recensione di Marco Belpoliti
Robinson - La Repubblica, 28 dicembre 2019
Sono immagini prese al volo, frammenti estratti dal flusso dell'esistenza di un'umanità con la speranza di remissione. Cristo tra i ladroni? Un uomo sta appeso a una sbarra, le braccia divaricate e gli occhi chiusi; altri due l'osservano, piedi poggiati a terra e braccia abbandonate sui fianchi. Non siamo sul Golgota, ma in un altro similare luogo di pena e di dolore, ovvero nel cortile di una prigione italiana: Regina Coeli.
Gli uomini ritratti nell'immagine di Valerio Bispuri sono tre tra le migliaia di detenuti rinchiusi nelle nostre carceri. Il fotografo romano ha compiuto un viaggio in questi istituti, tra coloro che vi sono rinchiusi. Più che ai luoghi, in gran parte degradati e squallidi, Bispuri ha dedicato la sua attenzione alle persone.
L'uomo che compie l'esercizio di sollevamento e di sospensione in questo scatto, alla pari degli altri due che lo guardano, è tutto ricoperto di tatuaggi, una scrittura che l'identifica per le storie che la sua pelle racconta: un revolver, una stella, un viso, frasi, una ragnatela; la stessa arma è incisa sulla pelle dell'uomo di sinistra e un'altra ragnatela copre la parte alta del suo braccio. Ai piedi scarpe da ginnastica.
Dietro di loro sbarre alle finestre, i mattoni consunti del muro, un tubo di scolo: sono in un cortile in un momento d'aria, una pausa fuori dalle loro celle. Bispuri nel libro che raccoglie le sue istantanee ha ritratto momenti della vita quotidiana in bianco e nero.
Sono immagini spesso prese al volo, colpi d'occhio, frammenti estratti dal flusso dell'esistenza di uomini e donne. Vi si colgono gesti, espressioni, posture, atteggiamenti. Un patimento connota ogni cosa, ogni movimento, ogni attesa.
Un'umanità con la speranza di remissione, o anche solo di un po' di libertà, affolla le pagine di questo straordinario libro, "Prigionieri" (Contrasto), fratelli e sorelle di chi la libertà la sperimenta ogni giorno senza pensare a quale dono eccezionale sia in un mondo di schiavi, prigionieri ed esiliati.
L'autore - Un fotoreporter in dieci carceri. Dall'Ucciardone di Palermo a Poggioreale a Napoli, da Regina Coeli e Rebibbia a Roma al Carcere della Giudecca di Venezia, passando per San Vittore a Milano e tanti altri: la fotografia pubblicata in questa pagina fa parte del progetto Prigionieri di Valerio Bispuri, edito da Contrasto.
Un reportage rigorosamente in bianco e nero che racconta dall'interno dieci delle principali strutture carcerarie italiane e testimonia i problemi maggiori che affliggono i detenuti: dal sovraffollamento alla precarietà dei fabbricati, dalla mancanza di personale ai drammi che hanno segnato la vita degli uomini e delle donne sospesi in questi non luoghi. Il libro raccoglie tre anni di lavoro e completa il viaggio fotografico cominciato da Bispuri (Roma, 1971) nelle prigioni sudamericane con il progetto Encerrados.
recensione di Andrea Moser
La Regione, 28 dicembre 2019
Nei vicoli di Napoli. "L'odore di cipolla di una tavola calda di scarsa qualità, quello del sudore, delle scarpe, di uno spogliatoio di una palestra, la puzza di fumo che impregna i tessuti, il respiro nei dormitori per gli studenti, il pungente profumo di detergenti e dei saponi a basso costo, sommati a chissà cos'altro, producono un risultato unico, irripetibile eppure così uguale. È l'odore del carcere. Da San Vittore all'Ucciardone può essere più o meno intenso, ma è sempre uguale".
Si apre con queste parole il romanzo-testimonianza di Francesco Cascini intitolato "Il giudice e il camorrista", edito da Tipografia Helvetica e accompagnato da una prefazione di Carla Del Ponte. La storia prende avvio con i ricordi di un magistrato (diciamo sin d'ora che l'io narrate coincide con l'autore stesso vista la forte impronta autobiografica che caratterizza la storia) che nella sua funzione di direttore dell'Ufficio ispettivo presso il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria si occupava di verificare lo stato delle carceri italiane. L'autore ci conduce nei luoghi in cui i detenuti - in gergo i camosci (termine che ha origine dal fatto che un tempo i detenuti indossavano una divisa color giallo-marrone) - devono espiare le loro pene.
Il carcere ha un odore inconfondibile, è "l'odore della sofferenza, della cattività, della colpa, della rabbia o della rassegnazione". Cascini - oggi tornato a svolgere la funzione di procuratore pubblico - si interroga su quale senso possa avere rinchiudere sei persone in una cella di nove metri quadrati e, soprattutto, che valore possa avere la pena dopo tre o quattro anni trascorsi lì dentro: sono interrogativi laceranti ai quali si possono dare forse delle risposte solo tentando di distanziarsi emotivamente da quegli individui e ricordarsi sempre che essi rimangono dei criminali che spesso hanno compiuto dei reati gravissimi, specie quelli del reparto del 41bis, ossia coloro che sono stati condannati per reati di tipo mafioso. Anche attraverso questa prospettiva le cose non sono così limpide come si vorrebbe: accade così che un giorno come tanti, mentre si guardano negli occhi i camosci, riaffiorino con forza dirompente i ricordi della propria infanzia: essi conducono lo scrittore a confrontarsi con sé stesso, la sua professione e più in generale sulle possibili cause che portano molti giovani dei quartieri più poveri di Napoli ad abbracciare la strada della criminalità.
