vertice di maggioranza, perdura il silenzio del Ministro di Giustizia in ordine alla richiesta dei dati statistici su quali siano i reati che ogni anno si prescrivono, fino ad oggi non a caso sistematicamente nascosti alla pubblica opinione e al Parlamento della Repubblica, e incredibilmente persino al Governo che il prossimo 7 gennaio 2020 dovrà discutere sul tema della prescrizione senza conoscerne i dati".
Per questa ragione le Camere penali annunciano un formale ricorso giurisdizionale "per ottenere una semplice verità statistica sulla prescrizione che demolirebbe il castello di menzogne sulle quali è stata costruita una delle più sgangherate e pericolose riforme della storia repubblicana". Le Camere penali sono convinte che se si conoscessero i dati si ribalterebbe l'idea che la prescrizione protegge i potenti, in realtà protegge i "poveri cristi" e gli imputati di piccolo reati.
Subito dopo il documento annuncia "pieno sostegno al progetto di legge Costa per l'abrogazione della controriforma Bonafede della prescrizione" e conferma l'idea, lanciata nei giorni scorsi, di promuovere un referendum per abrogare la riforma Bonafede.
Poi la giunta polemizza con l'informazione "per i monologhi a senso unico sui media e la incivile campagna di mistificazione e di inganno della pubblica opinione sulla prescrizione, condotta senza ritegno dal fronte populista, perfino con la manipolazione spudorata degli scritti di Cesare Beccaria - e qui il riferimento è al Fatto Quotidiano - per acquisire falsamente il grande giurista - simbolo dell'Ucpi". La delibera approvata dai penalisti è articolata in diversi punti. Possiamo riassumerla in cinque capitoli.
1- L'entrata in vigore della riforma della prescrizione era stata rinviata di un anno, a fine 2018, in modo da permettere la riforma del processo. La riforma del processo non c'è stata. Tuttavia, sebbene siano rimaste inalterate dopo un anno le condizioni che avevano giustificato il rinvio da parte del precedente governo e del medesimo Ministro di Giustizia, la nuova compagine governativa, ad onta delle ripetute dichiarazioni di ferma censura nei confronti di detta riforma da larga parte della nuova maggioranza, ne ha invece consentito la promulgazione, cedendo in tal modo a ragioni di mera propaganda e comunicazione politica esplicitamente rivendicate dal Ministro Bonafede e dai parlamentari del suo movimento di appartenenza.
2- Grazie soprattutto alla battaglia delle Camere penali si è creato "un trasversale consenso parlamentare e politico alla posizione di ferma contrarietà a quella riforma, non solo nelle fila della opposizione ma anche nell'ambito di forti ed autorevoli componenti dell'attuale maggioranza parlamentare; e la proposta di legge abrogativa della riforma, primo firmatario l'On. Enrico Costa, già calendarizzata, vede ogni giorno crescere consenso e dunque concrete prospettive di approvazione".
3- "L' obiettivo politico prioritario dei penalisti italiani è l'abrogazione della riforma della prescrizione, e tutte le energie e le capacità di iniziativa politica di Ucpi saranno ora rivolte alla realizzazione, nei tempi più ravvicinati possibile, di tale obiettivo, innanzitutto promuovendo e sostenendo in ogni modo la proposta di legge Costa. Per le stesse ragioni, l'Unione delle Camere penali Italiane intende promuovere nelle prossime settimane una serie di incontri con le forze politiche e parlamentari che si vanno raccogliendo intorno a detto disegno di legge, per valutare la concreta ed effettiva possibilità di costituire un Comitato Promotore del referendum abrogativo della riforma Bonafede della prescrizione".
4- "Sono trascorsi, senza esito, oltre dieci giorni dalla formale richiesta avanzata dall'Ucpi al Ministro Bonafede di rendere noti, tramite l'Ufficio Statistica del Ministero di Giustizia, i dati fino ad oggi non a caso sistematicamente nascosti alla pubblica opinione e al Parlamento della Repubblica, che possano finalmente chiarire quali siano i reati che ogni anno si prescrivono nel nostro Paese, in modo da confermare o invece sconfessare la vulgata mistificatoria e populista che afferma essere la prescrizione lo strumento dei potenti e dei privilegiati per sottrarsi alla giustizia penale".
