di Antonio Sabbatino
internapoli.it, 31 dicembre 2019
Tradizionale messa di fine anno domattina del cardinale Crescenzio Sepe alla cappella del carcere di Poggioreale. Il vescovo della chiesa di Napoli darà un conforto spirituale agli ospiti della struttura carceraria Giuseppe Salvia, costretti a passare il Capodanno lontane dalle famiglie per scontare la pena detentiva per i vari reati commessi.
Un appuntamento oramai consueto quello del 31 dicembre per Sepe al carcere di Poggioreale, che replica quello del pranzo natalizio, anch'esso rituale, del 23 dicembre organizzato come sempre dalla Comunità di Sant'Egidio alla presenza quest'anno, tra gli altri, di Giuseppina Salvia e Claudio Salvia rispettivamente vedova e figlio del vicedirettore del carcere di Poggioreale Giuseppe Salvia ammazzato per volontà di Raffaele Cutolo perché il boss della Nuova Camorra Organizzata non sopportava la parità di trattamento ad ogni detenuto di Poggioreale che Salvia propugnava nella propria opera di integerrimo funzionario statale.
Nessuna particolare iniziativa è invece prevista al carcere di Secondigliano per il fine anno, con i vari appuntamenti attesi dopo l'inizio del 2020. Intanto il nuovo garante dei detenuti del Comune di Napoli Pietro Ioia, nominato su indicazione del primo cittadino Luigi de Magistris, attende ancora l'ok del Dap (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria) per entrare nelle varie carceri del territorio e supportare i detenuti come prevede la sua mansione (svolta a titolo gratuito). Un ritardo burocratico che al dire il vero un po' rammarica Ioia e ad InterNapoli.it lo stesso garante spiega il perché: "Nei giorni scorsi c'è stato al padiglione Milano del carcere di Poggioreale un tentativo di suicidio (riportato dalla nostra testata ndr.), con un detenuto che ha cercato di impiccarsi nella propria cella.
La persona è stata poi salvata dagli altri che erano lì con lui e poi soccorso dalle guardie penitenziarie. Se avessi avuto già la possibilità di ispezionare le carceri, avrei potuto magari parlare con questo detenuto in difficoltà e cercare di dar lui supporto". Ma il placet del Dap è ancora lontano? "Spero di no - risponde Ioia - il sindaco mi ha assicurato che invierà la richiesta tra oggi e domani". Se tutto andrà secondo i piani, il nuovo garante dei detenuti potrebbe visitare il carcere di Poggioreale e quello di Secondigliano nell'arco della giornata del 7 o del 9 gennaio.
di Gerardo Villanacci
Corriere della Sera, 31 dicembre 2019
Il nucleo centrale della questione è stabilire se sia giusto (termine dal quale deriva quello di giustizia), sotto un profilo culturale, etico, sociale oltre che giuridico ovviamente, perseguire e punire i ritenuti responsabili di un reato, dopo che sia trascorso un considerevole lasso di tempo dalla sua commissione.
Ci siamo; dal prossimo primo gennaio entrerà in vigore la nuova prescrizione penale. In realtà, più che di una vera riforma del processo penale, si tratta di modifiche relative alla individuazione del momento iniziale e finale del termine di decorrenza della prescrizione anche se la vera novità è rappresentata dal blocco del decorso della stessa dopo che è divenuta esecutiva la sentenza di primo grado.
Le numerose e autorevoli analisi piuttosto critiche verso il cambiamento, hanno riguardato tanto questioni propriamente tecnico-giuridiche relative, per esempio, allo stravolgimento della sospensione e della interruzione del processo, che le modalità attuative della revisione apparse da subito troppo frettolose essendo state introdotte per effetto di un emendamento in fase di approvazione della legge spazza-corrotti, anziché a seguito di un dibattito di riorganizzazione del complessivo sistema processuale. Ragioni che hanno alimentato la percezione che si sia trattato per lo più di un compromesso politico della maggioranza dell'epoca, interessata a documentare e semmai a magnificare nella campagna elettorale per le allora prossime elezioni europee, i risultati conseguiti. Depone a favore di questa ipotesi il differimento di circa un anno della legge (del 09.01.2019) che infatti è stato motivato dalla necessità di approvare, nel frattempo, degli interventi legislativi per riordinare il processo penale nel suo insieme. Cosa che non è avvenuta.
Ora, premesso che non è più tollerabile la lentezza della giustizia penale italiana i cui processi, solo per parlare del primo grado, hanno una durata dai 500 ai 700 giorni circa, di gran lunga maggiore ai 138 della media europea, il punto è stabilire se la riforma costituisca effettivamente un rimedio oppure il rischio di un aggravamento della già precaria condizione attuale.
Una indagine che non può prescindere dal fatto che la prescrizione del reato è un istituto ben definito in tutti gli Ordinamenti dei Paesi omologhi al nostro. Nel codice di procedura penale francese (art. 6), la prescrizione estingue l'azione pubblica; in quello penale spagnolo (art. 130) l'estinzione riguarda la responsabilità penale mentre in quello tedesco (art. §§ 78 StGB) si estingue la perseguibilità.
In Italia, tuttavia, nonostante vi siano già state delle riforme, quella del 2005 (art. 6 L. 251/2005) e, in ultimo, quella del 2017 (L. 103/2017), ancora non si è riusciti a delinearne una chiara identità. Una condizione che, va detto senza indugio, ha favorito la risoluzione di problemi giudiziari anche di importanti politici e che, soprattutto, ha fomentato un senso di impunità per i potenti e sbilanciato il dibattito a favore della politica giudiziaria anziché verso quella di politica criminale. Ciò nonostante perseveriamo nell'errore, come dimostra la discussione di questi giorni incentrata sulla contrapposizione tra coloro che invocano l'attuazione della riforma, per evitare possa esservi impunità per i responsabili dei reati, e quelli che la osteggiano paventando un allungamento ulteriore dei tempi della giustizia.