Varcare il confine - Cascini accompagna così il lettore a seguire le avventure di un timido ragazzino che dai quartieri alti decide un bel giorno di varcare il "confine" e scendere nei vicoli dove vivevano "loro", quelli che i genitori di Francesco definivano diversi "da noi". Cosa cercava il ragazzino in quei luoghi? Semplicemente qualcuno con cui giocare a pallone, con cui condividere la propria infanzia. In quel quartiere era tutto un fremito di vita: le stradine pullulavano di gente, i venditori urlavano le loro offerte, dappertutto vi erano sedie, tavolini, bambini che correvano e su ogni balcone era uno sventolio di bandiere del Napoli. Bastò poco allora per fare amicizia: "Uè ce sta stu guaglione ca ten o' pallone". Attraverso il gioco Francesco conosce Gennaro "recchia e puorco", Pasquale "a banana", Antonio "o' sicc", Giggin "o' zuopp" e soprattutto il capo del gruppo Tonin "o' cinese" (figlio di un delinquente rinchiuso nel carcere di Poggioreale) che per ragioni non del tutto chiare - e che per Cascini rimarranno per sempre avvolte nel mistero - aveva una simpatia per il nuovo venuto, e, soprattutto, lo teneva sotto la sua ala protettrice.
Le partite di calcio diventavano spesso terreno di scontro, l'occasione per ribadire la propria forza e in tutto ciò "o' cinese" si dimostrava il più violento, l'indiscusso capo. Francesco appena poteva frequentava il gruppo, quei bambini che sembravano già degli uomini: ben presto si rese conto che non andavano a scuola ed erano già avviati a una vita d'illegalità e, soprattutto, erano già pedine nelle mani della camorra. Tutto però in quegli anni appariva diverso agli occhi di Francesco: grazie alle sue conoscenze calcistiche permise al gruppo di vincere una bella somma al totonero. Alla riscossione però nacquero dei problemi: Tore "o' animale" non volle pagare. Inevitabilmente la disputa ebbe un epilogo violento e, soprattutto, coinvolse il vero capo del totonero; tutti lo chiamavano Ciù Ciù.
Un destino segnato - Ormai per Francesco era anche chiaro che tutta la zona era un grande supermercato della droga e il sabato sera centinaia di "figli di papà" vi si recavano per comperare la "roba". La famiglia del cinese "spacciava il fumo e aveva mantenuto, anche se ridotto, l'attività, dopo l'arresto del padre. Dopo aver visitato casa sua diverse volte avevo capito cosa fossero quelle stecchette argentate sull'asse da stiro. La madre, mentre faceva il ragù e guardava la televisione, le stirava rendendole leggermente più sottili, spesso aggiungeva del lucido da scarpe e da tre stecchette ne ricavava quattro o cinque.
Avevo sentito il cinese che spiegava come riuscivano a campare solo allungando il fumo, altrimenti con quello che gli davano loro avrebbero fatto la fame". Inevitabilmente i ragazzini dei vicoli crebbero velocemente e per Francesco lì non c'era più posto per un "figlio di papà": il destino del cinese era segnato, così come di tutti gli altri. A Francesco non rimase che un senso di colpa per aver abbandonato senza spiegazioni i suoi amici; rimase, però, la consapevolezza che in fondo "lui avrebbe capito, che sapesse perfettamente chi ero e dove abitavo. Forse anche lui in fondo sapeva che la nostra amicizia sarebbe stata impossibile".
Gli occhi erano i suoi - Il destino aveva però in serbo un'ultima sorpresa: Cascini molti anni dopo rivide il cinese in un carcere di massima sicurezza. Ci mise un po' a riconoscerlo, il nastro dei ricordi doveva essere riavvolto, ma gli occhi, gli occhi erano i suoi! Il magistrato andò a rileggersi gli incarti del processo che lo aveva condannato all'ergastolo, voleva sapere...; si chiedeva se l'amico di un tempo lontanissimo fosse diventato quello che temeva. "Avevo sperato in una ragione per giustificare quella sensazione così netta d'ingiustizia che avvertivo, ma era tale solo nella mia testa".
Sì, il cinese era diventato un camorrista e un assassino. Forse tutto era già scritto in quelle parole che trent'anni prima gli disse l'amico: "Per campare nei vicoli devi tenere la cazzimma. Se ti fai mettere e pier in capa dal primo stronzo che arriva non tieni futuro. Nun te pensa nisciun, si nu scemo qualunque. In miez a via nun ci sta nient a fa', si te miett paura nu riesc a campà". L'ultima volta che Cascini lo vide dietro le sbarre gli disse, quasi a conclusione di quel discorso iniziato tantissimi anni prima: "Tutte le persone possono scegliere. Non esiste solo un mondo, né un solo modo di vivere". E a noi che chiudiamo il libro non rimane che l'amarezza e la tristezza di una storia di violenza e solitudine.
Corriere dell'Umbria, 28 dicembre 2019
Partirà nel 2020 nel carcere di Capanne il laboratorio di cucito: ci sono tutte le volontà e le aspettative. Il corso che interesserà 60 detenuti e detenute porta la firma e il sostegno di Brunello Cucinelli. Nei prossimi mesi nella casa circondariale di Perugia si realizzeranno anche i capi in maglieria delle divise degli agenti della polizia penitenziaria di tutta Italia. Una sfida che ha il sapore della vittoria personale e di una comunità che vuole offrire una seconda opportunità.
"Ci è stato chiesto un supporto per il settore della maglieria e noi abbiamo accettato con molto piacere - spiega il progetto Carolina Cucinelli, figlia del re del cachemire - abbiamo fornito tutto il know how, il nostro saper fare, a partire dall'aiuto logistico: pensiamo soltanto al tipo di macchinari da scegliere e impiegare nel laboratorio ma anche al numero di postazioni in base allo spazio e al numero di lavoratori".