5- "Perdurando il silenzio del Ministro di Giustizia sulla richiesta dell'Ucpi, l'Unione procederà con una formale richiesta di accesso ai dati della Pubblica Amministrazione con conseguente ricorso giurisdizionale, a tutela e garanzia del diritto alla conoscenza ed alla trasparenza della cosa pubblica, retoricamente invocata ma prudentemente rinnegata da parte di chi evidentemente è consapevole che la semplice verità statistica sulla prescrizione demolirebbe il castello di menzogne sulle quali è stata costruita una delle più sgangherate e pericolose riforme della storia repubblicana.
P.S. Proprio ieri il ministro Bonafede ha esultato sui social per l'entrata in vigore della sua riforma.
di Piero Tony
Il Foglio, 2 gennaio 2020
Terminare un processo nei tempi era l'unico assillo di giudici e avvocati. E ora? Distopia e prescrizione. Se il ministro della Sanità, al fine di combattere l'anomala morìa di pazienti in un ospedale disastrato, si limitasse ad abolire le certificazioni di morte, il provvedimento verrebbe definito abnorme ossia tanto aberrante da meritare di essere considerato pericolosamente bizzarro. Lo stesso se il ministro dei Trasporti, ossessionato dai continui ritardi ferroviari, per farla finita abolisse i treni.
Più o meno quello che si rischia possa accadere in relazione all'ultima riforma della prescrizione: visto che il sistema è tanto disorganizzato e tanto lento da non riuscire nemmeno in 25 anni a provare la responsabilità del signor Tizio e da incappare dunque troppo spesso nella prescrizione, il ministro della Giustizia ed i suoi accoliti hanno deciso di risolvere la questione a modo loro. Tenteranno di risanarlo? Non sia mai, sarebbe davvero troppo complicato! Pare abbiano pensato di risolvere i problemi assicurando al sistema tutto il tempo che vuole, anche l'eternità se necessaria per capire. È l'uovo di Colombo e nessuno se ne era accorto prima.
C'è da non credere! In buffa assenza di qualsiasi previsione transitoria o di chiusura (ad esempio mediante un regime di prescrizione processuale negli eventuali ulteriori gradi di giudizio) e prima di un qualsiasi intervento migliorativo (ultra note le lentezze e le incancrenite disfunzioni, stra-noto il sottodimensionamento di organici e risorse sia umane che tecnologiche, tanto grave da rendere vano il serio impegno della grande maggioranza degli operatori), che ti farà con grande giubilo il sorridente ministro della Giustizia?
Da ieri, 1° gennaio 2020, farà piombare dal cielo come fulmine la sua trovata - tanto strepitosa che nessuno degli imbecilli dei suoi predecessori l'aveva mai nemmeno immaginata - congelando i termini di prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Con la differenza che nel primo caso bizzarro la morìa ospedaliera continuerebbe come prima e bastantemente, nel caso della brillante pensata sull'eternità, sia l'inefficienza del sistema sia le condizioni delle persone in esso sistema coinvolte come già non bastasse si aggraverebbero ancor più, anzi si aggraveranno visto che è ormai cosa certa.
Se il giovane ministro della Giustizia avesse avuto il tempo di maturare maggiore esperienza nelle aule saprebbe, infatti, che nella quotidianità giudiziaria l'approssimarsi della prescrizione è da sempre un incubo per magistrati e cancellerie, ma anche l'unico sprone a non perdere ancor più tempo ed anzi ad accelerare i lavori nei limiti del possibile, ossia quasi impercettibilmente, nella speranza di riuscire a sottrarsi ad una fine ingloriosa.
Niente più che un pannicello, forse, visto l'irragionevole stato di una giustizia imperiosamente bradisistemica, ma meglio che niente. Se il giovane ministro della Giustizia avesse avuto il tempo di riflettere, avrebbe sicuramente capito che bloccare la prescrizione dopo la sentenza di primo grado senza aver portato a regime, prima, una adeguata riforma sistemica comporterà l'eliminazione di quell'unico assillo e, come sicura conseguenza, affollamenti ed accumuli sempre più congestionati ed un acquietarsi ancora più carico di tempi morti sulle nuvole dell'indecisione... un procedimento quasi eterno.
Ed avrebbe anche compreso - altrimenti non avrebbe sponsorizzato riforma così assurda - cosa esattamente significhi restare per anni, a volte oltre i 20, sotto schiaffo come indagato o in speranzosa attesa di giustizia come vittima. Perché nell'impari gioco delle parti del procedimento penale ci sono autorità sovraordinata e sottoposti dipendenti, incudine e martello. Per il solo fatto della pendenza da una parte esercizio di sommo potere dall'altra stato di sottomissione pressoché assoluta. Perché ogni persona sottoposta ad un procedimento penale resta per ciò solo svalutata e sospesa dal diritto di vivere la propria vita in modo pieno e libero, marcatamente diminuita quanto ad immagine, autorevolezza, prerogative di cittadinanza. Insomma un menomato sociale.
