di Nicola Galati
einaudiblog.it, 17 novembre 2019
Dopo un recente periodo di oblio, seguito ad anni in cui è stata al centro del dibattito pubblico, si torna finalmente a parlare di separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente. Il merito è dell'Unione delle Camere Penali Italiane, del Partito Radicale e della Fondazione Luigi Einaudi che lo scorso anno hanno raccolto oltre 72.000 firme a sostegno di una proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare per separare le carriere della magistratura inquirente e di quella giudicante.
di Luca De Carolis
Il Fatto Quotidiano, 17 novembre 2019
Tanto divide i giallorossi, e molte sono le grane come mine sulla loro incerta strada, quelle che occupano la scena: dall'Ilva che si sta spegnendo alla Venezia sommersa, fino alla manovra che è un concerto dove ognuno suona per conto proprio. Ma il bottone rosso per aprire una ferita che potrebbe chiamarsi crisi sta appena un passo dilato, e si chiama giustizia, anzi prescrizione.
di Cecilia Bressanelli
Corriere della Sera, 17 novembre 2019
La vicepresidente della Consulta Marta Cartabia alla proiezione di un film sulle carceri nella sala Buzzati del Corriere per Bookcity. L'incontro tra due mondi apparentemente agli antipodi: è quello tra i giudici della Consulta e i detenuti nelle carceri italiane.
di Nadia Cossu
La Nuova Sardegna, 17 novembre 2019
Seicento pagine per motivare i tre ergastoli inflitti per la morte del detenuto Erittu. Il super-pentito Giuseppe Bigella è attendibile. E lo è a tal punto che il suo racconto - e in particolare la chiamata in correità di altre tre persone nell'omicidio del detenuto Marco Erittu - rispecchia perfettamente ciò che avvenne dodici anni fa in una cella dell'ex carcere di San Sebastiano.
Secondo i giudici della corte d'assise d'appello, che lo scorso maggio hanno inflitto tre ergastoli per quel delitto del 18 novembre 2007, "un peso enorme" nella valutazione dell'attendibilità di Bigella lo assume il fatto "che egli abbia confessato un delitto estremamente grave, punibile con l'ergastolo, attribuendosi il ruolo principale di esecutore materiale, senza affatto nascondere o ridimensionare le sue responsabilità. Ed abbia reso tali dichiarazioni del tutto spontaneamente, senza che mai fosse stato adombrato il benché minimo sospetto a suo carico e anzi fornendo una versione del tutto contrastante con quella accreditata".
Seicento due pagine per ricostruire i motivi che hanno portato i giudici di secondo grado a ribaltare il verdetto della corte d'assise che nel 2014 aveva assolto dall'accusa di omicidio gli imputati Pino Vandi, Nicolino Pinna (entrambi detenuti all'epoca a San Sebastiano) e l'agente di polizia penitenziaria Mario Sanna, indicato dall'accusa come colui che aprì la cella della vittima consentendo a Bigella e ai complici di mettere in atto il piano per uccidere Marco Erittu.
Altri due agenti, Giuseppe Soggiu e Gianfranco Faedda, erano accusati di favoreggiamento. Entrambi furono assolti nel 2014, ma in appello Faedda è stato condannato a tre anni e 4 mesi. I giudici di primo grado avevano ritenuto infondate le dichiarazioni accusatorie di Bigella perché non avrebbero trovato nelle risultanze del processo elementi di riscontro "idonei e dotati di un minimo di certezza, tali da far ragionevolmente ritenere che la morte di Erittu fosse da ricondursi a un omicidio piuttosto che a un suicidio, così come concluso nel 2007".
"Erittu, non nuovo a episodi di autolesionismo, si è strangolato con una striscia di coperta", si disse all'epoca. Poi arrivarono le dichiarazioni di Giuseppe Bigella: il pentito rivelò che Erittu era un personaggio "scomodo" perché voleva raccontare alla magistratura quello che sapeva sulla tragica fine di Giuseppe Sechi, il muratore di Ossi scomparso nel 1994 a Sorso.
