grandangoloagrigento.it, 24 novembre 2019
"Poco personale, una grave situazione infrastrutturale e carenze nell'assistenza sanitaria". Il garante regionale dei detenuti Giovanni Fiandaca, ha inviato ieri una lettera al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede sottolineando "l'esigenza improcrastinabile di rimediare alle gravi e molteplici carenze di svariata natura da tempo riscontrabili nella casa circondariale Pasquale Di Lorenzo di Agrigento".
Nella lettera, Fiandaca fa il punto su tutte le carenze riscontrate nell'istituto penitenziario e sulle segnalazioni fatte nel tempo dal suo ufficio e, in ultimo, dal nuovo provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria Cinzia Calandrino. Primo passo deve essere l'avvio di "una manutenzione straordinaria ad ampio raggio della struttura carceraria".
"Assai opportuno - sottolinea il garante - che lo stesso presidente della Regione abbia ritenuto di dovere unire la sua voce per ribadire la necessità che tutti i soggetti istituzionalmente responsabili realizzino, in tempi ragionevoli, gli interventi necessari per migliorare le condizioni strutturali e di funzionamento, insieme con le condizioni di vita detentiva, all'interno dell'istituto Pasquale Di Lorenzo di Agrigento".
La Stampa, 24 novembre 2019
Effetti immediati della sentenza della Corte costituzionale che ha aperto il varco al suicidio assistito anche in Italia: l'Ordine dei medici chirurghi e odontoiatri valuterà le necessarie integrazioni al Codice deontologico per applicarla.
"È una sentenza equilibrata", premette il presidente Filippo Anelli. "Tutela gli assistiti definendo confini netti, prevedendo la non punibilità per l'aiuto al suicidio assistito solo in casi particolari: peri soggetti affetti da patologie irreversibili, con sofferenze intollerabili, dipendenti per le funzioni vitali da apparecchiature, e nelle condizioni di chiedere coscientemente questa opzione".
Le cure palliative L'Ordine dei medici è indubbiamente sollevato perché la sentenza rispetta il ruolo del sanitario, "non obbligandolo a porre in atto l'aiuto al suicidio e affidando alla coscienza del singolo medico la scelta se prestarsi o meno ad esaudire la richiesta del malato". Al medico è infatti chiesto di attivare l'assistenza con cure palliative al fine di mantenere sotto controllo il dolore e di spiegare al paziente le scelte possibili: la redazione profonda e le cure palliative, oppure, in alternativa, le modalità con le quali si potrà eseguire il suicidio assistito. Sarà poi il paziente a decidere.
La sua volontà, sottoposta alle valutazioni del Comitato etico, sarà infine recepita dalla struttura sanitaria e il medico potrà sempre fare obiezione di coscienza. Una sentenza, quella innescata dal caso del dj Fabo, che fu assistito dall'associazione radicale intitolata a Luca Coscioni, innescata da Marco Cappato, che ha affrontato un processo sperando proprio nella Corte costituzionale. E adesso le cose sono cambiate.
Cappato auspica una nuova legge, ma intanto - dice - "da oggi è in vigore una nuova legge che autorizza il medico ad aiutare la morte volontaria del paziente, qualora ne abbia i requisiti. È chiaro che nessun consiglio disciplinare potrà prendere provvedimenti contro".
Alberto Gambino, presidente di Scienza e Vita, fondazione che lavora a stretto contatto con la Conferenza episcopale, avverte: "Il tema più significativo delle motivazioni è che un'eventuale scelta di fine vita del paziente debba essere preceduta dalla possibilità concreta di esercitare il percorso delle cure palliative e della terapia del dolore. Il diritto alle cure palliative e alle terapie del dolore diventa con questa sentenza inderogabile principio costituzionale. Il governo investa già in questa Legge Finanziaria".
di Massimo Gaggi
Corriere della Sera, 24 novembre 2019
Tasse alte, depositi pieni (e contrabbando florido), il business si è rivelato una bolla: persi 35 miliardi di dollari. Nell'ultimo anno i maggiori gruppi che avevano investito in questo settore hanno perso i due terzi del loro valore. Depositi zeppi di foglie di cannabis raccolte dai campi e invendute. Un mercato legale che non cresce come previsto mentre quello clandestino continua a prosperare. L'allarme marijuana parte dal Canada, il primo Paese che, un anno fa, ha legalizzato coltivazione, trasformazione e consumo di questa sostanza tanto a livello federale quanto nei singoli Stati. Ma le cose non vanno meglio negli Stati Uniti dove il consumo di marijuana è ormai legale in 11 Stati, dalla California alla capitale, Washington, mentre la sua assunzione come terapia medica è autorizzato in gran parte del Paese (33 Stati): il business del futuro nel quale centinaia di imprese avevano investito ingenti capitali si sta rivelando un flop. Nell'ultimo anno i maggiori gruppi che avevano investito in questo settore hanno perso i due terzi del loro valore. La battuta è facile: 35 miliardi di dollari andati in fumo.
