di Manuela Marziani
Il Giorno, 27 dicembre 2019
Servito a Pavia nelle cripte di San Michele e San Luca dalla comunità di Sant'Egidio. Quattro portate d'antipasto, un primo, due secondi con contorno, dolci, spumante e caffè. È stato un pranzo quasi stellato quello che i detenuti della Sezione protetti di Torre del Gallo hanno preparato a Natale per le 400 persone povere o sole della città. Dopo aver frequentato un corso di cucina, si sono cimentati nella preparazione di un pasto molto speciale servito nelle cripte di San Michele e San Luca dalla comunità di Sant'Egidio.
"Mia figlia, mio genero e mia nipote servono ai tavoli - ha raccontato un'anziana - per stare con loro ho deciso di pranzare in chiesa così ho potuto chiacchierare con persone che arrivano da Paesi diversi". Una donna marocchina, madre di 6 figli che vive a Pavia da 24 anni, infatti, ha voluto essere presente per festeggiare insieme ai suoi amici della scuola di pace. Un ex studente dell'Ateneo pavese che oggi lavora a Sondrio ha deciso di tornare per riabbracciare gli amici proprio nel giorno di Natale e seduti ai tavoli non mancavano persone che indossavano gli abiti tradizionali della loro terra, come si è soliti fare in un'occasione importante. Alla fine ogni ospite se ne è andato con un regalo personalizzato e nel cuore il calore del Natale.
di Alessio Vallerga
terzobinario.it, 27 dicembre 2019
"Far visita a un carcere minorile è un'esperienza tutta diversa dal far visita a un carcere qualsiasi.
Ieri, nel giorno di Santo Stefano, con Alessandro Capriccioli sono stata al minorile di Casal del Marmo: la visita ai laboratori, la palestra, il campo da calcio in erba sintetica, il teatro, le aule dove i ragazzi e le ragazze frequentano le elementari e le medie e poi l'alberghiero e l'agrario, la biblioteca, la sala col ping-pong e il biliardino. I tre caseggiati dove dormono rispettivamente i ragazzi dai 14 ai 18 anni, quelli dai 18 ai 25. E quello dove stanno tutte insieme le ragazze". Così Marta Bonafoni, consigliera regionale, in un post su Facebook.
"Stanze con scritte su muri che parlano, almeno tanto quanto i cognomi dei ragazzi: figli delle grandi famiglie criminali di Ostia, Tor Bella Monaca, Primavalle, giovani romani che qui stringono legami con i loro coetanei nordafricani o addirittura improvvisano amori da una sbarra all'altra delle finestre da cui li guardano le ragazze rom. Sarebbero tantissime le cose da raccontare - ha continuato - dal centralino che va rinnovato altrimenti salta e non permette loro di telefonare a casa quanto vorrebbero, alle palazzine delle stanze fredde e umide che richiederebbero lavori di ristrutturazioni urgenti, al personale che è troppo poco e questo comporta più stress per gli agenti e meno possibilità di fare attività sorvegliata per i minori".
"Mi limito qui invece a dirvi della "possibilità" che ho intravisto a Casal del Marmo, quella del recupero vero del detenuto, obiettivo tanto più importante visto che si tratta di giovani che si stanno formando in mezzo al bivio dell'adolescenza - ha proseguito - questa possibilità ieri per me ha preso la forma di un suono, che non avevo mai sentito prima entrando nelle altre carceri: il suono delle risate dei ragazzi e delle ragazze, che parlando con noi hanno indugiato in racconti i primi e frivolezze le seconde. Esattamente come avrebbero fatto dei loro coetanei fuori da lì.
E questa possibilità ieri per me ha preso anche la forma di un odore, anzi degli odori. Non succede nelle altre carceri di sentire un odore, c'è una sospensione di tutto anche di quello: ieri invece in palestra c'era odore di palestra, in biblioteca un buonissimo odore di libri, nelle stanze addirittura un odore di pulito".
"A Casal del Marmo ho intravisto insomma una traccia di "umanità", esattamente quella su cui dovrebbe scommettere il sistema della giustizia di un Paese civile. Uno degli ospiti l'ha anche scritto sul graffio di un muro: "Sono un ragazzo, non soltanto un detenuto". Criminale - ha terminato - è chi non investe fino fondo su questo".
