di Franco Giubilei
La Stampa, 30 dicembre 2019
Valerio Guerrieri aveva ventun anni quando si impiccò nel carcere di Regina Coeli, a Roma, il 24 febbraio del 2017. "Era un ragazzo con disturbi del comportamento, secondo l'ultima diagnosi", dice la madre Ester Morassi, e in quella cella non ci sarebbe dovuto stare, perché il giudice ne aveva riconosciuto la seminfermità in un processo per rapina, disponendone il ricovero in una Rems (Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza, ndr).
Il 16 febbraio, otto giorni prima di morire, Valerio ha scritto una lettera al fratello in cui diceva che era stanco, che non ne poteva più di stare in cella, che si svegliava al mattino e stava male", racconta la madre riepilogando le tappe di una vita difficile, fatta di permanenze in strutture riabilitative e psicofarmaci pesanti, reati e trattamenti sanitari obbligatori.
Dopo che Valerio si uccide annodandosi al collo le lenzuola della sua branda, Ester non si rassegna e si rivolge all'associazione Antigone, che le affianca la legale Simona Filippi e porta il caso davanti alla magistratura: "Ne sono nati due procedimenti - spiega l'avvocato. Il primo per omissione d'atti d'ufficio e indebita limitazione della libertà personale, a carico della direttrice di Regina Coeli e di due funzionari del Dap. Due volte il pm ha chiesto l'archiviazione e due volte il giudice ha accolto la nostra opposizione, perché la disposizione di ricovero in Rems è rimasta ineseguita e perché non si è dato corso alla revoca della custodia in carcere. Ora siamo in attesa della nuova udienza".
La seconda inchiesta, per omicidio colposo, ha visto il rinvio a giudizio di sette agenti di polizia penitenziaria e uno psicologo, l'udienza è fissata per il prossimo 26 febbraio. Ma la storia di Valerio, al di là degli aspetti processuali, pone in tutta la sua drammaticità la questione dell'inefficienza del sistema di trattamento del disagio psichico in carcere: "Da114 febbraio, quando è stato portato a Regina Coeli, al 24 febbraio, quando si è suicidato, nessuno ha mosso un dito per mio figlio - dice la madre. Lì dentro tutti potevano fare la differenza: agenti, psicologi, la direzione, ma nessuno l'ha fatto perché, secondo me, ne avevano fin sopra i capelli di Valerio. Rompeva le scatole, ma lo faceva perché andava curato".
I problemi del ragazzo cominciano a 12 anni, età della prima diagnosi come "borderline con lievi disturbi psico-maniacali", a 14 anni il ricovero in una struttura riabilitativa, a 16 il furto di una moto e il carcere minorile, commutato in un nuovo ricovero.
Nel 2014 è coinvolto in tre rapine, ma il giudice riconosce l'inadeguatezza del regime carcerario e lo rimanda in un centro riabilitativo. "Una volta gli hanno dato il Tso (trattamento sanitario obbligatorio, ndr), ma lui è scappato, l'hanno ripreso e portato in carcere, quindi lo hanno mandato all'Opg di Secondigliano, dov'è rimasto un anno, finché lo hanno destinato a una struttura riabilitativa a Subiaco". Poi Regina Coeli, la Rems di Ceccano, tutto questo fra fughe e altri ricoveri, fino all'ultima, fatale detenzione a Regina Coeli. "Se fosse stato curato in modo giusto, non sarebbe finito così".
di Stefano Bressani
ilsussidiario.net, 30 dicembre 2019
Il 2020 si annuncia di grande impegno - in definitiva politico - anche per la Corte costituzionale. In un regime democratico di eccezionalità ormai quasi permanente, anche la Consulta ha visto evolvere il suo ruolo, a ruota stretta rispetto alla Presidenza della Repubblica (il Capo dello Stato in carica è fra l'altro un ex giudice costituzionale).
Entrambi i soggetti designati dalla Carta all'ultima garanzia della Repubblica si sono visti chiamati sempre più nel merito del confronto politico e delle scelte di governo: ciò che ha reso sempre più impervio il loro lavoro nella democrazia sostanziale. Ora per la Consulta si profila un ruolo di arbitro ultimo della definizione del possibile percorso elettorale: a incrociare il cammino del referendum confermativo sul taglio dei parlamentari e quello abrogativo dell'abolizione del metodo proporzionale nel sistema elettorale. Ma ci sarà prevedibilmente dell'altro, su fronti non meno delicati.
