di Emilio Pucci
Il Messaggero, 22 novembre 2019
Il rinvio per decreto. È questa l'exit strategy del Pd qualora il Guardasigilli Bonafede decidesse di non accogliere le proposte sulla necessità di determinare tempi certi dei processi. "Bonafede - è la posizione del Pd - non pensi di fare melina fino al 31 dicembre, non accetteremo mai la riforma della prescrizione senza correttivi".
Lo strumento in cui chiedere la sospensione potrebbe essere il dl Milleproroghe. Proroga dei termini della disposizione legislativa: bastano poche righe per fermare il treno. Altrimenti il 1 gennaio entra in vigore la norma inserita nello Spazza-corrotti. Per la maggioranza c'è anche la spada di Damocle del ddl del forzista Costa che impone lo stop e riprende la riforma Orlando.
Il 27 novembre sarà la capigruppo di Montecitorio a decidere l'iter del provvedimento. Quasi sicuramente non passerà la richiesta della via d'urgenza. Ma senza unanimità potrebbe pronunciarsi lo stesso l'Aula e il Pd è tentato di dare il via libera, ovvero di anticipare il confronto nell'emiciclo di Montecitorio il 13 dicembre.
La proposta di legge dell'ex ministro azzurro resta così una preziosa arma di pressione sui pentastellati. La strada indicata dai dem al ministero di via Arenula è quella della legge delega alla riforma del processo penale. Inserire delle misure ad hoc come la cosiddetta prescrizione processuale, ovvero l'estinzione dell'azione penale nel momento in cui un processo dura oltre il tempo dovuto. Altrimenti la strategia è quella delle mani libere.
di Paola Giordano
Quotidiano di Sicilia, 22 novembre 2019
Indagati alla gogna ma poi silenzio "colpevole". Intanto, si arena la riforma: c'è un'intesa sul processo civile, fumata nera però su penale e soprattutto sulla prescrizione. L'art. 27, comma 2, della nostra Costituzione stabilisce che "l'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva".
La realtà, però, ci racconta molte volte tutta un'altra storia perché le sentenze di condanna arrivano sempre più spesso dalle pagine dei giornali, dalle televisioni e dal web, dove quasi quotidianamente si celebrano processi a danno di questo o quell'indagato, peggio ancora se si tratta di un personaggio noto all'opinione pubblica. Se poi questi risulta innocente, quegli stessi salotti televisivi e quegli stessi giornali che hanno già emesso la sentenza di condanna sembrano dimenticare di dare il giusto spazio alla conclusione delle indagini o dei processi, se favorevoli all'indagato o all'imputato.
La riforma della giustizia annunciata dal ministro Alfonso Bonafede, intanto, rimane arenata. Le forze politiche che compongono il governo Conte hanno raggiunto proprio ieri un'intesa sulla riforma del processo civile che verosimilmente approderà in Consiglio dei ministri la prossima settimana. Fumata nera, invece, sul processo penale e prescrizione.
Eppure le tante storture del sistema sono sempre lì, note a tutti ma ancora irrisolte: errori giudiziari, ingiusta detenzione, durata irragionevole del processo, per citare i più eclatanti. Quest'ultimo, insieme alla riforma del Csm, finito nel caos dopo il "caso Palamara", è uno dei punti cardine della riforma che Bonafede ha nel cassetto ormai da mesi.
Lunghezza processi. Il testo della riforma del ministro Alfonso Bonafede prevede una durata massima di sei anni per i processi sia nel civile sia nel penale, superati i quali i giudici rischiano un illecito disciplinare.
Prescrizione. La legge cosiddetta "Spazza-corrotti" prevede che con la sentenza di primo grado non decorrano più i termini della prescrizione. Il blocco dei termini entrerà in vigore dal prossimo 1 gennaio. Ciò vuol dire che la prescrizione si fermerà solo entro i termini del giudizio di primo grado, mentre non decorrerà più e quindi non verrà applicata nei successivi gradi del giudizio, e ciò sia che si tratti di assoluzione sia che si tratti di sentenze di condanna.
Riforma Csm. Per superare l'attuale sistema legato alle correnti, è prevista l'introduzione del sorteggio tra i candidati al Consiglio superiore della magistratura prima della elezione vera e propria.