La Repubblica, 27 dicembre 2019
Dopo il tradizionale appuntamento natalizio con i poveri dentro Santa Maria in Trastevere, feste e distribuzioni di regali in oltre di 30 istituti penitenziari in tutta Italia. Oggi a Regina Coeli la Comunità di Sant'Egidio ha accolto a pranzo un centinaio di detenuti, mentre lasagne, polpettone e regali sono stati offerti in tutte le sezioni del carcere. Giunto alla decima edizione, il "pranzo di Santo Stefano" nel carcere romano è divenuto oramai una tradizione che dà il via a una serie di iniziative di solidarietà nelle carceri di tutta Italia. Fino all'Epifania feste e distribuzioni di regali si svolgeranno in più di 30 istituti penitenziari e raggiungeranno migliaia di detenuti.
Ieri oltre 60 mila persone in Italia e 240 mila in tutto il mondo hanno partecipato ai Pranzi di Natale con i poveri, amici della Comunità di Sant'Egidio. A ritrovarsi insieme, seduti alla stessa tavola, a partire dalla Basilica di Santa Maria in Trastevere - dove iniziò questa tradizione nel Natale del 1982 - tante persone diverse tra loro: dai senza fissa dimora ai rifugiati venuti con i corridoi umanitari in Europa, dagli anziani soli alle famiglie in difficoltà, fino ai bambini di strada e ai poveri che vivono nelle grandi bidonville dell'Africa e dell'America Latina.
In Italia sono state coinvolte oltre cento tra grandi e piccole città, tra cui Roma, Napoli, Genova, Messina, Milano, Bari, Firenze, Torino, Novara, Padova, Catania, Palermo, Trieste: "Qui viviamo la gioia di tante solitudini che diventano famiglia - ha commentato il presidente della Comunità di Sant'Egidio, Marco Impagliazzo. Perché nessuno deve essere messo da parte in questo giorno di Natale e ognuno, chi serve e chi è servito, può guardare con speranza al suo futuro: chi serve e chi è servito".
A Santa Maria in Trastevere, dove in rispetto dell'ambiente l'apparecchiatura era completamente plastic free, hanno contribuito in tanti alla realizzazione del pranzo, compresa la Comunità Ebraica che ha offerto piatti di lasagne kosher. Oltre al parroco don Marco Gnavi, erano presenti tra gli altri, anche i cardinali Walter Kasper e Michael Czerny, il vescovo ausiliare di Roma Est, monsignor Gianpiero Palmieri, l'assessore a Persona, Scuola e Comunità Solidale del Campidoglio, Veronica Mammì, e il nunzio della Santa Sede in Italia, monsignor Emil Paul Tscherrig, che ha portato gli auguri di Papa Francesco. Hanno partecipato al pranzo anche i rifugiati giunti dall'isola greca di Lesbo lo scorso 4 dicembre, grazie ad uno speciale corridoio umanitario dell'Elemosineria Apostolica e della Comunità di Sant'Egidio.
di Sara Volandri
Il Dubbio, 27 dicembre 2019
La ricercatrice accusata di spionaggio. Antropologa di fama mondiale ha passaporto francese. Da ieri è in sciopero della fame e della sete. Rischia la pena di morte. Macron: "liberatela". Ma il regime non molla. Fariba Adelkhah è un'antropologa franco- iraniana specialista della cultura e religione sciita e direttrice del Centro di ricerca internazionale dei Sciences-Po di Parigi; dallo scorso giugno assieme alla collega australiana Kylie Moore- Gilbert, marcisce nel celebre carcere di Evin, situato a pochi chilometri dalla capitale Teheran. È stata arrestata dai Guardiani della Rivoluzione con la grottesca accusa di "spionaggio" e "attentato alla sicurezza dello Stato".
Se verrà condannata rischia fino alla pena di morte. Da ieri Fariba è scesa in sciopero della fame e della sete per protestare contro una detenzione "ingiusta" e un trattamento totalmente al di fuori del diritto internazionale. "Siamo costantemente sottoposte a tortura psicologica e subiamo ogni giorno delle flagranti violazioni dei diritti umani", si legge in una lettera inviata al Center for Human Rights in Iran, una Ong che a base a New York.
"Fariba ha deciso di non alimentarsi e di non bere più per difendere la sua libertà e la sua dignità" spiega il ricercatore Jean- François Bayart, collega e amico della 60enne. All'inizio di dicembre il presidente francese Macron era intervenuto in prima persona e aveva chiesto la liberazione "immediata" della ricercatrice, definendo "intollerabile" la sua detenzione.
