agorasportonline.it, 30 dicembre 2019
La Libera Rugby Club, la prima squadra gay inclusiva di rugby d'Italia, incontra i detenuti del carcere di Rebibbia in un incontro amichevole all'interno del progetto di rugby nelle carceri sviluppato dai Bisonti Rugby. Il programma è riconosciuto dalla Fir e dal Coni e si fonda sulla convinzione che il rugby sia una vera e propria scuola di vita in grado di riavvicinare coloro che lo praticano a valori sani e al rispetto delle regole.
Nato nella Casa circondariale di Frosinone e ora esteso anche al carcere romano di Rebibbia il progetto rugby nelle carceri aiuta coloro che decidono di mettersi in gioco a riscoprire valori come la lealtà, la voglia di migliorarsi, l'accettazione della sconfitta e il gioco di squadra. Principi fondamentali per un futuro reinserimento nella società.
"Siamo entusiasti e orgogliosi di poter partecipare a questo evento - spiega Valerio Amodeo, allenatore di Libera Rugby - per la sua importanza da un punto di vista sociale ancora prima che sportivo. Come squadra inclusiva ci battiamo contro ogni pregiudizio e sappiamo quanto il rugby sia un mezzo efficace verso l'abbattimento di barriere e la scoperta di valori. "
La Repubblica, 30 dicembre 2019
Gli accordi sono stati avviati all'inizio di dicembre a Parigi durante un vertice tra il presidente russo Putin e l'omologo Zelenskij. Un passo verso il disgelo. Le autorità ucraine e i separatisti filo-russi nel Donbass hanno scambiato duecento prigionieri, evento che segna una de-escalation nell'unico conflitto attivo in Europa. "Il rilascio reciproco di detenuti è finito", ha annunciato la presidenza ucraina su Facebook, spiegando di avere ricevuto 76 prigionieri. Le autorità separatiste delle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk, invece, hanno annunciato di avere ricevuto in totale 124 persone, 61 riconsegnate a Donetsk e 63 a Lugansk. "Al checkpoint di Mayorske è iniziato il processo di rilascio delle persone detenute", aveva reso noto in mattinata l'account Twitter ufficiale del presidente ucraino Volodimir Zelenskij. Lo scambio è avvenuto al posto di controllo di Mayorske, vicino a Gorlovka.
Gli autobus con i prigionieri consegnati dall'autoproclamata repubblica popolare di Lugansk sono stati i primi ad arrivare sul luogo dello scambio, dove c'erano rappresentanti della Croce Rossa e dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa.
Gli accordi che hanno portato allo scambio sono stati avviati all'inizio di dicembre a Parigi durante un vertice tra il presidente russo Vladimir Putin e l'omologo ucraino Zelenskij. A settembre Kiev e Mosca avevano effettuato uno scambio di 70 detenuti. Nello scambio tornarono a casa anche i 24 marinai ucraini catturati dalla Russia nello stretto di Kerch al largo della Crimea nel novembre 2018. La risoluzione del conflitto nell'est dell'Ucraina è una delle priorità del governo del presidente ucraino Volodimir Zelenskij. Lo scambio avviene dopo un negoziato che ha coinvolto il gruppo Normandia (Francia, Germania, Ucraina e Russia) e il gruppo di contatto trilaterale (Russia, Ucraina e Osce). Il Comitato internazionale della Croce Rossa e altri organismi internazionali avranno pieno accesso ai prigionieri liberati dalle due parti. Iniziato nell'aprile 2014, il conflitto nel Donbass, est dell'Ucraina, ha provocato oltre 13mila morti.
raiawadunia.com, 30 dicembre 2019
In nome della lotta al terrorismo e di quella all'immigrazione illegale Italia e Europa finanziano il regime eritreo. Grandi gruppi finanziari e industriali italiani ci fanno affari. L'Eritrea è uno degli Stati dove si rischia di più a pubblicare notizie "non gradite" al Governo. Un rischio che non di rado si traduce in lunghi anni di galera. Il regime di Isaias Afewerki risulta infatti al quinto nel mondo per il numero di giornalisti fatti sparire nel buio di una prigione: almeno 16, quasi tutti detenuti ormai da molti anni. Ce ne sono di più, dietro le sbarre, soltanto in Cina (48), in Turchia (47), in Egitto e in Arabia Saudita (26 ciascuno).
Ma nel Corno d'Africa e nell'Africa subsahariana l'Eritrea è ampiamente in testa, seguita da Camerun (7), Uganda e Burundi (4). È quanto emerge da un nuovo dossier della Commissione internazionale per la tutela dei giornalisti (Cpj), lo stesso organismo che nell'inchiesta sulla libertà di stampa, pubblicata nel settembre scorso, ha collocato l'Eritrea all'ultimo posto assoluto.