Nell'attesa che si sciolgano questi nodi, gli ultimi dati di errorigiudiziari.com, relativi al 2018, parlano di 895 casi di ingiusta detenzione, 136 dei quali si sono verificati nella nostra Isola, e di quasi 48 milioni di euro sborsati dallo Stato a titolo di risarcimenti per ingiusta detenzione (5,75 dei quali erogati in Sicilia). Numeri spaventosi che insieme a tanti altri indicatori mostrano quanto oggi più che mai sia improrogabile una seria riforma.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 22 novembre 2019
Corte di Cassazione - Sezione I - Sentenza 21 novembre 2019 n. 47291. Nessuna particolare tenuità del fatto per i militari che impongono, spacciandole per "nonnismo", condizioni umilianti e degradanti ai colleghi arrivando fino alle percosse. La cassazione con la sentenza 21 novembre 2019 n. 47291 ha precisato che in questo caso non si può parlare di "scherzi", di "goliardia" o di "nonnismo". Il caso esaminato dalla Cassazione coinvolgeva alcuni militare del reggimento paracadutisti Folgore. Alcuni soldati sono stati condannati per diffamazione, ingiurie e percosse ai danni di alcuni commilitoni perché condotte accertare andavano "oltre ogni possibile consuetudine goliardica, essendo state inferte con modalità gravemente lesive della dignità, dell'onore e della reputazione dei militari presi di mira, tanto più che uno veniva mortificato con l'inflizione di umilianti percosse". Inoltre tramite WhatsApp sono state diffuse le immagini delle persone offese nell'atto di subire le condotte degradanti. La tenuità del fatto, secondo i magistrati di legittimità, è quindi esclusa per la carica offensiva e la pluralità dei fatti.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 22 novembre 2019
Niente particolare tenuità del fatto se la pena lievita perché l'oggetto è esposto alla pubblica fede. Il tentato furto della custodia di un cellulare può costare sei anni e otto mesi di carcere, se l'oggetto è esposto alla pubblica fede. Sfuma così la possibilità di ottenere la non punibilità per la particolare tenuità del fatto, subordinata a una pena massima di 5 anni di reclusione. La Corte di cassazione (sentenza 47237) ha così accolto il ricorso del Pubblico ministero contro la decisione del tribunale che aveva assolto l'imputato applicando l'articolo 131-bis del Codice penale, che scatta quanto il fatto commesso è particolarmente lieve.
La sentenza - L'imputato era stato condannato per tentato furto aggravato, per essersi impossessato, dopo aver manomesso la vetrina, della custodia di un cellulare esposta alla pubblica fede. Per la pubblica accusa, la pena lievitava per effetto delle aggravanti. E la Suprema corte è d'accordo, codice alla mano. I giudici della quinta sezione penale ricordano, infatti, che la pena massima per il furto, nel caso ci siano due o più aggravanti, è di 10 anni, nello specifico da ridurre di un terzo. Il risultato è una pena edittale di 6 anni e 8 mesi, alla quale va aggiunta una pena pecuniaria che può variare dai 206 euro ai 1.549. Siamo dunque fuori dal raggio d'azione della norma sulla particolare tenuità del fatto. Nel caso esaminato è proprio il caso di dire che il furto non paga, ma paga decisamente il ladro che, nel caso esaminato, la custodia l'aveva dovuta restituire al legittimo proprietario perché il "colpo" non era andato a buon fine.
di Maria Carla De Cesari
Il Sole 24 Ore, 22 novembre 2019
La riforma del processo tributario, con giudici professionali a tempo pieno e giudici onorari, potrebbe riuscire a riscuotere la condivisione di gran parte dei parlamentari. L'analisi comparativa dei progetti di legge presentati da M5S (Martinciglio), Lega (Centemero), Bartolozzi (Fi, con l'appoggio anche degli avvocati tributaristi dell'Uncat) fa emergere come molti cardini siano comuni.
