di Alberto Negri
Il Manifesto, 1 gennaio 2020
L'Italia finisce l'anno con la possibile opzione di diventare una delle maggiori potenze atomiche europee. Senza volerlo e a sua insaputa, come quasi tutta la nostra politica estera. Che si esprime in Libia con geometrica inconsistenza, esposta nella conferenza stampa di fine anno da uno smarrito premier Conte che di questo passo stanotte confonderà i colpi d'artiglieria di Tripoli e i raid aerei del generale a Haftar con i tradizionali botti di Capodanno.
Gli americani, dunque, potrebbero trasportare le testate atomiche dalla Turchia alle basi italiane come quella di Aviano. Il nostro ministero della Difesa afferma che si tratta di una notizia infondata: di testate atomiche in Italia ce ne sono già oltre 70 e se si aggiungessero quelle americane nella base di Incirlik sfonderemmo ogni record, superando anche la Germania (ma dietro a Gran Bretagna e Francia). Non solo la notizia non è infondata come affermano le fonti ufficiali del governo italiano, appare invece possibile se non addirittura probabile. A rivelare l'ipotesi all'agenzia americana Bloomberg è stato infatti il generale Charles Chuck Wald dell'Air Force, ora in pensione ma che è stato comandante ad Aviano e continua a rivestire incarichi nella Amministrazione Usa.
In Italia il generale Wald si dimostrò un grande decisionista con pressioni sulle autorità locali per ottenere il via libera al grande Progetto Aviano 2000: imponenti infrastrutture e abitazioni per lo stormo e le famiglie dei militari. La decisione Usa sarebbe la conseguenza del riavvicinamento di Erdogan a Putin, sancito dalla vendita ad Ankara delle batterie anti-missile russe S-400: è la prima volta che un Paese Nato acquista armi da Mosca e per questo alla Turchia è stata congelata la consegna dei nuovi caccia F-35 e si annunciano sul reiss turco nuove sanzioni - secondo l'informato quotidiano israeliano Haaretz.
Se il trasferimento si concretizzasse i bunker americani in provincia di Pordenone dove ci sono già una cinquantina di atomiche diventerebbero il deposito nucleare più grande d'Europa. L'Italia viene considerata da sempre un'alleata fedele, a prescindere dal colore dei governi e questo esecutivo appare prono come gli altri ai voleri Washington vista la confidenza di Trump con il "l'amico Giuseppi" (Conte) - nonché con il "sovranista" Salvini che con la Lega regna in Friuli Venezia Giulia - e la recente visita a Roma del segretario di Stato Usa Mike Pompeo con il quale abbiamo parlato di parmigiano ma glissando su ogni seria questione strategica, Libia compresa. Gli americani, quindi, contano che non ci sia opposizione alla possibile richiesta.
Dell'ipotesi di un trasferimento dalla Turchia dell'arsenale atomico si parlò già nel 2016, ai tempi del tentato golpe, quando Erdogan sospettava che Washington fosseo dietro l'operazione e che comunque non l'avesse osteggiata, anzi. Infatti a Incirlick furono ospitati alcuni aerei da rifornimento che consentirono ai caccia F-16 dei ribelli di minacciare Istanbul e Ankara. Incirlik, da cui dovevano partire i raid contro l'Isis, fu chiusa allora per un paio di settimane. Prepariamoci quindi con i botti di Capodanno ad accogliere il prossimo arrivo del Dottor Stranamore americano.
di Marzio Breda
Corriere della Sera, 1 gennaio 2020
Tra i temi affrontati dal Presidente della Repubblica la coesione nazionale e il valore dell'identità italiana. Prigionieri come siamo della retorica del declino, è ormai divenuta proverbiale l'immagine secondo cui l'"io" degli italiani - in quanto popolo - è spesso vacillante per carenza di autostima.
Tutto vero, anche se qualcosa sta cambiando, e non solo dal punto di vista del morale. È il presidente della Repubblica a cogliere il segnale e a rilanciarlo per dare coraggio alla gente, testimoniando che "c'è un Paese, spesso silenzioso, che non ha mai smesso di darsi da fare", nonostante tutto. Ne è testimone lui stesso, lo ha verificato tappa dopo tappa nei suoi viaggi attraverso la penisola. E su questa constatazione ha deciso di far leva nel messaggio di fine anno, per dare coraggio alla gente, giocando su un doppio livello di lettura.
