bresciagiovani.it, 21 novembre 2019
Opere dalle carceri turche. Il Comune di Brescia e la Fondazione Brescia Musei, diretta da Stefano Karadjov, presentano per la prima volta in Italia, nella cornice del Museo di Santa Giulia, una personale dell'artista e giornalista curda Zehra Dogan. La mostra è un progetto originale curato da Elettra Stamboulis e costituisce la prima mostra di impianto critico curatoriale dedicata all'opera della fondatrice dell'agenzia giornalistica femminista curda "Jinha" e sarà aperta al pubblico da sabato 16 novembre 2019 al 6 gennaio 2020.
Dopo il grande successo della performance organizzata lo scorso maggio presso la Tate Modern di Londra, città in cui Zehra Dogan ha scelto provvisoriamente di vivere il proprio esilio, l'artista è ora protagonista a Brescia di una potente esposizione, in occasione della sua partecipazione al Festival della Pace, organizzato dal Comune di Brescia e dalla Provincia di Brescia.
L'arte di questa artista si interseca e intreccia con la vicenda personale e, inevitabilmente, con i drammatici eventi politici della più stringente attualità. La mostra fa luce sulla sua poetica, affrontandone le tematiche e i motivi ricorrenti, evidenziandone la complessità linguistica e mostrando l'ampia gamma di supporti e tecniche utilizzate per produrre opere d'arte: oggetti inconsueti, estremamente fragili, ma di grande potenza espressiva.
Il percorso espositivo concepito da Elettra Stamboulis riunisce circa 60 opere inedite, tra disegni, dipinti e lavori a tecnica mista, che interessano tutto il periodo della detenzione dell'artista nelle carceri di Mardin, Diyarbakir e Tarso, dove Zehra è stata rinchiusa per 2 anni, nove mesi e 22 giorni con l'accusa di propaganda terrorista per aver postato su Twitter un acquarello tratto da una fotografia scattata da un soldato turco. Questo disegno digitale mostrava la città di Nusaybin distrutta dall'esercito nazionale nel giugno 2016 con le bandiere issate e trionfanti, e i blindati trasformati in scorpioni.
Accanto alle immagini, anche brani del diario scritto durante la prigionia. Si tratta di riflessioni in cui Zehra Dogan più volte fa riferimento ad artisti che nel corso della storia hanno manifestato il proprio dissenso senza pagarne, almeno apparentemente, le conseguenze e a quegli artisti che invece si rifiutano di prendere una posizione.
La mostra dà conto della necessità irrefrenabile di produrre e raccontare non tanto la propria, quanto l'altrui condizione con l'immagine e la parola. Dalla carta di giornale alle stagnole dei pacchetti di sigarette, dagli indumenti di uso comune ai frammenti di tessuto: ne emerge una amplissima gamma di strumenti e materiali, spesso legata alle particolari contingenze entro le quali le opere hanno trovato vita. Qualunque elemento tratto dal quotidiano incorre nella creazione, come il caffè, gli alimenti, il sangue mestruale o i più tradizionali pastelli e inchiostri, quando reperibili.
Una prima sezione della mostra è dedicata alle macchie, forme generatesi dalla casuale sovrapposizione di materiale a un supporto scelto in quel momento come superficie creativa. A partire dalle macchie l'artista delinea un immaginario simbolico, dominato dalla figura umana sintetizzata nell'esaltazione di alcune componenti specifiche come gli occhi, le mani e gli attributi della femminilità. La figura femminile, quale singolo individuale o corpo collettivo, costituisce la seconda sezione di questo itinerario. Attivista femminista, tra i primi giornalisti internazionali ad avere raccolto le testimonianze delle donne Yazide scampate all'Isis, Dogan dedica alla rappresentazione della donna la parte più vasta della propria produzione.
Il corpo rientra nella rappresentazione politica con scene di guerra in cui di nuovo incorre la predominanza della presenza femminile, a sottolineare come la prima delle battaglie da vincere sia quella contro il patriarcato. Pablo Picasso, quello di "Guernica" e dell'elaborazione di un linguaggio specifico della disperazione è, nelle parole dell'artista stessa, il punto di riferimento fondamentale per definire una narrativa del dolore.