Eppure l'accettazione sociale della marijuana cresce, mentre le barriere legali si riducono: in Canada sono cadute del tutto mentre negli Usa commercio e consumo restano un reato a livello federale. Ma in Congresso la Camera ha appena votato (in commissione e presto andrà in aula) la legalizzazione. Al Senato, dove c'è una maggioranza repubblicana e il leader, Mitch McConnell, si oppone, alcuni parlamentari conservatori sembrano disposti a votare, su questo, coi democratici. Del resto i sondaggi (da Gallup al Pew) sono concordi nell'indicare che oltre i due terzi degli americani sono favorevoli alla liberalizzazione. E, tra questi, anche una maggioranza (55 per cento) di elettori repubblicani.
Perché, allora, questo quadro fallimentare del mercato? Gli ottimisti sostengono che ci vuole tempo per trovare il giusto equilibrio: in America gli entusiasmi iniziali hanno prodotto una bolla di investimenti eccessivi che ora sta scoppiando. In Canada, che ha immensi territori agricoli e una popolazione molto limitata, la coltivazione di cannabis è cresciuta esponenzialmente mentre le strutture di trasformazione e distribuzione sono rimaste asfittiche: metà dei 560 negozi autorizzati sono in una provincia poco popolata, l'Alberta, mentre Quebec e Ontario, dove vivono due terzi dei canadesi, hanno appena 45 negozi.
Ma non è solo un problema di speculazioni finanziarie o di ritardi amministrativi nelle concessioni. Tanto in Canada quanto negli Stati Uniti il principale fallimento riguarda quella che era stata la principale motivazione alla base della campagna per la legalizzazione: eliminare il mercato nero. Spazzare via un intero settore dell'economia criminale creando al tempo stesso un nuovo settore economico legale che produce lavoro ed entrate fiscali.
Non è andata così: tanto in Canada quanto negli Usa la marijuana illegale continua a prevalere su quella che transita per i canali regolari. In sostanza il racket della droga si è dimostrato abile e reattivo nell'abbassare i costi del suo prodotto importato illegalmente, mentre la decriminalizzazione ha ridotto i rischi (una cosa è essere accusati di contrabbando ben altra essere incriminati per spaccio di sostanze potenzialmente mortali). Oggi molti gruppi criminali creano centrali direttamente negli Usa e in Canada anziché appoggiarsi su strutture intermedie in Messico.
Gli Stati che hanno legalizzato la cannabis, poi, hanno deciso di applicare un'elevata tassazione come per altre attività "viziose", dal fumo al gioco d'azzardo. Risultato: negozi costretti a pagare molto per la loro licenza e che vendono un prodotto legale altamente tassato devono imporre prezzi che a volte sono addirittura un multiplo di quelli del mercato nero. Spiegano gli stessi cittadini intervistati dai sondaggisti: "Abbiamo detto sì alla legalizzazione della marijuana, ma non abbiamo detto da chi vogliamo comprarla e qual è un prezzo accettabile".
di Francesco Barra Caracciolo
Il Mattino, 24 novembre 2019
Per chi da anni ha scritto con passione sul fine vita, sul Mattino nel 2007 per Welby (e la necessità del testamento biologico introdotto solo dieci anni dopo) sulla sentenza della Cassazione che diede sostanzialmente ragione ad Englaro; su quella Travaglino che riconosceva il diritto al malformato ai danni verso il medico per colpa della mancata amniocentesi, la sentenza di ieri della Corte Costituzionale è motivo di grande gioia.
E una sentenza che possiamo definire storica (questa volta l'aggettivo è pertinente) e ciò per varie ragioni: la sentenza ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 580 c.p. nella parte che equiparava - con pene fino a 12 anni - sia l'istigatore al suicidio, sia colui che, invece, si limitava ad agevolare la sua libera determinazione di porre fine ad una vita di sofferenze atroci, prive di qualsiasi speranza di miglioramento e fonte di sofferenze fisiche e psicologiche intollerabili. Purché la volontà si fosse liberamente e consapevolmente formatasi.