A causa di questa riforma il nostro paese è ad un passo da una svolta epocale.
Cambia l'intero genoma della nazione, da una parte i fortunati cittadini risparmiati dal caso e dall'altra quelli di serie B, una infinita schiera di anime dannate volteggianti alla Gustavo Doré per intenderci, coloro che "misericordia e giustizia li sdegna, non ragioniam di lor ma guarda e passa" (Inferno, canto III, v. 5051), zombi in eterna attesa dell'esito del processo, insicuri e sfiduciati, un po' timorosi di qualche visita all'alba un po' speranzosi della buona notizia dell'avvocato un po' anestetizzati d'assurdo.
La prescrizione - come si sa - estingue un reato che non c'è in quanto non ancora provato nella sua sussistenza e proscioglie un cittadino imputato che è ancora presunto non colpevole, ossia non colpevole alla pari di tutti quelli che non hanno mai avuto beghe con la giustizia; è insomma nient'altro che una fictio resa sacrosanta dal tanto tempo trascorso inutilmente, una sorta di "vabbè chiudiamo, non c'è trippa per gatti".
E come mai il tanto tempo trascorso ha indotto i legislatori, da sempre e dappertutto nel caso di lentezze pregiudizievoli fino al disumano, ad introdurre nell'ordinamento una fictio tanto radicale? Si dice perché dopo tanti anni al vento non può non essere cessato l'interesse punitivo dello Stato, o perché lo scorrere del tempo ha modificato il contesto denunciato e soprattutto la necessità di rieducazione del responsabile, o perché vuolsi che il pubblico ministero possa manifestare - mediante comportamento concludente quale la lentezza - una sorta di benevolente comprensione in ordine a reati di non eccezionale gravità... e così via.
Se ne dicono di tutti i colori. Tutto ma non quello che appare unica certezza: prescrizione dopo tempi lunghissimi - decenni per i delitti più gravi (artt. 157161 del Codice penale) - presuppone disorganizzazione, inefficienza, inadeguatezza prognostica degli inquirenti su quando sia il caso di chiedere l'archiviazione e non sprecare tempo insistendo in investigazioni prevedibilmente infruttuose (art.125 disp. att. Codice di procedura prnale), soprattutto incapacità di provare, nonostante tutti quegli anni, la responsabilità del presunto non colpevole. Un po' come la storia della volpe e l'uva, a pensarci bene. Sicché fictio e prescrizione, al solo fine di non far pagare a Tizio l'incapacità degli altri.
Se le cose stanno così - e che stiano così lo comprovano documentalmente codici e dati statistici - c'è solo da sperare che i governanti prima o dopo se ne rendano conto e, anche in sintonia con una loro posizione di garanzia quantomeno etica, come convertiti sulla via di Damasco riformino... la riforma almeno almeno almeno predisponendo ragionevoli prescrizioni processuali.
di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 2 gennaio 2020
Verini, responsabile Giustizia dem: noi abbiamo fatto la nostra proposta. Il ministro Alfonso Bonafede è "orgoglioso" dell'abolizione della prescrizione.
Walter Verini, da responsabile giustizia del Pd, cosa ne pensa?
"Sventola la bandiera identitaria. Lo capisco. Ma se si parla solo alle curve delle tifoserie non si va lontano".
Che intende dire?
"Occorre rimuovere il macigno identitario e passare alla fase dell'ascolto delle ragioni degli altri".
Ma anche il leader M5S Luigi Di Maio esulta. Ci saranno ripercussioni nel governo?
"Di Maio dice che bisogna fare un nuovo "contratto". Espressione superata. Ne siglò uno con la Lega mettendo insieme punti di ispirazione opposta provocando gravi danni al Paese con Salvini. Noi siamo una coalizione con obiettivi comuni, senza bandierine da issare a turno. E comunque...".
Comunque?
"Tre forze politiche su quattro che sostengono il governo considerano la legge oggi in vigore sbagliata: non chiediamo abiure, ma non accettiamo diktat. Bonafede ha la responsabilità di fare un passo avanti e al premier Conte di trovare la sintesi".
Conte non ha annunciato retromarce...
"Non ha detto che è un obbrobrio. Però ha ammesso che se non accompagnata da altre riforme (che non ci sono) rischia di ledere le garanzie dei cittadini".
Quindi cosa chiederete il 7 gennaio? Di portare la riforma del processo subito in Consiglio dei ministri?