Conclude la mostra un nucleo di opere create dopo l'esperienza in carcere. Zehra Dogan è stata rilasciata il 24 febbraio 2019. La sua storia di artista dissidente ha da subito raccolto l'interesse e la solidarietà del mondo dell'arte internazionale, tanto che Ai Weiwei le ha scritto una lettera personale e, lo scorso anno, Banksy le ha dedicato il più ambito dei muri di Manhattan, il Bowery Wall, con un'opera che la raffigura dietro le sbarre, mentre impugna la sua arma più potente: una matita. In tutto questo periodo, l'artista non ha mai cessato la propria attività artistica e giornalistica, realizzando opere con materiale di recupero, collaborando con le compagne detenute nella costruzione di immagini e nella realizzazione di un giornale di bordo che documentasse la loro detenzione.
La mostra "Avremo anche giorni migliori - Zehra Dogan. Opere dalle carceri turche" è affiancata da un ricco programma di attività di approfondimento per il pubblico adulto, per le famiglie e le scuole, a cura dei Servizi educativi della Fondazione Brescia Musei. Tra questi appuntamenti, anche un incontro aperto al pubblico in mostra con l'artista dedicato alla memoria di Hevrin Khalaf, in calendario sabato 23 novembre alle 16.00. La mostra è resa possibile grazie all'impegno del web magazine Kedistan ("Il Paese dei gatti" in turco) che ha curato il salvataggio e il trasporto delle opere di Zehra Dogan dalla Turchia e che si occupa dell'archivio dell'artista e di Associazione Mirada, partner del progetto.
di Leonardo Cavaliere
minoristranierinonaccompagnati.blogspot.com, 21 novembre 2019
Oltre 100.000 minorenni sono attualmente sottoposti a detenzione amministrativa negli Stati Uniti, per cause legate all'immigrazione, spesso in violazione del diritto internazionale. Questa è la triste verità che emerge dal rapporto Onu sui minori in stato di detenzione. L'autore del report, Nowak, ha affermato che la cifra si riferisce ai minori migranti, che hanno raggiunto il confine americano, attualmente in custodia negli Usa. Il dato si riferisce sia ai non accompagnati, sia ai minori detenuti con parenti o separati dai loro genitori prima della detenzione.
"Il numero totale attualmente detenuto è di 103.000", ha dichiarato Nowak, definendolo una valutazione "conservativa", basata sugli ultimi dati ufficiali disponibili e su ulteriori fonti "attendibili".
A livello globale, almeno 330.000 bambini in 80 paesi sono detenuti per motivi legati alla migrazione, secondo lo studio globale lanciato lunedì, il che significa che gli Stati Uniti rappresenta quasi un terzo dei bambini in detenzione. Lo studio ha in parte esaminato le violazioni della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell'infanzia, che impone che le detenzioni minorili vengano utilizzate "solo come misura di ultima ratio e per il periodo di tempo più breve". "La detenzione legata alla migrazione per i minori non può mai essere considerata una misura di ultima ratio o nel migliore interesse del minore. Ci sono sempre alternative disponibili", ha detto Nowak ai giornalisti a Ginevra. È utile ricordare, soprattutto in questa giornata, che gli Usa non hanno ancora ratificato la Convenzione dei diritti del fanciullo.
di Gianni Riotta
La Stampa, 21 novembre 2019
Il presidente americano D onald Trump si avvia ad avere ormai un migliaio di tweet ufficiali contro "le fake news" dei giornalisti nell'account personale. I colleghi russi critici del Cremlino si imbattono spesso in tragici destini, come Maksim Borodin, precipitato dal balcone di casa dopo aver svelato i piani segreti di Putin in Siria. Il caso del blogger saudita Jamal Khashoggi, fatto a pezzi per aver diffuso informazioni sgradite alla casa regnante, ha fatto il giro del mondo.
In un recente discorso a Brown University, A.G. Sulzberger, editore del New York Times, ha citato intimidazioni, repressioni, violenze contro la libera informazione in Libia, Egitto, Cina, Ungheria, Venezuela, Filippine, Myanmar, Cameroon, Malawi, Messico, Israele, Burundi, Iran. La lista è lunga, ma il triste record del pugno di ferro contro i media tocca alla Turchia dell'uomo forte Recep Tayyip Erdogan: secondo un rapporto dell'International Press Institute (Ipi), sostenuto dall'Unione europea, sono ancora 120 i giornalisti professionisti detenuti dal regime, con migliaia ad affrontare lunghi processi per accuse gonfiate ad arte.