Da un lato ha evocato il fattore impalpabile ma decisivo che si riassume nella parola "fiducia", e lo ha indicato come precondizione per una ripartenza di un Paese che ha in sé le risorse per uno scatto. Dall'altro lato ha citato "la cultura della responsabilità", da sviluppare coinvolgendo tutti: partiti, istituzioni, cittadini, imprese. Elementi che, in questo schema binario, Mattarella ha associato ai due fronti estremi della società: i giovani (sui quali investire per il futuro) e gli anziani (che sono una risorsa e non un peso), uniti nell'esortazione alle istituzioni in modo che rafforzino la democrazia tenendo viva "una speranza ragionevole".
Ed è curioso che abbia sillabato quest'ultima parola, quasi per stigmatizzare una politica fatta di annunci e narrazioni mirabolanti. Altri temi che hanno a che fare con il presente confuso e incerto che stiamo vivendo, il capo dello Stato li ha esplorati richiamandosi al senso civico e alla solidarietà, più presenti di quanto si crede ("la vera Italia è altruista") la questione dell'ambiente e quella di certe barbarie che passano attraverso i social. Qualcuno magari recriminerà che c'era poca politica, nel messaggio di Mattarella per chiudere il 2019.
Del resto ne aveva parlato a metà dicembre, nel rituale discorso alle Alte Cariche dello Stato. Mentre il suo saluto augurale di ieri sera era rivolto alle famiglie ed evidentemente non gli era parso il caso di avvilirle riproponendo, sia pur per censurarli, elementi di un dibattito pubblico di grande confusione e pochezza. Il suo, del resto, non era un discorso "sulle nuvole", perché l'Italia che ha raccontato per flash esiste davvero. Anche se non ha voce.
di Francesco Bilotta
Il Manifesto, 1 gennaio 2020
Un anno di governo Bolsonaro ha mostrato quanto fossero fondate le preoccupazioni che erano state espresse al momento del suo insediamento. Il carattere antipopolare delle misure varate, la violazione sistematica dei diritti umani, l'assalto alle risorse naturali, fanno dire che Bolsonaro sta mantenendo ampiamente le promesse fatte in campagna elettorale. Un anno nero per il Brasile e per il pianeta. Perché, se la prima misura varata dall'ex capitano aveva riguardato il taglio del salario minimo a milioni di lavoratori, l'ultimo atto si è compiuto a metà dicembre alla Conferenza sul clima di Madrid. Nella capitale spagnola il presidente brasiliano si è posto alla testa di quella "coalizione fossile" che non vuole fissare regole per una "cooperazione climatica" e l'Amazzonia è stata utilizzata come arma di ricatto nei confronti degli organismi internazionali e dei paesi che perseguono gli obiettivi fissati dagli accordi di Parigi.
Il ruolo che Bolsonaro gioca sul piano internazionale, pur con tutto il discredito che lo circonda, è favorito dalla stretta alleanza con Trump con cui condivide una visione ultraliberista condita di sovranismo in campo economico e una posizione negazionista in campo ambientale. Sul piano interno le politiche economiche, sociali e ambientali perseguite Bolsonaro stanno producendo effetti disastrosi su vasti strati della popolazione brasiliana. Le disuguaglianze sociali si sono approfondite come conseguenza della riduzione dei sussidi destinati ai più poveri.
Il programma Bolsa Familia, creato nel 2004 dal primo governo Lula e che sostiene i nuclei familiari in condizione di povertà, ha subito tagli che hanno portato a una riduzione del numero di famiglie (circa 600 mila) che ne possono usufruire. Il programma abitativo Minha Casa ha visto un dimezzamento dei contributi erogati, toccando il minimo storico. Altri programmi come il Fies, che favorisce l'accesso all'istruzione superiore della popolazione a basso reddito, e l'Abono salarial, una specie di 14° salario per lavoratori dipendenti a basso reddito, hanno subito drastici tagli.
