di Sara Fratepietro
tuttoggi.info, 20 novembre 2019
In carcere saranno ospitati i cani più problematici, 80 detenuti coinvolti nel progetto "Fuori dalle gabbie". Da una parte c'è l'obiettivo di favorire il reinserimento dei detenuti, dall'altra quella di favorire le adozioni dei cani ospitati nel canile comunale di Spoleto.
Nasce per questo il progetto "Fuori dalle gabbie", promosso dalla Fondazione Cavecanem con la collaborazione del Comune di Spoleto e della Casa di reclusione di Maiano. La prima fase si è appena conclusa ed i risultati sono stati illustrati martedì mattina all'interno del penitenziario alla presenza di alcuni dei reclusi coinvolti oltre che dei promotori. A raccontare questa bella esperienza è anche un primo video, a cui ne farà seguito un altro al termine di tutto il progetto.
"La fondazione CaveCanem - ha spiegato la vicepresidente Federica Faiella - nasce per finanziare progetti che possono diventare dei modelli, aiutando cani e gatti randagi. In questo caso la collaborazione con il Comune e la casa di reclusione è iniziata a luglio e tanti detenuti hanno presentato domanda". Circa 80 (tutti ospitati nel regime di media sicurezza) quelli coinvolti, che stanno partecipando ad un percorso formativo che li porterà al termine ad assumere la qualifica di educatore cinofilo.
Il progetto, però, è molto più ampio. Un bel gruppo di detenuti - quelli autorizzati a partecipare ad attività esterne - da mesi stanno sistemando il canile comunale di Colle Marrozzo, sistemando sia gli spazi verdi che i box degli animali. In questi giorni, poi, sono iniziati anche i lavori di allestimento negli spazi aperti all'interno del carcere di alcuni box che ospiteranno a partire dalle prossime settimane una sorta di sede distaccata del canile.
A Maiano, infatti, saranno portati i cani che hanno bisogno di attenzioni costanti: mamme con cuccioli, quelli più anziani, alcuni con problemi comportamentali. Ad occuparsi di loro saranno gli stessi detenuti appositamente formati, con il delicato compito di prepararli in modo migliore ad una futura vita in una famiglia. L'obiettivo finale è infatti ovviamente quello di favorire maggiormente le adozioni dei cani (attualmente 120 nel canile comunale).
Presente a Spoleto per l'occasione la presidente della fondazione CaveCanem, Adriana Possenti, che ha voluto ringraziare l'amministrazione comunale e quella penitenziaria, oltre agli agenti ed ai detenuti. Presenti all'incontro anche il direttore del carcere Giuseppe Mazzini, l'assessore all'ambiente Maria Rita Zengoni, il comandante della polizia penitenziaria Marco Piersigilli, il responsabile dell'area trattamentale Pietro Carraresi. I lavori al canile comunale termineranno al massimo entro il mese di febbraio 2020, mentre già prima di Natale i cani bisognosi verranno accolti nel carcere per iniziare il percorso di rieducazione e recupero seguiti dai detenuti formati.
"È la prima volta, da quindici anni a questa parte, che riusciamo a far uscire i cani dal canile - ha spiegato la responsabile dell'ufficio ambiente del Comune di Spoleto Federica Andreini - si tratta di un percorso particolarmente importante, perché permetterà ai cani coinvolti di vivere a diretto contatto con nuove persone, avvicinandoli gradualmente ad una condizione similare a quella della vita in famiglia". "In questi anni - evidenzia Piersigilli - abbiamo visto che i detenuti impegnati il più possibile in attività varie hanno una vita più normale e presentano meno criticità all'interno del penitenziario. Erano anni che non entravano cani all'interno del carcere".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 20 novembre 2019
Corte di cassazione - Sentenza 46895/2019. Anche il concetto di ordine pubblico, come quello di buon costume, è un concetto giuridico in continua evoluzione e adattamento. Tanto che la Cassazione, intervenendo per confermare una condanna per lesioni personali pluriaggravate nell'ambito di una frode assicurativa (l'azione violenta era stata concordata dalla vittima, che puntava a monetizzare la propria menomazione), affronta una serie di questioni relative all'applicazione dell'articolo 5 del Codice civile che vieta gli atti di disposizione del proprio corpo in contrasto con legge, ordine pubblico o buon costume.
