sicilianetwork.info, 18 novembre 2019
Un incontro per discutere e riflettere sulle vite umane e le esperienze legate alla realtà carceraria attraverso "Storie: carcere e misure di sicurezza", che si terrà lunedì 18 novembre alle 15 al Comune di Caltagirone (sala "Milazzo"). Una conversazione sul carcere a partire da Liberaci dai nostri mali, inchiesta di Katya Maugeri (Villaggio Maori Edizioni, premio Etnabook migliore opera prima) che vedrà protagonisti Gino Ioppolo, sindaco di Caltagirone, Maurizio Lanza direttore generale Asp Catania, Giorgia Gruttadauria, direttore carcere di Caltagirone, Mario Barresi, giornalista de "La Sicilia", Raffaele Barone, direttore dipartimento salute mentale di Caltagirone, Salvatore Aprile, responsabile Rems di Caltagirone, Fortunato Parisi, referente psichiatra carcere di Caltagirone, Giannicola Fraggetta, direttore sanitario carcere di Caltagirone, Giuseppe Tigano, presidente della sezione Tribunale Civile di Caltagirone, Giovanni Russo - presidente associazione avvocati Caltagirone e l'autrice Katya Maugeri, giornalista e direttrice di Sicilia Network.
L'incontro ha l'intento di valorizzare le buone prassi nel carcere per restituire una nuova opportunità di vita, una speranza di cambiamento e che non venga identificato solo come strumento punitivo. Durante il convegno saranno previste le testimonianze di alcuni utenti Rems che vivono una esperienza nella struttura terapeutica attraverso un approccio di cura con il metodo comunitario, vicini ai loro familiari e con una importante presenza empatica degli operatori.
triestecafe.it, 18 novembre 2019
Sabato 16 novembre alla libreria Lovat di Trieste è stato presentato il Progetto Coroneo, sostenuto dal Centro per la salute del Bambino e dalla Garante per i Diritti dei Detenuti del comune di Trieste, Elisabetta Burla, e condiviso con la casa Casa Circondariale "E. Mari". L'evento ha aperto la settimana Nazionale Nati per Leggere a Trieste ed è inserito nel programma Diritti e Storti, che celebra nella nostra città il trentennale della Convenzione Onu dei diritti dell'infanzia. Cuore del progetto il sostegno alla genitorialità e al diritto dei bambini, che senza colpa, sono privati della quotidianità con i loro genitori ristretti, e l'utilizzo del libro come strumento per ristabilire o rafforzare i legami affettivi.
Le volontarie hanno raccontato le loro toccanti e commoventi esperienze, sia all'interno del carcere che con i bambini nella sala d'attesa prima dei colloqui, e hanno letto i libri più significativi condivisi durante i laboratori con i detenuti. Un pubblico molto numeroso, attento e partecipe ha seguito l'incontro e partecipato generosamente all'iniziativa correlata, Un libro in sospeso per il Progetto Coroneo, alla quale tutti possono aderire alla libreria Lovat fino al 31 dicembre.
di Silvia Bignami
La Repubblica, 18 novembre 2019
Dalla convention di Bologna Zingaretti invoca un cambio nell'agenda dell'esecutivo. Replica grillina: "L'Italia è sott'acqua e loro pensano ai migranti". Orlando: "Noi capaci di pensare due cose insieme".
Alza la testa e la voce. Spezza il sorriso arringando la platea con l'agenda che deve riempire di anima il Pd e di contenuti il governo. Nicola Zingarettí dal palco dell'assemblea Pd riunita a Bologna incalza Palazzo Chigi: "Chiederemo Ius Soli e Ius Culturae, certo che lo faremo.
E poi via i decreti sicurezza, più giustizia sociale e fiscale, parità di salario tra uomo e donna, e battaglia al machismo sovranista". Profumo di sinistra che piace alla platea dem, reduce da una tre giorni di applausi a Maurizio Landini e di entusiasmo per le 12mila sardine sul Crescentone contro Salvini.
Ma che si infrange subito contro il muro a 5 Stelle, riaprendo lo scontro a Roma: "Sono sconcertato - gela Luigi Di Maio - Col maltempo che flagella l'Italia, il futuro di 11 mila lavoratori a Taranto a rischio, qui si parla di Ius soli". Si litiga di nuovo, stavolta tra Pd e 5 Stelle, impegnati a battibeccare fino a sera. Al capo politico del Movimento, che riduce le richieste dem a "slogan e campagna elettorale" risponde il sarcasmo di Andrea Orlando: "Noi non pensiamo ai guai dell'Italia? Sembrerà impossibile ai 5 Stelle, ma noi riusciamo a pensare anche due cose nella stessa giornata".