E noto che, innanzi al Tribunale di Milano, Marco Cappato è imputato ex art. 580 c.p. per avere agevolato la morte di dj Fabo. Il Tribunale (ricorderete il pianto del pm) rimise gli atti alla Corte Costituzionale ravvisando numerosi profili di incostituzionalità dell'art. 580 c.p. La Corte, con ord.207/2018, aveva in qualche modo chiaramente espresso la propria valutazione di incostituzionalità rispetto a varie norme della Costituzione. In particolare la Corte aveva, però - e giustamente - affermato il ruolo centrale del Parlamento invitandolo ad assolvere la sua funzione che è quella di stabilire lui quali siano le condizioni che in concreto rendono lecito il suicidio agevolato.
Ma il Parlamento è rimasto inerte di talché la Corte ha dovuto, con parziale supplenza (ed è un altro merito di questa sentenza) porre lei le condizioni per le quali il suicidio agevolato non è reato. Nel contempo ha "ingiunto" (il virgolettato è nostro) al Parlamento di legiferare sulle "condizioni" nelle quali è lecito il suicidio agevolato: in particolare il Parlamento dovrà emanare una legge che precisi quando va rispettata la volontà suicidaria del paziente, autonomamente e liberamente formatasi, quando sia tenuta in vita con trattamento di sostegno vitale, affetta da patologie irreversibili fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che ella reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.
La verifica di tali condizioni verrà operata (a discrezione del Parlamento) da strutture pubbliche, il Servizio Sanitario Nazionale, previo parare del Comitato Etico territorialmente competente. Solo allora sarà possibile somministrare farmaci idonei a provocare la morte rapidamente e senza dolore. Ha aggiunto la Corte che restano vigenti, nelle more, gli art. 1 e 2 del Dat (Disposizioni Anticipate di Trattamento).
Nel comunicato stampa della Corte, emesso in pari data, era scritto: "non è possibile, ai sensi dell'art.580 c.p., a determinate condizioni, punire chi agevola il suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente affetto da patologia irreversibile e tenuto in vita artificialmente con sofferenze psichiche e fisiche che egli (e sottolineo egli) reputa intollerabili".
A seguito dell'inerzia del Parlamento, la Corte, con sentenza depositata il 22/11/2019, ha statuito (con complessi ragionamenti che in questa sede possiamo solo sintetizzare) che la morte potrebbe, in astratto, essere già presa dal malato a mezzo della richiesta di interruzione dei trattamenti di sostegno vitale in atto e di contestuale sottoposizione a sedazione profonda continua. Ciò in forza della legge 22/12/2017 numero 219 (in materia di consenso informato e di Disposizioni Anticipate di Trattamento) che recepisce e sviluppa le decisioni alle quali era già pervenuta la giurisprudenza ordinaria (richiama la sentenza del Gup di Roma sul caso Welby e la sentenza Englaro della Cassazione del 2007).
In particolare: a) ritiene possibile integrare le previsioni della legge 38/2010 (sulle cure palliative e la terapia del dolore con sedazione profonda continua per fronteggiare sofferenze refrattarie ai trattamenti sanitari) ; b) richiama la propria ordinanza 207/2018 che "non può non riferirsi anche alle sofferenze provocate al paziente dal suo legittimo rifiuto di trattamenti di sostegno vitali quali la ventilazione, l'idratazione o l'alimentazione artificiali" che innesca un processo il cui esito "non necessariamente rapido è la morte".
La legislazione vigente fa' sì che il paziente "per congedarsi dalla vita" subisce un processo più lungo e carico di sofferenze per le persone che gli sono care. Di qui l'assistenza al suicidio: giacché Fabo era totalmente dipendente dal respiratore artificiale e la morte sarebbe sopravvenuta solo dopo un periodo di alcuni giorni. Una modalità che "egli reputava non dignitosa e che i propri cari avrebbero dovuto condividere sul piano emotivo".
E noto che la sedazione profonda continua, connessa all'interruzione dei trattamenti di sostegno vitale (la sedazione rientra nel genus dei trattamenti sanitari) ha come effetto l'annullamento totale e definitivo della coscienza e della volontà del soggetto fino al momento del decesso. Con grande senso di umanità e del rispetto della concezione personalistica, la Corte riconosce "come la sedazione terminale possa essere vissuta come una soluzione non accettabile" ma vi è l'esigenza di proteggere le persone più vulnerabili come i malati irreversibili. Pertanto "non si vede la ragione per la quale la stessa persona, a determinate condizioni, non possa ugualmente decidere di concludere la propria esistenza con l'aiuto di altri".