Poche settimane fa la Corte ha ad esempio restituito al gip di Taranto le carte di un ricorso d'incostituzionalità riguardante lo "scudo penale" previsto negli accordi fra governo e Arcelor-Mittal sul salvataggio Ilva, tuttora irrisolto. Nei giorni scorsi il politologo Angelo Panebianco, in un fondo sul Corriere della Sera, ha finito per richiamare in causa la Consulta su ambedue le questioni sostanziali rimaste inevase da una scelta apparentemente tecnica.
La prima e principale è il ruolo assunto dal potere giudiziario nella democrazia repubblicana, rispetto agli altri due poteri costituzionali e nelle dinamiche complessive della società italiana (il caso Ilva è su questo piano certamente significativo). Panebianco ha infatti discusso l'imminente varo della riforma della giustizia firmata dal ministro pentastellato Alfonso Bonafede incentrata sulla sospensione della prescrizione.
Il passo - ad avviso del commentatore - segnerebbe l'instaurazione definitiva di una "repubblica penale", egemonizzata dalla magistratura: proprio quando essa appare più assillata da inquietudini politiche, lacerazioni corporative, crisi di credibilità democratica. Questa "penalizzazione" della vita politico-economica - sottolinea Panebianco - rischia fra l'altro di rendere l'Azienda Italia estremamente poco appetibile per gli investitori esteri.
di Gianluigi Pellegrino*
La Repubblica, 30 dicembre 2019
Forte ma incapace di dare uno straccio di risultato. Per quanto acceso, il dibattito sulla riforma della prescrizione che sta per entrare in vigore, sembra finito su un binario morto. Fertile di analisi quanto sterile di soluzioni.
Mentre rischiamo il paradosso di passare dal salvacondotto della prescrizione, a quello persino più odioso di pene che non diventano mai definitive, né esecutive e, allo stesso tempo, processi infiniti per gli innocenti.
Il tutto, come bene evidenziato sabato da Luigi Manconi su queste colonne, senza aver nemmeno avuto il tempo di verificare gli effetti delle novità rilevanti che poco tempo fa il Pd con Orlando aveva faticosamente introdotto e che ora già ci rimangiamo.
Allora una soluzione va ricercata partendo necessariamente dal dato di realtà costituito dalla riforma Bonafede che, con i botti di Capodanno, entrerà sicuramente in vigore, rischiando però di scoppiare tra le mani dello stesso ministro.
Come noto, la legge voluta dai Cinque Stelle si riassume nell'abolizione della prescrizione a partire dalla sentenza di primo grado quale che essa sia, persino di assoluzione. Certo di tale riforma pur molto zoppicante negli effetti, e malferma nelle basi di cultura giuridica, va riconosciuta l'esigenza di partenza, tante volte anche qui denunciata, costituita dalla intollerabile impunità che negli anni il pur civile istituto della prescrizione ha portato con sé e con la sua degenerazione.
Senza quindi dimenticare questa ragione giustificativa, si deve però evitare che la novella generi l'effetto paradossale di aprire una nuova via alla impunità, perché condanne che non diventano mai definitive equivalgono a pene che mai si scontano e a parti civili che mai hanno giustizia. E allo stesso tempo deve garantirsi che l'imputato che voglia davvero il processo abbia in tempi ragionevoli un verdetto finale per esigenza minima di civiltà giuridica.
E allora una piccola ma essenziale modifica da introdurre senza indugio alla riforma Bonafede, magari per mano dello stesso ministro, è quella di prevedere che almeno all'imputato che richieda il giudizio immediato con le relative rinunce processuali, lo Stato garantisca la relativa celebrazione in tempi ragionevoli, in difetto operando la prescrizione che a quel punto non sarà più odioso salvacondotto da un processo che invece lo stesso imputato ha chiesto e costruttivamente sollecitato.