Ribatte in serata di Maio: "Da una parte si vuol fare lo Ius Soli e dall'altra togliere quota 100. Assurdo". Così la frattura nel governo è aperta, proprio nel giorno in cui il Pd si dà nuova forma e una nuova sostanza. A cominciare dallo Statuto, che cambia con la fine della corrispondenza tra segretario e candidato premier, archiviata con 566 voti a favore (5 astenuti e un contrario) insieme all'autosufficienza Pd.
"Finalmente si cambia, è l'inizio di un partito più aperto" dice Zingaretti. Ma anche di un partito che sulle orme di Fabrizio Barca, ex ministro ospite sabato della tre giorni democratica, deve ritrovare "radicalità". Da qui l'agenda di Zingaretti per mettere il governo sulla strada indicata dal Pd "che è il primo partito della coalizione nel Paese".
"Ci batteremo perché al più presto si rivedano i decreti Salvini - attacca il segretario. Ci batteremo per far approvare lo Ius culturae e Ius soli. Faremo una legge per la parità salariale tra donne e uomini. E lo faremo per raggiungere l'obiettivo e non per mettere bandierine e avere un'intervista sui giornali. Serietà e non comizi".
Il leader dem insiste sulla giustizia sociale, per "temperare il capitalismo" e su quella fiscale, contrapposta al "no fax" a ogni costo di Matteo Renzi. All'ex segretario Pd, che con Italia Viva vuol svuotare il Pd come ha fatto Macron coi socialisti francesi, Zingaretti manda un messaggio: "Non s'illuda chi combatte il Pd per rosicchiare consensi. Scava la fossa per sé e per il centrosinistra".
Il leader tiene aperta la porta ai 5 Stelle, "perché non si può governare da avversari", ma per ora il Movimento risponde picche. E anzi, la "radicalità" cui s'aspira alla kermesse bolognese finisce per far alzare le antenne pure all'anima liberai che alberga nel Pd. S'alza la voce governista di Lorenzo Guerini, e un ex renziano come Andrea Marcucci sí unisce a Giorgio Gori nell'ammonire di "non fare un favore" a Renzi spostando il Pd troppo a sinistra. "Quello che leggo da Bologna non mi convince - twitta in serata il sindaco di Pesaro Matteo Ricci - Zingaretti corregga il tiro, perché serve un polo riformista, non la sinistra radicale".
di Gabriella Colarusso
La Repubblica, 18 novembre 2019
In anteprima a Roma il film che racconta la vita di Zehra Dogan, Asli Erdogan e Sebnem Korur Fincanci, un'artista, una scrittrice e un medico, accusate di terrorismo per aver difeso la causa curda. A 29 anni Zehra Dogan artista e attivista curda, ne ha già passati 3 in carcere: propaganda terroristica contro lo stato, l'accusa a suo carico. La colpa? Aver raccontato con i suoi disegni le violenze dell'esercito turco a Nusaybin, cittadina curda nel sud est della Turchia, nel 2016, ed essersi rifiutata poi di tacere.
Anche quando, a soli 26 anni, l'hanno sbattuta dietro le sbarre. Dogan ha continuato a far uscire clandestinamente dal carcere le sue opere di denuncia: il racconto della repressione dei curdi, il "massacro" di Afrin, ma anche la battaglia dei ragazzi di Gezi park e il movimento delle donne per i diritti civili. La storia di Zehra è una storia di resistenza e coraggio civile nella Turchia ai tempi di Erdogan, dove dopo il tentato golpe del 2016, decine di migliaia di persone sono state arrestate - insegnanti, funzionari, magistrati, giornalisti.
La sua storia è anche al centro di Terroriste, un film di Francesca Nava, Marica Casalinuovo, Vichie Chinaglia e Marella Bombini (produzione: Creative Nomads) che racconta la resistenza di tre donne turche accusate di terrorismo per aver difeso la causa curda: Zehra, artista; Asli Erdogan, scrittrice; Sebnem Korur Fincanci, medico.