La conclusione è che il divieto assoluto di aiuto al suicidio, finisce per limitare la libertà di autodeterminazione del malato nella scelta delle terapie, comprese quelle finalizzate a liberarlo dalle sofferenze, con violazione degli art. 2, 13 e 32 della Costituzione. Afferma, però, che l'eventuale riserva esclusiva di somministrazioni di tali trattamenti competerebbe al SSN e riconosce la possibilità di obiezione di coscienza del medico.
Richiama il parere 18 Luglio 2019 del Comitato Nazionale per la Bioetica che ha sottolineato, all'unanimità, che l'offerta di cure palliative sconta oggi "molti ostacoli e difficoltà specie nella disomogeneità territoriale dell'offerta del Ssn". Nelle more dell'intervento del legislatore tale compito è affidato ai Comitati Etici territorialmente competenti investiti di funzioni consultive. Infine precisa che tali requisiti procedimentali valgono solo per il futuro mentre non possono essere richiesti per i fatti anteriori come quello del caso Cappato che precede la legge 219/2017.
Ha inoltre cura di ribadire che il paziente sia stato adeguatamente informato anche in ordine alle possibili soluzioni alternative con riguardo all'accesso alle cure palliative ed eventualmente alla sedazione profonda continua e ciò è oggetto di valutazione del giudice nel caso concreto. Concludo con una riflessione molto bella di Pietro Rescigno, in ordine al modello americano del living well (ben precedente il testamento biologico del 2017): "Non temo la morte quanto piuttosto l'indegnità della degradazione, della dipendenza, del dolore senza speranza. Chiedo pietà affinché mi siano somministrate droghe contro le sofferenze allo stato terminale, persino se esse possano affrettare il momento della morte".
Ristretti Orizzonti, 24 novembre 2019
Il 23 novembre 1999 fu firmata in Campidoglio la nostra convenzione tra il Sindaco di Roma e il Ministero della Giustizia: ricorre dunque in questi giorni il ventennale del nostro Servizio Biblioteche in Carcere. Per questo motivo, per il pomeriggio di lunedì 25 novembre, nel Teatro della Casa Circondariale di Roma Rebibbia Nuovo Complesso, abbiamo organizzato un evento così articolato:
- proiezione di un video "Biblioteche in carcere - Spazi di libertà" (circa 15 min.) realizzato dal nostro Servizio Mediateca Roma all'interno delle biblioteche dei 5 carceri romani: testimonianze di detenuti e di operatori sul valore della lettura e della biblioteca in carcere.
- le "Donne del muro alto", la compagnia di teatro organizzata dalla ass.ne "Per Ananke" all'interno della sezione di Massima Sicurezza di Rebibbia Femminile, portano in scena il loro ultimo lavoro: "Il Postino - Omaggio a Massimo Troisi" (circa 1 ora) che ha già riscosso un notevole apprezzamento e successo.
- concludiamo con un dolce e un brindisi (rigorosamente analcolico!) a cura della Coop. di inserimento lavorativo di detenuti Men at Work.
- all'inizio e alla fine, qualche breve saluto istituzionale.
In sala, il maggior numero possibile di detenuti, e pochi selezionati amici e operatori ospiti dall'esterno, perché vuole essere una festa offerta e dedicata ai nostri utenti ristretti. Operatori e amici già autorizzati all'ingresso sono i benvenuti Info: Fabio De Grossi, Resp.le Servizio Biblioteche in carcere,
di Elisabetta Andreis
Corriere della Sera, 24 novembre 2019
I docenti sono l'attore e regista Enrico Roccaforte e il noto rapper Amir Issaa, che a sua volta ha avuto a lungo il padre in carcere. "Se la libertà significa qualcosa, è il diritto di dire anche quello che l'altro non vuole sentire". In un'aula studio del carcere di San Vittore ci sono persone sedute in cerchio, uomini e donne che vivono ristretti. Alcuni non si erano mai parlati prima, appartengono a raggi diversi, hanno pene da pochi mesi a più di vent'anni.
Tutti insieme però partecipano ad un progetto, queste sono le prove generali di una gara di retorica e rap in programma sabato alla casa circondariale: squadra di detenuti contro squadra di studenti della Statale. L'adrenalina corre, nella stanza. Ci si allena nella disputatio di medioevale memoria, si formano sottogruppi che difendono opinioni contrapposte.