La Repubblica, 28 dicembre 2019
L'allarme di Samuele Ciambriello, Garante regionale dei detenuti. Cure sanitarie gratuite negate ai minori collocati nelle comunità: è scontro sui tetti di spesa. Se ne parlerà lunedì 30 dicembre, alle 11 nella sede del Garante regionale dei detenuti (isola F8 al Centro direzionale), durante la conferenza organizzata sulla necessità di garantire il diritto alla salute per i minori dell'area penale collocati in comunità, attraverso l'accesso gratuito al servizio sanitario pubblico, come avviene per i minori ospiti degli istituti per minori di Nisida e Airola.
Un diritto costituzionale che continua a essere negato, come hanno denunciato su "Repubblica" Silvia Ricciardi e Vincenzo Morgera della Onlus Jonathan. Il garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello osserva: "Il non poter accedere gratuitamente al servizio sanitario nazionale, come avviene per i minori in custodia cautelare, produce un danno con conseguenze a volte irreparabili nella vita futura di questi ragazzi. Oltre agli esami di routine nella maggior parte dei casi i minori necessitano di visite specialistiche, le più frequenti sono quelle neuropsichiatriche o quelle dermatologiche".
di Maurizio Crippa
Il Foglio, 28 dicembre 2019
Gli hippy avevano la loro erba, i punk le loro anfetamine e i loro beveroni, i pochi beatnik che venivano dai sobborghi di periferia preferivano l'eroina, i raver le loro chicche, gli yuppie la coca, i poveracci il crack, e il resto si ubriacava.
Ora che invece sono tutti consumatori, ognuno sceglie quello che gli serve", diceva qualche mese fa in una conferenza Irvine Welsh, l'autore di Trainspotting, notando che "la cultura del consumismo ha inghiottito tutte le culture", comprese quelle tossiche, e ora tutto dipende dagli stili di vita e "dall'immagine che ognuno ha di sé, e anche questa è flessibile".
Già vent'anni fa Big Lebowsky che con una mano beveva e con l'altra fumava uno spinello (in macchina) era la citazione di una generazione che non c'era più. Ma prima (e soprattutto dopo) il Drugo è notevole constatare di quanto si sia allungato l'elenco di film (quasi tutte commedie giovaniliste) in cui la cannabis è un'allegra boccata d'aria. Mentre sparivano le sigarette.
Non più un calcio ai proibizionisti, ma la normalità di uno stile di vita. Poco dopo arrivò L'erba di Grace ad aprire le praterie della valorizzazione economica, a prescindere dalla legalizzazione come antidoto al mercato criminale. La cannabis - di cui la sentenza della Cassazione del 19 dicembre per la prima volta ritiene lecita la coltivazione per uso privato, separandola dalla coltivazione per vendita - come altre droghe più o meno naturali o leggere è divenuta da un paio di decenni uno stile di vita dentro la molteplicità di consumi e diritti acquisiti.
Mentre il discorso degli effetti sulla salute è stato ridotto ad argomento retrivo o confinato esclusivamente al discorso sulle devianze. Forse non è colpa soltanto del consumismo, come pensa Welsh. Ma fintantoché erano il cinema o la pop culture a sdoganare la cannabis, si poteva ragionare sulla evidenza (benvenuta o ineluttabile) di un costume sociale ormai modificato. (Anche la percezione sociale del rischio è molto modificata: oggi fa malissimo l'acqua nelle bottiglie di plastica).
Servirebbe qualche domanda in più, se però l'effetto libertario alla Big Lebowsky o il consumismo palliativo vengono assunti come principio di giurisprudenza dalle sezioni riunite della Corte di Cassazione (che finora aveva interpretato la materia con logica proibizionista). Ovviamente è normale che l'interpretazione delle leggi tenga conto anche della modificata percezione sociale. Si cominciò dal comune senso del pudore, del resto.
Ma nemmeno il più relativista dei distratti potrebbe negare che quando sono i giudici di Cassazione a determinare, dettare o abolire le leggi, e non il Parlamento, qualcosa non torna. Soprattutto perché in Italia sono ormai troppe le materie sensibili, che riguardano comportamenti e salute, su cui i giudici di fatto si sovrappongono, o fanno supplenza, alla mancata capacità della politica di decidere e di dare un indirizzo condiviso ma univoco. L'ultimo caso, forse il più estremo, è il suicidio assistito. Ma lo stesso si può dire delle adozioni da parte di coppie dello stesso sesso.
Coltivare due vasi di cannabis da balcone non modificherà, dicono in molti, né il mercato né le abitudini dei consumatori. Ma è innegabile che sia anche un'ulteriore normalizzazione del suo consumo e un passo in più verso la legalizzazione. Senza però che il popolo sovrano si sia espresso in materia. Nemmeno i più puri proibizionisti possono negare che la legislazione attuale sulle droghe sia criminogena e inadeguata. E del resto la nozione di uso personale è uno di quei diritti, come direbbe Raphaél Enthoven, da cui le nostre società non faranno marcia indietro.