Il film verrà proiettato oggi pomeriggio alle 18.30 al Nuovo Cinema Palazzo a Roma. Le vicende di Zehra e di Asli hanno mosso l'opinione pubblica internazionale. Il 18 marzo del 2018 lo street artist britannico Banksy inviò un messaggio al mondo sui muri di New York: Free Zehra Dogan, con un grande murale che ritraeva la ragazza dietro le sbarre, e Roberto Saviano, pochi giorni fa, ha invitato i suoi lettori a sostenere Asli Erdogan, "perseguitata dal regime criminale di Erdogan". Perché difendere Asli significa difendere il diritto alla libertà di espressione, che il governo turco ha cancellato".
"In carcere per me è stato fondamentale avere la solidarietà internazionale", ci racconta Zehra Dogan in un'intervista che verrà pubblicata integralmente sul quotidiano di domani. "Mi ha reso più forte ma soprattutto più consapevole: possono tenermi fisicamente dietro le sbarre, ma non possono fermare i miei disegni, che arrivano ovunque. Non dobbiamo avere paura. Dobbiamo resistere".
addeditore.it, 18 novembre 2019
Mercoledì 27 novembre alle ore 18.30 a Milano, libreria La Feltrinelli piazza Duomo. Omid Tofighian dialogherà con Chiara Macconi di Pen Esperanto e Chiara Marchetti, docente all'Università degli Studi di Milano. Behrouz Boochani è un giornalista, scrittore e rifugiato curdo in fuga dall'Iran, detenuto illegalmente dal governo australiano. Ha scritto il suo straordinario memoir Nessun amico se non le montagne attraverso migliaia di messaggi Whatsapp inviati a Omid Tofighian che li ha tradotti dal farsi all'inglese.
Boochani è detenuto da sei anni in Papua Nuova Guinea. Pen International, che segue la vicenda dello scrittore dal 2015, ha posto Boochani al centro della giornata del Rifugiato 2019. "Con la penna e la telecamera ha acceso una luce sull'orrore, la crudeltà e l'ingiustizia delle politiche dello stato Australiano verso i rifugiati e richiedenti asilo".
Omid Tofighian è docente di filosofia presso l'American University del Cairo e ricercatore presso l'università di Sidney. L'evento è organizzato dal Comitato Writers in Prison del PEN Esperanto (centro periferico del PEN International) con Escapes-UniMi e add editore in occasione della Giornata Mondiale degli Scrittori in Prigione indetta da PEN ogni anno il 15 novembre.
ilpopoloveneto.it, 18 novembre 2019
L'arte può anche avere un risvolto sociale. Lo insegna l'iniziativa di Momart, associazione di artisti per gli artisti di Padova patrocinato dal Comune di Padova, che alla 30esima Arte Padova ospita nel padiglione del Contemporary Art Talent Show cinque opere lignee di altrettanti artisti provenienti dal carcere di massima sicurezza Due Palazzi di Padova.
È il risultato del progetto Scolpiamo condotto da un anno dallo scultore padovano Roberto Tonon che nella casa di reclusione ha attivato un laboratorio di scultura in legno massiccio nel reparto di alta sicurezza del carcere. Nello spazio che in Fiera a Padova è dedicato agli artisti emergenti, Momart propone un violino scomposto, un libro incatenato, un dito che indica il cielo, una maschera e la testa di un cavallo, realizzati in legno di cirmolo grazie alla collaborazione tra il direttore del Due Palazzi Claudio Mazzeo e gli artisti Roberto Tonon e Chiara Chiggio dell'associazione culturale Area 48.
Le sculture che rappresentano una selezione dei lavori realizzati dagli allievi, sono in vendita per finanziare la prosecuzione del laboratorio presente per la prima volta ad ArtePadova. Due conferenze da segnalare oggi ad ArtePadova: alle 15,30 al pad. 7 parla Fabio Civitelli storico disegnatore di Tex Willer. Incontro col pubblico in occasione della sua mostra "Tra arte e fumetto".
Alle ore 17 Pad. 7: "Giovanni Battista Belzoni. Avventure e scoperte nell'antico Egitto". Interviene Maria Beatrice Autizi, storica e autrice di numerosi libri di storia e arte del nostro territorio e non solo. A Giovanni Battista Belzoni ha dedicato il suo ultimo libro che presenterà oggi. Modera Titano Pisani dell'emittente CafèTv24.
di Daniela Uva
Il Giornale, 18 novembre 2019
Vederli scodinzolare fra i reparti degli ospedali è diventata ormai ordinaria amministrazione, anche nel nostro Paese. Incontrare però un cane in un'aula di tribunale è decisamente meno consueto. Da un po' di tempo, però, gli amici a quattro zampe hanno fatto il loro ingresso nel palazzo di giustizia di Chicago.