Ma il nucleo centrale della questione è un altro, ovvero stabilire se sia giusto (termine dal quale deriva quello di giustizia), sotto un profilo culturale, etico, sociale oltre che giuridico ovviamente, perseguire e punire i ritenuti responsabili di un reato, dopo che sia trascorso un considerevole lasso di tempo dalla sua commissione. Ad una valutazione scevra da pregiudizialità politica e di interessi personali, la risposta non è difficile essendo insita nel patrimonio di civiltà e di conoscenze che non senza grandi sacrifici abbiamo conseguito. Pur volendo trascurare le pur non secondarie questioni che i termini di prescrizione normalmente sono alquanto lunghi e che sono già previsti numerosi casi di sospensione del processo e di imprescrittibilità di alcuni reati particolarmente gravi, è chiaro che il blocco della decorrenza dei termini prescrizionali viola non soltanto importanti principi costituzionali di libertà, per tutti quello della ragionevole durata del processo, cristallizzato nella Costituzione (art. 111) e nella Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (art. 6), ma anche quello della prevenzione e della riabilitazione. Funzioni cardini del nostro sistema giudiziario che possono essere espletate soltanto se tempestive e non certamente tenendo sotto scacco per sempre coloro che hanno commesso un reato.
La disfunzione del sistema della giustizia penale, della cui gravità non è dato di dubitare, si risolve in primo luogo attraverso una migliore organizzazione gestionale degli uffici giudiziari. Con un maggiore investimento in organico e soprattutto alleggerendo il contenzioso penale con seri interventi di depenalizzazione, posto che l'esperienza di questi anni insegna che l'inasprimento delle pene e l'introduzione di nuove fattispecie di reati non hanno contribuito a ridurre l'attività criminale.
di Errico Novi
Il Dubbio, 31 dicembre 2019
E così il giorno fatidico è arrivato: con i brindisi augurali, la mezzanotte porterà la "nuova" prescrizione, la novità del processo penale potenzialmente infinito. Una riforma voluta dal M5S a cui il Pd ha risposto con un'ipotesi correttiva, che ieri il responsabile Giustizia dei dem Walter Verini ha indicato come punto di partenza per arrivare a una "sintesi". Ma secondo quanto trapela, il solo spiraglio lasciato intravedere da Bonafede riguarda la possibilità di escludere dal "blocca-prescrizione" chi in primo grado è assolto. Un restyling che sarebbe comunque incostituzionale.
A Napoli la fantasia dei bombaroli pirotecnici preferisce fermarsi al calcio. Alle prese col nome da attribuire al solito ordigno per la notte di San Silvestro, hanno preferito tornare al passato: dal "pallone di Maradona" si passa quest'anno a "Ringhio", in "onore" di Rino Gattuso, grintoso allenatore del Napoli. Se avessero voluto osare, i delinquenti dei botti proibiti avrebbero potuto scegliere un altro nome suggestivo: "Prescrizione". Perché se c'è una bomba, politica e giuridica, che certamente il 1° gennaio innescherà, si tratta proprio della norma che sospende la prescrizione dopo la sentenza di primo grado.
E così il giorno fatidico ormai incombe. Con i brindisi augurali, la mezzanotte porterà la novità del processo penale potenzialmente infinito. "L'ergastolo processuale", come lo definisce il portavoce di Forza Italia Giorgio Mulè. "Con un atto di viltà politica, gli aiutanti della sinistra che si dicevano custodi del garantismo consegnano la loro storia alla subcultura manettara e giustizialista dei 5 Stelle", è il fendente assestato al Pd dal deputato azzurro.
Eppure dietro le quinte gli artificieri ancora sperano di disinnescare la bomba. Tra i più attivi è Walter Verini, che in un'intervista ad Affaritaliani.it si rivolge al premier Giuseppe Conte affinché "si adoperi per trovare una sintesi" sulla norma che tormenta la maggioranza (e la Costituzione). E anzi, il responsabile Giustizia del Pd chiarisce che il suo partito fa della "ricerca di un accordo" la propria "via maestra". Peccato che il tavolo con il guardasigilli Alfonso Bonafede, riconvocato per il 7 gennaio, al momento non lasci scorgere schiarite.
A meno di non voler interpretare in modo estensivo alcuni segnali filtrati dall'ultima riunione a Palazzo Chigi del 19 dicembre. In particolare un dettaglio che trapela solo ora: Bonafede aveva detto, quella sera, che "si può ragionare", almeno, su una ipotesi rimbalzata tra le frenetiche discussioni con gli altri partiti della coalizione giallorossa, limitare lo stop della prescrizione dopo le sentenze di primo grado ai soli casi di condanna.
Il timer dell'estinzione del reato continuerebbe cioè a correre quando in primo grado l'imputato è assolto. Non un'ipotesi nuova. Ma a forte rischio di incostituzionalità. Perché introdurrebbe una discriminazione lesiva del principio di non colpevolezza, che per l'articolo 27 deve restare integro finché la sentenza non è definitiva. Considerazioni che d'altra parte non autorizzano a escludere una discussione sul punto, all'incontro del 7 gennaio fra Conte, il ministro, il Pd, Italia viva e Leu.