La riforma previdenziale varata dal governo Bolsonaro, che innalza i requisiti pensionistici e aumenta i contributi a carico dei lavoratori, va ad aggiungersi alla riforma del lavoro varata dal governo Temer. Le due riforme operano in modo congiunto nel determinare gravi fenomeni di precarizzazione in ambito lavorativo e insicurezza sul piano previdenziale, in un paese in cui il 60% dei lavoratori svolge un lavoro informale, con attività lavorative senza diritti e tutele. Secondo uno studio della Fondazione Getulio Vargas, nel 2019 si è registrata tra i brasiliani la più alta disuguaglianza di reddito degli ultimi 10 anni. L'indice Gini, indicatore usato per misurare le disuguaglianze, ha toccato quest'anno il valore di 0,627, uno dei più alti al mondo. L'indice, che era progressivamente diminuito a partire dal 2005, ha ricominciato a risalire dopo il 2015, toccando quest'anno un livello particolarmente elevato. Le politiche antipopolari di Bolsonaro hanno avuto effetto immediato, ampliando il divario tra la parte più ricca del paese e il resto della popolazione.
Sono i gruppi industriali, finanziari e agrari a raccogliere i frutti delle politiche liberiste e dei tagli a istruzione, previdenza, sanità e festeggiano facendo impennare gli indici della borsa brasiliana. Intanto tutti i progetti legati alla riforma agraria sono interrotti e i 23 milioni di lavoratori rurali, piccoli agricoltori e senza terra devono fare i conti con fazendeiros sempre più aggressivi, autorizzati dalle nuove norme volute da Bolsonaro a usare le armi per difendere i latifondi dalle "invasioni". Così come è paralizzata l'attività di demarcazione delle terre indigene. Se il governo Temer nel 2018 aveva effettuato una sola demarcazione, Bolsonaro è fermo a zero demarcazioni, non avendo avallato alcune delle 500 richieste attualmente in corso. Per questo, invasioni, attacchi alle comunità indigene, incendi, sono all'ordine del giorno.
I dati del 2019 indicano un sensibile aumento di tutte le attività illegali nei confronti dei territori e delle popolazioni. La Commissione pastorale della Terra indica che il numero di indigeni assassinati nel 2019 è il più alto degli ultimi 11 anni. Sonia Guajajara, coordinatrice dell'Apib (Articolazione dei popoli indigeni del Brasile), dopo gli assassini di queste settimane dei rappresentanti indigeni nello Stato del Maranhao, così descrive la situazione: "Siamo in un campo di battaglia e sono forze politiche conservatrici, autoritarie e razziste a disseminare l'odio, con un governo fascista che sta superando ogni limite". A fine novembre un gruppo di giuristi brasiliani ha presentato al Tribunale penale internazionale dell'Aia una denuncia contro Bolsonaro per istigazione al genocidio degli indigeni brasiliani.
La denuncia è accompagnata da una vasta documentazione sullo smantellamento degli organismi di controllo, l'omesso intervento di fronte ai crimini ambientali, l'attacco ai difensori dei diritti sociali e ambientali. Intanto, in nome della lotta alla criminalità, la polizia opera in forma sempre più estesa e violenta nei quartieri poveri e degradati dei centri urbani. Sono state 1.250 le persone uccise durante operazioni di polizia dall'inizio di quest'anno e sono i giovani neri a pagare il prezzo più alto. Il governo Bolsonaro teme che le forti tensioni sociali che si sono manifestate in Cile, Bolivia e Colombia possano propagarsi anche al Brasile a causa delle misure antipopolari che sono state varate.
Di fronte a una prospettiva di questo tipo e dopo l'appello di Lula a scendere in piazza contro il governo, Eduardo Bolsonaro e il ministro dell'economia Paulo Guedes hanno richiamato la possibilità di ricorrere a misure emergenziali in caso di rivolte sociali, con la sospensione delle garanzie costituzionali, come avvenne durante la dittatura con l'Atto Istituzionale 5. Nel Brasile di Bolsonaro tutti gli scenari sono possibili.
di Davide Piccardo
laluce.news, 1 gennaio 2020
"Se il prezzo per salvaguardare la legittimità democratica è il mio sangue, allora sono pronto a offrire il mio sangue per la salvezza e la giustizia di questa patria". Queste le parole di Mohamed Morsi nell'ultimo discorso prima di essere arrestato dai militari golpisti del generale Al Sisi nel 2013.