La sentenza, che muove da una veloce ricognizione della parallela espansione sia del concetto di salute, sia di quello di liberta personale, con un'attenzione particolare anche alla disciplina internazionale, osserva che "si rende necessaria una rilettura costituzionalmente orientata dell'articolo 5 del Codice civile che ha condotto la dottrina e la giurisprudenza a mettere in disparte quelle diminuzioni permanenti dell'integrità fisica finalizzate al mantenimento o al ristoro della salute (mutamento di sesso), all'autodeterminazione procreativa (sterilizzazione) o di solidarietà disinteressata (donazioni di organi e tessuti), intesa quale benessere complessivo dell'individuo".
In definitiva, avverte la Corte, viene ad assumere un'importanza particolare la funzione sociale ed economicamente disinteressata della menomazione fisica, che costituisce giustificazione della libertà di disposizione del corpo in una prospettiva costituzionale. Infatti, sottolinea la Cassazione, è stato messo in evidenza come, con riferimento al caso dell'autolesione, questi atti dovrebbero essere considerati illeciti almeno nel caso vadano a danneggiare gli interessi di terzi estranei, come quando la lesione è procurata a sé stessi per evitare il servizio militare oppure per frodare un'assicurazione contro gli infortuni.
È in questo contesto che il riferimento all'ordine pubblico si presenta con la massima flessibilità e capacità di adattamento, tanto da assicurare la forza di coesione che unisce diversi istituti del medesimo ordinamento giuridico. La Corte allora dichiara di volere affermare una "versione mite" della clausole generale dell'ordine pubblico che non mette limiti ai diritti fondamentali dell'individuo in funzione delle esigenze superiori dello Stato, ma pone limiti all'autonomia dei privati per il rispetto di diritti fondamentali dell'individuo e della convivenza sociale.
L'articolo 5 così va considerato espressione della necessità di tutelare i diritti costituzionali della libertà personale e della salute, utilizzando le leve dell'ordine pubblico e del buon costume. Strumenti, questi ultimi, con i quali contrastare quegli atti di disposizione del corpo inaccettabili dal punto di vista dei parametri costituzionali perché considerano il corpo umano come fosse merce, attraverso la promessa o la corresponsione di denaro per la menomazione fisica.
di Giada Ceri*
La Repubblica, 20 novembre 2019
La cultura rende liberi? Sì? Bene: allora potrebbe aprire anche le porte di un carcere? All'inizio ho formulato la domanda come una provocazione, perché lo scambio fra lettura e libertà mi sembrava poco convincente.
di Giusi Fasano
Corriere della Sera, 20 novembre 2019
I dati: il 37% degli stanziamenti statali è bloccato dalle Regioni. Il caso degli sportelli chiusi per mancanza di soldi. Decine di presidi in difficoltà e la lunghezza degli iter.
Francesca Innocenti dice che "navighiamo a vista", che "la gestione del quotidiano è segnata dalla precarietà" e che "a volte dipendenti e operatrici si riducono l'orario di lavoro per risparmiare un po' di soldi da usare per altro". Lilith, il Centro Donna di Latina di cui lei è presidente, va avanti fra mille difficoltà con due case antiviolenza e un rifugio segreto per sette posti letto. E fa esattamente quello che fanno tutti gli altri: si arrangia.
Se riesce a stare in piedi è perché - come succede ovunque - può contare sulla dedizione e la generosità di dipendenti e volontarie. Da un altro angolo d'Italia arriva la voce di Mariangela Zanni, fra le responsabili del Centro Veneto Progetti Donna, Padova. "Non sapere se e quando avremo i fondi regionali da una parte ci impedisce di programmare qualsiasi cosa, dall'altra ci costringe a rivolgerci ai privati: cittadini, associazioni filantropiche, fondazioni... L'anno scorso abbiamo dovuto chiudere uno sportello di ascolto antiviolenza periferico perché non finanziato. E tutto questo a fronte di un aumento costante delle donne che ci chiedono aiuto".