Così come è chiaro che non si potrà prescindere da altri due elementi. Il primo è la mossa con cui i dem, lo scorso 27 dicembre, hanno presentato la loro modifica sulla prescrizione, con il segretario Nicola Zingaretti in prima fila, che di fatto prevede il ritorno alla riforma Orlando, solo un po' ritoccata. Il secondo elemento è la linea sempre più netta dei renziani: ieri hanno sbattuto di nuovo i pugni sul tavolo per voce di Ettore Rosato, che in un'intervista al Messaggero ha detto a chiare lettere: "Ciò che ha fatto il governo Lega- 5S sulla prescrizione va semplicemente abrogato: se non accadrà, come abbiamo sempre detto, noi voteremo con FI". Potrebbe non essere solo una minaccia. Come minimo, ora Italia viva si aspetta che il Pd le rivolga un esplicito appello a optare per il sostegno al testo annunciato 4 giorni fa.
Lo si intuisce da un passaggio dell'intervista a Repubblica con cui sabato scorso uno degli esponenti più autorevoli nella formazione di Renzi in tema di giustizia, l'ex sottosegretario Gennaro Migliore, ha commentato il restyling del Nazareno sulla prescrizione: "Non vorrei che rimanesse solo una proposta, come lo ius soli tanto declamato da Zingaretti che poi è finito nel nulla". Come a dire: se invece fate sul serio, ci troverete dalla stessa parte.
Verini dice che se Bonafede non saprà affrancarsi dalla "totale rigidità" esibita finora sul tema, "vedremo come andrà il dibattito parlamentare sulla nostra proposta". Che contiene intanto una distinzione tra assolti e condannati, nel senso che solo per questi ultimi vale il meccanismo disegnato dai dem: allungamento di 6 mesi della sospensione dei termini dopo il primo grado (sospensione che la riforma Orlando aveva fissato in 18 mesi) e ulteriori 6 mesi di stop in caso di cambio di rinnovazione del dibattimento; in più, sospensione di un altro anno (anziché dell'anno e mezzo previsto da Orlando) dopo l'eventuale impugnazione davanti alla Suprema corte. Evidente che i 5S non convergeranno mai su una soluzione simile, troppo vicina a quella approvata nel luglio del 2017 e da loro seppellita con la norma Bonafede.
Ed è probabile che il Pd stesso consideri il proprio testo come l'offerta iniziale su cui intervenire con successivi rilanci. Ordinaria amministrazione politica. Così com'è ovvio che un altro ex sottosegretario alla Giustizia, il leghista Jacopo Morrone, accusi il Movimento e gli alleati di "mercanteggiare".
Mentre la capogruppo di Fratelli d'Italia in commissione Giustizia, Carolina Varchi, liquida l'idea di Zingaretti come il velleitarismo di chi "continua ad abbaiare alla luna". Inascoltata, l'avvocatura insiste nel ricordare che "la durata dei processi non dipende dagli imputati ma da disfunzioni del sistema", per citare le considerazioni proposte a Studiocataldi.it da Caterina Flick, dell'Associazione donne giuriste d'Italia. È un ultimo dell'anno teso com'è giusto che sia per chi teme l'esplodere di una bomba. Certo è che quella bomba, una volta innescata, rischia di lasciare segni incancellabili. Forse non per i partiti, ma di sicuro per il processo.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 31 dicembre 2019
Con la riforma meno prescrizioni di quasi un quarto rispetto a oggi. Impatto da valutare, mentre è ancora polemica. Martedì il vertice di governo.
Alla fine arriva anche il giorno del debutto di una delle misure più dibattute (e contestate) dell'anno. Da domani per la prescrizione si apre l'era Bonafede. Quanto durerà è però tutto da vedere. Di certo il ministro della Giustizia molto si è speso prima e ha resistito dopo per tenere il punto. Sarà operativo tra poche ore quel blocco dei termini dopo la sentenza di primo grado, di assoluzione o condanna che sia, introdotto nel corso dei lavori sulla legge "spazza-corrotti", la cui entrata in vigore era stata rinviata di un anno dopo l'accordo tra Cinque Stelle e Lega per dare tempo a un'intesa sulle misure per accelerare i processi penali.
A mancare sono però tuttora le disposizioni per dare effettività alla durata dei procedimenti. E già in Parlamento si veleggia tra ipotesi alternative non solo di fonte opposizione, visto che il Pd ha presentato venerdì una sua proposta alternativa (con Forza Italia che si è detta disposta a votarla "in un minuto").
Intanto, anche sulle conseguenze dell'intervento le opinioni divergono. Bonafede ha più volte sdrammatizzato, sottolineando che la "sua" riforma non condurrà certo all'apocalisse, coni primi effetti che si vedranno solo tra qualche anno, visto che la novità si applicherà solo ai procedimenti per reati commessi dal 1° gennaio e al momento della pronuncia del verdetto di primo grado. Di parere opposto il Pd che ha ricordato come da domani tutte le indagini e i processi su nuove ipotesi di reato sfrutteranno l'intera durata della prescrizione, sinora prevista per i tre gradi di giudizio, per arrivare alla sola sentenza di primo grado.
I procedimenti saranno allora destinati fatalmente ad allungarsi in modo corrispondente. Non solo, ma i processi di appello su fatti post 1° gennaio contro patteggiamenti o giudizi immediati, che arriveranno a breve, non potendo più prescriversi, finiranno fatalmente in coda a tutti gli altri provocando un ulteriore allungamento patologico che si produrrà in tempi brevissimi.
Per l'Anm ogni allarmismo è fuori luogo, anche sul versante degli arresti in flagranza e sui relativi riti direttissimi: l'eventuale stato cautelare conseguente costituisce infatti una causa tipica di accelerazione del processo. Provando a spostarsi sui numeri, la riforma eviterà che si prescriva poco meno di un quarto di quanto oggi viene azzerato dal decorso dei tempi.
