di Alessandra Briganti
Il Manifesto, 23 novembre 2019
Grecia. Lesbo, Chios e Samos. Verranno sostituiti da strutture fisse per il rimpatrio. Erano diventati l'emblema dell'incapacità dell'Europa di gestire la crisi dei migranti. Ora i campi profughi della vergogna di Lesbo, Chios e Samos verranno chiusi. Ad annunciarlo il governo greco di centrodestra guidato dal premier Kyriakos Mitsokatis.
I migranti accampati sulle isole verranno trasferiti in centri per l'identificazione, il ricollocamento e il rimpatrio che potranno accogliere fino a un massimo di 5mila persone. Ammesso che il termine accogliere sia il più adeguato. Ai richiedenti asilo, infatti, sarà vietato muoversi liberamente dentro e fuori dai centri e dovranno restare chiusi per il tempo necessario all'esame della richiesta d'asilo al termine del quale potranno essere trasferiti dai centri o rispediti indietro in Turchia.
La decisione rappresenta la fine di un incubo, quello che vede ammassati in condizioni disumane circa 27mila migranti nelle tre isole dell'Egeo. Nel solo hotspot di Moria sull'isola di Lesbo se ne contano più di 15mila in una struttura progettata per 3mila persone.
"Una situazione esplosiva al limite della catastrofe" l'aveva definita Dunja Mijatovic, commissaria dei diritti umani del Consiglio d'Europa quando tre settimane fa aveva visitato le isole di Lesbo e Samos, chiedendo "misure urgenti per migliorare le disperate condizioni in cui vivono migliaia di esseri umani".
Decongestionare le isole era del resto uno degli obiettivi del governo. Mitsotakis aveva promesso di trasferire 20mila migranti dalle isole alla terraferma entro l'inizio del prossimo anno. Una strategia che finora ha incontrato l'opposizione della popolazione locale e che ha suscitato le perplessità di organizzazioni internazionali come l'Oim, secondo cui i centri sulla terraferma sarebbero già al pieno delle loro capacità.
La fine di un incubo inoltre sembra il preludio di un altro. A fronte della chiusura dei campi profughi sulle isole saranno creati dei "centri chiusi pre-partenza", come li ha chiamati il portavoce del governo Stelios Petsas, che renderanno più facile il controllo dei movimenti dei migranti. Un messaggio chiaro, come ha precisato lo stesso portavoce, diretto a quanti "non hanno diritto d'asilo ma che comunque stanno pensando o pianificando di entrare nel Paese clandestinamente".
Saranno soldi buttati quelli dati ai trafficanti, è l'avvertimento di Atene che cerca così di scoraggiare le partenze, in aumento dallo scorso luglio. Solo nell'ultima settimana si sono registrati 1450 arrivi in Grecia, uno dei picchi più alti dalla crisi del 2015 quando dal Paese transitarono oltre un milione di profughi diretti in Europa.
Il governo greco ha poi annunciato una stretta sulle ong. Verranno fissati dei nuovi requisiti e sulla base di questi sarà permesso alle sole ong che li soddisfano di proseguire le loro attività in Grecia. In quest'ottica all'inizio del mese il Parlamento ha approvato una controversa riforma del sistema d'asilo che rende più difficile l'ottenimento della protezione internazionale e ha promesso un rafforzamento dei controlli delle frontiere marittime, specie nel sud dell'Egeo.
"Non può andare avanti così" ha tuonato il premier greco Mitsokatis in un'intervista al giornale tedesco Handelsblatt. Il capo dell'esecutivo ellenico si è scagliato contro l'Europa che "considera gli Stati membri che controllano le frontiere esterne dei luoghi dove parcheggiare i migranti".
Oltre questo rimpallo di accuse, c'è poi la realtà. Una realtà ai limiti dell'umana sopportazione, fatta di sofferenze e di morte, come quella di un bambino di appena nove mesi deceduto qualche giorno fa per una grave disidratazione nell'hotspot di Moria. Una realtà che l'Europa si ostina a non vedere.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 23 novembre 2019
Le motivazioni della Consulta sul caso Cappato-dj Fabo. "Urgente una legge". La sentenza della Corte costituzionale sul "fine vita" non è un via libera al suicidio assistito, come qualcuno paventava, e le 19 pagine di motivazione che accompagnano la decisione presa il 25 settembre scorso sul "caso Cappato- dj Fabo" lo sottolineano in maniera esplicita.