Da Cosenza Antonella Veltri non ci prova nemmeno a vedere il bicchiere mezzo pieno. Dopo 30 anni il suo Centro Roberta Lanzino è quanto mai in affanno. "Già anni fa abbiamo dovuto chiudere una casa rifugio a indirizzo segreto, ora rischiamo di chiudere del tutto. Siamo come quei marchi di moda che offrono vestiario basic. Ecco: noi garantiamo sostegno e aiuto basic, non riusciamo a fare di più. Operatrici, segreteria, consulenze, pulizia, utenze... hanno un costo. E come si fa se l'arrivo dei soldi non è mai certo?".
"Quest'anno ci finanzieranno?" - Il problema è tutto qui, nell'incertezza perenne. Quest'anno ci finanzieranno? Su quanto potremo contare? E quando? La promessa solenne della politica arriva sempre in una data vicina alla giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, il 25 novembre. L'annuncio è sempre uguale a quello dell'anno precedente: "Avrete più fondi". E poi succede davvero, lo stanziamento diventa reale.
Ma quanto impiega ogni singolo euro a percorrere la strada fra le casse dello Stato e gli enti locali ai quali è destinato? L'Ong internazionale Action Aid monitora da anni la filiera dei fondi statali destinati a istituire e potenziare case rifugio e centri antiviolenza su tutto il territorio nazionale (a esclusione delle province autonome di Trento e Bolzano).
E il dossier che ha appena chiuso per l'anno 2019 rivela la lentezza esasperante con la quale i soldi (comunque non sufficienti) arrivano a destinazione. Mesi e mesi per trasferire i fondi dallo Stato alle Regioni e altri ancora perché le Regioni li distribuiscano ai centri che ne hanno diritto, con meccanismi di ripartizione, complicati e ad alto tasso di burocrazia. Per fare un esempio: al 30 settembre del 2019 risulta arrivato a destinazione il 63% dei fondi stanziati per gli anni 2015-2016 (17,5 milioni).
Nel solo 2017 il governo mise a disposizione 12,7 milioni di euro dei quali, per ora, ai Centri è stato distribuito il 34%. Il peggio arriva con i fondi antiviolenza stanziati per il 2018. Si decise per 20 milioni il 9 novembre dell'anno scorso, il trasferimento della cifra alle regioni è avvenuto fra luglio e agosto di quest'anno. Risultato: ai Centri è arrivato per adesso soltanto lo 0,4%. Ancora nessun annuncio per lo stanziamento del 2019 che, si dice, sarà di 30 milioni e ovviamente arriverà in grave ritardo alla destinazione finale.
Criteri stabiliti dalla legge sul femminicidio del 2013 - I Centri antiviolenza e le Case rifugio monitorati da Action Aid sono quelli finanziati dalle regioni secondo i criteri stabiliti dalla legge sul femminicidio del 2013. Alla fine del 2018 erano 280 Centri e 222 rifugi. Ma sul nostro territorio nazionale ne esistono altri: decine di piccole strutture che non hanno i requisiti per ottenere il finanziamento ma che in qualche modo riescono a sopravvivere contando su volontariato e donazioni private.
Negli anni, tanti alla fine hanno dovuto arrendersi e ci sono regioni nelle quali salta agli occhi il calo delle strutture. La Sicilia, per esempio, che aveva 52 case rifugio nel 2013 e 22 nel 2018. Oppure la Campania, che fra il 2017 e il 2018 ha chiuso 9 Centri antiviolenza. Isabella Orfano, che per Action Aid Italia si occupa del Programma Diritti delle Donne dice che "noi ragioniamo sui numeri ma la prego di riflettere sempre anche sul fatto che quei numeri sono storie di violenza, sono donne, madri con figli da aiutare nella quotidianità. Garantire l'esistenza di Centri e rifugi è un dovere dello Stato che senza di loro non potrebbe offrire quel servizio".
