di Chiara Spagnolo
La Repubblica, 19 novembre 2019
La Cassazione dà ragione a Domenico Strisciuglio, detenuto al 41bis nel carcere di Sassari: può vederla anche da mezzanotte alle 7. Anche un capoclan ha diritto "a informarsi e a mantenere viva la sua cultura", ha stabilito il Tribunale di sorveglianza della città sarda, con una decisione che ha passato il vaglio della Corte di Cassazione, alla quale si sono inutilmente appellati il ministero della Giustizia, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e la casa circondariale. Il loro ricorso è stato dichiarato inammissibile a inizio ottobre.
A far nascere il caso è stata la domanda presentata da "Mimmo la luna" in persona - capo del clan Strisciuglio insieme al fratello Sigismondo - per ottenere una deroga al regolamento del carcere, secondo cui i detenuti sottoposti al carcere duro non possono guardare la tv a loro piacimento.
Lo spegnimento dell'apparecchio era tassativamente imposto dalle 24 alle 7, perché "il rispetto del riposo notturno è un principio che informa l'intera disciplina della vita carceraria", avevano evidenziato ministero e Dap nei ricorsi. Non è un caso che i pulsanti per l'accensione e lo spegnimento dei televisori (così come dell'illuminazione) siano ubicati sia dentro le celle che all'esterno, in modo da poter essere utilizzati anche dal personale del carcere.
Tali norme sono ancora più stringenti se riferite alle sezioni di 41bis, per le quali la legge ha lasciato comunque ampia discrezionalità di scelte da parte dei singoli istituti. Il divieto notturno di accendere la tv - hanno sostenuto il ministero e l'amministrazione penitenziaria - non comporterebbe alcuna limitazione all'esercizio dei diritti dei detenuti. E d'altro canto, è scritto ancora nel ricorso, il diritto all'informazione non potrebbe dirsi violato in quanto il detenuto, sottoposto al regime del carcere duro, ha a disposizione l'intera giornata per informarsi e intrattenersi.
Di tutt'altro avviso Domenico Strisciuglio, che ha sostenuto con forza la necessità di vedere anche i programmi notturni e ha scritto un ricorso di suo pugno, sollecitando il magistrato di sorveglianza a entrare nel merito di regolamenti e circolari dell'amministrazione penitenziaria. "Il diritto all'informazione e alla cultura è azionabile in qualunque ora del giorno e della notte", ha affermato il tribunale. Inoltre è stato evidenziato che, tenuto conto della realtà architettonica del 41bis per come è strutturato nel penitenziario sardo, "non si può arrecare disturbo ad altri detenuti con la tv accesa".
Lo spegnimento, da mezzanotte alle 7, per i magistrati sarebbe "un irragionevole sacrificio, tanto più inflittivo perché applicato a detenuti costretti dentro le celle per ben 21 ore al giorno". In tal modo, il Tribunale di sorveglianza prima e la Corte di cassazione dopo hanno sostanzialmente dato ragione a "Mimmo la luna" e aperto, di fatto, la strada a possibili ricorsi di altri detenuti.
Tra gli esponenti della criminalità barese che, di recente, sono finiti al 41bis c'è anche il 33enne Saverio Faccilongo, capo della fazione di Enziteto degli Strisciuglio, che a inizio settembre ordinò dal carcere l'omicidio di Michele Ranieri, braccio destro di Carlo Alberto Baresi e cognato di Vincenzo Strisciuglio. Quest'ultimo è, attualmente, il referente della famiglia (in senso stretto) sul territorio, essendo reclusi gli altri due fratelli Domenico e Sigismondo.
"Mimmo la luna" - che è assistito dall'avvocato Massimo Chiusolo - deve scontare una condanna a 22 anni di reclusione per associazione a delinquere e ha davanti a sé ancora parecchi anni di carcere, che presumibilmente continuerà a scontare al 41bis.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 19 novembre 2019
La sorella di Stefano, morto nel 2009 dopo un pestaggio da parte di due carabinieri, ha deciso di sporgere querela nei confronti dell'ex ministro dell'Interno e leader della Lega. È una sfida che va oltre i confini della querela, quella lanciata da Ilaria Cucchi all'ex ministro Matteo Salvini. Lei lo considera una sorta di "atto dovuto" nei confronti della memoria del fratello, e dei genitori, che prescinde da come potrà finire un eventuale processo al leader leghista, se e quando ci si arriverà.
È la risposta che una donna divenuta paladina della battaglia giudiziaria per ottenere verità e giustizia sulla morte del fratello ha ritenuto di dover dare a chi, a commento della condanna di due carabinieri per omicidio preterintenzionale, ha detto che "la droga fa male". Ilaria e il suo avvocato-compagno Fabio Anselmo presenteranno una denuncia contro Salvini per diffamazione non solo alla memoria di Stefano Cucchi, ma anche alla sua famiglia - lei, sua madre e suo padre, i genitori che con sofferenza anche fisica, dignità e costanza hanno portato avanti la domanda di giustizia -, che diventa "parte offesa" delle frasi dell'ex ministro.