"Questa Corte ha escluso che l'incriminazione dell'aiuto al suicidio, ancorché non rafforzativo del proposito della vittima, possa ritenersi di per sé in contrasto con la Costituzione", scrivono i giudici della Consulta. E ne spiegano il motivo: la necessità di tutelare le persone, soprattutto le "più deboli e vulnerabili, che l'ordinamento intende proteggere da una scelta estrema e irreparabile" come quella di togliersi la vita; anche per scongiurare "interferenze di ogni genere" in momenti di "difficoltà e sofferenze".
L'articolo del codice penale che punisce chi istiga o aiuta al suicidio resta dunque in vigore, ma la Corte ha sancito la non punibilità di fronte a situazioni limitate e particolari che corrispondevano al caso specifico del dj Fabiano Antoniani il quale, rimasto cieco e tetraplegico, nel 2017 chiese aiuto all'esponente radicale Marco Cappato per andare a morire in Svizzera. In quella vicenda ricorrevano le condizioni che la Consulta ha posto come necessarie perché l'assistenza al suicidio non sia considerata reato: la persona che chiede coscientemente di essere aiutata a morire dev'essere "affetta da patologia irreversibile e fonte di sofferenze fisiche e psicologiche" per lui "assolutamente intollerabili", "tenuta in vita da mezzi di sostentamento vitale" e tuttavia "capace di prendere decisioni libere e consapevoli".
Dentro questi confini la Consulta ritiene che "il divieto assoluto di aiuto al suicidio finisce per limitare ingiustificatamente, nonché irragionevolmente, la libertà di autodeterminazione del malato nella scelta delle terapie, comprese quelle finalizzate a liberarlo dalle sofferenze, imponendogli in ultima analisi un'unica modalità per congedarsi dalla vita". La via tracciata dai giudici costituzionali è la stessa imboccata dal Parlamento con la legge che lascia liberi i malati di chiedere l'interruzione dei trattamenti di sostegno vitale e la sedizione profonda continuata, tuttavia nella sentenza la Corte non manca di "ribadire con vigore l'auspicio che la materia formi oggetto di sollecita e compiuta disciplina da parte del legislatore".
Del resto nel 2018 l'udienza al palazzo della Consulta venne sospesa per dare tempo alle Camere almeno di cominciare a discutere una normativa che regolasse il suicidio assistito, tenendo conto di alcuni principi già indicati in un'ordinanza della Corte, ma non accadde nulla. Trascorso un anno, i giudici sono dovuti intervenire "per rimuovere il vulnus costituzionale" che si annidava nella punibilità assoluta e senza deroghe.
Ulteriori cautele sono la prescrizione di rivolgersi, per le "modalità di esecuzione", al Servizio sanitario nazionale e il parere necessario del Comitato etico locale. E l'obiezione di coscienza viene garantita dalla precisazione che dalla non punibilità dell'aiuto al suicidio (nei casi delimitati) non derivano obblighi: "Resta affidato alla coscienza del singolo medico scegliere se prestarsi o no a esaudire la richiesta del malato".
La Repubblica, 23 novembre 2019
Solo da gennaio a settembre 1.792 gravi violazioni contro i bambini. Uccisioni, ferimenti, reclutamenti e rapimenti di ragazzini, e poi attacchi a scuole e ospedali. I report di Unicef e Save The Children.
"In Siria, solo quest'anno tra gennaio e settembre, le Nazioni Unite hanno verificato un numero assai preciso di gravi violazioni contro i bambini: ben 1.792. Sono omicidi, ferimenti, reclutamenti e rapimenti di ragazzini, e poi attacchi contro scuole e strutture sanitarie. L'omicidio e la mutilazione sono i principali oltraggi contro i minori nel Paese mediorientale, la cui popolazione sta soccombendo sotto il peso di una guerra cominciata 8 anni e 8 mesi fa, nel marzo 2011. I dati mostrano che i bambini in Siria continuano ad essere esposti agli stessi livelli di rischio del 2018. Lo scorso anno, 1.106 bambini erano stati uccisi nei combattimenti - il numero più alto in un solo anno, da quando la guerra ha avuto inizio. Questi sono solo i casi verificati dalle Nazioni Unite: i numeri reali potrebbero essere molto più alti.