Per le donne ospitate nelle case rifugio si chiede una retta al loro Comune di residenza ma succede che 90 volte su 100 i Comuni non pagano, o pagano con anni di ritardo. "Non si può certo dire a quelle donne: cercatevi un'altra sistemazione" considera con amarezza la presidente di Lilith. "E allora finisce che ci arrangiamo, come sempre". La parola d'ordine è uguale per tutti: resistere.
di Ugo Grassi*
Il Riformista, 20 novembre 2019
Chi si oppone allo stop alla prescrizione è bollato dai vertici come "difensore dei delinquenti". Falsità. Il punto è che la Carta e la Consulta dicono che i processi non possono durare sine die, come vorrebbero loro.
Com'è noto il M5s ha fortemente voluto, con la cosiddetta legge "spazzacorrotti", l'inserimento nel nostro ordinamento di una norma (la cui efficacia è rinviata al l° gennaio 2020) che dispone la sospensione del corso della prescrizione penale "dalla pronuncia della sentenza di primo grado o del decreto di condanna fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio o della irrevocabilità del decreto di condanna".
Malgrado i molteplici sforzi di molti (tra cui io stesso) per far comprendere che tale soluzione è ad alto rischio di incostituzionalità. i vertici del Movimento si sono ostinati nel difendere la norma, facendo passare il messaggio che chi contrastava la modifica voleva difendere ladri e delinquenti. Ovviamente così non è perché il legislatore non è certo costretto a scegliere tra il "punire" ladri e delinquenti e il rispettare la Costituzione.
Com'è ormai noto il tema della disciplina della prescrizione viene in rilievo all'esito della nota "sentenza Taricco" della Corte di Giustizia europea (Grande Sezione), 8 settembre 2015, C 105/14 (seguita poi nel 2017 da una sentenza similare in ordine al contenuto principale). Nell'occasione l'ordinamento della Stato italiano è stato. censurato nella parte in cui assumeva in sé un regime prescrizionale conformato in modo da impedire "di infliggere sanzioni effettive e dissuasive in un numero considerevole di casi".
In altri termini la Corte europea ci ha rimproverato di prevedere regole prescrizionali irragionevoli rispetto all'obiettivo di rendere effettive le sanzioni penali. Considerata la sentenza Cedu, appare dunque evidente che si dovesse intervenire, ma a me appare ancora ancora più evidente che si dovesse intervenire con una norma conforme a Costituzione: una eventuale pronuncia di segno negativo della Consulta avrebbe effetti disastrosi perché ricondurrebbe la prescrizione del reato sotto il regime previgente, con intuibili effetti a catena. Partiamo da un dato: sebbene la norma discorra di prescrizione siamo in realtà di fronte a un evento - la sentenza di primo grado - che determina l'imprescrittibilità del reato: il processo può durare tutto il tempo che gli aggrada senza che mai il reato si prescriva.
I sostenitori di questa soluzione sottolineano che essa è presente in altri ordinamenti e ciò dovrebbe bastare per accoglierla senza timori. Ad esempio 11 § 78b dStGB (Deutsches Strafgesetzbuch, Codice penale tedesco) stabilisce al comma 3 che "Se è stata emessa una sentenza prima della scadenza del termine di prescrizione, il termine di prescrizione non scade prima della data in cui il procedimento è stato legalmente concluso". A parte che pure in Germania tale norma è ancora oggi oggetto di severe critiche, di rilievo è la diversa collocazione delle regole prescrizionali in quel sistema giuridico.
Esse, infatti, vengono considerate di natura processuale o processual-sostanziale; in Italia, al contrario, l'istituto della prescrizione è stato, dal nostro giudice delle leggi, considerato sottoposto al principio di legalità penale sostanziale enunciato dall'art. 25, secondo comma, Cost., il quale impone che tutta l'area di ciò che è penalmente illecito sia esattamente determinata. Dunque gli argomenti invocati in Germania a sostegno della soluzione qui criticata non sembrano validi anche rispetto al nostro ordinamento.