Si tratta di una modifica minima quanto essenziale come quella di escludere che la prescrizione sparisca, pur quando si sia stati assolti in primo grado. Due piccoli ma decisivi ritocchi cui il ministro non dovrebbe avere ragione alcuna di opporsi se davvero della prescrizione vuol gettare via soltanto l'odioso portato di salvacondotto e impunità.
E non voglia invece rischiare di passare alla storia per aver fatto rientrare dalla finestra sia l'uno sia l'altra, con pene mai definitive che restano solo sulla carta e con l'insopportabile processo infinito anche per gli innocenti.
*Costituzionalista e avvocato esperto di diritto amministrativo
tusciaweb.eu, 30 dicembre 2019
"Natale in carcere non è mai festa. Ancor meno a Viterbo, che rispetto alla capitale, ha meno volontari e iniziative". Alessandro Capriccioli, consigliere regionale di +Europa Radicali, ha visitato Mammagialla il 27 dicembre con il deputato Riccardo Magi. La sua idea è quella di un penitenziario "ingovernabile e a rischio", dice. Con l'organico ridotto all'osso che, sommato al sovraffollamento, crea una miscela esplosiva.
"Al penitenziario viterbese - spiega Capriccioli - mancano all'incirca 60 agenti. Una carenza d'organico che sicuramente si ripercuote sulla serenità di tutti, poliziotti e detenuti". Insieme a Magi, il consigliere ha passato a Mammagialla tutto il pomeriggio di venerdì. Tre ore nei reparti nuovi giunti, isolamento e reati comuni. E una valanga di segnalazioni.
"I detenuti non vedevano l'ora di farsi ascoltare - racconta Capriccioli. Ci hanno praticamente assaliti con lagnanze di ogni tipo La maggior parte sulla gestione sanitaria. C'è chi, malato di tumore, sostiene di aver dovuto aspettare e sollecitare per delle medicazioni. Chi sarebbe stato costretto a scegliere tra la visita medica e l'ora d'aria. Un altro ci si è presentato con le capsule dei denti in mano: le deve rimettere, dice che aspetta da settimane di andare dal dentista".
Il 25 c'è stato un pranzo speciale: con arrosto e patate. Qualcuno lamenta razioni scarse, a Natale e durante l'anno. "Alcuni - spiega Capriccioli - ci hanno detto che se non facessero la spesa, cucinando per sé dentro la cella, mancherebbe da mangiare per chi si serve della mensa".
Sintomi di malfunzionamento, per il consigliere regionale che, visitando più volte Mammagialla, ha notato un clima diverso da altri penitenziari laziali. "Non prendo ogni segnalazione per oro colato - afferma. Verificare certe situazioni è compito della magistratura e, ovviamente, non tutto quello ci viene riportato è necessariamente vero oltre ogni ragionevole dubbio. Ma in altre carceri non mi capita di avere ogni volta questo esercito di persone con questa massa di problemi. È indice di una scarsa attenzione e di un dialogo quotidiano che manca, oltre alla carenza d'organico: chi accompagna i detenuti alle visite mediche se non c'è personale?".
"La sensazione - conclude - è quella di un luogo che è diventato problematico gestire. Con i detenuti, da un lato, che non soddisfano le loro esigenze e il personale, dall'altro, che è stremato, sotto pressione e fatica come faticherebbe chiunque a lavorare in queste condizioni. Il ministero dovrebbe dare una mano a questo carcere".
recensione di Marilu Oliva*
huffingtonpost.it, 30 dicembre 2019
"Chiunque varchi la porta di un carcere lo sa (e se non lo sa, lo sente) che sta passando da un'altra parte inconciliabile con la promessa che ci fecero da bambini: che la vita non avrebbe fatto paura, e non saremmo mai rimasti soli. Il carcere invece è paura e solitudine".
Il carcere di cui parla la citazione è quello minorile di Nisida, dove è ambientato gran parte del romanzo "Almarina", di Valeria Parrella (Einaudi, collana Coralli). Il contrasto tra l'amenità di quel territorio di confine in bilico tra terra e mare e la ferocia della vita salta subito agli occhi attraverso le parole della voce narrante di Elisabetta Maiorano. Insegnante cinquantenne, si è sposata tardi e la perdita del suo Antonio l'ha collocata in una posizione di vedovanza che la costringe a fare i conti con i propri fantasmi. Approdata in questo posto dopo anni di supplenze in giro per l'Italia, ogni volta che vi entra dentro, però, si deve quasi bilanciare, deve ricalcolare gli spazi e le distanze.