Ma discuterne, almeno? Prendersi la responsabilità di decidere e deliberare, anziché delegare alla magistratura il compito di trasformare l'opinione sociale più diffusa, non sempre prevalente, in legge? Qualcuno, molto pochi per la verità, si è posto il problema delle ricadute educative di questa sentenza: sarà più difficile, se non impossibile, spiegare a un preadolescente che una certa sostanza può o potrebbe fare male, visto che si coltiva in terrazzo. Il tema della responsabilità sociale verso le nuove generazioni - che intralcia quello dei diritti individuali, ma non può esserne fagocitato - dovrebbe essere cruciale, in queste materie. Invece è il più assente. Non è inspiegabile.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 28 dicembre 2019
Importante sentenza del Tar del Veneto sulla non retroattività della norma varata nell'ottobre 2018 dal governo gialloverde. I giudici hanno accolto il ricorso di un uomo che si era visto negare l'accesso in una struttura Sprar. I migranti che hanno ottenuto la protezione umanitaria prima dell'entrata in vigore del decreto sicurezza che - come è noto - abolisce questo tipo di permesso di soggiorno, hanno diritto a mantenere l'accoglienza nelle strutture abilitate.
È un'importante sentenza quella emessa alla vigilia di Natale dal Tar del Veneto, che dunque stabilisce la non retroattività del decreto sicurezza non solo per l'abolizione della protezione umanitaria ma anche per il diritto all'accoglienza. I giudici amministrativi del Veneto hanno infatti accolto il ricorso di un migrante, che aveva ottenuto la protezione umanitaria prima del 5 ottobre 2018 e che si era visto negare l'accesso all'accoglienza in una struttura Sprar (oggi Siproimi). Il Tar si rifà alla sentenza della Cassazione, che ha sancito l'irretroattività del decreto sicurezza e sottolinea come "nel caso in cui la protezione umanitaria è già stata riconosciuta al richiedente asilo non può essere eliso un beneficio - la prestazione delle misure di accoglienza - collegato a detto riconoscimento".
La sentenza del Tar arriva proprio nei giorni in cui dovrebbe cessare (al 31 dicembre) l'accoglienza per migliaia di migranti titolari di protezione umanitaria. Nei giorni scorsi, rispondendo alla richiesta del Tavolo Asilo, il ministero dell'Interno ha annunciato l'avvio di nuovi progetti con i fondi FAMI a cui i Comuni dovrebbero poter accedere per procrastinare l'accoglienza, ma intanto questa sentenza bolla come illegittima qualsiasi esclusione dal sistema di accoglienza di chi ha il titolo di protezione umanitaria.
di Carlo Valentini
Italia Oggi, 28 dicembre 2019
Marco Cappato è stato assolto dalla Corte d'Assise si Milano ma la sentenza ha di fatto sanzionato un vuoto legislativo e cercato di scrollare la politica. I partiti farebbero bene a mettere da parte la contrapposizione e a trovare un punto d'equilibrio in modo da evitare quello che, nei fatti, è diventato legale: accompagnare in Svizzera chi decide di mettere fine alla propria vita, senza griglie se non quelle, assai labili, previste dalla normativa svizzera, che in pratica consente in ogni caso il suicidio assistito, previo un colloquio con uno psicologo: Lucio Magri (tra i fondatori del manifesto) si recò in Svizzera e ottenne il fine vita non per gravi problemi fisici ma per una depressione che lo stava lacerando.
La medicina contribuisce ad allungare la vita ma a volte non riesce ad assicurare condizioni fisiche accettabili e dignità a chi supera taluni confini d'età e così finisce per proporre il cosiddetto accanimento terapeutico. C'è chi lo accetta e chi no: è giusto coartarne in un caso o nell'altro la volontà? Ed è giusto che non ci siano regole e che, di fatto, ora sia possibile a tutti prendere il treno per la Svizzera?
Ancora una volta (come per la sentenza della Cassazione che ha stabilito che coltivare cannabis non è reato) sono le aule di giustizia e non il parlamento a intervenire. Sarebbe ora che la politica, sul fine vita, si desse una mossa. È dal 1984 (progetto di legge firmato dal deputato socialista Loris Fortuna) che se ne discute, l'unico sussulto c'è stato nel 2017 con la legge sul testamento biologico, per altro tuttora poco attiva.
Essa prevede che il paziente possa richiedere, compilando un apposito modulo, l'interruzione dei trattamenti di sostegno vitale e la sedazione profonda continua nel caso si ritrovasse in determinate situazioni. Ma il Comitato nazionale per la bioetica, ha denunciato la presenza di "molti ostacoli e difficoltà, specie nella disomogeneità territoriale dell'offerta del servizio sanitario nazionale oltre alla mancanza di una formazione specifica nell'ambito delle professioni sanitarie".
Il testamento biologico consente l'interruzione dei trattamenti di cura ma non la possibilità di porre fine alla propria esistenza in un modo più rapido, cioè con un suicidio assistito. Dall'inizio della legislatura sono arrivate a camera e senato ben 13 proposte di legge. Tra di esse quella che ha Monica Cirinnà come prima firmataria e alla quale hanno aderito esponenti di M5s, Leu, Psi, gruppo Misto: acconsente a staccare la spina quando risulta compromessa la dignità della fase finale della vita.
Al senato vi è la proposta del capogruppo Pd, Andrea Marcucci, che amplia il ricorso alla sedazione profonda. L'associazione della galassia radicale Luca Coscioni, supporta i due disegni di legge (uno alla camera e l'altro al senato) depositati da alcuni pentastellati per la legalizzazione dell'eutanasia.
Il leghista Alessandro Pagano nel suo provvedimento non prevede la depenalizzazione del suicidio assistito ma una pena ridotta per il convivente (dai 6 mesi ai 2 anni invece che dagli attuali 5-12 anni) mentre la forzista Paola Binetti (firmataria insieme alla collega Maria Rizzotti) concorda sulla pena ridotta per il convivente ma punta a rimettere mano alla legge sul testamento biologico.