Siria Nordorientale. Nel Nord Est della Siria, circa 74.000 persone - compresi 31.000 bambini - restano sfollati. Oltre 15.000 persone sono scappate nel vicino Iraq. Almeno 10 bambini sono stati uccisi e 22 feriti a causa dei combattimenti. Ieri, altri 3 bambini sono stati feriti a causa di una bomba esplosa contro una scuola a Tal Abiad sud. Nella scuola vivevano 12 famiglie sfollate interne. Le ostilità hanno causato danni e chiusura di servizi essenziali di base che comprendono scuole, strutture sanitarie e idriche.
La recente ondata di sfollamenti si aggiunge alle oltre 91.000 persone che risiedono nei campi per sfollati, oltre il 90% degli sfollati interni sono donne e bambini.
Un bambino su 5 ha ritardi nella crescita. Nel nordest della Siria vivono alcuni dei bambini più vulnerabili nel paese. Nei governatorati di Der-ez-Zor e Al-Hasakeh 1 bambino su 5 ha ritardi nella crescita, la media nazionale è di 1 su 8; 1,6 milioni di persone nel Nordest del Paese ha urgente bisogno di assistenza idrica e igienico-sanitaria e più della metà dei bambini non frequentano le scuole. Circa 28.000 bambini stranieri di 60 paesi - di cui circa 20.000 dall'Iraq, sono intrappolati nel nord est della Siria, la maggior parte in campi per sfollati.
Almeno 250 ragazzi, anche di 9 anni, sono detenuti, anche se il numero reale potrebbe essere molto più alto. Questi bambini e decine di migliaia di bambini siriani stanno lottando per sopravvivere nonostante le terribili condizioni nei campi e nei centri di detenzione nell'area. Tutti sono estremamente vulnerabili e hanno bisogno di protezione da ulteriori pericoli e supporto psicosociale.
Siria Nordoccidentale. A Idlib e, più in generale nella Siria Nordoccidentale, gli scontri armati e le violenze hanno coinvolto in pieno la popolazione civile; 19 bambini sarebbero stati uccisi negli ultimi 17 giorni - e questo dato non include i bombardamenti avvenuti proprio ieri vicino al campo per sfollati interni sul confine turco, che hanno causato danni ad una vicina clinica ostetrica. Secondo l'indagine delle Nazioni Unite - che, ripetiamo, riporta dati per difetto - all'inizio di novembre, alcuni attacchi hanno danneggiato 4 diverse strutture sanitarie, compreso un ospedale per donne e bambini, oltre a un ospedale chirurgico, nella zona rurale meridionale di Idlib. Entrambi adesso sono fuori servizio. L'accesso alle strutture sanitarie per 185.0000 persone - di cui almeno 37.000 bambini - ha avuto gravi ripercussioni a causa degli attacchi. Questi ospedali erano gli ultimi centri sanitari per il parto in servizio utili per il sotto distretto di Ariha e Kafr Nabel.
L'insediamento informale di Rukban. Al 18 novembre, circa 12.000 persone erano rimaste in insediamenti informali a Rukban, sul confine con la Giordania: la metà di questi sono bambini. La situazione umanitaria è disperata: cibo, servizi sanitari e acqua pulita sono estremamente scarsi. L'accesso da parte di chi con difficoltà sta organizzando forme di aiuto è molto ristretto. Da novembre 2018, l'assistenza umanitaria a Rukban è stata fornita attraverso 3 convogli interagenzie. I convogli più recenti hanno distribuito cibo e aiuti nutrizionali sufficienti per almeno 3.000 famiglie per un mese. Con l'arrivo dell'inverno è fondamentale che le parti in conflitto facilitino l'accesso a organizzazioni che intendono portare soccorso, per raggiungere i bambini che hanno bisogno di aiuto, ovunque essi siano nel Paese, a prescindere da chi controlli l'area in cui vivono.