Dal canto suo la Repubblica sciita non riconosce la doppia nazionalità ai suoi cittadini e quindi ha liquidato come "un'ingerenza inaccettabile" le richieste dell'Eliseo. Gli acvvocati di Fariba Adelkhah avevano provato a ottenere la libertà provvisoria sotto il pagamento di una cauzione poi regolarmente rifiutata dal tribunale.
Sono circa una ventina gli universitari e i ricercatori iraniani con doppia nazionalità attualmente detenuti nelle carceri del paese, tutti con l'accusa di spionaggio e cospirazione contro l'integrità e la sicurezza dello Stato. "La nostra lotta è anche quella di tutti gli studiosi ingiustamente imprigionati in Iran con accuse campate in aria", conclude la lettera di Adelkhah e Moore- Gilbert.
di Anna Maria Liguori
Il Messaggero, 27 dicembre 2019
La sentenza epocale è del 19 dicembre scorso. Le Sezioni Unite hanno deliberato che chi produce per uso domestico non commette un atto illegale. Non costituirà più reato coltivare, in minima quantità e solo per uso personale, la cannabis in casa: è la pronuncia epocale delle sezioni unite penali della Cassazione, il massimo organo della Corte. Il 19 dicembre scorso, infatti, è stato deliberato per la prima volta che "non costituiscono reato le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica. Attività di coltivazione che per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante ed il modesto quantitativo di prodotto ricavabile appaiono destinate in via esclusiva all'uso personale del coltivatore". Viene propugnata così la tesi per cui il bene giuridico della salute pubblica non viene in alcun modo pregiudicato o messo in pericolo dal singolo che decide di coltivare per sé qualche piantina di marijuana.
I kit per la coltivazione dei semi di cannabis sul balcone di casa sono ormai assai diffusi (in alcuni casi si vendono anche su internet) ma fino al 19 dicembre scorso la pratica era del tutto illegale: prima di questa sentenza non c'era mai stata un'apertura vera in questa direzione. La Corte costituzionale in passato è intervenuta più volte sul tema, sposando una linea rigorosa, e così la giurisprudenza ha assunto - dopo alcune isolate sentenze controverse sul tema - una posizione netta. Il principio stabilito era semplice: la coltivazione di cannabis è sempre reato, a prescindere dal numero di piantine e dal principio attivo ritrovato dalle autorità, anche se la coltivazione era per uso personale. Si affermava che "la condotta di coltivazione di piante da cui sono estraibili i principi attivi di sostanze stupefacenti" potesse "valutarsi come pericolosa, ossia idonea ad attentare al bene della salute dei singoli per il solo fatto di arricchire la provvista esistente di materia prima e quindi di creare potenzialmente più occasioni di spaccio di droga". La Cassazione, adattandosi a quanto chiarito dalla Consulta, ha finora sostenuto che la coltivazione di marijuana, anche se per piccolissime dosi (una o due piantine) è sempre reato, a prescindere dallo stato in cui si trovi la pianta al momento dell'arrivo del controllo.
Ora, anche si attendono le motivazioni della pronuncia del 19 dicembre, c'è stato un ribaltamento del principio fin qui stabilito. Sono le sezioni unite penali a mettere un punto fermo dettando un'unica linea e uniformando il trattamento per i coltivatori di "erba" in casa. "Il reato di coltivazione di stupefacente - si legge nella massima provvisoria emessa dalla Corte dopo l'udienza del 19 dicembre - è configurabile indipendentemente dalla quantità di principio attivo ricavabile nell'immediatezza, essendo sufficienti la conformità della pianta al tipo botanico previsto e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione, a giungere a maturazione e a produrre sostanza stupefacente". "Devono però ritenersi escluse - ed è qui il punto di svolta - in quanto non riconducibile all'ambito di applicazione della norma penale, le attività di coltivazione di minime dimensioni, svolte in forma domestica che per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile, la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell'ambito del mercato degli stupefacenti, appaiono destinate i via esclusiva all'uso personale del coltivatore".
ilpost.it, 27 dicembre 2019
La prima di uno straniero negli ultimi 10 anni. In Giappone è stata eseguita la condanna a morte di un cittadino cinese, la prima di uno straniero avvenuta nel paese negli ultimi dieci anni. L'uomo, Wei Wei, 40 anni, era colpevole di aver ucciso nel 2003 durante una rapina una famiglia composta da quattro persone a Fukuoka, città sull'isola di Kyushu. Wei Wei si era dichiarato colpevole, ma aveva detto di aver avuto un ruolo secondario nel crimine.