La comparazione è stata condotta da Livia Salvini, ordinario di diritto tributario alla Luiss di Roma nel corso del convegno sulle prospettive della riforma, promosso, a Roma, dall'Istituto per il governo societario e dall'Accademia romana di Ragioneria Giorgio Di Giuliomaria, presieduta da Paolo Moretti, con l'Ordine degli avvocati di Roma.
L'incontro è stata l'occasione per presentare la proposta di riforma elaborata dall'Istituto per il governo societario. Il progetto si caratterizza per essere un disegno di legge delega: a differenza dei testi parlamentari la regolazione minuta avverrà sulla base dei principi direttivi con decreti legislativi, attraverso cui saranno possibili anche le correzioni, con un passaggio molto più veloce rispetto a una nuova legge. La riforma sul processo tributario non prevede modifiche costituzionali, per tutti progetti si tratta di una giurisdizione speciale affidata alla presidenza del Consiglio (non più al Mef). Si prevedono due gradi e quindi il giudizio di legittimità in Cassazione: la proposta dell'Istituto per il governo societario individua il primo grado con competenza provinciale, per il secondo si privilegia il distretto di Corte d'appello.
I giudici onorari, secondo la proposta, hanno competenza per le controversie inferiori a 3mila euro, intorno a questa cifra sono anche attestate le altre proposte. La competenza dell'organo monocratico arriva fino a 30mila euro (50mila nel progetto di FI, mentre il M5S prevede che solo l'onorario possa decidere da solo). Fin qui la proposta dell'Istituto, illustrata da Massimo Basilavecchia, ordinario di tributario a Teramo.
Le attuali commissioni tributarie - ha precisato Giancarlo Tattoli, giudice tributario di Roma - avranno il compito di esaurire i giudizi pendenti. Angelo Gargani, garante dei contribuenti del Lazio, ha sollecitato a valorizzare la collegialità. Fiorenzo Sirianni, direttore della Giustizia tributaria del Mef, ha ricordato gli investimenti del processo telematico che supera le esigenze di prossimità territoriale e ha difeso l' attribuzione al ministero dell'Economia. Pasquale Saggese, responsabile fisco della Fondazione nazionale dei commercialisti, ha posto l'accento sulla necessaria specializzazione del giudice, togato o meno, e sul ruolo dei professionisti.
Maurizio Leo, professore presso la Scuola nazionale dell'amministrazione, ha sottolineato come il contenzioso nasca troppo spesso da leggi farraginose e dal corto circuito tra legislatore e giurisdizione. Un esempio? Dopo il contenzioso e le correzioni interpretative sull'articolo 20 della legge di Registro (si tassa l'atto, non la finalità), la Cassazione qualche settimana fa ha chiamato in causa la Corte costituzionale.
di Virginia Piccolillo
Sette-Corriere della Sera, 22 novembre 2019
La 'ndrangheta tutta capre e sequestri non è mai esistita. Sin da quando nell'isola di Favignana, a fine 800, mescolarono in carcere politici e criminali, si è data un tono, un'organizzazione simil-nobiliare, riti e linguaggi esoterici e prospettive imprenditoriali. Ma ora c'è un cambiamento epocale.
La google-generation ha modificato consuetudini e codici d'onore. Spietati, ma dai piedi d'argilla, i nuovi boss sono attratti dal potere, ma anche dal lusso, dalle amicizie glamour, dalle Ferrari, dai casinò e dalle vacanze. E, se catturati squarciano il velo sull'organizzazione criminale più impenetrabile. A fornirne una fotografia puntuale e appassionante il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, nel saggio scritto con Antonio Nicaso: "La rete degli invisibili".
Procuratore Gratteri com'è la 'ndrangheta 2.0?
"Perfettamente integrata. Si muove come noi. Frequenta gli stessi luoghi. Ha le stesse abitudini. A partire dai social".
Ma è possibile tracciare un identikit dei componenti?
"Certo, anche psichiatrico".
Psichiatrico?
"Finora sono stati descritti dal punto di vista sociologico, noi, grazie ad amici psichiatri, abbiamo indagato il lato oscuro della psiche mafiosa".
E cosa emerge?
"Una sindrome paranoica. Sono feroci, ma con una grande fragilità. I figli dei boss, sin da piccoli sono costretti a imparare il rispetto per i capi, l'odio per lo Stato e per i traditori. E devono sapere che le offese si lavano col sangue e ci si sposa solo con donne di mafia".