Ci vorrebbe una sorta di Conclave: tutti in clausura finché non si trova un testo equilibrato da portare all'approvazione del Parlamento. Anche perché tutte le 13 proposte riconoscono il diritto a decidere sulla propria sorte nel caso non ci siano più speranze, quindi vi è una comune base di partenza. Lo scorso anno il parlamento era stato anche richiamato, invano, al proprio dovere di legiferare dalla Consulta, che si era pronunciata sempre a proposito di Marco Cappato e del suicidio assistito di Fabiano Antoniani, più conosciuto come Dj Fabo, il quale non poteva camminare né usare le braccia né alimentarsi da solo e provava dolore fisico. Non riusciva a recarsi in Svizzera da solo e quindi ha chiesto aiuto a Cappato.
Nel rimettere il procedimento alla Corte d'assise di Milano i giudici costituzionali hanno ammonito il parlamento, rilevando che in queste condizioni da un lato dichiarando legittimo il reato si finisce per punire severamente anche il semplice aiuto materiale alla ferma e autonoma volontà altrui, dall'altro il supporto, morale o materiale al suicidio è una condotta incriminabile per garantire tutela alle persone vulnerabili che potrebbero essere indotte a porre fine alla propria esistenza senza un'effettiva volontà.
Tra l'altro, la Corte ha pure indicato i binari sui quali può instradarsi la politica, dichiarando l'illegittimità costituzionale del reato di aiuto al suicidio per i casi di persone affette da patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche intollerabili e tenute in vita con trattamento di sostegno vitale e incapaci di prendere decisioni, quindi bisognose di qualcuno che ne agevoli il fine vita ma, avvertono i giudici, "le condizioni e modalità di esecuzione debbono essere verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del Comitato etico territorialmente competente".
Chi rimane fortemente contrario è il fronte religioso. La Pontificia Accademia per la vita, guidata da monsignor Vincenzo Paglia, ha promosso una dichiarazione congiunta delle religioni monoteiste abramitiche, cioè cattolici, ebrei e musulmani: "L'eutanasia e il suicidio assistito sono moralmente e intrinsecamente sbagliati e dovrebbero essere vietati senza eccezioni. Qualsiasi pressione e azione sui pazienti per indurli a metter fine alla propria vita è categoricamente rigettata".
di Gustavo Ghidini e Daniele Manca
Corriere della Sera, 28 dicembre 2019
La leggerezza con la quale "doniamo" dati personali a chi ci alletta dandoci servizi ci si rivolta contro. È noto che la Germania "c'e l'abbia su" con le grandi piattaforme digitali. E le stia "lavorando ai fianchi", a cominciare da quello delle fake news, troppo poco combattute. Poiché le notizie che più attraggono curiosità e "like" sono proprio quelle più roboanti sta forse per aggiungersi un altro punto di attacco: quello della proprietà esclusiva dei dati dei cittadini raccolti e custoditi, e sfruttati commercialmente dalle piattaforme dell'e-commerce, tipo Amazon, dei social media, tipo Facebook, nonché dai motori di ricerca, tipo Google.
Sta meditando l'idea di introdurre un regime di Open Data, essenzialmente basato sulla rimozione del potere esclusivo e la sua sostituzione con il libero accesso da parte dei cittadini. Un nuovo regime che sostituirebbe, è lecito pensare, quello europeo vigente in materia di banche dati (Direttiva 9/96, dell'11 marzo 1996), che vieta la "estrazione" non autorizzata dei dati (ovviamente organizzati) ammettendo la possibilità di deroghe, da parte dei singoli Stati membri dell'Unione, per l'uso dei dati stessi a scopi non commerciali (ricerca, insegnamento). La ricetta non è nuova: "modestamente" il Comune di Piacenza ha già avviato il percorso per rendere disponibili online alcune sue banche dati in forma gratuita con una licenza (Italian Open Data License) che ne permetta l'utilizzo da parte di comunque (www.comune.piacenza.it/opendata).
Comunque, quale che sia il tipo di soluzione che eventualmente si adotterà, è innegabile che la cessione dei dati da parte di cittadini alle grandi piattaforme sta producendo - ha già prodotto - la costituzione e il consolidamento di monopoli sempre più potenti. La leggerezza con il quale "doniamo" dati personali a chi ci alletta dandoci servizi per i quali ci è difficile fare a meno (dalle mail al contatto con i nostri amici lontani e vicini), ci si sta rivoltando man mano contro. A livello personale con pericolose incursioni nella nostra privacy. A livello di sistema con il fatto che sta crescendo il potere economico dei titani del web (che va ricordato non sono solo quelli americani ma anche colossi cinesi, addirittura meno controllabili). Sta inoltre tracimando dal piano strettamente economico a quello socio-culturale, e politico tout court.
Per limitarci qui al profilo del diritto alla privacy del cittadino - il "diritto a esser lasciato solo", secondo una celebre definizione di era predigitale(ora fa sorridere), che baluardo effettivo pone il celebre regolamento sulla privacy europeo? Il General data protection regulation (Gdpr) tutela da violazioni della privacy i cittadini europei, dovunque si trovi chi raccoglie e "tratta" i dati. E questo è un netto progresso rispetto alla precedente regolazione. Ma c'è un "ma". I maggiori padroni dei dati sono americani e cinesi - quindi di Paesi che non adottano il Gdpr. E chi controlla quei giganti mentre a casa loro raccolgono dati, li profilano e li commerciano?
Lo stesso Gdpr, peraltro, non è a tenuta stagna. Ammette deroghe ampiamente discrezionali (per "un interesse pubblico" - quale? - "o di terzi" - chi? -. E ancora, quale interesse?). Soprattutto, per comune interpretazione, non impedisce che sulla base di dati personali di per sé non "sensibili", quindi legittimamente acquisibili, chi li raccoglie possa ricavare, per "inferenza", un profilo personale tipico (anonimo) che pur indirettamente ne sveli anche caratteristiche viceversa "sensibili".