Pino, occhi profondi e tatuaggi sul collo, sul cranio, sulle braccia, sceglie di leggere la citazione di George Orwell sulla libertà e aggiunge che anche a lui nella vita è capitato di pronunciare parole un po' scomode, ad esempio con suo figlio, "ma ci credevo, erano per il suo bene, non tornerei indietro". Gianluca riporta al nocciolo della questione: "Con gli studenti dovremo dibattere sul tema se l'opinione pubblica è il sale della democrazia oppure il dominio del populismo", ricorda.
I docenti, l'attore e regista Enrico Roccaforte e il noto rapper Amir Issaa (che a sua volta ha avuto a lungo il padre in carcere), danno inizio al duello. Intervengono con parole a ritmo di rap Elisa e Suleyman, e poi Manuel, Young Gozden Bull ("Ecco grazie, metta il mio nome d'arte"). Subito si alza Edo: "La libertà di parola, ad esempio in rete, significa lasciare incontrollato il razzismo, guardate le minacce contro Liliana Segre". Nel gioco delle parti combatte con Andrea: "Ma tutti devono potersi esprimere, il caso di Stefano Cucchi non avrebbe avuto sviluppi se la gente non si fosse mossa".
Interviene Stefania, tanti anni di prigione sulle spalle: "Bisogna avere il coraggio di tirare fuori la voce - riflette con una consapevolezza nuova -. Pensate alle donne maltrattate: otto vittime su dieci stanno zitte e non avranno mai giustizia". Ribatte Alessandro: "Ormai la gente si fida di quello che legge in rete più di quello che vede con gli occhi". E Tiziano: "Ma allora staresti muto, per non sbagliare?". Attualità ed esperienze personali sj mescolano in quest'aula del carcere guidato dal direttore Giacinto Siciliano: qui si studia, ci si informa, si fa gruppo. Ci si prepara al confronto coi ragazzi che vanno all'università. "È così importante creare un ponte, un rapporto di parità tra dentro e fuori, un dialogo - considera Flavia Trupia, docente e ideatrice del progetto Raptorical - Guerra di parole con l'associazione PerLaRe, l'Unione delle Camere penali e altri -. Nell'arte oratoria non conta solo la parola ma anche la capacità di usare il linguaggio del corpo, suscitare empatia". I ristretti vanno fortissimo: "Siamo pronti al confronto".
di Antonio Ferrari
La Lettura - Corriere della Sera, 24 novembre 2019
In Turchia può davvero accadere di tutto, anche l'inverosimile. Magari un personaggio pubblico, mettiamo il grande scrittore Ahmet Altan, famoso in tutto il mondo, va in televisione e dice qualcosa che il censore occulto (talmente occulto da essere quasi palese) ritiene "messaggio subliminale" per favorire un golpe e la gente ci crede, o è convinta a crederci.
Il golpe poi diventa miracolosamente realtà, o magari parodia, a metà luglio del 2016. Illusione di poche ore, perché oggi a credere a un golpe ordito dal predicatore sunnita Fetullah Gülen, in esilio negli Stati Uniti, per rovesciare il suo ex sodale Recep Tayyip Erdogan, primo ministro turco dal 2003 al 2014 e da allora presidente della Repubblica, sono rimasti pochi ingenui, e molti interessati a mantenere rapporti (in affari) stretti con il grande accusatore. Parliamo del nuovo "sultano" Recep Tayyip Erdogan, malato di autoritarismo, feroce e vendicativo, lanciato contro l'ex amico fraterno Gülen, e pronto - dopo poche ore "pseudo-golpiste" - a fare arrestare decine di migliaia di oppositori, magistrati, funzionari, corpi speciali dell'antiterrorismo, giornalisti, scrittori, intellettuali, ufficiali, dipendenti pubblici. Insomma tutta quella marmaglia culturale che il sultano-dittatore ritiene responsabile dei mali del Paese. Nella rete, il primo a cadere è una delle voci più libere della Turchia, appunto Ahmet Altan. Un terrorista? "Ma certo, è un terrorista, agita le masse, è un cospiratore, è un serpente velenoso, merita l'ergastolo", strilla la tv nazionalizzata. "Ha persino irriso il presidente Erdogan quando disse, a una riunione del suo partito Akp, che gli americani si erano inventati lo sbarco sulla Luna".