Un pezzo di cartilagine dell'orecchio di Sechi venne inviato alla famiglia del farmacista orunese Paoletto Ruiu, rapito il 22 ottobre 1993 e, come Sechi, mai tornato a casa. Erittu diceva di sapere molto sulla sparizione di Sechi; e, in particolare, il fatto che fosse da attribuire a Vandi, che si sarebbe mosso in soccorso della banda che aveva rapito Ruiu e alla quale però era scappata la mano. Nel senso che Ruiu era morto, ma per tenere in piedi la trattativa con la sua famiglia - alla quale era stato chiesto un miliardo di lire per il riscatto - bisognava produrre una prova in vita del loro caro. E così si sarebbero serviti del povero Sechi.
A Erittu - che aveva scritto una lettera indirizzata all'allora procuratore - bisognava in sostanza tappare la bocca, secondo l'accusa. La corte d'assise d'appello presieduta da Plinia Azzena (a latere Marina Capitta) ritiene che Erittu non avrebbe ottenuto alcun vantaggio dalla sua confessione, contrariamente a quanto più volte ribadito invece dal collegio difensivo (i tre condannati all'ergastolo sono difesi dagli avvocati Agostinangelo Marras, Patrizio Rovelli, Fabrizio Rubiu e Luca Sciaccaluga). "Né può ritenersi - aggiungono i giudici - che sia stato spinto a siffatte rivelazioni per essere ammesso al regime dei collaboratori di giustizia" perché per ottenere questo "riconoscimento" sarebbero state sufficienti le sue "propalazioni in ordine al reato di associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti all'interno del carcere di San Sebastiano".
Non solo. "Nel rendere una versione così dirompente e circostanziata rispetto all'esito degli accertamenti fino ad allora svolti, Bigella si è esposto all'altissimo rischio di essere smentito...", perché se i tanti particolari forniti fossero poi risultati falsi "avrebbero pregiudicato irreversibilmente la sua attendibilità".
Nel verdetto di secondo grado il racconto di Bigella è definito "sempre coerente, di una logica ferrea, con rivelazioni inedite pienamente riscontrate". Gli accertamenti eseguiti avrebbero confermato "anche nei dettagli gli accadimenti da lui narrati, smentendo la precedente ricostruzione dei fatti e svelando che essa si fondava su elementi conoscitivi inficiati da un pesante inquinamento probatorio".
E proprio quest'ultimo aspetto, e in particolare la "marcata alterazione dello stato della cella in cui il povero detenuto aveva perso la vita" è stato un altro degli elementi su cui la corte si è soffermata. Un grande peso nella decisione finale lo ha avuto inoltre la nuova consulenza tecnica di Lafisca. Il perito aveva rimesso in piedi l'ipotesi del soffocamento con un sacchetto di plastica di cui aveva parlato Bigella quando raccontò agli inquirenti di aver soffocato Erittu con una busta di cellophane e poi di aver lasciato a Pinna il compito di simulare un suicidio per impiccagione.
Il Mattino di Padova, 17 novembre 2019
Preoccupa l'aumento dei suicidi tra gli appartenenti alle forze di polizia, soprattutto nell'ambito della polizia penitenziaria. Per questo, la Cgil della Funzione pubblica ha organizzato ieri nella Sala delle Edicole un convegno molto seguito e dibattuto, al quale hanno preso parte anche i rappresentanti di guardia di finanza, polizia locale e vigili del fuoco, più avvocati e sociologi.
Tutti hanno riconosciuto che chi si toglie la vita lo fa quasi sempre per una complessa molteplicità di fattori. Gli agenti ma soprattutto gli assistenti sono più a rischio per le oggettive difficili condizioni in cui operano quasi "reclusi tra i reclusi", spesso privi di strumenti di sostegno psicologico, a volte impreparati a gestire situazioni sempre più difficili, per via del continuo aumento della popolazione carceraria straniera (oltre il 40 per cento in Triveneto "e nei loro Paesi gli uomini in divisa significano violenza") e perché il carcere è sempre più una sorta di discarica sociale in cui anche chi vi opera non è preso in giusta considerazione.