I suoi due complici erano scappati in Cina, dove erano stati arrestati: uno di loro fu ucciso a seguito dell'esecuzione della sua condanna a morte nel 2005, l'altro fu condannato all'ergastolo. La ministra della Giustizia giapponese, Masako Mori, ha detto di aver firmato l'esecuzione di Wei Wei "dopo un'attenta valutazione": "È un caso estremamente crudele e brutale in cui i membri di una famiglia che viveva felicemente, tra cui un bambino di otto e un bambino di undici anni, sono stati assassinati a causa di ragioni veramente egoistiche".
In Giappone ci sono ancora 110 detenuti in attesa dell'esecuzione capitale: quindici sono stati giustiziati l'anno scorso. Nel paese, ai detenuti in attesa nel braccio della morte viene data la notizia della loro imminente esecuzione il giorno stesso in cui viene eseguita.
di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 27 dicembre 2019
Mentre il presidente turco Recep Tayyip Erdogan annuncia un possibile intervento militare in Libia si infittiscono i contatti diplomatici italiani. Giovedì il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ne ha parlato in due colloqui telefonici. Prima una chiamata con il Presidente della Repubblica Araba d'Egitto, Abdel Fattah Al Sisi, poi una lunga telefonata con il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin.
Erdogan: "A gennaio voto su truppe in Libia" - L'escalation della crisi libica è ormai alle porte. Erdogan ha anticipato un voto in Parlamento a inizio gennaio sull'invio di truppe a sostegno di Tripoli contro le forze del generale Khalifa Haftar. E ha compiuto una visita non annunciata in Tunisia scatenando polemiche. Al punto che la presidenza della Repubblica tunisina, giovedì, ha diramato un comunicato, per precisare che la "Tunisia non accetterà di essere parte di alcuna alleanza o schieramento.
Putin: "Risolvere in maniera pacifica" - "La necessità di risolvere la crisi (libica) in maniera pacifica" è stata ribadita nel colloquio Putin-Conte. Almeno secondo quanto riferito dal Cremlino. Il leader russo ha denunciato "interferenze esterne in affari interni" di Tripoli. I due hanno "espresso il loro sostegno nei confronti degli sforzi della comunità internazionale per facilitare il processo intra-libico attraverso la mediazione Onu". E si sono ripromessi "un aggiornamento costante in considerazione della importanza strategica che la Libia riveste per gli interessi anche italiani", si fa sapere da Palazzo Chigi. Già alla vigilia di Natale, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, aveva avuto un colloquio telefonico con il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu, con il quale era già in contatto nelle settimane scorse, per fare il punto sulla situazione libica. Mercoledì mattina Di Maio ne aveva parlato anche con il suo omologo russo, Sergei Lavrov. Secondo indiscrezioni, i ministri avevano discusso dei prossimi passi in vista della conferenza di Berlino, che dovrebbe tenersi nella seconda metà di gennaio.
Caso Regeni: "Urgente ripresa della collaborazione" - Secondo quanto precisa in una nota la presidenza egiziana, al premier Conte Al Sisi ha ribadito che l'Egitto sostiene la stabilità e la sicurezza della Libia, e supporta l'esercito libico nella lotta al terrorismo. E anche lui, come Putin, ha stigmatizzato interferenze straniere negli affari interni libici. Ma ha assicurato una "ripresa dei contatti per l'urgente rilancio della collaborazione giudiziaria sull'omicidio di Giulio Regeni". Intanto in Libia si continua a morire. Ieri in tre raid aerei di forze legate ad Haftar su Zawiya tre civili sono stati uccisi e dieci feriti. Tra loro anche donne e bambini inermi.
di Massimo Sormonta*
Il Manifesto, 27 dicembre 2019
È l'icona di una catastrofe umanitaria, la città di invisibili nata attorno all'hotspot governativo e dove si moltiplicano le tendopoli. Nell'isola dell'Egeo regna l'ingiustizia, e a gennaio la nuova legge si abbatterà sui diritti dei migranti. La Turchia si vede all'orizzonte: un braccio di mare che i gommoni continuano ad attraversare quotidianamente. L'Europa resta un miraggio, perché chi fugge da guerre e fame diventa prigioniero del campo di Moria.