Erdogan usa le leggi speciali seguite al controverso "golpe" 2016, per arrestare, e mettere poi alla sbarra, decine di migliaia di oppositori, con una purga di 150.000 funzionari licenziati dall'amministrazione pubblica. Come ogni leader autoritario, Erdogan si accanisce contro stampa e media. Ha fatto titolo il caso del giornalista e scrittore Ahmet Altan, in galera per tre anni con il collega Nazli Ilicak e poi condannato a dieci di carcere duro, quindi liberato e, solo una settimana dopo, ancora arrestato con l'accusa di "terrorismo".
Altan, 69 anni, ha scritto in cella un romanzo amarissimo, "Non rivedrò il mondo", persuaso che "si uccidono gli scrittori, li si mette in galera, li si tortura, ma non li si elimina come insetti. Uno scrittore non ha solo il corpo, più lo colpisci, più lo rendi grande ... io spero di sopravvivere al potere politico turco di oggi..." (i libri di Altan, in italiano, Edizioni E/O).
L'orgoglio di Altan, condiviso dalle dozzine di suoi fratelli e sorelle detenuti in Turchia è, dalla notte dei tempi, fonte del coraggio morale che oppone parola a forza bruta: la speranza che la luce della ragione prevalga sulle tenebre della violenza irrazionale. Ma questa battaglia, scorrete il rapporto Ipi per ricordarlo https://bit.ly/37qLfOw, non è mai vinta solo da un pugno di combattenti, serve loro il sostegno di ogni libera coscienza, in patria e, nel presente mondo globale, ovunque.
Qui, purtroppo, come gli studenti patrioti di Hong Kong e i musulmani uiguri in Cina, i giornalisti turchi sembrano soli. Persuaso che Erdogan gli reggerà bordone in Medio Oriente, il presidente Trump gli lascia mano libera contro i curdi in Siria e non lo pressa dunque, come non pressa giunta egiziana o Cremlino, sulla libertà di stampa. L'Unione Europea fa quel che può, ma lo stile brutale anti-media ha fan anche nell'Ue, specie a Est.
Gli anni dei social media, della disinformazione, delle grandi piattaforme occhiute sui profitti e distratte sulla libertà, del ritorno di populismo e nazionalismo, i due nemici storici della stampa, hanno, forse per la sorpresa di tanti, riscoperto come, silenziata la cultura del giornalismo professionale, critico e autorevole, la classe dominante degeneri presto in cricca senza scrupoli. La Turchia, nella Nato e alle porte dell'Europa, è dunque monito gravissimo: il premier Conte, il ministro Di Maio, la Federazione della Stampa, l'Ordine dei giornalisti, i cittadini di buona volontà, ricordino che la triste saga turca parla di noi e di oggi.
Il Riformista, 21 novembre 2019
L'innovazione può aiutare la giustizia lenta, problema atavico italiano? A pensarla così sono sicuramente gli estoni. Il ministero della Giustizia del paese baltico nei mesi scorsi ha affidato ad un team di ricerca il compito di creare un sistema di intelligenza artificiale capace di svolgere la funzione di giudice, un robot per risolvere le controversie giudiziarie minori e smaltire le pratiche arretrate.
Il caso estone - L'avvio del progetto è previsto per la fine del 2019: la macchina robotica potrà dirimere decisioni di minore valore, inferiori cioè a 7mila euro. Le sentenze che saranno emesse dall'intelligenza artificiale saranno comunque appellabili, sottoponendole al giudizio di un magistrato 'umano'.
Il piano cinese - Un progetto simile è stato sviluppato anche in Cina. A giugno la Corte di Internet di Pechino ha infatti lanciato un servizio online per le cause giudiziarie. Nel progetto è previsto un robot-ologramma con le sembianze di una donna particolarmente severa che, grazie ad una intelligenza artificiale, aiuterà il giudice 'in carne e ossa' a fare meglio il proprio lavoro, con il processo che potrà svolgersi tramite smartphone.