Mohamed Morsi ha mantenuto fede alla promessa fino alla fine, fino a quando dopo una lunga detenzione in isolamento in cui gli erano negate anche le cure più basilari, il 18 giugno di quest'anno si è accasciato a terra in un'aula di un tribunale dove affrontava l'ennesimo processo farsa, le accuse infamanti fabbricate senza pudore da un regime con le mani sporche di sangue.
Morsi si era trovato alla presidenza dell'Egitto quasi per caso, quando due dei principali candidati alla carica per il partito Libertà e Giustizia erano stati esclusi con dei pretesti dal potere militare, aveva accettato una sfida quasi impossibile: governare democraticamente un paese che non aveva mai conosciuto la democrazia, farlo con la spada di Damocle dell'establishment militare ancora intatto.
Mohamed Morsi faceva parte però di un movimento che in decenni di pedagogia spirituale, culturale e politica ha forgiato l'ossatura indispensabile a sorreggere il cambiamento, una parte importante di popolazione alfabetizzata politicamente nell'idea di un cambiamento sociale dal basso e non violento, nell'idea di un paese libero e sovrano, idea che fu del fondatore Hassan al Banna e della sua opposizione alla dominazione inglese. Anche Hasan Al Banna fu assassinato, morì come Morsi mentre gli venivano negate le cure.
Il suo anno di governo fu caratterizzato dalla fatica di gestire un paese impoverito, con un sistema istituzionale a pezzi e un'economia in fortissima crisi, tutto ciò con l'ostilità del deep state che operava un sabotaggio costante dell'azione governativa. Morsi e il partito della Fratellanza finirono in una trappola ben congegnata quando cercarono di liberarsi dal giogo dei militari attraverso un'irrituale e molto contestata dichiarazione costituzionale che avvenne dopo lo scioglimento del Parlamento legittimo da parte dei militari.
Una grande coalizione di forze reazionarie composta dai militari, potentati dell'ancien regime e i loro sgherri mediatici i salafiti a libro paga di Riyad, la Chiesa copta e il nascente asse Israele- Emirati- Arabia Saudita spinsero al massimo sulla delegittimazione del presidente, i media e gli opinion makers occidentali fecero eco con rare eccezioni.
Le cancellerie europee e gli intellettuali e i giornalisti occidentali fecero moltissima fatica a pronunciare la parola "golpe", ci vollero la repressione feroce che trasformò l'Egitto in una grande prigione, il ritorno a un regime militare più liberticida dei precedenti, che non ha risparmiato gli oppositori laici, e il disastro economico conclamato per far aprire gli occhi sulla realtà del nuovo Egitto.
Tutto questo non è bastato però a delegittimare Al Sisi come interlocutore politico privilegiato e il silenzio della politica italiana sull'omicidio di Mohamed Morsi fa il paio con la debolezza dell'Italia nel chiedere verità e giustizia per Giulio Regeni. Nemmeno oggi che l'Egitto di Al Sisi minaccia i nostri interessi in Libia armando la marcia di Haftar verso Tripoli, il nostro Governo ha un sussulto di orgoglio nazionale.
Mohamed Morsi, martire, è l'uomo emblematico di un anno che ha visto l'ulteriore degenerazione della situazione in tutto il Medio Oriente, del divampare di venti di guerra e della contestuale elezione della violenza come principale, se non unico, metodo di conseguimento e conservazione del potere. Da presidente non fece arrestare nessun oppositore, non fece sparare sulla folla, non represse le manifestazioni, avrebbe potuto chiamare i suoi sostenitori alla resistenza armata, non lo fece. Questo è forse il lascito più importante della sua presidenza in un contesto regionale, e internazionale, in cui il potere nasce dalla canna del fucile, si alimenta del sangue degli oppositori e si legittima nella violenza. Mohamed Morsi avrebbe potuto durante la sua dura prigionia cedere ai tentativi di corruzione e alle minacce dei servizi segreti di Al Sisi e legittimare in potere usurpatore, non lo fece. Mantenne due promesse: non versare il sangue di nessuno, non tradire mai per questo Morsi è l'emblema di una via diversa, di un fuoco che, sotto la cenere, continua a bruciare.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 31 dicembre 2019
Rita Bernardini, presidente di Nessuno Tocchi Caino ed esponente del Partito Radicale, stamattina sarà in visita al carcere romano di Regina Coeli insieme all'onorevole Roberto Giachetti ed altri compagni radicali mentre domani andrà in quello di Rebibbia. Un rituale che si ripete ormai da anni.