Certo, l'avere a disposizione un'arma espone a più rischi: solo il 15% dei suicidi avviene tramite colpi d'arma da fuoco, percentuale che sale al 72,5% tra la polizia penitenziaria. In realtà, il provveditore lombardo del Dap Pietro Buffa ha presentato una ricerca su 40 suicidi dalla quale si evince che le cause principali risiedono nelle lacerazioni familiari ma zero casi riconducibili direttamente alle condizioni di lavoro. "Ci sono molti luoghi comuni incalzanti anche se il carcere può certo accelerare soluzioni finali", ha detto il provveditore del Triveneto Enrico Sbriglia. Rispetto agli altri corpi, è stato posto il tema della polizia locale, armata ma senza una vera preparazione: "Sparare al poligono una volta all'anno non ci aiuta certo ad affrontare le situazioni di strada", è stato sottolineato.
Il Fatto Quotidiano, 17 novembre 2019
L'intervista a "Di Martedì" su La7. Pubblichiamo uno stralcio dell'intervista del 14 maggio scorso di Piercamillo Davigo a "Di Martedì", su La7: "Se uno apre il Codice penale, scopre delle cose molto curiose. Per esempio, per l'omicidio del coniuge sono previsti 30 anni di reclusione. Al che uno pensa che 30 anni siano 30 anni.
E invece, se faccio il conto di come può andare in concreto (anche se, per fortuna i giudici hanno un po' più di cervello di chi fa queste leggi), si può arrivare a 4 anni e 4 mesi. Per esempio, uno ammazza la moglie (o la moglie ammazza il marito, anche se il primo caso è più frequente), confessa, si costituisce e prende subito le attenuanti generiche. Già che confessa, racconta la sua versione dei fatti senza timore di essere smentito e dirà al magistrato: "Guardi, mi ha detto una cosa che, se avesse sentito, l'avrebbe ammazzata anche lei".
E così porta a casa l'attenuante della provocazione. Quindi risarcisce il danno agli eredi e il giudice è costretto a riconoscergli un'altra attenuante. Si arriva quindi a tre attenuanti prevalenti sull'unica aggravante e si va all'omicidio base, punito con pene da 21 a 24 anni.
Di solito chi fa queste cose è incensurato: 21 anni meno un terzo per la prima attenuante: 14. Meno un terzo per la seconda attenuante: 9 anni e 8 mesi. Meno un terzo per la terza attenuante: 6 anni e 6 mesi. Infine, l'assassino chiede il giudizio abbreviato ed eccoci a 4 anni e 4 mesi".
Sotto 4 anni, la pena si sconta a casa o ai servizi sociali: se il nostro uomo ha fatto 4 mesi di custodia cautelare ai domiciliari, non va in carcere neppure un giorno.
di Vincenzo Malara
Il Resto del Carlino, 17 novembre 2019
La Diocesi firma una convenzione per l'inclusione sociale di chi ha commesso un reato: "Lo scopo non è il perdono ma ritrovare l'umanità". Reinserire nella società persone che stanno scontando una pena e porre le basi per far incontrare gli autori dei reati con le loro vittime, per ritrovare l'umanità.
È l'obiettivo della convenzione firmata in arcivescovado tra l'Ufficio di esecuzione penale esterna di Modena, cooperativa sociale "L'Ovile" di Reggio Emilia e la Caritas diocesana, che propone un approccio nei confronti della detenzione verso una maggiore inclusione.
Il documento è stato siglato dall'Arcivescovo di Modena-Nonantola don Erio Castellucci, dalla direttrice dell'Uepe Monica Righi e dal presidente della cooperativa sociale Valerio Maramotti.
"L'idea è di don Erio - racconta il vicedirettore della Caritas, Federico Valenzano - che ha a cuore l'inclusione sociale di chi ha commesso reati già da quando era parroco a Forlì.
La Caritas diocesana non può non occuparsi anche di questo tema, promuovendo una riflessione culturale sulla giustizia". La Caritas ha iniziato il percorso con esperienze concrete: "Già da tempo accogliamo persone che devono scontare i domiciliari, per esempio abbiamo inserito un detenuto in semilibertà prima in un percorso di volontariato per poi trovargli un lavoro - dice Valenzano.