Meno male che la giustizia turca ha un sussulto, e il richiesto carcere a vita si restringe a 10 anni e 6 mesi e Altan, che oggi ha 69 anni (è nato il 2 marzo 1950 ad Ankara), torna in libertà il 4 novembre dopo 1.138 giorni trascorsi in galera. Ma non c'è neppure il tempo di esultare, la vacanza da uomo libero dura infatti poco più di una settimana, ed ecco che lo scorso 12 novembre tornano le manette per lo scrittore sovversivo, adesso nuovamente in galera.
E pensare che sono le stesse corti, magari in quartieri diversi di Istanbul, a cambiare idea e a contraddirsi. Una tortura mostruosa soprattutto per l'imputato, che trascorre i pochi giorni di libertà frequentando la Casa della Letteratura, nel quartiere di Pera, a Istanbul, rilasciando qualche intervista e affidando al "Guardian" di Londra una memoria scritta della propria prigionia. Altanè colpevole di non si sa cosa, costretto a vive renella paura le poche o redi libertà: Amnesty Internati on al ha definito l' intera vicenda "sconvolgente e ridicola".
Si pensi che neppure alla legale di Altan, l'avvocatessa Figen Calikusu, è stato notificato il nuovo provvedimento. Lo ha dovuto leggere sul quotidiano filogovernativo "Sabah", informando subito il suo assistito. Racconta che Altan, "con estrema dignità e straordinario humour, ha atteso gli agenti in borghese, con l'ordine di cattura, nella sua casa, circondato dai familiari, con gli effetti personali già stivati nella sua borsa: pigiama, spazzolino da denti, qualche pillola che accompagna la vita negli anni più fragili". L'ha richiusa con un amaro sorriso.
Ahmet Altan non si è mai sentito in prigione. Nel suo celebre libro "Non rivedrò più il mondo" (pubblicato in Italia giusto un anno fa da Solferino con la traduzione di Alberto Cristofori), racconta che "uno scrittore fa le magie, e passa attraverso i muri. Potete mettermi in carcere - ripete nel testo - ma non potete tenermi in carcere".
di Giuseppe Sarcina
Corriere della sera, 24 novembre 2019
La ricostruzione del ministro della Giustizia, William Barr, che ha voluto visionare i filmati delle telecamere interne in prima persona. i dubbi di vittime e politici. Per il ministro della Giustizia, William Barr, la notte in cui Jeffrey Epstein si suicidò "ci fu una tempesta perfetta di scemenze, di cavolate". In un'intervista all'Associated Press, Barr si esprime con franchezza e con un linguaggio poco istituzionale: "Posso capire le persone che immediatamente hanno pensato all'ipotesi peggiore, anch'io all'inizio ho avuto dei sospetti". L'idea cioè che il finanziere pedofilo sia stato ucciso nella sua cella del Metropolitan correctional center di Manhattan, il 10 agosto scorso. Il suicidio per impiccagione sarebbe solo una copertura per occultare l'omicidio. Lo pensa la famiglia, innanzitutto.
Ma anche Gloria Allred, avvocata star di New York, legale di molte donne vittime di Epstein, in una conferenza stampa di giovedì 21 novembre, ha affermato: "Ci sono ancora circostanze sospette che circondano la sua morte". "Sospetti" e scetticismo corrono sui Social e sono condivisi da una buona parte dell'opinione pubblica, circa il 30%, stando a una rilevazione condotta da Eric Oliver, professore dell'Università di Chicago. Persino alcuni parlamentari hanno rilanciato i dubbi. Il deputato repubblicano Paul Gosar, per esempio, ha twittato per 23 volte: "Epstein non si è ucciso".
Il businessman venne arrestato il 6 luglio scorso per capi di imputazione punibili con 45 anni di prigione: traffico di minori e abusi sessuali. L'Fbi aveva trovato una mole imponente di indizi nella sua casa di New York, vicino a Central Park. La tana lussuosa in cui attirava decine, forse centinaia di ragazze, tutte minorenni: offriva un compenso di 100-200 dollari per "messaggio" che si trasformava poi in un assalto sessuale.
Ma i dubbi e i veleni nascono dalle frequentazioni di "Jeffrey". Sul suo jet privato, che chiamava "Lolita Express", ci salivano tante celebrità. Uno dei più assidui era l'ex presidente democratico Bill Clinton. Epstein conosceva e frequentava Donald Trump e il principe Andrea, Duca di York, il terzogenito della Regina Elisabetta II, ottavo nella linea di successione. "Mi mangio le mani ogni giorno per essere stato ospite di Epstein", ha dichiarato il principe alla Bbc il 16 novembre, e qualche giorno dopo ha annunciato "il ritiro da ogni impegno pubblico".