Secondo gli ultimi dati disponibili il numero complessivo di prescrizioni è in diminuzione, per la prima volta da 4 anni: nel 2017 infatti i procedimenti azzerati da prescrizione si è fermato a quota 125.564, vicino alle 123.078 del 2013, mentre nel 2016 erano state 136.888. Circa 10.000 in meno anno su anno, dunque, e con una finestra sul 2018, dove, nei primi 6 mesi, si sono azzerati 63.177 procedimenti. Ad aumentare sono però le prescrizioni che maturano in appello, quelle sulle quali maggiormente inciderà la riforma che sono passate dalle 25.748 del 2016 alle 28.125 del 2017 (15.845 nei primi 6 mesi del 2018).
La fase delle indagini si conferma come quella più soggetta al rischio di estinzione del reato, ma il calo di quasi 10.000 prescrizioni riguarda proprio questa fase del procedimento penale. Per quanto riguarda i reati che sono maggiormente soggetti alla prescrizione i più aggiornati dati disponibili, relativi al 2015, fotografano un impatto significativo soprattutto sulla criminalità comune (a volte determinato, come nel caso dell'edilizia, dal sovrapporsi di una pluralità di norme non sempre coerenti): ai primi 3 posti infatti si collocano le irregolarità sull'attività urbanistico edilizia (2.433), la ricettazione (2.177) e la guida sotto l'influenza di alcol (1.825). A seguire la truffa, le lesioni personali e i furti.
di Gigliola Alfaro
agensir.it, 31 dicembre 2019
"La vera rivoluzione non è diffondere violenza, ma l'amore che ci apre il futuro". L'ispettore generale dei cappellani nelle carceri italiane scrive ai detenuti per Natale incoraggiandoli a superare "la sofferenza e la solitudine del cuore" che "rendono più difficile lo scorrere dei giorni" in carcere nei giorni di festa, puntando lo sguardo sull'unico amico che non tradisce mai: Gesù.
Dio chiede solo di abbandonare le vie del male e lasciarlo entrare nel cuore di ciascuno. Nei giorni di festa, "la sofferenza e la solitudine del cuore rendono più difficile lo scorrere dei giorni" in carcere, ma anche per chi è recluso il Natale porta una luce di speranza se lascia entrare Gesù nel cuore e rivoluzionare la vita nel bene. È il senso della lettera che l'ispettore generale dei cappellani nelle carceri italiane, don Raffaele Grimaldi, ha scritto ai detenuti in occasione del Natale 2019.
"Quale parola di speranza può riempire la solitudine del vostro cuore?", si chiede il sacerdote, che offre un primo suggerimento: "Prima di tutto, lasciatevi giudicare dalla misericordia e dalla giustizia di Dio. Lui non è venuto per condannare nessuno, ma a salvare e cercare ciò che era perduto, per sanare le nostre ferite, per rialzarci dalle nostre cadute, per farci prendere coscienza del nostro male, ma soprattutto a dire a ognuno di noi: 'Alzati e cammina'".
"La Parola di Dio, che voi ascoltate e accogliete attraverso i vostri catechisti, è la risposta di Dio alle vostre richieste, ma e anche luce sul nostro cammino", aggiunge don Grimaldi, ricordiamo quanto scritto nel Salmo 61: "Non confidare nella violenza, non illudetevi della rapina; alla ricchezza anche se abbonda, non attaccate il cuore".
Ricordando la lettera apostolica "Admirabile signum" di Papa Francesco, che "ha un debole per i poveri, gli ultimi, gli scartati, gli immigrati, i carcerati", l'ispettore generale osserva: "Cari amici e amiche ristretti, lasciatevi cercare dal Signore, anche se la vostra vita in questi anni si è smarrita a causa di scelte sbagliate, fatte di violenza, causando del male agli altri rubando anche la loro vita, e vi siete lasciati sedurre dal denaro e dal potere, Gesù che nasce nella povertà vuole essere il vostro amico fedele. È Lui che vi sta vicino. Quanti amici avevate fuori dal carcere che vi hanno trascinato nei burroni della morte e adesso abbandonati da tutti, siete soli a scontare una pena? Ma il Signore e il vostro amico fedele che non vi abbandona".
In questi giorni, ricorda il sacerdote, "in tante carceri, voi stessi, avete, con pazienza e amore, costruito presepi che avete adagiato nella cappella, nei corridoi, nei luoghi di colloquio in modo da rendere più sereno l'incontro con i vostri familiari. Non dimenticate che nel presepe, come ha detto Papa Francesco, 'Dio stesso inizia l'unica vera rivoluzione... la rivoluzione dell'amore e della tenerezza". Di qui l'invito ai detenuti: "Impariamo anche noi da Gesù Bambino, che la vera rivoluzione non è diffondere violenza, calpestare uomini indifesi, seminando terrore e paura, maneggiando le armi della morte e distruggendo la serenità di molte famiglie. La vera rivoluzione invece è l'amore, che ci dona la gioia di vivere e apre davanti a noi un futuro vero".
Secondo don Grimaldi, "il Natale provoca in noi la nostalgia dell'infanzia": "Guardate negli occhi con la nostalgia e la vostra tenerezza, la gioia che esprimono i vostri bambini e v'invitano a ritornare, con un cuore nuovo, ad abbracciare la vostra famiglia. Ricordate come eravate felici? Quando la vostra innocenza vi faceva gustare la bellezza della vita? Quando nel vostro cuore c'erano progetti per la realizzazione della vostra vita futura? E, invece, il maligno vi ha sedotto e vi ha rubato la gioia della vita e ha distrutto i progetti del vostro futuro e
ora, anche se siete nell'angoscia e nella tristezza causata dai vostri errori e scelte sbagliate, non abbiate paura. Il presepe che avete costruito nelle vostre carceri con le vostre deboli mani: 'racconta l'amore di Dio, il Dio che si è fatto bambino per dirci quanto è vicino a ogni essere umano, in qualunque condizione si trovi". Ancora uno spunto dalla lettera apostolica di Papa Francesco sul significato e valore del presepe: "Dio si presenta così, in un bambino, per farsi accogliere tra le nostre braccia. Nella debolezza e nella fragilità, nasconde la sua potenza...".