Il lavoro di Unicef in Siria, fino ad oggi. Ha raggiunto oltre 2 milioni di persone con aiuti idrici e 1 milione di persone con interventi di emergenza per l'acqua e i servizi igienico sanitari (che comprendono kit igienici per le famiglie, sapone e pastiglie per potabilizzare l'acqua). Oltre 1,2 milioni di bambini e membri di comunità sono stati formati sui rischi delle mine antiuomo e 11.751 bambini hanno ricevuto assistenza specializzata. Più di 7.400 bambini con disabilità hanno usufruito di servizi di gestione dei casi e assistenza in denaro. Per l'inverno 2019 - 2020 l'Unicef fornirà kit di abiti invernali a 356.000 bambini. Sono stati anche raggiunti 1,3 milioni di bambini con istruzione formale e 221.000 bambini con istruzione informale.
Il report di Save The Children dal campo profughi di Qah. Almeno 8 bambini sono stati uccisi e decine di altri sono rimasti feriti nell'attacco al campo profughi di Qah, nel Nord-Ovest della Siria, che ospita 800 famiglie siriane sfollate più volte per fuggire alle violenze. In tutto sono rimaste uccise 12 persone, nel luogo dove avrebbero dovuto sentirsi al sicuro. È l'ennesimo attacco sulla popolazione civile nel Nord-Ovest del Paese. Solo in novembre 22 bambini uccisi negli attacchi. "Abbiamo sentito delle fortissime esplosioni - ha raccontato Hanan, 27 anni, maestra della scuola, che vive nel campo con i suoi 3 bambini - sono rimasta al buio con i miei figli, coperti dalla polvere, mentre cercavo di proteggerli con il mio corpo". Poi ha aggiunto: "Ho visto le cose che bruciavano intorno e mi sono accorta che il telone che ci faceva da soffitto non c'era più. Sono corsa fuori con i miei bambini a cercare un rifugio e ho visto che stavano cercando di tirare fuori i nostri vicini dalle macerie, in mezzo a pezzi di corpi umani sparsi intorno".
Da quel campo sono dovuti scappare altre volte. "I bambini e le famiglie nel campo di Qah - racconta Sonia Kush, responsabile per la Siria di Save the Children - hanno dovuto già fuggire da violenze, più volte, e avevano trovato rifugio in un posto che doveva essere sicuro. La paura e lo shock che hanno subito in questo attacco è inimmaginabile. È fondamentale che la popolazione civile, e in particolare i bambini, vengano protetti come spettatori innocenti di una guerra che hanno solo subito".
di Gina Musso
Il Manifesto, 23 novembre 2019
"Nessuna soluzione politica è possibile". Si combatte per Tripoli e per i pozzi di petrolio. Le forze del generale di Bengasi annunciano anche l'abbattimento di un secondo drone italiano nei cieli libici.
In Libia tornano a parlare solo le armi, mentre l'abbattimento in pochi giorni non di uno, ma di due droni MQ1-Predator italiani nei cieli libici da parte della contraerea del generale Khalifa Haftar non sembra scalfire più di tanto l'afasia del governo Conte.
Che la guerra sia l'unica opzione, con buona pace dei confusi sforzi diplomatici delle potenze occidentali che proseguono anche in queste ore, lo dice chiaramente il portavoce di Haftar e dell'autoproclamato Esercito nazionale libico, Ahmed Al Mismari: "Non esiste alcuna possibilità di successo per una soluzione politica o economica della crisi in Libia se prima non vengono eliminate le milizie armate e i gruppi terroristici al servizio del capo del Consiglio presidenziale". Insomma, nessun dialogo con il Governo di accordo nazionale (Gna) di Fayez al Sarraj, quello riconosciuto dall'Onu.
Il conflitto che dal rovesciamento di Gheddafi insanguina il paese sembra così entrare in una nuova fase acuta. Se Misurata e il suo aeroporto - con annessa la base che ospita i 300 soldati italiani - resta sotto il tiro di Haftar, da giorni sono ripresi intensi i combattimenti anche a sud di Tripoli, dove il generale di Bengasi sta facendo convergere rinforzi in vista dell'ennesima presunta "battaglia finale".