Militante politica - Ipotizzare o lasciar credere che a far morire il ragazzo, dieci anni fa, sia stato l'uso o lo spaccio di stupefacenti significa accusare in qualche modo i genitori e la sorella di averlo abbandonato su quella strada, come dimostrerebbero le reazioni sui social network accumulatesi dopo le parole di Salvini.
Aggiunte subito dopo le espressioni di vicinanza e solidarietà alla famiglia Cucchi, e per i destinatari hanno avuto il sopravvento. La reazione di Ilaria è stata annunciata nell'immediato e ribadita ora, a tre giorni di distanza, dopo aver riflettuto e soprattutto letto sul web le accuse e i giudizi sarcastici o di accusa nei confronti di Stefano e dei suoi familiari, a suo giudizio provocati o alimentati dalla frase di Salvini. La stessa Ilaria che, nel frattempo, non ha avuto remore di proclamarsi in qualche modo una militante politica.
Diritti dei detenuti - "Faccio politica da dieci anni - ha spiegato rispondendo domenica in tv a Lucia Annunziata nel programma Mezz'ora in più. Ci invitano da tutte le parti, in questo momento possiamo andare a tutti i comizi che vogliamo, ma mai sentiamo parlare del rispetto dei diritti", ha spiegato. E il rispetto è quello per i diritti dei detenuti, anche quelli per droga come Stefano Cucchi che però il 22 ottobre 2009 è morto dopo una settimana di reclusione non per gli effetti degli stupefacenti o perché l'avevano arrestato in qualità di presunto spacciatore, ma - come ha stabilito il verdetto di primo grado - a causa le lesioni provocate dal pestaggio di due dei carabinieri che l'avevano fermato. Di qui la replica a Salvini. Giudiziaria, ma anche politica.
di Susanna Marietti
Il Fatto Quotidiano, 19 novembre 2019
Arriva una doppia sentenza per la morte di Stefano Cucchi, a dieci anni di distanza dai fatti. Dieci anni durante i quali per la prima volta l'Italia ha guardato a cosa accadeva dentro quelle aule di giustizia. Il caso Cucchi ha prodotto qualcosa di mai visto prima. Le violenze subite in stato di custodia - purtroppo Stefano non è stato il primo né l'ultimo - erano in passato qualcosa che riguardava le persone vicine, qualche avvocato, qualche associazione come Antigone che ha nella propria mission la tutela dei diritti delle persone detenute.
La vicenda Cucchi ha indignato invece l'Italia intera. È uscita dalla cerchia degli specialisti. Se ne è parlato nei talk show, sui social network, nella metropolitana, nei bar, nelle curve degli stadi. Un'indignazione non più settoriale ma di massa. E l'indignazione di massa è la forma più alta di controllo sociale e di tutela dei più deboli. Ha vinto la giustizia e abbiamo vinto tutti noi.
Oggi siamo alle sentenze. Si riconoscono le colpe mediche nel primo processo avviato. Vedremo se ci sarà un ricorso in Cassazione e quale sarà la sentenza definitiva. È intervenuta la prescrizione, è vero, ma ciò non significa che quelle colpe non siano state viste e certificate. Se poi la giustizia non riesce a concludere i procedimenti in tempi ragionevoli, è giusto che nessuno sia imputato a vita.
Nel secondo processo le condanne sono state nette. È stato omicidio preterintenzionale. La fattispecie di reato che in passato non fu usata per altri omicidi avvenuti per mano delle forze dell'ordine. Penso a quello di Federico Aldrovandi, rubricato come un reato colposo. Due carabinieri si vedono oggi infliggere una pena di dodici anni di carcere. Non bisogna mai esultare davanti a una persona che entra in carcere e non è questa adesso la mia intenzione.
Ma va riconosciuta l'importanza di una sentenza che sconfigge le omertà e lo spirito di corpo che da sempre hanno caratterizzato queste vicende e le hanno protette nell'impunità. Quest'ultima, inevitabilmente, permette alla violenza di continuare a perpetrarsi. Ci sono voluti dieci anni, ma finalmente è stato riconosciuto quello che tutti sapevamo fin dall'inizio, e cioè che Stefano non è morto di morte naturale. Un reato compiuto da un pubblico ufficiale è un reato che riguarda tutti noi. Uno Stato che tiene in custodia ci rappresenta, lo fa anche a nome nostro. La tortura - sebbene dieci anni fa questo termine non comparisse ancora nel codice penale italiano - non è un reato privato.
Oggi il web si complimenta con Ilaria Cucchi e la sua famiglia. Si complimenta per la tenacia, per la forza dimostrata nel portare avanti, insieme all'avvocato Fabio Anselmo, una richiesta di verità e giustizia che tante, troppe volte l'ha vista umiliata e trattata quasi come fosse lei la colpevole e non la vittima. È vero: Ilaria è stata grandiosa in questi anni. Ma una cosa non dobbiamo mai perdere di vista: non deve servire Ilaria Cucchi affinché ci sia giustizia. Non deve essere necessaria la determinazione di una sorella, la malattia dei genitori affaticati dal processo, per avere verità.