Da dati su consumi alimentari, età, abbonamenti a certe riviste mediche - dati in sé non sensibili - si potrebbe inferire che un certo tipo di soggetti X ha una propensione al diabete. Una probabilità che rischia di essere sfruttata direttamente, attraverso offerte mirate di integratori alimentari o farmaci, o, peggio, rivenduta a compagnie di assicurazione malattie.
Non solo. Le avvertenze e informazioni sui diritti dell'utente a difesa della privacy sono quasi sempre comunicate in modo prolisso e con linguaggio da legulei: cioè con modalità opposte a quelle tipiche della comunicazione digitale, e comunque della comunicazione moderna, anche in formato analogico. Un po', anzi un po' molto, come le informazioni che le banche mandano ai clienti, fatte per annoiarli ed essere gettate nel cestino. Anche per questo, ma non solo per questo, moltissimi utenti sono disattenti, e sostanzialmente indifferenti ai loro diritti di privacy: ai quali rinunciano con tanti immediati "accetto" quante sono le app: proprio per poter più rapidamente usare le stesse. Senza contare i tanti utenti, specie giovani e giovanissimi, ma non solo, che coscientemente rinunciano alla loro privacy "postando" in rete foto e commenti di carattere intimo.
Per contrastare questa cosciente incoscienza, occorrerebbero istituzionali "campagne di consapevolezza" sui rischi che si corrono con cessioni, "automatiche" o volontarie, dei propri dati. E al contempo, occorrerebbe prescrivere l'adozione di standard di comunicazione ispirate alla massima semplicità e facilità di percezione - dunque anche con poche essenziali informazioni.
In attesa di Godot, perché non stabilire, con un po' di buon senso, un duplice principio, possibilmente da inserire in una revisione del Gdpr: controllo "all'altro capo" della filiera commerciale dei dati - cioè al capo dove stiamo noi utenti. E "compenso" dell'utente cui vengano indirizzate offerte commerciali da lui non richieste: e quindi evidentemente frutto del traffico di suoi dati.
Se, ad esempio, abbiamo soggiornato qualche mese fa nell'albergo X in una zona delle Dolomiti, e poco dopo arrivino offerte degli alberghi Y, Z, W, mai da noi interpellati, sarebbe giusto che: a) avessimo il diritto di chiedere a quegli alberghi da che fonte hanno avuto il nostro indirizzo (onde potere eventualmente reclamare al Garante dei dati personali). b) Ove quelle offerte accettassimo, potessimo pretendere uno sconto sulla tariffa. In fondo, noi forniamo i dati della nostra vita che diventano merce di scambio. Perché non reclamare un compenso?
C'è un'altra forma di potere commerciale dei padroni dei dati, che si manifesta rispetto alle imprese di produzione e distribuzione d beni e servizi. La situazione di collo di bottiglia rappresentata dai pochi grandi big detentori delle informazioni, consente sia di imporre condizioni gravose di accesso, sia di negare tout court quest'ultimo alle imprese che ne debbano far uso per la loro attività industriale o commerciale. Non sarebbe più lineare, giusto, efficiente e pro-concorrenziale, modificare la normativa sulle banche dati introducendo il principio dell'accesso libero pagante (a condizioni eque e non discriminatorie) ai dati necessari all'attività d'impresa?
La normativa attuale, europea ed italiana, ha ben avviato, ma non compiuto, il percorso per una piena tutela della privacy. E forse non lo potrà fare, sino a che i big data siano raccolti e custoditi in esclusiva da poche grandi gelosissime mani. Farglieli condividere, pur a pagamento, in assenza di un grande coraggio politico, sembra una "mission impossible". Al momento.
di Domenico Letizia
L'Opinione, 28 dicembre 2019
Anche quest'anno, dal 23 al 26 dicembre, si è svolta la Missione di Natale organizzata dalla Onlus "We Are" di Bologna, presso la città di Kilis, lungo il confine turco-siriano. La missione è stata occasione per inaugurare un laboratorio di aiuto psicologico per i bambini siriani vittime del conflitto, che da anni attanaglia la Siria. I volontari hanno donato alla comunità locale numerosi giocattoli, capi di abbigliamento e hanno osservato il lavoro che la Fondazione Fatih Sultan Demegi, diretta dal siriano Abdulgani Alchawakh, sta svolgendo attraverso la creazione di alcuni laboratori di cucito, avviando verso l'occupazione numerose donne e ragazze ospitate presso i locali della Fondazione.
I lavori sono stati utili anche per poter monitorare e approfondire come i rifugiati siriani e i mutilati di guerra vivono in Turchia. Numerose le storie dei mutilati siriani che chiedono la fine del conflitto e condizioni più dignitose per le loro vite e per quelle delle loro famiglie. Per gli invalidi di guerra siriani, presenti in Turchia, è importante ottenere il "libretto rosso" che permette alcune agevolazioni sociali e contributi economici, ma tale aiuto si ottiene solo dopo il riconoscimento da parte delle istituzioni turche del 50 per cento di invalidità e molti dei mutilati lamentano regole troppe restrittive e anche nel caso dell'ottenimento, contributi economici non sufficienti per il benessere delle famiglie. Hanno partecipato alla missione, il presidente di "We Are" Enrico Vandini, la vicepresidente Lorella Morandi, il fisioterapista Firas Mourad, le volontarie Carolina Lucchese e Alice Bandini.