Con un compito molto delicato: fornire supporto alle persone vittime di violenza e ai bambini implicati nei processi. Il primo "dipendente" si chiama Hatty ed è un labrador retriver. Lavorerà tutti i giorni, dalle 9 alle 17 e avrà un compito perfetto per lei: mostrare affetto e coccolare i suoi colleghi così come tutte le persone in difficoltà che affrontano problemi giudiziari. Hatty è il primo cane di supporto emotivo arruolato in un tribunale. Addestrato per la pet therapy, ha poi fatto praticantato con i detenuti in un carcere americano.
Adesso è pronto per cambiare ufficio, così celle passerà alle aule di tribunale, dove entrerà in azione soprattutto durante i procedimenti penali che coinvolgono minori, persone con problemi di salute mentale e vittime di aggressioni. Ma prima questo cane così speciale ha dovuto promettere fedeltà e lealtà alle istituzioni americane, proprio come fanno i dipendenti umani. L'avvocato Kim Foxx, della Contea di Cook, ha presieduto al suo giuramento: Hatty si è alzata sulle zampe posteriori e ha messo la zampa su un libro di legge, esattamente come accade quando a prendere servizio è una persona.
Una cerimonia veloce per presentarla e accoglierla nel migliore dei modi prima di immergersi nel lavoro. Il labrador nero adesso dovrà gestire fino a 200 casi all'anno: non sarà facile, ma sicuramente la strada è quella giusta. Anche perché questi cani dimostrano grandissima empatia, specialmente quando di fronte hanno persone in difficoltà. Come quelle coinvolte in processi molto delicati.
Proprio di questo si occupa da tempo l'organizzazione no profit statunitense Courthouse dogs. I volontari sono specializzati nell'addestramento di labrador e golden retriver da utilizzare come "psicologi" in tribunale. Secondo la legge americana, i procedimenti penali spesso si svolgono pubblicamente, quindi testimoni, vittime e accusati depongono l'uno di fronte l'altro.
Una scelta tecnica per garantire maggiore equità e imparzialità, ma che equivale a un percorso emotivo decisamente pesante per chi ha subito soprusi. Che però oggi può contare su amici davvero unici.
di Guido Santevecchi
Corriere della Sera, 18 novembre 2019
La polizia ha eseguito decine di arresti fuori dall'Hotel Icon nelle vicinanze del PolyU, roccaforte dai manifestanti pro-democrazia. Blocchi nel resto della città, scontri e tafferugli. La Casa Bianca condanna l'uso della violenza.
Il blitz dopo una notte di stallo. All'interno dell'Università centinaia di studenti. Un ferito tra le forze dell'ordine. Notte di arresti, tensioni. E prima mattinata di blocchi e proteste. Hong Kong sotto assedio. La notte si è consumata la battaglia del Politecnico, che in totale ha fatto - riferiscono in mattinata le autorità locali- almeno 38 feriti, di cui cinque in gravi condizioni. Intorno alle 5:30 del mattino, ora locale, gli agenti hanno fatto irruzione nel campus e hanno arrestato decine di persone. La polizia ha negato di aver effettuato "un raid" e ha parlato di "un'operazione di dispersione ed arresti".
Per il South China Morning Post - che parla di una breve irruzione nel campus - la situazione è attualmente di stallo. Nella notte, era arrivata anche la presa di posizione degli Stati Uniti: "Condanniamo l'uso ingiustificato della forza e sollecitiamo tutte le parti astenersi dalla violenza e impegnarsi in un dialogo costruttivo", si legge in una nota della Casa Bianca.
Come in un castello medioevale sotto attacco, i difensori del PolyU - il Politecnico di Hong Kong - hanno bruciato nel buio il ponte pedonale vicino all'ingresso di un tunnel strategico. La polizia ha minacciato di usare pistole e fucili per costringere gli assediati alla resa: secondo l'agenzia Reuters, gli agenti hanno impiegato anche gas lacrimogeno e proiettili di gomma. Il Politecnico si era trasformato nell'ultima roccaforte degli studenti che per sei giorni hanno occupato i campus delle università di Hong Kong.
L'architettura della PolyU, con le sue mura di mattoni rossi, ne fa una fortezza naturale. Si domina l'accesso al Cross Harbour Tunnel che attraversa la baia, collegando la terraferma di Kowloon all'isola. Quando hanno visto un gruppo di civili che cercavano di togliere i blocchi dalla strada, i ragazzi si sono mossi per respingerli, ma la polizia che era appostata dietro ha lanciato i primi lacrimogeni.