Tra gli allievi di Elisabetta c'è la detenuta eponima del romanzo, Almarina. Romena, sedici anni, un padre che la violentò e le ruppe le ossa a forza di mazzate, un fratello che lei avrebbe voluto salvare e che per questo aveva portato con sé in Italia, ma ora è stato affidato a qualcuno e Almarina non sa più nulla di lui. La docente assiste a ciò che fiorisce dopo tanta disperazione e anzi, contribuisce a questo sbocciare nel suo modo discreto e sensibile, mentre attorno ai singoli destini si attorciglia una città bella e mostruosa, ambivalente, eppure sempre vera e mai impreparata: "Napoli è una città che ci sa fare con la morte, le dà il giusto peso, che è quello della vita: cioè, preso individualmente, poco più di nulla".
Se la cura, l'attenzione per l'altro sono valori cardine di questo romanzo, fanno invece da contraltare i meschini riti carcerari, l'idea della repressione forzata, della libertà negata - e il lettore che vorrà cogliere interessanti spunti di riflessione, potrà farlo su più livelli.
A questo mondo di norme ripetitive si oppone la fuga del pensiero attraverso i libri, la speranza e un amore - un filo filiale-materno che lega le due donne - che si fa beffe delle convenzioni: "Voi che giudicate, siete disposti a credere ai colpi di fulmine, ma altre forme d'amore improvviso vi mettono in sospetto. Le amicizie sembrano maliziose, l'amore per i discepoli riverbera di paternalismo e l'ammirazione profonda per gli anziani pare sia coperta da chissà quale mancanza nascosta nel passato. Volete che l'amore proceda per gradi, vorreste intravederne un percorso lineare, guardare, morbosi, tutto. Invece no, non si guarda: il cuore è opalino e gli esami di coscienza sono per gli infelici".
Valeria Parrella ci ha regalato un altro libro prezioso, un altro tassello che fa luce sull'ombra, con uno stile raffinato che omaggia alcuni grandi dal passato: ho ritrovato echi di Primo Levi (una ragazza che "aveva gli occhi scoppiati delle rane d'inverno"), echi biblici, citazioni gramsciane, passaggi dove solo la poesia è in grado di esprimere la nostalgia ("La prima volta che ho visto Antonio stava annottando: eravamo entrati sparsi, e dopo, subito dentro il recinto della solfatara, ci eravamo raccolti in gruppi. Era bella l'ora di settembre quella sera che avevamo trent'anni") e addirittura strofe di canzoni romene, come quella tratta dalla canzone Lie Ciocarlie, interpretata da Maria L?t?re?u.
*Scrittrice, noirista e insegnante di lettere
di Paolo Ardovino
La Nuova Sardegna, 30 dicembre 2019
In edicola il dvd con i successi della band Gigi Sanna: "I giorni passano ma ci sono brani che restano". Vien facile chiamare in causa i viaggi nel tempo. D'altronde è lo stesso Gigi Sanna a rimarcare i cambiamenti, le evoluzioni, che hanno subito la musica degli Istentales; ma anche prima che le note inizino a susseguirsi tra loro, bastano le immagini.
"Prendi la barba, da nera è diventata più folta e completamente grigia" ci scherza su il frontman della storica band nuorese. C'è una storia lunga decenni nel dvd del progetto "Liberi dentro", in edicola con La Nuova sino al 1° gennaio 2020 e che comprende anche il libro omonimo, un racconto a firma di Luciano Piras del tour nelle carceri - sarde e della penisola - fatto in questi anni dagli Istentales. Il dvd è un'efficace sintesi della storia del gruppo, di conseguenza della Sardegna. Sedici videoclip, i grandi successi (capeggia "Promissas"), le collaborazioni con Pierangelo Berti e Roberto Vecchioni. Il primo video della tracklist è l'ultimo girato.