Alla vigilia di Natale, mentre il cielo regalava sferzate di vento e la pioggia di notte, i migranti nell'isola del Mar Egeo hanno raggiunto le 20 mila unità. Intorno alla struttura originaria dell'hotspot governativo si sono moltiplicate le tendopoli fra le colline di ulivi. L'ultima zona è nata dopo l'autunno con le migliaia di nuovi sbarchi di singoli, famiglie, minori non accompagnati. E nella settimana fra il 9 e il 15 dicembre - lungo la costa di Skala Sikamineas - erano stati avvistati e poi soccorsi da Light House Relief e Refugee Rescue oltre mille profughi.
Una catastrofe umanitaria che sfoglia il calendario, inchioda da sempre i governi di Atene o Bruxelles, scandalizza Papa Francesco. Cristos Christiou, presidente internazionale di Medici Senza Frontiere (che fuori dal campo ha la clinica), ha gridato recentemente: "Quello che ho visto sulle isole greche è comparabile a ciò che si vede in zone di guerra o colpite da catastrofi naturali. È scandaloso. Frutto della politica deliberata di punizione collettiva inflitta a persone che cercano solo la salvezza in Europa". Anche dall'Italia arriva la solidarietà attiva. Dal 3 all'8 gennaio tornano a Lesbo gli attivisti della campagna Lesvos Calling che nel Nord Est hanno raccolto indumenti e materiale sanitario. E grazie al crowdfunding con la rete di Banca Etica potranno distribuire un kit con assorbenti igienici biodegradabili, detergenti intimi e biancheria alle donne che rappresentano più di un terzo della popolazione del campo.
Dall'alba al tramonto, la vita di questa città invisibile è scandita dalle code davanti ai bagni chimici, alla "gabbia" in cui si distribuiscono i pasti, all'ambulatorio medico o al compound della burocrazia biblica che dovrebbe garantire protezione, permessi e diritti umani. Il paese di Moria, con un migliaio di residenti, sopravvive in quest'eterno disastro. Mitilene, la capitale di Lesbo, dista una decina di chilometri: il bus stracolmo di migranti fa la spola come può; gli altri vanno a piedi. L'intera isola (90 mila abitanti) non può prescindere, nel bene e nel male, dagli "invisibili", compresi i circa 1.500 all'interno della struttura di Kara Tepe, creata dalla municipalità che ne controlla la gestione.
Per i 20 mila "ospiti" di Moria l'immediato futuro si profila ancora più catastrofico. È di pochi giorni fa la rivolta scoppiata all'interno del campo nell'isola di Samos: 8 mila persone, per lo più africane, a fronte di una capienza di 650. Decongestionare le presenze si traduce in trasferimenti (magari proprio a Lesbo), deportazioni nelle caserme di detenzione o addirittura nel rimpatrio dei profughi, anche se "restituirli" a Erdogan rappresenta già una soluzione prevista dall'Unione europea con l'ignobile accordo firmato nel 2016.
Ma da gennaio sarà operativa anche la nuova legge greca. Nell'ufficio del Lesvos Legal Center sono più che preoccupati dalla scure che si abbatterà sui diritti di profughi, volontari e ong. A Moria, segnali inequivocabili: la polizia pretende il pass anche da giornalisti e fotografi; le pettorine bianche di alcune ong diventano la security dell'area che si affaccia sulla strada principale; i militari greci rafforzano la loro presenza; i "turisti turchi" stilano rapporti sempre più dettagliati per Ankara.
Dal 10 dicembre è detenuto Salam Kamal Aldeen, con passaporto della Danimarca e fondatore di Team Humanity, una ong che fino dal 2015 si preoccupa di salvare chi sbarca e offrire spazi sicuri a donne e bambini. Aldeen era già stato condannato a 10 anni (insieme a tre vigili del fuoco spagnoli) per aver soccorso i profughi; e poi assolto nel 2018. Ora è accusato di rappresentare "un pericolo per la pubblica sicurezza" con l'obiettivo di far scattare l'espulsione dalla Grecia. "Finire in prigione perché soccorritore in un Paese europeo è una delle situazioni più folli che si possa immaginare", dichiara Helle Blak, presidente di Team Humanity.