Per contro - lo riferisce una fonte anonima a Agenzia Nova, un convoglio di unità fedeli al Gna starebbe avanzando verso la zona dei giacimenti petroliferi di Sharara - che nella mappa del conflitto libico ha i colori dell'Lna - sotto la guida del generale Ali Kanna, comandante dell'area militare di Sebha. Nella città di Ubari, non lontano dagli impianti, troveranno schierate le brigate che prendono il nome da questa città del sud-ovest libico, le quali ieri hanno ribadito il loro sostegno a Haftar "per liberare l'intera patria e ripristinare la dignità del cittadino".
Il petrolio resta elemento centrale della guerra, come dimostra indirettamente il duro scontro verbale avvenuto nei giorni scorsi a margine del Consiglio economico libico-britannico che si è tenuto a Tunisi, tra il presidente della compagnia petrolifera libica National Oil Corporation (Noc) Mustafa Sanallah e il governatore della Banca centrale della Libia, con sede a Tripoli, Sadik al Kabir. Al centro dell'alterco c'era proprio la ripartizione dei proventi del petrolio tra le forze in campo.
La nuova impennata delle violenze e dei bombardamenti incentiva ovviamente le nuove partenze dei migranti dalla costa. L'ultima strage in mare ne è un effetto diretto. Su questo e sul resto si attende che il governo di Roma batta un colpo. Dopo l'abbattimento del primo velivolo senza pilota lo Stato maggiore della Difesa aveva fatto sapere che si trattava di un aereo impegnato nell'operazione "Mare sicuro" sfuggito al controllo radio. Doveva essere finito parecchio fuori rotta, perché Tarhouna, dove è stato intercettato, si trova nell'entroterra di Tripoli, sulle montagne, a 40 km dalla costa.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 22 novembre 2019
Le leggi sono leggi. E prevedono il carcere, che è un'infamia. I magistrati non possono far altro che applicarle. Giusto. Però potrebbero anche esprimere un'opinione o indignazione. Non vi pare? Non è colpa dei magistrati se le leggi sono ingiuste, e non è colpa dei magistrati se i loro ordini di arresto e le loro sentenze rinchiudono le persone in un luogo infame. Perché questo è il carcere: un luogo infame, di sopraffazione, di abbrutimento, di violenza. Un luogo di morte. frequentemente.
di Gad Lerner
Venerdì di Repubblica, 22 novembre 2019
Aiuto. Invano ho consultato un amico criminologo, un'altra che fa l'educatrice in carcere, e un paio di amici ex detenuti. Ho pure consultato su Google alcuni glossari per decrittare il gergo della mala e il gergo della galera. Ma non ne sono venuto a capo.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 22 novembre 2019
La proposta della giunta leghista della Provincia di Trento. "Si tratta di una misura educativa", ha spiegato ieri in aula il presidente della Giunta provinciale di Trento ed esponente della Lega, Maurizio Fugatti. Proprio a sua firma, infatti, è stato depositato un Disegno di legge provinciale che riforma i criteri di assegnazione delle case popolari in Trentino: non più solo il reddito, ma anche la fedina penale propria e dei propri familiari.
di Rosa Nuzzo
periodicodaily.com, 22 novembre 2019
La condizione dei detenuti rappresenta una delle principali emergenze del nostro Paese. Nei progetti di riforma nessun accenno all'ordinamento penitenziario, nessun interesse rivolto all'esecuzione penale, nessuna attenzione per la vera crisi del sistema italiano. In questi giorni di acceso dibattito sulla riforma della giustizia, con il Ministro Bonafede che continua ad attirare l'attenzione su prescrizione e ragionevole durata del processo, è doveroso far luce su un aspetto del nostro ordinamento che più di tutti necessita di un intervento positivo, ma sul quale vige un silenzio assoluto, il problema carceri.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 novembre 2019
Sovraffollamento, suicidi, carcerazioni anche per pene brevissime e trasferimenti. Mentre vengono rilanciate proposte repressive, come l'allargamento del 4bis (l'articolo che vieta la concessione di benefici) nei confronti dei detenuti che vengono scovati con un cellulare, il sistema penitenziario risulta oramai al collasso. Le cause principale sono da attribuirsi a sovraffollamento, suicidi tentati e realizzati, ricorso troppo facile alle celle di isolamento, riduzione delle opere trattamentali e lavoro.
di Wanda Marra
Il Fatto Quotidiano, 22 novembre 2019
Chiesta l'urgenza per la proposta di Costa (Fi). Il Pd, senza un accordo, potrebbe dire sì. La proposta di legge di Enrico Costa per abrogare la norma che - a partire dal primo gennaio 2020 - elimina la prescrizione dopo il primo grado di giudizio, potrebbe arrivare in aula alla Camera in dicembre. Di certo arriverà un voto sull'urgenza di questa proposta: se passa, Montecitorio si esprimerà prima dell'entrata in vigore della norma Bonafede.