La giustizia lenta in Italia - I progetti cinesi ed estoni farebbero il caso dell'Italia, dove i tempi della giustizia sono da sempre biblici. Secondo la Commissione europea nel 2016 ci volevano 514 giorni per arrivare ad una sentenza di primo grado, nel 2017 ce ne sono voluti in media 548, un mese in più, col dato più alto d'Europa. Il Belpaese è il peggiore anche per le sentenze di secondo e terzo grado, rispettivamente 843 giorni e 1299 giorni. L'Italia spende l'equivalente di 96 euro per cittadino nella giustizia, ma il 63% viene investito dallo Stato per coprire salare e costi del personale dei vari tribunali. Nonostante ciò siamo 23esimi su 27 per numero di giudici per 100mila abitanti, soltanto 10 contro i 43 della Croazia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 21 novembre 2019
L'obiettivo della religiosa è di costruire un carcere femminile. La consegna della struttura prevista per ottobre 2020, grazie al contributo delle comunità sarde sollecitate dal parroco del Sacro Cuore di Quartu Sant'Elena.
Dalla Sardegna arriva un aiuto per le donne recluse in un carcere brasiliano, le quali sono costrette a scontare la pena assieme agli uomini e per questo subiscono violenze. L'iniziativa nasce grazie a suor Cristina Rodriguez, una religiosa che lavora sul campo senza sosta, la quale ha chiamato il parroco del Sacro Cuore di Quartu Sant'Elena, don Gabriele Casu, suo vecchio amico di missione proprio a Viana, nello stato del Maranhao, nel Nord est del Brasile, una delle zone più povere del Paese dove, appunto, sorge il carcere in questione.
L'obiettivo è quello di costruire un carcere femminile e portare via le donne dalla struttura dove scontano la pena con gli uomini. Ma non solo. C'è anche quello di realizzare un panificio, pizzeria, pasticceria, per la formazione professionale, la panificazione e la lavorazione di prodotti da forno. Il progetto si chiama ' Dignità, sostegno e formazione: un panificio e una pizzeria per le carceri Apac di Viana in Brasile'.
Il Comune di Quartu, che ha contribuito alla stesura del progetto e svolgerà compiti di monitoraggio, darà anche un contributo finanziario di 2.500 euro per le spese di trasferta in Brasile dei formatori professionali esperti nell'arte della panificazione. La Tecnocasa regionale collabora invece fornendo gli elaborati planimetrici e il progetto. La consegna della struttura è prevista per ottobre 2020. Si cercherà di formare almeno 20 detenuti/e che saranno poi delegati poi alla formazione di altri carcerati.
Sulla produzione è stata fatta una stima: 200 kg di prodotti da forno giornalieri per il consumo e da destinare al mercato locale, per un guadagno di circa mille euro al giorno. "Sono rientrato due anni fa da Viana, dopo 12 anni da volontario lì, ma il mio cuore da missionario batte sempre forte per i Paesi come il Brasile e per le persone che hanno necessità del nostro supporto", ha affermato don Gabriele.
Un progetto ambizioso che aiuterà le donne recluse, le quali sono quelle che pagano di più: violenze, maltrattamenti e stupri. Solitamente il loro destino non migliora una volta scontata la pena, perché si trovano costrette a prostituirsi per sopravvivere.
Il tutto in un Paese dove il numero complessivo dei detenuti brasiliani arriva a ben 812.564 unità. Sono dati presentanti a luglio scorso dal Consiglio nazionale di giustizia brasiliano, i quali confermano il Brasile come la terza più grande popolazione carceraria al mondo, dietro solo a Stati Uniti e Cina.
Secondo il Dipartimento penitenziario del ministero della Giustizia, a giugno 2016 il Brasile aveva 726.700 detenuti, quindi il tasso annuo di crescita è stato dell'8,3%. Il sovraffollamento, inoltre, è sempre più crescente. Il rimedio del governo di Jair Bolsonaro? Costruzione di nuove carceri. Ma non solo. Nel contempo è in via d'approvazione un disegno di legge che prevede l'aumento della privazione massima della libertà dagli attuali 30 a 40 anni e termini più lunghi per la raccolta di prove contro chi è accusato di crimini. Entrambe le misure avrebbero ovviamente un impatto devastante sulla già disastrata popolazione carceraria brasiliana.