La firma della pace con l'Etiopia è stata da più parti indicata come una "svolta" che avrebbe avviato il paese alla democrazia e, dunque, anche a ripristinare una stampa libera e indipendente. È passato un anno e mezzo, ma non è cambiato nulla: l'unica "fonte di informazioni" è ancora la Tv di Stato, l'accesso a internet resta pressoché impossibile e, soprattutto, non uno solo dei giornalisti in carcere è stato liberato.
Il presidente etiopico Abiy Ahmed, ritirando il premio Nobel per la pace a Oslo, ha dichiarato di voler condividere quel riconoscimento con Isaias Afewerki, "la cui volontà, il cui impegno e la cui determinazione - ha specificato - sono stati decisivi per porre fine a vent'anni di guerra tra i nostri due paesi".
Alla luce di quanto sta accadendo in Eritrea, non ultimo il quadro descritto dalla Cpj, c'è da chiedersi su cosa si basi questa ennesima apertura di credito di Abiy nei confronti di Afewerki. Come possa ritenere, cioè, che un riconoscimento quale il Nobel per la pace possa essere accostato anche solo per un momento al nome di un dittatore come Afewerki. A meno che Abiy non ritenga che la libertà e la democrazia non siano - come invece sono - i fondamenti stessi della pace. A meno che, anzi, non ritenga che la libertà e la democrazia con la pace non c'entrino per niente.
agenzianova.com, 30 dicembre 2019
La situazione in Libia è sempre più pericolosa e ora più che mai la detenzione dei migranti deve finire. Lo ha dichiarato il portavoce dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), Flavio Di Giacomo, in un messaggio su Twitter. "Con il peggioramento della situazione della sicurezza a Tripoli e nelle aree circostanti, i civili più innocenti, in particolare i migranti detenuti, sono a rischio maggiore. I migranti vulnerabili devono essere liberati dalla detenzione e devono essere prese misure per salvaguardare le loro vite", ha sottolineato Di Giacomo. Ieri il rappresentante speciale del segretario generale dell'Onu in Libia, Ghassan Salamé, ha condannato i ripetuti attacchi aerei contro installazioni civili nella Libia occidentale, tra cui Zawiya, Tajoura e Abu Salim. "Abbiamo affermato chiaramente che gli attacchi indiscriminati contro i civili non solo costituiscono una grave violazione del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani, ma intensificano ulteriormente il conflitto e incitano a futuri atti di vendetta, che minacciano l'unità sociale in Libia", ha avvertito Salamé in una nota.
"Questo è assolutamente inaccettabile", ha aggiunto. Nella nota Salamé ha sottolineato che in uno degli attacchi, avvenuto lo scorso 27 dicembre, è stato colpito l'Istituto di ingegneria applicata, situato in prossimità del centro migranti Al Nasser di Zawiya, dove sono detenuti centinaia di migranti.
"Fortunatamente, nell'attacco aereo non sono state riportate vittime", ha precisato. Il rappresentante speciale Onu ha citato anche l'attacco del 26 dicembre, sempre a Zawiya, che ha provocato la morte di due civili e altri otto feriti con proprietà pubbliche e personali distrutte.
"Il 27 dicembre, gli attacchi ad Abu Salim hanno provocato la morte di un civile e il ferimento di sei civili, tra cui due bambini. Il 24 dicembre a Tajoura, gli attacchi aerei hanno provocato numerose vittime tra i civili", ha aggiunto Salamé. L'inviato speciale Onu ha sottolineato la necessità di proteggere la popolazione e le infrastrutture civili in tutta la Libia: "I principi di distinzione, proporzionalità e precauzione devono sempre essere pienamente rispettati".
di Massimo Gaggi
Corriere della Sera, 30 dicembre 2019
Combattere il repentino - e deciso - aumento della violenza antisemita è difficilissimo: anche perché gli attacchi arrivano dai mondi più diversi della società. Così, le radici dell'odio da estirpare si moltiplicano, e si fanno sempre più profonde. Ostilità della destra radicale e nazionalista, dei suprematisti bianchi o antisemitismo di afroamericani seguaci dell'estremista nero Louis Farrakhan? O, ancora, sette ebraiche nere che considerano i rabbini bianchi degli usurpatori? Combattere il repentino aumento della volenza antisemita registrato negli ultimi anni anche negli Stati Uniti - e soprattutto a New York, la città con le maggiori comunità ebraiche del mondo - è difficilissimo per gli organismi di pubblica sicurezza: gli attacchi non solo si moltiplicano, ma vengono dai mondi più diversi e non sono quasi mai collegabili a una specifica organizzazione estremista.