"A Gianluca", una canzone-ricordo in memoria della scomparsa, a inizio anno, del fratello di Gigi Sanna. "Un testo che non avrei voluto mai scrivere - dice - lui era il più piccolo di casa. Era un dovere raccontalo. Ironia della sorte, è morto lo stesso giorno di mio padre, ma quarant'anni dopo". Otto gli autori dei videoclip del dvd, Peppino Canneddu, Gianni Medda, Gian Luca Sotgiu, Gianni Ledda, Daniele Barbato, Pier Andrea Maxia, Paul Dessanti e Francesca Lai. "Promissas" era la sigla di "Sardegna canta" del 1997, la prima volta che Bertoli cantò in sardo".
Il leitmotiv dell'intera raccolta è "Ricordo". "È una bella cosa ricordarsi le cose fatte in passato - conferma Gigi. Sandro (Canova) aveva i capelli, io la barba nera, Luca (Floris) i capelli neri. Ci si rende conto del tempo che passa e delle canzoni che sono rimaste nel tempo". Storia della band, come detto, ma anche della realtà isolana.
Che è cambiata parecchio: "Lettera nel tempo", per dire, attraverso il rito della preparazione del corredo da sposa da parte della madre, parla di una simbologia ormai perduta. "La parola "amore" non esisteva nel nostro vocabolario, si parlava di "Ti cherio bene", che era molto più grande. Si son persi molti valori - è sicuro - ancora oggi, passare giornate a sentire le storie degli anziani mi fa crescere, vorrei tornassero certi tempi fatti di tanta sincerità, oggi purtroppo vedo una realtà molto più individualista e dove si è perso il rapporto col proprio vicino di casa".
Arriva verso la fine "Testamento del poeta", la voce è di Roberto Vecchioni. "Un brano scritto proprio per lui, il maestro - anzi no -, il professore, è una persona dai forti valori. E ama la Sardegna, sei anni fa è diventato cittadino onorario di Mamoiada.
Averlo frequentato è un patrimonio importante. Un giorno capito a Milano e mi invita a pranzo a casa sua, colgo l'occasione e gli faccio sentire "Testamento del poeta", gli scendevano le lacrime agli occhi". Così, ha trovato spazio anche una sua strofa. E non solo, dato che Vecchioni ha scritto anche la prefazione al libro "Liberi dentro".
di Maria Simona Gabriele
savutoweb.it, 30 dicembre 2019
Nei giorni scorsi si è tenuta la presentazione del testo "Manuale di giustizia riparativa e devianza minorile" presso l'Università della Calabria, Aula Magna (Sala Stampa) ed ha visto protagonisti l'editore della casa editrice "Santelli Editore" nella persona di Giuseppe Santelli, rispettivamente, le due co-autrici del libro dott.ssa Mariacristina Ciambrone, presidente A.I.Me.Pe, mediatrice penale, familiare e scolastica, e dott.ssa Maria Esposito, psicologa, sessuologa, psicodiagnosta, specializzata in devianza minorile.
Il tutto è stata arricchito dalla prefazione del prof. Giap Ercole Parini, docente Unical, e dalla prof.ssa Franca Garreffa, docente Unical, che ha contribuito alla stesura del testo argomentando sull'ergastolo ostativo. Ospite dell'evento (nella foto) Lorenzo Sciacca, in qualità di testimone di giustizia riparativa, che ha arricchito il manuale attraverso una sua intervista e testimonianza diretta. Un intervento decisivo quello di Sciacca che ha suscitato molta emozione. L'evento è stato moderato da Alfredo Bruni, collaboratore della "Santelli Editore". Un dibattito interattivo con il pubblico, carico di domande e spunti di riflessione.
Il testo presenta un approccio interdisciplinare per quanto concerne il fenomeno della devianza minorile e l'importanza di percorsi di mediazione penale e giustizia riparativa come modello di giustizia alternativa e come forma di prevenzione nei procedimenti penali minorili. L'editore Santelli ha dichiarato che la stessa casa editrice è attenta verso queste tematiche. In un contesto sociale dove il mondo cambia, le autrici possono offrire nuovi spunti, circa la mediazione penale che d'altronde in Italia sembra essersi sviluppata da poco.