E allora qualcuno ha ucciso Epstein per evitare altri clamorosi scandali? La magistratura lo esclude seccamente. L'autopsia ha confermato la morte per asfissia e le indagini hanno portato martedì 19 novembre all'arresto di Tova Noel e Michael Thomas, le due guardie carcerarie incaricate di sorvegliare la cella. Quella notte uno dormiva, l'altro faceva shopping su Internet, consultando siti di mobili e di motociclette.
I due avrebbero anche falsificato i registri delle ispezioni, ma davanti al giudice non hanno ammesso colpe. Barr ha detto all'Ap di aver voluto visionare in prima persona i filmati delle telecamere interne: nessuno entrò nello spazio che Epstein occupava da solo. Quel settore del carcere è protetto da una doppia barriera. La prima può essere sollevata solo elettronicamente dalla postazione centrale di controllo; l'altra si apre con la chiave assegnata all'agente di turno.
di Nando Pagnoncelli
Corriere della Sera, 24 novembre 2019
Elettori più favorevoli allo ius culturae. Prevalgono sui contrari 53% a 39%, e anche in questo caso il dato mostra una crescita di 3 punti rispetto a marzo. Il tema del riconoscimento della cittadinanza degli stranieri è tornato d'attualità dopo l'intervento di Nicola Zingaretti all'assemblea del Pd della scorsa settimana a Bologna. Si tratta di un tema divisivo che è stato oggetto di molte polemiche, anche all'interno del centrosinistra. Il sondaggio odierno evidenzia un aumento dell'"apertura" da parte degli italiani, anche se la maggioranza degli intervistati è del parere le priorità in questo momento siano altre, complice il fatto che il segretario del Pd ha avanzato la sua proposta nei giorni in cui l'attenzione era dedicata prevalentemente ad altre vicende, dall'Ilva, al Mose, all'Alitalia. Infatti, il 56% concorda con Di Maio che nei giorni scorsi si è dichiarato sconcertato definendo la proposta del segretario dem "uno slogan", mentre il 27% dà ragione a Zingaretti il quale, sebbene vi siano temi più urgenti, ritiene sia giusto approvare entro la fine della legislatura una legge per estendere i diritti di cittadinanza. Le risposte degli elettori Pd e 5 Stelle sono diametralmente opposte: tra i primi il 74% è d'accordo con il segretario (ma quasi uno su cinque - il 19% - dissente); tra i secondi il 78% sta con il capo politico del Movimento, mentre il 16% è contrario. Tra tutti gli altri, con l'eccezione delle liste minori di sinistra e centrosinistra, prevale l'idea che oggi il governo si dovrebbe occupare di altro.
Elettori M5S al bivio - In generale la normativa attuale - che prevede la concessione della cittadinanza a chi non è figlio di cittadini italiani solo in alcuni casi specifici (dopo il compimento della maggiore età e dopo 10 anni di permanenza ininterrotta nel nostro paese, oppure per matrimonio) e in assenza di procedimenti penali - è giudicata positivamente dal 56% degli italiani (in crescita di 3 punti rispetto allo scorso mese di marzo) e negativamente dal 34% (dato stabile). Lo ius soli, ossia la possibilità di estendere la cittadinanza ai figli di immigrati, se nati nel nostro Paese e con almeno un genitore che ha un permesso di soggiorno permanente in Italia, divide nettamente le opinioni 48% i favorevoli, 47% i contrari. Anche in questo caso si registra una crescita di 3 punti dei favorevoli. Diversi invece gli atteggiamenti nei confronti dell'ipotesi di concedere la cittadinanza a figli di immigrati, se nati in Italia (o arrivati entro i 12 anni), e abbiano frequentato regolarmente per almeno cinque anni le scuole nel nostro paese, cioè il cosiddetto ius culturae: i favorevoli prevalgono sui contrari 53% a 39%, e anche in questo caso il dato mostra una crescita di 3 punti rispetto a marzo. In termini di comportamento politico si conferma una sostanziale distanza tra le opinioni degli elettori di centrosinistra e quelli di centrodestra, mentre i pentastellati appaiono divisi al loro interno.