Vero è che un illustre autore, Francesco Viganò, adesso giudice della Corte Costituzionale, ha difeso in un noto saggio la soluzione adottata dal Movimento, ma non si richiama poi l'attenzione sulla circostanza che l'Autore ha poi anche chiarito che per evitare alcuni effetti collaterali deprecabili il legislatore dovrebbe introdurre dei correttivi. quali, ad esempio, uno sconto di pena da calcolarsi sull'eventuale eccessiva durata del processo (mi chiedo però quale "compensazione" attribuire a chi dovesse essere assolto, magra consolazione essendo quella risarcitoria), nonché una attenuazione del principio di obbligatorietà dell'azione penale. Agevole chiedersi, considerato che questi correttivi sono il prezzo da pagare per introdurre una simile regola, se il gioco valga la candela.
Torniamo, dunque, al tema iniziale: quale potrebbe essere il futuro giudizio della Corte Costituzionale? A me pare, in realtà, che la Corte abbia già indicato il perimetro entro cui il legislatore debba e possa intervenire. Infatti con la sentenza n. 115 del 2018,1a Corte ha affermato che la prescrizione "deve essere considerata un istituto sostanziale, che il legislatore può modulare attraverso un ragionevole bilanciamento tra il diritto all'oblio e l'interesse a perseguire i reati fino a quando l'allarme sociale indotto dal reato non sia venuto meno (potendosene anche escludere l'applicazione per delitti di estrema gravità), ma sempre nel rispetto di tale premessa costituzionale inderogabile".
Dunque due sono i capisaldi del nostro ordinamento: a) la prescrizione è istituto di natura sostanziale e come tale essa deve rispettare il principio di legalità e determinatezza, ed è altresì come tale b) necessariamente immanente nel sistema, vale a dire modulabile ma non eliminabile in radice, giacché solo i reati più gravi possono essere previsti come imprescrittibili. Alla luce di tali premesse si può senza dubbio osservare che la norma che stiamo esaminando è, con elevatissima probabilità, in contrasto con i principi costituzionali già indicati dalla nostra massima Corte. Il redigente, infatti, non si è avveduto di aver adoperato in modo improprio la nozione di -sospensione", la quale, per come è configurata, dando vita a un sorta di "tautologia del decorrere dei termini" origina, in realtà, una norma che dispone la imprescrittibilità di qualunque reato dopo la sentenza di primo grado.
Perché correre il rischio di introdurre nel sistema una norma incostituzionale quando esistono altre soluzioni non meno efficaci? lo, ad esempio. avevo proposto di abrogare la legge n. 251/2005 (cd. legge Ciriai); di ripristinare il testo previgente dell'art. 157 c.p. (molto più chiaro e di facile applicazione) con adeguamento dei termini di prescrizione, soprattutto per evitare che possano entrare in vigore, per taluni reati, termini più brevi di quelli attuali: e di stabilire infine che la sentenza di condanna, sia essa di primo o secondo grado, valga come interruzione (e non già sospensione) della prescrizione di modo da far ripartire il decorso del termine. il quale avrebbe comunque una sua definita durata.
La soluzione descritta avrebbe il pregio di assegnare comunque alla potestà punitiva dello Stato dei puntuali confini temporali, e ciò in coerenza con l'affermata natura sostanziale e non processuale della prescrizione, come tale sottoposta all'applicazione del principio costituzionale di legalità e del suo corollario qual è il principio di determinatezza. Nello stesso tempo la proposta qui formulata, determinando una vera interruzione del tempo prescrizionale trascorso, seguita dalla ripresa di un conteggio temporale di eguale durata di quello proprio del reato, consentirebbe allo Stato di disporre di tutto il tempo necessario per rendere effettive le sanzioni. Superfluo aggiungere che molte altre soluzioni egualmente efficaci sono prospettabili. Vale la pena raggiungere la meta per mezzo di un viottolo scosceso e a strapiombo quando poco più in là vi è una comoda scaletta con solido corrimano?