adnkronos.com, 21 novembre 2019
Due detenuti sono stati giustiziati nel carcere di Mashhad, nel sudest dell'Iran. Lo sostengono gli attivisti dell'Iran Human Rights (Ihr) e il giornale Khorasan. Secondo il sito Iran Online, un uomo di 26 anni identificato con l'iniziale J è stato impiccato domenica per aver ucciso una minorenne. L'omicidio risale al 24 novembre del 2010, per cui gli attivisti segnalano che l'uomo fosse minorenne al momento del reato. Iran Human Rights ha annunciato che sta indagando sul caso e che illustrerà l'esito il prima possibile. Il giornale iraniano Khorasan ha scritto che un secondo uomo, Javad A, 31 anni, è stato giustiziato sempre domenica per omicidio.
L'Iran, da solo, ha messo a morte più del doppio delle persone di tutti gli altri Stati messi assieme. La banca dati di Nessuno tocchi Caino, realizzata fondendo i dati delle principali Ong per i diritti umani iraniane, registra 'almeno 327' esecuzioni nel 2018, e 'almeno 254 nel 2019 alla data del 19 novembre'. Tra queste, 'almeno 13' hanno riguardato ragazzi e ragazze che al momento del reato ascritto sembra avessero meno di 18 anni. "Le esecuzioni di 'minori' pongono l'Iran in aperta violazione della Convenzione sui Diritti del Fanciullo che pure ha ratificato.
E proprio oggi è la Giornata Internazionale dei diritti dell'Infanzia e del dell'adolescenza. Nel 2019 -rilevano da Nessuno Tocchi Caino - sono stati giustiziati almeno 6 giovani che, fonti indipendenti, hanno indicato come minorenni al momento in cui avevano commesso il reato. In alcuni casi i ragazzi sembra fossero minorenni anche al momento dell'esecuzione. Sette minori erano stati impiccati anche nel 2018 e due di loro erano ragazze, entrambe avevano ucciso il marito che erano state costrette a sposare a 13 e 15 anni".
Al 23 ottobre scorso nel 'braccio della morte' delle carceri iraniane sarebbero detenuti almeno 90 giovani che avevano meno di 18 anni al momento del reato. Dato fornito dalla Fondazione Abdorrahman Boroumand nel suo rapporto "Children, Yet Convicted as Adults" e secondo il rapporto ufficiale dello "Special Rapporteur" Javaid Rehman, l'Iran non sembra affatto intenzionata a cessare la pratica di giustiziare minori.
I dati sono sempre approssimativi. Un rapporto di Amnesty International, basato su dati Onu che abbracciano il periodo 1990/2018, ha documentato 145 esecuzioni di minori autori di reati in 10 paesi: Cina, Repubblica Democratica del Congo, Iran, Nigeria, Pakistan, Arabia Saudita, Sud Sudan, Sudan, Stati Uniti e Yemen. Molti di questi Paesi hanno nel frattempo modificato le loro leggi, e l'esecuzione di minori non è più consentita.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 novembre 2019
Carmelo Musumeci, da agosto in liberazione condizionale, sulla decisione della consulta. "Dopo le sentenze della Corte Europea e della Corte Costituzionale sulla "Pena di Morte Viva", che hanno dato fiato alla speranza ad alcuni ergastolani, le mafie tremano perché hanno paura di rimanere senza esercito", così spiega a Il Dubbio l'ex ergastolano Carmelo Musumeci che ad agosto scorso è riuscito ad ottenere la liberazione condizionale attraverso l'accertamento della cosiddetta "collaborazione impossibile".
di Luca De Carolis
Il Fatto Quotidiano, 20 novembre 2019
Il tempo è poco e i rischi parecchi, per le sue riforme e per il governo tutto. Perché la prescrizione potrebbe essere la miccia perfetta per i non pochi giallorossi che ne cercano una. Così prima della riunione serale a Palazzo Chigi il Guardasigilli a 5Stelle invoca, quasi pretende una soluzione: "Spero che il vertice di serale sulla riforma della giustizia sia risolutivo, sarà l'ennesimo momento di confronto ma ora è il momento di partire".
Bisogna chiudere, scandisce Alfonso Bonafede prima di incontrare il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e i rappresentanti dei partiti della maggioranza. Ma per uscire dalla palude dei veti incrociati bisogna superare l'unico, quanto ingombrante ostacolo, la prescrizione. Ed è per questo che Bonafede si presenta alla riunione per la prima volta per delle controproposte per Pd e renziani, uniti dal dire no all'entrata in vigore da gennaio della nuova prescrizione, quella già approvata invia definitiva con la legge Spazza-corrotti.