"Quanti uomini adesso che sono in carcere - commenta l'ispettore generale - fuori erano potenti, ordinavano ad altri, intimidivano e minacciavano persone, seminando morte, spadroneggiavano nei loro territori. Invece, Dio che è potente e onnipotente si è rivestito di debolezza e di impotenza per essere accolto da tutti".
Perciò, il sacerdote esorta i "cari fratelli e sorelle privati della libertà personale" a festeggiare: "Anche se siete rinchiusi dietro le sbarre, il vostro vero Natale è accogliendo e facendo nascere Gesù nel vostro cuore. Lasciate che il Verbo di Dio rivoluzioni nel bene la vostra vita. Riconquistate la gioia della vera libertà, perché solo così sarà per tutti noi un vero Natale".
rovigooggi.it, 31 dicembre 2019
Carenza di personale, pochi ispettori, una parte del Carcere di Rovigo accoglie anche detenuti appartenenti ad organizzazioni criminali di stampo mafioso e con regime di Alta sicurezza. Ispezione della Federazione nazionale Sicurezza della Cisl al Carcere di Rovigo, coadiuvati dalla Segreteria Regionale Fns del Veneto, per verificare le situazioni di questo nuovo Istituto penitenziario, una complessa struttura in evidente sviluppo rispetto al modello dalla sua iniziale apertura circa 3 anni prima. "Siamo stati accompagnati ed informati ai nostri quesiti dal direttore Taiani e dal comandante Milani, che ringraziamo per la disponibilità offerta alla nostra delegazione nella visita in questione.
Con una specifica lettera - evidenzia Pompeo Mannone - indirizzata al Capo del Dap Basentini, al direttore generale del personale Parisi ed al Provveditore del Triveneto, Sbriglia, questa Segreteria Nazionale ha inteso segnalare molte situazioni che per la loro complessità e gravità non riteniamo dover rendere note pubblicamente ed è per tale motivo che la nostra iniziativa l'abbiamo riservata ai Vertici Dap". "Molte delle situazioni che abbiamo personalmente verificato risultano segnalate da tempo dalla Direzione della Casa Circondariale e dal Comandante del Reparto di Polizia penitenziaria, un aspetto questo che c'impegna a ricercare adeguate risposte dai Superiori Uffici.
Sul nuovo Istituto di Rovigo insistono a nostro avviso molti errori di valutazione, sia in sede di progettazione che di realizzazione, oltre al fatto che il cambio di destinazione dei circuiti penitenziari in Veneto portano questo nuovo carcere a dover gestire non più comuni detenuti di media sicurezza ma anche una importante quota di detenuti in regime di Alta Sicurezza, appartenenti ad organizzazioni criminali di stampo mafioso.
Abbiamo pertanto segnalato le carenze, gli strumenti necessari, le modifiche strutturali da apportare, affinché non si debbano fronteggiare criticità insite nel sistema organizzativo. Anche vari aspetti tecnici interni sono stati oggetto di segnalazione, non solo per la sicurezza del servizio ma anche per le tutele in termini di salubrità e sicurezza del personale. Ai vertici del Dap questa Segreteria Nazionale ha chiesto di voler disporre con urgenza le necessarie verifiche ed interventi perché questa nuova realtà penitenziaria non arrivi al collasso organizzativo e strutturale prima ancora di aver trovato/provato un proprio assetto che garantisca i corretti livelli di sicurezza e la garanzia di assicurare i diritti soggettivi al personale.
La carenza di organico appare grave, soprattutto verso i ruoli degli ispettori e dei sovrintendenti, costringendo il personale del ruolo agenti/assistenti (fortunatamente molti giovani) di proseguire a vedere affidati - in certe fasce orarie - certi servizi di elevata responsabilità operativa ad Agenti.
Vigileremo e pretenderemo un impegno da parte del Prap del Triveneto e del Dipartimento Centrale perché la Casa circondariale di Rovigo non sia lasciata alle proprie difficoltà senza che nessuno li ascolti e ponga rimedio per ciò che è necessario fare". Il vero problema è che i mafiosi in Carcere a Rovigo ci sono già, sono almeno 100 i detenuti pericolosi detenuti nella Casa circondariale, tutti con gravi reati sulle spalle.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 31 dicembre 2019
La Cassazione si allinea alla sentenza della Corte costituzionale. Stop a qualunque automatismo nel negare il permesso premio al condannato per reati di mafia e per gli altri reati ostativi. La Corte di cassazione applica, per la prima volta, i principi dettati dalla Corte costituzionale con la sentenza 253 del 2019.
La Suprema corte, con la sentenza 52139 depositata ieri, accoglie così il ricorso di un killer di "cosa nostra", condannato all'ergastolo e sottoposto al 41bis, con le restrizioni previste dal comma 2 della norma, al quale era stato negato un permesso premio. Il no del magistrato di sorveglianza era giustificato dalla possibilità per il ricorrente di mantenere contatti con l'associazione di appartenenza, ancora attiva sul territorio, rischio desunto dall'assenza di una volontà di collaborazione con la giustizia.