Lo Stato dovrebbe farsene carico a prescindere dalla capacità della vittima di chiedere giustizia. Non tutti hanno le capacità di Ilaria, alla quale dobbiamo dire grazie per ciò che è stata capace di fare. Ma non basta essere contenti perché lei c'è riuscita. Dobbiamo pretendere che sempre e comunque, per volontà dell'autorità pubblica e non di una privata famiglia, gli abusi da parte delle forze dell'ordine vengano perseguiti e puniti.
*Coordinatrice associazione Antigone
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 19 novembre 2019
Luca Palamara, il magistrato al centro dello scandalo delle nomine al Consiglio superiore della magistratura, indagato per corruzione e sospeso dalla sua funzione di pm a Roma, ha parlato per la prima volta della sua vicenda venerdì scorso ai microfoni di Rai Radiol, all'interno di "Il mix delle 5" condotto da Giovanni Minoli.
Palamara ha innanzitutto rigettato le accuse mosse nei suoi confronti dalla procura di Perugia, a partire da quella di aver ricevuto 40 mila euro in cambio di un suo intervento, all'epoca in cui sedeva in Csm, in favore della nomina di Giancarlo Longo (allora pm a Siracusa) a procuratore capo di Gela. Una nomina, come ha sottolineato Palamara, che in realtà "non è mai avvenuta". "Non solo - ha aggiunto l'ex membro del Csm rispondendo a Minoli - il nome del dottor Longo non è stato nemmeno proposto in commissione perché al suo posto nel febbraio 2016 è stato nominato all'unanimità il dottor Asaro".
L'ex presidente dell'Anm si è anche difeso dall'accusa di aver ricevuto denaro, vacanze e altri beni dall'imprenditore Fabrizio Centofanti e dagli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore, indagati per corruzione e al centro dell'inchiesta sulle presunte sentenze pilotate in Consiglio di stato: "L'avvocato Calafiore non l'ho mai visto e conosciuto in vita mia. L'avvocato Amara penso di averlo visto due volte in eventi conviviali e il dottor Longo l'ho visto una volta.
Non ho mai avuto né rapporti, né frequentazioni, né numeri di telefono, né quant'altro con loro", ha detto Palamara. Per quanto riguarda gli incontri serali con alcuni componenti del Csm e i deputati dem Cosimo Ferri e Luca Lotti, in cui si discuteva delle nomine nelle principali procure del paese, il pm romano ha ribadito che si trattava soltanto di "attività di discussione" ("il luogo decisionale delle nomine è uno solo: la Quinta commissione del Csm e il plenum"), e sulla particolare partecipazione di Lotti, indagato nell'ambito dell'inchiesta Consip portata avanti dalla stessa procura capitolina, ha sottolineato un aspetto non notato finora: "Nel momento delle cene, Lotti era stato già tecnicamente rinviato a giudizio, quindi la sua vicenda processuale con la procura di Roma era definita e mai e poi mai avrei potuto in qualche modo interferire o influenzare qualcuno".
Ma al di là delle difese personali, le critiche più forti (e anche più interessanti) sono state riservate a due fenomeni che vanno ben oltre la vicenda specifica che lo ha travolto. Il primo riguarda il potere delle correnti togate. "Le correnti dominano il mondo della magistratura", ha ammesso Palamara, chiamando in causa anche la nomina del vicepresidente David Ermini: "Le correnti sono state assolutamente determinanti nella nomina del vicepresidente. Se non c'è l'accordo tra le correnti non si può fare alcuna nomina".
Per l'ex membro del Csm, però, i gruppi associativi dei magistrati "non vanno demonizzati", piuttosto "l'obiettivo è fare sì che le correnti possano aspirare a valori più alti". Il secondo aspetto evidenziato da Palamara è il meccanismo della gogna mediatico-giudiziaria.
"A partire dal febbraio del 2018 - ha raccontato il pm - la notizia di una mia presunta indagine e di accertamenti sulla mia persona era diventata un fatto noto sia tra giornalisti, sia negli ambienti della procura di Roma e dei magistrati. Questa è una situazione che sicuramente mi ha provocato molta delusione, ancora di più quando il 26 settembre 2018 è stata pubblicata sul Fatto quotidiano la notizia che esisteva un'indagine a Perugia che mi riguardava direttamente".
Insomma, il segreto istruttorio è ormai divenuto un colabrodo, e a riconoscerlo è anche un magistrato. Tanto più se si considera che, una volta esplosa l'inchiesta, i giornali hanno riportato per settimane i contenuti delle intercettazioni ottenute attraverso il trojan che era stato inoculato nello smartphone del pm romano: "La procura di Perugia ha trasmesso le intercettazioni al Csm, dopodiché nel mese di maggio sono state pubblicate dagli organi di stampa".