*Senatore M5S, avvocato, già direttore Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università "Parthenope"
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 novembre 2019
Duro comunicato del Coordinamento nazionale. I Magistrati di Sorveglianza respingono la campagna mediatica sulla sentenza della Consulta sull'ergastolo ostativo che "rischia di compromettere le fondamenta stesse dello Stato costituzionale di diritto".
di Nicola Galati
extremaratioassociazione.it, 20 novembre 2019
Nelle scorse settimane il Consiglio dei ministri ha approvato lo schema di Decreto Legislativo correttivo del riordino delle carriere delle Forze di Polizia adesso sottoposto all'esame delle Commissioni parlamentari. Vi è un aspetto della proposta che ha scatenato polemiche: la modifica della gerarchia interna agli istituti di pena con il conferimento di maggiori poteri ai vertici della Polizia penitenziaria rispetto ai direttori. Numerose critiche sono state mosse dagli stessi dirigenti (circa 100 dirigenti hanno scritto al Capo del D.a.p. ed al Ministro della Giustizia per manifestare la loro contrarietà), dalla Conferenza dei Garanti dei detenuti, dall'Osservatorio carcere dell'Unione delle Camere penali italiane, dall'associazione Antigone, dal Partito Radicale e infine anche dal Conams, il coordinamento nazionale dei magistrati di sorveglianza.
di Laura Montanari
La Repubblica, 20 novembre 2019
Vaglia bloccati per la nuova direttiva che chiede la firma autenticata per il ritiro, rabbia dei reclusi. L'allarme del direttore del penitenziario: "Problemi di sicurezza, si deve intervenire". Un centinaio di vaglia postali giacciono parcheggiati al carcere di Sollicciano a Firenze. Contengono denaro che i detenuti vorrebbero riscattare, ma non possono. Sono una cinquantina quelli che sono rimasti al verde e non hanno nemmeno più i soldi per permettersi la "spesina" (piccoli acquisti che vanno dalla pasta al caffè).
"Una quindicina di detenuti da settembre non sta riscuotendo nemmeno la pensione" spiega il direttore di Sollicciano Fabio Prestopino. È stato lui a segnalare il problema in una lettera inviata al direttore dell'ufficio postale di Scandicci, alla prefetta Laura Lega, al presidente del tribunale di sorveglianza di Firenze e al garante per i detenuti: "Tutto nasce da una direttiva delle Poste che chiede per i prelievi o per altri servizi postali che devono essere delegati, di autenticare la firma attraverso un pubblico ufficiale".
Non sarebbe un ostacolo se non si trattasse di detenuti: "E poi non è chiaro se basta un addetto del Comune o se serve l'intervento del notaio" riprende il direttore che nella lettera scrive: "Rimane oscuro il motivo per cui Poste Italiane abbiano improvvisamente e senza alcuna comunicazione autonomamente adottato le procedure in parola senza verificare le ripercussioni sulla istituzione penitenziaria e soprattutto sulle persone detenute e sulle loro famiglie".
Un richiamo a risolvere rapidamente la questione viene dal garante regionale dei detenuti Franco Corleone: "Pensiamo se non sia il caso di far entrare in carcere un pubblico ufficiale del Comune". Il direttore di Sollicciano spiega che sono giacenti 140 vaglia postali inviati a beneficiari detenuti e rifiutati dall'ufficio postale di riferimento, cioè quello di Scandicci.
"Nell'evidenziare le possibili ripercussioni sull'ordine e sulla sicurezza interna a questo penitenziario, qualora perduri questa situazione,.. si sollecita l'ufficio postale a consentire l'immediato incasso di questi vaglia e il buon fine delle altre operazioni solitamente giacenti per conto delle persone detenute e nel contempo a volersi attivare per la comune individuazione di procedure".
Il direttore di Sollicciano chiede di sbloccare il nodo velocemente e aggiunge che da una verifica informale, risulterebbero soltanto due casi in Toscana di uffici postali che si attengono rigidamente a queste direttive, uno è Sollicciano, l'altro Livorno. In realtà, secondo altre fonti, il problema è generalizzato e vale per tutti gli istituti di pena.
Intanto a Sollicciano crescono i malumori fra i detenuti già alle prese con le infiltrazioni di umidità di una struttura che nei giorni scorsi ha dovuto chiudere uno dei corridoi della sezione maschile perché si era allagata per la pioggia.
di Donatella Alfonso
La Repubblica, 20 novembre 2019
A palazzo Ducale la Conferenza Regionale del Volontariato Giustizia. La Liguria, unica regione in Italia insieme alla Basilicata, non ha un garante delle persone detenute: in compenso, da tre anni - da quando cioè nel 2016 il garante Nazionale Mauro Palma, visitando le strutture liguri, aveva sollecitato un impegno a dotarsi di questa figura, prevista da una legge del 2014 dopo la sanzione comminata all'Italia l'anno precedente - è ferma in commissione una proposta di legge bipartisan per istituirlo.