Gli studenti si sono raggruppati dietro una siepe di ombrelli per proteggersi dal fumo del gas. Sono volate bottiglie incendiarie. Da quel momento è partita la guerriglia. I blindati della polizia hanno cercato di superare i mattoni piazzati a reticolo sulla strada, come cavalli di frisia. I mezzi blu, tozzi, si muovevano zoppicando tra le trappole messe dagli studenti del Politecnico: molotov, getti potenti dei cannoni ad acqua delle forze dell'ordine, coltrina di lacrimogeni. Abbiamo visto dei ragazzi farsi sotto, arretrare, pausa, poi di nuovo cariche spericolate.
Dagli "spalti" sono state usate catapulte per lanciare le bottiglie incendiarie contro la linea degli agenti. Sono state scoccate frecce con gli archi razziati dal campo sportivo e un poliziotto è stato trafitto a un polpaccio. Qualcuno ha impugnato racchette da tennis per respingere i candelotti lacrimogeni. Ma non è un gioco. Vicino al campus di PolyU c'è una caserma dell'Esercito popolare di liberazione cinese: i soldati, che sabato avevano fatto una rapida sortita in maglietta e calzoncini per togliere i detriti, ieri sono rimasti al coperto. Ma erano in assetto da azione, osservavano con i binocoli gli scontri.
Il timore è che la "pulizia" di sabato possa essere stata una prova d'intervento repressivo. Al tramonto un blindato è stato incendiato e l'autista lo ha guidato a retromarcia con l'equipaggio a bordo. In serata la polizia ha definito la situazione "sommossa", ha ordinato lo sgombero e minacciato l'uso delle armi contro i "rivoltosi".
Quando nella notte l'assedio si è stretto, i difensori del Politecnico hanno dato fuoco a un ponte pedonale per fermare gli agenti che volevano circondarli. Sono segnalati decine di arresti, solo un nucleo di un paio di centinaia di difensori era rimasto nel campus a sfidare l'assalto finale.
Ma non finirà, neanche dopo lo sgombero di PolyU. Nell'ultima svolta minacciosa il movimento ha promesso di fare del caos permanente la "nuova normalità" di Hong Kong. Non più scontri nel weekend, com'era stato nei primi cinque mesi di protesta, ma lotta continua, ogni giorno. "Vogliamo strangolare l'economia della città", dicono i duri.
La Repubblica, 18 novembre 2019
Web oscurato. Rouhani: "Protesta non sfoci in rivolta". Dopo la decisione del governo di aumentare il prezzo della benzina del 50%, scoppia la protesta in diverse località. Le autorità, nel tentativo di soffocare la voce dei manifestanti, bloccano Internet. Trapela poco ma è ormai certo che gli scontri sono violenti e ci sono "diversi morti".
La condanna degli Usa: "Stati Uniti sostengono il popolo iraniano". Colpita dalle sanzioni economiche degli Usa, la Repubblica islamica iraniana ha aumentato il prezzo dei carburanti e da venerdì scorso una violenta "rivolta della benzina" si è diffusa in molte città del paese. Secondo l'agenzia iraniana Mehr, alle proteste hanno partecipato circa 87 mila le persone, principalmente uomini, in un centinaio di diverse località. Le autorità, nel tentativo di soffocare la voce dei manifestanti, hanno bloccato Internet.
Trapela poco, ma è ormai un dato certo che gli scontri sono violenti e ci sono "diversi morti". Finora, le autorità hanno confermato la morte di un poliziotto nella città di Kermanshah e di un manifestante a Sirjan Secondo informazioni non verificabili sui social media le vittime potrebbero essere anche una decina. La stessa televisione di Stato ha riferito di "diversi" morti e la Guida Suprema, Ali Khamenei, ha confermato che "alcune persone hanno perso la vita". Le persone arrestate in due giorni di rivolte sono un migliaio.
I maggiori danni si sono verificati nelle province di Khuzestan, Teheran, Fars e Kerman. In tutto il Paese sono state incendiati o saccheggiati cento agenzie bancarie e 57 negozi; una succursale della Maskan Bank è stata data alle fiamme in piazza Sadegian, nella parte occidentale di Teheran, isolata da un ampio dispiegamento di mezzi antisommossa, presenti anche in altre zone della città. I disordini hanno anche causato la parziale chiusura del Gran Bazaar nella capitale, ha confermato l'Associazione islamica delle corporazioni e dei mercati.