Alla domanda di Minoli: "E la responsabilità di quei materiali chi ce l'ha?", Palamara ha risposto: "Direi entrambi perché il codice di procedura penale individua come titolare il procuratore della Repubblica. In questo caso si aggiunge il Csm che aveva la disponibilità di queste carte. Sarà oggetto di accertamenti perché si trattava di atti non depositati dei quali gli indagati non erano a conoscenza". Una presa di posizione insospettabile, se si considera che negli anni dell'ultimo governo Berlusconi fu proprio Palamara a guidare la protesta dell'Anm contro la riforma (poi mai approvata) volta a limitare la pubblicazione di intercettazioni irrilevanti. Come a dire, meglio tardi che mai.
di Errico Novi
Il Dubbio, 19 novembre 2019
Stasera vertice decisivo. Il Pd: limite temporale ai processi. M5S: grazie no. I Dem pronti a votare con Fi sulla durata massima dell'appello. Muro contro muro. Con esiti imprevedibili, ma che a breve potrebbero risolversi in una crisi gravissima per la maggioranza.
Stasera Movimento 5 Stelle, Pd, Italia viva e Leu tornano a riunirsi sulla prescrizione. Con i dem irremovibili sulla necessità di introdurre un limite comunque insuperabile alla durata dei processi. Qualora il ministro Bonafede respingesse la proposta, il partito di Zingaretti sarebbe pronto ad approvare i correttivi insieme con l'opposizione.
Molto pesante: difficile trovare aggettivi diversi per definire il clima tra Pd e Movimento 5 Stelle. Ma forse non si comprende fino in fondo il grado di tensione se non si guarda alla giustizia. Perché su altri dossier le scelte sono condizionate anche dall'imponderabile condotta altrui, come nel caso di Mittal per l'Ilva, o sono comunque di là da venire, come per lo Ius soli. La prescrizione invece va in scadenza per le feste di Natale. Il 31 dicembre per l'esattezza. E il Pd ha intenzione di non attende oltre, riguardo alla decisione. Il duello è fissato non per mezzogiorno come da prassi western ma alle 9 di stasera. Sarà una riunione lunga, destinata a protrarsi fino a notte fonda. Se ne potrebbe uscire con le premesse di una rottura irreversibile. Sulla prescrizione e, nel più estremo dei casi, sul futuro stesso dell'alleanza.
Il summit si terrà di nuovo a Palazzo Chigi, alla presenza di Giuseppe Conte. Si fronteggeranno i protagonisti del vertice precedente, tenuto giovedì: da una parte il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, dall'altra le delegazioni di Pd, Italia viva e Leu.
Il nodo è semplice: il Pd chiederà una norma di salvaguardia che introduca un termine di durata massimo oltre il quale il processo comunque finisce. Non solo. Perché tale norma dovrà entrare in vigore contestualmente alla "nuova" prescrizione.
Ergo: o l'entrata in vigore della "nuova" prescrizione, ora prevista per il 1° gennaio, viene congelata oppure si dovrà trovare un veicolo normativo rapidissimo per le norme chieste dai democratici (e non solo da loro). Prima ipotesi da escludere: Bonafede non ha alcuna intenzione di rinviare l'efficacia della sua legge. Ma neppure ha intenzione, a quanto risulta, di introdurre un nuovo limite invalicabile alla durata dei processi.
Situazione senza sbocchi, appunto. Un vicolo cieco, come si ripete da giorni. Sottovalutato. Anche negli esiti. Perché al momento il Pd non ufficializza la subordinata, non dice cosa accadrebbe se stasera Bonafede respingesse le richieste, ma voci sempre meno volatili prefigurano un esito clamoroso, da crisi di governo: il Pd che si accorda con Forza Italia per approvare la Legge Costa.
Emendata: nel senso che oggi il testo depositato dal responsabile Giustizia degli azzurri, e all'ordine del giorno già per domani, prevede semplicemente la soppressione della norma Bonafede, con contestuale riviviscenza della prescrizione targata Orlando (18 mesi di sospensione dopo l'eventuale condanna in primo grado, altri 18 mesi dopo l'eventuale condanna in appello). Il Pd potrebbe proporre all'opposizione il seguente accordo: accantonare la norma abrogativa tout court firmata Enrico Costa e sostituirla con la norma di salvaguardia che stasera lo stesso Pd sottoporrà a Bonafede.
Un esito estremo, forse imprevedibile fino a poco tempo fa. Ma ormai impossibile da escludere. Anche perché Italia viva e Leu sono di fatto sulla stessa linea del partito di Zingaretti. A Bonafede i democratici non offriranno un'unica soluzione. Sul tavolo ci sono i limiti di fase per appello e Cassazione, ma anche una sanzione processuale alla tedesca: ossia uno sconto di pena di un terzo qualora, alla condanna definitiva, il termine di prescrizione risulti superato. Ma se pure ci si accordasse per un meccanismo simile, è la convinzione del Pd, andrà comunque trovata una soluzione che protegga da durate parossistiche; né ci si può accontentare delle previste sanzioni per i giudici tardivi, legate a valutazioni soggettive dei capi degli uffici e del Csm.