Questo manuale pone l'accento a tutti quei mestieri legati alle relazioni d'aiuto: dall'assistente sociale, all'educatore e di come essi abbiano bisogno di strumenti, di supporti, che possano facilitare un determinato percorso rieducativo e valorizzare queste figure professionali.
Durante la presentazione Maria Esposito ha difatti centrato l'attenzione sulla devianza minorile, e delle sue esperienze significative nell'ambito, tematiche presenti nel manuale che come possiamo notare, non si limita solo alla teoria, ma rappresenta una testimonianza diretta carica di vissuti.
Mariacristina Ciambrone ci ha raccontato come nasce questa vocazione. Laureatasi in Scienze del Servizio Sociale proprio all'Unical, successivamente decide di intraprendere un percorso formativo specializzandosi negli ambiti della mediazione: quello della mediazione penale, famigliare e quella scolastica.
L'autrice ha dichiarato: "oggi è molto semplice acquisire un titolo ma è difficile essere un mediatore, e per me che è diventata una filosofia di vita lo è ancora di più in una terra come la nostra dove spesso emergere e difendere la propria professione diventa un compito difficile. Attualmente sono promotrice di cinque sportelli comunali dell'hinterland calabrese per quanto riguardo la mediazione famigliare e dei conflitti, e il mio impegno continua con tanti progetti sia nelle scuole che in quello penale".
Una testimonianza importante, quella della dottoressa Ciambrone, che rappresenta per i giovani un invito a credere nelle passioni. Del resto la mediazione sta proprio in questo andare oltre gli ostacoli che la vita ci pone. Non a caso anche la copertina del romanzo, dove vi è raffigurato un bellissimo Fiore di Loto, sottolinea l'autrice, non è di certo una scelta puramente casuale. Il Fiore di Loto è il simbolo della mediazione umanistica, che nasce dal fango, e con esso si nutre, e nonostante ciò diventa un bellissimo fiore.
Il Fior di Loto è quindi la metafora di come spesso dalle difficoltà possano fiorire nuove opportunità, di come la nostra esistenza possa abbracciare strade completamente inaspettate.
È il simbolo della resilienza, che per l'autrice è lo scopo della mediazione umanistica, perché la mediazione umanistica pone al centro di tutto l'uomo e i suoi valori. La mediazione è il luogo dove manifestare la propria diversità, che incontra anche quella dell'altro e la accoglie.
Quando parliamo di mediazione umanistica, non possiamo non parlare di giustizia riparativa, che è quella giustizia "ristoratrice" che nasce in Canada tra la fine degli anni ottanta e gli inizi degli anni novanta. Il fine della giustizia riparativa è quello di donare l'equilibrio, e potremmo anche dire che è la parte più nobile della giustizia, perché è quella giustizia che non giudica, non da sentenze ma mira solo a far sì che l'uomo possa riconciliarsi con sé stesso e con il mondo. Perché la giustizia riparativa pone al centro il conflitto che nasce tra l'autore del reato e vittima. Il mediatore è un "artigiano di pace", uno stratega del conflitto. È un professionista che lavora per ridurre questo conflitto.
Una presentazione che ha appassionato anche chi di mediazione umanistica ne conosce poco, un manuale carico di intensità, che ci auguriamo possa rappresentare un punto di riferimento per tutti i professionisti e non solo.
di Giampaolo Pioli
quotidiano.net, 30 dicembre 2019
Prosciolti sia il consigliere del principe ereditario sia l'ex numero due dei servizi segreti sauditi. Il commento della relatrice speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie, Agnes Callamard, è tranciante: "La parodia di indagini, processo e giustizia continua".
Le cinque condanne a morte emesse da un tribunale speciale di Riad dopo un processo durato un anno, che si è svolto a porte chiuse, e una sentenza dalla quale non si conosce nemmeno il nome dei condannati, non poteva essere più negativo. Solo sei mesi fa la stessa Callamard aveva steso un rapporto sul barbaro assassinio nel consolato saudita di Istanbul del giornalista Jamal Khashoggi definiva "prove credibili" quelle nei confronti del mandante del delitto e avrebbero portato dritto al principe ereditario Mohammed bin Salman.