E loro obbediscono ancora?
"Non sempre. Il boss Luigi Bonaventura racconta come "pativa ad essere all'altezza delle aspettative del padre e dei maschi del clan". E invece adesso nelle intercettazioni si comincia a sentir parlare dell'omosessualità nei clan".
Accettata?
"Mai. Anche se un fido luogotenente invia al boss Giovanni De Stefano lettere appassionate. E un altro, intercettato, parla delle sue "avventure omosessuali". Il mito dell'uomo di ghiaccio con le donne che cadono ai suoi piedi si frantuma, in segreto".
Nella 'ndrangheta non parlava nessuno. Ora c'è chi si pente. Perché?
"Nessuno si pente. Collaborano perché reggono sempre meno il carcere. Non ce la fanno a restare in silenzio in un buco per 40 anni come i loro bisnonni patriarchi. Nell'ultimo anno quattro figli di boss hanno parlato. È un punto di vulnerabilità e con un sistema giudiziario più performante potremmo sfruttarlo per fare passi da gigante. Per questo la politica non deve sgretolare la legislatura antimafia".
Vuole dire che non va abolito l'ergastolo ostativo?
"Esatto. Dalle mafie si esce o da morti o perché si collabora. Chi tace va esaudito quindi è sempre pericoloso".
Lei descrive una 'ndrangheta "meno sangue e più trame segrete". Quali trame?
"Ci sono mondi diversi uniti da un comune vincolo massonico e da obbedienze di varia natura e dal legame a ordini cavallereschi e logge deviate. Nicola Femia, "riservato" del clan Mazzaferro dice di aver portato in Vaticano soldi destinati all'acquisto di droga in Colombia. Virigilio, massone, parla di una sorta di P2 dove avrebbe incontrato generali, ministri, politici. Parlano di processi aggiustati. Come disse il sindacalista Sebastiano Altomonte alla moglie: "C'è la visibile e l'invisibile e noi siamo nell'invisibile e la conoscono in pochi".
Non si uccide più, perché?
"Non serve. Si compra. C'è un abbassamento dell'etica generale. E le amministrazioni pubbliche sono sempre più permeabili, prone e corruttibili".
Da Tangentopoli non è cambiato nulla?
"Sì, in peggio. Si è arrivati all'assuefazione. Si frequenta il boss perché è ricco, potente, magari è sponsor o proprietario di una squadra di calcio. E si fa finta di nulla".
Magari, fuori dalla Calabria, non si sa chi è...
"Ce lo dicono gli imprenditori indagati al Nord. Ma se ottieni ribassi del 40% lo sai. E poi la pagherai. Come dice Nicodemo Filippelli, del "locale" di Legnano all'imprenditore usurato: "Io ti ho sistemato e io ti distruggo a cazzotti".
È ancora l'organizzazione criminale più potente?
"In Colombia compra la cocaina a 1.000 euro al Kg. Gli altri a 1.800. Si vende a 50 euro al grammo. Per prima investì in droga i soldi dei sequestri, mandò decine di broker in Sudamerica con le loro famiglie, ha avuto rapporti addirittura con le Farc guidate dall'italiano Salvatore Mancuso e per inviare le banconote di pagamento ha contatti frequenti con i terroristi islamici salafiti. Ma ora c'è un salto di qualità".
Ovvero?
"Da spettatrice vuole diventare protagonista della politica".
Tra poco si vota in Calabria. La 'ndrangheta su chi punta?
"I patti indecenti si fanno nelle ultime 48 ore. Quando scatta la paura di non farcela si è più disposti a incontrare il boss. E quando un capomafia indica un sindaco lo votano. Poi, per la legge Bassanini, questi nominerà i tecnici".
Per dare appalti ad amici?
"Non solo. Il boss Francesco Oliverio racconta come ha sgomberato un campo rom: "Glielo abbiamo detto 1, 2, 3 volte. Poi gli abbiamo messo una stecca di dinamite sotto una roulotte disabitata. La mattina erano andati via. La 'ndrangheta col popolo ci sa fare".