Intanto nel campo di Moria l'ingiustizia regna sovrana. Un curdo fuma davanti al container dove "abita" da due anni, mentre moglie e figlia sono in un'altra isola. L'anziana palestinese di Gaza è rassegnata a una condizione europea identica all'occupazione della sua terra natale. Il ragazzino siriano maledice la paura del buio, quanto le donne che nel campo non girano quasi mai da sole. Il somalo indica sconsolato a tutti le discariche a cielo aperto, mentre chi attraversa - con o senza scarpe - il rigagnolo tiene in mano una confezione di sei bottiglie d'acqua. Gli afgani si riconoscono grazie al dari o al farsi, dimostrano a volte un inglese più che scolastico, sanno imparare in fretta la lingua della sopravvivenza.
Nonostante tutto, non mancano le occasioni di "riconoscimento". Mosaik Center, aperto dagli attivisti di Lesvos Solidarity, sforna borse, oggetti e creazioni in un laboratorio che trasforma i salvagente della traversata. E gestisce il Pikpa Camp, centro di accoglienza occupato e auto-organizzato da volontari e rifugiati.
Il Ristorante Nan ha uno staff di volontari locali e migranti. The Hope Project, associazione inglese, offre la sede come "warehouse" in cui centinaia di persone ogni giorno possono trovare indumenti e beni di prima necessità. E si trasforma in atelier in cui i rifugiati mettono su tela il racconto della loro esperienza. Altre ong - grandi e piccole - garantiscono almeno in parte ciò che la gestione istituzionale del campo non sa assicurare: assistenza medica, psicologica, legale, scolarizzazione per i minori. Ma a Lesbo anche il clima natalizio (in versione greco-ortodossa) non può rimuovere l'ombra inquietante di un lager del Duemila, dove il "popolo dei migranti" che non ha proprio niente da festeggiare.
*Progetto senza confini
recensione di Simona Di Rosa
arteonline.biz, 27 dicembre 2019
Tra i vari generi di fumetto non di finzione, il graphic journalism è una delle forme più interessanti, e viene utilizzato da diversi fumettisti italiani e stranieri per raccontare la realtà attraverso le immagini, creando dei reportage che invitano a riflettere e a guardare oltre i classici frame dei sistemi dell'informazione.
Libia, uscito alla fine dell'anno per Mondadori nella collana Oscar Ink, è una delle opere più argute del 2019 nel suo genere, soprattutto perché realizzata da due autori che hanno scelto modi e luoghi scomodi per cercare la verità. Francesca Mannocchi, giornalista freelance di grande bravura ed esperienza, ha realizzato reportage, oltre che in Libia, anche in Iraq, Libano, Siria, Tunisia, Egitto, Afghanistan e Yemen. Gianluca Costantini, artista e attivista che qui porge letteralmente la sua mano alla realizzazione del volume, è egli stesso un giornalista a tutto tondo con molti reportage all'attivo (alcuni dei quali raccolti nel libro Fedele alla linea).
In Italia la questione libica è argomento dibattuto da più parti, ma da destra a sinistra c'è la scelta abbastanza chiara di non dare profondità storica alla situazione attuale nel Paese, diventato meta di moltissimi africani costretti ad abbandonare le proprie terre in cerca di un futuro migliore. Per capire la Libia bisogna tornare indietro alla Primavera Araba e, ancora prima, al regime di Mu'ammar Gheddafi e ai patti sottoscritti proprio con i Paesi occidentali.
Il libro parte dal massacro di Abu Salim (una carneficina avvenuta all'interno di un carcere per oppositori del regime poco prima dello scoppio della rivolta) e passa attraverso interviste, ricerche e ricostruzioni per raccontare cosa stia succedendo all'interno della Libia e quali siano le speranze a molti anni dalla fine della rivoluzione. Anche chi ha contribuito alla liberazione del Paese dalla dittatura è oggi disilluso, afflitto dell'aver accompagnato la Libia nel baratro: un Paese con una moneta che non vale niente, senza acqua e corrente elettrica, dove le prospettive per il futuro sembrano inesistenti e la situazione politica è costantemente appesa a un filo.
All'interno del governo - quello delle Nazioni Unite e delle milizie armate che gestiscono il territorio in modo simil-tribale - non esiste giustizia se non quella del più forte, o quella del denaro. Le carceri libiche, retaggio dei patti sottoscritti da Gheddafi con i Paesi occidentali per arginare gli inarrestabili flussi migratori, sono attualmente quanto di più lesivo dei diritti personali possa esistere; esce solo chi può pagare.