Sulla tempestività dei correttivi, il Pd stasera sarà altrettanto fermo: non accetterà la controproposta, già accennata giovedì scorso da Bonafede, di una rettifica a gennaio, dopo che la nuova prescrizione (bloccata dopo il primo grado) sarà entrata in vigore. Un diniego bastato sulla seguente considerazione: si creerebbe un paradosso giuridico, perché si finirebbe per sottoporre i futuri processi a tre regimi normativi differenti, con i reati commessi fino al 31 dicembre assoggettati alla riforma Orlando, quelli compiuti dal 1° gennaio in poi regolati secondo la norma Bonafede e quelli successivi agli eventuali correttivi definiti da tali future norme. Un vero e proprio baco dell'ordinamento, pericolosissimo.
A tranquillizzare gli alleati dei 5 Stelle non vale, peraltro, l'impegno a un'efficacia retroattiva dei correttivi, perché con i tempi che corrono certezze politiche sul domani non ce ne sono. Oltretutto nella bozza di ddl delega sul processo penale e civile già ci sono norme poco rassicuranti dal punto di vista delle garanzie, come quella che, in caso di sostituzione del giudice, subordina la rinnovazione del dibattimento a specifiche esigenze, come l'asserita (dalla difesa) inattendibilità di un testimone. È anche per questo che gli alleati del Movimento 5 Stelle non intendono lasciare irrisolta l'incognita del processo infinito.
laliberta.info, 19 novembre 2019
Si estende anche a Modena il modello di "giustizia riparativa" che da anni, nella nostra provincia, è sostenuto dalla cooperativa sociale L'Ovile. La cooperativa di via De Pisis, infatti, ha firmato una convenzione con l'Ufficio di Esecuzione Penale Esterna (Uepe) di Modena e la Caritas diocesana d'oltre Secchia che, chiamando in causa L'Ovile, hanno voluto gettare le basi per un nuovo approccio ai temi della detenzione e dell'inclusione. Il documento è stato siglato dall'Arcivescovo di Modena-Nonantola don Erio Castellucci, dalla direttrice dell'Uepe Monica Righi e dal presidente della cooperativa sociale "L'Ovile" Valerio Maramotti.
"Siamo molto grati all'Uepe e alla Caritas di Modena - sottolinea proprio Maramotti - per averci chiamato in causa in un percorso che riteniamo fondamentale tanto per chi ha commesso reati quanto per chi li ha subiti e per la collettività, anch'essa offesa ogni volta che un suo componente è vittima di un crimine". "I percorsi che vanno sotto il nome di "giustizia riparativa" - spiega Maramotti - non annullano il reato e non cancellano la pena inflitta in sede giudiziaria, ma evitano che la risposta allo stesso reato sia esclusivamente punitiva, proponendo al reo, alle vittime e alla comunità occasioni di riscatto, riconoscimento reciproco, rispetto e, dove possibile, riconciliazione".
"Questo approccio - prosegue il presidente de L'Ovile - riguarda, ovviamente, quanti scontano la pena con misure alternative al carcere e non è solo rispettoso della dignità umana e della giustizia, ma si basa su principi di responsabilità e di solidarietà che, tra l'altro, consentono di evitare quella reiterazione del reato che troppo spesso coinvolge quanti escono dall'esperienza carceraria".
"Anche per questo - osserva Maramotti - ai percorsi offerti a quanti anche a Reggio Emilia sono seguiti dall'Uepe, da diversi anni associamo un'attiva collaborazione con l'Amministrazione penitenziaria per offrire ai detenuti occasioni di lavoro che li tengano anche in relazione con quel mondo esterno che si ritroveranno poi ad affrontare con maggiori strumenti per il riscatto e l'integrazione".
La convenzione firmata a Modena prevede la promozione di azioni concordi di sensibilizzazione nei confronti della comunità locale rispetto al sostegno e al reinserimento di persone in esecuzione penale, lo sviluppo di attività e incontri riparativi a favore delle vittime e della collettività, la costituzione di una rete di risorse che accolgano i soggetti ammessi a misura alternativa o ammessi alla sospensione del procedimento con messa alla prova che hanno aderito ad un progetto riparativo e la realizzazione di percorsi di mediazione penale in favore di utenti dell'Uepe di Modena.
Attualmente la casa circondariale modenese Sant'Anna accoglie 520 detenuti, mentre 744 persone sono prese in carico dall'Uepe. La Caritas Diocesana di Modena, tra l'altro, metterà a disposizione i locali per consentire le mediazioni, ovvero dare la possibilità a reo e vittima di incontrarsi, dialogare e riscoprire quel minimo comune denominatore di umanità che li accomuna. La stessa Caritas si impegna su misure di inclusione sociale che passano per l'accoglienza in termini abitativi, offrendo un supporto nel reinserimento lavorativo e promuovendo percorsi di volontariato o partecipazione a percorsi di educazione civica tramite laboratori pedagogici guidati dai propri operatori e da volontari.
di Marina Caneva*
gnewsonline.it, 19 novembre 2019
È stato sottoscritto ieri da Sergio Giordani, sindaco di Padova, e da Claudio Mazzeo, direttore della Casa di Reclusione "Due Palazzi", il protocollo d'Intesa "Mi riscatto per Padova", alla presenza di autorità dell'Amministrazione Penitenziaria, del Comune e di numerosi detenuti riuniti per l'occasione nell'auditorium dell'istituto.