L'assalto col machete durante una cerimonia a Monsey, nella contea di Rockland, estrema periferia della metropoli, chiude un anno nel quale le aggressioni antisemite in America sono aumentare dei più del 50 per cento (e sono quasi raddoppiate a New York) arrivando a rappresentare oltre la metà di tutti gli hate crimes, i crimi di odio registrato dalla polizia. Un numero quattro volte superiore a quello degli attacchi contro i neri (forse non sempre denunciati).
A differenza dell'Europa, negli Usa sono rarissimi gli episodi la cui matrice va ricercata nel fondamentalismo islamico mediorientale.
E, anche se gli attacchi più gravi come l'assalto alla sinagoga di Pittsburgh che l'anno scorso ha provocato la morte di 11 fedeli, sono da attribuire a suprematisti bianchi, Mark Molinari, il capo della task force della polizia di New York che combatte specificamente i crimini d'odio, nota che per nessuno delle centinaia di episodi registrati negli ultimi 22 mesi - ebrei ortodossi picchiati per strada senza motivo, vandalismo contro sinagoghe e centri ebraici e altro ancora - è emerso un collegamento specifico con organizzazioni di estrema destra.
A New York le tensioni fra le varie etnie sono perenni, ma la città è sempre riuscita ad attutirle nel suo melting pot. Tensioni nate dai motivi più diversi: ad esempio dai rapporti difficili tra inquilini neri e padroni di casa ebrei: "Quanto crescevamo ad Harlem traslocavamo spesso e ogni volta odiavamo i nostri padroni di casa: tutti ebrei e tutti severi".
Queste sono memorie scritte da James Baldwin nel 1967 ma da allora la situazione non è cambiata. Eppure qualcosa di nuovo deve esserci se solo nel 2013 veniva registrato con soddisfazione il livello più basso di crimini contro gli ebrei - 750 episodi in tutta l'America, con 31 assalti violenti e nessuna vittima - mentre nel 2018, a parte la strage nella sinagoga Tree of Life di Pittsburgh, gli attacchi antisemiti sono stati quasi 1900 con diverse vittime. E quest'anno le cose, pur senza stragi, sono ulteriormente peggiorate.
Le cause sono diverse e coinvolgono tutte le comunità: bianchi, neri e ispanici. A New York nuovi motivi di risentimento sembrano legati a fenomeni di gentrificazione: per via del continuo aumento dei prezzi delle case, molte famiglie di ebrei ortodossi (in genere piuttosto poveri, a differenza dei padroni di grandi patrimoni immobiliari) si sono trasferite da Brooklyn e da Queens in zone più periferiche come, appunto, la contea di Rockland.
Che sia stato determinato o meno da questa migrazione, l'aumento del costo della vita in queste aree è stato attributo da molti residenti ai nuovi venuti contro i quali sono partite rappresaglie di varia intensità. O, ovviamente, gli ortodossi chassidici, facilmente identificabili per il loro abbigliamento, la barba e la capigliatura, possono diventare bersagli. E c'è, addirittura, chi tratta gli ortodossi da untori, tirando in ballo la loro opposizione alla vaccinazione dei figli.
Ma le cause di fondo delle crepe che si stanno aprendo nel melting pot, il pentolone interrazziale dell'America - non solo antisemitismo ma anche minore tolleranza e capacità di comprendere le diversità culturali degli altri - sembrano derivare soprattutto dalla diffusione del linguaggio brutale e delle visioni unilaterali nelle reti sociali e nei blog di Internet.
E anche dalla radicalizzazione della lotta politica in America. I progressisti accusano la destra, soprattutto per la diffusione del nazionalismo bianco sdoganato da Trump. I repubblicani replicano che è tutta colpa dei democratici: criticano Israele, mentre tollerano gli atteggiamenti radicali di una parte della comunità nera e anche di certi esponenti islamici.
E, come sempre di questi tempi, si finisce per discutere di fattore-Trump anche sull'antisemitismo: lui è amico indiscutibile degli ebrei - dalla stretta alleanza con Israele alla figlia Ivanka convertita all'ebraismo del marito, Jared Kushner, coi nipoti di Donald che sono ebrei - ma è al tempo stesso accusato dai suoi avversari di "antisemitismo positivo" per tanti suoi atteggiamenti contraddittori anche nei confronti di questa comunità.
Trump incontra ed elogia spesso gli ebrei americani, ma li tratta quasi da ospiti in un Paese non loro: durante la festa di Chanukkah alla Casa Bianca si è congratulato coi presenti per la loro fedeltà a Israele mentre alla convention degli ebrei repubblicani ha detto che "Netanyahu è il vostro vero premier". E più volte il presidente ha ridato spazio a vecchi stereotipi come quello dell'avidità degli ebrei. Come si spiega? Come sempre, con la contraddittorietà di Trump: non solo ama stupire con repentini cambiamenti di rotta, ma considera virtù positive quelli che nel sentire comune sono vizi.