Quando si parla di scafisti in Italia si tende spesso a sovrapporre questa figura a quella del trafficante di uomini: all'interno del libro si spiega con chiarezza che gli scafisti altro non sono che migranti un po' più svegli - o che non hanno abbastanza soldi per pagare il viaggio - a cui viene insegnato a guidare il gommone, dotati esclusivamente di un GPS. Quasi mandati a morire.
Sono i trafficanti di uomini a guadagnare dal business dei migranti, ma non sono gli unici, né quelli che guadagnano di più. Il reportage, infatti, restituisce chiaramente l'immagine di un Paese che ha fatto degli esseri umani la sua principale leva produttiva, in una sorta di catena alimentare che a cascata dà di che vivere a tutti gli strati della società.
I personaggi che l'autrice incontra nel suo percorso rappresentano delle tipologie nella popolazione libica, delle voci che si fanno coro di situazioni comuni. Il lavoro visivo di Gianluca Costantini, insieme alle considerazioni di tipo macro-politico, avvicinano il lettore all'ottimo lavoro d'inchiesta di Francesca Mannocchi, dotandolo di una sensibilità emotiva che è frutto di un utilizzo sapiente della tavola e delle tecniche, ma anche di una vita spesa al fianco degli ultimi e in prima linea per la verità.
"Libia", di Gianluca Costantini e Francesca Mannocchi - Mondadori, Milano 2019 - Pagg. 144, € 18 - ISBN 9788804705536. www.oscarmondadori.it.
di Margherita Liverani
losservatorio.org, 27 dicembre 2019
Attacchi terroristici, rapimenti, violenze sessuali, una secessione territoriale: la situazione è critica e i diritti umani non sono garantiti. La problematica situazione odierna del Mali affonda le sue radici nel 2012, quando un gruppo di ribelli ha dichiarato l'indipendenza dell'Azawad, una regione del nord-est del paese, che comprende circa il 60 per cento del territorio nazionale.
A causa della cattiva gestione della crisi, due mesi dopo il Presidente ha subito un colpo di stato. L'accordo di pace e riconciliazione in Mali è stato firmato nel giugno 2015 dal gruppo armato Coordination des Mouvements de l'Azawad, ma molti lamentano la lenta attuazione delle sue disposizioni.
In effetti, la stabilità politica si è deteriorata, il governo è sempre più debole e ha crescenti difficoltà a garantire la sicurezza della popolazione e i diritti umani fondamentali. Nel periodo agosto 2017 - settembre 2019, l'Onu ha documentato 101 incidenti legati alla sicurezza, in cui sono morte 94 persone; inoltre, nel 2019 si sono verificati quasi 1. 000 episodi di violenza sessuale, circa la metà dei quali attribuibili a gruppi armati. Nella zona meridionale della regione auto-dichiaratasi indipendente Azawad, numerose scuole sono state costrette a chiudere a causa di attacchi terroristici diretti contro edifici e insegnanti.
Secondo Alioune Tine, esperto indipendente delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Mali,"la situazione generale ha raggiunto una soglia critica: è tempo di riconoscere l'inadeguatezza delle attuali misure di sicurezza in modo che il Mali possa passare il prima possibile ad alternative più appropriate". L'Ong Refugees International ha pubblicato un rapporto sulla crisi umanitaria del Mali. Il numero di sfollati interni ha ora raggiunto la cifra allarmante di 200,00, la maggior parte dei quali sono bambini e donne.
Inoltre, il numero di persone che devono affrontare l'emergenza alimentare è di 650. 000 e le proiezioni suggeriscono che potrebbe superare il milione entro il prossimo anno. Sabato 14 dicembre, il presidente Ibrahim Boubacar Keita ha ospitato colloqui con 3. 000 rappresentanti di gruppi politici e armati, della società civile, delle associazioni, nel tentativo di trovare un accordo ed eventualmente stabilire una road map comune. Tuttavia, il principale leader dell'opposizione non si è presentato, etichettando il tentativo di Keita come "pura comunicazione politica".
- La riforma contiene tanti buoni propositi. Peccato non risolva i problemi
- Prescrizione, Italia Viva vota un OdG di Forza Italia, ma il testo non passa
- E si lamenta pure...
- Caserta. Record di malati per epatite, l'accordo per cure più veloci ai detenuti
- Avellino. L'altra faccia del Natale, una carezza e un dono ai figli dei detenuti