Ma ora abbiamo deciso di fare un passo avanti, ideando un luogo in cui autori dei reati e vittime possano incontrarsi. Ovviamente tutto è basato sulla volontarietà. Sappiamo bene che la prima vittima è chi subisce il reato, poi vengono la comunità e infine il cosiddetto "reo", che va aiutato a reinserirsi nella società".
Passare da una giustizia reocentrica, insomma, ad una giustizia riparativa, che coinvolge anche la vittima e la comunità e che si basa sui principi di rispetto della dignità umana, giustizia, verità, solidarietà e responsabilità: "È questo il passaggio culturale che fa da sfondo alla convezione".
Tra gli obiettivi c'è quello di promuovere la conoscenza e lo sviluppo di attività e incontri riparativi a favore delle vittime e della collettività, ma anche di utenti dell'Uepe di Modena, ovvero chi sta scontando una pena fuori dal carcere (domiciliari, misure alternative come l'obbligo di firma, semilibertà per fare degli esempi).
Attualmente la casa circondariale Sant'Anna accoglie 520 detenuti, mentre 744 persone sono prese in carico dall'Uepe. La Caritas Diocesana, organismo pastorale espressione della Chiesa modenese, è coinvolta nel progetto mettendo a disposizione i locali in via dei Servi per consentire le mediazioni, ovvero dare la possibilità a reo e vittima di incontrarsi, dialogare e riscoprire quel minimo comune denominatore di umanità che li accomuna.
Non si tratta di un percorso di perdono, ma di riscoperta dell'umanità che può favorire l'avvio di un percorso inclusivo, partecipativo e trasformativo. "L'idea è di accompagnare, secondo un principio di assoluta volontarietà, gratuità e riservatezza, con soggetti che hanno commesso reati, le loro vittime (e i loro familiari) e la comunità - aggiunge - al fine di poter contribuire ad accrescere processi di accoglienza e integrazione sociale dei detenuti e lo sviluppo di un nuovo paradigma di giustizia più attento all'uomo e al suo sviluppo. Il progetto non prevede alcun vantaggio in termini di sconto della pena per chi ha commesso il reato e non ha alcuna volontà di ricostruire la verità processuale. Le vittime, sono contattate da mediatori e decideranno liberamente se incontrare l'autore del reato.
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 17 novembre 2019
Pasquale Grasso in corsa al Csm, dopo le dimissioni dall'Anm. Nella sede del sindacato delle toghe il confronto tra i tre candidati alle suppletive. In lizza anche Elisabetta Chinaglia di Area e Silvia Corinaldesi di Unicost. "Mi sono candidato al Csm per andare a dare scandalo.
Il Messaggero, 17 novembre 2019
In quarantatré, tra cui una donna incinta e due minorenni, lavoravano segregati dietro una porta blindata, senza servizi igienici e senza una finestra. Con loro altre venti lavoratori in nero scoperti dai carabinieri in un unico laboratorio del Napoletano dove si lavoravano pellami per note griffe di moda.
È accaduto a Melito, alle porte di Napoli; il titolare dell'azienda è stato arrestato ed è finito ai domiciliari su ordine del Gip del Tribunale di Napoli Nord. "Ho sbagliato" sono le parole pronunciate dall'imprenditore ai carabinieri che lo hanno ammanettato dopo aver liberato i dipendenti segregati, ormai allo stremo delle forze in quanto lasciati senza servizi igienici e finestre per diverse ore.
Il blitz è stato coordinato dalla Procura di Napoli Nord, diretta da Francesco Greco, che ha lanciato una vera offensiva contro il lavoro nero e il caporalato, setacciando a tappeto soprattutto gli opifici, in particolare calzaturifici e laboratori per la produzione delle pelli, dove si registrano spesso episodi di sfruttamento e di totale mancanza di regole. Molto grave quanto emerso a Melito dove il laboratorio che lavora per importanti griffe di moda andava avanti quasi esclusivamente con il lavoro non contrattualizzato, fatto soprattutto da donne.