Il Dubbio, 30 dicembre 2019
La ricercatrice accusata di spionaggio. Antropologa di fama mondiale ha passaporto francese. Da ieri è in sciopero della fame e della sete. Rischia la pena di morte. Macron: "liberatela". Ma il regime non molla. Fariba Adelkhah è un'antropologa franco-iraniana specialista della cultura e religione sciita e direttrice del Centro di ricerca internazionale dei Sciences- Po di Parigi; dallo scorso giugno assieme alla collega australiana Kylie Moore- Gilbert, marcisce nel celebre carcere di Evin, situato a pochi chilometri dalla capitale Teheran. È stata arrestata dai Guardiani della Rivoluzione con la grottesca accusa di "spionaggio" e "attentato alla sicurezza dello Stato".
Se verrà condannata rischia fino alla pena di morte. Da ieri Fariba è scesa in sciopero della fame e della sete per protestare contro una detenzione "ingiusta" e un trattamento totalmente al di fuori del diritto internazionale.
"Siamo costantemente sottoposte a tortura psicologica e subiamo ogni giorno delle flagranti violazioni dei diritti umani", si legge in una lettera inviata al Center for Human Rights in Iran, una Ong che a base a New York. "Fariba ha deciso di non alimentarsi e di non bere più per difendere la sua libertà e la sua dignità" spiega il ricercatore Jean- François Bayart, collega e amico della 60enne. All'inizio di dicembre il presidente francese Macron era intervenuto in prima persona e aveva chiesto la liberazione "immediata" della ricercatrice, definendo "intollerabile" la sua detenzione.
Dal canto suo la Repubblica sciita non riconosce la doppia nazionalità ai suoi cittadini e quindi ha liquidato come "un'ingerenza inaccettabile" le richieste dell'Eliseo. Gli avvocati di Fariba Adelkhah avevano provato a ottenere la libertà provvisoria sotto il pagamento di una cauzione poi regolarmente rifiutata dal tribunale.
Sono circa una ventina gli universitari e i ricercatori iraniani con doppia nazionalità attualmente detenuti nelle carceri del paese, tutti con l'accusa di spionaggio e cospirazione contro l'integrità e la sicurezza dello Stato. "La nostra lotta è anche quella di tutti gli studiosi ingiustamente imprigionati in Iran con accuse campate in aria", conclude la lettera di Adelkhah e Moore- Gilbert.
di Enrica Riera
L'Osservatore Romano, 29 dicembre 2019
Sesta edizione per la rassegna nazionale di teatro in carcere. Abbattere l'intrinseco stato di invisibilità, accorciare le distanze tra il mondo di fuori e il mondo di dentro, favorire percorsi rieducativi e riabilitativi. Perché anche chi si trova in stato di detenzione ed è privato della libertà personale ne conserva pur sempre un residuo.
di Liana Milella
La Repubblica, 29 dicembre 2019
Sulla prescrizione Giuseppe Conte non convince gli alleati. Né il Pd, né Italia viva. Come ha sempre detto, il premier condivide la prescrizione "corta" del Guardasigilli Alfonso Bonafede (stop dopo la sentenza di primo grado), ma promette novità sul sistema del processo penale per accelerarne i tempi.
di Fiorenza Elisabetta Aini
gnewsonline.it, 29 dicembre 2019
Il giorno di Santo Stefano, nel carcere di Regina Coeli, la Comunità di Sant'Egidio ha accolto a pranzo un centinaio di detenuti mentre in tutte le sezioni dell'istituto è stato distribuito lo stesso menù, fatto di lasagne e polpettone. Il Pranzo di Santo Stefano, giunto alla decima edizione, è un evento che caratterizza all'interno degli istituti penitenziari il periodo che va da Natale all'Epifania, un lasso di tempo caratterizzato da varie iniziative con momenti di svago e scambio di doni.
di Fulvio Fulvi
Avvenire, 29 dicembre 2019
I numeri del ministero della Giustizia "scottano" e se non si ricorrerà presto a rimedi concreti il rischio è che l'Italia subisca un'altra salata sanzione della Corte Europea dei diritti umani. Carceri sovraffollate e di nuovo "esplosive". Al 30 novembre i reclusi nei 190 istituti penitenziari italiani erano 61.174, quasi 11mila in più rispetto alla capienza prevista dalla legge (sono 50.476, infatti, i posti disponibili). Le conseguenze? Atti di violenza, sommosse, aggressioni e suicidi dietro le sbarre.
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