Gli aspetti semantici - L'atteggiamento di maggiore apertura va ricondotto a due aspetti: innanzitutto la minore importanza attribuita alla questione immigrazione, basti pensare che oggi il 28% menziona il tema degli stranieri tra le priorità del Paese mentre un anno fa era il 45%; in secondo luogo il consolidamento della distinzione tra gli stranieri presenti in Italia e quelli che potrebbero arrivare. Rispetto ai primi che, come sappiamo, si identificano con le persone frequentate quotidianamente (dalla badante, ai bambini che frequentano le scuole dei propri figli o nipoti), prevale un atteggiamento di inclusione.
Al contrario, permane una diffusa inquietudine sui possibili nuovi flussi di stranieri. Da ultimo una riflessione sugli aspetti semantici connessi alla cittadinanza: parlare di ius soli e ius culturae può suonare ostico e rappresentare una sorta di spauracchio per i più. Al contrario, quando i concetti vengono declinati nella realtà quotidiana, le reazioni dei cittadini sono diverse. È sorprendente che in un'epoca nella quale non mancano consulenti per la comunicazione e spin doctor, si sottovaluti il rischio che alcuni termini, oltre ad essere poco familiari, possano produrre effetti esiziali.
di Claudia Fanti
Il Manifesto, 24 novembre 2019
La denuncia di "Ni una menos" contro i carabineros, sono 70 le accuse a pubblici ufficiali. Il rapporto di Amnesty contro la repressione delle forze di Pineras è durissimo. Mentre il Cile è ancora scosso dal dolore e dall'indignazione per la morte di Daniela Carrasco, l'artista di strada nota come "el Mimo" trovata impiccata alla periferia di Santiago - "violentata, torturata e assassinata", secondo la denuncia del movimento femminista Ni una menos - fa discutere nel paese il caso di un'altra donna, la 38enne Albertina Martínez Burgos, fotografa e assistente alle luci della rete televisiva Megavisión, trovata morta nel suo appartamento nella capitale con segni di percosse e di pugnalate.
Fin dall'inizio della rivolta popolare contro il governo Piñera, la giovane fotografa aveva partecipato attivamente alle proteste, documentando in particolare casi di repressione e di abuso da parte dei carabineros e dei militari nei confronti delle donne impegnate sul fronte della comunicazione. "Esigiamo che vengano chiarite le cause della sua morte", ha dichiarato Ni una menos, evidenziando come nel suo appartamento mancassero computer, macchina fotografica e qualunque traccia del suo lavoro sulle giornate di lotta.
Due casi, quelli di Daniela e di Albertina, che gettano una luce inquietante sulla violazione dei diritti delle donne durante la crisi attuale. Non a caso sono arrivate a 70 le denunce di violenza sessuale a carico di pubblici ufficiali, come emerge dal durissimo rapporto di Amnesty International sull'azione delle forze di sicurezza sotto il comando del presidente Piñera, accusate di ricorrere alla violenza - fino alla repressione indiscriminata, al pestaggio selvaggio, alla tortura, allo stupro, all'omicidio - per dissuadere i manifestanti dal partecipare alle proteste. E mentre si attende il rapporto dell'Alto Commissario Onu per i diritti umani, la cui équipe ha concluso venerdì la sua visita ufficiale, è chiaro che le violente azioni repressive delle forze dell'ordine - durante le quali oltre 2.300 persone sono state ferite (1.400 per colpi di arma da fuoco) e 220 hanno subito gravi traumi agli occhi - non servono di certo a rendere più credibile l'accordo sul plebiscito per una nuova Costituzione raggiunto da tutte le forze politiche (ad eccezione del Partido Comunista e di quello Humanista).
Che lo "storico accordo", celebrato con grande ottimismo dalle classi dominanti, sia destinato appena a realizzare cambiamenti di facciata è risultato del resto subito evidente al movimento di protesta, secondo cui l'introduzione della maggioranza dei due terzi per l'approvazione degli articoli che dovrebbero comporre il nuovo testo costituzionale sarebbe già di per sé sufficiente a consentire alla minoranza conservatrice di bloccare ogni cambiamento reale, a partire dalla rinazionalizzazione del rame e del litio. Ed è proprio contro la trappola tesa dal governo - quella appunto di un processo costituente controllato dalle élite - e contro le violazioni dei diritti umani che le organizzazioni sindacali aderenti alla Mesa de Unidad Social hanno convocato per il 26 e il 27 novembre un nuovo sciopero nazionale.