La difesa del detenuto chiede ed ottiene l'annullamento dell'ordinanza, alla luce della sentenza con la quale la Consulta ha dichiarato l'incostituzionalità dell'articolo 4bis nella parte in cui preclude, in virtù di una presunzione assoluta di pericolosità sociale, l'accesso al beneficio del permesso premio al condannato per un reato ostativo, che non collabori con l'autorità giudiziaria. Per i giudici il ricorso merita di essere accolto.
Dopo il colpo di spugna del giudice delle leggi ai detenuti per i reati di associazione mafiosa, previsti dall'articolo 416bis del Codice penale, non può più essere negato il permesso premio in automatico. Anche in assenza di collaborazione con la giustizia, infatti, il via libera al beneficio è possibile, una volta che siano stati acquisiti elementi tali da escludere, sia l'attualità dei collegamenti con la criminalità organizzata, sia la possibilità di riprendere i contatti con l'associazione mafiosa.
Alla base della censura di incostituzionalità c'era, infatti, proprio la presunzione assoluta secondo la quale dall'assenza di pentimento si poteva dedurre, di default, che i rapporti con l'associazione criminale non fossero stati interrotti. La Cassazione ricorda che per essere in linea con gli articoli 3 e 27 della Carta, "l'assenza di collaborazione non si può risolvere in un aggravamento delle modalità di esecuzione della pena come conseguenza della mancata partecipazione a una finalità di politica criminale e investigativa dello Stato".
In quest'ottica l'articolo 4bis dell'Ordinamento penitenziario si traduce in una "deformante trasfigurazione della libertà di non collaborare". In particolare è contrario all'articolo 27 della Costituzione, che vieta i trattamenti inumani e degradanti, il fatto che la richiesta del permesso premio debba essere dichiarata inammissibile sin dall'inizio, senza che il magistrato di sorveglianza, possa valutare in concreto la condizione del detenuto. Un tale meccanismo può, infatti, frenare sul nascere il percorso risocializzante. Effetto in contrasto con il principio sulla funzione rieducativa della pena.
di Paolo Becchi e Giuseppe Palma
Milano Finanza, 31 dicembre 2019
A pochi giorni dall'entrata in vigore della riforma sulla prescrizione fortemente voluta dal M5S, mentre Forza Italia propone l'abrogazione della legge, il Pd corre ai ripari e presenta una sua controproposta. In effetti sta per entrare in vigore una legge palesemente incostituzionale.
La legge, approvata circa un anno fa dall'allora maggioranza giallo-verde, prevede la sospensione dei termini di prescrizione dopo il primo grado di giudizio penale. Una vittoria del giustizialismo dei 5Stelle che la Lega cercò di attenuare con l'introduzione dei termini perentori di durata dei tre gradi di giudizio. Ma se della durata certa dei processi non se ne fece più nulla, la riforma della prescrizione entra invece in vigore domani.
Una misura che terrà gli imputati sotto processo in saecula saeculorum, tanto senza la prescrizione si potrà essere giudicati stando ai comodi dei magistrati. In questi giorni il Pd ha cercato di trovare un compromesso: sospendere i termini di prescrizione per due anni nel caso la sentenza di primo grado fosse impugnata in appello (più ulteriori sei mesi in caso di rinnovazione della fase istruttoria in secondo grado), più un ulteriore anno in caso di ricorso per Cassazione.
Una soluzione di mediazione che semplicemente addolcisce il veleno. Ci spieghiamo meglio. Il nostro ordinamento costituzionale prevede il principio della presunzione di non colpevolezza dell'imputato (alt 27) e il principio della ragionevole durata del processo (art. 111).
Sospendere il decorrere dei termini di prescrizione per due anni e mezzo in appello più un ulteriore anno in Cassazione significa, sostanzialmente, fare un favore alle cancellerie e ai giudici, che potranno smistare le udienze con maggiore calma, diluendole nel tempo. Ma tale esigenza amministrativa contrasta con i diritti dell'imputato come la legge che entra ora in vigore. Se l'imputato è presunto innocente fino a sentenza passata in giudicato e ha diritto a una durata ragionevole del processo, per quale motivo deve vedersi allungare il suo processo di tre anni e mezzo per mere esigenze di organizzazione amministrativa?
Se è presunto innocente e il processo non si tiene in tempi brevi, lo si mandi assolto. Tenerlo sotto processo per tre anni e mezzo in più rispetto a oggi significa, nei fatti, considerarlo presunto colpevole, essendo l'irragionevole lungaggine di un processo una vera e propria anticipazione di pena. Inaccettabile. E una questione di civiltà giuridica e di umanità.
Uno Stato che si rispetti non scarica sui cittadini la propria incapacità amministrativa. Una proposta ragionevole sarebbe stata quella di sospendere i termini di prescrizione di un solo anno, assegnando questa facoltà al solo Tribunale in modo da consentire, per esempio, una più approfondita fase istruttoria in favore dell'imputato in primo grado. In tal modo si sarebbero garantiti ugualmente sia i diritti dell'imputato, che avrebbe avuto più tempo per difendersi, che quelli delle parti civili, che avrebbero un anno in più per non incorrere nella prescrizione.
Ora il governo, a nostro avviso, potrebbe emanare un decreto legge che sospenda l'entrata in vigore della riforma pentastellata per un paio di mesi, in modo da consentire a Pd e 5Stelle di trovare un compromesso ragionevole e approvare le modifiche necessarie. Ma non succederà.