"Quello è un tema. Ma l'ergastolo processuale" di Bonafede così com'è non va. Abbiamo fatto la nostra proposta. Non siamo rigidi. Ora tocca agli altri".
Quando il presidente Mattarella ha chiesto di "non lesinare sforzi sulla giustizia" parlava anche a voi?
"Il Presidente ha fatto un discorso di coesione al Paese per raggiungere l'obiettivo la politica dovrebbe dare il buon esempio. Se la maggioranza riuscisse ad avere un'anima sui grandi temi e le rigidità venissero meno si potrebbe aprire un grande dibattito sul sistema giustizia e la riforma del processo penale. E non dell'uso strumentale della giustizia come si fa da una parte e dall'altra".
Un punto di caduta potrebbe essere la prescrizione processuale invece che la prescrizione dei reati?
"Per noi la via maestra è trovare una sintesi. Differenziare tra assoluzione o condanna. Differenziare a seconda della gravità del reato. Ma credo che dobbiamo smettere di parlarci attraverso i giornali. Invece dobbiamo metterci intorno a un tavolo per trovare la sintesi".
E se la sintesi non si trovasse? Votereste con Forza Italia la proposta di abolizione?
"Voteremmo la nostra proposta che abbiamo già depositato e che non andrà alle calende greche".
La proposta Costa (Fi) arriverebbe prima. E con i voti della Lega farebbe cadere subito la legge Bonafede...
"La Lega ha fatto passare la legge Bonafede-Bongiorno sulla prescrizione in CdM, e l'ha votata in Parlamento. Costa ha molto da farsi perdonare in tema di giustizia: dal garantismo a fasi alterne del suo partito con le leggi ad personam al fatto che da sottosegretario si dimise contro la riforma Orlando e ora ne invoca il ritorno. Noi non amiamo queste furbizie".
Ma anche Matteo Renzi, in nome del garantismo, è pronto a votarla. Voi?
"Sottovaluta la strumentalizzazione: Forza Italia ha l'obiettivo di far cadere il governo e far tornare Salvini che diceva: "In galera e buttiamo la chiave" ed "è sempre legittimo sparare in casa". Che c'è di garantismo in questo?".
di Barbara Acquaviti
Il Messaggero, 2 gennaio 2020
Il Presidente emerito della Consulta: "si riducono soltanto le garanzie per i cittadini". La legge che prevede lo stop della prescrizione dopo il primo grado di giudizio "va contro i principi costituzionali per più di una ragione" a cominciare dall'assunto che "l'esercizio del potere punitivo dello Stato non può essere indefinito nel tempo".
Il presidente emerito della Corte costituzionale, Cesare Mirabelli, sottolinea più di una volta il concetto di "ragionevole durata" inserito nella Carta dai padri costituenti. A suo giudizio presidente è anche "irragionevole" pensare che "se lo Stato non riesce a rispettare i tempi dei processi, per evitare che ci sia la prescrizione, decida di eliminarla", anche perché "c'è un altro principio costituzionale per il quale l'imputato non è considerato colpevole fino alla sentenza definitiva".
Insomma, presidente, lei è d'accordo sulla diagnosi della malattia ma non sulla cura scelta?
"Esattamente. Mi pare ci sia un impegno forte di tutte le forze politiche di governo a ricondurre i processi, e quelli penali in particolare, a una ragionevole durata. Ma, paradossalmente, se questo è l'impegno diventa inutile proprio la norma che ferma la prescrizione".
Quindi la considera una legge sbagliata a prescindere dagli interventi che si posso fare sulla riforma della giustizia?
"Ci possono essere altri strumenti che sterilizzano alcuni tempi del processo o dell'impugnazione ai fini del calcolo della prescrizione, ma sempre in un ambito di ragionevolezza. Eliminarla del tutto significa diminuire le garanzie per i cittadini, non accrescerle".
Quali altri strumenti ci possono essere?
"Ricordo che la Costituzione dice che la legge assicura una ragionevole durata del processo, non è una previsione generica. Questo vuole dire che è un dovere assicurare per ogni processo questo risultato. E durata ragionevole vuol dire processi che si concludano in tempi brevi e certi e che non diano luogo possibilmente alla prescrizione. La prescrizione dovrebbe essere l'ultimo rimedio. C'è poi un altro aspetto".
Quale?
"Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Ma si può parlare di rieducazione del condannato quando l'accertamento del fatto avviene dopo un numero enorme di anni rispetto a quando l'atto è stato compiuto?".
C'è anche il rischio che si annulli la differenza tra reati più o meno gravi?