I magistrati della monarchia però non ne hanno tenuto minimamente conto e hanno fatto cadere ogni sospetto sia su di lui sia sulla sua cerchia ristretta, compresi i leader dei servizi segreti sauditi che avrebbero architettato l'intero piano per far cadere in una trappola e uccidere Khashoggi, attirato a Istanbul con la promessa di un visto per poter contrarre matrimonio con la fidanzata turca.
Nessuna accusa nemmeno per il consigliere del principe Saud al Qahtani, considerato anche da molti e dai magistrati turchi il vero "architetto" del delitto, così come dell'ex numero due dei servizi segreti Ahmed al-Assiri che avrebbe addirittura diretto in prima persona le operazioni sul campo ma contro il quale non ci sarebbero state "mancanza di prove". Per la Ue, contraria alla pena capitale, si tratta di una condanna disumana e crudele quella applicata ai cinque indiziati che hanno fatto a pezzi Khashoggi facendo sparire il suo corpo, così come ridicole le pene minori comminate agli altri 6 indiziati coinvolti nella missione omicida, condotta con due jet privati che sono atterrati e ripartititi da Istanbul in poche ore.
Ma a Riad è la voce di Salah figlio del giornalista del Washington Post e della moglie separata quella che il regime saudita usa per riabilitarsi. "Oggi giustizia è stata fatta per i figli di Jamal Khashoggi - dichiara dalla sua residenza segreta all'interno del Regno- Affermiamo la nostra fiducia nella magistratura saudita a tutti i livelli". Fonti del quotidiano della capitale sostengono però che dopo una prima reazione di orrore, i figli e la famiglia di Khashoggi sarebbero stati compensati e tacitati con una straordinaria somma di denaro, anche se loro negano.
Per la fidanzata di Khashoggi che lo attendeva fuori dal consolato in Turchia mentre lo facevano a pezzi, invece "la giustizia è stata calpestata". Incredule le reazioni al Palazzo di Vetro anche se il processo prevede anche una fase di appello, ma per il Dipartimento di Stato americano essere arrivati alla sentenza si tratta di "passo importante".
Le organizzazioni dei diritti umani e Reporters sans Frontière si accaniscono contro la sentenza di Riad ma continuano la pressione sperando che si arrivi anche al processo di appello nel tentativo di allargare le maglie di una inchiesta misteriosa e senza alcun elemento di trasparenza ma passata di contraddizioni in contraddizioni, a partire dall'affermazione che Khashoggi sarebbe entrato si al consolato ma poco più di un'ora dopo sarebbe uscito. Non senza significato però è il fatto che dopo la sentenza di morte criticata ma senza troppo clamore a livello internazionale il principe ereditario saudita abbia subito avviato un negoziato con le forze ribelli in Yemen contro le quali sta combattendo da anni, abbia praticamente allentato la tensione col Qatar e oltre ad aver messo sul libero mercato parte delle azioni della società petrolifera saudita, si prepari adesso con l'ombra e la macchia di Khashoggi sempre più lontane a giocare una grossa partita nella politica medio orientale, compreso un diverso approccio non solo con Israele ma anche con l'Iran.
di Claudio Del Frate
Corriere della Sera, 30 dicembre 2019
Lo rileva l'Unhcr, l'agenzia Onu per i rifugiati. In tutta l'area le partenze sono ibn calo ma il flusso principale in un anno si è ribaltato dalla Spagna ai Balcani. È la Grecia lo stato del Mediterraneo che nel corso del 2019 si è visto sottoposto alla pressione migratoria più forte.
In un anno in cui il numero degli sbarchi sulle coste europee ha conosciuto un marcato ma non macroscopico calo, si è ribaltata la mappa rispetto al 2018 quando invece era stata la Spagna il punto di approdo privilegiato da chi fuggiva dall'Africa. L'Italia, come accade da due anni in qua, è invece una rotta secondaria nel quadro generale del Mediterraneo. Il dato emerge dalla mappa - aggiornata al 23 dicembre scorso - visibile sul sito dell'Unhcr, l'agenzia dell'Onu che si occupa dei rifugiati.