Da procuratore di Catanzaro lei sta facendo crollare il tabù dell'omertà dei calabresi. Come?
"Non sono né omertosi né masochisti. Non sanno con chi parlare. Un giorno alla settimana dalle 14 alle 22 ricevo tutti: usurati, estorti, concessi, una quota di pazzi. In coda ne ho 200. Vengono da altre regioni, anche dall'estero. Li ascolto e li smisto dai miei collaboratori carabinieri, poliziotti e finanzieri. Non è bello?".
Bellissimo come il suo ottimismo. Pensa che la 'ndrangheta si possa distruggere?
"Bisogna indagare sulle "teste pensanti". Finalmente si fa, anche in Calabria. Servono cambiamenti normativi, ponendo mano ai codici nella consapevolezza di trovare una forte convergenza politica su una battaglia di civiltà. Poi dovrà pensarci la scuola".
Hanno smesso di minacciarla?
Ride. "Cerchiamo di stare attenti".
di Gilda Maussier
Il Manifesto, 22 novembre 2019
Una donna su tre nel corso della vita ha subito una qualche forma di maltrattamento - dallo schiaffo allo stupro - da parte di un uomo. "Una ragazza su 10 della Generazione Z dichiara di aver subito molestie sessuali", secondo il rapporto di Terres des Hommes. La responsabile delle Pari opportunità annuncia un "micro-credito di libertà".
"A livello mondiale, ogni anno un miliardo e duecento milioni di donne subiscono violenza e cinquantamila vengono uccise da componenti della propria famiglia", denuncia la "We World Onlus" presentando il dossier "Making the Connection" alla Camera dei deputati, in vista della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne che si celebrerà lunedì 25 novembre. Vuol dire che una donna su tre al mondo (3,6 miliardi è la popolazione femminile globale) subisce violenza da parte di un uomo.
Un dato che potrebbe sembrare poco credibile ma naturalmente bisogna tener conto della metodologia adottata nella ricerca, del tipo di campione scelto e, soprattutto, delle domande poste nel corso del rilevamento. Nel caso del dossier della "We World", lo studio è il risultato di "una ricognizione di studi esistenti - spiega Greta Nicolini, portavoce della onlus -: i dati Istat del 2015 per l'Italia e per il resto del mondo i dati dell'Oms del 2013. Per "violenza" si intende dallo schiaffo allo stupro, qualsiasi atto che una donna subisce da un uomo nell'arco della propria vita". Anche da parte del proprio padre.
D'altra parte, partendo dalla definizione data dall'Organizzazione mondiale della sanità, la violenza può essere "fisica, sessuale, psicologica, oppure può riguardare la privazione (es.: violenza economica) e l'incuria". In ogni caso, secondo la onlus, la violenza degli uomini sulle donne "è riconducibile sostanzialmente al modello patriarcale". Si legge ancora nel documento: "Spesso i maltrattamenti sulle donne si consumano davanti ai figli: si stima che a livello globale circa 3 bambini su 4 (pari a circa il 75%) siano stati vittime nell'anno precedente di almeno una forma di violenza". Inoltre, ogni 10 donne uccise, l'autore dell'omicidio è un familiare o un ex familiare per 8 casi, in Italia, e 6 nel mondo. Per fortuna però la situazione, precisa lo stesso studio di "We World", "è in lento miglioramento a qualsiasi livello, mondiale, europeo e nazionale".
Però le donne denunciano di più: secondo il Censis, nel 2018 in Italia sono stati denunciati alle forze dell'ordine 4.887 violenze sessuali, il 90% delle quali subite da una donna e in 397 casi a subire è stato un minore di 14 anni. Nella classifica del numero di querele e denunce presentate, il nord è in vantaggio: al primo posto c'è Milano con 481 denunce, seguita da Roma con 411 e Torino con 215. Nel rapporto presentato nell'ambito del progetto "Respect-Stop Violence Against Women", realizzato dal Censis con il contributo del dipartimento per le Pari opportunità della Presidenza del consiglio, si legge anche che la prima provincia per numero di violenze sessuali denunciate in rapporto alla popolazione residente è Trieste, seguita da Rimini e Bologna.