Il ministro della Giustizia non voleva e non vuole fare passi indietro: lo stop alla decorrenza dei termini dopo la sentenza di primo grado deve diventare operativo con il nuovo anno, "e no totale anche alla prescrizione del processo", precisano fonti del ministero prima della riunione, come a rintuzzare subito un'idea degli altri partiti già finita sul tavolo.
Però prova a concedere qualcosa Bonafede, innanzitutto ai dem che chiedono un decreto con cui rendere certi i tempi dei processi. E così al tavolo a Palazzo Chigi propone "una corsia preferenziale" per gli assolti in primo grado, cioè l'obbligo di svolgere con urgenza i processi di appello rispetto agli altri procedimenti. Di fatto un meccanismo premiale, studiato da Bonafede con i tecnici di via Arenula alla vigilia del vertice.
La carta con cui il ministro prova a scalfire il muro del Pd, da cui in giornata tirano in ballo bruscamente Conte: "È tempo che si sporchi anche lui le mani su questa vicenda, ci aspettiamo che faccia finalmente delle proposte". Insomma vogliono che faccia da mediatore, convincendo Bonafede a fare qualche vero passo indietro.
Magari indicando tecnicamente la via d'uscita, da avvocato qual è. Perché il ragionamento di partenza dei dem resta quello: "Abbiamo accettato cose come il taglio dei parlamentari, e ora è tempo che i 5Stelle facciano qualche rinuncia".
Tradotto, il Pd ha urgenza di qualche trofeo da esibire, per sostenere poi di non aver donato troppo sangue al patto di governo con il M5S. E figuriamoci i renziani di Italia Viva, che in queste settimane "non hanno mandato una riga di proposta", come ha lamentato lo stesso Bonafede nel difficile vertice della scorsa settimana, dove si era parlato unicamente di prescrizione. Quasi nulla sulle riforma del processo penale e di quello civile, e neppure sulle nuove norme per il Csm, su cui il ministro ha già mostrato voglia di trattare, rinunciando quasi subito al sorteggio per l'elezione dei suoi membri.
"C'è una buona convergenza sulla riforma dei processi e del Csm" assicurava ieri, ed è sostanzialmente esatto. Il vero imbuto è la decorrenza dei termini. Con i dem che rilanciano un'altra proposta, rinviare l'entrata in vigore della nuova prescrizione legandola al varo dei decreti attuativi. In sintesi, un modo per farla slittare di almeno un anno.
D'altronde è con scetticismo reciproco e cattivi pensieri che i delegati dei partiti entrano nel vertice attorno alle 21.30, dopo il rientro di Conte da Berlino. "Non vedo come si possa colmare la distanza" sussurra uno dei partecipanti. Perché i giallorossi sono sfilacciati e la giustizia è uno specchio, delle differenze.
di Liana Milella
La Repubblica, 20 novembre 2019
Maggioranza ancora divisa nel vertice notturno a Palazzo Chigi. Ma il ministro Bonafede lancia due soluzioni per "venire incontro al Pd". Nuova fumata nera sulla giustizia. La prescrizione divide sempre la maggioranza. Il Guardasigilli Alfonso Bonafede non cede sull'entrata in vigore della sua legge (prescrizione "morta" dopo il primo grado) a gennaio 2020. E non accetta la controproposta del Pd. Altrettanto fanno i Dem che rifiutano la sua mediazione. Passa solo il nuovo processo civile, "una riforma che dimezza i tempi del processo" dice Bonafede. Ma il nodo resta la prescrizione.
di Michele Ainis
La Repubblica, 20 novembre 2019
A Lecce la giustizia è stata mite: dopo 9 anni, 2 condanne e 3 gradi di giudizio, un uomo è stato assolto per il tentato furto d'una melanzana in un campo coltivato. Più severa, viceversa, la procura di Salerno, che ha fatto ricorso in Cassazione chiedendo 10 euro in più sulla sanzione decisa da un giudice di pace, dopo una condanna per minacce.