E, solo quest'anno, nelle sovraffollate carceri liguri si sono contati due suicidi e undici tentativi di suicidio da parte dei detenuti, con una situazione di crescente disagio sia per chi è dietro le sbarre a scontare una condanna, sia per chi ci lavora, dagli agenti agli educatori. "Sinceramente non riusciamo a spiegarci il perché di questa inattività - dice Ramon Fresta, portavoce della C.R.V.G.L. - Conferenza Regionale Volontariato Giustizia Liguria, una Onlus che mette insieme associazioni di volontariato e di promozione sociale attive in ambito penitenziario.
A seguito del richiamo del Garante nazionale, che incontrò anche i vertici regionali, fu presentata in Regione una proposta di legge in merito firmata dai consiglieri Pastorino, Vaccarezza, Salvatore e Rossetti, quindi assolutamente bipartisan, da Forza Italia al Pd, dalla sinistra ai Cinque Stelle. In quel periodo il garante mancava anche in Calabria e nella provincia autonoma di Trento, che poi hanno legiferato in merito: siamo rimasti noi e la Basilicata.
La proposta di legge, pur avendo riportato il voto favorevole in commissione su tutti gli articoli, si è fermata lì. Un problema economico? Eppure il garante regionale costerebbe meno di un consigliere...e allora? C'è qualche altra ragione, forse il timore che si scoprano fatti inquietanti o che si vadano a garantire persone poco gradite, come i migranti accusati di clandestinità?". Fresta fa riferimento alle denunce di Bruno Mellano, Garante del Piemonte, che ha permesso di far scoprire gli abusi nella Casa Circondariale Lorusso e Cutugno a Torino.
Anche Mellano sarà presente domani, mercoledì 20 novembre alle 10.30 (Palazzo Ducale Sala Montale, ammezzato lato est) all'incontro in cui la Conferenza lancerà un forte richiamo alla Regione Liguria e a tutte le forze politiche che la compongono perché si affrettino i tempi di approvazione della legge e di scelta del Garante: ben sapendo che, ormai, si perderà un altro anno. Con Fabio Ferrari, responsabile regionale Crvgl (ne fanno parte Acat, Afet - Aquilone, Arci, Associazione Amici di Zaccheo, Associazione Libera, Acli, Auxilium Caritas, Associazione Centro di solidarietà di Genova, Compagnia delle Opere, Veneranda Compagnia della Misericordia) e Bruno Mellano, ci saranno anche Massimo Benoit di Torsegno a nome dell' Unione Forense dei diritti umani e un rappresentante dell'associazione Antigone che farà il punto sulla situazione delle carceri liguri: un dato per tutti, quello di Marassi, dove 700 detenuti si stipano in 400 posti, mentre la mancanza ormai da anni di un carcere a Savona significa problemi seri di sovraffollamento per le case circondariali di Imperia e soprattutto Sanremo.
Corriere della Calabria, 20 novembre 2019
L'orrore di un figlio che uccide la madre per conservare l'onore, la violenza di un bambino costretto ad imbracciare un fucile, il legame di sangue che obbliga a continuare la guerra. La cultura della 'ndrangheta si eredita, ma le maglie di quella prigione si allargano e la possibilità di rinascere diventa sempre più spesso realtà.
A raccontare la "rivoluzione" che regala speranza ai figli della criminalità più potente al mondo è il Presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria Roberto Di Bella, che dopo 25 anni di esperienza calabrese lascia il suo incarico per scadenza naturale.