Da ovest a est - Complessivamente tra gennaio e Natale sono partite dalle coste nordafricane turche 123.000 persone contro le 141.400 del 2018. Una tendenza in costante calo dal 2015, anno in cui il flusso dei migranti aveva superato la soglia del milione.
Nel 2019 sulle coste della Grecia sono arrivati 73.377 stranieri, 31.400 in Spagna, 11.270 in Italia, 3.300 a Malta, 1.600 a Cipro. Circa 2.000 sono arrivati invece in territorio Ue varcando la frontiera terrestre tra Turchia e Bulgaria. Il quadro rispetto al 2018, come detto, è mutato radicalmente da ovest a est: un anno fa la pressione migratoria maggiore aveva riguardato la Spagna (65.600) seguita dalla Grecia (32.500) e dall'Italia (23.400). Afghanistan e Siria sono i due paesi principali di partenza dei migranti (rispettivamente 20.600 e 16.300). In calo anche il numero dei morti durante le traversate, scesi da 2.277 a 1.277.
Il ruolo di Turchia e Italia - Diversi fattori possono aver contribuito a mutare la prospettiva. Nei campi delle Turchia restano fermi circa 3 milioni di rifugiati la maggior parte dei quali vuole raggiungere l'Europa; Erdogan, come arma di pressione verso la Ue, ha periodicamente minacciato di allentare i controlli alle sue frontiere e probabilmente la minaccia si è tradotta in realtà.
Riguardo alla rotta tra Libia e Italia, invece, nel 2019 è stato rinnovato il memorandum sottoscritto a suo tempo dal ministro Minniti con le autorità di Tripoli (che dà sostegno alla guardia costiera libica ma di fatto trattiene i migranti in condizioni disumane nei campi libici) e dell'altro sono rimasti in vigore i decreti di Salvini (che se non si sono ripetute le crisi che avevano caratterizzato la presenza al Viminale del leader leghista). D'altro canto va registrato che, specie nella seconda parte del 2019 sono calate le partenze dalla Libia e sono invece cresciute quelle con i "barchini" dalla Tunisia.
di Edoardo Segantini
Corriere della Sera, 30 dicembre 2019
Ogni minuto di ogni giorno, in ogni angolo della Terra, dozzine di aziende, sconosciute ai più e operanti su terreni privi di regole, tracciano i movimenti di decine di milioni di persone attraverso gli smartphone. Ogni minuto di ogni giorno, in ogni angolo della Terra, dozzine di aziende, sconosciute ai più e operanti su terreni privi di regole, tracciano i movimenti di decine di milioni di persone attraverso gli smartphone.
Raccolte le informazioni, le immagazzinano in grandi depositi di files. L'operazione è resa possibile dai software di localizzazione presenti in molte app di uso comune. L'obiettivo è rivendere i dati ad altre aziende, che li utilizzano per rendere più efficace e mirata la pubblicità. Questa però è la migliore delle ipotesi: non si esclude che quelle informazioni possano essere usate in altri modi, meno innocenti e più intrusivi, ad esempio a fini di condizionamento elettorale.
Tutto questo non è fantascienza: accade in America e, presumibilmente, in Europa e in Italia. Il New York Times ha ottenuto uno di questi files e, con un lungo lavoro, l'ha decifrato, analizzato, commentato e tradotto in un'infografica impressionante, che ritrae i percorsi di milioni di "ping" (gli spostamenti delle persone), raffigurati come puntini verdi. Ne risultano immagini di gigantesche nuvole, fatte di puntini verdi.
Nessuno sfugge a questo tracciamento, ignoti o celebrità che siano, come Johnny Depp: neppure il presidente Trump, seguito nei suoi spostamenti. L'inchiesta del quotidiano americano suggerisce varie riflessioni. La principale è sull'immensità degli spazi "a-legali" che si aprono con l'avanzare dell'innovazione tecnologica e sulla necessità di regolare il commercio dei dati personali. Obiettivo raggiungibile, come si è cominciato a fare con la Direttiva europea sulla privacy. La seconda riguarda l'informazione di qualità: che richiede tempo, investimenti e competenze, ma è uno dei pochi antidoti contro il rischio di un'opinione pubblica debole, manipolabile e condizionabile.
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