di Andrea Oleandri*
antigone.it, 31 dicembre 2019
È un panorama non confortante quello che riguarda le carceri italiane alla fine del 2019, dove il numero dei detenuti è in costante crescita. Al 30 novembre 2019 erano infatti 61.174, circa 1.500 in più della fine del 2018 e 3.500 in più del 2017. Un aumento su cui non pesano gli stranieri che, sia in termini assoluti che percentuali, sono diminuiti rispetto allo scorso anno. Se al 31 dicembre 2018 erano infatti 20.255, pari al 33,9% del totale dei detenuti, al 30 novembre 2019 erano 20.091, pari al 32,8% del totale dei ristretti.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 31 dicembre 2019
La fine dell'anno è tempo di bilanci. Ne tentiamo uno per la materia che ci compete, quella che riguarda il sistema penitenziario italiano. Va detto innanzitutto che chi ha a cuore la sicurezza del Paese dovrebbe avere a cuore anche un modello di vita carceraria rispettoso dei diritti fondamentali. La pena del carcere contribuisce alla sicurezza collettiva nei limiti in cui è utilizzata per avviare, nel momento della detenzione, percorsi personalizzati di reintegrazione sociale.
di Stefano Anastasia*
Il Riformista, 31 dicembre 2019
Il Governo non solo non ha fatto niente, ma è artefice della situazione. Conte 1 si è preso la responsabilità di non portare a compimento la riforma dell'ordinamento penitenziario voluta da Orlando e ha chiuso la porta alle misure alternative.
di Manuela Battista
gruppoabele.org, 31 dicembre 2019
Cresce ancora il numero delle persone detenute nelle carceri italiane. I dati di fine anno del Ministero della Giustizia fanno registrare dietro le sbarre quasi 11 mila persone in più rispetto alla capienza regolamentare (50.476 posti) nei 190 istituti penitenziari presenti sul territorio italiano. Vivono recluse (dati al 30 novembre 2019) 61.174 persone, per un terzo stranieri, 2.713 donne, 56 bambini detenuti con le proprie madri.
di Salvatore Merlo
Il Foglio, 31 dicembre 2019
"Il legislatore dovrebbe smetterla di trasformare ogni bagatella in reato penale". Entra in vigore domani, mercoledì 1 gennaio, la legge Bonafede che annulla la prescrizione dopo la sentenza di primo grado. "Una norma che è l'effetto dello strabismo legislativo del nostro paese", dice Gherardo Colombo, settantatré anni, il giudice istruttore del processo alla P2, delle indagini su Michele Sindona e sull'omicidio Ambrosoli, il pubblico ministero di Mani pulite e del lodo Mondadori. Cerca una definizione, un aggettivo, il dottor Colombo, per individuare un clima forse persino morale: fondamentalismo, intransigenza, fideismo, massimalismo... "quel non volere, o non sapere, modellare le risposte in relazione alle situazioni di fatto", dice. "Il legislatore dovrebbe individuare il risultato che vuole ottenere, per poi trovare lo strumento adatto a raggiungerlo, tenendo conto della situazione dalla quale si parte".
E invece che succede? "E invece tante volte sembra che si voglia piantare un chiodo con un bulldozer o con un martelletto di gommapiuma", insomma sempre con lo strumento sbagliato. "Stiamo parlando dell'abolizione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Vorrei che una cosa fosse chiara: se la misura rispondesse esclusivamente a un desiderio di retribuire sempre e comunque una trasgressione con la pena, il discorso sarebbe logico.
Io non lo condivido, ma sarebbe logico: 'Hai peccato - la retribuzione sta in quegli ambiti - per te non c'è oblio, non c'è possibilità di recupero, non c'è futuro se non dopo (meglio, nemmeno dopo) che paghi il tuo peccato'. Ecco. Questo avrebbe un senso, anche se io non lo condivido perché ritengo sia ingiusto non considerare l'influenza del passaggio del tempo sulle esigenze di punizione.