Nell'ambito italiano, altri dati vengono invece dall'Osservatorio Indifesa - un progetto di Terre des Hommes e ScuolaZoo nato per sensibilizzare l'opinione pubblica, e soprattutto le ultime generazioni, sul tema - che ha intervistato "oltre 8 mila ragazzi e ragazze delle scuole secondarie in tutta Italia": "Il 10% delle ragazze della "Generazione Z" - ha spiegato Paolo Ferrara di Terre des Hommes - cioè le nate tra la seconda metà degli anni '90 e la fine degli anni 2000, dichiara di aver subito molestie sessuali e il 32% ha ricevuto commenti non graditi a sfondo sessuale online. Il 7% ha subìto rispettivamente stalking e ricatti o minacce relative alla circolazione di proprie foto o video a sfondo intimo, mentre l'8,4% ha ricevuto minacce di violenza".
Ed è di nuovo "emergenza": "Il Paese riconosce l'emergenza di un fenomeno a cui dobbiamo dare risposte - ha commentato la ministra per le Pari opportunità e la Famiglia Elena Bonetti presentando la campagna #liberapuoi - I dati sulla violenza maschile sulle donne sono allarmanti perché ogni volta che c'è un +1, c'è una vita intera che si sta giocando. Di fronte a questo abisso la prima cosa è accendere una luce nel buio e dirci che siamo tutti parte di questo fenomeno, colpevoli se restiamo in silenzio e se non mettiamo in atto politiche efficaci". Per questo l'esponente del Pd ha annunciato: "Il dipartimento investirà un milione di euro per le vittime di violenza, per ricostruirsi una vita dopo essere usciti da percorsi di violenza, per dare fiducia e investire su di loro". Lo ha chiamato "micro-credito di libertà".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 22 novembre 2019
Corte di cassazione - Sezione V - Sentenza 21 novembre 2019 n. 47241. Falso ideologico in atto pubblico a carico di professori, presidi e proprietari della scuola parificata che alterano i registri di classe facendo risultare presenti allievi che non ci sono e "barano" sui programmi di studio svolti. Per la Cassazione il registro è un atto pubblico.
I giudici della quinta sezione penale, hanno così confermato la responsabilità, per associazione a delinquere e falso in atto pubblico, reati prescritti, a carico di amministratori e soci di una Srl che gestiva istituti scolastici, oltre che degli insegnati e del preside. Agli amministratore era stato contestato il ruolo di mandanti, per aver fornito alla segreteria e al corpo docente, concorrenti nei reati, indicazioni univoche per compilare i registri di classe e dei professori.
L'obiettivo era far risultare presenti studenti che non c'erano, e svolti degli argomenti mai trattati. I ricorrenti avevano messo in piedi - spiega la Cassazione - un sistema capillare illecito, in Sicilia e in Calabria, che consentiva di far apparire fittiziamente, come alunni interni di istituti parificati, numerosi soggetti, che venivano poi ammessi a dare l'esame presso un preciso istituto. La Suprema corte respinge la tesi della difesa che negava la natura di atto pubblico "fidefacente" del registro, declassandolo a strumento ad uso interno, per la comunicazione reciproca tra insegnanti. I giudici precisano invece che il registro di classe è un atto pubblico con il conseguente reato di falsità ideologica in atto pubblico.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 22 novembre 2019
"I suoi spettacoli sono stati presentati in diverse edizioni di Destini Incrociati, il Festival nazionale di teatro in carcere, e impastano meravigliosamente alta letteratura e vita reale, concreta e intima, di chi vive recluso lasciando emergere nuovi sensi ai testi originari mentre gli interpreti recitano con la tranquilla convinzione degli attori professionisti, una partecipazione motivata, intensa, consapevole".
È parte della motivazione del Premio della Critica 2019 a cura dell'Associazione Nazionale Critici di Teatro - Anct e della Rivista europea "Catarsi-Teatri delle Diversità, assegnato a Ludovica Andò e alla Compagnia AdDentro del carcere di Civitavecchia.