Grazie al lavoro di "We Are" sono previsti due progetti nel corso del prossimo 2020. Il presidente della Onlus, Vandini ha dichiarato: "Stiamo creando un ambulatorio psicologico presidiato da due medici specializzati che avranno il compito di trattare circa 360 pazienti all'anno. Il progetto avrà una durata di 24 mesi. La durata di ogni seduta sarà di 30 minuti e l'età dei bambini coinvolti andrà dai 5 ai 18 anni, mentre per le donne andrà dai 18 ai 60. Inoltre, durante la nostra missione di Natale abbiamo inaugurato una palestra e una ludoteca, presso i locali della Fondazione, grazie ad un finanziamento del Rotary di Bologna". I volontari di "We Are" hanno potuto comprendere l'attualità del conflitto e le novità provenienti dal rapporto tra Turchia e Siria. Il direttore della Fondazione di Kilis, Abdulgani Alchawakh, già "ospite" delle carceri di Assad, ha descritto tutte le problematiche che la comunità siriana vive. Kilis nel corso degli ultimi anni è stata oggetto di bombardamenti sia da parte dei terroristi dello Stato Islamico, che da alcune fazioni del Pkk. La comunità locale siriana, pur lamentando tutte le difficoltà per la situazione da rifugiati in terra straniera, ringrazia le autorità turche e le politiche di Recep Tayyip Erdoğan che sostiene tali famiglie e denuncia l'azione repressiva di Bashar al-Assad.
Il direttore Alchawakh chiede all'Europa un vero sostegno per il ripristino dei diritti fondamentali e una campagna di informazione seria per i cittadini europei: "L'Europa deve capire che la tragedia siriana è una tragedia di tutto il mondo civile e dell'intero occidente. Chiediamo alle autorità europee di non sostenere il dispotismo di Assad. È inaccettabile che in molti paesi democratici vi siano ambasciate del governo siriano riconosciute e tollerate. Noi vogliamo semplicemente tornare nei nostri territori, ritornare alle nostre vite e riuscire a ricostruire una Siria democratica, laica, vicina al mondo arabo e alla Comunità europea", ha dichiarato il direttore della Fondazione Fatih Sultan Demegi.
Nella città di Kilis, come in tutta la Siria, in questa guerra che sembra non avere fine, sono sempre i civili, soprattutto donne e bambini, a pagare il prezzo più alto. Per molti di loro la Turchia è il futuro ma sono tantissimi coloro che vorrebbero semplicemente ritornare nella propria amata patria. Ricordiamo che nel 2016 l'Unione europea e la Turchia stipularono un accordo che vincolava la Turchia a fermare le partenze dei migranti in cambio di aiuti economici per 6 miliardi di euro. L'integrazione dei siriani in Turchia, soprattutto lungo il confine e nella città di Kilis, non è stata affatto scontata e semplice. Nel corso degli ultimi anni, numerose inchieste giornalistiche hanno raccontato le pessime condizioni in cui vivono i siriani nei campi profughi turchi, la discriminazione e lo sfruttamento sistematico, soprattutto nei confronti di molti bambini lavoratori, che ricevono nelle città e aziende turche. In occasione delle festività natalizie, "We Are" ha tentato di comprendere la situazione avviando nuove progettualità per i bambini e le donne siriane presenti lungo il confine.
di Giulio Meotti*
L'Opinione, 28 dicembre 2019
È stata una tragedia delle buone intenzioni. "Jack Merritt è morto nell'attacco sul London Bridge. Non dimentichiamo quello per cui si batteva", ha scritto Emma Goldberg sul New York Times. Merritt è una delle due vittime di Usman Khan, il terrorista islamico che il 29 novembre ha colpito sul London Bridge. L'altra vittima era Saskia Jones, studentessa presente alla conferenza presa di mira dall'attentatore. Entrambi sognavano di lavorare per salvare e proteggere il loro assassino.
Londra ha ospitato il quinto anniversario dell'organizzazione Learning Together, un evento in cui ex detenuti, membri dello staff, studenti ed esperti di criminologia erano arrivati da ogni parte del Paese per celebrare il successo della loro iniziativa di de-radicalizzare i jihadisti. Khan era lì presente, in quanto modello del programma di riabilitazione. Nel 2012, l'uomo era finito in carcere per aver cercato di far saltare in aria la Borsa di Londra, l'allora sindaco di Londra Boris Johnson e la ruota panoramica London Eye. Secondo il Daily Telegraph, Learning Together aveva indicato in Khan un "case study" su come funziona il programma di reinserimento nella società. Aveva perfino scritto una poesia e una nota di ringraziamento agli organizzatori, su un computer messogli a disposizione dai suoi tutor.
Merritt, una delle due vittime dell'attentato, aveva lavorato con Khan quando lui era ancora dietro le sbarre nel Cambridgeshire. Le immagini della Fishmongers' Hall, pochi minuti prima dell'attacco terroristico, testimoniano le buone intenzioni del programma riabilitativo. Merritt è stato il primo ad aver cercato di fermare Khan durante la sua follia omicida. Poco prima dell'attacco, in una foto lo si vede tranquillamente seduto alla conferenza. Molti lo consideravano una specie di "allievo migliore" del programma di de-radicalizzazione.
In una delle newsletter della Learning Togerher, l'uomo avrebbe anche affermato che il gruppo "ha un posto speciale nel suo cuore": "È più di una semplice organizzazione, che favorisce l'apprendimento delle singole materie accademiche. A mio avviso, il vantaggio principale è quello di riunire le persone, attraverso i mezzi di apprendimento. Learning Together significa aprire la mente, aprire le porte e dare voce a coloro che sono chiusi, isolati dal resto di noi. Aiuta a includere coloro che in genere sono esclusi. Questo è ciò che Learning Together significa per me".