Di sicuro però non si può motivare l'abolizione della prescrizione con la volontà di rendere più rapido (rectius, meno lento) il processo penale. Teniamo separati gli argomenti, da una parte la prescrizione, dall'altra la ragionevole durata del processo. Iniziamo da quest'ultimo tema. Vogliamo, giustamente e secondo Costituzione, un processo rapido? Lo vogliamo efficiente? Pensiamo a strumenti che lo rendano effettivamente rapido ed efficiente. Depenalizziamo.
E insomma, dice Gherardo Colombo, la legge Bonafede è il prodotto di una politica strabica, quasi a riprova del fatto che l'eccesso è segno del contrario di ciò in cui si eccede. La prescrizione non c'entra niente con la ragionevole durata dei processi, anzi. E il legislatore (leggi il ministro Bonafede), se davvero volesse rendere più efficiente la giustizia dovrebbe fare altro: depenalizzare. "Liberiamo i tribunali penali, diventati il luogo dove precipitano tutti i conflitti e le tensioni anche insignificanti di questo paese", spiega infatti l'ex magistrato. "Se vogliamo che il processo penale sia rapido, occorre che ci siano poche cose da processare. Quelle importanti. Il diritto penale va riportato a quello che dovrebbe essere: l'extrema ratio".
E non lo è più l'extrema ratio? "Quando feci il concorso per entrare in magistratura, inizio anni '70, il diritto penale era condensato quasi tutto nel Codice penale: poco più di 700 articoli. E interveniva soltanto di fronte a trasgressioni rilevanti (secondo la cultura dell'epoca), che mettevano seriamente in dubbio il rapporto di fiducia che tiene insieme la comunità.
Il resto si regolava in altra via. Il punto è questo: non tutto può essere reato. Mentre oggi in Italia la tendenza è quella di far diventare reato qualsiasi violazione. E così a quelle vecchie, tra le quali pure ne esistono di insignificanti (se uno cancella la vidimazione di un biglietto dell'autobus, perché non è multato per via amministrativa ma finisce con una denuncia penale per falso che intasa la macchina della giustizia?
Si mette in piedi un apparato complicatissimo, per una questione che a Milano oggi vale due euro...) se ne aggiungono sempre più di nuove, con l'ovvio risultato di intasare la macchina della giustizia. Oltre a depenalizzare - e quindi a trovare soluzioni in ambito civile o amministrativo - si ricorra a strumenti che evitino il protrarsi delle indagini o la celebrazione del dibattimento.
Si incentivi la messa alla prova, il patteggiamento, il giudizio abbreviato. Si pensi a introdurre pratiche di giustizia riparativa, che esistono da anni in molti altri paesi. Misure che non vengono prese, a mio parere, sempre per quella idea di fondo che vede la pena come retribuzione. E poi si dia all'amministrazione della giustizia ciò che serve per funzionare. Se manca il personale amministrativo si può pensare di rendere rapido il processo attraverso l'abolizione della prescrizione? Altrettanto se a mancare sono i giudici e i pubblici ministeri?".
Per esempio ci sono 251 magistrati, vincitori di concorso, che dal 24 luglio 2019 attendono di poter iniziare, come da legge, il tirocinio di un anno e mezzo. Il ministero della Giustizia non firma il decreto di nomina. Inceppato chissà come e perché. "Si pensi a come riempire gli organici o a renderli adeguati al flusso di denunce, piuttosto", dice Gherardo Colombo. "Si diano agli uffici giudiziari strumenti adeguati (come in effetti si fa per quanto riguarda il personale). Soprattutto, ci si impegni a fare una vera e seria prevenzione, sia a livello normativo che a livello educativo. La durata delle indagini e dei processi, a mio parere, si risolve così. E veniamo alla prescrizione".
Ecco, appunto: la prescrizione. Qualcuno inventandosi un Cesare Beccaria immaginario, gli ha fatto dire questo: "La prescrizione piace alle anime belle e ai grandi criminali". È così? Piace ad anime belle e a grandi criminali? "Credo ci sia un motivo se prima il legislatore del 1889 e poi quello del 1930 nello scrivere il Codice penale abbiano pensato di limitare la potestà dello stato di verificare se una persona abbia commesso un reato, agganciando il termine entro il quale poter esercitare questa potestà alla gravità del reato. Il motivo risiede nell'idea che il passare del tempo abbia una notevole interferenza sulle esigenze punitive.