L'accordo si inserisce in un progetto ministeriale che ha condotto alla recentissima istituzione del nuovo Ufficio centrale per il lavoro dei detenuti, "Mi riscatto per... il futuro". L'esperienza, avviata a Roma e adottata anche in Messico, ha fatto registrare in un anno e mezzo il sensibile incremento dei progetti di pubblica utilità, con la sottoscrizione di 70 protocolli e 4.500 detenuti impiegati nella manutenzione del verde cittadino e delle strade.
Ora anche i detenuti del carcere di Padova potranno, a seguito di apposito corso di formazione, prestare la propria attività volontaria e gratuita nell'ambito dei due percorsi previsti, giardinaggio e manutenzioni, dal lunedì al venerdì dalle 7 alle 13 per dodici mesi. L'inserimento nelle squadre operative specializzate di esperti del Comune di Padova consentirà loro di acquisire strumenti e formazione specifici spendibili anche, per il futuro, nelle fasi che seguiranno la detenzione, proprio in un'ottica di reinserimento nel tessuto sociale. In particolare, i detenuti che prenderanno parte al progetto presteranno la loro opera a beneficio della comunità in luoghi significativi e giardini storici della città nonché per la manutenzione di strade e segnaletica.
"Avverto un senso di responsabilità nei confronti di tutta la comunità, compresi i detenuti, che sono certo forniranno un apporto significativo - ha dichiarato il sindaco Giordani - e pertanto trovo giusto collaborare con il direttore del carcere per individuare insieme le soluzioni più idonee per Padova, che apprezza la cultura, il volontariato e la popolazione che lavora per gli altri."
A conferma dell'apertura dell'amministrazione comunale nei confronti del mondo penitenziario è intervenuto il direttore Mazzeo che ha citato alcune iniziative che hanno già dimostrato la vitalità di tale sinergia. Tra queste la convenzione per promuovere le buone pratiche di raccolta differenziata all'interno dell'istituto, gli interventi di pubblica utilità realizzati nelle scuole e il progetto scuola-carcere. "I detenuti possiedono capacità e valore che vanno riconosciuti e possono indubbiamente contribuire a rendere migliore una città già splendida come quella di Padova - ha detto Mazzeo -. Il Comune stesso si impegnerà infatti a segnalare i nominativi dei soggetti che si sono distinti per professionalità e attitudine, supportando così l'Amministrazione Penitenziaria nella promozione del recupero e dell'inclusione sociale".
Chiara Galliani, assessore alle Politiche del lavoro e dell'occupazione, ambiente, verde, parchi e agricoltura, ha voluto sottolineare l'importanza del dialogo e della collaborazione tra le autorità penitenziarie e comunali mentre Fiorita Luciano, la dirigente capo settore del Gabinetto del sindaco, ha ribadito che "Padova è una città inclusiva che coinvolge tutti coloro che ci abitano".
Ampio risalto all'iniziativa è stato riconosciuto da Armando Giuseppe Reho, direttore dell'Ufficio Detenuti e Trattamento del Provveditorato Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria per il Triveneto.
Reho ha portato i saluti del provveditore Enrico Sbriglia, sottolineando che "la comunità penitenziaria, anche mediante l'atto siglato oggi, diventa direttamente partecipe della comunità esterna, attraverso un coinvolgimento in attività di impatto tangibile, reso possibile grazie all'impegno dell'Amministrazione Penitenziaria e degli enti locali deputati a fornire strumenti per la professionalizzazione dei detenuti, nell'ambito di una comunità viva e operante sul piano del territorio e del reinserimento sociale".
*Referente per la comunicazione del Provveditorato regionale del Triveneto
quotidianosanita.it, 19 novembre 2019
Approvato il progetto del Crrcr. Finanziato con 24mila euro, il progetto del Centro di riferimento regionale sulle criticità relazionali, approvato su proposta dell'assessore Saccardi, prevede la presenza nei principali istituti penitenziari della Toscana di due psicologi psicoterapeuti, con la funzione di ascolto, supporto e orientamento, rispetto alle difficoltà del personale. Se la vita in carcere è certamente dura per i detenuti, il personale sanitario e penitenziario non è esente da criticità e disagio. Parte da qui il progetto "La salute in carcere: accoglienza, analisi ed orientamento rispetto al disagio del personale che opera negli istituti penitenziari" presentato dal Centro di riferimento regionale sulle criticità relazionali (Crrcr e approvato dalla giunta nel corso della sua ultima seduta, su proposta dell'assessore al diritto alla salute Stefania Saccardi, e finanziato con 24mila euro.
Un progetto che prevede la presenza, nei principali istituti penitenziari della Toscana e definiti in accordo con l'amministrazione penitenziaria, di due psicologi psicoterapeuti, con la funzione di ascolto, supporto e orientamento, rispetto alle difficoltà percepite e riferite dal personale che lavora negli istituti di pena toscani (in tutto 18: 16 per adulti e 2 per minori; il personale di polizia penitenziaria è in tutto di 2.900 persone). I due professionisti saranno presenti 2 volte al mese in ciascun istituto, sia per la realizzazione di colloqui individuali che per l'osservazione di alcuni contesti specifici.