I prestigiosi riconoscimenti Anct vengono assegnati ogni anno, sulla base di un doppio giro di segnalazioni, a personaggi, iniziative, spettacoli, eventi che si sono distinti nella stagione appena trascorsa. Ludovica Andò dal 2008 si è specializzata in interventi artistico-formativi negli istituti penitenziari di Civitavecchia (Casa di Reclusione e Casa Circondariale N.C.) portando avanti laboratori teatrali, di canto popolare e di disegno e pittura rivolti alla popolazione detenuta maschile e femminile.
"Una vera maestra di teatro dunque Ludovica Andò - si legge ancora nella motivazione - di cui si ricordano opere tratte da Sciascia, Schiller, Buzzati. Fresca di debutto con "Il campo" ispirato a "I ragazzi della via Pál" di Molnár. Al Palladium di Roma ha emozionato profondamente il pubblico con Fortezza, tratto da "Il deserto dei Tartari" e portato in scena dai detenuti della casa di reclusione di Civitavecchia, per le molteplici affinità tra le esperienze di vita militare di Giovanni Drogo e la vita in carcere, per il tempo vuoto, le tetre mura, le nostalgie, le lettere a casa, la solitudine". Ludovica Andò insieme a Emiliano Aiello ha diretto anche il film tratto dallo spettacolo teatrale "Fortezza" presentato il mese scorso alla XIV edizione della Festa del Cinema di Roma.
di Eloisa Moretti Clementi
Il Secolo XIX, 22 novembre 2019
Una cornice di legno, un funambolo elegante e un po' datato e infine, a sorpresa, una cascata di palloni giganti: è la semplice scenografia dello spettacolo "Un libro", interpretato dall'attore Agostino Corioni e resa speciale dalla presenza, nella platea del teatro dell'Arca nella Casa circondariale Marassi di Genova, di decine di famiglie con bambini di ogni età.
Un'immagine serena, un pomeriggio di svago autunnale in una giornata di pioggia, che tuttavia racconta molto altro: l'iniziativa, promossa alla vigilia della Giornata mondiale dei diritti dell'infanzia, fa parte del progetto "La barchetta rossa e la zebra" per contrastare la povertà educativa e, soprattutto, aiutare i papà detenuti a Marassi e le mamme rinchiuse a Pontedecimo a trascorrere dei momenti di qualità insieme ai propri figli, nelle preziose occasioni di incontro.
"Siamo diverse associazioni che lavorano in rete. Cerchiamo di offrire un presidio di umanità all'interno del contesto carcerario, aiutando le famiglie che vivono un momento molto delicato di separazione - spiega Valentina Tricerri, educatrice di Arci Genova - Un supporto ai detenuti e ai loro figli, attraverso colloqui extra come in questo caso, in cui il bambino è finalmente al centro dell'attenzione e i genitori si possono sperimentare in un contesto diverso. In primavera-estate abbiamo svolto attività all'aperto, nel campo da calcio, mentre oggi abbiamo proposto questo spettacolo teatrale in cui crediamo molto, dove la dimensione del gioco rompe gli schemi di tutti con una conclusione a sorpresa e la cascata di palloncini, emblema della leggerezza che, al momento, a queste famiglie manca".
Il progetto "La barchetta rossa e la zebra", che rischia di doversi concludere nel 2020, è finanziato dal bando prima infanzia (0-6 anni) e approvato dall'impresa sociale Con i Bambini. La fondazione Francesca Rava N.P.H. Italia ne è promotore e partner principale, capofila Il cerchio delle relazioni. Grazie a questo bando, dal 2018 le associazioni del terzo settore (cooperativa sociale Il Biscione, Veneranda compagnia di misericordia, centro medico psicologico-pedagogico LiberaMente, Arci Genova e Ceis Genova) hanno riqualificato gli spazi resi a misura di bambino all'interno delle Case circondariali Marassi e Pontedecimo di Genova, dove i figli dei detenuti hanno la possibilità di svolgere attività ludico-formative con la supervisione degli educatori, in attesa di incontrare i genitori. Il mese prossimo verranno inaugurate le nuove aree di accoglienza allestite nel carcere femminile di Pontedecimo, già attive a Marassi. Il progetto è sostenuto da: gruppo EcoEridania, Ikea Genova, Federfarma Roma, Farma & Friend e Perrigo.
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