La nostra cultura tradizionale è piena di motti su come il tempo lenisca le ferite. Più il tempo passa, più l'offesa recata all'ordinamento e alla vittima sfuma, da attualità si trasforma in storia. Se si individuasse oggi chi le ha rubato la bicicletta tredici anni fa avrebbe senso sottoporlo a processo e infliggergli una pena?". Direi proprio di no. "E a una persona che aveva diciotto anni e nel frattempo, poniamo, ha studiato, ha trovato un lavoro, ha - come si dice - messo la testa a posto?". Col tempo anche le persone cambiano.
"E infatti non ritengo sia giusto che una persona possa essere sottoposta al processo a vita, ancor di più quando proprio dall'essere sotto processo dipende una serie corposa di conseguenze negative. In questo modo si penalizza il percorso di recupero complessivo dei rapporti di fiducia all'interno della comunità, e si corre il rischio di evocare conflitti che si erano in qualche modo superati. Sono queste, secondo me, le ragioni che giustificano la prescrizione".
"Ci sarebbe poi da domandarsi un'altra cosa: che rilievo ha oggi la prescrizione in Italia? E la risposta è che riguarda, salvo casi eccezionali che pure si verificano, soltanto reati di lieve entità. Spesso quelli per i quali non si dovrebbe nemmeno tenere un processo. Peraltro, per certi aspetti paradossalmente la prescrizione può giovare alla rapidità: il suo verificarsi può essere base per l'instaurarsi di un procedimento disciplinare nei confronti del magistrato che l'ha causata; togliamo la prescrizione, togliamo lo stimolo a evitare il disciplinare, la giustizia diventa ancora più lenta".
E insomma, verrebbe da dire, non solo la norma Bonafede è dannosa perché allunga i processi. Ma è persino inutile. "Proviamo a vedere quali sono i reati che facilmente si prescrivono nel nostro paese", riprende Gherardo Colombo.
"Come si sa, i reati punibili con l'ergastolo non si prescrivono mai (per loro la questione non si pone). Per gli altri, il termine di prescrizione è commisurato al massimo della pena previsto per quel reato. Per esempio un omicidio senza aggravanti, per il quale il massimo della pena è di 24 anni, la prescrizione è di 24 anni dalla data della sua commissione, più un quarto in caso di interruzione: nel complesso trenta anni.
Se il sistema giudiziario non riesce a individuare il possibile responsabile di un omicidio e ad applicare la pena entro trent'anni dal fatto, bisognerà renderlo più efficiente. Termini pure molto consistenti valgono, per fare qualche esempio, per il sequestro di persona a scopo di estorsione (qui addirittura 37 anni e mezzo), per la rapina aggravata (25 anni), la violenza sessuale (15 anni), il furto pluriaggravato (12 anni e sei mesi). Insomma, per i reati che destano clamore sociale le pene sono elevate e il termine di prescrizione è lungo al punto che è raro che gli stessi si prescrivano".
E insomma allora chi può sperare davvero nella prescrizione? "Direi nemmeno più gli autori di reati di corruzione, perché le pene massime, a seconda dei tipi di corruzione, variano dagli 8 ai 20 anni. La prescrizione interveniva spesso per gli omicidi colposi, ma anche lì, per le situazioni più allarmanti, le pene sono state aumentate. Quindi, guardi, alla fine la prescrizione riguarda soprattutto i reati non particolarmente gravi i quali, essendo prevista una pena massima non superiore a sei anni, si prescrivono appunto in sei anni, sette anni e mezzo in caso di interruzione, riguarda tante di quelle cose per cui in carcere ci sono persone che dovrebbero stare fuori, affidate ai servizi sociali o a scontare altre pene alternative. Però vorrei ripetere: teniamo distinti i temi della prescrizione e della ragionevole durata dei processi, perché sono solo in parte sovrapponibili. Il legislatore moderi l'impulso di inserire nuovi reati ogni volta in cui ritiene di dover fare una nuova legge. Piuttosto, si guardi alle spalle e sfoltisca, non di poco, le fattispecie penali esistenti. Altro che prescrizione". Altro che Bonafede.
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