Enrico Costa, l'autore della proposta, ha depositato la dichiarazione d'urgenza a nome del gruppo Forza Italia - Berlusconi. Dunque, il 27 novembre la conferenza dei capigruppo dovrà votare su tale urgenza. E se non ci sarà l'unanimità, come è probabile, toccherà all'aula di Montecitorio esprimersi sull'urgenza a sua volta. Se passa, la legge si vota l'11 dicembre. Come dice lo stesso Costa, "il Pd dovrà decidere da che parte stare".
L'accelerazione di Forza Italia arriva dopo il vertice di martedì notte sulla giustizia, finito con un muro contro muro tra il Guardasigilli, Alfonso Bonafede, che non ha alcuna intenzione di tornare indietro sulla prescrizione e i Dem, che chiedono di rimandare l'entrata in vigore della norma, senza garanzie sulla durata dei processi. Se la maggioranza non trova un accordo politico, l'aula si troverà a esprimersi comunque sulla questione.
Il Pd minaccia di votare la proposta Costa. Che in questo momento, dunque, funziona come un'arma di pressione sui 5Stelle. Ieri sui giornali italiani sono andati all'attacco dello stop alla prescrizione quelli che per ilPd stanno seguendo il dossier: Alfredo Bazoli, Michele Bordo, Andrea Giorgis, Franco Vazio. Mentre Andrea Orlando è intervenuto prima su Repubblica e poi sull'Huffington nel pomeriggio: "Senza un accordo su come accelerare il processo, diventa inevitabile il rinvio della legge di Bonafede sulla prescrizione. Se la prescrizione viene bloccata dopo la sentenza di primo grado, lo Stato si deve assumere l'onere di garantire ai cittadini tempi certi del processo", ha detto l'ex Guardasigilli.
E poi, ancora: "Si sapeva che c'erano difficoltà e si stanno facendo delle proposte che mirano a ridurre le distanze. E credo che sia interesse di Bonafede trovare un accordo, altrimenti in aula quel punto sarà cambiato inevitabilmente".
Ma "non salterà il governo", assicura. Sarà. Stefano Ceccanti, Base Riformista, per dire, è un po' meno convinto sul punto: "Il terreno più esplosivo nella maggioranza resta quello della giustizia. È evidente che se il ministro Bonafede insiste sulla non negoziabilità dell'entrata in vigore del blocco della prescrizione dopo il primo grado, varata a suo tempo dal precedente governo, il governo rischia".
Lo stesso Costa, però, denuncia: "Il Pd abbaia ma non morde. Minaccia tuoni e fulmini sulla prescrizione, ma è destinato a calare le braghe accucciandosi ai piedi di Bonafede. Gli esponenti del Pd, visto che il Guardasigilli terrà duro, si accontenteranno di qualche pannicello caldo per dimostrare di esistere, e non otterranno nessun rinvio".
Una visione interessante. Quanto realistica? Difficile capirlo a questo punto della storia. Quello che è vero è che il Pd sta cercando di convincere il ministro della Giustizia a introdurre una variabile, nel secondo grado di giudizio: ovvero introdurre un termine indipendente dalla prescrizione, oltre il quale il processo si estingue.
Il tentativo, insomma, è quello di introdurre un limite massimo alla durata dei processi. Il Pd sta ragionando anche su diversi termini per diverse tipologie di reato. E sarebbe pronto a rinunciare allo sconto di pena davanti a processi che durano troppo, un'altra delle proposte fatta durante il vertice.
Finora Bonafede ha detto di no. E ha proposto per gli assolti in primo grado una corsia preferenziale in appello e una più facile agevolazione per la possibilità di accedere all'indennizzo, che già esiste, qualora ci sia uno sforamento dei termini". Il Pd ha detto no. Chilo sa se la minaccia della legge cambierà qualche equilibrio?