E allora non resta che affidarsi agli avvocati, che potranno chiedere ai giudici di Tribunale di sollevare questione di legittimità costituzionale. In tal caso bisognerebbe trovare "giudici a quo" che abbiano una buona cultura giuridica e sollevino in modo corretto la questione davanti alla Corte costituzionale.
di Eugenio Poli
Il Dubbio, 31 dicembre 2019
"Non si può concepire l'idea di un giusto processo, dove il tempo non abbia una funzione nella vita di una persona. Non si possono mettere sullo stesso piano il condannato e l'imputato". "Questa riforma fermerà la lungaggine dei processi e non dimentichiamoci che il nostro sistema processuale penale si regge sul principio della ragionevole durata del processo".
Parola di Vincenzo Musacchio, giurista e docente di diritto penale in varie Università italiane ed estere e presidente dell'Osservatorio Antimafia del Molise e direttore Scientifico della Scuola di Legalità "don Peppe Diana" di Roma e del Molise.
Fermare il decorso della prescrizione dopo la sentenza di primo grado secondo lei rispetta la nostra Carta Costituzionale?
"Preciso che non sono un costituzionalista, tuttavia, mi sento di poter affermare che non la rispetti per nulla. In primis, viola il principio di eguaglianza tra i cittadini poiché mette sullo stesso piano chi commette un delitto e chi una contravvenzione. Da penalista dico che siamo di fronte è un'abnormità. Agli esami di diritto penale in oltre venticinque anni non mi è mai capitato uno studente che non conoscesse la differenza tra delitto e contravvenzione. Non è tuttavia il solo principio a essere violato, poiché è oltraggiato anche il principio di ragionevolezza, giacché si concepisce l'idea di un passato che non passa mai, di un tempo che non è più tale perché a un certo punto si ferma inesorabilmente. Non si può concepire l'idea di un giusto processo, dove il tempo non abbia una funzione nella vita di una persona. Non si possono mettere sullo stesso piano il condannato e l'imputato. Con questa riforma a me pare che questo rischio ci sia".
Ci spiega brevemente perché con la prescrizione lo Stato rinuncia alla sua potestà punitiva?
"Premettendo che per alcuni reati gravissimi anche il nostro ordinamento prevede l'imprescrittibilità, il legislatore ha previsto la prescrizione, sia perché nel corso degli anni una persona cambia, ad esempio, un assassino dopo trent'anni, potrebbe essere una persona totalmente diversa, sia perché il processo penale non può essere uno strumento per una giustizia compiuta nel quale siamo tutti colpevoli, ma è il contrario e cioè siamo tutti innocenti salvo la dimostrazione della nostra colpevolezza".
Questa riforma fermerà la lungaggine dei processi?
"Ancora una volta devo rispondere negativamente. Non dimentichiamoci che il nostro sistema processuale penale si regge sul principio della ragionevole durata del processo. Personalmente ho sempre sostenuto che il processo penale dovesse avere addirittura un tempo specifico nel quale dovesse terminare per legge".
Ci spiega in parole semplici perché i processi penali durano tanto in Italia?
"Non solo quelli penali, purtroppo. Le cause sono molteplici. Le indicherò le tre più importanti, ovviamente a mio giudizio. La prima, è l'inefficiente organizzazione del "Sistema Giustizia". Come dico sempre ai miei studenti, noi abbiamo i migliori magistrati d'Europa che al tempo stesso sono i peggiori in fatto di organizzazione. La seconda, è l'eccessiva "criminalizzazione" di molte condotte che potrebbero essere risolte con sanzioni non di natura penale. La terza è la convenienza ad affrontare sempre i giudizi di appello che portano costantemente solo benefici al condannato. Iniziando a porre rimedio a questi tre fattori sono certo si porrebbe rimedio anche all'eccessiva durata dei processi in Italia".
Su questi aspetti non è che incida anche il ruolo del processo penale negli ultimi trent'anni?
"Non so se sia un caso, ma l'arco temporale che ha indicato lei risale proprio all'entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale voluto da due insigni giuristi, Giuliano Vassalli e Giandomenico Pisapia. Il prof. Vassalli, è stato uno dei miei maestri, sono certo che oggi non si riconoscerebbe più nel suo codice, così come credo lo stesso Pisapia. Il nuovo processo penale è fallito e ritengo sia giunta l'ora di depenalizzare molti reati che vanno spesso inutilmente a processo. La realtà inoltre ci conferma dati sconcertanti. Su dieci presunti colpevoli, sette sono innocenti e tre sono condannati. Vuol dire che siamo di fronte ad un sistema che non funziona e la prescrizione così com'è stata prevista non porterà alcun beneficio".
Secondo lei c'è qualche rimedio a quello che ci ha appena detto?
"Certo che c'è. Abbiamo anche la nostra stella polare e cioè la nostra Costituzione. Partendo da essa occorrerà, in primis, una seria riforma dell'organizzazione giudiziaria che nel processo penale parta dalla reale parità tra accusa e difesa e da un giudice assolutamente terzo e indipendente. Poi ritengo che un ruolo di primo piano lo svolgano anche i mezzi di formazione dell'opinione pubblica e cioè politica e mondo dei media. Per dirla in parole povere a me non piace la spettacolarizzazione della giustizia. In questa prospettiva, riformare la giustizia, in senso soggettivo e oggettivo, non può essere compito di pochi, ma di tanti. Occorrerà recuperare il senso del diritto come riferimento unitario della convivenza civile e in una democrazia moderna non può essere compito di una minoranza. Chiudo con il pensiero di Rosario Livatino che sposo in toto: "Il giudice di ogni tempo deve essere e apparire libero e indipendente, e tanto può essere e apparire ove egli stesso lo voglia e deve volerlo per essere degno della sua funzione e non tradire il suo mandato". Già provare a realizzare questo meraviglioso pensiero risolverebbe una buona parte dei problemi della giustizia italiana".