Gli stessi 10 euro che a Napoli sono costati il posto al dipendente d'un supermercato. Aveva rubato delle caramelle: licenziamento giustificato per il tribunale, la Corte d'Appello, la sezione Lavoro della Cassazione. E quanto vale una pigna? A Roma uno straniero è stato processato per averne raccolto, fra le erbacce, 22. Mentre a Milano hanno impegnato 5 anni, 18 magistrati e 6 gradi di giudizio per un piccione ucciso.
La giustizia è cieca, stando alla celebre incisione di Albrecht Durer. Ma in realtà acceca i politici italiani. Specie all'interno di questa strana maggioranza, dove ciascuno è in minoranza rispetto agli alleati. Capita, sulla giustizia, ai 5 Stelle. Oggetto del contendere: la prescrizione dei reati. Una ghigliottina che taglia 130 mila processi l'anno (un milione e mezzo nell'ultimo decennio). Altrettanti delitti senza castigo, avrebbe detto Dostoevskij. Tuttavia è un castigo pure la durata estenuante dei giudizi.
Secondo l'ultimo Rapporto Cepej - redatto dal Consiglio d'Europa - un processo civile dura in media 8 anni, un processo amministrativo 5. E la giustizia penale? 310 giorni in primo grado (la media europea è di 138), oltre 2 anni in appello. Nessuno peggio di noi in Europa, ma d'altronde nessuno ha sul groppone i numeri del nostro arretrato. Il ministero della Giustizia li ha diffusi un paio di settimane fa: 3.312.263 processi civili e 1.493.253 processi penali pendenti. Sono i numeri di un fallimento, di un'emergenza giuridica e sociale.
Però, coraggio: per arginarli la politica ha inventato la macchina del tempo. Da qui la riforma Orlando, timbrata nel 2017: la prescrizione viene sospesa dopo ogni sentenza, per un massimo di 36 mesi. Da qui la riforma Bonafede del 2019, che ha abrogato la riforma precedente: niente più prescrizione dopo la sentenza di primo grado, sia di condanna che d'assoluzione. E se un processo dura all'infinito?
Tutto sommato l'antico istituto della prescrizione vanta le sue buone ragioni, perché dopo tanto tempo la memoria dei reati cade nell'oblio, e perché diventa sempre più difficile procurarsene le prove. Inoltre, senza lo spauracchio della prescrizione, nessun giudice avrà più fretta di concludere i propri giudizi. Sicché la riforma Bonafede, concepita per soddisfare la domanda di giustizia delle vittime, a conti fatti può frustrarla. Come prima, più di prima. La soluzione? Sempre la stessa: prendere tempo.
La riforma Bonafede è stata differita al 2020, in attesa di un intervento strutturale sui processi. Siccome però di quest'intervento non si vede l'ombra, è già pronta una proposta di legge (firmata da Enrico Costa) per differire ulteriormente la nuova prescrizione: il rinvio del rinvio. Mentre gli altri tre partiti della maggioranza pretendono una legge che stabilisca i tempi massimi di durata dei processi: dalla prescrizione dei reati a quella dei giudizi.
C'è insomma, a quanto pare, una gran fiducia nelle leggi, nelle loro doti taumaturgiche. Ma i tempi della giustizia non dipendono dalla penna del legislatore; altrimenti basterebbe scrivere nella Gazzetta ufficiale che ogni italiano ha diritto di vivere in eterno, e avremmo conquistato il Paradiso.
Inoltre non si può curare un male (la lentezza dei processi) con un altro male (la prescrizione): ne ricaveremmo un doppio acciacco. In realtà questo punto è cruciale, nel senso che si situa al crocevia fra due valori costituzionali: la certezza delle pene e la ragionevole durata dei giudizi. Tuttavia, prima di baloccarci con una macchina del tempo processuale, faremmo meglio a esplorare rimedi più prosaici.
Per esempio l'assunzione dei 9.000 cancellieri che mancano all'appello. L'uso di buone pratiche organizzative, come ha fatto il tribunale di Milano, dimezzando la durata dei processi. E soprattutto un paio di forbici, per sfoltire i 35 mila reati che affollano il nostro ordinamento, causando incertezze sulle ragioni e i torti, oltre che un'inflazione di liti in tribunale. Per guarire la giustizia italiana serve una legge in meno, non una legge in più.
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