"Certo, ci sono reati molto gravi, come i crimini contro l'umanità, per cui la prescrizione non c'è, ma anche altri per cui è di così lunga durata da consentire di svolgere in maniera ampia il processo e arrivare all'accertamento dei fatti. Toglierla totalmente, di certo assimila situazioni che sono molto diverse e questo è un altro aspetto di dubbia legittimità costituzionale".
Pensa che la controproposta del Pd possa essere utile per mitigare gli effetti dello stop alla prescrizione?
"Quella proposta ha una logica, nel senso che salvaguarda il principio costituzionale e prende atto di alcune difficoltà che ci possono essere nella celebrazione dei diversi gradi di giudizio, sospendendo la prescrizione in quel lasso di tempo. Questo rientra nella discrezionale valutazione del legislatore nel determinare i tempi della prescrizione in un ambito di ragionevolezza. Del resto, possibilità di sospensione ce ne sono già se, per esempio, l'allungamento dipende da condotte dilatorie".
Il ministro della Giustizia Bonafede esulta per l'entrata in vigore di questa riforma che piace a molti magistrati ma per niente agli avvocati. Crede che la sua sia una posizione sbilanciata?
"Non leggerei la questione come una partita tra magistrati e avvocati. Qui c'è un interesse dello Stato a punire i colpevoli, e a farlo con un giusto processo, e il diritto dei cittadini a non essere sottoposti a giudizio senza limiti di tempo".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 2 gennaio 2020
Scelta delle intercettazioni rilevanti al Pubblico ministero, copia degli atti rilevanti ai difensori, uso dei captatori informatici più ampio, cade il rischio di incriminazione per il giornalista che pubblica l'intercettazione. Queste alcune delle novità più significative contenute nel decreto sulle intercettazioni (Dl 161/2019) in vigore dal 1 marzo 2020. Il decreto, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 31 dicembre scorso, interviene con diverse modifiche sulla riforma Orlando (Dlgs 216/2019), la cui operatività era stata fatta slittare più volte.
Le nuove regole affidano al Pubblico ministero e non più alla polizia giudiziaria, la selezione delle intercettazioni che interessano le indagini "il pubblico ministero - si legge nel testo - dà indicazioni e vigila affinché nei verbali non siano riportate espressioni lesive della reputazione delle persone o quelle che riguardano dati personali definiti sensibili dalla legge, salvo che si tratti di intercettazioni rilevanti ai fini delle indagini".
Non ci sarà l'introduzione del nuovo delitto, previsto nel testo dell'ex guardasigilli, di diffusione di immagini o registrazioni acquisite in modo fraudolento, con il solo fine di danneggiare la reputazione. Un crimine che avrebbe colpito prevalentemente i giornalisti, per i quali restano le regole attuali. I verbali e le registrazioni sono immediatamente trasmessi al Pm per la conservazione nell'archivio informatico.
E il deposito deve avvenire entro cinque giorni dalla fine delle operazioni, salvo il rischio di un grave pregiudizio per le indagini: in tal caso il Pm può ritardarlo, non oltre la chiusura delle indagini preliminari. Le conversazioni non importanti ad avviso del Pm saranno segrete ma potranno essere ascoltate dai difensori che potranno anche vedere i verbali al solo scopo di farle inserire tra quelle rilevanti. In caso di dissenso con il Pm la decisione spetterà al giudice.
I difensori possono invece ottenere la copia dei colloqui rilevanti. Per quanto riguarda l'impiego dei virus trojan le intercettazioni tra presenti saranno utilizzabili, anche come prova, per reati diversi da quelli per i quali l'ascolto è stato autorizzato, se compresi tra quelli indicati dall'articolo 266 comma 2-bis del Codice penale, tra i quali rientrano anche i delitti contro la Pa commessi da pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio. Una misura a completamento del percorso di sostanziale parificazione ai delitti di criminalità organizzata, almeno per quanto riguarda la disciplina delle intercettazioni.
Va al procuratore della Repubblica la responsabilità di dirigere e sorvegliare l'archivio digitale. Le registrazioni sono conservate fino alla sentenza non più soggetta ad impugnazione. Ma gli interessati, se la documentazione non è più necessaria, possono chiederne la distruzione, a tutela della privacy, al giudice che ha autorizzato l'ascolto che decide in camera di consiglio. Il provvedimento, che seguirà l'iter parlamentare per la conversione, chiarisce che per le indagini in corso valgono le regole ora in vigore, mentre le nuove scattano per le iscrizioni di reato successive al 29 febbraio 2020.
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