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 31 dicembre 2019
Sarà più difficile d'ora in avanti per i magistrati torinesi contestare a Roberto Rosso, l'ex assessore della Regione Piemonte arrestato lo scorso 20 dicembre per voto di scambio (si è dimesso ieri anche dai consigli regionale e comunale di Torino), l'aggravante mafiosa. Lo stesso per l'imprenditore Daniele D'Alfonso, arrestato a Milano il 7 maggio all'interno dell'inchiesta chiamata "Mensa dei poveri". E per molti altri indagati cui sia contestata l'aggravante di aver favorito con il loro comportamento un'associazione mafiosa.
La decisione numero 28 delle Sezioni unite penali della Cassazione parla chiaro: quell'aggravante ha rilevanza soggettiva. Quindi, perché possa essere contestata, occorre dimostrare che l'indagato aveva piena consapevolezza del fatto che con la propria condotta stava agevolando un'associazione mafiosa. D'ora in avanti, se si osserverà la decisione delle sezioni unite, al pubblico ministero non basterà più rilevare che il comportamento di Rosso piuttosto che di D'Alfonso abbiano "oggettivamente" favorito le cosche.
Occorre il dolo, da parte loro, occorre che sappiano con certezza di aver a che fare con mafiosi. Una bella botta, anche d'immagine, per inchieste come quella del maggio scorso a Milano, dove nelle intenzioni della procura si prepara una sorta di maxiprocesso con le 71 richieste di rinvio a giudizio già avanzate dall'ufficio del pubblico ministero.
Un colpo all'accusa, prima di tutto perché l'inchiesta era stata avviata proprio dalla Direzione distrettuale antimafia e presentata in gran pompa dal procuratore capo in persona, Francesco Greco, come una prova dell'esistenza in Lombardia di un forte legame tra la politica, l'imprenditoria e la 'ndrangheta. Finita la conferenza stampa e spente le telecamere si era scoperto che in realtà l'aggravante mafiosa riguardava una sola persona, l'imprenditore Daniele D'Alfonso, accusato anche di aver messo in scena una finta consulenza in favore di un consigliere comunale di Forza Italia, Pietro Tatarella, in cambio di agevolazioni in gare d'appalto.
Proprio all'interno di queste attività l'imprenditore avrebbe dato del lavoro a operai che, secondo l'accusa, sarebbero stati legati a una 'ndrina di Buccinasco. Ora il problema è: Daniele D'Alfonso sapeva che quegli uomini erano mafiosi e che, offrendo loro un lavoro, lui stava aiutando la 'ndrangheta? Secondo la decisione delle sezioni unite sarà la procura a doverlo dimostrare con una piena attività probatoria che rilevi il dolo nel comportamento dell'indagato.
E non basteranno certo le ricostruzioni storico-sociologiche sulle famiglie che furono insediate con i provvedimenti di confino negli anni Cinquanta-Sessanta nel sudovest di Milano per dimostrare che lì (a Corsico, cittadina di D'Alfonso, come alla contigua Buccinasco) tutto è mafia. Lo stesso vale per la vicenda torinese che ha visto coinvolto Roberto Rosso.
In questo caso l'accusa è di voto di scambio, che sarebbe avvenuto nel corso dell'ultima campagna elettorale per le regionali, in cui l'ex esponente di Forza Italia era candidato con Fratelli d'Italia e poi eletto e portato in trionfo per il significativo numero di voti elargito in dote al partito di Giorgia Meloni. La quale non ha ricambiato il favore, in occasione dell'arresto di Rosso (che pure era stato premiato con l'assessorato), dicendo che addirittura le era venuto "il voltastomaco", sapendolo "mafioso".
L'accusa all'ex assessore è fondata su intercettazioni della Guardia di Finanza tra due presunti "emissari" di Onofrio Garcea, considerato vicino al clan Bonavota della Liguria. Gli emissari avrebbero promesso all'esponente di Fratelli d'Italia un pacchetto di voti in cambio di 15.000 euro. I soldi versati si sarebbero poi ridotti a 7.900, forse perché i voti non erano arrivati. Ma perché contestare l'aggravante mafiosa anche al politico?
È chiaro che sia stato usato il criterio dell'oggettività, rispetto al quale era sufficiente una sorta di ignoranza colposa da parte della persona indagata sui complici e sulla loro appartenenza alle cosche. Ma è stato anche sottolineato un particolare episodio, da parte della Guardia di Finanza. E dei giornali, subito da qualcuno informati.
Nel 2012, quando era in Parlamento, Rosso avrebbe firmato un'interpellanza del deputato del Pd Vinicio Peluffo contro il prefetto di Lodi, il quale avrebbe fatto parte di un'associazione di calabresi emigrati in Liguria e sospettati di avere rapporti con ambienti malavitosi. Tra questi figurava anche il nome di Onofrio Garcea.
Può bastare per dimostrare che Roberto Rosso, sette anni dopo aver dato la propria firma (come spesso capita) all'interpellanza di un altro, sapeva bene con chi aveva a che fare quanto trattava con i famosi "emissari", tra cui un'imprenditrice?
La decisione delle Sezioni unite, vista anche la rilevanza che sempre di più si attribuisce alla giurisprudenza (come dimostrato dal serrato dibattitto in seguito alla presa di posizione, negli stessi giorni, sulla marijuana), è per ora passata inosservata alla grande stampa, ma non, si suppone, al mondo del diritto.
E il mal di stomaco d'ora in avanti forse verrà a qualche ufficio del pubblico ministero, che prima di organizzare conferenze stampa sulla mafia, dovrà rimboccarsi le maniche e cercare il dolo nei comportamenti, cioè le prove. Quando e se ci sono.
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