Una folla di manifestanti ha dato fuoco invece alla sede della Banca centrale a Behbahan, nella provincia del Khuzestan. La polizia ha sparato sulla folla a Shiraz, ha affermato Farnaz Fassihi, giornalista che per il New York Times segue quanto accade nella repubblica Islamica. La reporter ha ritwittato il filmato di un giovane a terra, sofferente per una ferita, circondato da persone che cercano di aiutarlo. Nel filmato risuona il rumore di spari.
A Teheran i blocchi sono visibili anche su Google Map digitando i dati relativi al traffico: molti di questi rallentamenti sono causati proprio dal nuovo modo di manifestare contro il governo oltre che dalla neve caduta in queste ore (le autorità avevano chiuso le scuole e, di conseguenza, provato a ridurre il traffico in città): coloro che sono alla guida di un'auto comunicano le modalità di protesta attraverso la app Waze, indicando dove spegnere l'auto e causare l'ingorgo.
"Manifestare il proprio malcontento è un diritto, ma la manifestazione è una cosa e la rivolta è un'altra" e lo Stato "non deve autorizzare l'instabilità" nella società. Così il presidente dell'Iran, Hassan Rouhani durante una riunione del governo, secondo quanto riporta il suo sito ufficiale. Il presidente ha difeso davanti ai ministri la scelta di aumentare il costo del carburante, dicendo che lo Stato non aveva altra soluzione per aiutare le "famiglie a entrate medie e basse che soffrono della situazione creata dalle sanzioni" degli Stati Uniti.
Questa mattina l'ayatollah Alì Khamenei, la guida spirituale del paese, ha difeso la decisione del governo, intervenendo direttamente con una sua dichiarazione: "Azioni di sabotaggio vengono messe in atto da teppisti sostenuti da potenze straniere, non dal nostro popolo. La controrivoluzione e i nemici dell'Iran hanno sempre sostenuto il sabotaggio e la violazione della sicurezza del nostro paese. Io non sono un esperto, ma quando tre istituzioni prendono una decisione, io la appoggio".
Secondo il piano annunciato dal governo, il prezzo della benzina, molto sovvenzionato in Iran, aumenterà del 50% a 15mila rial (cioè 11 centesimi di euro) per i primi 60 litri comprati ogni mese, e del 300% oltre questa soglia. In base al piano presentato dalle autorità, di questi aumenti dovrebbero beneficiare i 60 milioni di iraniani in condizioni economiche più svantaggiate (sul totale di 83 milioni di abitanti).
La Casa Bianca "condanna la forza letale e le rigide restrizioni alle comunicazioni" usate in Iran contro i manifestanti: "gli Stati Uniti sostengono il popolo iraniano nelle proteste pacifiche contro il regime". Teheran "ha perseguito la strada delle armi nucleari e dei programmi missilistici e sostenuto il terrorismo - aggiunge la Casa Bianca - trasformando il paese in un altro esempio di quello che accade quando la classe al potere abbandona la sua gente e abbraccia una crociata per il potere personale e la ricchezza".
Sulle proteste è intervenuto il segretario di Stato americano Mike Pompeo che si è rivolto al popolo iraniano: "Gli Usa vi ascoltano, vi sostengono, sono con voi". Ma il ministro dell'Interno iraniano, Abdolreza Rahmani Fazli, ha già minacciato un intervento molto più duro delle forze di sicurezza per ristabilire l'ordine.
di Bartolomeo Romano*
Il Riformista, 17 novembre 2019
Se l'intera comunità dei giuristi è contro la prescrizione abolita dopo il primo grado, è perché riflette senza avere l'ansia del consenso e sa che chi è imputato non può esserlo a vita.
Riflettere ancora sul tema della prescrizione, dopo tutto quanto si è scritto e dopo tutto quanto si è detto, potrebbe apparire inutile. O potrebbe sembrare un tentativo di entrare nell'attuale dibattito politico mediante il cavallo di Troia di un argomento giuridico. Ma la verità è che, del tutto a prescindere dal colore del governo, e dalle cromatiche preferenze personali, la questione colpisce il cuore della nostra democrazia, perché segna i delicati rapporti tra lo Stato e le libertà del cittadino (anzi, di chiunque commette un reato sul territorio dello Stato: dunque, anche degli stranieri e degli apolidi).