"Ho visto tanti ragazzi che avevano potenzialità e sentimenti per sperare in una vita diversa da quella riservata loro dalla "famiglia". Fin da piccoli sono addestrati all'uso delle armi, sono abituati a violenza e vendetta contro chi trasgredisce il codice d'onore. In diverse occasioni ho assistito all'orrore di giovani che hanno tentato o ucciso le loro madri, colpevoli di non avere saputo "aspettare" i mariti detenuti o latitanti", racconta l'autore del libro "Liberi di scegliere.
La battaglia di un giudice minorile per liberare i ragazzi della 'ndrangheta" edito da Rizzoli e scritto con Monica Zapelli che sarà presentato il 20 novembre nella sede di Cammino a Roma.
"C'è stato un momento, quando abbiamo giudicato il quarto figlio di una famiglia di 'ndrangheta, che abbiamo deciso che non potevamo stare più a guardare.
Da qui la scelta di allontanarli temporaneamente dal loro contesto familiare e territoriale, per tutelarli e, al contempo, consentire loro di sperimentare nuovi orizzonti sociali, psicologici, affettivi. Una sorta di progetto Erasmus della legalità, con l'obiettivo di fornire loro strumenti culturali per renderli "Liberi di scegliere" il loro futuro", racconta il giudice. Un progetto di salvezza a cui guardano anche i padri, non solo più le mamme.
"Molte madri, quando hanno capito che potevamo aiutare i loro figli, ci hanno chiesto aiuto per lasciare la Calabria. Una donna che stava per finire in carcere ci ha affidato i suoi bambini perché crescessero lontano e non in un contesto familiare criminale. Qualche ragazzo si è rivolto direttamente a noi, ultimamente lo ha fatto anche un padre.
"Ho sprecato quasi metà della mia vita in carcere, ora voglio riscattarmi ed essere presente positivamente nella vita dei miei figli. Voglio che abbiano una vita diversa e più felice della mia"", le parole di aiuto rivolte al giudice.
Complessivamente sono "oltre 70 i minorenni tutelati da provvedimenti di decadenza o limitazione della responsabilità genitoriale che riguardano una sessantina di famiglie". Un successo possibile "grazie all'ausilio di associazioni come Libera e Unicef e con la rete di inclusione sociale, scolastica, economica e lavorativa realizzata da uno specifico protocollo (Liberi di Scegliere)", ma questo non basta.
"La questione minorile è cruciale e non occuparsene è una prospettiva miope. Agire su questo versante significa prosciugare quel bacino che alimenta il mito mafioso che affascina tanti giovanissimi. La 'ndrangheta è l'organizzazione forse più potente al mondo, ma mantiene le sue radici in Calabria. Non si può relegare tutto a piccoli tribunali di frontiera, che intervengono solo su situazioni già patologiche, bisogna rivedere le risorse culturali ed economiche destinate alle politiche sociali di prevenzione".
In questo senso, "servirebbe un Piano Marshall per il Sud, assicurando capillari servizi socio-sanitari in tutti i territori di frontiera. Nella provincia di Reggio Calabria più della metà dei 98 comuni non hanno un assistente sociale. I consultori familiari sono sguarniti di personale", sottolinea Di Bella. "Bisognerebbe potenziare le politiche occupazionali.
Molti giovani, raggiunta la maggiore età, vengono a trovarmi per chiedere aiuto a trovare un lavoro. È una situazione drammatica. Non vogliamo deludere chi ripone fiducia nello Stato così cerchiamo di aiutarli attraverso la rete di protezione sociale ma non è semplice". Anche sul fronte della scuola c'è tanto da fare.
"Occorrerebbe ampliare l'offerta, con un'adeguata formazione degli insegnanti che vanno ad operare nei territori di frontiera. Servirebbe il tempo pieno per sottrarre i giovani dalla strada. I progetti educativi dovrebbero tendere a demistificare il mito mafioso raccontando ai ragazzi la sofferenza che provoca una vita all'insegna dell'illegalità.
Bisognerebbe spiegare a tutti i giovani gli effetti devastanti - sociali, economici, ambientali e psicologici - che il fenomeno 'ndrangheta provoca nel loro territorio e indirettamente nelle loro vite. Spero che il libro possa servire ai ragazzi a riflettere e ad evitare loro la sofferenza patita da molti coetanei", conclude Di Bella.
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