L'ispezione è stata effettuata dai carabinieri del Nas di Napoli guidati da Vincenzo Maresca, che in totale hanno scoperto nell'opificio 78 operai, di cui 57 risultati senza alcun contratto. Dietro la porta blindata 43 persone con i volti stremati e terrorizzati.
Hanno chiesto di andare subito in bagno. Sequestrato il laboratorio con le attrezzature per circa 2,5 milioni di euro e comminato sanzioni per 600mila euro. Una marcia contro lo sfruttamento del lavoro nero è stata indetta dai sindacati per martedì prossimo.
di Guido Catalano
coratoviva.it, 17 novembre 2019
Una serata di riflessione e di conoscenza, quella del 15 novembre nella Chiesa di San Domenico di Corato insieme a Don Gino Tarantini e don Riccardo Agresti, sacerdote di Andria che si occupa del progetto diocesano "Senza Sbarre" che coinvolge detenuti ed ex detenuti. In occasione dei quarant'anni di sacerdozio di don Gino Tarantini, don Riccardo Agresti è stato invitato a parlare del suo progetto che mira a riabilitare i detenuti attraverso il lavoro. Stimolato dagli interventi del giornalista Franco Tempesta, don Riccardo ha parlato del progetto.
"Siamo entrati nella realtà del mondo carcerario. Il mistero più grande - spiega Don Riccardo - era cosa noi potessimo fare per questi nostri fratelli. Come risposta a questa domanda è nato il progetto "Senza sbarre". Il magistrato può decidere di indirizzare i pregiudicati anche verso delle comunità e non solo verso il carcere".
E, parlando dei destinatari del suo progetto che coinvolge detenuti ed ex detenuti in un laboratorio per la produzione di pasta e taralli spiega: "Chi lavora al progetto sono persone che hanno sbagliato e vogliono redimersi. Prima di questo progetto non c'era alcuna comunità che faceva questo lavoro di rieducazione. L'altra scommessa è che noi vogliamo educarli ad un lavoro che deve farli sognare. Una rieducazione socio-lavorativa".
"Noi riusciamo a calmare e rieducare le persone solo ed esclusivamente con l'arma dell'amore. Ci troviamo difronte delle persone fragili che vanno trattate con molta delicatezza e con molta sensibilità umana. Noi non abbiamo paura del carcerato ma abbiamo paura delle persone che parlano male e che provano invidia. Ci vuole da parte del carcerato la forza di dire "basta". Noi partiamo prima dalla parola di Dio per trasmettere i valori di umanità e di amore" ha continuato don Riccardo. Una diretta testimonianza del progetto "Senza Sbarre" è stata fornita da una delle persone coinvolte, un ragazzo proveniente dal Senegal. In Italia da 16 anni, Saku ha passato un periodo in carcere ed è stato accolto in seguito nella comunità di don Riccardo.
"Tutti possiamo sbagliare ma l'importante è capire dove si è sbagliato e cercare di rimediare il più possibile. Tutti i giorni facciamo dei sacrifici per noi stessi, per vivere bene con noi stessi. Se siamo qui oggi è merito soprattutto di chi si è fidato di noi, vedendo la nostra sincerità di intenti. Cerco di essere più responsabile. Il mio sogno è quello di avere una famiglia, quindi cercherò lavoro. Vorrei avere un ruolo anche nella comunità di Don Riccardo" ha detto Saku. Sull'argomento è intervenuta anche la senatrice Bruna Piarulli, presente all'incontro. Il suo intervento parte dalla sua esperienza di dirigente di istituti penitenziari, per anni a contatto con i detenuti.
"Riconosco la lungimiranza di Don Riccardo che ha impiegato queste persone per la loro crescita personale. M impegnerò per fare in modo che questo progetto possa diventare una realtà stabilizzata in tutta Italia. Le attività di questa comunità sono note al Ministro della giustizia e si prevedono vari provvedimenti per sostenere questi progetti. Mi auguro che questo momento sia condiviso dall'intera collettività" ha riferito la parlamentare coratina.
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