Khan ha anche rilasciato un'intervista alla Bbc, in cui ha condannato la stigmatizzazione a cui era sottoposto: "Sono nato e cresciuto in Inghilterra, a Stoke-On-Trent, a Cobridge, l'intera comunità mi conosce e tutti sono al corrente, se glielo chiedete, di queste etichette che ci stanno mettendo, come terrorista, etc. etc., sapranno che non sono un terrorista".
L'ultimo attacco a Londra è stato un misto letale di dissimulazione religiosa e di naïveté occidentale. Inoltre, si spera che questo attentato seppellisca tutte le illusioni britanniche di de-radicalizzare i jihadisti. Come riportato dal Times, il Behavioural Insights Team (Bit), la cosiddetta "nudge unit" che in origine faceva parte dell'Ufficio di Gabinetto del Governo, aveva esaminato 33 programmi di de-radicalizzazione in tutto il Regno Unito e aveva scoperto che solo due erano teoricamente efficaci. Il criminologo inglese Simon Cottee ha incolpato le illusioni fatali nutrite dai professori progressisti in merito all'idea di curare i terroristi".
La Francia l'ha già provato. Un rapporto bipartisan presentato al Senato francese aveva stigmatizzato il programma di de-radicalizzazione francese come un "fiasco totale", nelle parole di Philippe Bas, senatore dei Repubblicani, partito di centro-destra. Quando le senatrici Esther Benbassa e Catherine Troendlé, entrambe alla guida della task force, si recarono in visita al centro di de-radicalizzazione nel Castello di Pontourny, trovarono un solo ospite nella struttura.
La Francia ha anche sofferto a causa del fallimento del meccanismo di monitoraggio. Negli ultimi anni sono stati condotti dai jihadisti numerosi attacchi terroristici che sono stato inseriti nello speciale database francese antiterrorismo: l'attentato al mercatino di Natale di Strasburgo, l'attacco alla chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray, in Normandia e l'attentato al supermercato di Trèbes, per ricordarne solo alcuni. Di recente, un attacco jihadista ha avuto luogo all'interno del quartier generale della polizia di Parigi. Il terrorista, Mickaël Harpon, lavorava infatti nell'unità preposta a rintracciare i terroristi.
In tutta Europa, nessuno dei programmi di de-radicalizzazione si è dimostrato efficace. "Non ci sono abbastanza dati affidabili per giungere a conclusioni definitive in merito all'efficacia a breve termine, per non parlare di quella a lungo termine, della maggior parte dei programmi di de-radicalizzazione esistenti", ha concluso un report della Rand. Potrebbe non essere alla portata dei Paesi occidentali de-radicalizzare le persone che, come il terrorista del London Bridge, indossavano un finto giubbotto suicida per farsi uccidere dalla polizia e diventare dei "martiri".
E allora cosa si fa con questi jihadisti? Fidarsi di loro può essere letale, come a Londra. Lasciarli in prigione potrebbe significare dare loro un posto in "uno dei più importanti luoghi di radicalizzazione". L'Europa non ha una Guantanamo Bay, un limbo legale che, dopo l'11 settembre, è stato utile per la guerra americana al terrore. Gitmo potrebbe anche essere utile ora, quando l'Europa sta fronteggiando il ritorno in massa dei foreign fighters dell'Isis.
Secondo il rapporto annuale di Europol, il 45 per cento dei britannici che si sono recati in Siria e in Iraq per unirsi all'Isis, sono già tornati nel loro Paese di origine. Su 714 ex detenuti di Guantanamo Bay, 124 (il 16,9 per cento) hanno ripreso a svolgere attività di tipo terroristico, mentre 94 sono sospettati dalla Defense Intelligence Agency di essere recidivi. Estradare questi estremisti dall'Europa è una questione assai controversa per molti politici europei. Il leader del Partito Laburista britannico Jeremy Corbyn è stato filmato mentre protestava per l'estradizione di sospetti terroristi della Gran Bretagna, tra cui due collaboratori di Osama bin Laden. Il Regno Unito ha litigato per anni con l'Europa per l'estradizione in Giordania dell'imam radicale Abu Qatada.
Pertanto, qual è la soluzione europea? Chiudere gli occhi e sperare nel meglio probabilmente è irragionevole. Troppe persone hanno già perso la vita nelle strade del Vecchio Continente.
"Ora sono molto più maturo e voglio vivere la mia vita da buon musulmano e anche da buon cittadino della Gran Bretagna", aveva scritto Khan prima di uccidere due giovani britannici.
Un recente rapporto del governo britannico ha messo in guardia dal fatto che gli imam del Regno Unito in 48 scuole islamiche promuovono la violenza e l'intolleranza. È la società britannica che deve essere de-radicalizzata, e non i jihadisti. Il predicatore di odio più famoso della Gran Bretagna, Anjem Choudary, è da poco tornato in libertà e ora cammina per le strade di Londra da uomo libero. Di recente, è emersa una foto del terrorista del London Bridge, Usman Khan, che lo ritrae insieme al suo "amico personale", Anjem Choudary. L'imam che avrebbe radicalizzato il terrorista che ha attaccato il quartier generale della polizia di Parigi vive a Gonesse ed è ancora libero di predicare.
La de-radicalizzazione funziona solo se sfida questa correttezza politica suicida dell'Occidente affrontando le reali cause di questo tipo di terrorismo, e che si trovano nei testi islamici. "Uccidete questi miscredenti ovunque li incontriate", recita il Corano (Sura 9:5). A quanto pare, Usman Khan ha visto Jack Merritt e Saskia Jones come "miscredenti" e non come "riabilitatori". Se non cambiamo le nostre regole di ingaggio, ce ne saranno altri di episodi come questo.
*Gatestone Institute