La richiesta di fornire un supporto professionale è stata avanzata alla Regione dal Provveditore regionale all'amministrazione penitenziaria, e la Regione ha individuato il Crrcr come centro idoneo per questa attività.
"Dal 2012 ad oggi l'Osservatorio permanente sulla sanità penitenziaria istituito dalla Regione Toscana - spiega l'assessore Stefania Saccardi - ha evidenziato temi importanti, a seguito dei quali il Servizio sanitario, in stretta collaborazione con l'amministrazione penitenziaria, ha attivato iniziative e azioni congiunte, per il contenimento dei problemi emersi e l'integrazione dei gruppi multi-professionali coinvolti nei percorsi sanitari e penitenziari dei detenuti".
Nel 2018 sono iniziate negli istituti penitenziari toscani visite sistematiche effettuate con la collaborazione del Centro Gestione Rischio Clinico e Crrcr, per far nascere iniziative specifiche per le singole realtà; sono stati messi a punto e condivisi protocolli regionali, per esempio per la prevenzione del rischio suicidario e di gesti autolesivi, sia negli istituti per adulti che in quelli per minori; monitorate specifiche attività a cura dell'Ars, l'Agenzia regionale di sanità; istituiti percorsi formativi specifici, relativi sia al contesto della salute in carcere che al percorso di superamento dell'Ospedale psichiatrico giudiziario; attivati gruppi di lavoro su tematiche particolari (episodi di violenza nelle carceri); e condivise tematiche particolarmente importanti con la Magistratura.
Tra le criticità emerse in seguito a questo lavoro congiunto, rilevante quella del disagio del personale che lavora all'interno degli istituti penitenziari: un disagio derivante sia da determinanti ambientali che da aspetti di natura socio-culturale e organizzativa. Da qui il progetto messo a punto dal Crrcr, che si propone di creare uno spazio dedicato all'ascolto e all'analisi delle problematiche vissute dal personale e offrire supporto e orientamento rispetto ai percorsi più appropriati; e anche fornire un feedback al sistema per eventuali interventi migliorativi.
di Marzia Diana
youtg.net, 19 novembre 2019
È morto in ospedale a Cagliari, dopo quasi un mese di ricovero, il detenuto di 32 anni che il 26 ottobre scorso aveva tentato di togliersi la vita in carcere, a Uta. L'uomo, bielorusso, era stato salvato grazie al tempestivo intervento degli agenti penitenziari, che lo avevano trovato con il cappio al collo nella sua cella. Da lì i primi soccorsi e l'immediato trasferimento con un'ambulanza all'ospedale Brotzu di Cagliari, dove è rimasto ricoverato per tre settimane. Ieri pomeriggio, però, nel reparto di Rianimazione il suo cuore ha smesso di battere.
di Domenico Suraci
citynow.it, 19 novembre 2019
Le attività inizieranno domani 19 novembre e si svolgeranno per l'intero territorio calabrese. Unanime l'approvazione di questo importante progetto. È stato presentato all'interno della sala stampa "Rita Pisano" del Consiglio Regionale della Calabria, il progetto che desidera promuovere e sensibilizzare alla non violenza ed al rispetto delle donne all'interno delle carceri calabresi.
La presidente della Commissione Regionale Pari Opportunità dott.ssa Cinzia Nava affiancata dalla vicepresidente avv. Monica Falcomatà e dalle commissarie, ha elencato le tappe di un percorso che vedrà protagonisti gli istituti penitenziari calabresi, a partire già da domani 19 novembre con il carcere di Catanzaro, il 21 novembre Rossano, il 25 novembre Cosenza poi Vibo Valentia, Crotone, Laureana di Borrello e Castrovillari. Un programma che proseguirà anche nei mesi successivi. La realizzazione sarà possibile grazie all'attuazione del protocollo sottoscritto nel 2018 che prevede l'attività di formazione dei detenuti.
Il provveditore della carceri della Calabria dott. Liberato Gerardo Guerriero ha spiegato: "Raccolgo i frutti di un lavoro iniziato dalla dottoressa Irrera, col provveditore dott. Parisi che hanno lavorato insieme ai funzionari della regione per questo protocollo. Per l'amministrazione penitenziaria la partecipazione a questi tavoli ha una duplice valenza, innanzitutto punta verso obiettivi che non sono prettamente del carcere ed autoreferenziali che rimangono nel nostro muro di cinta, ci porta a partecipare a vicende che appartengono all'intera società, al mondo intero, visto il tema così alto che stiamo trattando.
All'interno delle carceri ospitiamo detenuti, anche quelli con reati di questo tipo, il rispetto dell'altro in generale, e della donna in particolare con i piani rieducativi è proprio il sale di ciò che serve ovunque. Siamo fermamente convinti che l'educazione al rispetto dell'altro è qualcosa da cui partire, in particolare il rispetto delle donne, ogni persona è nata da una donna, nei momenti di poca lucidità si dovrebbe ricordare di ciò.
Noi in questo modo ci sentiamo parte di una collettività, bisogna capire se è il carcere che si chiude, o è la collettività che spesso tende a delegare altri, lo sforzo che noi facciamo è aprirci totalmente al territorio, una dimostrazione sono tali iniziative e sono tanti gli istituti che si muovono in tal senso. Seminare significa dare all'ambiente di lavoro penitenziario, in passato accusato di maschilismo, fortunatamente da quando tramite concorsi pubblici sono entrate molte donne, e spesso le donne sono in posizioni di vertice, l'intervento che noi effettuiamo è a valle, noi garantiamo ogni tipo di supporto alla Crpo ed auguri per la lodevole iniziativa".
La dottoressa Nicoletta Irrera (Funzionario giuridico pedagogico del Ministero della Giustizia): "Concordo con l'importanza di essere qui stasera, abbiamo voluto fortemente questa convenzione, personalmente ho contattato la dottoressa Nava per intraprendere un'iniziativa. L'amministrazione penitenziaria è il luogo dove le persone arrivano quando nella società qualcosa non ha funzionato, siamo gli "ultimi" a dare la possibilità ad una persona di ricostruire una vita, noi arriviamo quando qualcosa è fallita prima, famiglia, scuola, chiesa. Si richiede una norma costituzionale che prevede l'impegno a 360° dobbiamo agire e fare delle scelte come amministrazione penitenziaria. Abbiamo scelto di farlo in un certa maniera, sottoscrivendo questa convenzione. Crediamo che un discorso educativo di questo tipo debba avvenire da parte di tutti gli istituti. Riflettere su certe tematiche è fondamentale, non bisogna lasciar passare, ma fermarsi a riflettere, anche su potenziali soggetti che possano commettere tali reati e portare messaggi educativi da persone esperte nel campo. Questo è il nostro obiettivo: stringere alleanze con l'esterno, far capire che noi ci siamo perché è interesse di tutti il reato che una persona commette incide sull'intera città, chi inquina, chi ci danneggia, chi ruba, chi sporca, chi ci violenta fa un danno all'intera comunità, ringrazio perciò la dottoressa Cinzia Nava per questa lodevole iniziativa".
L'avv. Agostino Siviglia (Garante Regionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale): "Per risolvere questo problema complesso, è fondamentale la soggettività del singolo individuo, giorno dopo giorno bisognerà comprendere quali sono le ragioni che lo portano a commettere reati, spesso in ambito domestico familiare, per altro le sezioni protette dei sex offender spesso sono ghettizzate all'interno degli istituti penitenziari perché vivono una realtà parallela con divieto di incontro, ciò non è previsto da alcuna norma primaria, da circolari ministeriali, ho avuto modo di confrontarmi con la direttrice di un carcere milanese, dove lei ha fatto convivere i sex offender con gli altri detenuti e soltanto le donne sono in grado di poter fare un passo, che forse da solo l'uomo non riesce a fare.
Non c'è questa coscientizzazione del male che si cagione perché ciò non avviene. Ho accolto subito l'invito, mi permetto di avviare un dialogo con le donne detenute con l'universo femminile, tranne due o tre istituiti in Italia, non ci sono strutture destinate alle donne, ci sono al limite sezioni distaccate ma sono attività lavorative limitate, e quando hanno la possibilità di lavorare è un momento cruciale, le donne sono mamme, figlie, spose hanno un microcosmo particolare che merita attenzione alle quali io ho dedicato molta attenzione. Ribadisco, la soggettività dei singoli è importante io confido "nella speranza contro ogni speranza" che il nostro tentativo sia già una speranza autentica".
L'avv. Monica Falcomatà (Vicepresidente della Commissione Pari Opportunità Regione Calabria): "Attraverso percorsi di natura psicologica e sociale di reinserimento per i soggetti maltrattanti, subordinando a questa possibilità che gli viene concessa di accettare di entrare far parte di percorsi studiati, istituzionali allo scopo pensati per accedere al beneficio della sospensione condizionale della pena, intervenire quando il reato si è consumato. Prevedere dei canali legislativi che inducono ad intraprendere dei soggetti maltrattanti di ulteriori reati della stessa natura o addirittura peggiori, spesso avviene che il femminicidio avviene dalla reiterazione di reati spesso di natura psicologica, fisica e il reato d'impeto è lo sfogo, la tragedia che sfocia dopo anni di maltrattamenti, anche da questo punto di vista il codice rosso pone quest'obbligo, per alcuni reati, per altri la facoltà di porlo di tentare un recupero per prevenire ulteriori reati. Noi vogliamo tutelare la violenza delle vittime, ciò può avvenire tramite il recupero dei soggetti maltrattanti".
La dott.ssa Cinzia Nava ha infine ulteriormente sottolineato: "C'è una proposta di legge, che invieremo presto al Parlamento Italiano, dobbiamo si commemorare le vittime, ma evitare assolutamente la morte, perciò vogliamo attuare la convenzione di Istanbul delle tre P: prevenzione tramite la formazione nelle scuole, la protezione della vittima e la persecuzione del carnefice, vogliamo che venga rispettata tale convenzione, da questo nasce il nostro progetto".
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